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QUELLE RAGAZZE DEL CALCIO CHE LA MAFIA NON FERMERA’

Dicembre 28th, 2015 Riccardo Fucile

LA VICENDA DI LOCRI NON E’ ISOLATA: AL SUD LO SPORT E’ TERRENO DI CONQUISTA

Ma è necessario che il prefetto di Reggio Calabria disponga “adeguate misure di prevenzione” verso una squadra femminile di calcio a 5 perchè ci si accorga di quello che sta succedendo laggiù?
Non sappiamo ancora chi abbia minacciato il presidente della squadra Ferdinando Armeni nè chi abbia avvicinato alcune giocatrici. E del resto Armeni non ha neppure fatto riferimento nella sua denuncia a ‘ndranghetisti ma più genericamente a “sciacalli”. Sappiamo però di certo che la situazione dello sport al Sud, e ancor più in Calabria, è drammatica.
A qualcuno – come forse a Tavecchio e a Malagò – questa sarà  anche sembrata una vicenda straordinaria, tale cioè da richiedere il loro intervento immediato. Giusto.
Eppure che la situazione sportiva al Sud fosse un disastro si sapeva da molto tempo.
Già  nel 2014, appena un anno fa, proprio in provincia di Reggio Calabria, a Rizziconi, era stata sequestrata alle ‘ndrine un’area trasformata in un campo di calcio.
Gli affiliati intimidirono per lungo tempo i ragazzi: volevano che quel campo rimanesse vuoto. Dovette intervenire Libera, l’associazione antimafia di don Ciotti, che riuscì a far arrivare la Nazionale di calcio italiana per riaprire il campo.
Sempre lo scorso anno, a Polistena, e quindi sempre in provincia di Reggio Calabria, l’istituto San Giuseppe, che fa parte dell’Aspi e lavora al recupero di minori a rischio, altro episodio.
La piccola squadra di calcio fu fermata dalla ‘ndrangheta e minacciata – e anche quei ragazzi dovettero lasciare. Solo tempo dopo, tra mille problemi, riuscirono a riprendere l’attività .
Basta così? Ormai dovrebbe essere chiaro: indipendentemente dalle origini delle minacce di Locri – siano esse state di natura mafiosa o personale – nel Mezzogiorno d’Italia anche lo sport è diventato terreno di conquista delle organizzazioni.
Per la verità  lo è sempre stato: ma è vero che in questa fase lo è diventato molto di più.
Le squadre di calcio, dai dilettanti ai professionisti, servono – si sa – a creare consenso. Perchè se guardiamo invece agli investimenti e agli “spostamenti di soldi”, alle mafie le piccole squadre in fondo servono poco.
Quello che invece vogliono è controllare la “gestione” dello sport: e alle loro condizioni. In modo che tutto, cioè, resti sott’acqua. Invisibile, eppur visibilissimo.
Pubblico come un evento sportivo: ma lontano dalle luci dell’attenzione nazionale.
Nell’inchiesta Dirty Soccer, il pentito Pietro Mesiani Mazzacuva (genero di Mico Molè, boss della piana di Gioia Tauro) afferma: “Molte squadre di calcio dilettantistiche sono in mano alla ‘ndrangheta”.
Ecco perchè la vicenda di Locri, nella sua drammaticità , al Sud è una storia di tutti i giorni: palestre chiuse, difficoltà  imprenditoriali ad aprire qualsiasi progetto sportivo, sponsor in miseria.
Perchè anche lo sport, nel Mezzogiorno, si deve appellare a straordinarie iniziative dei singoli, fino al sacrificio totale di qualche appassionato.
Ma è possibile dover fare ogni volta appello ai giovani, alle coscienze, alla speranza, alla denuncia, alla perseveranza, mentre il Sud continua a restare un deserto?
ll rischio vero, ora, è che tutto possa essere messo a tacere qualora si finisse per scoprire che queste di Locri non sono in fondo vere minacce mafiose.
Questo sì che sarebbe un errore gravissimo. Perchè lo spazio ludico, sportivo, formativo, al Sud continua a essere occupato dai clan, dall’imprenditoria corrotta, che usa anche questi luoghi – anche lo sport – per ricattare, procacciare voti, costruirsi il consenso.
Ecco perchè, di fronte a quello che è accaduto a Locri, ma anche e soprattutto di fronte a quello che ogni giorno continua ad accadere al Sud, non ci stancheremo mai di ricordare il dovere di intervenire, intervenire, intervenire.
Oggi, come si dice, è già  troppo tardi.

Roberto Saviano
(da “La Repubblica“)

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LOCRI, LE MINACCE IN STILE MAFIOSO FERMANO LE RAGAZZE DEL CALCIO. L’AZZURRA PATRIZIA PANICO: “NON MOLLATE!”

Dicembre 27th, 2015 Riccardo Fucile

E’ ORA CHE LO STATO RIPRISTINI LA LEGALITA’, NON DEVONO ESISTERE ZONE FRANCHE PER LA CRIMINALITA’

