Maggio 12th, 2016 Riccardo Fucile
VOTO DI SCAMBIO POLITICO-MAFIOSO, COLPITE TRE FAMIGLIE, 35 IN MANETTE… CAMPAGNE ELETTORALI CONDIZIONATE DAI CLAN
Sacchi della spesa, somme in denaro, assunzioni presso strutture sanitarie. 
A Messina le campagne elettorali per le regionali del 2012, per le amministrative e le politiche del 2013 sarebbero state condizionate da una compravendita di voti mediata dalle famiglie mafiose dei quartieri Camaro-San Paolo e Santa Lucia Sopra Contesse. Tra i 35 arrestati c’è anche un consigliere comunale, Paolo David, ex capogruppo Pd, fedelissimo di Francantonio Genovese ora transitato come il suo referente a Forza Italia.
L’operazione che dalle prime luci dell’alba ha visto impegnati gli uomini della squadra mobile che stanno eseguendo gli ordini di custodia cautelare firmati dal gip Maria Teresa Arena su richiesta dei pm Liliana Todaro e Maria Pellegrino della Dda diretta da Guido Lo Forte.
Ventisei gli arrestati, nove ai domiciliari e quattro complessi aziendali sequestrati. L’indagine della polizia ha decapitato tre famiglie mafiose che controllavano in modo capillare i due quartieri e che, dopo anni di ostulità , avevano siglato una vera e propria pax mafiosa.
Traffico di droga, estorsioni, ma anche condizionamento degli appalti e delle forniture erano controllati dai clan che avevano affidato ad alcuni loro esponenti i rapporti con la politica e con ambienti delle libere professioni e dell’imprenditoria.
Un intero capitolo è dedicato ai rapporti con la politica. Il consigliere comunale in carica, già coinvolto nella Gettonopoli messinese, finito oggi in carcere è accusato di voto di scambio politico-mafioso.
Le indagini hanno evidenziato l’esistenza di un’organizzazione che avrebbe raccolto un elevato numero di voti contando su persone gravitanti negli ambienti della criminalità organizzata che avrebbero attivamente procurato voti anche per esponenti della politica regionale e nazionale.
Alessandra Ziniti
(da “La Repubblica”)
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Aprile 17th, 2016 Riccardo Fucile
LA CORRELAZIONE TRA SCADENZE ELETTORALI E NUMERO DI OMICIDI
L’economia si occupa solo di economia? Cioè di produzione e occupazione, tassi di interesse e tassi di
cambio, consumi e investimenti?
No, perchè l’economia, oltre a essere un ramo del sapere, è anche un metodo di indagine. Il compito dell’economista è quello di dipanare la matassa e «presentare il conto», andando a esaminare tutte le ripercussioni di ogni decisione, valutando gli effetti e i controeffetti, in modo che la comunità possa decidere con cognizione di causa, e non sotto l’onda delle emozioni o degli slogan.
E la matassa può riguardare tanti fenomeni, anche molto lontani da quel che consideriamo «economico».
Per esempio, gli economisti hanno affrontato, armati dei ferri del mestiere, questioni come: c’è evidenza di match truccati fra i lottatori di sumo? La pena capitale riduce i crimini? La legalizzazione dell’aborto ha ridotto il tasso di delinquenza?
L’economia è un modo di ragionare, non è un codice di comportamento. Ma questo modo di ragionare non è senza cuore. Ha bisogno di valori, ma i valori li mettete voi. E, al termine del ragionamento economico, quei valori risaltano ancora di più se si distillano, puri e cristallini, dopo un viaggio tortuoso negli alambicchi della ragione.
Ci occupiamo di un triste fenomeno: l’influenza della criminalità organizzata sulle elezioni locali in Italia.
Un fenomeno che è stato analizzato da tre economisti: Alberto Alesina, Salvatore Piccolo e Paolo Pinotti (vedi “Per saperne di più”).
Abbiamo già detto in passato che la democrazia va bene con l’economia, come il pane col salame. È bene che l’agire economico, l’intrapresa, l’assunzione di rischio siano compensati adeguatamente, senza il timore che i risultati di questo agire siano appropriati da un tiranno.
Gli economisti, quindi, hanno diritto a indagare quelle situazioni che minano la democrazia, come l’agire di organizzazioni criminali che influenzano le elezioni così da “catturare” i politici eletti e piegare poi le decisioni, a livello nazionale o locale (Comuni, Province o Regioni) verso i propri interessi.
Ma come si procede in questa indagine?
Anche gli organismi criminali, come la mafia, seguono il ragionamento economico (il massimo risultato col minimo mezzo) e agiscono soppesando costi e benefici di ogni intervento.
Alesina & C. hanno utilizzato, per determinare se davvero la mafia ha una strategia di influenzare le elezioni, le statistiche sugli omicidi, dal lontano 1887 a oggi.
Hanno messo in relazione il numero di omicidi con le scadenze elettorali (per le elezioni locali), e hanno determinato che vi è un’intensificazione di questi ammazzamenti (come si sa, i modi della mafia sono spicci) nell’anno che precede le elezioni.
La ragione è semplice: le mafie vogliono che siano eletti coloro che preferiscono e si sbarazzano dei candidati scomodi, mentre questi omicidi valgono anche di intimidazione per gli altri.
