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‘NDRANGHETA, RETATA IN EMILIA, IN MANETTE ANCHE POLITICO DI FORZA ITALIA

Gennaio 28th, 2015 Riccardo Fucile

117 ARRESTI, PRIMA GRANDE OPERAZIONE DELLA PROCURA DI BOLOGNA… COINVOLTO LO STORICO CLAN GRANDE ARACRI

Scacco alla ‘ndrangheta in Emilia Romagna. La Direzione distrettuale antimafia di Bologna ha disposto 117 arresti: dando vita all’inchiesta “Aemilia“, la prima maxi operazione che ha smascherato le infiltrazioni della criminalità  organizzata nella regione del nord, così come già  avvenuto in Lombardia (Crimine-Infinito), Piemonte (Minotauro) e Liguria (Maglio).
Altri 46 provvedimenti sono stati emessi dalle procure di Catanzaro e Brescia — in inchieste collegate — per un totale di oltre 160 arresti.
In manette anche il consigliere comunale di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani (Forza Italia). I carabinieri lo hanno prelevato dalla sua abitazione di Arceto di Scandiano. L’operazione, oltre all’Emilia, ha interessato la Lombardia, il Piemonte, il Veneto, la Calabria e la Sicilia. Migliaia i carabinieri impiegati, appartenenti ai Comandi Provinciali di Modena, Parma, Piacenza e Reggio Emilia.
Le misure cautelari sono state richieste dal sostituto procuratore Marco Mescolini e firmate dal gip Alberto Ziroldi.
Le 117 persone finite in carcere sono accusate, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, porto e detenzione illegali di armi, intestazione fittizia di beni, reimpiego di capitali di illecita provenienza, emissione di fatture per operazioni inesistenti ed altro.
Tutti reati commessi con l’aggravante di aver favorito l’attività  dell’associazione mafiosa.
Tra le persone coinvolte ci sono anche i fratelli del boss già  detenuto dal 2013 Nicolino Grande Aracri, Domenico ed Ernesto. Domenico Grande Aracri, avvocato penalista, è stato arrestato nell’ambito delle misure emesse dall’antimafia bolognese. Mentre Ernesto Grande Aracri è uno dei destinatari dei 37 provvedimenti di fermo emessi dalla Dda di Catanzaro.
I Grande Aracri sono uno storico clan originario di Cutro (Catanzaro), da anni radicato nella provincia di Reggio Emilia, con infiltrazioni in molteplici settori economici ed imprenditoriali, soprattutto nel business dell’edilizia.
Dall’inchiesta, secondo quanto si è appreso, è emersa la diffusione capillare in Emilia Romagna, e in parte della Lombardia e del Veneto, delle attività  della cosca di ‘ndrangheta dei Grande Aracri sotto il diretto controllo e la guida di Nicolino Grande Aracri.
In manette anche diversi imprenditori calabresi, alcuni già  noti alle forze dell’ordine, tra cui Nicolino Sarcone, considerato anche da indagini precedenti il reggente della cosca su Reggio Emilia.
Sarcone, già  condannato in primo grado per associazione mafiosa, è stato recentemente destinatario di una misura di prevenzione patrimoniale che gli aveva bloccato beni per 5 milioni di euro.
Nell’ambito dell’inchiesta, nel 2012, venne ascoltato come persona informata sui fatti Graziano Delrio, attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio e all’epoca ex sindaco di Reggio Emilia.
Assieme all’allora presidente della Provincia Sonia Masini e al consigliere regionale del Pdl Fabio Filippi (nessuno dei tre è coinvolto nelle indagini).
Sotto la lente dell’antimafia di Bologna era finita una cena del 21 marzo 2012 tra alcuni politici reggiani — fra cui l’allora capogruppo in Provincia del Pdl Giuseppe Pagliani, oggi arrestato, e il consigliere comunale Rocco Gualtieri — e personaggi ritenuti vicini alla criminalità  organizzata.
Pagliani spiegò di essere stato invitato alla cena da alcuni imprenditori calabresi per discutere della crisi e delle difficoltà  nel settore dell’edilizia e dei trasporti.
Tra i presenti Alfonso Diletto, i fratelli Nicolino, Gianluigi e Giuseppe Sarcone Grande ritenuti vicini al clan Grande Aracri, Gianni Floro Vito, Michele Colacino: tutte persone considerate vicine al clan ‘ndranghetista.
Ma gli inquirenti, nel 2012, avrebbero chiesto chiarimenti a Delrio, Masini e Filippi anche sulla processione del Cristo a Cutro datata 2009, quando scesero in Calabria l’ex sindaco Antonella Spaggiari, lo stesso Delrio e Fabio Filippi: la terna dei candidati sindaci che proprio quell’anno dovevano sfidarsi alle elezioni comunali.
Dall’inchiesta di oggi, sottolineano gli investigatori, emerge che la ‘ndrangheta in Emilia ha assunto una nuova veste, grazie all’appoggio degli imprenditori locali. I dettagli dell’operazione saranno resi noti in una conferenza stampa in programma alle 10:45 presso la procura di Bologna, alla presenza del procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SIGILLI ALL’AGENZIA DI POMPE FUNEBRI DOVE LA PROCESSIONE SI FERMO’ PER L’INCHINO AL BOSS

