Maggio 19th, 2013 Riccardo Fucile
L’APPELLO DEL FIGLIO DEL MAGISTRATO; “CERCATE LE PERSONE CHE APPAIONO NEL VIDEO”
«Che mio padre anche quel giorno avesse l’agenda rossa con sè e che sia stata trafugata da
qualcuno in via d’Amelio nell’immediatezza della strage e non altrove noi non abbiamo mai avuto alcun dubbio. E certo ora questo filmato potrebbe essere un elemento importantissimo. Se solo gli inquirenti di allora avessero lavorato come stanno facendo quelli della Procura guidata da Sergio Lari…»
È emozionato e turbato Manfredi Borsellino alle otto e mezza del mattino quando sulla prima pagina di Repubblica vede per la prima volta quel fotogramma che immortala la presenza di un’agenda rossa tra le macerie fumanti della strage in via d’Amelio.
Parla a nome suo ma anche delle sue sorelle Lucia e Fiammetta.
I loro telefoni non smettono un attimo di suonare. Tutti, magistrati, investigatori, giornalisti, amici, vogliono sapere da loro se quella è l’agenda di Paolo Borsellino che tutti cercano invano da vent’anni.
Manfredi, voi figli siete in grado di riconoscere quell’agenda?
«Così, da un fotogramma un po’ sgranato pubblicato sul giornale non siamo in grado di dire che quella è proprio l’agenda di mio padre. Ma certamente non lo escludiamo. È indubbio che questo è un elemento importantissimo nelle indagini. Ho parlato con il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e, anche a nome delle mie sorelle, gli ho ribadito tutta la piena e incondizionata fiducia che abbiamo nel lavoro dei magistrati dell’attuale Procura di Caltanissetta. Siamo certi che, come hanno dimostrato negli ultimi tempi, non tralasceranno alcun elemento utile all’individuazione di chi, in via d’Amelio (e questo ormai è un dato acquisito processualmente) ha fatto sparire l’agenda di mio padre».
Il procuratore Lari ha detto che è assurdo che questo filmato, agli atti del processo e certamente visionato dalla Scientifica, non sia stato segnalato come rilevante. Voi cosa dite?
Ribadisco. Che abbiamo piena fiducia in questa Procura. Se vent’anni fa avessero lavorato allo stesso modo forse non staremmo qui a parlare di depistaggi».
Ma quell’agenda di suo padre com’era? Aveva dei particolari segnali distintivi, voi sareste in grado di riconoscerla?
«Se la vedessimo da vicino, nitidamente, sì. Era un’agenda rossa, di pelle, di un certo spessore, che aveva sulla copertina in basso a destra inciso un piccolo logo dell’Arma dei carabinieri, nulla sul retro. Era un’agenda semplice».
È possibile che l’agenda di suo padre sia finita intatta sotto la macchina? Che non fosse dentro quella borsa rimasta in macchina e poi passata di mano in mano?
«Assolutamente sì, come abbiamo detto tante volte, mio padre non teneva in modo particolare alla sua borsa da lavoro, ma all’agenda, quella rossa, sì. E spesso la portava in mano, fuori dalla borsa. Quella domenica 19 luglio, certamente nella borsa mio padre aveva un’altra agenda, di cuoio marrone, quella è stata ritrovata, c’erano dentro appunti, ma niente di rilevante e quella ci è stata restituita. Ma quella rossa, dove lui teneva i suoi appunti riservati, no. Niente di strano, dunque, che anche nel momento dell’esplosione potesse averla in mano o che l’avesse lasciata per qualche minuto sul cruscotto. Perchè in realtà quella domenica 19 luglio mio padre era sceso dalla macchina solo per citofonare a mia nonna, non per salire su da lei. Quindi non pensava di dover restare fuori dall’auto più di qualche minuto. C’era stato un improvviso cambio di programma quella domenica».
E cioè?
«Il cardiologo che avrebbe dovuto visitare mia nonna, il professore Piero Di Pasquale, la notte precedente aveva subito l’incendio del suo camper e quindi non poteva allontanarsi da casa e allora mio padre decise di andare a prendere mia nonna e di portarla lui a casa del cardiologo».
Nel video girato dai vigili del fuoco si vede quest’agenda ma si vede anche un uomo che, per due volte, con il piede sposta un cartone che la copre parzialmente. Anche questo è un elemento che conferma i vostri sospetti.
«Ora parlo anche da poliziotto. È chiaro che ogni elemento, ogni piccola tessera del mosaico può risultare decisiva. Forse, nella fattispecie, il gesto compiuto da questa persona può essere la cosa più importante e magari la comparazione di questi fotogrammi con altri o con gli altri video in possesso dei magistrati può portare altrove».
Un passo avanti verso quella ricerca della verità che vostra madre, da poco scomparsa, non si è stancata di chiedere fino all’ultimo.
«Ce lo auguriamo. La richiesta di mia madre è quella di noi figli».
Alessandra Ziniti
(da “La Repubblica“)
argomento: denuncia, mafia | Commenta »
Maggio 19th, 2013 Riccardo Fucile
L’AGENDA DI PAOLO: CHI NON L’HA SEGNALATA A CHI DI DOVERE, CHI HA OMESSO, CHI HA TACIUTO E DEPISTATO
Se questa è l’agenda rossa di Paolo Borsellino a mistero si aggiunge mistero, un altro: chi l’ha raccolta da terra, chi l’ha rimossa da quel parasole per auto dove era celata poco prima che un piede la spostasse, chi l’ha presa? Chi l’ha rubata?