Dopo tante foto di abbracci, goal ed esultanze, ora sulla pagina Facebook dello Sporting Locri troneggia una scritta nera: “Game over”.
Le minacce, almeno per ora, fermano le ragazze del calcio. Si chiude. Causa intimidazioni.
È durata solo sei anni, malgrado risultati ed entusiasmo, l’avventura dell’Asd Sporting Locri, società  di calcio femminile a 5, che ha annunciato, allo stato, il ritiro dal campionato nazionale di serie A Elite e la fine delle attività .
A determinare l’epilogo inatteso, nel pieno delle feste natalizie, è stata la decisione del presidente del sodalizio, Ferdinando Armeni, di gettare la spugna assieme alla dirigenza dopo la sequela di avvertimenti in stile mafioso, con frasi minacciose e inviti espliciti a farsi da parte, contenuti in alcuni biglietti anonimi fatti recapitare allo stesso Armeni e ad altri dirigenti dello Sporting Locri.
Nell’ultimo messaggio trovato sull’auto del presidente, lasciata anche con uno pneumatico lacerato, c’era scritto: “Forse non siamo stati chiari. Lo Sporting Locri va chiuso se non vuoi avere danni. Sappiamo chi solitamente si siede in questo posto”.
Il ‘pizzino’ era stato lasciato sul finestrino anteriore della vettura di Armeni, dove solitamente è sistemato il seggiolino del figlio di tre anni.
Tutti gli episodi sono stati denunciati a carabinieri e polizia, che hanno avviato accertamenti per vagliare la natura delle minacce e risalire agli autori. Nulla, però, al momento, si sa sugli esiti delle indagini.
Quello che prevale, a Locri e non solo, è lo sconcerto per un finale che lascia l’amaro in bocca.
“Siamo senza parole – dice Armeni – dal momento che il nostro è solo un hobby, una passione per lo sport calcistico. Non è accettabile che si possa correre il rischio di essere colpiti anche nei nostri affetti più cari. Certo, può darsi che si tratti di una bravata, ma davvero non ce la sentiamo di andare avanti. Inutile nasconderlo, c’è rammarico nel dover chiudere dopo anni di successi che ci hanno consentito quest’anno di diventare la squadra rivelazione del campionato nazionale di serie A. Non riusciamo a capire, tuttavia, quali interessi ci possano essere da parte di chi vuole ostacolare un’attività  sportiva come questa”.
Lo Sporting Locri era ritenuta, sulla scorta dell’attuale quinto posto in classifica, la squadra rivelazione della massima serie di calcio femminile a 5, l’unica in Calabria a calcare la scena nazionale di categoria.
In queste ore ad Armeni e alla dirigenza è giunta da tutta l’Italia la solidarietà  delle altre società  che militano nel campionato nazionale.
Il vescovo di Locri mons. Francesco Oliva ha espresso “sentimenti di tristezza, indignazione e condanna”. Vicinanza e sostegno sono stati espressi dal presidente del Consiglio regionale Nicola Irto – con l’invito alla società  ad andare avanti – dal segretario regionale del Pd Ernesto Magorno, dal presidente della Commissione contro la ‘ndrangheta del Consiglio regionale Arturo Bova e dal sindaco di Locri Giovanni Calabrese che, da socio fondatore, ha anche invitato i vertici del club a non ritirare la squadra dal campionato.
Le giocatrici, però, non si arrendono. Sara Brunello, vice capitano della formazione, si dice “delusa, indignata e amareggiata” per la decisione presa dopo le minacce.
Lei e le sue compagne ci sperano ancora, e sono pronte a scendere in campo contro la Lazio il 10 gennaio.
Al loro fianco si è schierata Patrizia Panico, capitano delle azzurre del calcio, che si dice indignata per la decisione presa dalla società  di ritirarsi dal campionato “causa minacce”.
“È un fatto sconcertante, una cosa gravissima. Alle mie colleghe direi di non ritirarsi ma di giocare in altre città , dove troverebbero accoglienza e tifo”. E si dice pronta a organizzare una partita “di solidarietà  tra le ragazze di Locri e le azzurre, una partita simbolo contro la malavita”.
“È una cosa gravissima e che desta preoccupazione – commenta la Panico al telefono con l’Ansa – Questo vale per tutta la società  civile ma sono dinamiche che diventano ancora più sconcertanti perchè investono un settore che sembrava lontano dal vivere certe dinamiche”.
‘Sindacalista’ del pallone, la Panico invita però “a non restare negli spogliatoi”.
“La migliore risposta a simili nefandezze – aggiunge – è quella di non mollare e oltre che essere dispiaciuta per quanto successo penso anche alle mie colleghe che escono ancora più penalizzate da questa vicenda, non potendo più fare affidamento sul campionato e sui rimborsi. Io direi loro di non ritirarsi ma di giocare semmai in altre città , dove troverebbero accoglienza e tifo. A parte questo – aggiunge la Panico – mi piacerebbe che la giustizia svolgesse il suo ruolo, perchè tutte queste piccole attività  non si possono lasciare alla gestione individuale che poi deve confrontarsi con la criminalità  organizzata. Lo Stato deve intervenire”.
Intanto la capitano delle azzurre si dice pronta ad organizzare una partita “di richiamo, di solidarietà  tra le ragazze di Locri e le azzurre. Si, mi piacerebbe che si facesse una partita simbolo tra le giocatrici del calcio a 5 e quelle del calcio a 11: ecco, una partita di calciotto sarebbe lo slogan migliore contro la malavita e la criminalità “.

(da “Huffingtonpost”)

