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QUANDO IL PALAZZO TREMAVA PER LE BOMBE DI COSA NOSTRA

Giugno 22nd, 2012 Riccardo Fucile

COSI’ PARTI’ LA TRATTATIVA: DAI CONTATTI DEL ROS ALLA REVOCA DEL 41 BIS AI CAPIMAFIA…E’ IL DELITTO LIMA CHE ROMPE L’EQUILIBRIO, TANTI BIG SI SENTONO IN PERICOLO… CONSO DICE DI AVER DECISO DA SOLO LO STOP AL CARCERE DURO, MA IL SOSPETTO E’ CHE ABBIA PESATO LA RAGION DI STATO

Che cos’è l’inchiesta sulla trattativa dei magistrati di Palermo? È lo Stato che processa se stesso. È lo Stato che si guarda dentro, che si autoaccusa di colpe gravi, che si riconosce traditore per avere patteggiato con il nemico.
È tutto così semplice e tutto così complicato che vent’anni dopo c’è ancora un’Italia che ha paura
Non è solo un affare di mafia. È soprattutto un affare di Stato.
Dove i protagonisti non sono quei boss delle borgate ma ministri dell’Interno e ministri della Giustizia, capi di governo, funzionari di alto rango, forse anche ex Presidenti della Repubblica che hanno subito ricatti per proteggere la Nazione.
L’alta tensione di questi giorni   –   con il Quirinale trascinato nel gorgo di polemiche incandescenti   –   è la dimostrazione che non siamo ancora in grado di sopportare certe verità .
Ricominciamo daccapo. Ricordiamo i fatti. Raccontiamo i personaggi.
Spieghiamo cosa è avvenuto fra il 1992 e il 1993.
I delitti, le stragi e le paure dei politici
Il 12 marzo del ’92 uccidono Salvo Lima, il potentissimo proconsole di Giulio Andreotti in Sicilia.
Muore perchè non “ha garantito il buon esito del maxi processo”, l’ammazzano perchè in Cassazione tutti i mafiosi incastrati dal giudice Giovanni Falcone vengono condannati all’ergastolo.
È la rottura di un patto che resiste da almeno quattro decenni. Cosa Nostra si ritrova improvvisamente senza “coperture” politiche. “D’ora in poi può accadere di tutto”, dice Falcone davanti al cadavere di Lima. E di tutto, in effetti accade.
Il rapporto mafia-politica si spezza con quell’omicidio. Salvo Lima è il punto di equilibrio fra lo Stato e la mafia, morto lui tutti gli altri ras della politica si spaventano.
Il più preoccupato – e questa è la tesi dei procuratori di Palermo – è il ministro siciliano per gli Interventi straordinari per il Mezzogiorno Calogero Mannino.
Si sente in pericolo, c’è una lista di uomini che i boss intendono colpire. Il primo è Mannino. Poi c’è Carlo Vizzini, ministro delle Poste. C’è il ministro della Giustizia Claudio Martelli. C’è anche il ministro della Difesa Salvo Andò. E Giulio Andreotti.
Secondo la ricostruzione dei pm, per salvarsi la pelle Mannino incontra il capo dei reparti speciali dei carabinieri Antonino Subranni e il capo della polizia Vincenzo Parisi per “aprire” un contatto con i boss e arrivare a un patto.
Ma la mafia siciliana ha già  deciso – con qualcun altro – di non fare patti.
Il 23 maggio del 1992 fa saltare in aria Falcone a Capaci. Giulio Andreotti, il candidato più accreditato nella corsa al Quirinale, è fuori dai giochi per sempre.
Comincia la prima trattativa
Falcone è morto da 15 giorni e i carabinieri del Ros – il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno – contattano l’ex sindaco Vito Ciancimino per cercare di arrivare a Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra. E fermare le stragi.
Trattano con lui. Per conto di chi? Dicono loro: “Di nostra iniziativa”. Nessuno ci crede.
Ne sono al corrente almeno tre persone: il ministro della Giustizia Claudio Martelli, il direttore degli Affari Penali di via Arenula Liliana Ferraro (quella che ha sostituito Falcone) e il presidente della Commissione parlamentare antimafia Luciano Violante.
Tutti e tre   –   Martelli, la Ferraro e Violante   –   per 17 anni non dicono nulla di tutto ciò. Stanno zitti.