La macchia rossa – quella che sembra proprio un’agenda – compare per la prima volta al minuto 5.37 secondi in un video di 2 ore 28 minuti e 19 secondi girato dai vigili del fuoco di Palermo nei momenti successivi all’esplosione (ma non sappiamo quando esattamente hanno cominciato a riprendere e quando esattamente hanno finito), filmato che da 21 anni – avete capito bene, ventuno anni – è agli atti dell’inchiesta e poi del processo per l’uccisione del procuratore aggiunto della repubblica di Palermo Paolo Borsellino.
Da quasi un quarto di secolo quella macchia rossa è lì, ben in vista, riconoscibile anche o occhio nudo quanto meno come un oggetto che potrebbe tanto somigliare a quel diario che il magistrato portava sempre con sè e dove annotava tutti i suoi pensieri dal giorno della morte del suo amico Giovanni Falcone.
È lì, fra la cenere e un cadavere (quello della povera Emanuela Loi) sotto il parafango di un’auto, una Renault, un’utilitaria e non una delle blindate dei poliziotti di scorta al magistrato. Qualcuno, ventuno anni fa, aveva mai segnalato quella macchia rossa ai pubblici ministeri che stavano indagando sulla strage?
Qualcuno, ventuno anni fa, aveva mai avuto il dubbio che quella macchia rossa avrebbe potuto essere l’agenda del procuratore assassinato?
Qualcuno, ventuno anni fa, aveva menzionato in una relazione di servizio – in un verbale di sopralluogo, in una lettera di trasmissione del video girato dai vigili del fuoco – quelle immagini della macchia rossa?
Dallo «sconcerto» manifestato dai magistrati di Caltanissetta la risposta sembra ovvia: no, nessuno quanto pare si preoccupò di comunicare ai titolari dell’inchiesta cosa si vedeva al minuto 5.37 di quel lunghissimo filmato del dopo strage.
Perchè? In qualche modo, l’abbiamo già detto.
O grande è stata l’imperizia degli investigatori delegati alla visione del filmato o – e certo i precedenti in questa direzione non mancano – qualcuno ha fatto finta di non vedere.
Se così stanno le cose, come possiamo ogni volta mostrare meraviglia che si sia scoperto poco e niente sui massacri di Capaci, di via D’Amelio e sui tanti, troppi delitti eccellenti siciliani?
Se così stanno le cose, i procuratori di Caltanissetta che negli ultimi anni hanno indagato con intelligenza sulle indagini taroccate e deviate nel 1992 (fino ad arrivare a chiedere la revisione del processo Borsellino per sette imputati) dovranno ricominciare la loro inchiesta fin dai particolari più insignificanti.
E da quelle più significanti.
Come per esempio questo video dei vigili del fuoco dove in meno di sessanta secondi – dal minuto 5,37 al minuto 5,55 – si nota di spalle un uomo in maglietta azzurra, pantaloni chiari e mocassini neri davanti a quella macchia rossa
Le indagini tecniche annunciate dal procuratore capo della repubblica Sergio Lari accerteranno fra qualche giorno se la macchia ripresa dai vigili del fuoco sia davvero la famosa agenda di Paolo Borsellino, però bisogna precisare che intanto la caccia ai «ladri» di quel diario non si è fermata mai.
Neanche in queste ultime ore, soprattutto in queste ultime ore dove sembra che si sia accelerata la ricerca a personaggi sospetti – uomini dei servizi segreti, secondo i pubblici ministeri – sospettati di avere trafugato l’agenda il pomeriggio del 19 luglio 1992.
L’affaire, come vediamo, è apertissimo.
Di sicuro, le investigazioni si stanno concentrando sulle manovre degli apparati di sicurezza di stanza in Sicilia ventuno anni fa.
E che non riguardano solo la sparizione dell’agenda. È praticamente tutta l’indagine sull’uccisione del procuratore, fin dall’inizio, che scava negli ambienti dell’intelligence.
È già il primo depistaggio alle indagini, il più grande, che viene da quel mondo.
Con quell’imbeccata che un (ancora) anonimo 007 offrì alla squadra mobile di Palermo annunciando «svolte clamorose» sulla strage di via Mariano D’Amelio.
Come? Tirando fuori per la prima volta il nome di Vincenzo Scarantino, uno sbandato di borgata fatto passare per un grande testimone di mafia. Così è entrato in scena il falso pentito della Guadagna, quello che – poi manovrato da poliziotti – si è autoaccusato di un attentato che non aveva mai fatto trascinando nel gorgo delle indagini personaggi estranei al massacro.
Lo Scarantino ha confermato, ha smentito, ha riconfermato e ha rismentito la sua versione anno dopo anno.
Sotto la regia di qualcuno in divisa che l’ha pilotato per allontanare i magistrati dalla verità .
Un pupo Vincenzo Scarantino. In mano a pupari.
Gli stessi che probabilmente qualche giorno prima avevano fatto sparire l’agenda rossa.
Attilio Bolzoni
(da “La Repubblica“)
argomento: denuncia, mafia | Commenta »
Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI CALTANISSETTA ACQUISISCE UN FILMATO E CERCA DI VENIRE A CAPO DEL MISTERO DELLA SPARIZIONE DELLE CARTE CHE PAOLO PORTAVA CON SE’
Girava su Youtube da circa un anno e mezzo con il titolo “via D’Amelio, video inedito”, e
nessuno se n’era accorto.
Le immagini sono nitide, ma su quell’iPad le hanno viste ieri mattina solo i pubblici ministeri Nico Gozzo e Stefano Luciani e il testimone d’eccezione, il colonnello Giovanni Arcangioli: lo ritraggono nell’inferno di via D’Amelio, il pomeriggio del 19 luglio del 1992, insieme a due sottufficiali dell’arma e la borsa di Paolo Borsellino, appoggiata sugli avambracci di uno dei due, il maresciallo Calabrese, in servizio allora al nucleo operativo.
