Destra di Popolo.net

LE CARTE DELL’INCHIESTA: AFFARI, FAVORI E RICATTI, ZAMBETTI IN MANO AI BOSS DELLA ‘NDRANGHETA

Ottobre 11th, 2012 Riccardo Fucile

IL SISTEMA DEI CALABRESI PER CONQUISTARE I LAVORI DELL’EXPO

«Hai visto quel “pisciaturo” di Zambetti come ha pagato? Eh…lo facevamo saltare in aria!… Cirù, tu l’avevi letta la lettera che gli avevamo mandato?… Il pizzino? Gli hanno mandato una lettera tramite me… che quando l’ha letta, figlio mio, le orecchie si sono incriccate così… gli abbiamo mandato una lettera talmente scritta bene e talmente con tanti di quei… si vede che avevano gente laureata nel gruppo, gli hanno fatto la cronistoria di come sono iniziate le cose, di come erano i patti e di come andava a finire…».
Milioni di euro di appalti
Già , come andava a finire per Domenico “Mimmo” Zambetti, assessore alla Casa della Regione Lombardia, uno in grado di firmare appalti per decine di milioni di euro, in fondo glielo avevano fatto scrivere chiaro e tondo «da gente laureata»: perchè si capisce, anche la mafia calabrese, tra un’estorsione e un’ammazzatina, ormai usa un certo stile.
E lui, «Zambe», il «pisciaturu», che in dialetto calabrese vuol dire «uomo di poco conto» ma anche qualcosa di peggio, la sua condanna l’aveva firmata il giorno che aveva chiesto almeno 4 mila voti per andare ad occupare una poltrona d’assessore nella giunta plurinquisita di Roberto Formigoni.
Poi, forse, si era pentito. Troppo tardi.
I boss, se la ridevano mentre sulla Bmw imbottita di cimici del capocosca Eugenio Costantino, il 18 marzo scorso, commentavano l’ultima rata da 30 mila euro pagata dall’assessore.
«Oh, si è messo a piangere davanti a me e a zio Pino (l’altro boss, Pino D’Agostino, ndr). E piangeva, per la miseria, si è cagato sotto, cagato completo, totale… ogni tanto, solo così possiamo prenderci qualche soddisfazione, altrimenti non ne avrei mai nella vita di soddisfazioni, perchè il potere lo hanno i politici e la legge, però ogni tanto, vaffanc…, con l’aiuto degli amici, ogni tanto una soddisfazione ce la prendiamo…vaffanc… lo sai lui quante persone fa piangere?…E ogni tanto piangono anche loro, ma solo così, Ciro, non c’è altra alternativa che puoi farli piangere…ecco perchè io starò sempre dalla parte della delinquenza!». Incredibile.
Ma come si sa, certe disgrazie, hanno sempre un’origine precisa.
Nel caso dell’assessore Zambetti è una cena del 2009 per le elezioni nel comune di Sedriano, dove il futuro assessore, già  onusto d’incarichi pubblici, si presenta per appoggiare la candidatura per il Pdl di Teresa Costantino, la figlia del boss delle cosche platiote al Nord, un tipo sempre elegante e dalla faccia pulita, un boss «2.0» come si direbbe adesso: uomo d’affari, titolare della catena di gioiellerie «compro oro», affamato di appalti pubblici che potrebbe accaparrarsi, come spiega al suo compare e plenipotenziario Giuseppe D’Agostino detto «zio Pino», tramite una sua «testa di legno», tale Paolo Antonio, presidente di una cooperativa, la «Nuova Coseli», con sede in viale Bianca Maria, la strada che a Milano raccoglie studi professionali e uffici di prestigio.
Zambetti capisce in fretta l’antifona e il personaggio e al momento giusto, alla vigilia delle elezioni regionali del 2010 firmerà  il suo patto col Diavolo: 4.000 voti in cambio di 200 mila euro e una serie di appalti e favori.
Un vero peccato che l’antimafia di Ilda Boccassini, intercetti il boss per una delle tante indagini sulla criminalità  organizzata.
Scoprendo, come mai prima d’ora, quello che da tempo si sapeva e scriveva: e cioè che la ‘ndrangheta al Nord, quella dei Barbaro e dei Morabito, dei Bruzzaniti e Palamara, ha messo da un pezzo le mani sulle città  e la Regione.
Il «cavallo di Troia» al Pirellone
Piazzando il suo «cavallo di Troia» dentro il Pirellone: nientemeno che l’assessore alla Casa: «Noi gli diciamo: Mimmo, guarda che c’è quel lavoro, c’è che ce lo devi far dare, adesso tu sai che c’è l’Expo, lui ci può aiutare e li guadagniamo tutti».
Un politico di rango che li riceve nel suo ufficio in via Mora 22, in pieno centro.
Che fa avere una casa all’amante, una licenza alla sorella, sistema la figlia del boss nella direzione centrale dell’Aler, l’ente che controlla le case popolari…
«Però aspetta, adesso bisogna vedere se non l’ha presa per il culo… se non le rinnovano il contratto, poi dopo andiamo a prenderlo a Zambetti… gli diciamo: vieni qua, pisciaturu e gli facciamo un culo così».
Vatti a fidare dei politici.
Sebbene Zambetti, che viene ricattato anche attraverso fotografie di una cena elettorale a Magenta dove i boss si affollano per stringergli la mano, s’impegni soprattutto per gli appalti.
L’elezione pagata a rate
In più, paga la sua elezione. A rate: tre in tutto, l’ultima, da 15 mila euro, il 15 marzo scorso.
Mentre i carabinieri intercettano, filmano e fotografano, appostati sotto il suo ufficio, per un’indagine che non lascia scampo.
E sarebbe bello capire anche, dove li trovava tutti questi soldi l’assessore, accusato non a caso, oltre che di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio, anche di corruzione.
Secondo l’inchiesta, Zambetti si consegna totalmente alle cosche calabresi. Ne riceve l’appoggio, grazie anche ai voti trovati da un personaggio già  noto alle cronache, Ambrogio Crespi, fratello minore del più celebre Luigi, il sondaggista che inventò «il contratto con gli italiani» di Silvio Berlusconi.
Crespi, giornalista e sondaggista a sua volta, ha contatti con i «napoletani», che controllano interi condomini alla periferia di Milano.
«Ambrogio se vuole, 2000 voti come niente, a me. Lo fa per soldi, no?» E «per gli amici che si disturbano, ci vuole almeno un pensiero, una cinquina di mila euro…». Anche se poi Crespi si lamenta perchè ha preso «solo» 80 mila euro e così, con la scusa di farsi pagare un sondaggio, va a trovare pure lui l’assessore Zambetti.
Ognuno ha il suo bel tornaconto in questa storia squallida e pericolosa che rivela il degrado etico e di legalità  raggiunto ormai da certi politici e imprenditori.
Perchè probabilmente, questa non era nemmeno la prima volta che l’assessore ricorreva agli «amici degli amici».
«Scusa, com’è che glieli hanno dati i 2.500 voti a Milano l’altra volta a Zambetti… E va bè, tanto ci ha messo le mani la famiglia Barbaro per i voti…. Perchè io – spiega Costantino a una sua amica nel giugno del 2011 – ne sto vedendo di tutti i colori. Io per l’assessore ho fatto la campagna elettorale per le provinciali del 2009, per quelle del Comune di Milano del 2011 perchè dove ci sono mi chiamano ormai…».