Quando il figlio di Vito Ciacimino, Massimo, racconta nel 2010 ai magistrati di Palermo di quegli incontri fra suo padre e i carabinieri, Martelli, la Ferraro e Violante ritrovano i ricordi e ammettono tutto.
Smemorati di Stato. Hanno parlato solo perchè costretti.
Cosa sapevano? Perchè non hanno detto prima di quei contatti fra Stato e mafia? Quali segreti custodivano o ancora custodiscono?
Mentre loro nel 1992 nascondono verità , muore anche Paolo Borsellino.
Il 19 luglio del 1992, cinquantasette giorni dopo Capaci, l’autobomba di via Mariano D’Amelio. Totò Riina scrive il suo “papello”, le richieste di Cosa Nostra per far cessare la strategia stragista in cambio di benefici di legge, nuove norme sul pentitismo, la revisione del maxi processo.
C’è un nuovo governo, il premier è Giuliano Amato. Il vecchio ministro degli Interni Vincenzo Scotti, considerato un “duro”, salta.
E al suo posto viene improvvisamente nominato Nicola Mancino.
La misteriosa cattura di Riina e la seconda trattativa
Il 15 gennaio del ’93 i carabinieri   –   quegli stessi che stavano trattando con Ciancimino   –   arrestano dopo 24 anni e 7 mesi di latitanza Totò Riina.
E’ una cattura “strana”. Non perquisiscono il suo covo, non inseguono i suoi complici. Il ministro Mancino annuncia   –   a sorpresa – l’arresto di Riina qualche giorno prima.
Il sospetto è che Riina sia stato “venduto” da Bernardo Provenzano, l’altro capo mafia di Corleone già  in contatto con il senatore Marcello Dell’Utri, il braccio destro di Berlusconi che con l’aristocrazia mafiosa di Palermo ha rapporti da più di un quarto di secolo.
Si tratta ancora fra Stato e mafia. Provenzano è libero e   –   secondo le indagini dei pm di Palermo   –   protetto dai carabinieri che avevano incontrato Vito Ciancimino.
Si tratta ma la mafia alza ancora il tiro. Chiede tanto.
Dopo il ministro dell’Interno salta anche il ministro della Giustizia. Al posto di Martelli arriva Giovanni Conso. E’ il febbraio del 1993.
Dopo l’attentato al giornalista Maurizio Costanzo in via Fauro, c’è la bomba di via dei Georgofili a Firenze: 5 morti e 48 feriti.
È la mafia che diventa terrorismo. Poi gli attentati di Milano e Roma. Cosa sta accadendo in Italia nella primavera-estate del 1993? Chi mette bombe e semina terrore?
Il Presidente della Repubblica è Oscar Luigi Scalfaro, che è stato ministro dell’Interno e che ha come capo della polizia Vincenzo Parisi. In quel momento comincia probabilmente la terza trattativa.
Revocato il carcere duro ai mafiosi
Sotto la regia di Scalfaro vengono improvvisamente sostituiti tutti i vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il Presidente della Repubblica in quelle settimane riceve una lettera di minacce dai familiari dei boss in carcere.
Lo Stato in pubblico mostra i muscoli, in realtà  cala le braghe.
Nel 1993, dopo le bombe, 441 mafiosi rinchiusi al 41 bis vengono trasferiti in regime di “normalità ” carceraria. Il ministro della Giustizia Giovanni Conso dice che ha deciso tutto “in solitudine”, il sospetto è che abbia ubbidito a una “ragion di Stato”.
E’ in quei mesi del 1993 che gli apparati di sicurezza non riescono a trattare con la mafia in una posizione di forza.
Dopo le stragi siciliane e quelle in Continente, i Corleonesi progettano di abbattere la Torre di Pisa e disseminare le spiagge di Rimini con siringhe infettate dal virus dell’Hiv.
Poi preparano l’attentato allo stadio Olimpico nel gennaio del 1994 per uccidere “almeno 100 carabinieri”.
Il massacro è evitato perchè   –   altro mistero mai chiarito   –   il congegno non funziona.
E’ la svolta. La pace fra Stato e mafia è raggiunta. La mafia si placa.
Ha trovato nuovi “referenti”. Sarà  una coincidenza   –   sicuramente una coincidenza   –   ma per vent’anni la mafia non spara più un colpo. E’ l’Italia di Berlusconi.
Governo dopo governo, è sempre trattativa.