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FESTE DI “FAMIGLIA” CON COCA E FUCILI: IL NATALE DEI BOSS MAFIOSI

Dicembre 26th, 2015 Riccardo Fucile

ORGANIZZANO SUMMIT, BEVONO CHAMPAGNE, CELEBRANO RITI DI AFFILIAZIONE E SPARANO

Festeggiamenti in corso nelle case dei boss. Per loro le feste natalizie sono fitte fitte di impegni. Dalla Sicilia alla Lombardia, passando da Calabria, Campania, Lazio ed Emilia Romagna, padrini e picciotti si danno da fare.
Organizzano summit e “mangiate” a base di carne arrostita, affiliano e conferiscono cariche, stappano costosissime bottiglie di champagne Kristal e altre di genuino vino di casa.
Poi ci sono gli affari, che non conoscono ferie. Girano tra i commercianti chidendogli di “mettersi a posto” con la tangente, potenziano la rete di smercio della cocaina, che durante le feste, a detta degli stessi mafiosi intercettati, aumentata in maniera esponeziale.
E come ormai è tradizione festeggiano armi in pugno l’arrivo del nuovo anno. Sparando dai balconi e dai giardini delle loro ville con pistole, fucili e mitragliatrici.
‘Ndrangheta party
I capi supremi della mafia calabrese, è noto e ormai accertato nei processi, si riuniscono tra fine agosto e i primi giorni di settembre a Polsi, nei giorni della festa della madonna, all’ombra del santuario.
Hanno fatto il giro del mondo le riprese effettuate dal Ros dei carabinieri in cui i boss riuniti conferivano cariche e discutevano del futuro dell’organizzazione in quel luogo sacro.
Ma c’è anche un’altra occasione di festa e riunione per lo stato maggiore delle ‘ndrine.
A dicembre, in occasione delle feste natalizie.
È un particolare rivelato dal capo cosca di Siderno, paesone della Locride. Al figlio che gli chiede se i summit ufficiali del circolo ufficiali della ‘ndrangheta siano due o tre, il leader della famiglia risponde secco: «Pari», ovvero due.
Durante la festa religiosa e nei giorni a ridosso di Natale.
Un periodo buono anche per le promozioni dei giovani ‘ndranghetisti, il   rito con cui si arruolano nuovi soldati, con la ormai celebre cerimonia durante la quale viene bruciato il santino di San Michele Arcangelo, è un momento di festa che si somma all’euforia di quei giorni.
«Quando avrai quell’altra cosa Giovanni», così risponde al figlio un papà  premuroso che lo invita ad avere pazienza: la pistola a disposizione del clan non può ancora averla perchè prima deve essere investito di una carica più importante.
Un evento previsto per le venture festività  natalizie : «Magari per Natale ti diamo l’una e l’altra». Il ragazzo non è soddisfatto del discorsetto paterno: «Minchia io voglio la mia, però, pà ».
Il latitante torna a casa
Che feste sarebbero senza tutti, ma proprio tutti, i parenti seduti attorno al tavolo imbadito di specialità  locali? Per questo non è un vero Natale o un perfetto Capodanno, se all’appello manca l’uomo di casa.
Così i latitanti siciliani si fanno in quattro pur di presenziare ai festeggiamenti. Incoscienza? Certamente, ma anche una dimostrazione di forza. Perchè i mafiosi che fuggono dalla polizia sanno benissimo di avere mille occhi puntati addosso e una minima distrazione può loro costare cara.
Ma in Sicilia i boss ci tengono troppo alle riunioni di famiglia durante le feste. Gli investigatori lo sanno altrettanto bene, e per tutto il mese di dicembre stanno molto attenti a tutto ciò che si muove intorno alle abitazioni dei familiari del fuggitivo.
D’altronde molti latitanti sono caduti proprio su questioni di cuore o di gola. Impossibile resistere alla pasta al forno fatta da mammà . Per esempio, ai detective che seguivano un calabrese fuggito in Olanda, è bastato seguire la teglia al ragù per rintracciarlo nel suo covo ad Amsterdam.
La mesata
In Campania invece la regola fissa del Natale è chiedere la mazzetta ai commercianti. Una tradizione che si ripete a Pasqua e ferragosto. I boss non riescono proprio a farne a meno. E invece che divertirsi e andare in ferie per qualche giorno, molestano e intimidiscono commercianti e imprenditori.
Chiedono somme di denaro o regali, facendo riferimento all’esistenza di comuni amici, e molto spesso camuffando quella richiesta con la solidarietà  per chi sta in carcere. La formula classica utilizzata dai baby camorristi, dipendenti a tempo dei camorristi adulti, è «Vi dovete mettera a posto». Con tanti saluti e sinceri auguri dal clan del rione.
«A Natale e Capodanno il lavoro si fa più sostanzioso a livello di stupefacenti, perchè sotto il periodo delle feste c’è un consumo maggiore…a Natale poi ci sono le feste e quindi uno aveva bisogno di un po’ di liquidità ».
Il pentito racconta ai magistrati della procura di Roma degli affari con la cocaina. La ‘ndrangheta gestisce la gran parte della sostanza che arriva nella Capitale.
Durante le feste natalizie i consumi aumentano, quindi anche l’offerta.
Lavorano senza sosta i broker della ‘ndrangheta. Lavorano senza sosta pure i narcos dei clan. Un impegno che ha un fine preciso: ci sono i regali da fare alle mogli, sempre più esigenti, ai figli, che già  a 12 anni chiedono lo scooterone, i parenti che vogliono gioielli costosissimi.
Tutti, insomma, si aspettano un cadeau importante da l’uomo che, in fondo, gestisce milioni di euro al mese. Una responsabilità  da cui nessun manager della polvere bianca si può sottrarre. D’altronde è lo stesso pentito che spiega come nelle feste si davano più da fare perchè durante feste c’è bisogno di un po’ di piu’ di «liquidità ».
Nuovo anno col botto
Ma quale bomba di Maradona. Ma quali raudi e razzi. Queste bombette è roba per principianti. Gli uomini d’onore per salutare l’arrivo del nuovo anno imbracciano fucili, mitragliatrici e pistole. Sono fatti così, è gente semplice, che ama divertirsi con le cose che ha in casa. In effetti, armi e munizioni non ne mancano di certo in quelle abitazioni.
Quando arriva la mezzanotte, perciò, in molti paesi, anche del centro nord, si possono percepire senza troppa fatica raffiche e colpi secchi. Insomma, si trasformano in teatri di guerra.
Esagerazioni? Non proprio. Le intercettazioni lo confermano. Molti di questi tiratori scelti, infatti, dopo aver bevuto per tutta la sera chiamano amici e parenti per fare gli auguri. In queste telefonate si lasciano andare.
Come se quella notte fosse intercettazione-free. E così agli inquirenti è capitato di sentire dialoghi di questo tenore: «Acchiappo quella giusta … a capodanno, a capodanno acchiappo quella .. . trrrrrrrr … trrrrrrrr…quella è bella … bastarda quella non s’inceppa», si esaltata un giovanotto di un clan della piana di Gioia Tauro residente provincia di Como.
Anche nella provincia emiliana gli uomini della ‘ndrangheta non sono avari di proiettili. Dall’indagine Aemilia emergono i particolari di un normale veglione di follia.
Era il capodanno 2013, a Cadelbosco di Sopra, Reggio Emilia, e nell’abitazione di un imprenditore della ‘ndrangheta emiliana era in corso la festa. Pochi minuti dopo la mezzanotte parte il tradizionale giro di telefonate per gli auguri. In sottofondo gli investigatori ascoltano in diretta spari con pistole e fucili.
«Aspetta, aspetta un secondo, senti senti…questo è per te fai conto che sono con te», si sentono alcuni colpi di pistola e successivamente il rumore del caricamento dell’arma. «Hai sentito?», domanda l’uomo. E il suocero che si trova in Calabria risponde: «Che sono questi giocattoli, che non li senti che sono bombardini?», fa lo spaccone. «Te lo faccio vedere di persona il giocattolo che è», ribatte, ridendo, il marito della figlia. Poi il telefono passa proprio alla donna, che saluta il padre: «Papà  Tonino mi ha fatto sparare due colpi con il fucile, me lo ha dato tra le mani e mi ha fatto sparare con il fucile» dice entusiasta la figlia poco più che trentenne.
Nel frattempo si sente Tonino dire: «l’ultima caricata». E subito dopo la ragazza che al padre rivolge un pensiero dolce: «Dice che la caricata l’ha dedicata a te». Il papà  per nulla preoccupato della situazione risponde con un «altrettanto», lasciando intendere che anche dove si trova lui, a Cutro, in provincia di Crotone, hanno abbondantemente sparato quella notte di festa. «Amo con che fucile mi ha fatto sparare a capodanno?» chiede, infine la ragazza. «Con un Benelli M3», naturalmente.
Anche a Napoli si spara per la felicità .
I baby boss di Forcella, poi, sono i più fanatici delle armi. «Tre caricatori a Capodanno abbiamo sparato, non si ha inceppato una botta», urla al telefono uno di loro. Ma non sempre questi giochi di fuoco di fine anno finiscono bene.
Proprio a Forcella, in casa dei nuovi Giuliano ( il clan emergente e molto violento che sta terrorizzando la città ) era tutto pronto per il veglione del capodanno 2014. Verso le sette di sera un giovanotto della famiglia decide di provare la pistola 7,75 in uno dei vicoli vicino all’abitazione.
Qualche istante dopo aver sentito questi dialoghi, al 118 arriva una richiesta di soccorso per un ferito da arma da fuoco. La prova era finita malissimo, un cittadino del Bangladesh era stato colpito. Per poco non è stato ucciso. Come se nulla fosse il ragazzo di casa Giuliano torna a casa. Il veglione, gli amici, l’insalata di rinforzo, lo champagne, lo attendono.
Una notte di festa, che i mafiosi trasformano in delirio criminale.

