Maggio 5th, 2014 Riccardo Fucile
GLI ANELLI DI CONGIUNZIONE TRA TIFOSERIA E CAMORRA
Le vicende accadute allo Stadio Olimpico – dentro e fuori – hanno dell’incredibile, e non semplicemente per il grado di violenza raggiunto.
Genny ‘a carogna è diventato il simbolo mediatico di Napoli-Fiorentina per il suo soprannome buffo e feroce, per le foto che lo ritraggono cavalcioni sulle transenne dello stadio, che ricordano le immagini di Ivan Bogdanov, detto “Ivan il Terribile”, l’ultrà serbo che a Marassi il 12 ottobre 2010 guidò gli scontri che portarono all’interruzione di Italia-Serbia.
Ma la fama di Genny ‘a carogna dipende da altro: è lui che ha evitato una vera e propria rivolta dopo la sparatoria fuori dall’Olimpico.
C’è tutta una parte di società civile e di istituzioni che è stata letteralmente salvata dalle decisioni di Genny ‘a carogna. Perchè la diffusione delle notizie avrebbe potuto far insorgere la tifoseria mettendo a ferro e fuoco una Roma impreparata.
Il questore di Roma, Massimo Mazza, dice che non c’è stata trattativa.
È ovvio che formalmente non è stato chiesto a Genny ‘a carogna se svolgere o meno la partita ma che semplicemente è stato accordato a Marek Hamsik il permesso di informare la curva del Napoli sulla situazione del tifoso ferito, visto che giravano voci che fosse morto.
E dover avvertire un capo ultras del calibro di Genny ‘a carogna non è trattare?
Come se ciò non bastasse, Genny ‘a carogna non sarebbe solo un uomo che ha precedenti per droga e un Daspo, ma è segnalato più volte dai pentiti come una sorta di anello di congiunzione tra camorra e tifoseria.
Emiliano Zapata Misso, che è nipote di Giuseppe Misso, capo storico della camorra napoletana, parla di una tifoseria eterodiretta dai clan e fa riferimento proprio a Genny, che è figlio di Ciro De Tommaso, ritenuto affiliato al clan Misso.
E in passato Genny aveva fatto parte dei Mastifss, i mastini, storico gruppo napoletano. D’improvviso ora ci si accorge che nelle tifoserie organizzate la camorra ha un ruolo importante. Eppure basta leggere le inchieste degli ultimi anni, le dichiarazioni dei pentiti.
Testimonianze che parlano di un altro gruppo ultrà chiamato Rione Sanità , comandato da Gianluca De Marino, non un tifoso qualsiasi, ma il fratello di un membro dell’ala militare del clan Misso.
E potremmo raccontare ancora dei rapporti tra il gruppo Masseria Cardone e il clan Licciardi, o dell’infiltrazione dei Mazzarella nei Fedayn o nelle Teste matte.
Secondo le forze dell’ordine, a sparare a Ciro Esposito, il trentenne di Scampia ora in pericolo di vita, sarebbe stato un ultrà della Roma, Daniele De Santis, detto Gastone.
Le tifoserie romane e laziali non sono libere da pressioni criminali, tutt’altro. Non esiste curva che non raccolga un tifo organizzato in continua dialettica con la criminalità .
Ricordate la scena del nipote di Giuseppe Morabito “U Tiradrittu”, Giuseppe Sculli, durante la partita Genoa-Siena del 22 aprile 2012?
Quando gli ultras del Genoa, per protesta, chiesero ai giocatori di levarsi le magliette, fu Sculli in persona ad andare a mediare con loro. Giuseppe Sculli viene spesso considerato vittima del nonno, capo ‘ndranghetista indiscusso, ma in realtà non ha mai preso le distanza dalle ‘ndrine di San Luca, anzi, ha ribadito in diverse occasioni la fedeltà a suo nonno e al suo sangue
Due anni prima fece discutere la fotografia che ritraeva Antonio Lo Russo, figlio di Salvatore, capo dell’omonimo clan camorristico, a bordo campo al San Paolo di Napoli nel corso della partita Napoli-Fiorentina del 13 marzo 2010.
Lo Russo è appena stato arrestato a Nizza, era latitante e ora attende l’estradizione. Quindi non stupiamoci se si è scelto di andare a parlare (o a trattare, la sostanza cambia poco) con chi ha più potere delle istituzioni in quel contesto, perchè ha una struttura organizzata.
Lo Stato c’era, ma era nascosto dietro le spalle di Hamsik. Il calcio è intoccabile, ogni critica genera tifo, non analisi. Qualsiasi riferimento sembra essere contro una squadra o a favore di un’altra.
Ma gli ultras sono molto più che persone talvolta violente: hanno un ruolo di consenso e di business. Una parte della tifoseria organizzata fa sacrifici e si svena per seguire i propri idoli, ma i vertici cosa fanno? Chi vende hashish, erba e coca?
Ogni domenica gli stadi diventano mercati di droga, teatri di guerra non controllati in cui gli ultras portano bombe carta e bengala.
Eppure questo non si può dire, per la solita, ingenua storia che continuiamo a raccontarci sul calcio che unisce. Al calcio tutto è concesso e tutto è permesso e in un Paese dove la corruzione ha travolto tutto.
L’inchiesta partita da Napoli di Giuseppe Narducci e Filippo Beatrice cercò proprio di individuare i punti di contatto tra calcio corrotto e potere dei clan. Poi tutto si fermò.