Attlio Bolzoni
(da “La Repubblica“)

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TRATTATIVA STATO-MAFIA: DAL MAXIPROCESSO ALL’OMICIDIO DI SALVO LIMA

Giugno 20th, 2012 Riccardo Fucile

DALLE STRAGI 1992-’93 AGLI INTERVENTI DAL COLLE SULLE INDAGINI

Palermo Il giorno della svolta è il 30 gennaio 1992.
Quel giorno la Cassazione chiude il maxi-processo con una pioggia di ergastoli per i boss di Cosa Nostra. Salta il tradizionale rapporto tra mafia e politica.
Calogero Mannino, l’unico ministro siciliano della Democrazia cristiana, capisce di essere in pericolo e si confida con il maresciallo Giuliano Guazzelli: “O uccidono me o Lima”.
La sua è un’intuizione profetica. Il 12 marzo, la chioma bianca dell’eurodeputato Salvo Lima è immersa in una pozza di sangue, sull’asfalto di Mondello.
ROMA-CAPACI SOLO ANDATA

Mannino ha paura. E ne ha ancora di più quando il 4 aprile 1992, anche Guazzelli viene assassinato. Mannino vuole salvarsi la pelle e cerca aiuto: in gran segreto incontra a Roma il generale del Ros Antonio Subranni, lo 007 Bruno Contrada e il capo della Polizia Vincenzo Parisi.
L’obiettivo è aprire un contatto con Cosa Nostra per verificare se c’è un modo per fermare la furia omicida.
Ma il 23 maggio 1992, sulla collinetta di Capaci, il boss Giovanni Brusca preme il telecomando che fa saltare con 500 chili di tritolo Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e tre uomini di scorta. Il Paese è nel caos.
Il 25 maggio, dopo la mancata elezione di Giulio Andreotti, e una votazione che a sorpresa ha attribuito 47 voti al giudice Paolo Borsellino, sale al Quirinale Oscar Luigi Scalfaro.
IL ROS E CIANCIMINO
L’8 giugno il Guardasigilli Claudio Martelli vara un decreto antimafia che contiene nuove misure repressive, come l’inasprimento del regime carcerario per i boss, che però non viene reso operativo.
Scatta un’autentica emergenza nazionale per salvare le istituzioni dal terrorismo mafioso. Il capitano del Ros Giuseppe De Donno “aggancia” in aereo Massimo Ciancimino, e chiede un colloquio con il padre, l’ex sindaco di Palermo don Vito.
Inizia la trattativa: l’obiettivo ufficiale è fermare lo stragismo.
Ciancimino collabora ma vuole coperture “istituzionali”. De Donno informa dei colloqui il direttore dell’Ufficio affari penali, Liliana Ferraro, che, a sua volta, ne parla a Martelli. Poi la Ferraro riferisce l’iniziativa del Ros anche a Borsellino. Il giudice non pare sorpreso: “Ci penso io”, dice.
IL PAPELLO DEL CAPO DEI CAPI
Il boss Totò Riina, il fautore della sfida stragista, esulta: “Si sono fatti sotto! ”. E prepara il cosiddetto “papello” con dodici richieste, tra cui la revisione del maxi e la legge sulla dissociazione.
Quando Giuliano Amato vara il nuovo governo dei tecnici, Vincenzo Scotti, considerato un “falco”, viene silurato. Al suo posto al Viminale arriva Nicola Mancino, sinistra Dc come Mannino, ritenuto più malleabile.
Anche Martelli rischia di saltare, ma resta alla Giustizia anche se il democristiano Giuseppe Gargani (anche lui della sinistra Dc) si candida al suo posto, promettendo di fermare Tangentopoli.
LE LACRIME DI PAOLO
Totò Riina continua a progettare omicidi.
Il killer Giovanni Brusca, accompagnato dal complice Gioacchino La Barbera, effettua sopralluoghi a Sciacca e a Palermo alle segreterie di Mannino per pianificare l’agguato che dovrà  colpire il ministro siciliano.
A fine giugno, Borsellino in lacrime confida ai colleghi Massimo Russo e Alessandra Camassa: “Un amico mi ha tradito”. Il sospetto degli inquirenti è che si riferisse ad un uomo in divisa, forse a Subranni.
Agnese Borsellino racconterà  ai magistrati nisseni di aver saputo dal marito che il comandante del Ros era un uomo d’onore.
E che “c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato”.
Subranni oggi ammette di aver saputo della trattativa, ma solo a cose fatte, cioè quando i colloqui tra Mori e don Vito erano già  avviati.
Il 1° luglio è il giorno dell’insediamento di Mancino. Mentre si trova a Roma per interrogare Gaspare Mutolo, Borsellino viene convocato al Viminale.
Il giudice incontra il neo-ministro, anche se Mancino ammette la circostanza solo vent’anni dopo. Al ritorno, riferisce Mutolo, Borsellino è così nervoso da fumare due sigarette per volta. Il pentito riferisce anche che durante quell’interrogatorio un funzionario della Dia parla di dissociazione. E che Borsellino commenta: “Questi sono pazzi! ”.