Paolo Colonnello
(da “La Stampa“)

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REGGIO CALABRIA, SCIOLTO IL COMUNE PER CONTIGUITA’ CON ORGANIZZAZIONE MAFIOSE

Ottobre 9th, 2012 Riccardo Fucile

SI TRATTA DEL PRIMO CASO DI UN CAPOLUOGO DI PROVINCIA… ALLA BASE LE INCHIESTE DELLA DDA SULLA SOOCIETA’ MULTISERVIZI E SU UN CONSIGLIERE COMUNALE… COLLEGAMENTI CON LA COSCA TEGANO

Il Consiglio dei ministri ha deciso all’unanimità  lo scioglimento del Consiglio comunale di Reggio Calabria.
Lo ha annunciato il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi.
“Non è uno scioglimento per dissesto”, ha precisato, ma per “contiguità  e non per infiltrazioni” mafiose.
Lo scioglimento, ha proseguito, è stato “un atto preventivo e non sanzionatorio, una decisione sofferta, documentata, studiata e approfondita”, fatta “a favore della città ”.
Il ministro ha sottolineato che “è la prima volta nella storia d’Italia che viene sciolto il consiglio comunale di un capoluogo di provincia“.
La Commissione d’accesso al Comune di Reggio Calabria, la cui relazione sta alla base dello scioglimento, è stata nominata il 20 gennaio scorso dall’allora prefetto di Reggio Luigi Varratta, e si è insediata il 24 gennaio.
Il 13 luglio ha concluso i suoi lavori e nelle settimane successive è stata inviata al Viminale una relazione dal nuovo prefetto Luigi Piscitelli.
La Commissione ha avuto mandato a “indagare” su due ambiti: le inchieste della Direzione distrettuale antimafia sulla società  partecipata Multiservizi e su quella che ha portato all’arresto del consigliere comunale Giuseppe Plutino, per stabilire se potessero esserci stati condizionamenti dell’attuale amministrazione guidata da Demetrio Arena, eletto nel maggio del 2011.
Per i prossimi 18 mesi la città  sarà  amministrata da una commissione di tre membri.
“Speriamo che la città  possa trovare la serenità  e riprendere il suo cammino”, ha detto ancora il ministro, che ha portato in cdm la richiesta di scioglimento.
“Il governo è molto vicino a Reggio Calabria e farà  di tutto per far risorgere questa città , dandole le risorse necessarie e importanti compatibilmente con i mezzi che abbiamo a disposizione”.
La Multiservizi è finita travolta dopo l’arresto, nel 2011, dell’allora direttore operativo Giuseppe Rechichi, accusato di associazione mafiosa e ritenuto il prestanome della cosca Tegano nella società .
A Rechichi, condannato nel luglio scorso a 16 anni di reclusione, il 31 luglio è stata poi notificata un’altra ordinanza di custodia cautelare nell’ambito di un’operazione che ha portato all’arresto di un ex consigliere comunale di centrodestra, Dominique Suraci, al quale avrebbe garantito un apporto elettorale proprio in virtù del suo ruolo all’interno della Multiservizi.
La società  è stata sciolta dal Comune nel luglio scorso dopo che la Prefettura aveva negato la certificazione antimafia al socio privato, motivando la decisione con tentativi di infiltrazioni della criminalità  organizzata.
Contro la decisione del governo si scaglia Jole Santelli, deputato calabrese del Pdl, che parla di “scelta politica punitiva e umiliante”:
“Dovranno essere molto serie, motivate e approfondite le motivazioni e le valutazioni che hanno portato il ministro Cancellieri ad una decisione simile”, afferma.
Una decisione “puramente discrezionale e quindi politica. La città  non si difende nominando commissari”.
Tra i “big” nazionali, il segretario del Pd Pierluigi Bersani parla invece di una decisione che “deve farci riflettere sulla gravità  dellla situazione nel nostro Paese” rispetto alle “infiltrazioni delle organizzazioni criminali”.
Per il leader di Sel Nichi Vendola, ex vicepresidente della Commissione antimafia, sottolinea “quanto la cattiva politica in contiguità  con la ‘ndrangheta abbia soffocato il passato e soffochi il presente e il futuro di questa terra meravigliosa”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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A REGGIO CALABRIA IL PDL FA SCENDERE GLI STUDENTI IN PIAZZA CONTRO LO SCIOGLIMENTO DEL COMUNE PER MAFIA: MA NON CI VA NESSUNO