Giovanni Tizian
(da “L’Espresso“)

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LE PADRINARIE

Dicembre 13th, 2015 Riccardo Fucile

C’E’ ANCORA UN POTERE CHE SI SOTTOPONE A ELEZIONI REGOLARI IN ITALIA: LA MAFIA

Le intercettazioni dei carabinieri hanno rivelato che nei mesi scorsi la cosca palermitana dal nome democristianissimo di Santa Maria di Gesù è andata alle urne per votare il nuovo Padrino.
Esaurita la Seconda Repubblica bipolare di Totò Riina e Provenzano, si è tornati alla Prima anche lì.
Non sono mancati gli slogan («Quando parliamo di Cosa Nostra, parliamo di Cosa Nostra») nè i dibattiti, svolti per lo più in una barberia infestata di «cimici» che hanno registrato le discussioni tra i favorevoli al voto palese e i fautori di quello segreto, e la preoccupazione di tutti i candidati per il proliferare dei «franchi tiratori»: un’espressione che, trattandosi di picciotti, poteva venire presa alla lettera da qualcuno.
Ma alla fine la riforma elettorale (il Mafiosum?) è passata senza colpo ferire e si è votato per alzata di mano.
Hanno prevalso Giuseppe Greco e il suo vice, Salvatore Profeta.
Gli sconfitti hanno accettato il verdetto baciando i vincitori. E tutti insieme, per festeggiare, hanno organizzato subito un omicidio, che ha portato sei di loro a essere arrestati ieri.
Al di là  delle note di colore, la restaurazione inesorabile della vecchia mafia di Buscetta ci ricorda che non è così vera la celebre massima del Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».
In Italia basta avere un po’ di pazienza e poi tutto ritorna com’era senza neanche il fastidio di doverlo cambiare.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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PROCESSIONE CON DOPPIO INCHINO AL BOSS: QUESTORE FERMA I PORTATORI

Dicembre 3rd, 2015 Riccardo Fucile

DURANTE I FESTEGGIAMENTI DI SANTA BARBARA A PATERNO’ SI FERMANO SOTTO LE FINESTRE DI UN PLURIPREGIUDICATO PER OMAGGIARE IL CAPOFAMIGLIA… INTERVIENE SUBITO IL QUESTORE E BLOCCA IL CORTEO

Col sottofondo della musica del Padrino, si sono inchinati sotto la casa del boss con un lieve – ma chiaro – ondeggiamento di quei catafalchi dorati e barocchi, tra una folla che cantava litanie e osservava.
E non è sfuggito ai molti testimoni l’omaggio plateale sotto le finestre di un pluripregiudicato legato al clan dei Santapaola, ora in carcere, e anche al figlio del capoclan, lui presente alla processione in carne ed ossa.
E’ successo a Paternò, in provincia di Catania, durante la tradizionale, caotica e affollatissima processione della patrona Santa Barbara: tre giorni di festeggiamenti continuati che culminano con la sfilate delle cosiddette “varette”, possenti cerei in legno intagliato raffiguranti scene della vita e del martirio della Santa, e portate in spalla dai rappresentanti delle varie corporazioni della città .
Ieri però tra catafalchi addobbati e dorati, due distinti gruppi di “fedeli” si sono fermati sotto le finestre di casa di un mafioso di peso e incarcerato.
E quei gruppi di devoti, uno che sfilava in rappresentanza degli ortofrutticoli mentre l’altro, ancora più simbolico, a nome dei dipendenti comunali di Paternò, lì sotto sono andati a mostrarsi e a “dichiararsi”.
Le voce dell’inchino è corsa rapida e, su segnalazione dei carabinieri, è intervenuto il questore di Catania, Marcello Cardona, che ha imposto l’immediato allontanamento dei due gruppi dell’omaggio al boss, decretando per loro il divieto di proseguire la manifestazione, e anche quelle dei giorni successivi, per questioni di pubblica sicurezza.
In particolare, si legge nel rapporto delle forze dell’ordine, nel corso della festività  religiosa di Paternò che include il giro per le vie del paese dei cerei votivi che rappresentano le varie categorie di lavoratori e professionisti, i carabinieri hanno constatato che ieri, in due diversi orari, alle 12.55 e alle 13.20, i portatori di due catafalchi si sono fermati dinanzi all’abitazione della famiglia di un noto pluripregiudicato,   attualmente detenuto   per associazione a delinquere di stampo mafioso.
Gli stessi portatori, si legge nel rapporto, hanno eseguito a turno il classico “dondolamento” effettuando movimenti simulatori di un inchino riverenziale dinanzi al figlio del detenuto dal quale, riportano ancora i resoconti ufficiali, si congedavano con il rituale bacio finale.
Il questore Cardone, lo stesso che sequestrò nei mesi scorsi i manifesti con gli auguri al bimbo con la scoppola e la scritta ‘cosa nostra’, ha ritenuto che “tale episodio indichi una chiara manifestazione della forza intimidatrice, tipica del potere mafioso, dando luogo ad una condotta pregiudizievole per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica nell’ambito della festività  in corso”.
Ed è intervenuto con un provvedimento d’urgenza.

(da “La Repubblica“)

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MAFIA, LA NOSTRA ISIS

Novembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile

QUESTA ORGANIZZAZIONE TERRORISTICA, ESSENDO FORMATA DA ITALIANI DOC, QUASI TUTTI DEVOTI CATTOLICI, NON SUSCITA LO STESSO ALLARME DI QUELLE MEDIORIENTALI

