Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
ROBERTO SAVIANO E IL LIBRO DI ENRICO DEAGLIO SULLA STRAGE DI VIA D’AMELIO… I MISTERI CHE DA SEMPRE LA CIRCONDANO
Vent’anni fa, nello stesso condominio di via D’Amelio, entra Paolo Borsellino: deve portare sua madre dal medico, ma non ne avrà il tempo.
Rivediamo la terribile sequenza di immagini: una tranquilla strada in uno dei quartieri cresciuti come erbacce alle pendici del monte Pellegrino, su cui sta appollaiato il Castel Utveggio, sede forse dei servizi segreti e forse luogo da cui sarebbe stato azionato il telecomando della bomba.
Un boato tremendo, auto scaraventate in aria, una stradina devastata. Sulla scena accorre subito una moltitudine di persone, che rende difficile il lavoro di chi dovrebbe fare i rilievi.
Così il 19 luglio del 1992 muoiono Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Uno solo si salva: è Antonino Vullo, ferito mentre parcheggiava uno dei veicoli della scorta.
Così comincia un mistero che non è stato ancora chiarito
In questi momenti mi manca Peppe D’Avanzo. Oggi, a vent’anni dalla morte di Paolo Borsellino, credo che nessuno come lui sarebbe stato in grado di ricostruire la storia della nostra Repubblica con altrettanta lucidità .
Nessuno come lui sarebbe stato in grado di mettere insieme vent’anni di storia giudiziaria, di inchieste, di false piste, di errori, di successi e collegare tutto al dramma che stiamo vivendo in queste ore.
Il dramma di una crisi economica devastante, che non è causata solo da fattori esterni, ma da una cattiva gestione della cosa pubblica divenuta endemica e quasi “incurabile”, mentre sul Paese continua ad aggirarsi il fantasma di Berlusconi tentato da una ricandidatura.
Ecco, Peppe avrebbe forse messo insieme tutto questo, restituendoci la complessità in un quadro d’insieme con cui qualcuno avrebbe dissentito, ma che sarebbe comunque stato un modo coraggioso di spiegare il presente attraverso la lente del passato.
In quegli anni, negli anni delle stragi, era fin troppo evidente che si stava combattendo una guerra, ma noi che osserviamo e interpretiamo oggi facciamo una fatica immensa a individuare le parti in campo, a capire esattamente quali interessi erano stati lesi e quale ordine precostituito si volesse mantenere con quel terrore.
Le stragi del ’92 e del ’93 in Italia sono tutt’altro che storia superata, metabolizzata, chiarificata.
Se le stragi del ’93 erano un tentativo da parte della mafia di contrattare con lo Stato condizioni di vita meno dure nelle carceri, gli effetti sono stati di breve durata.
Io ho sempre ritenuto che gli attentati fossero gli ultimi rantoli di una bestia morente, di una bestia che era stata colpita al cuore come mai era accaduto prima.
Di una bestia che aveva sempre agito indisturbata e che invece, con il lavoro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, era stata finalmente smascherata.
Nel 1978 era morto Peppino Impastato, nel 1984 Pippo Fava, nel 1990 Rosario Livatino, senza che la società civile italiana, tutta, si fosse sentita davvero colpita al cuore. Falcone e Borsellino avevano compiuto quella rivoluzione civile, anzi, come dicevano loro “culturale” che il nostro paese aspettava, avevano toccato i tasti giusti e l’avevano fatto in un momento in cui le persone, da Milano a Palermo, erano pronte a seguirli.
Oggi, in questo dibattito, si inserisce un libro “Il vile agguato”. Chi ha ucciso Paolo Borsellino. Una storia di orrore e menzogna – Feltrinelli) di Enrico Deaglio.
L’ho letto cercando di rimanere calmo. Di non lasciarmi aggredire dalla rabbia che ti sale leggendo per quanti anni depistaggi, menzogne, falsità , bugie, corruzioni, sono colate come irrefrenabile lava sulla tragedia di Paolo Borsellino.
Ma poi mi sono chiesto se in un certo senso non fossimo tutti colpevoli di aver permesso che verità rassicuranti coprissero con un velo di comoda ignoranza la sua morte, mentre gli intitolavamo piazze e scuole.
Ecco cosa si prova a leggere queste pagine: l’assurdità .
Non aver raggiunto una verità sui colpevoli della morte di Paolo Borsellino e dei suoi uomini corrode la democrazia italiana, corrode la fiducia, corrode l’empatia sociale, alimenta lo sconforto, la diffidenza che mai come ora è un sentimento dannatamente predominante nel nostro Paese.
Quando è morto Falcone avevo 12 anni.
Ero a Paestum, dove forse mi avevano già spedito in vacanza. Oppure semplicemente ero lì con tutta la famiglia per il fine settimana. Un fine settimana di maggio.
Ricordo solo che stavo in cucina, che la televisione era accesa e che mia zia d’improvviso si mise davanti alla tv. La coprì tutta con la sua schiena.
Noi bambini non capivamo perchè non volesse vedere, non capivamo perchè volesse oscurare tutto. Giocavamo con una palla di gommapiuma in casa, non stavamo nemmeno guardando la tv, eppure lei si mise davanti, col suo corpo minuto, a coprire lo schermo quadrato di una piccola e vecchia Sony.
Aveva le lacrime agli occhi, ci guardava come se non ci vedesse, agitava la testa e ripeteva «No, no, no». Nessuno di noi faceva domande.
I bambini del Sud cresciuti negli anni ’80-’90 con faide di mafia, tensioni continue in strada e in casa, polizia e posti di blocco, sanno contenere le domande. Sarebbe stato naturale puntare il ditino verso lo schermo e chiedere spiegazioni. Noi no.
Non chiedevamo, sentivamo che era accaduta la solita cosa, quella che quando accadeva se chiedevi qualcosa ti guardavano storto e chiudevano con «Niente, niente». Ricordo di essermi seduto a terra, gambe incrociate all’indiana, come faccio ancora oggi, e mi guardavo intorno.
Fuori sentivo che tutte le case dei vicini avevano la tv accesa. Qualcuno la radio. C’era un silenzio irreale. Solo le voci dei bambini. Il Tg3 confermò l’attentato.
C’era una donna con i capelli corti che ne parlava da Palermo e ogni tanto si vedevano immagini incredibili: cemento e terra divelta. Lamiere e tante persone che si aggiravano come in trance tra le macerie.
Capii che avevano ucciso un giudice e dei poliziotti. Mi feci coraggio e infransi la regola del bimbo di paese che non deve mai fare domande sul sangue e sui morti ammazzati.
Riuscii finalmente ad alzarmi e chiesi: perchè?
Il 19 luglio dello stesso anno si è ripetuta una scena simile. Sempre a Paestum. Ricordo caldo afa sudore e lacrime. Lacrime per una morte che anche un dodicenne sentiva come annunciata.
E oggi siamo ancora qui a chiederci: Perchè? Come? Chi?