Ottobre 4th, 2012 Riccardo Fucile

MENTRE IN ALTRE CITTA’ GLI STUDENTI MANIFESTANO CONTRO LA MAFIA, A REGGIO SCOPELLITI PROMUOVE UNO SCIOPERO DELLE SCUOLE CONTRO LO SCIOGLIMENTO DEL CONSIGLIO COMUNALE PER INFILTRAZIONI MAFIOSE… MA LA PROTESTA FA FLOP

All’inizio dell’anno, il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri aveva inviato la commissione d’accesso a Reggio Calabria per accertare la situazione del Comune .
E la commissione prefettizia ha concluso i suoi lavori indicando esplicitamente, secondo indiscrezioni, la scelta per lo scioglimento del medesimo per infiltrazione mafiosa.
Ora spetta al ministro Cancellieri portare in Consiglio dei ministri la richiesta, una volta fatta propria.
Nel frattempo, a Reggio Calabria, gli studenti hanno deciso di scendere in piazza per scioperare “in difesa della città ”.
Contro la presenza di elementi mafiosi in Comune?
No, contro il rischio di scioglimento del consiglio comunale per infiltrazione mafiosa. Reggio Calabria ormai è una città  sull’orlo di una drammatica crisi di nervi.
Uomini delle istituzioni, si fa per dire, che incitano alla ribellione se il governo dovesse decidere per lo scioglimento.
Lo sciopero è fallito, per la scarsa partecipazione, ma le diverse decine di studenti che erano scesi in piazza sono stati comunque ricevuti in pompa magna dal sindaco.
A guidare il fronte è l’ex sindaco oggi governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti.
Con lui gran parte del Pdl e dello schieramento di centro destra.
Ma anche le “sigle” dell’antimafia locale si sono schierate contro lo scioglimento del consiglio comunale, sottoscrivendo un appello di un professore che ha raccolto più di cinquecento firme.

(da “La Stampa“)