Ora, gli ultras dello sport sono i primi ad agire: ma cosa succederà quando gli ultras della rabbia politica si riverseranno nelle strade?
Ci si rivolgerà al Genny ‘a carogna della situazione per non far accadere il peggio?
Il presidente del Senato Pietro Grasso che consegnava le medaglie ha suggellato il senso della serata. Una sparatoria, feriti, bombe carta su calciatori e forze dell’ordine. E le istituzioni consegnano medaglie.
Sapete come si chiama, ad esempio, il presidente della Figc, quell’organo che un ruolo nella riforma del calcio pure avrebbe dovuto averlo? Forse non ne conoscete il nome, ma il volto sì, poichè predilige essere intervistato al termine delle partite della nazionale: nei momenti fatui. Giancarlo Abete, nominato presidente della Figc il 2 aprile 2007, due mesi dopo la morte di Filippo Raciti a Catania.
Da allora sono passati sette anni, un’eternità . Nulla è cambiato e ciò che è accaduto descrive lo stato comatoso dello sport più importante in Italia.
Perchè c’è bisogno di un presidente della Figc se il risultato è questo? Perchè, come sempre in Italia, i vertici non hanno alcuna responsabilità dei fallimenti?
Chiedetevi chi è Giancarlo Abete e quali sono stati i risultati del suo lavoro. Altrimenti De Andrè avrà per sempre ragione e continueremo ad assisteremo inermi all’ennesima occasione in cui lo “Stato si costerna, si indigna e si impegna, poi getta la spugna con gran dignità ”.
Roberto Saviano
(da “La Repubblica“)
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Marzo 26th, 2014 Riccardo Fucile
GLI INVESTIMENTI MAFIOSI NEL’AGRO-ALIMENTARE
Gli impoverimenti e i saccheggi che le mafie operano sulla pelle dei cittadini, vampirizzando la qualità della loro vita, sono infiniti.
Le mafie non si negano niente: qualunque opportunità di conquistare territori e mercati (aumentando il proprio potere economico) va bene.
Fra i tanti investimenti di denaro sporco in attività apparentemente pulite, di speciale pericolosità per gli interessi della collettività sono quelli del settore agroalimentare. Proprio il settore nel quale un tempo le mafie affondavano le proprie radici storiche e culturali, oggi è diventato area di investimento remunerativo, strategico ed emergente: con dimostrazione della straordinaria capacità di adattamento delle mafie (è nel loro DNA) al nuovo, in questo caso la globalizzazione dei mercati e dei traffici internazionali. I mafiosi con coppola e lupara sono ormai roba da film di terz’ordine.
Oggi abbiamo a che fare con abili “colletti bianchi” investiti di compiti e funzioni di primo piano nell’economia: che però continuano a far leva su posizioni di forza, di intimidazione e di ricatto, mettendo a punto affari duraturi e lucrosi (il business delle agromafie è di circa 14 miliardi di euro l’anno) che sempre più interessano le frodi alimentari.
Fino a qualche tempo fa si parlava di frodi, per lo più, con riferimento ai bilanci delle imprese.
Oggi si ha riguardo prevalentemente alla manipolazione degli alimenti ed i comportamenti illeciti rientrano nell’area del rischio d’impresa : contraffare, adulterare, sofisticare il cibo conviene molto, considerando che il “made in Italy” va ancora fortissimo ed è il nostro miglior ambasciatore nel mondo.
Questo appeal del “made in Italy” va difeso dall’aggressione delle mafie, per tutelare le alte potenzialità che la nostra economia possiede nel settore agroalimentare e per impedire che siano compromesse la qualità e la sicurezza dei prodotti.
Vanno aumentando vertiginosamente le frodi a tavola, dove spesso siede un convitato di pietra: le mafie, allettate dalle opportunità che offre l’agroalimentare.
L’odioso inganno dei cibi adulterati colpisce soprattutto quanti dispongono di una ridotta capacità di spesa e sono costretti a rivolgersi ad alimenti di minor costo.
L’Italia inoltre è un forte importatore di alimenti che poi diventano ingredienti di prodotti spacciati come nazionali, senza che si possano riconoscere provenienza e qualità di tali ingredienti.
E la mancanza di un sistema trasparente di tracciabilità ed etichettatura degli alimenti ( al riguardo la normativa europea è molto disinvolta) facilita potentemente l’inserimento delle attività criminali.
I pericoli per la salute dei consumatori sono di assoluta evidenza.
Prova inconfutabile — ancora una volta — che il prezzo socio-economico dell’illegalità mafiosa è pesantissimo (mina il futuro del paese) e lo paghiamo tutti quanti noi.
Gian Carlo Caselli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 24th, 2014 Riccardo Fucile
DALLA TANGENZIALE AL METRà’, IL PREFETTO: “CONSOLIDATA PRESENZA”
Gli annunci sono finiti. E quello che prima era un rischio, ora è un dato di fatto. 
La mafia è entrata nell’affare di Expo.
Testa e soldi dei boss controllano parte dei lavori e delle opere connesse.
L’allarme, scaturito dall’inchiesta sull’appaltificio di Infrastrutture Lombarde (Ilspa) governato per dieci anni da Antonio Rognoni, trova conferma nella relazione del Prefetto di Milano consegnata alla Commissione parlamentare antimafia in trasferta sotto al Duomo.