Per la prima volta un video svela un passaggio di mano della borsa di pelle marrone prelevata dall’auto del giudice ucciso, dalle mani del colonnello Arcangioli, incriminato e poi prosciolto dal furto dell’agenda rossa, a quelle (anzi, alle braccia) di uno dei suoi uomini.
È questo il momento più significativo della deposizione in aula, a Caltanissetta, al processo Borsellino quater del colonnello Arcangioli, protagonista ieri di uno sfogo condito da una serie di ‘non ricordo’: “Sono passati 20 anni e io di via D’Amelio ho due ricordi: l’odore e la desolazione. Poi ho solo dei flash”.
Arcangioli non ricorda da chi ha preso la borsa e a chi l’ha consegnata.
Ha detto di averla aperta “forse alla presenza di Ayala, ma non posso esserne sicuro al punto da affermarlo sotto giuramento” e di aver dato disposizione di rimetterla nella vettura, sostenendo di averne parlato al suo superiore, l’allora capitano Minicucci.
Il video, inedito, non è stato ancora acquisito dalla procura di Caltanissetta che non ha deciso se citare il nuovo testimone.
Postato nel novembre del 2011 su Youtube, la procura ha scovato il fimato grazie ad una segnalazione confidenziale.
Stamattina è stato mostrato in aula ad Arcangioli, che deponendo come teste è stato protagonista di un lungo sfogo: “Sono 8 anni che vivo in questa situazione che ha distrutto me e la mia famiglia con gli attacchi di giornali e tv”.
Arcangioli si è lamentato del fatto che, in questi anni, sia stato ritenuto strano che lui non avesse scritto una relazione di servizio sull’episodio: “Non ritenevo, probabilmente sbagliando, quel reperto di interesse, e non viene ritenuto strano che l’operatore di polizia la relazione l’abbia fatta dopo 6 mesi”.
L’allusione è all’ispettore della polizia Maggi, che intorno alle 18,30 prelevo’ la borsa dal sedile posteriore della blindata, dove nel frattempo era stata riposizionata, per portarla in questura. Maggi verrà sentito alla prossima udienza, prevista il 20 maggio, ed il giorno dopo, il 21, proseguirà la deposizione del giudice in pensione Giuseppe Ayala: anch’egli presente sul luogo della strage pochi minuti dopo l’esplosione, ha già deposto in aula ieri mattina.
Ayala ha confermato la sua versione sulla borsa, consegnata, ha detto, ad un ufficiale dei cc in divisa (“e non era quella estiva”) ma ha fornito nuovi e inediti dettagli, in qualche caso contraddicendosi, sul suo arrivo in via D’Amelio (“in auto”), sulla collocazione della borsa (“sul sedile” e non sul pianale come aveva detto prima) e sulla presenza di sua moglie a casa al momento dello scoppio della bomba.
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: mafia | Commenta »
Maggio 12th, 2013 Riccardo Fucile
ANGELA PAGA LA SUA BATTAGLIA PER LO SCIOGLIMENTO PER CONTIGUITA’ MAFIOSE DELLA GIUNTA DI REGGIO CALABRIA… DELEGITTIMATA DA BOCCHINO, ABBANDONATA DALLO STATO
Per tre volte in Commissione parlamentare antimafia (una volta come vicepresidente), una vita blindata da 10 anni per le sue battaglie antindrangheta, minacciata l’ultima volta a gennaio di quest’anno attraverso le parole intercettate nel carcere di Tolmezzo a Pantaleone Mancuso («Stiamo lavorando per toglierla di mezzo», pronunciate dopo un’interrogazione parlamentare presentata sul provvedimento del Tribunale di Vibo Valentia che dispose il trasferimento in ospedale del presunto boss), ad Angela Napoli è stata tolta la scorta che finora l’ha protetta.
Quando la Questura — a ore – le comunicherà ufficialmente la notizia che le è stata anticipata telefonicamente ieri sera dalla Prefettura, via la macchina blindata, via l’autista e l’uomo di tutela e largo al fai-da te.
Il livello di vigilanza che lo Stato potrà assicurargli è infatti il 4: vale a dire che la Napoli ci deve mettere la propria macchina, un suo autista personale e il Viminale ci metterà un uomo a tutela.
A raccontare quanto è accaduto è proprio lei, di ritorno da una nuova tappa della sua politica in giro per la Calabria (ieri era a Gioia Tauro), che continua a svolgere con la sua associazione Risveglio Ideale, nonostante non sia più stata neppure candidata al Parlamento.
«Ieri sera mi ha telefonato il prefetto di Reggio Calabria Vittorio Piscitelli – racconta Napoli con la solita calma – e ha fatto riferimento ad una circolare dell’ex ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri che obbliga a rivedere lo status delle persone protette e mi ha comunicato, di conseguenza, le novità ».
Napoli non si è comunque persa d’animo e ha cominciato a cercare qualcuno che voglia fargli da autista.
Risposte: zero.
«Nessuno mi vuole fare da autista — dice – perchè hanno giustamente paura. A questo punto rinuncerò a quel poco di scorta che mi verrebbe attribuita perchè un autista non lo trovo e il poliziotto che mi verrebbe assegnato a tutela ovviamente non può guidare anche la macchina, oltretutto privata. Mi dispiace ma dirò allo Stato che si deve assumere fino in fondo la propria responsabilità . Non potrò più muovermi in alcun modo».