“È FINITO TUTTO”
Un’auto imbottita di esplosivo salta in aria in via D’Amelio: muoiono Paolo Borsellino, che secondo il pentito Giovanni Brusca viene considerato un intralcio alla trattativa, e cinque uomini della scorta. È il 19 luglio 1992.
Antonino Caponnetto, l’uomo che ideò il pool antimafia (grazie ad un’intuizione di Rocco Chinnici, magistrato ucciso da Cosa Nostra nove anni prima), intervistato dalla tv pronuncia queste parole: “È finito tutto, non mi faccia dire altro”. Il nuovo atto terroristico getta lo Stato in ginocchio, ma neppure adesso la classe politica trova la forza di reagire compatta.
Il ministro della Giustizia Martelli deve firmare personalmente il decreto che istituisce il 41 bis, trasferendo i boss detenuti a Pianosa e all’Asinara, perchè — dice lui stesso — “non si trovava chi volesse firmare”.
LE BOMBE IN CONTINENTE
A dicembre finisce in carcere Vito Ciancimino, e a gennaio ’93 è la volta di Riina, il cui covo non viene perquisito.
L’arresto del capo dei capi avviene all’insaputa del ministro dell’Interno Mancino.
“L’ho saputo da una telefonata del capo dello Stato, che si congratulava con me. E anche il presidente del Consiglio non ne sapeva niente”, dirà  Mancino al presidente della Corte di assise di Firenze, che commenta: “È formidabile”.
Intanto i corleonesi si affidano a Brusca e Bagarella con Provenzano più defilato, dietro le quinte. E nelle parole dei pentiti spunta Dell’Utri come “uomo-cerniera” tra mafia e Stato.
La trattativa prosegue sulla gestione del 41 bis. A febbraio ’93 salta Martelli (accusato da Silvano Larini e Licio Gelli di avere usato il Conto Protezione) e a via Arenula arriva Giovanni Conso. “Non ho mai capito che era in corso una trattativa — dice oggi Martelli — altrimenti avrei scatenato l’inferno”.
Le bombe continuano in via Fauro a Roma contro Maurizio Costanzo, che scampa all’attentato, e in via dei Georgofili a Firenze: 5 morti e 48 feriti.
A giugno il duo Capriotti-Di Maggio (quest’ultimo non ha i titoli), con la regia del presidente Scalfaro e l’input dei cappellani delle carceri sostituisce Nicolò Amato al vertice del Dap.
Il 26 giugno Capriotti propone di confermare i provvedimenti di 41 bis. E la risposta di Cosa nostra arriva a fine luglio con le bombe di Roma e Milano. Il 10 agosto la Dia mette nero su bianco l’ipotesi di una trattativa in corso.
LE REVOCHE DEL 41 BIS
E a novembre arrivano 343 revoche di provvedimenti di 41 bis decise da Conso “in assoluta solitudine”. Questa fase del dialogo si chiude il 27 febbraio del ’94 con l’arresto dei boss Giuseppe e Filippo Graviano, che segna la fine delle ostilità .
Silvio Berlusconi si insedia a palazzo Chigi, quando dietro le quinte, secondo i pentiti, Marcello Dell’Utri ha già  siglato il nuovo patto di convivenza con Cosa Nostra.
Dal 1996, e per circa dieci anni, la lotta alla mafia esce dall’agenda dei segretari dei partiti, Cosa Nostra appare definitivamente sconfitta e così viene raccontata dai media.
Riemerge improvvisamente nel dicembre del 2005 con il volto di Massimo Ciancimino, che tra annunci e mezze verità  comincia a parlare con i pm e racconta degli incontri tra suo padre e gli ufficiali del Ros, sollecitando la memoria a orologeria di Martelli, Conso, Ferraro, Violante, Scalfaro, Ciampi, Mancino, Amato. E dopo quattro anni di tira e molla, consegna ai magistrati il “papello”.
LO STATO PROCESSA SE STESSO
Nelle procure di Palermo e Caltanissetta lo Stato tenta di processare se stesso. Sfilano davanti ai pm ministri, parlamentari e funzionari in un festival di reticenze e di bugie.
Caltanissetta archivia, ritenendo le condotte “non penalmente rilevanti”, ma formulando pesanti giudizi morali.
Palermo va avanti ipotizzando il reato di “violenza o minaccia al corpo politico dello Stato”. Dopo quattro anni, i magistrati depositano gli atti, centinaia di intercettazioni svelano le manovre per aiutare Mancino.
Partono le interferenze del Colle per salvare la classe politica che ha trattato con Cosa Nostra, comincia il Romanzo Quirinale.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ECCO IL TESTO DELLE TELEFONATE TRA MANCINO E IL QUIRINALE