Gli omicidi di cui si parla sono tutti gli omicidi, non quelli legati a persone politicamente attive.
Ma è possibile, per un periodo più corto (vedi nel grafico il periodo 1974-2013) guardare più specificamente agli omicidi politici: come si vede, questi sono concentrati al Sud, dove è più grande l’influenza della criminalità organizzata.
Violenza e intimidazioni erano diventate così frequenti e preoccupanti che il Parlamento italiano, nel 2013, istituì una Commissione per fare il punto — cause e rimedi — su questo fenomeno.
L’indagine non finisce qui. Il ricorso alla violenza, nel modello economico di Alesina & C., è diverso a seconda che il sistema elettorale sia proporzionale o maggioritario.
In questo secondo caso, ci dovremmo aspettare che gli omicidi siano concentrati su quei territori dove il collegio è molto conteso.
Se in un collegio uno dei partiti è molto forte e si sa già chi sarà eletto, c’è poco spazio per influenzare, con la violenza, il risultato.
Ma nei collegi dove i partiti contendenti si battono ad armi pari, o quasi pari, la violenza può cambiare i risultati.
E in effetti l’analisi geografico-elettorale degli omicidi, condotta con moderne tecniche statistiche, ha confermato che questo era appunto il caso.
Un altro risultato interessante sta in un test di “intimidazione”.
I ricercatori hanno messo assieme 300mila pagine di interventi di parlamentari (al Parlamento nazionale) eletti in Sicilia, nel periodo 1945-2013.
Un software apposito ha scandagliato i documenti e contato il numero di volte che la parola “mafia” è stata usata, anno per anno, e questi dati sono stati correlati al numero di omicidi politici. Anche qui, una conferma: quando il numero di omicidi, nel periodo precedente le elezioni, era alto, nella legislatura successiva i parlamentari eletti menzionavano la mafia con minor frequenza.
Infine, un’altra dimostrazione della efficacia dei metodi impiegati sta nell’analisi della strage di Portella della Ginestra (del 1° maggio 1947) quando molti lavoratori furono uccisi da «elementi reazionari in combutta con i mafiosi», come disse il rapporto dei carabinieri.
La mafia era da sempre contro i partiti di sinistra, e l’analisi di quella strage porta a queste conclusioni: nelle elezioni del ’47 (prima della strage) la quota di voti ottenuta dalla sinistra non varia significativamente aumentando la distanza dalla località Portella della Ginestra.
Ma dopo la strage, nelle elezioni del 1948, la quota di voti della Sinistra cade considerevolmente nelle circoscrizioni vicine al luogo del massacro (cade più che in circoscrizioni lontane).
Anche qui, l’intimidazione aveva funzionato e le campagne elettorali erano state condotte, dai candidati locali della sinistra, con minor vigore, tanta era la paura e più vivo il ricordo della strage.
Fabrizio Galimberti
(da “il Sole24ore”)
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Marzo 27th, 2016 Riccardo Fucile
UN GUADAGNO DI 30 MILIARDI L’ANNO… IL RAPPORTO CON I CARTELLI COLOMBIANO E MESSICANO
Il fiume di cocaina che segna il perimetro dell’omicidio di Luca Varani, della violenza fredda e paranoide di
Marco Prato e Manuel Foffo costituendone il presupposto, alimenta le voglie e le ossessioni quotidiane di tre milioni di italiani e ne scatena l’aggressività nelle strade e nelle case, esondando dai suoi argini da Milano a Roma, da Bologna a Siena, da Napoli a Palermo, per ritrovare la sua fonte rigeneratrice nella Locride e consegnare alle cosche calabresi un tesoro da trenta miliardi l’anno.
È quello che il magistrato Nicola Gratteri definisce «il più grande affare nella storia della ‘ndrangheta».
Tutto comincia e finisce in questa striscia di terra incantata tra lo Ionio e il Tirreno, dove la natura vince, l’uomo perde, lo Stato è ridotto a comparsa e le regole non valgono.
A meno che non siano quelle delle famiglie mafiose, confuse da tempo con la buona borghesia cittadina e ormai composte da avvocati, notai, imprenditori e commercialisti.
È la ‘ndrangheta con le scarpe lucide, quella che, per chiudere il cerchio, si è alleata anche con la massoneria.
«Migliaia di uomini e donne che mangiano negli stessi ristoranti, dividono gli stessi affari e gli stessi discorsi, gli stessi teatri e le stesse parrocchie delle famiglie perbene, rendendo sempre più difficile la possibilità di distinguere il bene dal male. Solo una cosa è certa nel reggino: nulla è possibile senza che la ‘ndrangheta abbia dato il suo benestare», dice il procuratore capo della Repubblica Federico Cafiero de Raho.
E mentre parla sembra appesantito. Come se avesse guardato una cosa nera e lontana e all’improvviso fosse stato costretto a ingoiarla.