Dicembre 30th, 2014 Riccardo Fucile

E’ DEL CAPOMAFIA D’AMBROGIO, RINCHIUSO DA UN ANNO AL CARCERE DURO… ERA PRESENTE AL SUMMIT IN CUI SI PROGRAMMO’ L’ATTENTATO AL PM DI MATTEO… SEQUESTRATO UN TESORETTO DI 2 MILIONI DI EURO

Il padrino del centro città  è al carcere duro ormai dal luglio 2013, ma la sua agenzia di pompe funebri non ha mai smesso di lavorare.
Anzi, ha anche aperto nuovi uffici. E la sede principale, a due passi dalla facoltà  di Giurisprudenza e dal Municipio, è sempre piena di gente.
A fine luglio, qui davanti, si fermò persino la processione della Madonna del Carmine. Per l’ennesimo ossequio al reuccio di Porta Nuova, Alessandro D’Ambrogio. Adesso, quell’inchino rivelato da un video di Repubblica viene ricordato dal pubblico ministero Dario Scaletta e dal procuratore aggiunto Dino Petralia nella richiesta di sequestro di beni per il capomafia.
Il provvedimento, firmato dalla sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, è stato eseguito dai finanzieri del Gico, il gruppo antimafia del nucleo di polizia tributaria di Palermo, e dai carabinieri del nucleo Investigativo, che nel 2013 hanno arrestato D’Ambrogio e mandato all’aria i suoi piani.
Ufficialmente, la “Servizi Funebri D’Ambrogio” di via Ponticello 13 era intestata a due cognate del boss, Teresa Mangiaracina, la moglie di Iano D’Ambrogio, e a Cosima Fuschi, moglie di un altro fratello del capomafia, Gaetano.
Il boss è invece ufficialmente nullatenente.
Anzi, nel 2003 ha dichiarato redditi da lavoro dipendente per 659 euro; l’anno successivo è sceso a 166 euro.
In realtà , dicono le indagini, sarebbe stato il vero proprietario dell’agenzia di pompe funebri, che non era soltanto un’azienda, ma un vero e proprio covo per summit e riunioni riservate fra i mafiosi più in vista di Palermo.
Ora, arriva il sequestro di beni, che riguarda anche un appartamento, è l’abitazione che il boss divide con la madre Maria, in via Tricomi; sigilli anche per tre negozi e per una Minicooper Sd Countryman.
E la gestione di questo ennesimo patrimonio illecito passa a un amministratore giudiziario nominato dal tribunale di Palermo.
Il giorno dell’inchino della Madonna del Carmine, i tre fratelli del boss D’Ambrogio erano tutti lì, davanti all’agenzia di pompe funebri di via Ponticello, per accogliere la festa più importante dell’anno.
Franco, con amici e parenti. Iano e Gaetano un po’ in disparte. I fratelli D’Ambrogio non sono mai stati indagati per mafia, ma non è per loro che si ferma la processione.
Sembra una sosta infinita, la più lunga di tutto il corteo. Anzi, soste ce ne sono ben poche lungo il percorso.
Per i giochi d’artificio o per le offerte di alcuni fedeli. I D’Ambrogio non fanno nè fuochi d’artificio, nè offerte
Chiedono ai confrati di portare sin sulla statua due bambini della famiglia. Poi, Franco D’Ambrogio saluta con un sorriso. E la processione riprende.
Restano i misteri di Alessandro D’Ambrogio, che l’ultimo pentito di mafia, Vito Galatolo descrive al summit in cui si discusse dell’attentato al pm Nino Di Matteo.
Era il dicembre 2012. “La sua famiglia e quella di Sam Lorenzo – ha spiegato – misero 70 mila euro per l’acquisto del tritolo in Calabria”.

Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica“)

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IL RITORNO DEL GATTOPARDO: LA POLITICA COMMISSARIA LA PROCURA DI PALERMO

Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile

DESTRA E SINISTRA TUTTI D’ACCORDO, COMPRESI I GRILLINI

Ieri, con la nomina di Franco Lo Voi a successore di Francesco Messineo, il Palazzo si è ripreso la Procura di Palermo che aveva dovuto mollare 22 anni fa, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, con la rivolta dei pm ragazzini cresciuti al fianco di Falcone e Borsellino che misero in fuga il famigerato Pietro Giammanco e propiziarono l’arrivo di Gian Carlo Caselli.
Ora quella stagione che, fra alti e bassi, aveva garantito risultati eccezionali nella lotta a Cosa Nostra e ai suoi tentacoli politico-affaristico-istituzionali, si chiude violentemente con un colpo di mano che ha nel Csm l’esecutore materiale e negli alti vertici dello Stati e dei partiti i mandanti.
Un replay, ma in peggio, dell’operazione che nel 1988 portò l’anziano Antonino Meli e non l’esperto Giovanni Falcone al vertice dell’Ufficio Istruzione.
In peggio perchè, allora, prevalse nel Csm l’osservanza delle regole formali dell’anzianità .
Stavolta tutte le regole, fissate in precise circolari del Csm, sono state travolte per premiare il candidato più giovane, inesperto e totalmente sprovvisto dei titoli minimi richiesti per quell’incarico.
Lo Voi ha 9 anni in meno dei due concorrenti — i procuratori di Messina, Guido Lo Forte, e di Caltanissetta, Sergio Lari —, non ha mai diretto nè organizzato un ufficio giudiziario, non è mai stato nè capo nè aggiunto, ma solo sostituto (e per tre anni appena).
L’unico incarico di prestigio l’ha ottenuto per nomina politica: delegato italiano in Eurojust per grazia ricevuta dal governo B.
Il che, a prescindere dagli altri handicap, avrebbe dovuto escluderlo in partenza dalla corsa per la Procura che ha fatto condannare per mafia Marcello Dell’Utri e lo sta processando per la Trattativa.
Invece è stato questo uno dei pregi che gli sono valsi la vittoria.
Non è qui in discussione l’onestà  personale nè la capacità  professionale di Lo Voi, che ha fama di buon magistrato.
Ma la violazione sfacciata della legalità  da parte di un Csm che, totalmente asservito ai diktat della politica, ha rinunciato per sempre al ruolo costituzionale di “autogoverno” dei magistrati e ora non tenta neppure di spiegare perchè non rispetta neppure le proprie regole.
L’ordine partito dai piani alti era ben noto agli addetti ai lavori fin da luglio, quando il Quirinale bloccò il Csm che stava per nominare Lo Forte (uscito primo in commissione Incarichi direttivi): normalizzare Palermo e commissariare la Procura che ha osato trascinare sul banco degli imputati boss, politici e alti ufficiali per la trattativa Stato-mafia, fino allo sfregio finale di disturbare il presidente Napolitano.
E l’ordine è stato puntualmente eseguito da tutti i membri laici, cioè politici, di centrodestra e centrosinistra: il Patto del Nazareno con l’aggiunta sorprendente del “grillino” Zaccaria (complimenti vivissimi) e quella scontata dei togati di Magistratura Indipendente (la corrente di Lo Voi) e dei vertici della Cassazione.
Cioè del presidente Giorgio Santacroce, già  commensale di Previti; e del Pg Gianfranco Ciani, che due anni fa parlò con Piero Grasso di avocare l’indagine sulla Trattativa a gentile richiesta del Quirinale e dell’indagato Mancino.
Di fatto, Lo Voi è il primo procuratore di nomina politica della storia repubblicana, sulla scia di quel che accadde nel 2005 per la Procura nazionale antimafia, quando il governo B. varò tre leggi (poi dichiarate incostituzionali dalla Consulta) per eliminare Caselli e intronare il suo unico concorrente, Grasso.
Dopo due anni di condanne a morte targate Riina e Messina Denaro — con tanto di tritolo già  pronto — contro il pm Nino Di Matteo, e di minacce di servizi vari (“deviati”, si dice) al Pg Roberto Scarpinato, totalmente ignorate dai vertici istituzionali, Palermo attendeva un segnale da Roma.
E quel segnale è arrivato: Lari, scortato col primo livello di protezione per le sue indagini su stragi e depistaggi, non può guidare la Procura di Palermo; e nemmeno Lo Forte, reo di aver processato Andreotti, Carnevale, Contrada, Dell’Utri & C.: rischiavano di sostenere il processo sulla trattativa e le indagini sui mandanti esterni delle stragi.
Lo Stato di Mafia Capitale non se lo può permettere.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL PENTITO GALATOLO: “IL TRITOLO PER DI MATTEO È COSTATO 450 MILA EURO, L’HO VISTO NEI BIDONI, È ANCORA A PALERMO”