C’è da chiedersi se la decisione sia frutto di battaglie intestine alla sua ex coalizione politica di centro destra (militava nel Fli di Gianfranco Fini dal quale poi uscì polemicamente).
«Qualcuno mi fa notare —risponde Napoli — che pago quel che ho detto, senza guardare in faccia a nessuno, soprattutto da dopo lo scioglimento per contiguità mafiose del Comune, di centro destra, di Reggio Calabria. Pago tutto, compreso il mio ultimo intervento a Reggio Calabria il 2 maggio in cui sono ritornata su quel tema e ho come sempre denunciato i sistemi criminali che governano questa regione. Per fare nomi e cognomi non c’è bisogno di essere parlamentari ma mi domando: come può lo Stato ritenere che non ci sia più bisogno di tutelarmi o farlo in maniera tale che io sia costretta a rinunciare? L’unica cosa che possono fare per non farmi muovere è togliermi la scorta. L’hanno fatto e se ne assumeranno la responsabilità ma io non mollerò questa battaglia di civiltà politica anche perchè voglio chiarire che la scorta non mi era stata assegnata come parlamentare ma come soggetto ad alto rischio. Vuole che le racconti l’ultima? Il prefetto mi ha detto: “se dovesse succedere qualcosa rivedremo la decisione”. E cosa aspettano? Che mi ammazzino per ridarmi la scorta?».
C’è da chiedersi che ne sarà delle battaglie di una delle pochi voci fuori dal coro in una Calabria autodistruttiva e, dunque, sempre più arretrata.
Roberto Galullo
(da “il Sole24ore)
argomento: mafia | Commenta »
Maggio 4th, 2013 Riccardo Fucile
IL MARESCIALLO MASI HA PRESENTATO DENUNCIA NELLA QUALE RIVELA IL NOME DEL SUPERIORE CHE AVREBBE OSTACOLATO LE INDAGINI PER LA CATTURA DI PROVENZANO E MESSINA DENARO
«Noi non abbiamo intenzione di prendere Provenzano! Non hai capito niente allora? Ti devi
fermare!». È sbigottito il maresciallo Saverio Masi quando, dopo aver chiesto uomini e mezzi per catturare il boss, sente urlare il suo superiore.
«Hai finito di fare il finto coglione? Dicci cosa vuoi che te lo diamo. Ti serve il posto di lavoro per tua sorella?»
Allo sbigottimento segue lo sconcerto.
Nessuno nell’Arma era a conoscenza che la sorella fosse disoccupata.
È solo uno degli episodi che Masi ha descritto nella denuncia presentata alla Procura di Palermo.
A distanza di anni rivela il nome del superiore e di tutti gli altri che avrebbero ostacolato le indagini su Provenzano prima e Messina Denaro poi.
Un macigno scagliato mentre è in corso la requisitoria del Pm Nino di Matteo contro gli ex ufficiali del Ros accusati di avere favorito la latitanza di Provenzano.
Ma la testimonianza di Masi arriva anche pochi giorni prima del 27 maggio quando si aprirà il processo sulla trattativa mafia-Stato, ed è destinata a lasciare il segno.
IL CONTATORE DELL’ENEL
I fatti si svolgono tra il 2001 e il 2007. Provenzano nel frattempo è stato arrestato (nel 2006), Matteo Messina Denaro ancora no.
Masi, per uno strano intreccio di vite, oggi è il capo scorta di Di Matteo, il pm che indaga sulla trattativa.
Quando Masi nel 2001 si presenta al Nucleo Provinciale di Palermo chiede di occuparsi della cattura di Provenzano.
La caccia ai latitanti è una missione che sente cucita sulla pelle e invece lo inviano a Caltavuturo, sulle Madonie.
Non si rassegna e, di propria iniziativa, si mette sulle tracce di Provenzano.
Si sorprende quando intuisce che con pochi mezzi e consultando vecchi verbali, all’indomani dell’arresto del boss Benedetto Spera, riesce ad individuare un contatore Enel riferibile a chi gestiva la latitanza di Provenzano ben cinque anni prima della sua cattura.
Difficile immaginare la sua reazione quando i superiori gli ordinano di sospendere le indagini.
Gli appare chiaro che non c’è tanta voglia di catturare il boss di Corleone.
Forse è per questo che molti spunti d’indagine rimangono lettera morta, come quelli raccolti in una notte dell’agosto del 2001.
LA TELEFONATA CON L’ITALOAMERICANO
I carabinieri ascoltano un noto pregiudicato della zona legato a Provenzano, dall’altra parte del filo c’è un italoamericano che ha solo una preoccupazione: invitare negli Usa il premier Berlusconi l’8 ottobre alla festa del Columbus Day.
L’americano dice: «Voglio Berlusconi e ho detto a Nicola come si deve fare. Iddu è pure in buoni rapporti con Bush», e il mafioso italiano risponde: «Certo, come lo vedo, glielo dico io».
Pochi giorni dopo c’è l’attentato alle Torri, Berlusconi partecipa al Columbus Day, ma al telefono.
Chi fosse Nicola e a chi fosse intestata l’utenza Usa non si è mai saputo.
È rimasto anche il mistero di come un italoamericano e un picciotto delle contrade siciliane potessero condizionare Berlusconi.
LA MACCHINA PER SCRIVERE
Masi poi descrive il goffo tentativo di piazzare le cimici nel casolare di Provenzano, caduto nel vuoto perchè il Ros aveva dimenticato gli attrezzi per forzare la serratura. Un episodio che fa il paio con un altro avvenuto poco dopo, quando i superiori ordinano a Masi, senza spiegare il motivo, di sospendere il pedinamento di Ficano, cognato di Simone Castello, postino di Provenzano.