«La scorsa settimana abbiamo arrestato i vertici del sistema Reggio a cominciare dall’avvocato Giorgio De Stefano, dimostrando una volta di più che in questa provincia la ‘ndrangheta non è presente solo nei grandi appalti, ma costringe le persone a piegarsi ai propri voleri anche per le singole ristrutturazioni casalinghe. Devi cambiare gli infissi? In quella via c’è la nostra azienda. Alberghi, ristoranti, negozi, nulla sfugge. E nessuno può crescere in un sistema in cui molti imprenditori vanno a cercare le famiglie prima che le famiglie cerchino loro. Chi può manda i figli a studiare altrove. Chi non può si adegua. La paura ha spinto tanti ad arrendersi. Eppure noi siamo qui. E qualcosa piano piano si muove».
Ma come lo Stato si muove la ‘ndrangheta reagisce. Come in questi giorni.
Colpi d’arma da fuoco, minacce fisiche, auto in fiamme e biglietti intimidatori che contengono un ultimo avviso. «Viri chi porci campanu pocu». Vedi che i maiali hanno vita breve
Per combattere le organizzazioni mafiose il governo investe due miliardi e mezzo l’anno. La sola ‘ndrangheta ne fattura 44.
La capacita economica delle famiglie è enorme. E il 66% di queste entrate è fatto di cocaina.
Tre milioni di italiani comprano, le famiglie prosperano e un pezzo del paese va alla deriva, tanto che Anna Rita Leonardi, giovane dirigente del Pd, è costretta a dire nelle interviste: «Se resto viva una cosa è certa, sono candidata sindaco e porterò Platì alle elezioni».
Se resto viva. Platì, come San Luca, dove sono i carabinieri, secondo la procura, «ad essere circondati dalla ‘ndrangheta e non loro a circondare i mafiosi».
Quanto è alto il prezzo della coca? E chi lo paga veramente?
Anche la camorra ci si è messa d’impegno, ma nessuno è bravo come i calabresi sul mercato internazionale della coca, nessuno conta quanto loro, capaci di stringere rapporti blindati con i colombiani, considerati duri quanto i messicani e però più affidabili.
«Non amo fare l’elogio della criminalità , ma la considerazione internazionale della ‘ndrangheta è legata a due motivi: ha meno collaboratori di giustizia ed è solvibile. Paga fino all’ultimo centesimo», dice Gratteri.
Così la cocaina, distribuita in ogni angolo d’Europa e del pianeta, arriva in Italia senza soluzione di continuità , passando dall’Africa, dalla Spagna, dalla Francia, dalla Germania, dal Belgio e dall’Olanda e inondando i nostri porti.
«Nei primi due mesi del 2016 ne abbiamo sequestrati settecento chili solo a Gioia Tauro», dice Cafiero de Raho.
Nel porto di Gioia Tauro, il più grande terminal per trasbordo del Mediterraneo, passano tre milioni di container ogni dodici mesi. Controllarli tutti è impossibile ma dentro quei giganteschi parallelepipedi di metallo, assieme alla merce che finisce nelle nostre case, si trovano armi, rifiuti radioattivi e tonnellate di cocaina, che in genere vengono caricate all’insaputa di chi compie il trasporto manomettendo i sigilli dei container.
Le cooperative addette allo scarico sono spesso infiltrate dalla ‘ndrangheta, o addirittura sono state fondate dalle famiglie..
Perchè non sciogliete le cooperative e ripartite da zero?
«Legalmente non si può. Perchè ne prendi due o tre e magari ti dicono che tutti gli altri sono sani. Che fai mandi tutti a casa? Porti via lavoro?», risponde Cafiero de Raho.
Così polizia, carabinieri e guardia di finanza combattono una guerra che non possono vincere e per ogni container che viene scoperto ce ne sono nove – secondo le dichiarazioni dei pochi collaboratori di giustizia – che passano indenni.
«Non c’è nessuna merce al mondo con un rapporto così smisurato tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita», ha spiegato il professor Isaia Sales, esperto di criminalità economica.
Il business mondiale della droga supera i 500 miliardi di dollari e a favorire il giro dei narco-euro sono funzionari di banca, avvocati e broker, perciò, secondo Giuseppe Lombardo, magistrato a Reggio Calabria: «dobbiamo essere consapevoli che contrastare le mafie significa impedire, in un certo senso, che l’economia riparta».
È il suo modo per segnalare quello che forse è il punto più controverso del problema: siamo sicuri che l’economia legale riesca a sopravvivere senza quella illegale?
E chi si porta dentro questo dubbio ha voglia di mettere la criminalità organizzata con le spalle al muro?
«La crescita della criminalità economica non è stata ostacolata dall’economia legale. I soldi della cocaina fanno gola a molti, non soltanto in Italia. Io e il professor Nicaso lo sosteniamo da tempo: è necessaria una azione di contrasto a livello internazionale», chiosa Gratteri.
Esiste lo spaventoso giro d’affari con le conseguenze fuori controllo sull’organizzazione di regioni come la Calabria e la Campania ed esistono gli effetti che la cocaina, considerata una droga socialmente accettabile, produce sui consumatori.
«Io temo che i consumatori di cocaina nel nostro paese superino abbondantemente i tre milioni», dice il colonnello Paolo Iannucci, della direzione centrale dei servizi antidroga.
Solo a Roma, nel corso del 2015, sono stati sequestrati 310 chili di polvere bianca e secondo Michele Andreano, legale di Manuel Foffo, il suo cliente «non avrebbe ucciso se non fosse stato un cocainomane».