Dicembre 17th, 2014 Riccardo Fucile

CONTINUA LA RICERCA DELL’ESPLOSIVO DA PARTE DEGLI INQUIRENTI

Per uccidere Nino Di Matteo i killer di Cosa Nostra erano pronti a colpire anche a Santa Flavia, la borgata marinara dove il pm di Palermo trascorre le ferie.
“Avevamo pensato di posizionare un furgone nei pressi del Palazzo di Giustizia, ma non ritenemmo di procedere perchè ci sarebbero state molte vittime. Pensammo quindi a Santa Flavia, dove spesso Di Matteo trascorre le vacanze estive”.
È questo il racconto inedito del neo-pentito Vito Galatolo, contenuto nel verbale stilato il 14 novembre scorso davanti ai pm palermitani e riversato con molti omissis nel provvedimento di fermo che stamane ha portato alla cattura del boss Vincenzo Graziano, considerato il nuovo reggente dell’Acquasanta.
Per Galatolo, è proprio Graziano il boss che nei primi mesi del 2013 acquista 200 chili di tritolo proveniente dalla Calabria per l’attentato a Di Matteo, nascondendoli in un posto sicuro: “L’esplosivo — dice il neo-pentito — è stato spostato da Graziano e penso che sia custodito in una sua abitazione a Monreale”.
La stessa zona dove si erano concentrate le prime ricerche degli investigatori nelle ore successive al pentimento del picciotto dell’Acquasanta.
Tornando ancora una volta a caccia del tritolo, invece, ieri mattina gli uomini della Finanza hanno perquisito decine di case, vicoli e covi nascosti nella borgata di Resuttana e contemporaneamente hanno fatto scattare un blitz all’Acquasanta dove hanno setacciato ogni centimetro del Fondo Pipitone, la storica roccaforte dei Galatolo dove, negli anni Ottanta e Novanta, partivano gli ordini di morte per i delitti eccellenti di Cosa Nostra.
“L’esplosivo non è stato trovato — ha ammesso il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi, che ha coordinato l’intera operazione — continueremo a cercarlo senza sosta”.
Cento chili di quel tritolo sarebbero ancora nascosti a Palermo.
E Galatolo avverte: “La presenza dell’esplosivo in città  rende ancora attuale il pericolo dell’attentato a Di Matteo”.
Un attentato ordinato direttamente da Matteo Messina Denaro, che i picciotti chiamano “il fratellone” leggendo la sua lettera nel summit convocato il 9 dicembre 2012 per pianificare il ritorno dello stragismo a Palermo.
Ecco il racconto di Galatolo: “Andai a una riunione in corso Tukory: erano presenti Graziano, Antonino Lipari, Girolamo Biondino, Alessandro D’Ambrogio, Silvio Guerrera. Rimanemmo solo io, Graziano, D’Ambrogio e Biondino. Quest’ultimo, riprendendo la lettera di Messina Denaro, disse che bisognava fare un attentato a Di Matteo perchè stava andando oltre e ciò non era possibile”.
È in questa occasione che i picciotti decidono di fare una “colletta” per l’acquisto dell’esplosivo: “Vista l’impossibilità  di Messina Denaro ad approntare il denaro necessario, decidemmo di esporci economicamente per la preparazione dell’attentato: io mi impegnai con 360.000 euro mentre le famiglie di Palermo-centro e San Lorenzo si impegnarono per 70.000 euro. L’esplosivo sarebbe stato acquistato in Calabria da uomini che avevano delle cave, e poi trasferito a Palermo. Seppi più tardi che Biondino definì personalmente l’acquisto e che, una volta arrivato a Palermo, circa due mesi dopo la riunione, l’esplosivo fu affidato a Graziano”.
Il neo-pentito rivela di aver visto con i suoi occhi i panetti di tritolo il 16 marzo 2013: “L’esplosivo era conservato all’Arenella in alcuni locali di Graziano ed era contenuto in un fusto di lamiera e in un grande contenitore di plastica dura. Sopra questi bidoni, vi era uno scatolo di cartone: all’interno era composto da tanti panetti di colore marrone avvolti da pezze di tessuto”.
Una parte di quell’esplosivo, però, risultava danneggiata.
“Ricordo — dice Galatolo — che la parte bassa del contenitore di plastica blu era umida e con tracce di salsedine. Per tale motivo, Graziano mi disse che questo contenitore doveva essere sostituito”.
Poi, a un certo punto, il progetto di strage si blocca.
“Il 6 maggio 2013 mi incontrai con Graziano — spiega il collaboratore — e fui io a chiedergli notizie: mi disse che la situazione era in stand by poichè Biondino era stato arrestato, e che l’esplosivo era al sicuro”.
Tra i progetti di morte ordinati da Messina Denaro, anche gli attentati ai pentiti Gaspare Spatuzza e Nino Giuffrè.
Che scatenano una sorta di furia omicida nei confronti di altri collaboratori, fino alla faida familiare.
Galatolo alla fine rivela: “Nacque da parte mia il proposito di eliminare mia sorella Giovanna (pentita un anno e mezzo fa, ndr), mentre Graziano propose di uccidere Francesco Onorato”.

Pipitone e Rizza
(da “il Fatto Quotidiano”)

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ROBERTO SAVIANO: “IL VECCHIO VOLTO DI MAFIA CAPITALE”