Masi aveva ficcato il naso nel parco autodemolizioni di proprietà di Ficano e aveva scoperto, tra pneumatici e carcasse, un casotto con dentro una macchina per scrivere. La stessa che probabilmente veniva usata per compilare i pizzini destinati a Provenzano.
E forse in alcuni casi l’aveva usata lo stesso boss. In quel casotto pochi minuti prima era entrato anche il suo capitano e, non rilevando nulla di anomalo, aveva deciso di non piazzare microspie.
Masi stupito chiede di fare accertamenti sulla macchina per scrivere.
Chiede di battere l’alfabeto su un foglio, per poter confrontare i caratteri con quelli dei “pizzini” già sequestrati.
Una richiesta banale, ma il capitano si rifiuta. Ne scaturisce un’animata discussione dopo la quale Masi apprende che anche nelle indagini su Gaetano Lipari, “l’infermiere di Bernardo Provenzano ”, era stato impartito lo stesso incredibile ordine: non pedinare i principali indagati.
NEL CASOLARE
La carriera di Masi s’incrocia anche con Messina Denaro, e si trova a sfogliare un copione già letto.
Come quando segue il caso delle «talpe» della Procura di Palermo.
Si mette sulle piste di Francesco Mesi, sospettato di essere uno dei favoreggiatori di Denaro.
Piazza cimici e rilevatori satellitari sull’auto e segue Mesi nei pressi di una macelleria: è di Pietro Tornatore, che consegna a Mesi una busta e gli sussurra: «da parte del compare Giammanco», considerato vicino a Provenzano.
Masi segue la sua preda nella campagna tra Bagheria e Misilmeri, fino a quando si ferma. Il maresciallo è certo di aver individuato il “corriere” di Messina Denaro. Vuole continuare le indagini con telecamere e microspie.
Per questo chiede che gli vengano revocate le ferie natalizie.
Ma il suo superiore “lo invita” ad andare in vacanza perchè ci avrebbe pensato lui.
Al ritorno dalle ferie “forzate”, Masi chiede conto dell’esito delle indagini. Il superiore risponde di non aver trovato nulla! Masi non gli crede e con un collega e a sue spese si reca in piena notte sul punto segnalato dal Gps: trova un contatore Enel e un casolare. Si avvicina, una porta si spalanca all’improvviso.
Masi intravede degli uomini intorno a un tavolo, uno di loro probabilmente è Messina Denaro. Il maresciallo si getta sotto la siepe per non essere scoperto.
Torna in caserma, litiga furiosamente con il capitano e scrive l’ennesima relazione che, come le altre, cade nel vuoto.
L’APPOSTAMENTO
L’appuntamento con il capo di Cosa Nostra è solo rinviato. Nel marzo del 2004 sulle strade di Bagheria evita per un soffio lo scontro con un’utilitaria che gli taglia la strada.
Sta per imprecare, ma riconosce alla guida Matteo Messina Denaro. Lo segue mentre si infila in una villa. Ad attenderlo c’è una donna.
Annota tutto e chiede l’autorizzazione a proseguire le indagini.
La reazione dei suoi superiori non è quella che si aspetta: gli chiedono di cancellare dalla relazione l’identità del proprietario della villa e quella della donna che aspettava il boss.
Matteo Messina Denaro poteva continuare ad essere tranquillamente un fantasma.
Masi chiede ai superiori di trasmettere comunque la relazione alla Procura. A distanza di anni non sa se l’hanno fatto. Quello che è certo è che nessuna microspia è stata piazzata sull’auto di Denaro.
L’ultima relazione Masi l’ha scritta ieri.
Ha messo in fila fatti e nomi e li ha consegnati alla Procura di Palermo. La vicenda ha un epilogo classico, come quello del capitano Bellodi protagonista del Giorno della Civetta.
Masi tra poco affronterà un processo dove è accusato di tentata truffa per aver chiesto l’annullamento di una multa contratta con l’auto privata mentre svolgeva gli appostamenti.
«Usavamo le macchine di amici – aveva spiegato nel processo Mori – perchè i mafiosi conoscevano le nostre auto di servizio». A difenderlo gli avvocati Carta e Desideri, gli stessi che ora lo assistono nella denuncia depositata pochi giorni dopo le minacce al Pm Di Matteo.
Una pagina di testo scritta al computer: “Amici romani di Matteo (Messina Denaro, ndr) hanno deciso di eliminare il pm Nino Di Matteo in questo momento di confusione istituzionale, per fermare questa deriva di ingovernabilità . Cosa Nostra ha dato il suo assenso, ma io non sono d’accordo”
È il pizzino scritto da chi si identifica come uno del commando di morte.
Quello che è certo è che è ben informato.
Conosce nei dettagli notizie riservate, spostamenti e soprattutto i punti deboli della protezione del Pm che sta indagando sulla trattativa mafia-Stato.
Sigfrido Ranucci
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: mafia | Commenta »
Aprile 3rd, 2013 Riccardo Fucile
LE DUE LETTERE ANONIME GIUNTE IN PROCURA A PALERMO IN CUI SI PREANNUNCIA UN ATTENTATO AL PM DI MATTEO
Due lettere uguali, scritte al computer con un linguaggio rozzo ma senza errori eclatanti, da un anonimo che si qualifica come “uomo d’onore della famiglia trapanese”.
L’eliminazione di Nino Di Matteo, scrive, è stata decisa “in alternativa a quella di Massimo Ciancimino”, ed “è stata chiesta dagli amici romani di Matteo (Messina Denaro, ndr), perchè questo paese non può finire governato da comici e froci”.