Difficile stabilire se abbia ragione, più facile notare la distanza che corre tra la straordinarietà dell’omicidio Varani e la diffusione «epidemica» – secondo Federico Tonioni, responsabile dell’area dipendenze del policlinico Gemelli – della cocaina. «Una sostanza che in fase acuta produce una sospensione della capacità di fare esami di realtà ».
Il collega Luigi Janiri, direttore dell’unità di psichiatria del policlinico, racconta che la cocaina «è il più potente antidepressivo che ci sia, ma ha un effetto così forte che non può essere usato come farmaco».
La cocaina non solo non cura la depressione ma produce dipendenza, può causare ictus, infarti, crisi epilettiche e certamente moltiplica esponenzialmente l’aggressività . «I cocainomani sviluppano idee paranoidi, diffidenza, ostilità . Immaginano di essere seguiti dalla polizia. O magari spiati dai genitori. Noi li trattiamo come se fossero pazienti psicotici, per esempio bipolari o schizofrenici. E sappiamo bene che una bella responsabilità sui comportamenti antisociali che registriamo per strada sono addebitabili alla cocaina», dice Janiri.
Mattia F. ha 49 anni ed è cresciuto alla Magliana. Era bambino quando la banda prendeva il controllo della Capitale, ma è con loro che è cresciuto e a sedici anni ha cominciato a tirare.
Ha continuato fino al 2011 e solo adesso sta finendo il suo ciclo di disintossicazione. «Per la prima volta in vita mia riesco a fare i conti con me stesso. Sto imparando a capire chi sono, che cosa voglio, che cosa è importante per me». Come se avesse sempre vissuto in una dimensione parallela.
Elegante, i capelli chiari, una faccia da duro buono, Nicola ripercorre le curve della sua vita complicata. Dà l’impressione di essersi tolto la cravatta un minuto prima, anche se forse non l’ha mai portata e di venire da un ambiente più elevato. Un paradosso ambulante. Un padre violento, i primi reati, i lavori per il cinema. «Guadagnavo bene. Anche perchè poi integravo andando a lavorare nei locali. Mi alzavo e il mio primo pensiero era la cocaina. Lo stesso che avevo prima di andare a letto. Quando ci andavo. In una sera ero in grado di prenderne anche 25 grammi».
I rapporti personali che vanno a pezzi, il bisogno di denaro costante, il consumo che si aggiunge allo spaccio.
«Ne avevo quanta ne volevo e la prendevo nei posti giusti. Pura all’83%. Un giorno mi hanno arrestato con sette grammi in tasca. Il giudice mi ha chiesto: dove l’hai presa? A Termini. Quello ha riso: vai in galera, va».
Cocaina così pura può arrivare solo dal grossista, ‘ndrangheta o camorra. Nelle dosi standard il grado di purezza può toccare il 15% se sono per le periferie, il 45% se sono per i quartieri bene.
E i prezzi possono ballare tra i 15 e i 200 euro. «La ‘ndrangheta ha trasformato la cocaina da droga per ricchi a sballo di massa», dice Gratteri.
Uno sballo perfetto per la modernità . Mattia, che oggi fa l’artigiano, in galera ci è rimasto due anni. E’ uscito e ha ricominciato. «Mi sono rovinato fisicamente. Scatenavo risse con chiunque, ogni motivo era buono per fare a pugni, in strada, nelle discoteche, nei bar».
Una donna l’ha spinto a cambiare vita. A scoprire finalmente la sua. «Con lei è finita. Ma oggi so chi sono. E mi piace».
Andrea Malaguti
(da “La Stampa”)
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Marzo 15th, 2016 Riccardo Fucile
INTRECCI TRA POLITICA E CLAN DEI CASALESI
Beni per sei milioni di euro – quote societarie, 10 immobili, due vetture e 19 rapporti finanziari – sono
stati confiscati dalla Direzione investigativa antimafia (Dia) di Napoli a Luigi Corvino, 49 anni, ex consigliere comunale di Casal di Principe (Caserta), accusato di avere agevolato il clan dei Casalesi.
A Corvino è stato anche notificato un obbligo di soggiorno nel comune di residenza della durata di due anni e sei mesi.
In particolare, il personale della Dia ha confiscato le quote societarie dell’azienda di forniture mediche Medical Campus di San Cipriano d’Aversa (Caserta); il capitale sociale, beni e patrimonio della società edile Cas.Rib. di Caserta; una quota della Building Immobiliare di Aversa (Caserta); due terreni e due fabbricati a Casal di Principe, cinque terreni e un fabbricato rurale a Minturno (Latina); due autovetture e 19 rapporti finanziari.
L’ex consigliere comunale di Casale – eletto nelle fila di Forza Italia nel 2007 con 531 preferenze – venne arrestato nel dicembre del 2011 insieme ad altre 57 persone, a cui sono stati contestati a vario titolo i reati di associazione per delinquere di tipo camorristico, estorsione, turbativa delle operazioni di voto mediante corruzioni e/o concussioni elettorali, truffa ai danni dello stato, abuso d’ufficio, falso in atto pubblico, riciclaggio e reimpiego di capitali di illecita provenienza.