Dicembre 14th, 2014 Riccardo Fucile

I DILETTANTI DELL’ANTIMAFIA

In questi giorni, dopo l’inchiesta “Mafia Capitale”, sono diventati tutti conoscitori di mafia.
Non ho mai temuto i professionisti dell’antimafia, ma i dilettanti sì e ho sentito affermazioni talmente assurde che mi viene da pensare che chi le ha pronunciate non solo non conosce il fenomeno criminale, ma non conosce forse nemmeno il Paese. D’improvviso sembra stupirsi che le organizzazioni mafiose agiscano con alleanze imprenditoriali e politiche.
Ma in quale Paese ha vissuto sino ad ora?
Non solo Mafia Capitale ma anche la più recente inchiesta “Quarto Passo” in Umbria mostra come le organizzazioni siano in tempo di crisi la nuova e unica linea di credito all’impresa italiana. Chi sottovaluta il problema non riesce a capire quello che sta accadendo nel Paese, e allora decide che è meglio prendere in giro e sottovalutare.
Il Pd sembra accorgersi solo ora del meccanismo di corruzione di cui molti suoi uomini erano protagonisti da molto tempo. Agisce costretto dalle inchieste giudiziarie quando avrebbe dovuto al contrario ispirare le inchieste.
Beppe Grillo ha detto, a proposito di Mafia Capitale: «La parola mafia ci depista. Ci ricorda qualcosa che non c’è più. Oggi un’associazione mafiosa è fatta da professionisti, politici, magistrati, poliziotti; il mafioso non c’è neanche».
Sono anni che si lotta per ribadire culturalmente che mafia significa invece proprio questo: impresa, borghesia imprenditoriale, rapporti con i media.
Mi domando: ma secondo Grillo cosa sono state le organizzazioni criminali italiane sino a questo momento? Dei cafoni armati di fucile?
Quindi secondo l’interpretazione di alcuni adesso, e solo adesso, la mafia sarebbe «diventata tridimensionale perchè ci sono dentro politici, imprenditori, massoni, spacciatori», e perchè ha smesso di parlare calabrese, napoletano, lucano, casertano, siciliano?
Queste sono semplificazioni inaccettabili.
Ciò che mi viene da dire a chi condivide queste tesi è: ma sapete che le cose sono sempre andate così?
Quando si riduce tutto al contadino dalla parlata incomprensibile, del cafone con il kalashnikov, si sta facendo il gioco delle mafie più o meno consapevolmente.
Il boss che sappia uccidere e allo stesso tempo gestire il segmento economico dell’organizzazione è la base di una struttura vincente.
Mafia Capitale è in realtà  il primo e compiuto tentativo di dimostrare, da parte dei pm, che il modello delle mafie storiche è stato mutuato su Roma.
La novità  scientifica di questa indagine non è limitata alla sola corruzione: ma dimostra come il meccanismo mafioso e l’operatività  delle cosche si sia imposta nella vita della Capitale.
Per questa ragione il legame tra Carminati e le organizzazioni non è episodico e momentaneo.
Riuscite davvero a immaginare Pasquale Condello o Michele Zagaria che parlano con il sindaco di Sacrofano in merito al catering per la chiusura della campagna elettorale e si fanno commissionare una grigliata?
È inimmaginabile che un capo mafia del Sud si occupi di grigliate.
Ma attenzione: i clan si occupano di ogni singolo affare dal più piccolo al più grande. I Mazzarella di Napoli hanno raccolto estorsioni “straccione” persino dai lavavetri eppure investivano nei duty free in diversi aeroporti mondiali.
Provenzano stesso con i suoi pizzini interviene sulle strade interpoderali da affidare a imprese amiche.
Il ruolo mafioso di Carminati è un ruolo diverso rispetto a quello dei boss storici delle mafie tradizionali: è però l’anello che congiunge le mafie storiche e Roma: un multiservice con un certo grado di autonomia.
Da Reggio Calabria a Palermo le organizzazioni criminali sono in guerra aperta tra loro e sanno come essere parte dello Stato con strategie differenti.
Carminati e Buzzi sono diversi: hanno usato telefonini, hanno avuto incontri contrassegnati dall’imprudenza tipica di chi si sente tutto sommato fuori pericolo, di chi sente che l’attenzione è altrove, perchè è convinto che gli altri pensino che la mafia sia un’altra cosa, e che questo pensiero li proteggerà .
Chi parla di nuova mafia tridimensionale a Roma sembra aver rimosso l’influenza di Cosa Nostra sulla politica romana raccontata da Buscetta e della camorra raccontata da Galasso e parliamo di dati accertati da decenni, è storia condivisa insomma.
Ci si dimentica del braccio destro di Cutolo, Vincenzo Casillo ‘o Nirone munito di tesserino dei servizi, ucciso nell’83 a Roma proprio fuori la sede del Sismi in Via Clemente VII e l’elenco di connivenze sarebbe infinito.
Le mafie sono organizzazioni che da sempre hanno più sponde in politica, ed è esattamente ciò che differenzia il reato stesso di associazione mafiosa dalla semplice associazione criminale.
Se oggi si afferma che esiste un nuovo percorso, significa che non si è data abbastanza attenzione alla dinamica mafiosa fino a questo momento.
Significa non aver mai ascoltato chi da anni denuncia la presenza della mafia al Nord, la presenza della mafia a Roma.
Ci hanno considerati matti, esagerati, sbruffoni, speculatori, diffamatori eppure la verità  è solo questa: il tema mafia fuori dai luoghi in cui si ritiene che le mafie nascano, ovvero il tema mafia fuori dalla Campania, dalla Calabria, dalla Sicilia, dalla Puglia è sempre stato sottovalutato, marginalizzato, mai approfondito, trattato solo nelle aule dei tribunali, solo in superficie.
Il primo ministro Renzi delega ai probiviri come se fosse una questione personale e di uomini.
Eppure il sistema fiscale e la burocrazia sono i grandi alleati delle organizzazioni criminali, il loro strumento d’accesso per divorare le imprese sane ancora rimaste in piedi.
È ovviamente già  partita da soliti siti di retroscena e parte della stampa berlusconiana la sottovalutazione del problema per far credere che sia tutto un giro di poveracci e rubapolli. Non ce ne stupiamo.
Il motivo è semplice: sono complici spesso della stessa cultura che ispira questi mondi criminali romani pensando che mafioso sia solo lo sfregio di Al Capone o l’occhio pigro di Lucky Luciano.
Iperbole e sfottò sono uguali modalità  per non comprendere. Ora l’inchiesta dimostra che le grandi organizzazioni criminali storiche sono su Roma da sempre e che Carminati e Buzzi sono solo una rubrica dei loro affari.
Ciò che è cambiato non è la mafia, non è la sua tridimensionalità , non è il coinvolgimento di politici, imprenditori o massoni deviati ma il fatto che ora la presenza a Roma è diventata innegabile.
La mafia non si esporta, ma come ogni modello vincente si diffonde in nome della sua capacità  di successo e di intimidazione.
Il fenomeno va contrastato, ma prima va capito.
Il Paese si è accorto che le mafie si sostituiscono alle banche quando non sono (ma su questo c’è da lavorarci molto) direttamente partner delle banche italiane?
Il governo deve affrontare il problema dal lato della sua rilevanza economica.
O si interrompe questo meccanismo, o in Italia l’economia più forte, quella vincente, quella che verrà  imitata e che diffonderà  i propri modelli, continuerà  a essere l’economia mafiosa.