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DOPO LAZIO E LOMBARDIA ADESSO TOCCA ALLA CALABRIA

Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile

SPRECHI E MAFIA, CAOS PDL IN CALABRIA

Non sono sole, Lazio e Lombardia.
Non sono le uniche regioni del centrodestra in cui tutto rischia di saltare per un connubio sciagurato di malapolitica, truffe e corruzione.
La Calabria è la prossima bomba pronta esplodere nel Pdl. Angelino Alfano lo sa.
Lo sanno tutti i notabili del partito, che per questo stanno facendo pressione sul governo Monti.
Pressione, soprattutto, sul ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri.
Al Viminale sono arrivate carte che scottano, 400 pagine di relazione prefettizia sulle infiltrazioni mafiose del comune di Reggio Calabria.
Sono secretate, per ora non può averle neanche la commissione parlamentare antimafia, ma in base a quelle carte – nelle prossime settimane, e comunque entro fine ottobre – il consiglio dei ministri dovrà  decidere se sciogliere il comune di Reggio.
Sarebbe la prima volta, per un capoluogo di provincia. E però, sarà  difficile scegliere altre strade.
Nel mirino ci sono i 10 anni di governo dell’attuale presidente della Calabria Giuseppe Scopelliti, sindaco dal 2002 al 2010, ancora influente, a dir poco, sull’attuale amministrazione di Demetrio Arena.
Sono gli anni del modello Reggio, delle assunzioni facili, di soldi sperperati in feste sul lungomare, dirette televisive, dj e tronisti da asporto, megaconcerti pop. «Un’operazione di marketing volta al finanziamento continuo di tutto quello che non serve alla città », dice oggi l’ex vicesindaco dell’era di centrosinistra Demetrio Naccari.
Ma soprattutto, sono gli anni chiusi con 170 milioni di euro di buco di bilancio (lo hanno certificato gli ispettori del ministero dell’Economia) di cui 80 milioni «sicuro oggetto di azioni illecite», come ha scritto la procura.
Alcune di queste azioni le ha commesse Orsola Fallara, persona di fiducia di Scopelliti messa a capo del settore Finanze e Tributi.
Si era liquidata come dirigente del comune un milione e mezzo di euro in consulenze. E nello stesso modo aveva pagato altri sodali dell’allora sindaco. Scoperta, è stata abbandonata al suo destino. Si è uccisa davanti al mare il 17 dicembre del 2010 bevendo acido muriatico.
Su questa vicenda, Scopelliti è indagato per falso.
Alla Camera, qualche tempo fa, spiegava al cronista che lui di bilanci non ha mai capito nulla, che della Fallara si fidava, che firmava trenta delibere al giorno senza leggerle tutte.
Insomma, che poteva non sapere.
Forse non sapeva neanche che Pino Plutino, consigliere comunale pdl, ex Udc, era il referente in comune della cosca Caridi, alla quale faceva favori (interveniva per assunzioni) in cambio di voti.
Che Dominique Suraci, altro consigliere comunale dell’era Scopelliti, poi assessore con il reggente Peppe Raffa, arrestato per concorso in associazione mafiosa e bancarotta fraudolenta, era proprietario di fatto di sei supermercati e garantiva la pax mafiosa sullo scaffale: dalla carne, al latte, ai cartoni, tutti i clan venivano accontentati.
Non sapeva che Manlio Flesca, in giunta con lui, aveva fatto pressioni per far assumere la moglie di uno dei Barbieri: è a processo per corruzione aggravata dal metodo mafioso.
Oppure che il consigliere regionale pdl Santi Zappalà  è stato condannato a 4 anni in primo grado perchè pizzicato a chiedere voti in casa del boss Giuseppe Pelle.
Che l’altro consigliere Franco Morelli è in carcere perchè nominò dirigente la moglie del giudice Vincenzo Giglio – secondo un’inchiesta milanese – in cambio di informazioni sulle indagini che riguardavano il boss lombardo Lampada.
O che Antonio Rappoccio prometteva posti di lavoro attraverso cooperative fittizie. Aveva anche fatto fare gli scritti ai candidati.
L’orale, era previsto dopo le elezioni.
Ma soprattutto, Arena e Scopelliti potevano non sapere che la Multiservizi – società  partecipata dal comune per tutte le manutenzioni pubbliche – era infiltrata dalla ‘ndrangheta tramite il direttore operativo? Giuseppe Rechichi, arrestato, era anche socio occulto per conto dei Tegano.
Se il comune di Reggio Calabria venisse sciolto per mafia, come suggerirebbe la logica, Scopelliti non potrebbe non pagarne il prezzo.
E la bufera travolgerebbe la regione.
Per questo il Pdl, e l’Udc, che in Calabria lo sostiene ovunque, sono entrati in agitazione.
Ma c’è un’altra spada che pende sugli amministratori del centrodestra. Reggio è di fatto in bancarotta, aspetta i soldi delle aree metropolitane per tappare i buchi, ma il prefetto potrebbe decidere di dichiararne il dissesto.
Se sarà  così, partirà  un procedimento in Corte dei Conti sia su Arena che su Scopelliti. In caso di condanna, scatta l’ineleggibilità .
E quindi, la decadenza dal mandato.
Si continua a ballare sul Titanic, nello Stretto.
Non è detto però che l’orchestrina possa continuarea lungo.

Annalisa Cuzzocrea

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MICCICHE’ E’ IMPRESENTABILE: “FALCONE E BORSELLINO? SBAGLIATO INTITOLARE A LORO L’ AEROPORTO, MEGLIO ARCHIMEDE O ALTRE FIGURE POSITIVE”

Settembre 18th, 2012 Riccardo Fucile

PER IL CANDIDATO APPOGGIATO DA FLI “MEGLIO NOMI CHE NON RICORDINO LA MAFIA”…. PER LUI   I DUE MAGISTRATI UCCISI DALLA MAFIA SONO FIGURE NEGATIVE: COME PUO’ IL PARTITO DELLA LEGALITA’ ( COME AMA DEFINIRSI FLI)   PORTARE COME PRESIDENTE DELLA REGIONE UN PERSONAGGIO DEL GENERE?

Il candidato alla presidenza della Regione insiste: “Falcone e Borsellino? Sbagliato intitolare a loro l’aeroporto, io lo l’avrei intestato ad Archimede o qualche figura che non ricorda la mafia”
Lo aveva già  detto in occasione dell’intitolazione, adesso Gianfranco Miccichè ribadisce il concetto che il nome dei due eroi palermitani per eccellenza, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non doveva essere legato all’aeroporto di Palermo per il retaggio sulle stragi di mafia.
“Continuo ad essere convinto che intitolare l’aeroporto di Palermo a Falcone e Borsellino, significa che ci si ricorda della mafia”- ha detto il candidato alla presidenza della Regione in un’intervista televisiva a Sky Tg 24 – L’aeroporto di Palermo lo intitolerei ad Archimede o ad altre figure della scienza, figure positive”.
“Ritengo, comunque, che sia una scelta di marketing sbagliata, per un territorio a vocazione turistica come il nostro, intitolare un luogo di partenza e arrivo come l’aeroporto alla memoria dei propri caduti.