In quell’indagine vennero alla luce gli intrecci tra la politica di Casal di Principe e l’ala militare e imprenditoriale delle fazioni Bidognetti e Schiavone del clan dei Casalesi.
Corvino, secondo gli inquirenti, agevolava la mafia casalese con l’affidamento di appalti, con assunzioni e recuperando voti per politici graditi ai boss. In sostanza, il clan, attraverso Corvino e altri, teneva sotto controllo le istituzioni locali e anche le popolazioni di Casal di Principe e di molti comuni limitrofi.
L’ex consigliere, in cambio dell’appoggio politico, promise assunzioni nel centro commerciale “Il Principe” (mai realizzato e per il quale si prodigò agevolando l’illecito iter amministrativo) in occasione del rinnovo del Consiglio Comunale di Casal di Principe del 27 e 28 maggio 2007 e del successivo ballottaggio del 10 ed 11 giugno 2007.
Anche i terreni su cui doveva sorgere il centro commerciale, sostegno gli inquirenti, vennero ottenuti attraverso minacce ai proprietari.
(da “La Repubblica“)
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Marzo 3rd, 2016 Riccardo Fucile
POSTO PRENOTATO DA FIANO, RENZIANO CHE HA LASCIATO SPAZIO A SALA A MILANO
Qualcuno la definisce una vendetta del Partito democratico nei confronti di Rosy Bindi. Le fonti parlamentari che parlano con le agenzie usano il termine più diplomatico di “staffetta”.
Il punto è che sarebbe la prima volta che un presidente dell’Antimafia sarebbe sostituito. Secondo l’Ansa il voto per il rinnovo della presidenza della commissione Antimafia potrebbe essere fissato a breve, addirittura nei prossimi 15 giorni.
Il regolamento lo permette come per tutte le commissioni, che sono state infatti rinnovate tra Camera e Senato tra l’autunno e l’inizio dell’anno.
Ma non è mai successo per l’Antimafia: solo Ottaviano Del Turco lasciò l’incarico perchè era stato nominato ministro.
E ora la memoria torna in particolare al confronto a distanza tra la Bindi e l’allora candidato alla presidenza della Regione Campania, Vincenzo De Luca, successivamente eletto presidente.
La Bindi lo inserì nella lista degli impresentabili per via dei processi del sindaco di Salerno e lo scontro fu frontale.
In quel caso il presidente del Consiglio Matteo Renzi apparentemente non prese una parte, ma pronunciò parole precise: “Non si usi l’Antimafia per regolare i conti nel Pd, l’antimafia è un valore per tutti, non può essere usata in modo strumentale. La Bindi e De Luca se la vedranno in tribunale”.
Non proprio una difesa delle prerogative della presidente della commissione.
Ma gli scontri tra Bindi e il Pd sono stati anche altri, come su Mafia Capitale.
Tanto più che il candidato a sostituire Rosy Bindi, ex presidente del partito ed ex ministro dei governi ulivisti, è Emanuele Fiano.
Deputato milanese, Fiano da tempo nel partito si occupa di sicurezza, ma soprattutto è franceschiniano e quindi renziano: dopo essersi candidato alle primarie per le Comunali di Milano, si è ritirato per lasciare spazio a Giuseppe Sala.
Se non sarà Fiano, secondo fonti parlamentari, potrebbe essere anche un parlamentare delle forze d’opposizione.
La spinta per la sostituzione della Bindi arriva ovviamente dai renziani, anche se dai vertici del Partito democratico non confermano. A cascata al posto di Fiano, come capogruppo in commissione Affari costituzionali, potrebbe andare Matteo Richetti.
Per il momento la Bindi non sembra preoccupata.
Intervistata da Radio Anch’io ribadisce di stare attenti “nella selezione della classe dirigente locale e le amministrative in arrivo sono un momento molto importante”.
Per la presidente della commissione Antimafia “le mafie sono molto interessate al condizionamento del voto durante le amministrative. Bisogna stare molto attenti, la politica deve reagire non accettando voti” dalla criminalità .
Parole che rimandano tra l’altro alla vicenda di Casavatore, ultimo caso che ha coinvolto la politica in un’inchiesta giudiziaria.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 25th, 2016 Riccardo Fucile
MENO MALE CHE NESSUNO SI ERA MAI ACCORTO DELLE INFILTRAZIONI DELLA MALAVITA NEL COMUNE CINQUESTELLE
Prima minacciato, poi aggredito con una mazza da baseball.
È successo al presidente della squadra calcistica giovanile di Quarto, il comune al centro della vicenda prima giudiziaria sulle infiltrazioni dalla camorra, e poi politica conclusasi con le dimissioni del sindaco Rosa Capuozzo, espulsa dal Movimento 5 Stelle.
Domenico «Nico» Sarnataro, 18 anni, è il presidente della società sportiva Virtus Social Quarto Santa Maria, che milita in terza categoria.
Sullo sfondo, la vicenda della gestione dello stadio Giarrusso: il campo, di proprietà del Comune, fino alla fine dello scorso campionato era stato affidato al team Quarto per la legalità , nato dopo che il presidente della precedente compagine, l’A.s.d Quarto, Castrese Paragliola, era finito in carcere con una condanna a 10 anni.
La società era prima stata sequestrata e confiscata dalla Procura, per poi essere affidata al presidente dell’associazione antiracket Luigi Cuomo.