È il 16 dicembre 2013 quando Paolo Tronca davanti ai parlamentari legge un appunto riservato di 56 pagine e svela “una tendenza che si sta delineando e sempre più consolidando di una penetrazione nei lavori Expo di imprese contigue, se non organiche alla criminalità organizzata”.
In quei giorni davanti al presidente Rosy Bindi parla anche il procuratore aggiunto Ilda Boccassini.
Dice: “In considerazione del tempo ormai limitato (…) è molto forte il rischio di infiltrazioni”. Il dato, di per sè clamoroso e inedito, diventa inquietante quando Tronca affronta la questione delle opere connesse all’evento. Tra le varie, oltre alla Linea 5 della metropolitana infiltrata dal clan Barbaro-Papalia, cita la Tangenziale esterna est, snocciolando numeri che fotografano lo stato di un’infiltrazione consistente.
“Quest’opera — sono le sue parole — presenta la maggior concentrazione di imprese già interdette, sette nell’ultimo periodo”.
Più altre due. In totale nove società allontanate per sospetti di collusione con le cosche. Una di queste è la Ci.Fa. Servizi ambientali tra i cui soci compare Orlando Liati coinvolto in un traffico illecito di rifiuti.
Un nome, quello dell’imprenditore milanese, già finito nelle informative dell’antimafia lombarda per i suoi rapporti con importanti clan della ‘ndrangheta.
Dal 2009 il coordinamento dell’opera è affidato alla Tangenziale esterna spa. Consigliere delegato è Stefano Maullu, ex assessore formigoniano sfiorato (e mai indagato) da alcune inchieste di mafia.
Con lui nel board societario c’è l’architetto Franco Varini in contatto con Carlo Antonio Chiriaco, l’ex direttore sanitario dell’Asl di Pavia condannato in primo grado a 13 anni per concorso esterno.
La spa che gestisce i lavori della tangenziale è anche al centro dell’ultima indagine su Infrastrutture Lombarde. Al suo nome sono legate consulenze pilotate a favore dei legali della cerchia di Rognoni. Oltre agli appalti affidati alla cooperativa emiliana Cmb che con l’Ilspa, negli anni, ha fatto affari d’oro.
Consulenze , dunque. E non solo.
Con i clan che si accomodano al banchetto di Expo.
Tanto che sul sito oggi lavorano quattro società segnalate dalla Dia per rapporti sospetti con ambienti mafiosi. Spiega Tronca: “Spesso la trama dei rapporti d’affari tra le imprese non appaiono subito evidenti”.
Il ragionamento del Prefetto è chiaro . Ma c’è di più.
Secondo Tronca, infatti, “molte società per le quali stanno ora emergendo criticità antimafia non risultano censite dalle Prefetture competenti per territorio”. Tradotto: “In maniera elusiva, le imprese colluse hanno sempre lavorato in una zona grigia” in modo “da sottrarsi alla richiesta d’informazioni antimafia”.
Un gap che non sembra poter essere risolto nemmeno dalla cosiddetta piattaforma informatica creata per raccogliere il database delle imprese. Secondo una nota del centro Dia di Milano il sistema è “inutilizzabile a causa di vistose lacune relative alla scarsa intuitività del sistema e alla carenza della documentazione”.
A tutto questo si aggiungono le problematiche dei controlli antimafia sui lavori degli stati stranieri.
Il punto, sollevato dal Prefetto, segnala come in questi casi l’adesione ai controlli sia solo su “base volontaria” così come previsto da un accordo preso tra il governo Italiano e il Bie.
Nessun obbligo, dunque. E tanto terreno fertile per la mafia.
Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 4th, 2014 Riccardo Fucile
EMENDAMENTO PER INTRODURRE IL CARCERE FINO A 12 ANNI
Il testo dell’emendamento che introduce il reato di autoriciclaggio è pronto.
Nei prossimi giorni sarà presentato alla commissione Finanze della Camera, che da oggi comincia a esaminare il decreto governativo da convertire in legge sulla voluntary disclosure, cioè sulla collaborazione volontaria per far rientrare in Italia i capitali nascosti all’estero.
L’emendamento è stato proposto dai due parlamentari del Pd Giuseppe Civati e Lucrezia Ricchiuti, con l’idea di farlo diventare proposta comune di tutto il partito: per unire alla norma che favorisce il rientro dei soldi in nero anche quella che punisce chi ricicla o reimpiega i soldi illeciti dei suoi delitti.
Finora in Italia è punito soltanto chi ricicla denaro frutto di reati altrui.
L’autoriciclaggio era stato inserito nel decreto del governo Letta e poi stralciato, con l’intenzione di inserirlo in un altro pacchetto normativo
Caduto Letta, ora si tratta di trovare la strada per farlo diventare legge.
E la strada appare ancora assai incerta e accidentata
Il testo messo a punto da Civati e Ricchiuti modifica l’articolo 648-bis del codice penale (quello che punisce il riciclaggio) e dice: “È punito con la reclusione da 4 a 12 anni e con la multa da 5 mila a 50 mila euro chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie altre operazioni in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa”.
La formulazione attuale ha invece una “clausola di riserva” che punisce soltanto chi non abbia commesso, o non abbia concorso a commettere, anche il reato presupposto del riciclaggio.
Esclude insomma di perseguire chi ricicla i soldi provento di suoi stessi reati. Il testo dell’articolo prosegue: “Si applica la pena della reclusione da 2 a 8 anni e della multa da 2 mila a 25 mila euro se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da delitto non colposo per il quale è stabilita la pena della reclusione non superiore nel massimo a 6 anni”.