Il commento del ns. direttore

Il cocainomane (per sua stessa ammissione in un verbale di polizia)   Miccichè stavolta ha passato il segno della decenza.
Non tanto e non solo per avere ripetuto un concetto che aveva già  espresso in passato circa la sua contrarietà  alla intitolazione dell’aeroporto di Palermo a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino, ma per le motivazioni che ha addotto a tale sua tesi:
1) Il fatto che i due “ricordano la mafia” e quindi ciò sarebbe disdicevole per l’immagine della Sicilia. Notoriamente per Miccichè la mafia non esiste: è la stessa posizione dei mafiosi che tendono ad accusare chi denuncia la criminalità  organizzata nell’isola come “gente che parla male della Sicilia”.
2) Sostenendo che l’aeroporto andrebbe intitolato a “figure positive”, Miccichè fa intendere che i due giudici che hanno sacrificato con la vita la loro dedizione allo Stato fossero “figure negative”, il che è semplicemente schifoso e indegno di un parlamentare della Repubblica, figurarsi di un candidato a governatore della Sicilia.
3) Miccichè parla di marketing e di turismo come se non esistessero valori etici da ricordare e prendere ad esempio, ma solo la presunta convenienza economica.
4) E’ vergognoso che un partito come Futuro e Libertà  che nel manifesto di Bastia Umbra poneva la legalità  come base del proprio agire politico e che ogni anno commemora il sacrificio di Paolo Borsellino, si sia ridotto ad appoggiare   come candidato alla presidenza della Regione un figuro del genere
5) E’ penoso che qualche esponente di Fli parli di “liste pulite” e invochi “per usum coglioni” il criterio della legalità  e dei valori morali nella scelta dei candidati in lista.
Se ci credessero davvero il primo da escludere sarebbe stato proprio Miccichè, ma evidentemente in Fli la dignità  conta meno della poltrona.
Altro che “tattiche” e “dinamiche”, tutte stronzate: ci sono valori su cui non si può barattare la propria coscienza con meschini interessi personali o viltà .
Soprattutto se la difesa di quei presunti valori sono richiamati nel manifesto programmatico del partito.
E’ la coerenza che alla lunga paga, non i compromessi e gli errori di campo.
Ha deciso Fini l’alleanza con un inquisito per mafia e con Miccichè?
Bene, Fini ha fatto una cazzata, non sarebbe la prima.
E’ stato costretto a questa scelta per evitare di scomparire?
Responsabilità  sua, se Fli avesse continuato a fare politica sulla traccia del manifesto di Bastia Umbra non sarebbe stato un problema superare da soli la soglia del 5% di sbarramento.
Sono stati i consiglieri regionali uscenti a premere per Miccichè candidato di Fli a governatore, pensando di avere così più chances per mantenere la poltrona?
Bene, mandateli a casa insieme a Miccichè: castigarne uno per educarne cento.

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IL PDL ASSALTA LA CANCELLIERI: REGGIO NON VA SCIOLTA PER MAFIA

Settembre 14th, 2012 Riccardo Fucile

PRESSIONI PER RINVIARE LA DECISIONE DEL MINISTRO…   I BERLUSCONIANI VOGLIONO IMPEDIRE IL PROVVEDIMENTO PER SALVARE IL GOVERNATORE SCOPELLITI