«Ora che sono passati vent’anni — scrive Deaglio nel suo libro — non solo non sappiamo chi l’ha ucciso, ma innumerevoli versioni, continue verità , continuano ad ucciderlo. Borsellino viene continuamente riesumato in uno spettacolo macabro che insulta la sua memoria e noi spettatori. È stato Scarantino. No Spatuzza. È stato Riina; no, i fratelli Graviano. La polizia ha imbeccato Scarantino per proteggere i veri colpevoli. È come piazza Fontana. È stato lo Stato, lo Stato Mafia, la Mafia Stato; il Doppio Stato. È stato Berlusconi, o perlomeno Dell’Utri. Sono stati i servizi. Deviati. No, quelli ufficiali. Sono stati Ciancimino e Provenzano. Sono stati gli industriali del Nord. È stato il ministro Mancino… La sua morte era necessaria alla trattativa. Anzi, era l’essenza della trattativa. (A proposito — cos’è che stavano trattando?) È stato un volontario, lucido sacrificio di Borsellino che si è offerto come vittima per salvare la sua famiglia. È stata la prova della potenza infinita di Cosa Nostra a cui nessuno può sfuggire. È stato il Fato, del quale era in balia… ».
Roberto Saviano
(da “La Repubblica“)
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
VIA D’AMELIO, IL PUNTO SULLE INDAGINI: FU SOLO MAFIA? PERCHE’ VENNE DATO CREDITO AL FALSO PENTITO SCARANTINO?
Il lavoro cominciato a Capaci, sulla strada che portava dall’aeroporto alla città , fu
completato a Palermo, cinquantasette giorni dopo, in via Mariano d’Amelio.
Dopo Giovanni Falcone toccò a Paolo Borsellino, anche stavolta con il carico aggiuntivo degli agenti di scorta, saltati in aria insieme all’obiettivo che avrebbero dovuto proteggere.
Era scritto, e Borsellino lo sapeva bene. Per questo aveva fretta. Voleva arrivare a qualche risultato prima che gli assassini arrivassero a lui.
Si capì allora, e c’è la conferma oggi, dopo le nuove indagini che hanno in parte riscritto la storia di quell’attentato.
Una storia di mafia, ma non solo.
Ormai sembra un modo di dire, una frase fatta, un luogo comune. Ma è così. Non è importante che siano o meno inquisiti o imputati estranei a Cosa nostra, per sostenere che con ogni probabilità qualche altro elemento entrò in gioco nella morte di Borsellino.
FERMI A BOSS E PICCIOTTI?
Come presunti colpevoli siamo fermi a boss e picciotti, ricorda il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, titolare dell’ultima inchiesta, peraltro non ancora conclusa. Ha ragione, lui deve attenersi a ciò che risulta agli atti.
Dentro quegli stessi atti, però, emergono frammenti di verità , schegge di avvenimenti che se pure non portano a individuare responsabilità penali fanno capire che intorno alla fine di Paolo Borsellino — prima, durante e dopo — c’è qualcosa che non riguarda solo Cosa nostra.
Il procuratore aggiunto di Palermo dilaniato il 19 luglio 1992 dal tritolo mafioso doveva morire perchè era l’unico che poteva prendere il posto di Falcone nella comprensione delle dinamiche interne alle cosche, e quindi nel contrasto ad esse.
E forse era tra i pochi che avrebbero potuto avvicinarsi alla verità sulla strage di Capaci, al di là del movente della vendetta. Anche se formalmente non era suo compito, e di questo lui si rammaricava.
Fu forse il cruccio più grande dei suoi ultimi due mesi di vita.
VOLEVA ESSERE INTERROGATO
Titolare delle indagini era una Procura diversa dalla sua, ma lui avrebbe voluto testimoniare di fronte ai colleghi di Caltanissetta, per rivelare qualcosa che sapeva e poteva essere utile per risalire agli assassini di Falcone, e magari a qualche diverso centro di potere che poteva aver avuto interesse alla sua eliminazione.
Lo ripeteva in ogni occasione, anche in pubblico, parlando del suo amico Giovanni: c’erano delle cose su cui era costretto a tacere perchè doveva riferirle all’autorità giudiziaria, nel segreto dell’inchiesta.
Ma nell’arco di due mesi non ci fu alcuna autorità giudiziaria che trovò il tempo per raccoglierne la testimonianza.
E’ uno dei misteri di quei cinquantasette giorni.
Che può avere pure una spiegazione banale, ma mai sufficiente a giustificare l’assenza di quella deposizione tra le carte dell’inchiesta.
Così come la scomparsa dell’agenda rossa sulla quale il giudice annotava le proprie considerazioni sul lavoro che andava svolgendo nella sua corsa contro il tempo, su quello che era venuto a sapere, sugli spunti d’indagine da coltivare.
Un elemento prezioso per tentare di scoprire le responsabilità nascoste su Capaci e — dopo —su via D’Amelio. Che non è mai stata ritrovato.
L’agenda rossa era nella borsa che il giudice portò con sè dalla casa del mare a quella della madre, prima dell’esplosione.
E’ sparita, e le indagini non hanno chiaro perchè, nè per mano di chi. E’ un altro mistero che non ha a che fare con la mafia.
OLTRE LA MAFIA
Non ce’è bisogno di individuare “mandanti esterni” o agenti segreti infedeli che abbiano partecipato all’attentato, per capire che non è solo una storia di mafia.
Basta risalire a qualche omissione o pezzo mancante per poter sostenere che nell’intreccio c’è qualche altra cosa, oltre la mafia. Capita quasi sempre, nelle storie dove il potere s’intreccia col crimine.
Colpevoli sono i criminali, ma sulla sponda del potere si scopre puntualmente che qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto.
Nella migliore delle ipotesi.
Vale anche per la presunta trattativa avviata tra lo Stato e la mafia dopo Capaci (o forse addirittura prima, secondo l’ultima ipotesi della Procura di Palermo), di cui Borsellino era venuto a conoscenza.
Almeno per un frammento, che magari era solo un’iniziativa investigativa un po’ audace: i colloqui tra i carabinieri e l’ex sindaco corleonese di Palermo Vito Ciancimino.
Non glielo dissero i carabinieri, con i quali pure aveva contatti e stava programmando attività d’indagine: che ne avrà pensato il giudice?
E chi era l’amico che l’aveva tradito, come hanno testimoniato sue suoi giovani “allievi” che l’incontrarono piangente e piegato da avvenimenti e preoccupazioni poche settimane prima che morisse?
Perchè, il giorno prima dell’attentato, disse alla moglie che ad ucciderlo non sarebbe stata soltanto la mafia?
DOMANDE SENZA RISPOSTA
Sono tutte domande rimaste senza risposta, che suscitano inquietudini.
In cui la mafia non c’entra.