Magari fa comodo dimenticarlo, ma in Italia è tuttora viva e vegeta un’organizzazione terroristica che per un secolo ha fatto migliaia di morti ammazzati, che 13 e 12 anni fa mise l’Italia a ferro e a fuoco con stragi mai viste in Europa e nel mondo (salvo la Colombia e il Libano) e che da vent’anni non spara più perchè ha avuto quasi tutto ciò che chiedeva: la revoca di centinaia di 41-bis per i detenuti e l’ammorbidimento progressivo del carcere duro per chi ci è rimasto, una legge più blanda sui pentiti, l’omertà  legalizzata con la sostanziale depenalizzazione della falsa testimonianza, la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara, la delegittimazione scientifica di magistrati e pentiti, continui limiti alle intercettazioni e alle indagini, grandi opere da sub appaltare agli amici degli amici, mano libera sugli affari da Sud a Nord, condoni fiscali per ripulire i soldi sporchi direttamente con lo Stato, addirittura (dal 1999 al 2001) l’abolizione dell’ergastolo, leggi col buco su voto di scambio e autoriciclaggio, ora persino l’innalzamento del limite ai pagamenti in contanti da mille a 3 mila euro (così da poter spendere i proventi delle estorsioni spicciole senza dare nell’occhio).
Questa organizzazione terroristica, essendo formata da italiani doc, quasi tutti cattolici e molto devoti, non suscita lo stesso allarme di quelle di origine maghrebina e mediorientale.
Eppure controlla da decenni un vasto territorio: non fra Siria e Iraq, ma fra Sicilia, Calabria e Campania, con propaggini non in Libia o in Mali, ma in Lazio, Emilia Romagna, Piemonte, Lombardia, Val d’Aosta e altre regioni.
Non si è mai proclamata Stato solo perchè non ne aveva bisogno: diversamente dall’Isis, fortunatamente isolato, esecrato e combattuto dall’intero consesso civile, questa organizzazione terroristica ha sempre avuto ottimi rapporti con quello già  esistente, attraverso premier, ministri, sottosegretari, politici, governatori, sindaci, funzionari, poliziotti, carabinieri, 007, avvocati, banchieri, commercialisti, giornalisti, medici e prelati, ottenendo trattative, leggi di favore, impunità , assunzioni, appalti, finanziamenti, licenze, cure sanitarie e sacramenti.
Senza tutti questi agganci (i “concorsi esterni”), dopo due secoli di vita, sarebbe stata sconfitta da un pezzo.
Un sette volte presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, è risultato associato a essa fino al 1980 (e aveva cominciato nel 1946). Il n. 3 del Sisde, Bruno Contrada, era pagato dallo Stato ma lavorava per essa, infatti fu condannato a 10 anni.
Un tre volte presidente del Consiglio, Silvio B., leader del centrodestra, intratteneva con essa affettuosi e fruttuosi rapporti tramite l’amico Marcello Dell’Utri,che nel 1992-’93 s’inventò Forza Italia e ora sconta una condanna a 7 anni per mafia nel carcere di Parma, a qualche cella di distanza da Totò Riina.
Un due volte presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ora senatore a vita, ha appena rifiutato di testimoniare nel quarto processo su una delle stragi da essa perpetrata, dove morirono il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della scorta (il primo processo fu depistato da uomini della polizia, che confezionarono ai giudici un pacchetto completo di falsi colpevoli per risparmiare quelli veri).
Il pm che sostiene l’accusa nel processo sull’ultima trattativa fra l’organizzazione e pezzi dello Stato, Nino Di Matteo, è stato condannato a morte dal Riina con un piano stragista giunto al trasporto dell’esplosivo a Palermo,ed è costretto a viaggiare su un bomb jammer, ma soprattutto a subire l’isolamento dalle istituzioni e dalla sua categoria, il dileggio dei pennivendoli berlusconiani e l’indifferenza di quelli “progressista”.
Invece l’attuale ministro dell’Interno Angelino Alfano, responsabile dell’ordine pubblico e della lotta al terrorismo, passa per il nuovo Kennedy (nel senso di JFK) per le intercettazioni ambientali in cui si sentono alcuni mafiosi augurargli una morte violenta per non aver abrogato il 41bis.
Ora, il 41bis non è stato abolito non solo da Alfano, ma da tutti i governi succedutisi da quando fu istituito (decreto Scotti-Martelli, 6.8.1992). Ed è di competenza del ministro della Giustizia Andrea Orlando.
Perchè, allora, i mafiosi vogliono farla pagare a quello dell’Interno Alfano? Perchè essi stessi spiegano che, diversamente da altri, Alfano è stato “portato qua con i voti degli amici. È andato a finire con Berlusconi e poi si sono dimenticati tutti”.
Cioè è stato eletto da loro e poi s’è scordato di loro.
Ma di questo passaggio cruciale delle intercettazioni non c’è traccia nei titoli dei giornali e dei tg, così Alfano può tirarsela da martire ambulante che “rischia ogni giorno la vita per la lotta alla mafia”.
Purtroppo i mafiosi dicono ben altro: più che come Kennedy, è come Salvo Lima.
Ora sostituiamo la parola “mafia” con “Isis” e proviamo a immaginare che accadrebbe, in un qualunque paese d’Europa, se si scoprisse che: un ex premier era iscritto all’Isis; un altro — tuttora leader del centrodestra — è amico dell’Isis e ha il suo braccio destro in galera per complicità  con l’Isis; pezzi dello Stato hanno trattato con l’Isis per smettere di combatterla; l’ex presidente della Repubblica rifiuta di testimoniare al processo su una strage dell’Isis; e il ministro d el l’Interno è stato eletto dall’Isis e poi non s’è più fatto trovare.
Dovrebbero tutti dimettersi e correre a nascondersi, per evitare la lapidazione.
Invece, in Italia, l’Isis non ha (ancora) una sede nè un indirizzo.
Infatti i nostri eroi sono sempre andati sul classico, cioè su Cosa Nostra. Quindi tranquilli: siamo in buone mani.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)

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‘NDRANGHETA IN LIGURIA, LA RIBELLIONE DI ROLANDO FAZZARI: “MI SONO RIFIUTATO DI UCCIDERE, INTORNO A ME TERRA BRUCIATA”

Luglio 25th, 2015 Riccardo Fucile

LA CRISI DELLA SUA AZIENDA, I CAMION BRUCIATI E LA MORTE DEL FIGLIO SOTTO UN MURO CROLLATO PER IL QUALE LA REGIONE NEGO’ IL PERMESSO PER METTERLO IN SICUREZZA