Pene inferiori, dunque, a chi ricicla per esempio soldi frutto dell’evasione fiscale.
E infine: “La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell’esercizio di una professione ovvero di attività bancaria o finanziaria. La pena è diminuita fino a due terzi per chi si sia efficacemente adoperato per assicurare le prove del reato e per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori. Si applica l’ultimo comma dell’art. 648”.
Premio dunque per chi collabora a far scoprire i soldi sporchi e aggravio di pena invece per chi ricicla come professionista: così cadrebbe definitivamente l’impunità dei fiduciari e dei banchieri che si nascondono dietro il loro ruolo “tecnico” e si aprirebbe la possibilità di incriminare per riciclaggio anche le società che lo realizzano, comprese le banche e le fiduciarie.
Questo testo recepisce le proposte fatte dalla commissione presieduta dal pm milanese Francesco Greco
Quale sarà il destino di questo emendamento? Dipende dalle decisioni del governo.
Ci sono voluti molti giorni prima che il presidente del Consiglio Matteo Renzi affrontasse il problema : non una parola sui temi della criminalità economica nei suoi discorsi d’investitura alla Camera e al Senato, non una risposta alle domande sull’autoriciclaggio sollevate venerdì scorso da questo giornale, Renzi ha preso di petto l’argomento soltanto rispondendo a Roberto Saviano, domenica, su Repubblica.
Le organizzazioni criminali, ha scritto il presidente del Consiglio, sanno “di non rischiare molto sul piano penale, anche perchè nel nostro codice manca il reato di autoriciclaggio. Il paradosso di un estorsore o uno spacciatore di droga che non viene punito se da solo ricicla o reimpiega il provento dei suoi delitti sarà superato con assoluta urgenza attraverso l’introduzione del delitto di autoriciclaggio. In questo senso, aggredire i patrimoni mafiosi può essere una delle grandi risposte che il governo è in grado di dare, dal punto di vista economico, per fronteggiare la crisi. Una giustizia più veloce, più efficace da questo punto di vista, è uno degli strumenti che possiamo mettere in campo come Paese per uscire dalla situazione economica in cui ci troviamo”.
Dopo questa netta presa di posizione, resta però da vedere come il reato di autoriciclaggio sarà inserito nel codice e quando scatterà la proclamata “assoluta urgenza”.
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che proviene anch’egli dal Pd, si dichiara favorevole all’introduzione di quel reato, ma si chiede quale sia la strada più rapida ed efficace.
“Si potrà inserire come emendamento nel decreto sulla voluntary disclosure”, ha dichiarato al Fatto quotidiano, “oppure potremo presentare un nuovo disegno di legge, da far correre in corsia preferenziale, che contenga quattro o cinque articoli: uno sull’autoriciclaggio e gli altri sull’accelerazione del passaggio dal sequestro alla confisca dei beni frutto di reato. Le due strade possono essere percorse entrambe, possono anche correre parallele, e non so quale delle due potrà arrivare prima alla meta”.
Il capogruppo del Pd nella commissione Finanze della Camera, Marco Causi, tende invece a escludere che nei lavori ripresi oggi possa trovar spazio l’emendamento Civati. “Su questi temi è già al lavoro la commissione Giustizia che preparerà un testo più complessivo, che tenga conto di tanti contributi e anche dell’emendamento Civati”. Conclusione: tutti a parole d’accordo, ma l’introduzione dell’autoriciclaggio sembra un gioco dell’oca di cui ancora non si vede la casella d’arrivo.
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 30th, 2014 Riccardo Fucile
LA CIFRA TOTALE CONTROLLATA DALLE MAFIE E’ DI CIRCA 170 MILIARDI L’ANNO, NEL 2013 NE SONO STATI RECUPERATI TRE
Come una metastasi, l’economia nera, quella che reinveste, riciclandolo, il denaro pompato dal crimine, divora il Paese con percentuali di crescita spettacolari.
Il denaro sporco immesso nel nostro circuito finanziario ed economico – secondo quanto documentato dalla Guardia di Finanza – ha abbondantemente superato nel 2013 il 10 per cento del Pil, ed è stimato in 170 miliardi di euro l’anno (75 dei quali sottratti al Fisco).
Con margini di ricavo che oscillano tra i 17,7 e i 33,7 miliardi di euro e con una divisione del mercato che, sempre su base annuale, vede in cima all’istogramma della redditività il narcotraffico (7,7 miliardi di euro), seguito dalle estorsioni (4,7 miliardi), lo sfruttamento della prostituzione (4,6 miliardi) e la contraffazione (4,5 miliardi).
Il lavoro della Finanza ha consentito negli ultimi dodici mesi di sottrarre a questa immensa torta 3 miliardi di euro (si tratta del valore dei beni sequestrati alla criminalità organizzata).
Un dato in sè lusinghiero e tuttavia infinitesimale se tradotto in percentuale (meno del 2%) rispetto a quel valore assoluto – 170 miliardi – che definisce appunto il perimetro dell’economia criminale.
Le mafie italiane e il loro fiorentissimo indotto di illegalità e riciclaggio nelle sue diverse forme – dall’usuraio di quartiere, alle società finanziarie, ai broker assicurativi – lavorano infatti in un mercato dei capitali aperto che cammina assai più rapido degli strumenti legislativi o amministrativi costruiti per aggredirlo.