Roberto Saviano
(da “La Repubblica“)

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I FINANZIAMENTI (REGISTRATI) DI BUZZI ALLA POLITICA, DAI DS AI VERDI

Dicembre 5th, 2014 Riccardo Fucile

VERSAMENTI PER DECINE DI MIGLIAIA DI EURO A FORMAZIONI DI CENTROSINISTRA… NEL 2001 ELARGITI 10.000 EURO ALLA SENATRICE DI SEL DE PETRIS CHE REPLICA: “ESTEREFATTA, BUZZI LO CONOSCO BENE”

Non solo quelli delle buste meticolosamente compilate dalla segretaria Nadia Cerrito, la tenutaria del segretissimo libro mastro della corruzione politico-mafiosa romana emersa con l’inchiesta “Mondo di mezzo”.
Salvatore Buzzi, braccio sinistro di Massimo Carminati e capo della cooperativa “29 Giugno”, attraverso la società  ha elargito a partiti e personaggi politici anche finanziamenti regolarmente dichiarati.
Accanto ai soldi che avrebbe versato in “nero” ai vari Luca Odevaine, Franco Panzironi e agli altri politici e amministratori della capitale elencati nei documenti della Cerrito, la cooperativa “29 Giugno” risulta infatti essere stata protagonista nell’ultimo decennio di altre “donazioni” di natura politica, registrate, come la legge vuole, presso gli uffici della Camera dei deputati.
Si va dai tre finanziamenti da 18 mila, 11 mila e 10 mila euro versati tra l’ottobre 2002 e il maggio 2003 al partito dei Democratici di sinistra di Roma (curiosamente annotati come “Iniziativa sostegno solidale”), ai 10 mila euro elargiti nell’agosto scorso a Domenico De Vincenzi, ex presidente dell’azienda regionale di trasporti Cotral e candidato sindaco nella scorsa primavera al comune di Guidonia dopo aver vinto le primarie del Partito Democratico.
C’è poi il finanziamento di 10mila euro del febbraio 2014 in favore del “Partito Democratico Comitato provvisorio-Città  di Roma” e un altro, erogato nell’agosto del 2001 a Loredana De Petris, ex parlamentare e consigliere comunale dei Verdi e attuale capogruppo al Senato di Sinistra Ecologia Libertà  (Sel).
Qual è la storia di questi finanziamenti?
Ilfattoquotidiano.it ha interpellato gli interessati. De Vincenzi spiega attraverso una collaboratrice che «si è trattato di un contributo relativo alla campagna elettorale della scorsa primavera per le elezioni a sindaco del comune di Guidonia».
Ci tiene a precisare che «non ha mai incontrato nè Buzzi nè altri esponenti della 29 Giugno».
Quanto alla De Petris, la senatrice di Sel chiarisce: «Sono esterrefatta e sgomenta da quanto sta emergendo dall’inchiesta giudiziaria. Conoscevo e conosco Buzzi e la “29 Giugno” abbastanza bene, loro come altre cooperative impegnate nel sociale.
Nella campagna di sottoscrizione pubblica del 2001 ero candidata alla Camera dei deputati per la federazione dei Verdi e mi arrivò questo finanziamento regolarmente fatturato. Sono senza parole e molto dispiaciuta: solo qualche giorno fa stavo per dare io contributi alla “29 Giugno”: un sms mi informava che avrei potuto sostenere un loro progetto di finanza etica con una donazione da 500 a 10 mila euro».

Antonio Pitoni
(da “il Fatto Quotidiano“)

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ANCHE SIMONA BONAFÈ COL RE DELLE COOP. LEI SI DIFENDE: “INIZIATIVA IN CAMPAGNA ELETTORALE”

Dicembre 5th, 2014 Riccardo Fucile

ANCHE LA RENZIANA IMMORTALATA IN VISITA ALLA COOPERATIVA DI BUZZI

“In campagna elettorale, tra le tantissime iniziative, ho visitato cooperativa di ex detenuti. Tutto qui. No a strumentalizzazioni”.
Si difende così l’europarlamentare democratica Simona Bonafè dopo che alcuni quotidiani hanno avvicinato il suo nome a quello di Salvatore Buzzi, capo della cooperativa 29 giugno, arrestato nell’ambito dell’inchiesta “Mafia capitale”, per via di alcune foto, scattate durante la campagna elettorale della Bonafè, in cui i due sono ritratti insieme.
L’esponente dem però minimizza, spiegando su Twitter come l’incontro con Buzzi sia solo una “tra le tantissime iniziative” svolte durante la campagna elettorale.
Difesa che fa il pari con quella del sindaco Ignazio Marino.
Nei giorni scorsi il sindaco aveva negato di avere avuto qualsiasi contatto con Marino, salvo poi essere smentito dalle foto che lo ritraggono con il presidente della cooperativa. “Con lui non ho avuto conversazioni di lavoro nè quel giorno nè mai”, ha ribadito il sindaco su Facebook.