Per tre anni l’attività era proseguita, fino a quando a fine di luglio 2015 la società era stata messa in liquidazione a causa di 12mila euro di debiti con il Comune proprio relativi all’affitto dello stadio.
Da allora l’amministrazione aveva deciso di gestire direttamente la struttura dello stadio Giarrusso.
La Virtus Social Quarto, presieduta da Nicola Sarnataro, nata in parrocchia, all’insegna – si leggeva nel comunicato del mese di agosto – dei valori di serietà e correttezza e attorno alla quale è nato anche un progetto sociale, gioca nello stadio «conteso» ma si allena presso una struttura privata, dal momento che il regolamento per l’utilizzo dello stadio non è ancora stato pubblicato.
Nella struttura però si allena il Quartograd, che alla fine dello scorso mese di dicembre era finito al centro della bufera per un triangolare a cui avevano partecipato quelle che in paese vengono chiamate le «Vecchie glorie».
Ovvero i giocatori della squadra che aveva vinto nel campionato di Eccellenza nella stagione 2006-2007. Quella presieduta proprio da Paragliola.
E infatti sugli spalti c’era anche il figlio Sabbatino.
«Lo sport può salvare i ragazzi dalla malavita» aveva detto in un’intervista Sarnataro, dall’età di 14 anni attivo al fianco di numerose associazioni tra cui Libera .
Dall’inizio del campionato però, ha raccontato ai carabinieri lo stesso presidente, erano iniziate le prime minacce contro squadra e giocatori.
Su Facebook, poi fogli lasciati negli spogliatoi. Fino alla violenza: venerdì il 18enne stava tornando a casa a piedi quando è stato avvicinato da uno scooter con a bordo due persone.
Uno di loro è sceso e l’ha colpito con una mazza da baseball per poi gridare – come si legge su Il Mattino – «Uomo di merda così impari».
Il ragazzo, visito in ospedale, guarirà in sette giorni, e ha presentato una nuova denuncia ai carabinieri.
«Tutto ciò ci lascia sgomenti e senza parole – si legge in un comunicato del Comune – L’Amministrazione comunale esprime la più sentita vicinanza al giovane Nico Sarnataro con l’augurio per lui e per tutta la città di un veloce riscontro della magistratura».
Annalisa Grandi
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 17th, 2016 Riccardo Fucile
FIDARSI DELLO STATO E’ ORMAI UN ATTO DI FEDE
A Torino ci sono più omertosi che a Locri, lamentano i bravi carabinieri che hanno sgominato un
clan della ‘ndrangheta con la sola forza delle intercettazioni, senza potere contare sulla collaborazione delle vittime.
Imprenditori e piccoli commercianti hanno continuato a pagare persino dopo avere negato sotto interrogatorio di farlo.
Il pistolotto etico è in agguato, ma non me la sento di puntare il dito contro persone terrorizzate e sfiduciate.
In questo caso l’omertà non mi sembra figlia della collusione, ma della paura.
Come reagirebbe chiunque di noi se ricevesse a casa una testa mozzata di maiale, corredata dalla minaccia «paga o la prossima sarà la tua?».
Pagherebbe, impegnando anche la catenina d’oro dei figli, come hanno fatto loro.
Gli eroi sono sempre bene accetti, però nessuno può chiedere a una comunità dosi di coraggio superiori alle sue forze. Il silenzio omertoso non dipende da un’indole remissiva degli abitanti di Torino o di qualsiasi altra città . Dipende dalla percezione del pericolo.
Dalla sfacciataggine dei mafiosi che incassano impunemente il pizzo nei bar accanto al tribunale.
Dalla certezza che, in virtù di leggi appiccicose, una denuncia può portare alla cattura dei criminali ma raramente a una loro reclusione prolungata. Con il rischio di ritrovarseli addosso, più furibondi ed esigenti di prima.
Fidarsi dello Stato italiano è un atto di fede che avrebbe bisogno del supporto di qualche miracolo.
Per esempio che gli arrestati di ieri non si ripresentassero al bar già domani.
Massimo Gramellini
(da “la Stampa”)
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Gennaio 10th, 2016 Riccardo Fucile
SALVATORE FUDA, SINDACO DI GIOIOSA IONICA: “HO PRESO UN IMPEGNO CON LA MIA GENTE, NON MI FERMANO”
Hanno cominciato bruciandogli due cassonetti sotto le finestre dell’appartamento dove vive con la compagna e il figlioletto di tre anni.
Il 6 dicembre hanno sparato numerosi colpi alle due macchine di famiglia, maciullando i finestrini.
E la sera del 31 gennaio hanno voluto rovinargli la festa per il Capodanno, mandando a fuoco due camion della spazzatura appena ottenuti in dismissione dalla Dolomiti Energia di Trento (“perchè quello che in Trentino va rottamato per la Locride è ancora buono”).
Oggi Salvatore Fuda, sindaco trentacinquenne di Gioiosa Jonica, esce di casa sapendo di essere seguito silenziosamente da una pattuglia incaricata di proteggerlo. “Non chiederei mai una scorta. O meglio, spero di non arrivare a questo punto”, dice al telefono con l’Huffington Post. “Questi atti di intimidazione preoccupano e turbano tutta la mia amministrazione. La paura c’è, ma non posso declinare un impegno che ho assunto con la mia città “.