E a dimostrarlo basterebbero le 86 mila segnalazioni di operazioni finanziarie sospette girate nel 2013 dall’Uif della Banca d’Italia alla Polizia valutaria, il 40 per cento in più del 2012.
Nel suo ufficio al Comando generale, Giovanni Padula, colonnello del III Reparto Operazioni della Guardia di Finanza, spiega: “Il controllo del territorio da parte delle organizzazioni criminali, ormai, è un dato di analisi e di indagine insufficiente. Oggi, esiste un controllo dell’economia tout court da parte delle associazioni mafiose intese in senso non solo tradizionale. Dunque, quando ci convinceremo che quel che siamo abituati a fare nel Mezzogiorno del Paese di fronte a Camorra, ‘Ndrangheta e Mafia va fatto sull’intero territorio nazionale non sarà mai troppo tardi. E’ inutile continuare a ragionare in termini di Regioni, provincie, comuni. L’economia criminale si muove lì dove l’economia legale manifesta urgenza di liquidità e in quei distretti produttivi dove la crisi consente, di fagocitare a prezzi di saldo, cannibalizzandole, imprese e società al collasso”.
A sostenere le parole del colonnello sono del resto i dati più recenti sui sequestri di beni in danno di famiglie ‘ndranghetiste.
Il 40 per cento della ricchezza riciclata dalle cosche calabresi è oggi reinvestito in tre regioni italiane: Liguria, Piemonte e Lombardia, in settori quali gli appalti pubblici, lo smaltimento dei rifiuti, i giochi e le scommesse.
E ancora: nel 2013, i patrimoni sequestrati alla criminalità organizzata nelle regioni del centro-nord sono raddoppiati rispetto all’anno precedente, arrivando a 900 milioni di euro. Insomma, il denaro dell’economia criminale va dove le occasioni e i margini di profitto sono più alti e dove gli schemi tradizionali del riciclaggio hanno conosciuto negli ultimi anni un livello di sofisticazione crescente.
Che si tratti di strutture societarie necessarie all’intestazione fittizia di depositi bancari e rimesse all’estero, piuttosto che garanti di linee di credito con le banche (è il cosiddetto “riciclaggio statico”.
Un sistema che non prevede la circolazione di capitali, ma lo scambio di strumenti di garanzia. In altri termini chi ha capitali illeciti da riciclare, si fa garante con quel denaro di linee di credito bancarie a vantaggio di un terzo soggetto che avrà così a disposizione liquidità fresca e pulita).
Va poi da sè, che in quadro di crescita dell’economia criminale di questa portata, abbia rotto ogni argine la forma più antica e odiosa del riciclaggio: l’usura.
Sul volume di denaro che è capace di muovere manca evidentemente un dato complessivo.
Ma se un una proiezione può essere fatta, è sufficiente stare ai 168,8 milioni di euro sequestrati agli usurai dalla Finanza nel 2013. Soprattutto è sufficiente spalancare gli occhi sulla percentuale di incremento di questa cifra rispetto all’anno precedente. Il 1250 per cento in più rispetto all’anno precedente.
Un Paese di usurai e di usurati, insomma. In cui prestare il denaro a strozzo – annota in un rapporto il III Reparto operazioni della Finanza – “non è più solo affare di antichi “cravattari”, ma ormai attività imprenditoriale nella forma di società finanziarie”.
Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 21st, 2014 Riccardo Fucile
CHI AMMAZZA UN BAMBINO DI TRE ANNI NON E’ UN EROE
La mattina di Capodanno del 1926, al comando di ottocento guardie a cavallo, il prefetto Cesare Mori
cinge d’assedio Gangi, che in quel momento è la cittadella riconosciuta dei mafiosi.
Mori, non per nulla detto “il prefetto di ferro”, procede al rastrellamento casa per casa e sequestra tutte le donne e i bambini, raggruppandoli al centro della piazza principale. Concede ai mafiosi un ultimatum di 12 ore.
Non sapremo mai cosa avrebbe fatto davvero di quelle donne e di quei bambini perchè allo scoccare dell’undicesima ora Gaetano Ferrarello, il “capo dei capi” dell’epoca, esce a braccia alzate dal suo nascondiglio, che manco a farlo apposta si trova nel sottotetto della stazione locale dei carabinieri.
Se il prefetto Mori era arrivato a usare i bambini di un paese intero come arma di ricatto è perchè sapeva che per la mafia del 1926, certo non meno crudele di quella di oggi, esistevano limiti invalicabili, legati a concetti come l’onore, che impedivano di torcere anche solo un capello a un minorenne.
Questa mattina all’alba, nella campagna di Cassano allo Ionio in provincia di Cosenza, alcuni cacciatori hanno trovato nascosta dietro un casale in rovina una station wagon incendiata. Dentro c’erano i cadaveri carbonizzati di due adulti e un altro scheletro più piccolo. Molto più piccolo.
Si chiamava Nicola Campolongo, detto Cocò.
Aveva tre anni e il destino di essere nato in una famiglia di spacciatori di droga. Il padre è in carcere, e così la madre.
Per qualche tempo Cocò ha abitato dietro le sbarre con lei, ma poi si pensò che era una follia farlo vivere lì.