Giugno 20th, 2012 Riccardo Fucile

“ADESSO IL PRESIDENTE PARLERA’ CON GRASSO”…IL CONSIGLIERE INFORMAVA MANCINO: “MA IL SUPERPROCURATORE ANTIMAFIA NON VUOLE FARE NIENTE”

Il presidente della Repubblica s’interessava agli sviluppi delle inchieste sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia, alla loro conduzione, ed era informato di ogni mossa.
Preoccupato di possibili discrasie tra le diverse Procure, spingeva per trovare soluzioni.
È ciò che riferisce il suo consigliere giuridico, il magistrato Loris D’Ambrosio, all’ex ministro dell’Interno, ex presidente del Senato ed ex numero due del Csm Nicola Mancino, all’epoca testimone oggi inquisito a Palermo per falsa testimonianza.
Il telefono di Mancino era sotto controllo per verificare la genuinità  delle dichiarazioni rese e che avrebbe dovuto rendere negli confronti con gli ex colleghi Scotti e Martelli sollecitati dai pubblici ministeri nel processo all’ex generale dei carabinieri Mario Mori. Confronti che Mancino voleva evitare in tutti i modi.
Il 12 marzo scorso chiama D’Ambrosio che gli dice: «Io ho parlato con il presidente e ho parlato anche con Grasso (il procuratore nazionale antimafia, ndr). Ma noi non vediamo molti spazi, purtroppo perchè non… Adesso probabilmente il presidente parlerà  con Grasso nuovamente eh… vediamo un attimo anche di vedere con Esposito… ».
Mancino: «Ma visto che Grasso coordina Caltanissetta (una delle Procure interessate alla «trattativa», insieme a Palermo e Firenze, ndr), non può coordinare tutte e due le Procure?».
D’Ambrosio: «Ma io gliel’ho detto pure oggi a Grasso. Mi ha risposto va bene, ma io in realtà … (…) In realtà  è lui che non vuole fare…».
Mancino: «Eh… capito… E io non lo so dove vogliono andare a finire… 20 anni, 25 anni…».
D’Ambrosio: «Per adesso, dunque, mi ha detto il presidente, di parlare con Grasso, di vederlo eh… e vediamo un po’ (…)».
Mancino: «Eh, perchè non è che anche sul 41 bis (il carcere duro per i mafiosi, che per alcuni non fu prorogato alla fine del ’93, dopo le stragi di mafia, ndr) indaga Caltanissetta, che fa? Caltanissetta va in una direzione e quelli possono andare in un’altra direzione? Ma non lo so se c’è serietà …».
D’Ambrosio
: «Ma… ripeto, dopo aver parlato col presidente riparlo anche con Grasso e vediamo un po’… lo vedrò nei prossimi giorni… però lui… lui proprio oggi parlandogli mi ha detto: ma sai, lo so, non posso intervenire… (…) Tant’è che il presidente parlava di… come la Procura nazionale sta dentro la procura generale, di vedere un secondo con Esposito».
«Non si sa dove vogliono arrivare»
Vitaliano Esposito era il procuratore generale della Cassazione prossimo alla pensione. Mancino gli avrebbe telefonato di lì a pochi giorni, e a D’Ambrosio dice: «L’ho sempre ritenuto molto debole, non è forte (…)».
D’Ambrosio: «Però ecco, questo è quello che vede il presidente, adesso evitare il contrasto».
Mancino: «Anche se non si sa dove vogliono arrivare questi, che vogliono fare…».