Così come non c’entra nelle indagini che dopo la strage di via D’Amelio imboccarono quasi subito una falsa pista, smascherata solo dopo sedici anni da un nuovo pentito. Perchè si volle chiudere tutto così in fretta, con le false confessioni di qualche falso collaboratore di giustizia?
Fu solo un errore investigativo e poi giudiziario — com’è costretto a ipotizzare il procuratore di Caltanissetta, in assenza di prova che dimostrino altro — o c’era qualche diverso motivo?
Comunque sia andata, dietro la morte di Paolo Borsellino e quello che s’è mosso intorno a lui prima e dopo la bomba di vent’anni fa, non ci furono solo i padrini e i loro gregari.
E anche quell’eccidio è diventato uno dei grandi misteri d’Italia che hanno deviato e inquinato il corso della storia.
Rimanendo misteri, purtroppo.
Giovanni Bianconi
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO 2012 DI LEGAMBIENTE: LO SCORSO ANNO 93 REATI AL GIORNO, 8000 SEQUESTRI E 300 ARRESTI…. MA I RICAVI CONTINUANO A SALIRE
Nonostante la diminuzione dei flussi di denaro destinati a opere a rischio d’infiltrazione
mafiosa, i fatturati delle cosche specializzate nell’aggressione all’ambiente aumentano perchè i clan diventano più aggressivi e il denaro illegale si muove in maniera sempre più disinvolta nei circuiti della finanza internazionale.
E’ la denuncia che viene dall’ultimo rapporto di Legambiente, Ecomafia 2012.
Una tendenza confermata dai numeri.
Nel 2011 i traffici gestiti da ecomafiosi sono arrivati a quota 16,6 miliardi di euro. I reati sono aumentati del 10%, arrivando a 93 al giorno.
In particolare sono triplicati gli illeciti nel settore agroalimentare e in quello del patrimonio artistico. In crescita anche gli incendi boschivi e i reati contro gli animali.
E’ un affondo aiutato da complicità che cominciano a venire alla luce grazie a una maggiore pressione delle forze investigative che, nel 2011, hanno effettuato 8.765 sequestri, 305 arresti (100 in più rispetto all’anno precedente) con 27.969 persone denunciate (7,8% in più rispetto al 2010).
Solo nei primi mesi del 2012 ben 18 amministrazioni comunali sono state sciolte per infiltrazione mafiosa e commissariate (erano 6 lo scorso anno).
Un allarme ripreso con preoccupazione dal presidente Giorgio Napolitano che, in un messaggio, chiede “nuovi metodi contro questa forma di criminalità “, e soprattutto di “potenziare le norme che permettano di contrastarla”. Poi l’appello ai giovani per la difesa dell’ambiente.
“Il confine tra legalità e illegalità è sempre più labile”, commenta il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza.
“Questa mafia, che si è trasformata per diffondersi ovunque, sembra non essere intaccata nemmeno dagli arresti dei boss. Mentre l’unico strumento che si è dimostrato efficace, la destinazione sociale dei beni confiscati, rischia di essere rimesso in discussione dall’ipotesi di vendita ai privati, con la concreta possibilità che i beni tornino in mano ai mafiosi. Su oltre 10.500 beni confiscati, infatti, solo 5.835 sono stati destinati a finalità istituzionali o sociali. Il resto è bloccato in un limbo”.
La maggior parte dei reati registrati (il 47,7%) riguarda ancora una volta le quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, con la Campania in testa (5.327 infrazioni), seguita dalla Calabria (3.892), dalla Sicilia (3.552) e dalla Puglia (3.345).
Mantiene il quinto posto il Lazio (2.463), mentre la prima regione del Nord in classifica è la Lombardia (con 1.607 reati), seguita dalla Liguria (1.464).
“La novità che sta emergendo è l’intensificarsi delle attività di riciclo del denaro sporco e un’internazionalizzazione finanziaria più spinta dei proventi delle attività criminali”, osserva Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente.
“Ma c’è anche da rilevare per la prima volta una flessione del ciclo illegale legato ai rifiuti e al cemento: segno di una pressione delle indagini che comincia a produrre i primi effetti. Ora c’è bisogno di un ulteriore salto. Per questo lanciamo la campagna Abbatti l’abuso: le case illegali vanno demolite come prevede la legge”.
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Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile
“L’UNICO MODO PER IMBAVAGLIARE LA MAFIA E’ RIFIUTARE COMPROMESSI”… MONSIGNOR FRANCESCO MONTENEGRO VIETE LE ESEQUIE DI GIUSEPPE LO MASCOLO, BOSS DI COSA NOSTRA A SICULIANA
Nella chiesa del Santissimo Crocifisso di Siculiana (Agrigento) era già tutto pronto per i
funerali di Giuseppe Lo Mascolo, ultrasettantenne deceduto due giorni prima a causa di un ictus.
Il parroco don Leopoldo Argento però ha dovuto fermare la funzione: niente esequie per Lo Mascolo, ma soltanto una preghiera e la benedizione della salma.
Il motivo? Lo Mascolo era considerato il nuovo boss mafioso di Siculiana, e l’ordine della Curia è stato netto: nessun funerale in chiesa per boss e presunti tali.
Arrestato solo pochi giorni prima di morire nell’operazione della polizia “Nuova Cupola”, per gli inquirenti Lo Mascolo era infatti uno dei personaggi più importanti della cosca, secondo soltanto ad Antonino Gagliano, il presunto capo mandamento della zona.
In passato il piccolo comune aveva guadagnato le pagine dei giornali a causa di boss mafiosi come Pasquale Cuntrera e Gerlando Caruana, diventati i principali gestori del narcotraffico su scala mondiale.
Oggi invece Siculiana celebra la storica scelta di monsignor Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della commissione episcopale della Cei, che vietando le esequie religiose per un boss mafioso crea di fatto un importante precedente.
Per la verità non è la prima volta che il presule della città dei templi prende posizione contro Cosa Nostra. “L’unico modo per imbavagliare la mafia è fare sul serio, amare e cercare la verità e il bene, rifiutare la mediocrità , i compromessi e il conformismo. Se la mafia c’è è anche colpa nostra” aveva detto monsignor Montenegro durante i festeggiamenti in onore di San Calogero, il santo patrono.
“La mafia deve essere combattuta a partire dalle feste religiose, momento storicamente molto caro ai boss di provincia” è invece il commento del sacerdote Carmelo Petrone, direttore del settimanale diocesano L’amico del Popolo.
Parole lontane anni luce dall’atteggiamento tenuto negli anni ’60 dal cardinale di Palermo Ernesto Ruffini. “Che cos’è la mafia? Forse una marca di detersivi?” scherzava Ruffini con i giornalisti.
I rivoli della storia di Cosa nostra raccontano infatti di un atteggiamento per nulla ostile tenuto da alcuni ministri del culto nei confronti di importanti boss mafiosi.
Il caso più famoso è forse quello di padre Agostino Coppola, parroco di Carini e nipote del boss italo americano “Frank Tre Dita” Coppola.