Si pensò bene, intendiamoci, ma il pensiero successivo fu forse meno geniale: affidare Cocò alle cure del nonno Giuseppe Iannicelli, un sorvegliato speciale con precedenti di sequestro di persona, violenza sessuale e associazione per delinquere di stampo mafioso.
Spacciava droga anche lui e probabilmente avrà pestato i piedi a qualche clan più potente che ha decretato, insieme con la sua, la morte della compagna di 27 anni e quella ancora più inconcepibile di Cocò.
Dai primi accertamenti delle forze dell’ordine le esecuzioni sarebbero avvenute altrove.
Poi, qualcuno che si arroga la pretesa di considerarsi un essere umano ha preso il corpo del bambino, lo ha adagiato accanto agli altri nell’auto del nonno, lo ha cosparso di benzina e gli ha dato fuoco.
Il nome di Cocò va ad aggiungersi a quelli di Valentina, Raffaella, Angelica e Santino, e ad altri ancora, nella lista dei piccoli uccisi dalle mafie senza altra colpa che quella di essere parenti di qualcuno o anche solo testimoni di un delitto.
Ai tempi di Mori, mafiosi camorristi e ndranghetisti avrebbero considerato questo tipo di crimine una macchia indelebile alla loro onorabilità .
Ora non è più così e questa certezza, insieme con un grande dolore, ci dà anche una piccola speranza.
Una mafia che ammazza impunemente i bambini non potrà mai più essere circondata da quell’alone di rispettabilità e persino di fascino che ha fatto per secoli la sua fortuna tra la gente comune.
Chi ammazza bambini non è un eroe, un avventuriero e nemmeno un protettore credibile. Chi ammazza bambini è solo un assassino da assicurare alla giustizia. Ed è questo messaggio, per fortuna, che sta passando con forza nelle nuove generazioni.
Ci spiace solo che Cocò se ne sia andato all’alba di un mondo che ci auguriamo migliore. Buonanotte.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Dicembre 29th, 2013 Riccardo Fucile
IL BOSS PENTITO CHE DENUNCIO’ LO SMALTIMENTO DI MATERIALE TOSSICO IN CAMPANIA GIA’ NEL 1993, ACCUSA IL COSTRUTTORE
Carmine Schiavone, il boss pentito che denunciò lo smaltimento di materiale tossico in Campania già nel 1993, accusa il costruttore
Lo dice senza problemi che in vita sua ha ammazzato almeno cinquanta cristiani, e per altri quattrocento ha dato l’ordine di farli fuori.
Lo giura con un sorriso che è scampato alla morte tante volte, per miracolo: “Pure con la stricnina in carcere ci hanno provato, e un’altra volta con un lanciamissili”. Carmine Schiavone ha retto a tutto dopo l’affiliazione alla mafia, con pungitura a Milano nel 1974 per mano di Luciano Liggio.
Non un camorrista, dunque, ma un mafioso che gestiva il comparto costruzioni e opere pubbliche a Caserta e dintorni: dieci miliardi di lire al mese da spartire e investire.
Nei primi anni 90 il guaio. Gli propongono di mettere monnezza sotto una strada, e lui ci sta.
Ma quando s’accorge che tra i sacchi di spazzatura ci sono fusti tossici, rompe l’accordo. Il clan tenta di convincerlo. Sandokan, suo cugino, lo minaccia. Lui insiste, gli fanno una soffiata e arriva l’arresto, il carcere, le rivelazioni sulla montagna di schifezze sotterrate nelle campagne.
Indagini e processi che mandano in galera 1500 affiliati.
Questa è la storia di Carmine Schiavone per come la racconta lui in prima persona a Servizio Più Pubblico, lo speciale in onda stasera su La7 (ore 20:35) per raccontare cos’è l’“Inferno atomico”, un territorio devastato da 10 mila tonnellate di rifiuti tra cui, dice Schiavone, ci stanno pure materiali radioattivi.
“Qua sotto ci sono le scorie nucleari, arrivate qua dalla Germania in cassettine grandi così — dice Schiavone calpestando un campo vicino a Casal di Principe —. Le portava una società di Milano collegata all’ex P2, a Licio Gelli: era di uno che faceva il costruttore, e che s’è dimesso appena io ho verbalizzato il suo nome”.
Cioè quando, a partire dal 1993, Schiavone spiega ai magistrati l’affare della monnezza e spara un nome grosso, già all’epoca: “Dove sono finiti i verbali dove parlo di Paolo Berlusconi?”, chiede Schiavone quando alcune mamme della zona, persi i loro bimbi per tumori legati all’inquinamento, pretendono dal boss un’assunzione di responsabilità .
Nessuna prova contro Paolo Berlusconi è mai stata esibita, e molte dichiarazioni di Carmine Schiavone restano coperte dal segreto di Stato.
Quanto emerso nelle ultime settimane sul lavoro svolto dalla Commissione parlamentare nel 1997, il famoso “qua moriranno tutti tra vent’anni”, è solo un frammento della verità più profonda e inesplorata.
Un mistero che ha rovinato la vita a Roberto Mancini, l’agente della Criminalpol che per quelle indagini del 1993 sorvolò in elicottero le terre del veleno. Al suo fianco Schiavone, che gli indicava i campi dove il suo clan aveva sotterrato i rifiuti pericolosi.
L’agente Mancini ha passato giorni interi camminando su quella terra, a prendere misure e segnare punti di scavo, a seguire i carotaggi e prendere appunti.