E ancora: “Matteo ha dato l’assenso” e poi “ha coinvolto altri uomini d’onore, anche detenuti”.
Non sono le parole di un esaltato, ma di un attento conoscitore degli spostamenti del pm più esposto d’Italia, fin nei minimi dettagli.
Racconta che il “botto” sarebbe dovuto scattare a maggio, con le armi e l’esplosivo già nascosti in alcuni depositi a Palermo.
E ora che è scattata la decodifica, per gli analisti antimafia ci sono pochi dubbi: la lettera rivela particolari difficilmente conoscibili da uno che non abbia eseguito appostamenti sui movimenti di Di Matteo e sui punti deboli della sorveglianza.
Per questo, e per il particolare momento politico-istituzionale in cui arriva, è stata presa immediatamente sul serio: “Il clima complessivo è tale da destare la massima attenzione — osserva il procuratore di Palermo Francesco Messineo — perchè ci sono numerose analogie tra la situazione attuale e il ’92: abbiamo lo stallo istituzionale, una fase di confusione politica e un’imminente elezione del capo dello Stato. Questo è il motivo per cui abbiamo chiesto l’adozione di nuove misure di sicurezza, scattate immediatamente, con una apprezzabile sensibilità istituzionale”.
Anche il procuratore nisseno Sergio Lari, titolare delle indagini sul progetto di attentato a Di Matteo, è convinto che “stiamo vivendo un momento storico simile al ’92” e che “c’è una situazione di instabilità politica proprio come accadde vent’anni fa, quando purtroppo gli esposti anonimi vennero sottovalutati… Ma questa volta non verranno commessi errori”.
L’allarme in Procura è scattato il 26 marzo: la prima missiva è arrivata a Messineo che l’ha aperta; la seconda all’aggiunto Vittorio Teresi.
Quest’ultimo, intuendo che si trattava di una copia, ha passato la lettera ancora chiusa al Ris dei carabinieri, che non hanno trovato impronte nè sulle busta nè sulla carta. Entrambi i documenti sono stati subito inviati ai pm di Caltanissetta, che venerdì hanno ascoltato Di Matteo.
Nella lettera si fa riferimento a un altro magistrato in pericolo.
Scrive l’anonimo: “Ho sentito dire che stanno studiando anche i movimenti di un magistrato di Caltanissetta, uno che quando torna a Palermo passa sempre da via… (e indica la via, ndr)”, ed è l’unico aspetto dell’indagine rimasto alla Procura di Palermo.
Gli investigatori ora si interrogano sul riferimento a possibili scenari istituzionali contenuti nel messaggio, che appare come l’opera di una sofisticata intelligenza criminale.
Il procuratore Messineo sottolinea che l’anonimo è ricco di “elementi di concretezza”, e proprio per questo il rischio dell’avvio di una nuova strategia della tensione, per gli investigatori, è serio.
Se in fasi di stallo istituzionale, come quella attuale, Cosa Nostra agisce come service su mandato della politica, la finalità colta dagli analisti è quella di “destabilizzare per stabilizzare”, per evitare che vadano al potere outsider, partiti e persone non controllabili.
E negli ambienti giudiziari è automatico il collegamento a vicende mai chiarite del ’92, quando nei mesi precedenti alle stragi, la nuova stagione di sangue venne preannunciata da una serie di veline e di messaggi incrociati che raggiunsero in forma più o meno anonima le istituzioni.
Dalle telefonate della Falange Armata, alle veline dell’agenzia di stampa “Repubblica”, riconducibile a Vittorio Sbardella, che pubblicò un pezzo con l’annuncio di un “botto” alla vigilia dell’attentato di Capaci, alla lettera di Elio Ciolini che segnalò in anticipo l’eliminazione di Salvo Lima e indicò con micidiale precisione il calendario delle stragi.
Quello era il contesto nel quale il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti aveva lanciato in Parlamento l’allarme inascoltato sui rischi di una deriva eversiva.
Oggi a lanciare un appello per non sottovalutare il pericolo di nuove stragi è la presidente della commissione Antimafia europea Sonia Alfano, che si rivolge direttamente al capo dello Stato.
“Napolitano — dice — prenda l’aereo personale e si precipiti a Palermo per fare da scudo a Di Matteo”.
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
argomento: mafia | Commenta »
Marzo 27th, 2013 Riccardo Fucile
IL PRIMO CITTADINO DI LEINI’ AL PROCESSO MINOTAURO DOVE E’ IMPUTATO DI CONCORSO ESTERNO: “NESSUNA INFILTRAZIONE, UN IMPRENDITORE NON CHIUDE MAI LA PORTA”
“Se c’è un paese che non ha infiltrazioni mafiose nè mafiosi è Leinì”. 
Lo ha dichiarato oggi ai magistrati di Torino Nevio Coral, ex sindaco di Leinì, durante il maxiprocesso “Minotauro” contro la ‘ndrangheta che lo vede imputato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Il Comune alle porte del capoluogo piemontese di cui è stato dominus incontrastato per più di un decennio, prima come sindaco poi passando lo scettro al figlio Ivano, è stato sciolto per mafia dal governo Monti nel marzo 2012.
Secondo la procura Coral, arrestato nel giugno 2011 e oggi ai domiciliari, è stato una macchina da soldi per la ‘ndrangheta, che ha potuto così spartirsi appalti e subappalti nel Canavese e nei cantieri del suo gruppo industriale in cambio di pacchetti di voti.
Un “biglietto da visita” da usare in banca per ricevere credito.