Il sacerdote fu arrestato nel 1976 perchè sarebbe stato complice del boss Luciano Liggio, che in quegli anni si dedicava con profitto ai sequestri di persona.
In alcuni casi sarebbe stato padre Coppola a recarsi dalle famiglie dei sequestrati per riscuotere il riscatto.
“Agostino Coppola è mafioso, è stato punto, è organico a Cosa nostra e fa parte della famiglia di Partinico” raccontò il pentito Antonino Calderone a Giovanni Falcone. Secondo alcuni fu proprio il parroco di Carini a celebrare il matrimonio segreto di Totò Riina con la sua Ninetta Bagarella.
L’ombra di Cosa Nostra si allungò in passato anche su monsignor Salvatore Cassisa, arcivescovo di Monreale, accusato a più riprese di collusione mafiosa e appropriazione indebita e poi sempre assolto. Cassisa, priore dell’Ordine dei cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme, era in stretto contatto con il conte Arturo Cassina, il re degli appalti nella Palermo di Salvo Lima e Vito Ciancimino.
Alla fine degli anni ’80 cercò di pressare il neosindaco di Palermo Leoluca Orlando per liquidare in tempi brevi alcuni crediti miliardari alle ditte di Cassina. Orlando si rifiutò nettamente.
E Cassisa per tutta risposta gli tolse il saluto.
Un netto taglio con il passato avvenne sicuramente il 9 maggio del 1993. “Mafiosi pentitevi, verrà il giorno del giudizio di Dio” fu il monito pronunciato da papa Giovanni Paolo II nella valle dei templi di Agrigento. Proprio la stessa zona in cui oggi monsignor Montenegro vieta i funerali religiosi per i mafiosi.
Giuseppe Pipitone
(da “Il Fatto Quotidano“)
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Luglio 4th, 2012 Riccardo Fucile
SECONDO I PM TUTTA LA SUA CARRIERA E’ STATA FAVORITA DALLA MAFIA, RAMO PROVENZANO, E LEGATA A QUELLA DI TOTO’ CUFFARO
Un patto politico elettorale mafioso avrebbe garantito l’ascesa di Saverio Romano, deputato del Pid ed ex ministro delle politiche agricole
del premier Silvio Berlusconi. È quanto sostenuto nella lunga requisitoria del pm Nino Di Matteo, che ha chiesto la condanna dell’esponente del Pid a otto anni di carcere.
Romano è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e ha scelto di essere processato con il rito abbreviato.
Davanti al gup Ferdinando Sistito l’accusa — rappresentata in aula oltre che da Di Matteo anche dal procuratore aggiunto Ignazio De Francisci — ha passato in rassegna tutte gli elementi probatori che dimostrerebbero un patto politico elettorale siglato tra Romano e la parte predominante di Cosa Nostra, quella che faceva capo al boss Bernardo Provenzano.
Il pm Di Matteo ha paragonato a più riprese la condotta di Romano a quella di Salvatore Cuffaro, l’ex governatore della Sicilia attualmente detenuto nel carcere di Rebibbia, dove sta scontando sette anni di carcere per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.
“Cuffaro e Romano — ha spiegato Di Matteo- hanno condiviso le stesse clientele mafiose. Esiste un patto tra politica e mafia, un patto già accertato dalle sentenze definitive che condannano Cuffaro; un patto a cui ha partecipato anche attivamente lo stesso Romano”.
Quel patto politico mafioso avrebbe avuto la sua origine nel 1991 quando l’allora ventisettenne Saverio Romano si recò insieme a Cuffaro a casa di Angelo Siino, pilota amatoriale di rally e “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra, fautore dell’infiltrazione mafiosa nel sistema degli appalti regionali.
“Romano e Cuffaro — ha detto il pm — sapevano benissimo che peso avesse Siino dentro Cosa Nostra: in un primo momento Romano volle incontrarlo per chiedergli di tenere in considerazione nel sistema degli appalti anche gli imprenditori di Belmonte Mezzagno, suo paese d’origine. Poi all’incontro partecipò anche Cuffaro e l’oggetto del colloquio diventò quindi la richiesta di sostegno elettorale per le consultazioni regionali del 1991, in cui lo stesso Cuffaro era candidato”.
A sostegno della sua tesi il pm ha citato più volte le dichiarazioni dello stesso Siino, che oggi è un collaboratore di giustizia.
Il patto con Cosa Nostra, secondo la ricostruzione della procura, sarebbe poi continuato negli anni successivi raggiungendo il suo apice nel 2001, anno in cui Romano venne eletto per la prima volta alla Camera dei deputati e Cuffaro stravinse le consultazioni regionali diventando presidente della Sicilia.
Un exploit che sarebbe dovuto soprattutto al sostegno massiccio offerto da Cosa Nostra ai due politici cresciuti alla corte di Calogero Mannino.
E che sarebbe dimostrato dalla scelta di candidare a quelle elezioni regionali soggetti che facevano riferimento diretto a boss di Cosa Nostra: Domenico Miceli e Giuseppe Acanto.
“La candidatura di Miceli e di Acanto — ha rivelato Di Matteo — è una delle rate che Romano e Cuffaro devono pagare per mantenere i patti con Cosa Nostra. Miceli infatti rappresenta gli interessi del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, uno che già all’epoca era stato condannato per mafia. La candidatura di Acanto viene invece chiesta dalla famiglia mafiosa di Villabate e dal boss Nino Mandalà : del resto sappiamo che quando Acanto arrivò all’Assemblea regionale una parte del suo stipendio da deputato regionale finiva a Mandalà , come riconoscimento per l’aiuto elettorale ricevuto”.
Il medico Domenico Miceli, ex assessore alla sanità del comune di Palermo, era considerato il delfino di Cuffaro, prima che la sua voce finisse registrata dalle microspie nascoste a casa di Guttadauro.
Una parte importante della requisitoria dell’accusa è stata dedicata alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
Primo tra tutti Francesco Campanella, già presidente del consiglio comunale di Villabate poi condannato per mafia. Campanella, esponente dell’Udeur di Clemente Mastella, ha raccontato ai magistrati di un pranzo avvenuto a Roma a Campo de’ Fiori nel 2001, in compagnia di Franco Bruno, allora capo di gabinetto del sottosegretario alla giustizia Marianna Li Calzi, di Cuffaro e dello stesso Romano.
“Franco Bruno — si legge nel verbale di Campanella – conosceva perfettamente il mio cattivo rapporto con l’onorevole Romano, e scherzando a tavola disse: Saverio, tu sei candidato nel collegio di Bagheria dove c’è anche Villabate, ma lo sai che Francesco non ti vota, perchè voterà per il centrosinistra? Stizzito Romano si alzò e pronunciò una frase che mi resterà sempre impressa: No, Francesco mi vota, perchè siamo della stessa famiglia. E poi girato verso di me aggiunse: scinni a Villabate e t’informi. Franco Bruno poi mi disse: è un pazzo che dice ‘ste cose con un magistrato in giro. Tornato poi a Villabate affrontai l’argomento, proprio come lui mi aveva chiesto in quella battuta, con Mandalà , il quale mi confermò che Saverio Romano era stato indicato dalla famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno”.