“Io mi sono rifiutato, già  da ragazzo, d’ammazzare una persona. Nella nostra tenuta di Acarta, in Calabria, era stata fatta saltare una pala meccanica e io avrei dovuto vendicare l’attentato. Non l’ho fatto ma da mio padre ho saputo che l’uomo era stato ucciso lo stesso quando, una volta tornati in Liguria, a Borghetto Santo Spirito, mi ha messo una pistola fra le mani dicendo: ‘La pala l’hanno pagata! Se entra in cava qualcuno che non conosci, non devi far altro che ammazzarlo e sotterrarlo da qualche parte’.
Lo racconta a ilfattoquotidiano.it Rolando Fazzari.
Rolando è il figlio “dissidente” di Francesco Fazzari, emigrato in Liguria in giovane età  e considerato dagli investigatori della Dia un “braccio economico delle cosche calabresi, incaricato di investire e riciclare il denaro provento di attività  illecite”.
“Io non so se mio padre è stato battezzato — spiega Rolando — ma mi hanno detto che mio fratello Filippo lo è stato. E’ stato mio zio Salvatore, il fratello di mio padre, a dirmelo. Comunque gli amici di mio padre erano quasi tutti pregiudicati e venivano a casa ospiti a mangiare o a nascondersi, quando avevano problemi giù in Calabria”.
Il nome della famiglia Fazzari ricorre più volte nelle relazioni parlamentari antimafia (nel 2006 -2008-2009) e quando, nel 2009 Francesco muore, gli uomini della Squadra mobile di Savona si appostano per osservare chi partecipa al suo funerale e studiare gli assetti della ‘ndrangheta nel ponente ligure.
A Borghetto Santo in Spirito, il nome della famiglia Fazzari è noto per la “Cava dei veleni”, una discarica da 25 mila tonnellate di rifiuti pericolosi, chiusi in 12.500 bidoni, che costò allo Stato 21 milioni di euro per la bonifica.
Per questa vicenda, venne condannato in secondo grado, un altro figlio di Francesco, Filippo, che oggi vive latitante in Spagna, mentre le altre due figlie, Rita e Giulia, continuano ancor oggi a occuparsi di cave con l’aiuto di Carmelo Gullace, marito di Giulia.
Carmelo “Nino” Gullace è stato arrestato nel marzo scorso per usura, con conseguente condanna a tre anni e un mese ai domiciliari in Calabria.
Secondo il rapporto redatto nel 2011 dall’ex prefetto di Genova, Francesco Antonio Musolino, per la Commissione parlamentare antimafia, sarebbe il referente per il Nord-Ovest della cosca Raso-Gullace-Albanese.
Negli anni ’80 venne prosciolto dall’accusa di duplice omicidio nell’ambito della faida con i Facchineri e da quella d’aver partecipato al rapimento di Marco Gatta.
Più recentemente il suo nome è comparso in un’inchiesta lombarda, quella che ha coinvolto l’ex assessore regionale alla Casa, Domenico Zambetti. In una conversazione intercettata, l’imprenditore dell’oro Eugenio Costantino annovera “Ninetto” Gullace, insieme con il boss Pino D’Agostino, Peppe Ferraro e Micu Barbaro “fra i grandi della ‘ndrangheta ….gente che fanno tremare, i boss più forti…”
Cresciuto in questo contesto familiare, Rolando sceglie ben presto di allontanarsene: “Era 1984 quando sono entrato in una parrocchia di Loano e ho giurato a me stesso che non avrei avuto più niente a che fare con la mia famiglia d’origine — prosegue — Avevano cercato di far ricadere su di me la responsabilità  per dei fusti interrati”.
Questa presa di posizione porta ovviamente delle conseguenze.
La prima è che gli fanno terra bruciata e i prodotti della sua società , la Ligur Block, non si vendono.
Rolando lavora nella cava di Camporosso, a Balestrino, in provincia di Savona. Scopre spesso gomme bucate, incursioni nottorne in ufficio, impianti spaccati e persino camion bruciati.
Una volta qualcuno gli nasconde un mitra in cava, impacchettato con lo scotch marcato della società  (una vicenda per la quale Rolando venne arrestato e subito rilasciato).
E’ una situazione di tensione che coinvolge l’intera famiglia e che porta il figlio minore a recarsi spesso in cantiere di notte per controllare la situazione.
Sulla cava insiste una parete rocciosa che minaccia di franare e che Rolando chiede di poter metter in sicurezza sin dal 1996.
Il permesso gli viene negato dalla Regione, competente in materia.
Nel 1999 acquista quel fronte di cava con certificato di agibilità . Nonostante questo, nel 2005 chiede ancora inutilmente di poter intervenire.
Il 31 ottobre 2012 la parete frana, uccidendo il figlio Gabriele, di neanche diciott’anni, che stava cercando di dare una mano al padre.
“Mio figlio è morto per una serie di concause — lamenta Rolando — ma io ricordo molto bene quando, negli anni ’80, Filippo Fazzari cacciò il responsabile regionale preposto alle cave, minacciandolo di tirargli una pallottola in fronte. Questa gente è così. E qui tutti parlano, ma poi hanno paura e fanno ciò che vogliono loro”.

Chiara Pracchi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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“IN ITALIA ALMENO 5.000 TRATTORIE CONTROLLATE DALLA MAFIA”: LA DENUNCIA DELLA COLDIRETTI

Luglio 15th, 2015 Riccardo Fucile

A ROMA L’ANTIMAFIA SEQUESTRA “IL BARROCCIO” AL PANTHEON

Un altro noto ristorante del centro di Roma è finito nella rete dell’Antimafia.
La Dia, in esecuzione di un decreto emesso dal gip presso il Tribunale della Capitale, ha posto sotto sequestro preventivo il 60% delle quote della società  Barroccio 2015 srl, insieme al suo intero patrimonio aziendale costituito dal ristorante “Il Barroccio”, che si trova nella centralissima via dei Pastini, nella zona del Pantheon, nonchè la somma di 70 mila euro circa, depositata su un conto corrente bancario.
Entrambi i beni sono riconducibili a Salvatore Lania, l’imprenditore calabrese di Seminara residente a Roma, arrestato il 12 marzo scorso e al quale erano già  stati sequestrati due altri famosi ristoranti, “Il Faciolaro” e “La Rotonda”, sempre nella stessa via della Capitale, nonchè altri beni mobili ed immobili, per un valore complessivo di 10 milioni di euro.
Il sequestro odierno, eseguito dagli investigatori della Dia di Roma, è il risultato delle attività  di approfondimento e degli ulteriori accertamenti effettuati a carico dell’imprenditore a seguito dell’operazione del marzo scorso. Il valore complessivo dei beni sequestrati ammonta a circa un milione di euro.
Secondo Coldiretti, “sono almeno cinquemila i locali della ristorazione del nostro Paese nelle mani della criminalità  organizzata che approfitta della crisi economica per penetrare in modo sempre più massiccio e capillare nell’economia legale”.
Acquisendo e gestendo direttamente o indirettamente gli esercizi ristorativi le organizzazioni criminali hanno la possibilità  di rispondere facilmente a una delle necessità  più pressanti: riciclare il denaro frutto delle attività  illecite, come è emerso dal terzo Rapporto Agromafie elaborato da Coldiretti, Eurispes, e Osservatorio sulla criminalità  nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. Il volume d’affari complessivo dell’agromafia è salito – rileva la Coldiretti – a 15,4 miliardi di euro, in netta controtendenza rispetto alla fase recessiva del Paese.