‘Usciogghiunu”. È il tormentone che infiamma questi giorni di settembre Reggio Calabria.Il Comune sta per essere sciolto per mafia.
Lo ripetono come un brano rap consiglieri comunali e assessori che “’nnacano” lungo il corso cittadino per stringere mani e rassicurare elettori e fedelissimi.
Il terrore che agita le notti dei Demetrio Arena, detto Demi, e soprattutto del suo lord protettore Peppe Scopelliti, uno che in Calabria conta il 70% dei voti, è il tutti a casa decretato dal Viminale.
A casa perchè la ‘ndrangheta che succhia il sangue alla città  è entrata in tutti gli angoli di Palazzo San Giacomo, dentro le società  miste e le municipalizzate, ha suoi politici di riferimento, gente che ha chiesto i voti ai boss e li ha avuti: consiglieri comunali, assessori, uomini potenti che sono la vera macchina del consenso del Pdl.
C’è una relazione firmata dal prefetto Vittorio Piscitelli che in città  definiscono “terribile”.
Una radiografia impietosa e allarmata su come i boss che da sempre comandano a Reggio hanno messo le mani sulla città .
Ma la partita ora si gioca a Roma ed è tutta politica.
Quelle pagine vergate dal prefetto e che portano a una sola, definitiva conclusione, lo scioglimento e il commissariamento per mafia, sono da settimane sul tavolo del ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri. Tocca a lei proporre una decisione definitiva a Monti e all’intero consiglio dei ministri.
La responsabile del Viminale, che nei giorni passati ha inviato i commissari antimafia a Taurianova e a San Luca, ha chiesto tempo, vuole riflettere, analizzare altre carte e dossier e per questo ieri ha convocato a Roma il prefetto Piscitelli.
La decisione è di quelle da far tremare le vene ai polsi, perchè mai, da quando esiste la legge sullo scioglimento per mafia dei comuni, è stata commissariata una città  capoluogo di provincia.
Sarebbe una notizia mondiale.
Ma questa è solo una delle ragioni che hanno indotto la Cancellieri a chiedere un supplemento di indagine e a rinviare la discussione prevista nel Consiglio dei ministri di oggi.
L’altra è più politica e riguarda le pressioni che sul Viminale sta esercitando il Pdl.
Reggio è una roccaforte del partito di Berlusconi, una delle ultime in Italia e la prima nell’intero Mezzogiorno.
E Peppe Scopelliti è una delle giovani promesse del berlusconismo alla canna del gas.
In sua difesa è sceso in campo l’intero quartier generale del Pdl, con Gasparri e Cicchitto in prima fila.
“Ma la relazione del prefetto è una bomba —dice chi l’ha vista —, descrive in modo dettagliato la capacità  di penetrazione delle cosche nel tessuto istituzionale della città . Ci sono nomi ed episodi. Decidere di voltarsi dall’altra parte e di non sciogliere è praticamente impossibile”.
L’attenzione è altissima e il ministro si trova con le spalle al muro: se scioglie viene crocifissa dal Pdl, se non lo fa rischia l’effetto Crotone.
Da mesi sul suo tavolo c’è un durissimo dossier del prefetto dove si propone lo scioglimento della Provincia per infiltrazioni mafiose.
Non è stato ancora discusso dal governo provocando l’intervento dell’ufficio di presidenza della Commissione antimafia che ha chiesto di acquisire l’intero incartamento.
Clima tesissimo a Reggio, con il sindaco Arena che l’altro giorno, davanti a migliaia di reggini in processione per onorare la Madonna della Consolazione ha tuonato contro i “nemici della città ”.
“Madre Santissima, intercedi affinchè la cultura disgregante e autolesionista, il male principale della nostra comunità , sia definitivamente debellato”.
Non una parola contro la ‘ndrangheta, la malapolitica, i consiglieri regionali che per quattro voti baciavano le mani a boss del calibro di Peppe Pelle da San Luca, gli assessori amici degli amici.
Tutti uniti nella difesa del Modello Reggio.
Peppe Scopelliti ha fatto tappezzare la città  di manifesti dove i reggini lo ringraziano.
Silenzio sui tre consiglieri regionali della sua maggioranza in galera, due per rapporti con la mafia, il terzo perchè vendeva posti di lavoro farlocchi in cambio di voti.
Il Comune è sull’orlo del dissesto, ma negli anni del suo regno si sono buttati dalla finestra centinaia di migliaia di euro per portare starlette e figuranti del Grande Fratello.
Conta poco.
Nei giorni scorsi ha fatto arrivare da Milano Roberto Arditti, ex portavoce del ministro Scajola ed ex direttore del Tempo , per rivendicare in una intervista pubblica il suo modello.
Ha portato in città  Lele Mora, Costantino, Belèn: “Grazie a loro siamo entrati in un circuito di notorietà ”
La festa è finita da tempo e la musica è cambiata.
Si canta il rap, “’u sciogghiunu”.

Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“LA TRATTATIVA C’E’ STATA E IL REGISTA FU SCALFARO”

Settembre 12th, 2012 Riccardo Fucile

MARTELLI E SCOTTI RICOSTRUISCONO I RAPPORTI TRA STATO E MAFIA: “SOSTITUITI UOMINI CHIAVE”