D’Ambrosio: «No, ma è chiaro che… che non si capisce proprio, ma non si capisce più neanche più la trattativa… Io l’oggetto della trattativa mica l’ho capito… Mi sfugge proprio completamente… (…) Riparlerò con Grasso perchè il presidente mi ha detto di risentirlo. Però io non lo so… francamente… lui è ancora orientato a non fare niente, questa è la verità ».
Mancino: «No, perchè poi la mia preoccupazione è che… ritenere che dal confronto… Martelli ha ragione e io ho torto e mi carico implicazione sul piano, diciamo, processuale».
D’Ambrosio: «Ecco, io, insomma noi, ecco, parlando col presidente, se Grasso non fa qualcosa la vediamo proprio difficile qualunque cosa. Adesso lo possiamo rivedere, magari lo vede il presidente uno di questi giorni».
Mancino: «Va bene, ma anche per la storia del Paese, ma che razza di Paese è… se non tratta con le Brigate rosse fa morire uno statista. Tratta con la mafia e fa morire vittime innocenti. Non so… (…) o tuteliamo lo Stato oppure… (…)».
Più avanti D’Ambrosio ribadisce che il confronto con Martelli «processualmente diventa inevitabile», e Mancino accenna ai carabinieri del Ros guidati da Mori: «Ma questi hanno trattato diciamo, per conto loro, di loro iniziativa, come in effetti io ritengo, ma non posso provare…». D’Ambrosio insiste che bisogna vedere se si muove Grasso, che lui ritenterà  nei prossimi giorni, ma la situazione è «molto, troppo confusa».
«Non è giusto che io sia emarginato»
Il 5 marzo l’ex ministro aveva detto esplicitamente «io vorrei evitare che venisse accolta l’istanza di un ulteriore confronto con Martelli», e si lamentava: «Una persona che ha fatto il suo dovere… ma perchè devo essere messo in angolo…». Sospettava che qualcuno volesse prendersi la rivincita su di lui per il caso de Magistris (l’ex magistrato messo sotto inchiesta al Csm quando lui ne era il vice-presidente): «Ora facciamo pagare a Mancino… ma Mancino può essere anche emarginato, ma non è giusto (…) Guardi io non sono più il Nicola Mancino di tra anni fa, quattro anni fa… Nicola Mancino è stato distrutto (…) Io sono tenuto emarginato da tutti, perfino nel partito democratico… nessuno mi parla…».
D’Ambrosio ribadisce che l’unica possibilità  è parlare con Grasso, e in questo quadro Mancino partorisce l’idea di scrivere una lettera in cui lamenta le differenti valutazioni delle tre Procure che indagano sulla trattativa, preannunciata a D’Ambrosio in una conversazione del 27 marzo.
Il 3 aprile l’ex ministro richiama, e si lamenta che il pm Di Matteo ha chiesto i confronti tanto temuti: «A mio avviso c’è un abuso grande quanto una montagna… (…) ma lui non sta facendo un processo contro il favoreggiamento del colonnello Mori…». (…)
D’Ambrosio: «Sulla sua lettera stiamo ragionando… va bene?».
Mancino: «E… veda un poco… perchè la cosa è terribile… ecco… perchè a me fa perdere non solo il sonno, ma anche, diciamo…».