Nell’aula bunker delle Vallette, l’imprenditore e politico di successo, noto anche come suocero e sponsor elettorale di Caterina Ferrero, ex assessore alla Sanità della giunta di Roberto Cota coinvolta in un’inchiesta su favori, mazzette e appalti, ha ripercorso con voce rotta la sua storia di self-made man, arrivato in Piemonte dal Veneto.
“Ho la terza media, ho iniziato giovanissimo, ho vissuto in una baracca di legno”.
Per lui, uomo di destra con una “particolarissima simpatia per Craxi”, l’avventura politica è iniziata quasi per caso, nel 1994, quando Forza Italia lo ha presentato come uomo nuovo dopo due anni di commissariamento del Comune, sciolto una prima volta nel 1992 per una mini tangentopoli che aveva portato in carcere alcuni assessori e il vice sindaco. “Ero il Grillo di tanto tempo fa, ma con i piedi per terra” racconta lui.
È orgoglioso, Coral, di quanto è riuscito a costruire a Leinì, che nei 10 anni della sua amministrazione è passato da 11mila a 15mila abitanti, con una crescita di circa 2-3 mila unità abitative.
Ed è riuscito a fondare un’Università su cui la Presidente della corte Paola Trovati gli ha chiesto chiarimenti: “Vede che lei non sa che c’è l’università ? Vede che quando noi di destra facciamo qualcosa, voi magistrati..”, le ha risposto Coral.
Gran parte dei lavori fatti a Leinì sono passati dalla Provana Spa, il “capolavoro” di Coral, una società “in house” che secondo la relazione d’accesso prefettizia ha rappresentato “il mezzo di cui quest’ultimo si è servito per concludere gli affari illeciti con i boss” e grazie al quale “è riuscito a pilotare (e sperperare) una mole impressionante di denaro pubblico derivante sia dalle casse del municipio che da sovvenzionamenti europei aggiudicati tramite l’Ente Regione Piemonte”.
Coral si è sempre mosso con disinvoltura nel mondo delle costruzioni.
“Facendo il Sindaco ho cercato di far vedere che noi imprenditori, credo che qui siamo tutti imprenditori ognuno nella sua misura, non è vero che siamo dei disonesti, abbiamo solo bisogno di lavorare ..” ha detto durante una cena elettorale ai suoi invitati.
Esponenti della ‘ndrangheta e pregiudicati, chiamati a sostenere la candidatura del figlio Ivano, suo erede nel ruolo di sindaco a Leinì, nel 2009 in corsa per una poltrona alla provincia.
Coral ha detto di non sospettare nulla della loro identità nè della presenza della ‘ndrangheta sul territorio di cui è stato sindaco.
“Nel 2003 è morto un mafioso nel quartiere Tedeschi, poi non ne abbiamo avuti altri”, ha detto. Di quanto fossero importanti certe relazioni era invece ben consapevole, perchè “la comunità calabrese è la nostra ricchezza” aveva ammesso alla cena.
Un appuntamento rivelatosi imbarazzante, che Coral giustifica con queste parole: “Proporre la cena è il modo di fare dell’imprenditore, che non chiude mai la porta”.
È il suo stile, dice.
Secondo la magistratura Nevio Coral dopo quella cena ha pagato 24mila euro per la campagna elettorale a favore del figlio Ivano presso le “famiglie” calabresi.
Ma le cifre dei suoi accordi, secondo le ricostruzioni, sembrerebbero essere state ben altre.
Si parla di centinaia di migliaia di euro, che lui nega risolutamente.
“Perchè noi non siamo una famiglia che ha bisogno di comprare i voti”, dice, e lui sa fare bene il suo mestiere.
Elena Ciccarello
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: mafia | Commenta »
Marzo 26th, 2013 Riccardo Fucile
UN GRUPPO DI FORESTALI DI BAGHERIA IMPONEVA TANGENTI AGLI IMPRENDITORI: COSI’ EVITAVANO ISPEZIONI PER ABUSI EDILIZI E VIOLAZIONI AMBIENTALI
Con cinquecento euro chiudevano un occhio, e pure l’altro, su costruzioni abusive e maxi discariche. 
Dovevano essere i tutori del territorio della provincia di Palermo, e invece erano i principali complici dello scempio.
Nel silenzio generale. Ma, casualmente, qualcosa è emerso nell’ambito di un’inchiesta per mafia e i poliziotti della sezione Criminalità organizzata hanno iniziato a indagare. Così, questa mattina sono stati arrestati quattro agenti della forestale.
In carcere sono finiti Pietro Rammacca, 50 anni, e Rosario Spataro, 49; ai domiciliari, Domenico Bruno, di 49 anni, e Giovanni Fontana, di 52.
Sono tutti appartenenti al distaccamento di Bagheria del corpo forestale della Regione Siciliana. Sono accusati, a vario titolo, di corruzione, induzione indebita a dare o promettere utilità , omessa denuncia e abuso d’ufficio. Il provvedimento, emesso dal gip di Palermo Angela Gerardi ha portato agli arresti domiciliari anche un imprenditore di Ventimiglia di Sicilia, Rosario Azzarello, 45 anni.
I poliziotti della Mobile hanno seguito in diretta i ricatti.
Piazzando una microspia nell’auto di un forestale hanno ascoltato anche la pianificazione delle estorsioni e gli accordi per dividersi la tangenti.
I forestali corrotti si muovevano come gli esattori di Cosa nostra, soprattutto alla vigilia delle festività di Pasqua e Natale.
E gli imprenditori pagavano.
Anzi, spesso, erano loro a cercare i forestali, per chiedere protezione e continuare a fare senza problemi abusi edilizi e ambientali.