La trattativa tra Stato e mafia c’è stata.
Lo hanno confermato in audizione davanti alla Commissione antimafia gli ex ministri Claudio Martelli e Vincenzo Scotti.
Il primo è tornato a indicare in Oscar Luigi Scalfaro il regista, dominus della strategia che per fermare le stragi tentò di “assecondare l’ala moderata di Cosa Nostra” sostituendo gli “uomini chiave della lotta alla mafia”.
Mentre Scotti ha ricordato che tentarono di legittimarlo lo invitarono a non occuparsi della cupola. “’E’ meglio che non fai più dichiarazioni sulle questioni che riguardano il Viminale’. Così mi disse il mio ex capo di gabinetto del ministero dell’Interno nel luglio del 1992, il giorno dopo l’assassinio di Paolo Borsellino”, ha raccontato durante l’audizione ieri Scotti.
“Ero ministro degli Esteri e avevo dichiarato al Tg1: ‘Non si può indebolire la lotta alla mafia’”.
Scotti era stato ministro dell’Interno nel governo Andreotti e in tale periodo, ha ricordato, aveva sostenuto la linea del pool antimafia di Palermo e di Giovanni Falcone che aveva permesso di celebrare il maxi processo, aveva istituito (insieme a Martelli) il carcere duro per i mafiosi (41 bis) e la Direzione Investigativa Antimafia (Dia).
Si attendeva una riconferma.
Invece nel governo Amato, costituito il 28 giugno, fu nominato ministro degli Esteri, e al Viminale andò Nicola Mancino.
“Restai al governo 33 giorni solo per senso di responsabilità ”.
Il presidente dell’antimafia, Giuseppe Pisanu, gli ha chiesto se non si lamentò dello spostamento agli esteri. “Non è mia abitudine lamentarmi. So assumere le mie responsabilità . La questione era sotto gli occhi di tutti. Forse il presidente del Consiglio non leggeva i giornali? E il presidente della Repubblica non ha forse visto che il governo istituiva il ministro dell’Interno e quello della Giustizia?”, è stata la risposta di Scotti.
Anche Martelli ha puntato il dito contro Scalfaro, confermando quanto già  dichiarato in un’intervista lo scorso agosto, ma soprattutto contro Giuliano Amato accusandolo di aver raccontato “bugie” ieri nel corso dell’audizione davanti alla stessa commissione asserendo di non aver ricevuto pressioni dall’ex segretario del Psi Bettino Craxi sulla sua revoca da ministro della Giustizia.
“Giuliano Amato ha mentito e sono pronto a citare anche testimoni”, ha detto Martelli. “Amato mi disse che Craxi era contrario a un mio nuovo mandato a via Arenula e l’episodio avvenne in un ristorante a Trastevere sotto la mia abitazione. Posso citare persone che erano presenti e che possono testimoniare che è andato proprio come io ho raccontato”.
A sostituire Martelli al ministero della Giustizia fu Giovanni Conso. “C’è una responsabilità  politica — ha detto ancora Martelli — e l’ha spiegato anche Conso nella sua audizione. Si voleva assecondare l’area moderata di Cosa Nostra per far terminare le stragi e questo togliendo di mezzo quei politici che avevano esagerato nella loro fermezza contro Cosa Nostra. C’è una responsabilità  politica e se poi ci sono dei risvolti penali spetta ai magistrati provarlo”.
Di fronte alle parole di Martelli, l’ex prefetto Achille Serra ha proposto al presidente Pisanu di trasmettere le “parole di Amato e Martelli all’autorità  giudiziaria per vedere se c’è falsa testimonianza”.
Ma in commissione l’obbligo di dire la verità  “è esclusivamente morale” ha spiegato il presidente. “Mentire è stupido perchè ci sono numerosi testimoni: io rimasi turbato da quanto mi disse Amato a pranzo”, ricorda Martelli.
“Ne parlai con diversi colleghi e amici esprimendo i miei dubbi ma non telefonai a Craxi nè lo cercai, chiamai invece Amato ma lui mi disse: ‘Senti Craxi, io sono solo un ambasciatore, non prendertela con me’.
Io ribattei: ‘Digli che io o resto a fare la lotta alla mafia o vengo a fare battaglia in aula’.
Dopo poco lui mi richiamò dicendo: ‘Craxi dice che le tue sono argomentazioni valide’”.
Come fa dunque Amato a negare? “Mente anche sull’incarico a Mancino — prosegue Martelli — perchè fu proprio Mancino in commissione vigilanza a dire che fu in primis Scalfaro a contattarlo per il Viminale”.
E “mente anche sulla nomina di Giovanni Conso”, aggiunge Martelli. “Venne a casa mia e mi garantì che avrebbe continuato il lavoro che avevo fatto io: cinque giorni dopo la sua nomina, al comitato ordine e sicurezza di cosa si discute? Di 41bis. Strano”. Ma Conso, concede Martelli, “in questo fuggi fuggi dalle responsabilità  si è assunto le sue con onestà ”.
Ma perchè “le stragi a un certo punto si fermarono?”, ha chiesto interessano Pisanu. “Perchè c

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA SCRITTA “VIVA LA MAFIA” INDIGNA RITA DALLA CHIESA

Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile

LA TARGA DELLA VIA INTITOLATA A SUO PADRE IN FRANTUMI DA MESI…E SU UN MURETTO DI MONDELLO NESSUNO CHE CANCELLI LA SCRITTA CHE FA APOLOGIA DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA

Le ultime due immagini che restano di Palermo a Rita dalla Chiesa sono quelle scattate col telefonino ieri sera, poco prima di tornare a Roma, dopo il trentesimo anniversario del massacro di suo padre, Carlo Alberto, della giovane moglie Emanuela e dell’agente di scorta Domenico Russo.
Due immagini devastanti che rischiano di sovrapporsi sul calore avvertito anche in via Carini, fra gli applausi di tanta gente affacciata ai balconi proprio dove si deponevano le corone della cerimonia ufficiale.
Due scatti.
Nel primo «via dalla Chiesa» con la targa in frantumi da mesi.
Nell’altro un muretto di Mondello dove nessuno cancella un «W la mafia» fresco di vernice, ben visibile dai turisti al mare.
Prima del rientro, Rita voleva far vedere la strada intitolata al padre alla figlia Giulia, 41 anni, per la prima volta in vita sua a Palermo, un’ansia cresciuta con lei, la stessa che le ha impedito finora di venire nell’inferno dove morì il nonno.
Un muro infine abbattuto per stare vicino alla madre.
E cogliere l’occasione per portare giù anche il suo bimbo, cinque anni, gli occhioni ieri sgranati sul picchetto d’onore, sulle corone, su spade e fucili scrutati dall’alto, in spalla al suo papà  che seguiva Rita e Giulia.
Tutti al centro di una via Carini trasformata in un teatro con la strada per palcoscenico e i balconi come palchi.
Balconi di edifici rimasti com’erano allora, le persiane scrostate, le ringhiere arrugginite.
Una signora anziana vestita d’azzurro al primo piano, commossa. Più su, un’altra signora di almeno ottant’anni, accanto al balcone di una famigliola di colore.
Di fronte, un pensionato di settant’anni, i gomiti appoggiati al davanzale, pure lui come tutti pronto ad applaudire, mentre Rita alzava gli occhi quasi per ringraziare quel pezzo di Palermo.
Ma senza potere impedire al suo pensiero una constatazione amara: «Trent’anni fa, la sera dell’agguato, le stesse persiane rimasero tappate, nessuna delle persone che oggi hanno i capelli bianchi parlò, nessuno vide e sentì niente…».
Un’amarezza mitigata sia dal calore di questi due giorni trascorsi nella città  dove ha deciso di tornare a vivere, sia dalle parole del ministro Annamaria Cancellieri, del comandante generale dell’Arma dei carabinieri Lorenzo Gallitelli, del procuratore Piero Grasso pronto a dire che quel dramma «non fu solo un delitto di mafia», che «Cosa nostra potrebbe avere agito come braccio armato di altri poteri».
Poi, ieri sera, lo sgomento di Rita per quei due scatti, prima di lasciare l’Hotel La Torre, il suo buen retiro sugli scogli di Mondello, meta mai raggiunta quel 3 settembre dell’82 da suo padre e da Emanuele Setti Carraro.