Per l’accusa le dichiarazioni di Campanella troverebbero pieno riscontro in quelle dell’altro pentito Stefano Lo Verso, per anni vivandiere di Provenzano. “Nicola Mandalà — ha raccontato ai magistrati Lo Verso — mi disse che per la politica non avevamo problemi: abbiamo l’amico e socio di mio padre, Renato Schifani, abbiamo nelle mani Dell’Utri e al centro abbiamo Cuffaro e il paesano di mio padrino Ciccio (il boss di Belmonte Mezzagno Pastoia nda), Saverio Romano”.
E nei verbali del pentito Giacomo Greco, pure lui originario di Belmonte Mezzagno, si legge che lo stesso Provenzano “aveva interesse” nell’elezione di Romano.
L’ex ministro ha ascoltato impassibile tutta la requisitoria dell’accusa e alla fine dell’udienza è andato via senza voler rilasciare alcuna dichiarazione.
Adesso la palla passa ai suoi legali, gli avvocati Raffaele Bonsignore e Franco Inzerillo, che inizieranno l’arringa difensiva il 6 luglio. Per il 17 è invece attesa la sentenza del gup.
Giuseppe Pipitone
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
MONASTERACE, DOPO IL SINDASCO NEL MIRINO UNA CONSIGLIERA
La lotta alla criminalità organizzata in Calabria cammina sempre più spesso sulle gambe delle
donne.
Amministratrici in prima linea, le prime a pagare sulla propria pelle la violenza e le prove di forza messe in atto da mani criminali.
E’ accaduto, ad esempio, a Clelia Raspa, una signora che nella vita fa il medico all’Asp di Locri ed è anche capogruppo di maggioranza al Comune di Monasterace, piccolo paesino sulla statale ionica in provincia di Reggio Calabria.
Schierata, Clelia Raspa, a fianco di un’altra amministratrice donna, il sindaco Maria Carmela Lanzetta, che si era dimessa a marzo, proprio a seguito di una serie di intimidazioni, per poi decidere di rimanere in carica.
All’alba di sabato, la parte posteriore dell’Alfa Romeo Mito del capogruppo non c’era più, risucchiata dalle fiamme appiccate da qualcuno che è arrivato a pochi metri dall’abitazione della donna, ha appiccato il fuoco e se ne è andato indisturbato.
E così torna la paura nel paese in cui si sono precipitati qualche mese fa, subito dopo le dimissioni del sindaco Lanzetta, il ministro dell’Interno Cancellieri e il segretario nazionale del Pd Bersani.
Anche sull’onda di questa catena di solidarietà e di vicinanza istituzionale, a marzo, la Lanzetta ha deciso di ritornare in sella al Comune.
E da allora, suo malgrado, è diventata un simbolo dell’impegno civile in terre di illegalità .
Le hanno distrutto la farmacia di famiglia e la sua auto è stata tempestata di proiettili e ieri ha trascorso tutta la giornata accanto all’amica e sostenitrice politica.
Nessun dubbio sul fatto che il destinatario finale dell’intimidazione fatta al capogruppo sia il sindaco: «E’ un regalo che hanno fatto a me — dice la Lanzetta — domani (oggi per chi legge, ndr) è una giornata speciale per il paese, perchè ospitiamo Salvatore Settis (storico calabrese e direttore della Scuola Normale di Pisa) per la prestazione nazionale dei quaderni della Normale, dedicati per la prima volta agli scavi archeologici di Monasterace. Mi hanno voluto fare male un’altra volta — confessa lei che oggi vive sotto scorta — ma io provo ad andare avanti, finchè posso, finchè ce la faccio».
E’ difficile?
«Sì certo che è difficile — risponde il sindaco — abbiamo avviato una serie di progetti con il ministero dell’Interno ma è il giorno dopo giorno che tempra e richiede tanto impegno. Le stanno provando tutte per convincermi a mollare».
In prima linea, le più esposte ma non sole in una quotidiana azione di resistenza alla criminalità organizzata.
Non solo il caso Monasterace racconta di una Calabria di donne e amministratici che per muoversi nel solco della legalità e del buon esempio, convivono con auto bruciate, lettere intimidatorie, messaggi di morte.
Da Monasterace a Rosarno, nel cuore della piana di Gioia Tauro — sempre in provincia di Reggio Calabria – dove comandano i Pesce e i Bellocco, e qui nel 2010 è scoppiata la rivolta degli immigrati costretti a vivere in capannoni distrutti.
Proprio nel 2010, qualche mese dopo gli scontri, è stata eletta Elisabetta Tripodi a capo di un’amministrazione di centrosinistra, che con il Comune si è costituita in tutti i processi di mafia e riceve continuamente lettere di minaccia.
A Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, un’altra storia di donne coraggio, con Carolina Girasole, biologa e sindaco dal 2008.
Qui dove comandano gli Arena, le hanno provate un po’ tutte per convincerla a lasciare il municipio.
Auto incendiate, portoni degli uffici sfondati, luoghi privati ripetutamente violati. Carolina resta al suo posto e insieme ad Elisabetta, Maria Carmela e altre ostinate e orgogliose amministratrici gira la Calabria e non solo, parlando di resistenza alle inciviltà , di buon esempio nell’agire pubblico, di determinazione e passione.
Giulia Veltri
(da “La Stampa“)
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Giugno 28th, 2012 Riccardo Fucile
PARLA SALVATORE BAIARDO, GELATAIO E CONS. COM. DEL PSDI A OMEGNA… NEL 1996, DOPO LA CATTURA DEI FRATELLI GRAVIANO,HA PARLATO SEGRETAMENTE CON LA DIA, RIFIUTANDOSI DI METTERE A VERBALE LE SUE RIVELAZIONI
“Sono stato un riciclatore dei Graviano, li ho portati a spasso in tutto il nord Italia dal 1989 fino alla mattina del loro arresto. So tutto di loro e dei loro affari al nord e in Sardegna, li ho ospitati, ho le foto e i contratti delle case dove hanno abitato, ma nessun magistrato mi vuole sentire”.
Si presenta così Salvatore Baiardo, 55 anni, già gelataio e consigliere comunale del Psdi nella cittadina di Omegna, sulle sponde del lago di Orta in provincia di Verbania. Nel 1996, dopo la cattura dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, Baiardo ha parlato segretamente con gli investigatori della Direzione Investigativa Antimafia rifiutandosi di mettere a verbale le sue rivelazioni.
L’informativa del 1996
Secondo quello che risulta al Fatto Quotidiano è infatti lui il protagonista di un’informativa della Dia del 4 novembre 1996.