L’agente Mancini non è più in servizio: da dieci anni combatte un linfoma, un cancro tipico nella Terra dei fuochi, una malattia che è una beffa per chi credeva nella legalità e ha visto sprecare un lavoro rischioso, durissimo.
“Non sono stato tutelato dallo Stato — dice Mancini nello studio di Servizio Pubblico a Sandro Ruotolo —. Finora ho combattuto il tumore, d’ora in poi mi dedicherò alle istituzioni. Quando consegnai il mio rapporto sulle ispezioni giù in Campania, i giudici Narducci e Policastro erano entusiasti. Pochi giorni dopo cambiarono idea, e dell’inchiesta non rimase nulla: troppo difficile da gestire, troppe pressioni. C’è stato anche l’intervento della massoneria, è provato”.
In Campania tutti aspettano una risposta. I malati, i parenti dei morti, quelli che pretendono dal presidente della Repubblica il riconoscimento ufficiale dello status di vittime dello Stato: “Gli abbiamo spedito 150 mila cartoline, non ha dato cenno — spiegano dal comitato —. Del resto, all’epoca dei fatti, era lui il ministro degli Interni. Quindi ora speriamo che ci dia ascolto Papa Francesco”.
Nelle campagne, i contadini raccolgono peperoni e friarielli a pochi metri dalle aree sospette: “Dobbiamo svendere, nessuno compra più”.
Ma perchè non avete denunciato negli anni chi veniva a sversare? “Con la canna di fucile in bocca dovevamo parlare, certo. Qua non ci ha difesi mai nessuno, la politica sapeva, ha mangiato e noi siamo rovinati”.
Chiara Paolin
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
VALENTINA: “POTETE COLPIRCI, BRUCIARCI, UMILIARCI, MA I NOSTRI VALORI, LE NOSTRE PASSIONI, LA NOSTRA ANIMA NON LA COLPIRETE MAI”
Il racket le ha bruciato il negozio, ma lei approfitta del Natale per lanciare un messaggio agli estortori su Facebook. «Vi auguriamo Buon Natale. Non facciamoci fermare da nessuno. Mai» scrive Valentina Di Lorenzo, figlia della titolare del negozio «Porta d’oro arredamenti» dato alle fiamme a Palermo 12 giorni fa. L’esercizio è stato danneggiato, ma i proprietari hanno riaperto prima di Natale.
«AUGURI A CHI HA FATTO QUESTO»
«Potete colpirci all’esterno – scrive Valentina Di Lorenzo – bruciarci, umiliarci, ma i nostri valori, le nostre passioni, la nostra anima non potete colpirla! Auguri di Buon Natale a tutti e specialmente a chi ha fatto questo».
Dieci giorni dopo , i segni dell’intimidazione sono ancora evidenti. Il sistema elettrico bruciato. I vetri antiproiettile frantumati all’interno. Ma l’antica e preziosa porta che dà il nome negozio è stata già ridipinta .
LA MAMMA: «L’IRONIA CI AIUTA»
La mamma di Valentina, la signora Raffaella Di Maio, aggiunge: “Non hanno scalfito il nostro modo di vivere, non abbiamo paura, non viviamo nell’ansia.
L’ironia aiuta a superare momenti come questo, a credere ancora di più in quello che si fa. Ed io sono qui dal 1976, questo è il mio mondo, il mio negozio è sempre stato come un figlio per me, da allevare e far crescere, una mia creatura».
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
DALLA DENUNCIA DEGLI IMPRENDITORI SICILIANI DEL 2012 ALLE ATTUALI PRESENZE MAFIOSE AI PRESIDI DI FRONTIERA: ECCO LE PROVE
Utima settimana di gennaio 2012: la Sicilia viene paralizzata dalla rivolta del Movimento dei Forconi
che per 5 giorni blocca completamente l’isola.
Ecco cosa dichiarava Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria siciliana: “Ho lanciato un allarme che non si basa su congetture o valutazioni, ma su elementi da noi denunciati. Mi stupisce che tutti i manifestanti non si sono resi conto che all’interno dei blocchi erano presenti mafiosi conosciutissimi. Questi mafiosi erano nei blocchi, nelle ronde e c’era una sorta di servizio d’ordine parallelo che in alcuni comuni ha imposto la chiusura dei negozi, in nome di una solidarietà ai manifestanti, ed erano esponenti legati direttamente o indirettamente a Cosa Nostra”.
Che Lo Bello dicesse una scomoda verità trova presto riscontro nei fatti che oggi i principali media nazionali (su imput di chi?) fanno finta di non ricordare.
Come l’arresto di Carmelo Gagliano, 45 anni, autotrasportatore di Marsala, tra gli organizzatori dei blocchi stradali nella sua provincia e accusato nell’inchiesta della squadra mobile di Caserta di aver prestato i propri mezzi ai fratelli Sfraga, referenti imprenditoriali delle famiglie mafiose Riina e Messina Denaro.
Come la denuncia per sequestro di persona contro cinque catanesi e un gelese, quattro dei quali con precedenti penali anche per associazione mafiosa.
Come la presenza a una conferenza di presentazione del movimento di Enzo Ercolano, fratello di Aldo Ercolano, il killer del giornalista Pippo Fava e nipote del boss catanese Nitto Santapaola.
Sono trascorsi quasi due anni e il ministro degli Interni Alfano nella sua relazione in Parlamento sui disordini di questi giorni, si limita a riferire che “siamo a rischio ribellismo”, dando più peso alla manovalanza e ai mazzieri che ai mandanti.