D’Ambrosio ripete che stanno ragionando, Mancino insiste e il consigliere Napolitano aggiunge: «Il presidente è orientato a fare qualcosa… (…) ma per ora non le posso dire nulla (…) sto elaborando un pochino le cose… però la decisione l’abbiamo già  presa… adesso presidente è in Giordania, quando torna si decide insieme… faccio la mia proposta e vediamo un attimino».
Più avanti spiega che cosa intende dire nella lettera al procuratore generale: «Il coordinamento consiste anche nell’utilizzare una strategia comune, nel compiere atti insieme… (…) Tutto questo non sta accadendo, per cui c’è una valutazione che poi alla fine può essere anche diversa da parte dell’autorità  giudiziaria…».
A Grasso diciamo: «Fai il tuo lavoro»
Il magistrato in servizio al Quirinale illustra le possibili complicazioni derivanti da valutazioni diverse degli stessi fatti, o di dichiarazioni delle stesse persone sentite in momenti diversi sugli stessi temi. E il 5 aprile, leggendo a Mancino la missiva al pg della Cassazione, chiarisce: «Il presidente percepisce questa mancanza di coordinamento e ti dice: esercita i tuoi poteri anche nei confronti di Grasso. Perchè qui il problema vero… Grasso si copre, questa è la verità  (…) Perchè è una gran cretinata l’avocazione, perchè lui la prima cosa a cui deve pensare è il coordinamento (…) Non solo lo scambio degli atti, ma anche il compimento di atti congiunti e l’individuazione della strategia congiunta. (…) Cioè gli dice: dovete coordinarvi, cioè tu Grasso… fai il tuo lavoro, ecco».
Ma alla riunione convocata il 19 aprile dal nuovo procuratore generale Ciani, succeduto a Esposito, Grasso spiega che un anno prima, il 28 aprile 2011, ha riunito i procuratori interessati alle indagini sulla «trattativa», impartendo direttive che da quel giorno sono state rispettate. Nel verbale di quella riunione di legge: «Il procuratore nazionale evidenzia la diversità  dei filoni d’indagine e la loro complessità  (accentuata anche dalla contemporanea pendenza di processi in fase dibattimentale): precisa di non avere registrato violazioni del protocollo del 28 aprile 2011 tali da poter fondare un provvedimento di avocazione».
Il procuratore aggiunto di Roma
Il 15 marzo 2012 Mancino riceve una chiamata dal procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi, per una questione che non ha nulla a che fare con l’indagine sulla trattativa. S’intuisce che il magistrato risponde a una precedente richiesta sulla vicenda giudiziaria della cosiddetta P3, che coinvolge l’ex giudice tributario Pasquale Lombardi, irpino come Mancino. L’indagine romana era chiusa da tempo, e Rossi parla così: «Guardi, le dico questo, altrimenti non le posso dire niente ma… cosa di cui lei si può completamente disinteressare».
Mancino: «Interessa altri».
Rossi: «Disinteressare, disinteressare… una cosa del tutto, cioè… insomma è un’altra vicenda (…)Non le posso dire ma… insomma comunque non… va bè (…) Guardi lei non si preoccupi, lei pensi… di questo non si preoccupi assolutamente».