Felice Cavallaro
(da “Il Corriere della Sera“)

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“NON SIAMO OBBLIGATI A PAGARVI”: COSÌ IL GOVERNO UCCIDE L’ANTIMAFIA

Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile

NUOVI TAGLI IN ARRIVO PER LA DIA, IL SOGNO DI GIOVANNI FALCONE… SI COLPISCE NUOVAMENTE L’INDENNITA’ AGGIUNTIVA. GIA’ RIDOTTA DEL 65%

Per la sentenza di morte bastano tre parole: “Spese non obbligatorie”.
Nel silenzio più assordante di quasi tutta la classe politica (anche di quella che fa dell’antimafia una bandiera), l’uccisione del sogno di Giovanni Falcone ora è davvero vicina. Dovendo obbedire alla spending review, il governo non ha saputo fare di meglio che abbattere la scure dei tagli nuovamente sull’“indennità  accessoria al personale in servizio presso la Direzione investigativa antimafia”: il cosiddetto Tea (trattamento economico aggiuntivo), o “indennità  di cravatta”, la misura voluta dall’allora direttore Gianni De Gennaro per fidelizzare i suoi uomini, renderli orgogliosi di lavorare nella Dia e allo stesso tempo evitare che svolgessero (come accade in tutti gli altri reparti) un secondo lavoro.
Per intenderci, parliamo di circa 250 euro al mese per un ispettore con 30 anni di servizio.
Non una cifra con cui diventare ricchi, ma neanche una che passa inosservata sul bilancio di una famiglia media.
E invece già  lo scorso anno, il 12 novembre, la legge di stabilità  aveva drasticamente ridotto il Tea: nonostante alcune interrogazioni parlamentari, di centrodestra e centrosinistra, nonostante le proteste — sotto Montecitorio — degli stessi poliziotti della Dia, si era passati al 35 per cento di quella somma.
Ora, però, arriva (in sordina) la mazzata finale.
Il Viminale dovrà  risparmiare in tutto, per la spending review, ben 131 milioni.
Con un documento datato 30 agosto 2012, sotto la voce Si.Co.Ge. (il sistema informativo di contabilità  che fa capo alla Ragioneria dello Stato, quindi al ministero dell’Economia) c’è il capitolo 2673 che riguarda il Dipartimento di Pubblica sicurezza del Viminale.
Si tratta di un documento di programmazione in cui vengono stanziate le cifre — 2013/2015 — destinate, appunto, al Tea.
Le cose che saltano agli occhi sono due.
La prima è la somma prevista per l’anno prossimo: 3.655.059 euro.
Ciò significa che, dai 5,7 milioni promessi fino a qualche mese fa, ne sono stati decurtati già  due. Oltre un terzo.
Ed è gravissimo, in un momento in cui, tra l’altro, i poliziotti sono spesso costretti ad anticipare le spese di missione.
Ma per fare questo, ed è la seconda cosa che balza agli occhi, si sono dovuti riclassificare gli oneri, passati da “giuridicamente obbligatori” a “non obbligatori”.
“Vuol dire che il ministero ritiene quelli per il personale costi di ‘funzionamento’, quindi soggetti a decurtazioni”, commenta amareggiato un funzionario.
Il tutto con un atto amministrativo passato a fine agosto.
Per avere un termine di paragone, basti pensare che nel 2001 erano iscritti a bilancio della Dia 28 milioni di euro.
Ci si credeva, era la creatura di Giovanni Falcone, che per primo comprese l’importanza di avere un’unica struttura (polizia, carabinieri e finanza) per affiancare i magistrati impegnati nella lotta alla mafia.
E invece oggi non solo il personale è sotto-dimensionato (mancano circa 200 unità ), si creano gruppi interforze ad hoc per il controllo degli appalti (quando la Dia ha già , al suo interno, un Osservatorio centrale sugli appalti), e si decurta il Tea, ma quello stesso Tea non viene neanche pagato: sul Viminale pesa un ricorso presentato da 500 tra ufficiali e sottufficiali che non si sono visti corrispondere, come del resto tutti gli altri colleghi, l’indennità  dal novembre 2011.
L’Avvocatura dello Stato ha scritto al Dipartimento chiedendo perchè non sono stati erogati quei fondi.
“I provvedimenti del ministero continuano a essere irrazionali — commenta Enzo Marco Letizia, segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia — e puniscono quelle donne e uomini che più di altri contribuiscono alla confisca dei beni delle mafie. C’è un accanimento contro la Dia, si colpisce la motivazione degli appartenenti che sono stati protagonisti integerrimi delle inchieste più scottanti degli ultimi anni. Ma lo Stato sembra proprio averli abbandonati”.

Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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