Una nota esplosiva nella quale due investigatori di alto livello raccontano di avere ricevuto da “persona indagata e per la quale pende richiesta di archiviazione a Firenze” una serie di rivelazioni sotto garanzia di anonimato.
L’informatore della Dia riferiva “di avere conosciuto i Graviano nel 1989”; “di avere assistito in casa sua tra il ’91 e il ’92 a una-due conversazioni telefoniche intercorse tra Filippo Graviano e Marcello Dell’Utri dalle quali si evinceva che i due avevano in comune consistenti interessi economici, in particolare nel settore immobiliare, a Milano e in Sardegna”; che il prestanome per i suddetti investimenti era “un imprenditore a nome Rapisarda”; “che i fratelli Graviano erano interessati al finanziamento tramite Marcello Dell’Utri del nascente movimento politico Forza Italia, che avrebbe dovuto garantire i loro interessi in quanto la Dc attraversava un periodo di forte difficoltà ”.
Sempre lo stesso informatore, secondo la Dia, aveva poi riferito “di avere accompagnato nella primavera del ’92, o 93 i fratelli Graviano nel ristorante “L’Assassino” di Milano dove avrebbero dovuto incontrare Marcello Dell’Utri, ma di non avere avuto mai la possibilità di assistere personalmente agli incontri”;
Oggi con Il Fatto Quotidiano, che lo ha prima sentito più volte al telefono e poi l’ha incontrato nel suo paese di residenza, Baiardo non conferma il suo ruolo di ex informatore.
E quando gli si cita il rapporto della Dia replica solo: “Io non sono mai stato all’Assassino”.
Poi dice: “Graviano lo ha anche specificato. Ha detto scrivete che Baiardo non è un confidente, ma un favoreggiatore”. Lui, del resto, vuole parlare di altro. Dice di essere in grado di scagionare Giuseppe Graviano dall’accusa di aver ucciso Borsellino e di poter dimostrare che gli ultimi due pentiti che accusano il suo amico boss stanno mentendo o quanto meno dicono molto meno di quel che sanno.
Una cosa, comunque, Baiardo la conferma: “A metà degli anni 90 gli investigatori mi hanno fatto ponti d’oro perchè collaborassi. Ancora due ore prima del mio arresto si sono seduti al tavolo e mi hanno offerto un miliardo e mezzo, una villa, una nuova vita per me e la mia famiglia. Poi ci hanno provato anche i magistrati in carcere. Ma ora che invece voglio parlare io di altre cose, i giudici non mi convocano”.
E così Baiardo — dopo 15 anni di silenzi — quando i due nuovi pentiti della cosca di Brancaccio, Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, hanno cominciato a raccontare i segreti della strage di via D’Amelio, ha provato a contattare i giornali.
Con tempismo perfetto, quando Giuseppe Graviano e i suoi legali lo hanno cominciato a tirare in ballo nei processi per confutare le accuse dei collaboratori di giustizia, Baiardo ha inviato una mail a Il Fatto.
Il tempismo delle rivelazioni
E adesso, prima al telefono e poi seduto a un tavolo, racconta tra qualche reticenza e molti sorrisi, i suoi anni formidabili.
Cominciati nel 1989 quando a lui che viveva al nord da sempre, Cesare Lupo (suo cugino acquisito e cognato di Tranchina), porta a Omegna i Graviano. Lupo, a sua volta cognato dei Graviano, nel 2001 è stato arrestato perchè considerato nuovo boss di Brancaccio.
Tranchina, invece, si è buttato pentito.
E Baiardo ce l’ha con lui: “Dice un sacco di minchiate. Ha raccontato di avermi consegnato solo una ventina di milioni di lire per farmi acquistare una gelateria, ma si dimentica di altri 18 miliardi che nel corso degli anni mi ha consegnato in buste e valigie. Dice che Giuseppe ha fatto saltare in aria Borsellino (in realtà Tranchina sostiene di avere comprato per il boss il telecomando e di averlo accompagnato a fare i sopralluoghi in via D’Amelio nei giorni precedenti alla strage, ndr), quando il 19 luglio del ’92 Giuseppe era da me a Omegna.
E c’è pure la prova. Quel giorno la polizia ci ha fermato per un controllo. Io avevo i miei documenti. Quelli di Giuseppe portavano il nome di un certo Francesco Mazzola, solo che ora gli investigatori sostengono che quel verbale non si trova.
Filippo invece era a Padova. Insomma, dico io, quei due possono averne anche ammazzati cento, ma questa della strage Borsellino mi sembra una cioccolatata”.
Il rebus di Punta Lada
Baiardo parla con un forte accento lombardo, ha i capelli lunghi e gli occhi nascosti dagli occhiali scuri.
Spiega che quando i Graviano cominciarono a frequentare Omegna, lui li presentò a tutti i suoi amici: “C’erano industriali, professionisti, gente di ogni tipo. Rimanevano con me per settimane poi a un certo punto pensarono di trasferirsi lì. Era il 1991, io cercai anche una villa, loro si davano da fare per trovare delle possibilità per investire i loro soldi”.
A Capodanno festeggiano tutti assieme all’Hotel San Rocco di Orta San Giulio.“Ci sono anche le foto”, dice Baiardo, “gli investigatori le hanno sequestrate”.
Poi parla delle vacanze estive nell’Agrigentino, assieme a una coppia di amici e molti mafiosi, ma nega che gli sia stato presentato anche Matteo Messina Denaro, l’attuale capo di Cosa Nostra, “C’era della gente, non so chi fossero”, dice.
Quindi la vacanza delle vacanze: la Sardegna. Un rebus che ha fatto impazzire gli investigatori.
I Graviano, ospiti di una grande villa a Punta Lada, sono lì il 17 e 18 agosto del ’93, un mese dopo gli ultimi attentati da loro organizzati (al Pac di Milano e alle Basiliche di Roma).
Si crogiolano al sole con le fidanzate, mentre Silvio Berlusconi sta mettendo a punto nella sua villa gli ultimi preparativi in vista della nascita di Forza Italia.
In Sardegna c’è anche, come risulta dai suoi tabulati telefonici, Baiardo.
Ma cosa facevano in Sardegna i Graviano? Questo è quello che ci ha esattamente detto in uno dei colloqui con lui che qui riportiamo fedelmente.
“Sono stati lì due estati. Nel 1992 ho affittato io la villa per loro e invece di sentire me i magistrati sentono le cazzate di Tranchina e Spatuzza. Andate a vedere la villa pagata da me, affittata da me. Era in linea d’aria a 200 metri dall’ex presidente del Consiglio (Silvio Berlusconi, ndr). Via mare ci si arriva perchè era proprio sul mare. Poi da quello a dire che si conoscessero e si frequentassero c’è ne passa. Io l’ho affittata nel 1992. Poi presumo che nel 1993 abbiano ripreso la stessa villa, ma il contratto non l’ho fatto io”.
E che facevano i Graviano in Sardegna?