A sua volta Arturo Esposito, direttore dell’Aisi, l’agenzia informazioni e sicurezza interna dei Servizi segreti italiani dice: “Quello dei Forconi è un movimento senza una regia unica e presenta una preoccupante saldatura tra soggetti diversi animati dai sentimenti di contrapposizione nei confronti dello Stato e delle istituzioni”.
E qui si intravede già qualcosa circa la presenza della criminalità organizzata.
E’ di ieri la lettera di minacce esplicite di morte indirizzata a Cinzia Franchini, presidentessa di Cna Fita, l’associazione che rappresenta più del 30% degli autotrasportatori italiani e che aveva preso le distanze dalle proteste.
Che interesse avrebbe la mafia a fomentare i disordini? Molto semplice e acclarato: il controllo del business dei rifiuti.
Che ci sia una regia occulta nelle proteste del cosiddetto movimento dei forconi, lo sostiene con cognizione di causa anche Mauro Vanetti, attivista di Collettivo anti Slot, un movimento di Pavia che lotta contro le infiltrazioni mafiose.
“Trasporto unito – dice Vanetti – è una piccola organizzazione dell’autotrasporto che ha fatto una battaglia molto forte per l’eliminazione del SISTRI, il sistema informatico obbligatorio molto utile per il tracciamento dei rifiuti e quindi nella lotta alle ecomafie.
La proposta che fa Trasporto Unito di abolire totalmente il SISTRI e ogni sistema di tracciamento dei rifiuti va negli interessi delle mafie.
Ed è inquietante che questa organizzazione abbia fomentato i blocchi stradali del 2012 e infatti nel giugno 2012 il SISTRI è stato sospeso per un anno.
Il primo ottobre è stato riattivato un SISTRI bis e guarda caso sono ripartiti i blocchi stradali.
I collegamenti fra questi movimenti che sono nati in Sicilia l’anno scorso e quest’anno si stanno diffondendo in alcune zone di penetrazione della mafia al nord come Grugliasco, credo che debba suscitare qualche preoccupazione in chi è attento alla penetrazione mafiosa.
Chi ha l’interesse perchè il sistema dei rifiuti continui a non essere tenuto sotto controllo e in generale la logistica, che è un terreno delicato per le organizzazioni criminali in Italia, ha tutte le risorse economiche e le capacità organizzative per soffiare sul fuoco e incoraggiare dei movimenti di protesta che si saldano con con un disagio sociale reale con alcune categorie”.
Il blocco alla frontiera.
I forconi intanto, puntano alle frontiere. Nel quarto giorno di proteste un gruppo di manifestanti sono tornati a bloccare le vie d’accesso a Francia e Piemonte.
Gli autori della protesta hanno montato due tende all’accesso del ponte sul fiume Roja, che porta oltralpe. Bloccato anche il cavalcavia di Roverino che conduce alla statale 20, che porta in Francia e in Piemonte, e all’autostrada A10, altra via per raggiungere il territorio francese. Una occupazione “organizzata” del territorio.
Tutto questo avviene a Ventimiglia, comune sciolto dal Governo per infitrazione mafiosa, con una pesante e conclamata presenza della ‘ndrangheta.
Da verifiche effettuate a Ventimiglia, come ci segnalano gli amici della “Casa della Legalità “, tra i protagonisti del blocco dei Forconi vi sono molti pregiudicati calabresi.
Una scena particolare avviene quando uno in scooter cerca di superare il blocco ed un “forcone semplice” lo ferma.
Il tizio in scooter gli dice di lasciarlo andare, che lui può passare, che lui ha fatto 10 anni di galera (praticamente un master)… poi interviene un “capo-bastone forcone” che urla di lasciare andare quello in scooter: “E’ Mimmo, mio cugggino”.
L’ex sindaco rimosso Scullino, in attesa del processo per concorso esterno in associazione mafiosa con gli ‘ndranghetisti di Ventimiglia, viene fotografato in piazza con i Forconi ( “passavo di lì per caso”, dirà per giustificarsi).
Ed a Savona, alla testa dei Forconi chi c’è? Davide Mannarà , figlio di Lillo (coinvolto nella sparatoria di un regolamento di conti in pieno centro a Savona per cui venne anche arrestato il Pietro Fotia, nel 1993). Pregiudicato con precedenti per droga, nonchè dedito al riciclaggio (anche attraverso i Compra Oro).
Con le forze dell’ordine impegnate 24 ore su 24 a controllare chi manifesta e non a vigilare sul territorio, quanti affari avrà concluso la mafia in tutta tranquillità ?
Mentre mazzieri e manovalanza penseranno di fare chissà che rivoluzione e qualcuno si commuoverà nel vedere bandiere tricolori al vento, senza capire cosa c’e’ dietro.
Ultima chicca: il Secolo XIX pubblica un documento degli organizzatori che riproduciamo e in cui si legge “dopo aver cacciato la classe politica, lo Stato sarà guidato per un periodo transitorio da una commissione retta dalle forze dell’ordine in attesa di nuove elezioni”.
Forse siamo in Tunisia o in Egitto?
Va beh che abbiamo fatta ricca la nipote di Mubarak, ma a tutto c’e’ un limite…
Mi raccomando, amici di destra, oggi di nuovo tutti in piazza a sostenere la ‘ndrangheta.
Noi preferiamo stare con Paolo Borsellino.
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