(da “Huffingtonpost”)

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ECOMAFIA: 29.293 REATI ACCERTATI PER UN GIRO DI AFFARI DI 22 MILIARDI DI EURO

Luglio 2nd, 2015 Riccardo Fucile

STORIE DI CORROTTI, CLAN E INQUINATORI NE RAPPORTO DI LEGAMBIENTE

Finalmente gli ecocriminali saranno costretti a pagare.
Dopo 21 anni di battaglie, la legge n. 68 del 22 maggio 2015, ha introdotto i delitti contro l’ambiente nel Codice Penale.
Questa edizione 2015 del rapporto Ecomafia, realizzato col contributo di Cobat, ed edito dalla casa editrice Marotta e Cafiero, non può che aprirsi quindi con un grido di gioia e con la speranza che questo 2015 sia uno spartiacque, l’anno in cui le ecomafie e l’ecocriminalità  cominceranno ad essere contrastati con gli strumenti repressivi adeguati.
Intanto, il 2014 si è chiuso con un bilancio davvero pesante: 29.293 reati accertati, circa 80 al giorno, poco meno di 4 ogni ora, per un fatturato criminale che è cresciuto di 7 miliardi rispetto all’anno precedente raggiungendo la ragguardevole cifra di 22 miliardi, cui ha contribuito in maniera eclatante il settore dell’agroalimentare, con un fatturato che ha superato i 4,3 miliardi di euro.
Cresce l’incidenza criminale nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Puglia, Sicilia, Campania e Calabria), dove si è registrato più della metà  del numero complessivo di infrazioni (ben 14.736), con 12.732 denunce, 71 arresti e 5.127 sequestri.
Si registra un calo dei reati in Campania (-21% circa), dovuto forse ai tanti riflettori accesi di recente sulla regione, e un aumento degli illeciti in Puglia, col 15,4% dei reati accertati (4.499), 4.159 denunce e 5 arresti.
Numeri dovuti al capillare lavoro di monitoraggio e controllo svolto in tutta la regione dalle forze dell’ordine (in particolare da Carabinieri, Guardia di finanza e Corpo forestale dello Stato), coordinate operativamente da diversi anni grazie a un Accordo quadro promosso e finanziato dalla Regione Puglia.
Crescono i reati nel ciclo dei rifiuti (+ 26%) e le inchieste sul traffico organizzato di rifiuti (art.260 Dlgs 152/2006), che arrivano addirittura a 35.
Aumentano anche gli illeciti nel ciclo del cemento: 5.750 reati (+4,3%), realizzati soprattutto in Campania e poi in Calabria, Puglia e Lazio.
Numeri e storie di corrotti, clan e inquinatori, sono state illustrate oggi a Roma da Legambiente per la presentazione del rapporto Ecomafia 2015, alla presenza diRossella Muroni, direttrice nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, Alessandro Bratti, presidente della Commissione di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, Donatela Ferranti, presidente della Commissione giustizia della Camera, Salvatore Micillo, copromotore della legge sugli ecoreati, Andrea Orlando, Ministro della Giustizia, Serena Pellegrino, copromotrice della legge sugli ecoreati, Ermete Realacci, presidente della Commissione ambiente della Camera e copromotore della legge sugli ecoreati,Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia.
Durante la presentazione è stato letto anche messaggio di saluto inviato dal Presidente della RepubblicaSergio Mattarella, che sottolinea: “ricostruire un equilibrio tra territorio e società , tra sviluppo e cultura, tra ambiente e diritto della persona è anzitutto la grande impresa civica a cui ciascuno di noi è chiamato con responsabilità . Il rispetto dell’ambiente è essenziale per la coesione sociale e per la ripresa del Paese”.
“Quella del 2015 è una data straordinaria — ha dichiarato la direttrice nazionale di Legambiente Rossella Muroni -, l’anno della legge che introduce finalmente nel codice penale uno specifico Titolo dedicato ai delitti contro l’ambiente, che punisce chi vuole fare profitti a danno della salute collettiva e degli ecosistemi. Uno strumento fondamentale per combattere anche quella zona grigia, dove impera la corruzione che è diventata il principale nemico dell’ambiente a causa delle troppe amministrazioni colluse, degli appalti pilotati, degli amministratori disonesti e della gestione delle emergenze che consentono di aggirare regole e appalti trasparenti. La corruzione può servire per ottenere un determinato provvedimento o più semplicemente per far voltare dall’altra parte l’occhio vigile del funzionario, l’ultimo e traballante anello di una lunga catena di legalità . C’è bisogno allora dell’applicazione della legge sugli ecoreati — ha concluso Rossella Muroni —, ma anche di un complessivo cambio di passo, verso un paradigma economico più giusto e in grado di sollecitare nuova fiducia, partecipazione e trasparenza, perchè non ci si rassegni a pensare al malaffare come a un male senza rimedi”.
Di questo parla anche Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità  nazionale anticorruzione, che nell’intervista di Toni Mira contenuta nel rapporto afferma: “Gli appalti pubblici nel settore dell’ambiente sono tra quelli più esposti alla corruzione e alla criminalità  organizzata”.
I dati in questo senso parlano da soli.Sono ben 233 le inchieste ecocriminali in cui la corruzione ha svolto un ruolo cruciale, concluse con l’arresto di 2.529 persone e la denuncia di 2.016, grazie al contributo di 64 procure di diciotto regioni.
La Lombardia è la prima regione dove il fenomeno corruttivo si è maggiormente diffuso con 31 indagini, seguita subito dopo dalla Sicilia con 28 inchieste, la Campania con 27, il Lazio con 26 e la Calabria con 22. Dal Mose di Venezia ad alcuni cantieri dell’Alta velocità , dai Grandi eventi alle ricostruzioni post terremoto, dalla gestione dei rifiuti all’enogastronomia e alle rinnovabili, il fenomeno è purtroppo nazionale.
Analizzando le tipologie di reato, Ecomafia 2015 evidenzia, come già  detto, un boom di infrazioni accertate nel ciclo dei rifiuti, che superano la soglia delle 7mila, per la precisione 7.244, quasi 20 al giorno.
Alto è stato anche il numero di inchieste di traffico organizzato di rifiuti (art. 260 Dlgs 152/2006), ben 35 nel 2014, facendo salire il bilancio a 285 a partire dal 2002. Impressionante anche il quantitativo di rifiuti sequestrati in questo ultimo anno e mezzo: in appena 16 inchieste di questo tipo sono stati bloccati da provvedimenti giudiziari più di tre milioni di tonnellate di veleni.
I traffici di rifiuti corrono anche lungo le rotte internazionali dove a farla da padrone sono i materiali di scarto destinati illegalmente al riciclo o a un approssimativo recupero energetico: rottami di auto e veicoli soprattutto (38%) per il recupero dei materiali ferrosi, scarti di gomma e/o pneumatici (17,8%), e poi metalli, plastica, Raee e tessili.
Crescono anche i reati accertati nel settore del cemento, 5.750 (+ 4,3%), mentre la Campania si conferma regione con il più alto tasso di illegalità , seguita da Calabria, Puglia e Lazio.