Vacanze, ma poi avevano anche persone con cui si incontravano e facevano gli affari loro.
Ma se facciamo i nomi di…
(Baiardo ci previene) Flavio Carboni (poi indagato per gli affari con Marcello Dell’Utri anche in Sardegna nel 2009, ndr), Rapisarda (che crea tra il 1992 e la fine del 1993 proprio con Marcello Dell’Utri una serie di società , ndr), gira e rigira — chiosa — son sempre i soliti. (Poi nell’ultimo colloquio Baiardo farà marcia indietro sui due nomi, ndr).
Ma Tranchina dice un’altra cosa…
Tranchina parla di un appartamento sulla piazzetta con i negozi e i magistrati si accontentano di questa versione. Ma quando mai! Nel 1992 la villa in cui alloggiavano i Graviano c’era costata 200 milioni, 130 nel mese di agosto e 70 milioni per settembre. Negli appartamentini stavamo noi e nel villone c’erano loro.
Ma lei ha conservato il contratto di affitto?
Guardi io ho tutto. Ci sono i filmini, le fotografie, le agende di quegli anni che parlano. Poi leggo che Spatuzza sostiene che Giuseppe Graviano ha l’asso nella manica, allora diamo retta a Spatuzza e aspettiamo che Graviano si giochi quest’asso.
Secondo lei perchè Graviano ha chiesto che lei sia sentito per approfondire queste cose? Forse vuole mandare un segnale a qualcuno? Vuole far sapere che c’è una persona che sa tutto quello che è successo nell’estate del 1993?
È una sua supposizione. Ma ci può anche stare. Io però sarei uno stupido ad andare in galera per calunnia.
Lei però ha fatto due confronti nel 2009 con i fratelli Graviano in carcere e ha detto di non conoscerli. Ora vuole essere sentito?
L’avvocato dei Graviano lo ha chiesto al processo per l’omicidio Di Matteo, ma loro hanno preferito acquisire proprio i verbali di quei confronti in cui non dicevo nulla. L’avvocato di Giuseppe mi ha detto: ‘Siccome è la quarta volta che lo chiedo, la convocherò in appello’.
Ma lei cosa vuole dire ai giudici?
Che Graviano il giorno della strage di via D’Amelio non era lì. Io non voglio che le mie figlie credano a queste cose. E poi non se ne può più delle balle che dicono questi due. Spatuzza dice che non mi conosce e che non è mai venuto al nord. Solo una volta a Bologna. Minchiate. Si è dimenticato che mi ha incontrato tre volte dopo l’arresto dei Graviano quando ha preso in mano lui il mandamento di Brancaccio e veniva lui qui al nord a curare i loro interessi. La terza volta, nel 1996, lo fece con arroganza. Venne a pretendere la bellezza di 800 milioni di lire dei Graviano perchè, diceva, erano della cosca. Anche Tranchina dice che mi ha portato 20 milioni per la gelateria, ma è un’altra minchiata. Tranchina mi ha portato 18 miliardi di vecchie lire. Allora era il loro uomo di fiducia poi ha perso colpi, era il cognato di mio cugino, Lupo, che era il braccio destro del Graviano, altro che 20 milioni per la gelateria.
Baiardo lei descrive uno scenario in cui nelle testimonianze dei pentiti sono spariti i soldi…
Guardi io vivevo con i Graviano in quel periodo. Quando stavamo a Venezia alloggiavamo in un palazzo di tre piani sul Canale. Lo abbiamo affittato dagli imprenditori Bisazza, quelli delle piastrelle. Non so se mi spiego. Tre piani uno più bello dell’altro. Anche lì abbiamo speso una bella cifra.
Resta una domanda, la più importante: Baiardo, che ci facevano al nord i Graviano? Davvero Dell’Utri incontrava Filippo Graviano per parlare di affari?
Di queste cose non voglio parlare adesso. C’è già la Dia di Firenze che mi martella, l’ultima volta son venuti tre mesi fa. Non voglio parlare di questo.
Peter Gomez e Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 28th, 2012 Riccardo Fucile
GENNAIO 1994: LA STRAGE ALL’OLIMPICO PROGETTATA, RINVIATA E ANNULLATA
“Fate sapere a madre natura che bisogna fermare il Bingo”. 
Usano codici ci-frati i mafiosi di rito corleonese. Siamo nel biennio di sangue che è iniziato il 12 marzo 1992 con l’omicidio di Salvo Lima. Totò Riina non si ferma, uccide Falcone e Borsellino, sbarca sul Continente con le bombe a Roma, Firenze e Milano.
È una lunga stagione di sangue che a un certo punto si deve fermare.
Perchè lo Stato ha capito. Ed è venuto a patti.
Oppure, come sostengono mafiosi trasformatisi in pentiti, è cambiato il potere, al governo ci sono i nuovi, gli amici.
Madre natura è Giuseppe Graviano, re di Brancaccio e componente influente della direzione strategica di Cosa Nostra.
È il 12 gennaio 1994, quando Francesco Tagliavia, boss di Corso dei Mille, durante un processo avvicina suo padre e gli affida un messaggio da trasmettere a Graviano: “Fermate il Bingo”. Le stragi mafiose.
Ma per capire dobbiamo rileggere quegli anni di fuoco illuminandoci con le cose che sappiamo oggi grazie al lavoro delle procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Bisogna andare ai mesi che separano l’estate del 1993 dall’inizio del 1994.
Al governo c’è Carlo Azeglio Ciampi, ministro dell’Interno è Nicola Mancino, alla Giustizia c’è Giovanni Conso.
Il 27 luglio, appena due mesi dopo la strage di Firenze, è scoppiata la bomba di via Palestro a Milano, il 28 quella di San Giovanni Laterano a Roma. §
È la fine di luglio quando Giovanni Brusca incontra Leoluca Bagarella e gli chiede se se ci sono novità , segnali, disponibilità istituzionali dopo le bombe.
“Le cose sono un po’ ferme. Non ho contatti”, risponde Bagarella.
Brusca detta la linea: “Luchino a questo punto non ti conviene fermarti, vai avanti, perchè se ti fermi ora è come se tu hai cominciato e non hai fatto niente”.
Insomma, i vantaggi acquisiti dopo le stragi e le bombe in Continente, rischiano di essere vanificati da una strategia attendista.
È lo stesso Brusca, anni dopo, a spiegarlo ai magistrati: “I motivi per andare avanti erano sempre quelli. Cercare le persone per andare a contatti con lo Stato, per portare avanti un vecchio progetto che noi pensavamo che era già attivato”.
Alleggerimento del carcere duro, ridimensionamento del ruolo dei collaboratori di giustizia, introduzione, anche per i reati mafiosi, della “dissociazione” (mi pento e confesso tutti i miei reati senza fare rivelazioni sull’organizzazione), revisione di alcuni processi importanti.