L’inchiesta della polizia, coordinata dai sostituti procuratori di Palermo Caterina Malagoli e Alessandro Picchi, è appena all’inizio.
Ci sono altri forestali sott’inchiesta. Anche loro appartenenti al distaccamento di Bagheria.
Già nel passato erano emerse irregolarità in quell’ufficio, ed era pure arrivato qualche trasferimento, ma nessuna denuncia alla magistratura.
Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica”)
argomento: mafia | Commenta »
Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile
CASELLI HA LETTO IN AULA I NOMI DEI POLITICI TORINESI COINVOLTI NELL’INCHIESTA, DAL PDL AL PD
Gian Carlo Caselli legge nell’aula bunker delle Vallette, mentre una ventina di imputati di «Minotauro» lo ascoltano con attenzione dalle loro gabbie, i nomi dei «sette esponenti politici torinesi, oltre a Brizio, che hanno avuto contatti con Salvatore Demasi detto Giorgio in occasione di appuntamenti elettorali. Demasi è persona molto attiva in questo procedimento».
Tutti da Demasi
Carlo Maria Romeo, uno dei legali del costruttore calabrese arrestato nel blitz del 2011 con l’accusa di essere il capo locale della ‘ndrangheta a Rivoli, rovescia nel microfono la sua voce: «C’è opposizione».
Il procuratore capo legge comunque i nomi dei parlamentari uscenti Lucà «detto Mimmo», Pd, e Porcino, Idv, che si è ripresentato alle politiche con il Centro Democratico.
Seguono il consigliere regionale Pd Antonino Boeti, i vari Tromby, Cairoli e Giovanni Porcino, figlio di Gaetano.
Fabrizio Bertot, Pdl, primo cittadino di Rivarolo sino allo scioglimento del Consiglio comunale da parte del governo, sentito di lì a poco, ammetterà : «Dell’incontro al bar Italia di Torino (quello del padrino Giuseppe Catalano, ndr) ricordo solo Demasi perchè ha lo stesso cognome di una mia collega in Consiglio provinciale».
Il preambolo di Caselli
Caselli vorrebbe illustrare il suo «preambolo» su Demasi ma il presidente del collegio Paola Trovati, in seguito all’opposizione del difensore, lo stoppa.
Sicchè il procuratore deve contentarsi di chiedere al teste Francesco Brizio Falletti se «conosce questi politici e se ha mai parlato con loro di infiltrazioni della ‘ndrangheta nel nostro territorio».
Nelle file dei difensori si levano altri oppositori.
Caselli insiste: «Voglio valutare il rischio di infiltrazioni in base alle risposte di persone pubbliche come Brizio». Il quale sospira nel microfono: «Prima degli arresti di Minotauro non avevo alcun sentore».
Verbali acquisiti
Accusa e difese hanno concordato di acquisire i verbali degli interrogatori effettuati da Caselli a tutti questi politici, «per ragioni di economia processuale».
Sono verbali già noti e di cui si è dato conto sui giornali: nessuno, neppure i rivolesi Lucà e Boeti conoscevano Demasi come ‘ndranghetista.
Solo come «imprenditore calabrese».
Il fatto che fosse così ricercato dalla politica nessuno ha saputo chiarirlo. Era il preambolo di Caselli: «Preso atto della vastità dei tentativi di contattare, da parte di ‘ndranghetisti, politici e amministratori pubblici….».
Poi lo stop.
La procura ha scelto di sentire Francesco Brizio Falletti, sindaco di Ciriè e presidente di Gtt, per i nuovi sviluppi di indagine: dopo la cena preelettorale di maggio 2011 alla trattoria Doria di Ciriè, «presente con numerosi altri convitati Salvatore Demasi e in cui lei parla del piano regolatore locale», Caselli mostra alcune foto.
Ritraggono, giorni dopo, lo stesso uomo politico all’ingresso del municipio di Ciriè che si accomiata da alcuni personaggi fra cui il solito Demasi.
Le immagini sono state scattate dai carabinieri nel corso di un servizio di osservazione.
L’incontro in Comune
Caselli: «Adesso ricorda quell’incontro?». Brizio: «Non escludo che vi sia stato».
Caselli: «I carabinieri hanno seguito Vincenzo Femia, Demasi, Michelangelo e Nicola Marando in Comune, li hanno visti entrare nel suo studio di sindaco e uscirne dopo una ventina di minuti. Non ricorda?».
Brizio: «Non ricordo. Conosco solo Femia, era presidente di una controllata Gtt e un ex consigliere regionale. Siamo dello stesso partito, il Pd».
Caselli: «E i nominativi sul biglietto che lei ci ha consegnato, erano di persone da contattare per averne i voti?».
Brizio: «Durante la cena mi diedero quei nomi, non li ho contattati».
Caselli: «Ha fatto una telefonata a Michelangelo Marando alla vigilia delle elezioni comunali dicendosi preoccupato per l’esito del voto?».
Brizio: «Non ho fatto alcuna telefonata».
Per il resto non rammenta e lo dice chiaramente il presidente per chiudere l’esame: «Il teste non ricorda nulla».
Il cavallo di razza
Bertot ricorda invece Giovanni Iaria perchè, dopo una cena preelettorale in casa di Giovanni Macrì (altro arrestato di Minotauro) aveva detto di lui «Questo è un cavallo di razza». Precisa l’interessato: «Ma non sapevo che fosse quel Iaria di cui si parlava come di persona poco pulita». Quel Iaria contribuì a portare voti al candidato alle Europee 2009 che ora spera di andare a Bruxelles «con le rinunce dei neo eletti a Roma».
(da “La Stampa“)
argomento: Giustizia, mafia | Commenta »