A questi dati vanno aggiunte le stime sull’abusivismo edilizio elaborate dall’Istituto di ricerca Cresme Consulting, che nel 2014 sarebbe quantificabile in circa 18mila nuove costruzioni fuori legge, circa il 16% del nuovo costruito, con un giro d’affari che supera abbondantemente il miliardo di euro.
Nel 2014 il settore più redditizio per le organizzazioni criminali è stato quelloagroalimentare, il cui fatturato, tra sequestri e finanziamenti illeciti ha superato i 4,3 miliardi (l’anno prima era intorno ai 500 milioni) per 7.985 reati accertati.
Nel racket degli animali le forze dell’ordine hanno verbalizzato ben 7.846 reati tra bracconaggio, commercio illegale di specie protette, abigeato, allevamenti illegali, macellazioni in nero, pesca di frodo, combattimenti clandestini e maltrattamenti, con la denuncia di 7.201 persone, l’arresto di 11 e il sequestro di 2.479 tra animali vivi e morti. La Sicilia è la regione dove se ne sono contati di più.
Se cala poi il numero degli incendi aumenta però la superficie boschiva finita in fumo, che dai 4,7mila ettari del 2013 arriva ai 22,4 dello scorso anno, quasi 5 volte tanto.
Non mancano i reati ai danni di aree tutelate da vincoli paesaggistici e archeologiche, musei, biblioteche, archivi, mercati, fiere e altri luoghi a rischio. Nel 2014 sono stati 852 i furti d’opere d’arte accertati dalle forze dell’ordine.
Furti che hanno portato alla denuncia di 1.558 persone e all’arresto di 15. L’attività  più ricorrente tra quelle legate all’archeomafia è quella della ricettazione. Come gli altri anni il Lazio si conferma la regione con il maggior numero di reati, seguita da Emilia Romagna, Campania e Toscana.
Il 2014 è stato un anno di lavoro intenso per le Forze dell’Ordine che hanno raggiunto risultati sorprendenti nella lotta all’ecomafia. Il Corpo forestale dello Stato, insieme ai corpi regionali, come gli scorsi anni ha portato alla luce il numero più alto di infrazioni, 14.135, più del 48% del totale (con 11.214 denunce, 74 arresti e 3.778 sequestri). Risultati che fanno apparire ancora più incomprensibile la decisione del Governo di smembrare questo Corpo per inglobarlo in un’altra forza di polizia.
Spicca anche il lavoro svolto dai vari nuclei della Guardia di finanza, che seguendo l’odore dei soldi sporchi è sempre più spesso sulla scia degli ecocriminali: con 3.027 reati accertati ha messo a segno più del 10% del totale nazionale, raggiungendo numeri alti   anche per l’alto numero di denunce, 6.131, di sequestri, 3.027, e di arresti, 31.
I professionisti dell’ecomafia.
L’ecomafia cresce (324 i clan monitorati ad oggi), oltrepassa i confini nazionali, vede i suoi interessi economici aumentare e assume sempre più la forma di una vera e propria impresa al cui interno operano figure professionali precise e definite.
C’è il trafficante dei rifiuti che ha reso questa attività  illegale un affare dove a guadagnarci sono tutti gli anelli della catena, dai trasportatori agli industriali, dai tecnici agli intermediari con le istituzioni e agli utilizzatori finali che sotterrano i rifiuti nelle cave dismesse o nei terreni agricoli.
C’è l’imprenditore edile che favorisce il controllo diretto delle famiglie mafiose sugli appalti più “succulenti”, contribuendo alla devastazione dei luoghi più belli dell’Italia. L’uomo del supermarket o cassiere dei boss è colui che, attraverso le casse dei supermercati, ricicla ingenti quantità  di denaro per conto della mafia.
Da semplici prestanome a veri e propri tesorieri, questi imprenditori della grande distribuzione, negli ultimi vent’anni hanno fondato imperi economici in Sicilia, in Calabria e in Campania all’ombra dei clan.
Tra le figure chiave troviamo il politico locale, eletto grazie ai voti o al sostegno economico delle famiglie mafiose, che una volta in carica si deve sdebitare, prendendosi cura dei loro interessi. Spesso si tratta addirittura di politici “regolarmente” affiliati a un clan. Ma c’è anche il funzionario pubblico, meglio noto come “colletto bianco”, figura che svolge un ruolo fondamentale negli uffici delle pubbliche amministrazioni e degli enti, quando si tratta di rilasciare un permesso a costruire, un’autorizzazione, una licenza. Poi ci sono il tecnico, l’esperto e il consulente,figure coltivate in passato in seno alla famiglia mafiosa, oggi facilmente reclutabili sul mercato, spesso superprofessionisti utili per estendere il raggio dei propri business.
Una novità  assoluta è rappresentata dallo sviluppatore, professionista legato agli affari illeciti della green economy, esperto conoscitore dei meccanismi di sviluppo delle rinnovabili. In ultimo, ma non meno importanti compaiono il truffatore agroalimentare che, ai danni della salute dei consumatori, etichetta e vende prodotti di scarsissima qualità , scaduti o addirittura nocivi, sotto false diciture; il contrabbandiere di cuccioli che si macchia dei reati di compravendita illegale, occupazione di suolo pubblico, accattonaggio, truffa e maltrattamento di animali; il mercante di archeomafia che, avvalendosi di squadre di cercatori, saccheggia i siti archeologici per rivendere anfore e statuette sul mercato nero degli appassionati del genere.
“Finalmente — ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza — i reati ambientali saranno adeguatamente puniti. L’approvazione del Ddl dopo 21 anni di attesa rappresenta sicuramente un salto di civiltà  e una vittoria che avremmo voluto condividere con le tante realtà  che fino ad oggi hanno dovuto fare i conti anche con la concorrenza sleale dell’imprenditoria criminale. Ma così non è stato. Confindustria, dopo aver fatto di tutto per insabbiare e snaturare la legge, ha reagito alla sua approvazione come ad un indegno attacco all’imprenditoria italiana, senza capire che solo una netta separazione tra economia sana ed economia illegale può rilanciare l’indubbio ruolo positivo dell’imprenditoria, e sprecando un’ottima occasione per valorizzare le imprese sane. Peccato: sarebbe stato un bel segnale per il futuro del Paese che oggi paga costi altissimi, in termini economici ma anche sanitari e sociali, per aver garantito finora l’impunità  agli inquinatori. Infine oltre al ddl ecoreati, vogliamo ribadire che la buona politica e un sistema di controlli efficace sono il miglior antidoto per debellare le ecomafie, ecco perchè ci auspichiamo che nei prossimi mesi sia varata la legge di riforma del sistema delle agenzie ambientali, ancora ferma in Parlamento, e si metta mano alla Legge Obiettivo e alla nuova regolamentazione degli appalti”.

(da “Legambiente.it”)

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