E c’era tutta Gioiosa nella fiaccolata di solidarietà dopo l’attentato alle macchine, il 7 dicembre. I ragazzi del liceo, le famiglie, gli scout, i sindaci della Locride, il vescovo di Locri.
Dalla Leopolda il messaggio affettuoso di un’altra giovane promessa della zona, la candidata sindaco di Platì, Anna Rita Leonardi (Pd), ma anche il sostegno dell’ex ministra calabrese Linda Lanzillotta, costretta a vivere con la scorta.
Fuda, ex segretario locale di Rifondazione comunista e un passato lavorativo nel terzo settore, è stato eletto nel 2013 con una lista civica e un programma che poco a poco sta cercando di concretizzare in un territorio difficile, a volte troppo difficile anche per un giovane politico entusiasta.
Non è soltanto la ‘ndrangheta, dice. “Dobbiamo portare la Locride nella modernità “, riassume. “Abbiamo messo mano a questioni che non si ordinavano da 40 anni, dal cimitero alla internalizzazione del servizio di nettezza urbana. Sa che ancora oggi 1,2 milioni di metri cubi d’acqua sfuggono ai nostri contatori per elusione, evasione e allacci abusivi?”.
Nei mesi scorsi ha postato sulla propria pagina Facebook una foto scattata lungo le strade di Gioiosa: qualcuno aveva infilato una poltrona dentro un cassonetto.
“Ci vuole buon senso, cari cittadini”, ha scritto il sindaco. “Purtroppo molte persone continuano a considerare ciò che sta fuori dalle loro case come qualcosa che non li riguarda. Anche questa è una mia battaglia: far capire ad esempio che se evitiamo gli orrori architettonici nel centro storico allora gli immobili cominceranno a valere di più. Dobbiamo comprendere che il rispetto delle regole vale anche nelle piccole cose, soltanto così liberemo questa terra ed esprimeremo i nostri pregi”.
Non sa, Salvatore, perchè lo hanno preso di mira. Il rogo dei cassonetti era passato quasi inosservato, d’altronde nella zona non sono pochi gli amministratori che subiscono intimidazioni pesantissime dalla criminalità organizzata: uno di loro è Pasquale Cerrati, vicesindaco di Bianco, sotto scorta da pochissimi giorni dopo che gli inquirenti hanno intercettato dei malavitosi pronti a ucciderlo.
A Locri, invece, la mano nera della ‘ndrangheta ha bloccato un’intera squadra di calcio femminile, che proprio il 10 gennaio è tornata a giocare.
Le due auto di Fuda crivellate dai proiettili hanno attirato l’attenzione e la solidarietà a livello nazionale, anche se sottotraccia. “Ora giro con una macchina prestata da una cugina che non la usa”, chiarisce il primo cittadino, che non vuole cambiare abitudini: “Dovrei installare la videosorveglianza a casa, prima o poi lo farò”, sorride.
“Non ho proprio idea quale sia il messaggio che questi delinquenti mi vogliono consegnare”, continua. “Stiamo facendo così tante cose che potrebbero essersi risentiti per tutto”.
Nonostante la povertà di risorse, Gioiosa Jonica fa parte della rete Sprar che accoglie richiedenti asilo insieme alla collaborazione di altre cittadine della Locride.
Con le borse-studio messe a disposizione, numerosi migranti hanno cominciato a lavorare temporaneamente nelle aziende private o tenendo pulita Gioiosa.
“Sono stato molto criticato perchè purtroppo è passata l’idea che paghiamo gli stranieri oppure gli diamo 30 euro al giorno e non aiutiamo gli italiani poveri”, si lamenta Fuda. “D’altronde se non facessimo fare niente ai ragazzi profughi allora saremmo criticati allo stesso modo”.
Dopo la distruzione dei due autocompattatori nel giorno di San Silvestro, a Gioiosa possono girare soltanto due camion della spazzatura.
“Ma andremo avanti con il progetto della raccolta differenziata”, assicura Fuda, che ha deciso di eliminare le gare d’appalto per la pulizia delle strade e la raccolta rifiuti, internalizzando l’intero servizio: “Abbiamo risparmiato 120mila euro a semestre e questo inciderà anche sulle bollette dei cittadini”.
Scavando e raggranellando risorse ovunque – incluso l’acquisto di autocompattatori di seconda mano – gli abitanti di Gioiosa hanno avuto in dotazione dalla amministrazione cinque contenitori per l’umido, la plastica, il vetro, il metallo, il secco.
“La nostra è una riforma a vasto raggio: partiamo dall’anno zero, vogliamo cambiare tutto, siamo una squadra di assessori trentenni e entusiasti. Ci costituiamo parte civile nei processi di ‘ndrangheta, facciamo bandi per i beni confiscati alla mafia, si tratta di una educazione globale perchè le persone valide di questa zona non debbano più andare via come hanno fatto i miei amici del liceo”.
Salvatore Fuda non è di quegli amministratori del Sud che chiedono tutto allo Stato. Dice che “ogni situazione è determinata dal fattore umano”, e dunque bisogna rimboccarsi le maniche.