(da “Huffingtonpost”)

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“PER AMMAZZARE DI MATTEO, AUTOBOMBA IN TRIBUNALE CON 150 CHILI DI TRITOLO”

Dicembre 3rd, 2014 Riccardo Fucile

RIVELATO IL PIANO STRAGISTA DI COSA NOSTRA: “PIANO SCARTATO PERCHE’ AVREBBE FATTO TROPPO CLAMORE”

Volevano farlo saltare davanti al Palazzo di Giustizia di Palermo.
La prima versione del piano di morte per uccidere Nino Di Matteo prevedeva l’utilizzo di un’autobomba che doveva esplodere all’arrivo del corteo delle macchine blindate nei pressi degli uffici giudiziari.
Sono i nuovi dettagli del racconto di Vito Galatolo, il neo-pentito dell’Acquasanta che ha svelato le fasi di preparazione dell’attentato con il quale Cosa Nostra voleva rilanciare lo stragismo a Palermo e uccidere il magistrato.
Un attentato spettacolare, che presumibilmente avrebbe fatto numerose vittime, e che poi viene bocciato proprio perchè avrebbe provocato una reazione di indignazione collettiva che i boss del gotha mafioso vogliono a tutti i costi evitare.
Di questi argomenti, i boss discutono nel corso di numerose riunioni convocate nel dicembre 2012 appositamente per definire i dettagli dell’agguato.
Nel summit del 9 dicembre, in un appartamento di via Lincoln, i picciotti dei clan palermitani leggono la lettera con la quale Matteo Messina Denaro ordina il progetto di morte nei confronti del pm che “si è spinto troppo oltre”, e vengono a sapere che all’attentato sarebbero interessate “anche entità  esterne” a Cosa Nostra.
Le lettere inviate dal boss di Castelvetrano al commando sono più di una, e vengono lette durante le riunioni da Girolamo Biondino, il fratello dell’ex autista di Totò Riina: a un certo punto i boss comunicano al superlatitante di aver già  acquistato il tritolo, ma di non essere in grado di confezionare l’ordigno esplosivo, e allora Messina Denaro fa sapere che “non c’è problema”, perchè al momento opportuno arriverà  “un artificiere”.
Tra il dicembre 2012 e il marzo 2013 i mafiosi lavorano a tappe forzate: raccolgono i 600 mila euro necessari a pagare oltre 150 chili di tritolo, acquisiscono l’esplosivo, e trovano persino il modo di farsi cambiare una parte del quantitativo, ritenuta “troppo umida” e dunque inefficace.
Poi passano allo studio delle abitudini del pubblico ministero che in quel momento è ancora un “bersaglio” facile: è scortato solo da cinque uomini dei carabinieri e da due automobili, e soprattutto conduce una vita abbastanza abitudinaria.
Per questo motivo, scartata l’idea dell’esplosione al Tribunale, i picciotti si concentrano sulla zona dove risiede il magistrato.
Poi, però, a fine febbraio 2013, in procura arriva un anonimo: chi scrive si qualifica come uomo d’onore di Alcamo e dice che già  da due mesi segue gli spostamenti di Di Matteo per preparare un attentato ai suoi danni.
È il primo dei messaggi anonimi che avvertono il magistrato di un piano di morte in preparazione per lui.
Nello stesso anonimo si fa cenno al fatto che Totò Riina in persona avrebbe avallato il progetto di strage.
Pochi giorni dopo arriva il secondo anonimo, quello che fa riferimento agli “amici romani di Matteo” Messina Denaro, che non vogliono un “governo di comici e froci”, alludendo all’escalation del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.
I pm della Procura di Caltanissetta hanno chiesto a Galatolo se fosse lui l’informatore che in quei mesi manda a ripetizione avvertimenti al pm della trattativa Stato-mafia, con lettere anonime indirizzate alla Procura di Palermo, ma il picciotto dell’Acquasanta ha negato.
C’è dunque un’altra gola profonda nel commando mafioso che preparava il ritorno allo stragismo?
Quel che è certo è che le lettere che arrivano in procura raccontano dettagliatamente la fase preparatoria dell’agguato riferendo particolari sulle abitudini di Di Matteo che già  all’epoca di rivelano esatti, e che oggi vengono riscontrati dal lungo racconto di Galatolo.
Per questo motivo, il neo pentito viene sottoposto in questi giorni a continui interrogatori sia da parte dei pm di Palermo titolari delle inchieste sulla riorganizzazione dei clan di Cosa Nostra nel capoluogo, sia dai pm nisseni che indagano sul progetto di attentato a Di Matteo e sulla strage di via D’Amelio: Galatolo, infatti, più volte ha sottolineato che il piano di morte per il magistrato di Palermo doveva essere simile a quello che il 19 luglio ’92 massacrò Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta.
“Dottore — ha detto il neo pentito nel suo primo incontro con Di Matteo — i mandanti per lei sono gli stessi che hanno voluto la morte di Borsellino”.