Quando Brusca e Bagarella si confrontano Cosa Nostra sta già lavorando a un nuovo progetto stragista.
Una bomba allo stadio Olimpico di Roma da far esplodere durante una partita di campionato e destinata a lasciare sul terreno un centinaio di carabinieri.
Una cosa grossa che avrebbe piegato in due lo Stato e gettato il Paese nel terrore. “All’Olimpico — rivela anni dopo il mafioso pentito Gaspare Spatuzza — dovevamo usare una tecnica esplosiva che neppure i talebani avevano mai usato”.
Una Lancia Thema imbottita di esplosivo e pezzi di ferro stipati in un bidone da 50 litri.
Il commando è già a Roma il 5 giugno 1993.
Otto giorni dopo la strage dei Georgofili, fa i primi sopralluoghi. Sono tutti uomini di Cosa Nostra che nella capitale dispongono di due appartamenti (zona Tuscolana) e una villetta sul litorale.
Tutto è pronto, a ottobre l’esplosivo arriva da Palermo. Ma a un certo punto il meccanismo così preciso, così oleato, si blocca.
“Ricevemmo un contrordine e tornammo tutti in Sicilia”, rivela un pentito. Confermano i magistrati della procura di Firenze: “Vi furono due momenti diversi di operatività del gruppo. Il primo durò 4-5 giorni e fu interrotto da un contrordine, il secondo iniziò subito dopo le feste di Natale del 1993 e si protrasse fino all’esecuzione dell’attentato”.
Agli inizi di gennaio la Lancia Thema viene parcheggiata allo stadio Olimpico in una zona dove sicuramente sarebbero passati i bus con a bordo i carabinieri di servizio. Ma qualcosa va storto.
Quando Salvatore Benigno, ‘o picciriddu, aziona il telecomando, la macchina non esplode. Riprova, ma è inutile. La Thema è lì, al suo posto, imbottita di esplosivo.
È arrivato un altro contrordine? E perchè?
Anni dopo, da pentito, Gaspare Spatuzza offre una spiegazione che non convince i magistrati. Le bombe si fermarono perchè stava cambiando tutto.
Ora in politica c’erano gli amici. “Quello di Canale 5 e il nostro paesano che ci stanno mettendo nelle mani l’Italia”.
Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DI CALTANISSETTA: “CI FU UNA DOPPIA MORALE, STAGIONE INGLORIOSA PER LE ISTITUZIONI”… NELLE 300 PAGINE DELL’ACCUSA, RICOSTRUITE LE OMBRE DI QUELLA STAGIONE
Tra mancate proroghe e decreti revocati, nella stagione delle bombe del ’93, il ministero della Giustizia cancella 520 provvedimenti di 41 bis, quasi il 50% di quelli deliberati l’anno precedente.
C’è da chiedersi, scrive la Procura di Caltanissetta, “se questo non sia stato il prezzo della trattativa pagato dallo Stato per far cessare le stragi”.
Ecco perchè, scrivono il procuratore nisseno Sergio Lari, gli aggiunti Nico Gozzo e Amedeo Bertone, i pm Nicola Marino, Gabriele Paci e Stefano Luciani, nella richiesta di custodia cautelare che riassume tre anni di indagine sulla strage di via D’Amelio, quella della trattativa è stata una “stagione ingloriosa per lo Stato italiano”.
In quella richiesta gli inquirenti ricostruiscono, in oltre trecento pagine, tutte le ombre sugli apparati delle istituzioni impegnati a fermare il tritolo, nei mesi della campagna stragista contro il patrimonio artistico.
E se a differenza dei colleghi di Palermo, i pm nisseni non giungono a conclusioni penalmente rilevanti, chiedendo di archiviare le posizioni dei protagonisti istituzionali del dialogo con Cosa Nostra (come ha rivelato il procuratore Pietro Grasso nell’intervista al Fatto Quotidiano del 19 giugno scorso), mostrano di avere le idee chiare nella ricostruzione delle loro carte sull’identità politica di chi ha trattato.
“Questa trattativa — spiegano i pm di Caltanissetta — era stata letta da Cosa Nostra come un segnale di grande debolezza della controparte statale”, che “almeno nella prima parte della trattativa, pare appartenere a quella che Giovanni Brusca definisce la sinistra, in essa ricomprendendo la sinistra Dc e la sinistra vera e propria, proprio quella che apparentemente aveva più volte difeso le inchieste del dottor Falcone e del dottor Borsellino”.
Ma anche quella sinistra che, come ha detto l’ex Guardasigilli Claudio Martelli, “in una sua parte aveva frapposto importanti ostacoli alla conversione del decreto dell’8 giugno ’92 (l’introduzione del 41 bis, ndr) e prima ancora all’istituzione della Procura nazionale Antimafia”.
Ed è a questo punto che i pm di Caltanissetta precisano che “nessuna responsabilità penale è stata accertata a carico di personalità politiche e istituzionali in quella che può definirsi la strategia stragista di Cosa Nostra nel ’92”.
L’altra certezza raggiunta dalla procura nissena è che Paolo Borsellino abbia saputo della trattativa e che la sua posizione in merito “sia stata interpretata, o riportata da qualcuno anche in maniera colposa, in modo da farlo ritenere un ostacolo o un muro da abbattere per poter arrivare ad una conclusione soddisfacente per Cosa Nostra della trattativa”.
Ecco, secondo i pm nisseni, la ragione della memoria a orologeria.
Nessuno dei protagonisti di quei giorni, nè gli ex ministri Nicola Mancino, Giovanni Conso, Claudio Martelli, nè i funzionari del Dap Nicolò Amato, Adalberto Capriotti, Edoardo Fazzioli, Francesco Di Maggio, Andrea Calabria, nè gli ex presidenti del consiglio Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, nè il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, ha piacere di ammettere di essere stato “testimone silente di comportamenti che, seppure posti in essere da altre persone, possano aver spinto Cosa Nostra ad accelerare l’eliminazione di Borsellino”.
La Procura di Lari disegna, insomma, il volto ambiguo di uno Stato dalla “doppia morale”.
Se da una parte le istituzioni “a parole, e sui quotidiani, dispensavano lezioni di antimafia… nel chiuso delle stanze di alcuni membri del governo e di alcuni alti dirigenti della pubblica amministrazione si discusse approfonditamente cosa fare del regime del 41 bis, o meglio di come disfarsene a poco a poco, senza che la cosa venisse percepita all’esterno”.
Davanti alle esplicite richieste provenienti dalle carceri di attenuare il regime di detenzione dura, e dopo l’uccisione di alcuni agenti carcerari, la situazione dei detenuti mafiosi viene rappresentata come “esplosiva”, al punto da temere che potesse “infiammare” anche l’ordine pubblico all’esterno.
Per questo motivo, a solo un anno dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, sottolinea la procura di Caltanissetta “lo Stato, nella specie alcuni dei suoi uomini più importanti, pensa di arretrare di fronte alla offensiva mafiosa”.
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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