Non sopporta per esempio la retorica sulla casta, che finisce per coinvolgere anche i sindaci di piccoli centri in trincea come Gioiosa Jonica: “Per scelta io e la mia giunta non prendiamo rimborsi, usiamo le nostre macchine e usiamo molto del nostro tempo privato per rimanere a disposizione della cittadinanza. Prendo 1500 euro al mese, pulite, non è un lavoro che può arricchirmi”.
Però c’è una cosa che da sindaco non può ottenere, nonostante l’impegno e la buona volontà : “In questo territorio mancano il diritto fondamentale alla salute e la punizione di tutti coloro che si macchiano di reati”.
Il cruccio è l’ospedale di Locri: “Il muro scrostato non c’entra, purtroppo ci sono persone che non prendono seriamente la propria professione e fanno fuggire coloro che vorrebbero lavorare bene”.
Salvatore Fuda, così come i suoi colleghi sindaci, non può fare altro che appellarsi al governo: “Non abbiamo credibilità se siamo costretti a correre a Reggio Calabria per una emergenza, non abbiamo credibilità se il problema criminalità non viene risolto. Da parte nostra stiamo cercando di avere condotte esemplari, il Viminale ha riaperto il tavolo sulla Locride e questo è senza dubbio positivo ma non bastano le parole. Ora lo Stato faccia la sua parte”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
LA SFIDA DEL PRESIDENTE DELLA SQUADRA FEMMINILE MINACCIATA: “GIOCHEREMO, SBAGLIATO ARRENDERSI”
“Io non ho ancora preso una decisione, ma una cosa la posso dire: le ragazze il 10 gennaio saranno in campo contro la Lazio”.
Anche ieri è stata una giornata intensa per il presidente dello Sporting Locri, Ferdinando Armeni. Una giornata fatta di incontri, di telefonate di solidarietà , di attestati di stima, ma nella quale non è mancata “qualche amarezza”.
A tarda sera però la decisione: “La squadra giocherà la prossima partita di serie A del campionato di Calcio a 5”.
Presidente, quindi è deciso…
“Guardi, io penso che sia giusto così. Che sia giusto giocare. Naturalmente devo confrontarmi con gli altri soci e con le istituzioni, bisogna che vi siano tutte le condizioni, ma mi piacerebbe vedere in campo le ragazze. Se lo meritano e lo merità la città “.
Questo significa che la squadra non sarà ritirata e che l’avventura continua?
“No, per quanto mi riguarda non ho preso ancora una decisione e restano in piedi tutte le mie perplessità . In questo momento non riesco a pensare a nulla, non ho la giusta serenità , troppe cose sono accadute e troppo in fretta. Io resto dell’idea di lasciare, di cedere il testimone a chiunque abbia voglia di impegnarsi per il futuro dello Sporting e di Locri. Ma non ho deciso nulla, devo riflettere”.
Il presidente della Lazio Valerio Piersigilli ha detto di aver paura di venire a giocare a Locri.
“Mi ha molto ferito quell’affermazione e anche per questo dobbiamo scendere in campo. Locri è una città civile, abbiamo mille problemi purtroppo, ma le parole di Piersigilli sono offensive. Ha espresso solidarietà , le sue giocatrici hanno fatto tante telefonate alle nostre ragazze, questa sua uscita però è incomprensibile. Tra l’altro per sapere di questa terra gli basterebbe chiedere alle sue atlete, alcune di loro sono della provincia di Reggio Calabria e altre hanno giocato tante volte anche a Locri. Dovrebbe informarsi meglio. Anche per questo dobbiamo giocare, dobbiamo far vedere quanto è bella e civile la nostra realtà , e questo a prescindere dalla presenza di una minoranza di criminali ignoranti”.
Presidente, a distanza di qualche giorno ha potuto farsi un’idea delle ragioni alla base delle minacce?
“No, mi creda. Non ho idea. Tra l’altro so che i carabinieri stanno facendo il loro lavoro con cura ed io ho piena fiducia nelle istituzioni. Non posso fare altro che collaborare con gli investigatori e attendere l’esito delle indagini”.
Ma che interessi potrebbero esserci attorno alla squadra?
“Guardi non credo che ce ne siano di veri. Tendo ad esludere che i clan si interessino di una piccola realtà come la nostra. Ritengo che si tratti di cretini, di imbecilli, magari pericolosi, che non si rendono conto di quello che hanno fatto e dell’immagine che stiamo dando della Calabria. Per il resto girano solo cattiverie gratuite”.
A cosa si riferisce?
“Si è detto che la società o io abbiamo dei debiti, ma non è vero. Non c’è un solo fornitore che possa vantare un solo centesimo di credito. Si è persino detto che sotto sotto c’è una questione di donne. Figuriamoci, ho una bella famiglia e una bimba piccola. Sono solo volgarità . Io non ho nulla da nascondere, tanto che ho già consegnato i bilanci societari agli inquirenti”.
E se si trattasse di un mitomane?
“Lo ripeto, non posso escludere nulla. Se si trattasse di un pazzo e venisse arrestato domattina saremmo tutti più sereni. Per quanto ne so io può trattarsi di qualsiasi cosa, ed è questo che mi preoccupa”.
Giuseppe Baldessarro
(da “La Repubblica”)
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