Giuseppe Pipitone e Sandra Rizza
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“DA MESSINA DENARO IL TRITOLO PER L’ATTENTATO AL MAGISTRATO DI MATTEO”

Novembre 20th, 2014 Riccardo Fucile

LO RIVELA IL COLLABORATORE DI GIUSTIZIA GALATOLO: “MA L’ORDINE E’ ARRIVATO DA UN MANDANTE ESTERNO”

Da qualche tempo — non è ancora chiaro perchè — ha messo da parte i suoi affari e ha deciso di tornare ad essere l’uomo delle stragi.
Così racconta l’ultimo pentito di mafia, Vito Galatolo, di Matteo Messina Denaro, il padrino di Cosa nostra che da vent’anni lo Stato non riesce ad arrestare.
«È lui che progetta l’attentato nei confronti del magistrato Nino Di Matteo, per conto di entità  esterne. È lui che ha procurato l’esplosivo».
Parola di mafioso, figlio di mafioso di rango, che fino alla settimana scorsa era uno dei capi delle famiglie palermitane.
Stanco del 41 bis, Galatolo junior ha deciso di cambiare vita.
E ha subito avvertito i magistrati di Palermo e Caltanissetta delle intenzioni di Messina Denaro, già  condannato all’ergastolo per le stragi del 1993.
Le parole del neo collaboratore sono finite in una nota riservata trasmessa dal procuratore Sergio Lari al Viminale. Ecco perchè martedì, in gran fretta, il ministro Angelino Alfano ha convocato un comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza, a cui è stato invitato anche Di Matteo.
Ora, l’allerta è al massimo livello, la latitanza della primula rossa di Cosa nostra è diventata una priorità  per il governo.
Per prevenire quella nuova strategia del terrore annunciata da Galatolo.
Nei mesi scorsi, confidenti piccoli e grandi hanno parlato pure loro di qualche passaggio di esplosivo.
A marzo, una fonte ritenuta attendibile ha fatto sapere alla Guardia di finanza che Messina Denaro cerca l’esplosivo anche per Teresa Principato, il procuratore aggiunto di Palermo che coordina le indagini per l’arresto del capomafia, con i sostituti Guido, Agnello, Marzella e Grassi
L’ultimo blitz, condotto dai carabinieri del Ros e del Reparto Operativo di Trapani, è scattato la notte scorsa, attorno a un altro fedele ambasciatore del padrino, è il marito di sua nipote, Luca Bellomo, imprenditore rampante sempre in viaggio fra la Sicilia, la Colombia, la Francia e l’Albania.
Non è chiaro per fare cosa: forse un traffico di droga, forse la primula rossa è all’estero, come dice Totò Riina nelle intercettazioni in carcere.
Adesso, la domanda che da giorni rimbalza fra Palermo e Roma è una sola: chi sono le entità  esterne che guidano, come dice Galatolo, e proteggono, non ci sono più dubbi, Matteo Messina Denaro?
Uno dei suoi fedelissimi, l’imprenditore Michele Cimarosa, che da qualche mese ha deciso di parlare con i pm, ha spiegato che era il nipote prediletto della primula rossa, Francesco Guttadauro, a tenere i contatti con qualcuno ben informato.
«Di tanto in tanto andava a Palermo e tornava con delle notizie sulle indagini».
L’ultima soffiata, Guttadauro l’avrebbe avuta sul suo arresto e su quello di Cimarosa, avvenuti nel dicembre scorso: «Eravamo stati avvertiti del blitz».
Ed ebbero il tempo di fare scomparire pizzini e altre prove compromettenti.
Ma questa non è più solo una spy-story alla siciliana.
Galatolo dice di aver saputo che la ragione del piano di morte varato da Messina Denaro sarebbe da ricondurre all’indagine sulla trattativa Stato-mafia. Di più non sa.
Ha parlato anche di un bidone di metallo in cui sarebbe stato conservato il tritolo fatto arrivare da Trapani, ma non ha saputo dire con precisione dove sia nascosto.
Le ricerche effettuate in questi ultimi giorni dalla Dia, anche con l’ausilio di geo-radar, non hanno portato ad alcun risultato.
Intanto, Matteo Messina Denaro resta un fantasma, nelle intercettazioni continuano a chiamarlo la «testa dell’acqua».
È anche indagato per la strage in cui fu ucciso il giudice Falcone. Per quella bomba è davvero uno degli ultimi misteri da svelare, dopo tanti enigmi chiariti dalla procura di Caltanissetta diretta da Sergio Lari. Ieri, il gup David Salvucci ha condannato all’ergastolo col rito abbreviato altri due esecutori materiali della strage del 23 maggio 1992, Giuseppe Barranca e Cristoforo Cannella.
A chiamarli in causa, nel 2008, era stato il pentito Gaspare Spatuzza, pure lui nel commando operativo dei boss Graviano: è stato condannato a 12 anni, gli è stata riconosciuta l’attenuante speciale per i collaboratori di giustizia.
A trent’anni è stato invece condannato Cosimo D’Amato, il pescatore che recuperò il tritolo da alcune bombe ripescate in mare.

Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica”)

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