Giovanni Bianconi
(da “Il Corriere della Sera“)

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SALERNO-REGGIO CALABRIA, DOVE IL PIZZO E’ UNA “TASSA AMBIENTALE”

Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile

LE FAMIGLIE ‘NDRANGHETISTE” CHIEDONO IL 3% ALLE IMPRESE

“o non è che sono venuto da voi per mille euro, che io gli piscio, ma per la scostumatezza che avete avuto. Perchè venite da fuori e avete fatto lavori a casa mia”.
Autostrada Salerno-Reggio Calabria, 433 chilometri di ‘ndrangheta.
“Il corpo di reato più lungo del mondo”, dove la mafia più potente chiede il pizzo, impone ditte per i subappalti, stabilisce buone relazioni con i colossi delle costruzioni italiane, mantiene l’ordine quando si può e quando gli accordi non vengono rispettati l’ordine lo sovverte a suon di bombe nei cantieri e minacce.
Quello dell’autostrada, ci dice un investigatore, è un osso che i mammasantissima non molleranno mai. In ballo ci sono tanti soldi: almeno altri 10,2 miliardi (erano 5,8 secondo i calcoli fatti nel 2002) per tratti da appaltare o da progettare.
Qui le carte le dà  la ‘ndrangheta, il resto (Anas, colossi nazionali dei lavori pubblici e Stato) sono giocatori che sanno di dover perdere.
Vittime o complici, a seconda dei casi e delle convenienze.
E chi varca il check-point di Eboli non deve essere “scostumato”, come dice il boss intercettato in una delle tante inchieste (sette negli ultimi anni) sulle infiltrazioni mafiose nei lavori della Salerno- Reggio Calabria.
Comportarsi in modo educato significa pagare.
Almeno il 3% sull’importo dei lavori, che i boss gentilmente definiscono “tassa ambientale”.
Basta versarla con puntualità  e si vive tranquilli .
Il geometra Talarico, che lavora per il consorzio Baldassini- Tognoli, un giorno vive la peggiore avventura della sua vita.
Mentre sta lavorando in un cantiere viene avvicinato da due giovani che lo minacciano e gli chiedono il pizzo.
à‰ terrorizzato, non sa che fare. Si tranquillizza solo ventiquattro ore dopo, quando quei due picciotti impudenti si ripresentano accompagnati da un vecchio. Don Mico, si chiama, e dice poche parole: “Il geometra è con me, come vi siete permessi? Ora prendete quelle paline a aiutatelo a misurare il terreno, che gli avete già  fatto perdere un sacco di tempo”.
Talarico è allibito quando racconta la sua giornata nera a un amico: “Gioia Tauro, Rosarno e un altro paese che non mi ricordo il nome, lo chiamano il triangolo della morte. Te l’ho detto che mi hanno fermato e mi hanno puntato una pistola in faccia?”.
Funziona così in Calabria, dove la ‘ndrangheta ha trovato un sistema scientifico per spremere fino all’osso i miliardi dell’autostrada.
Lo racconta, da pentito, Antonino Di Dieco, commercialista imparentato con importanti boss e consigliori della famiglia Pesce di Rosarno.
Intanto bisognava appianare tutti i contrasti tra le cosche che avevano provocato attentati e morti fino a tutti gli anni Ottanta.
Per questo, una sera del 1999, le famiglie si riuniscono in un bar di contrada Bosco a Rosarno, il regno dei Pesce e dei Bellocco.
“Le controversie tra le cosche — racconta il pentito — andavano sanate per permettere alle aziende di pagare regolarmente senza che venissero danneggiati i mezzi”.
La “tassa ambientale”, per la ‘ndrangheta.
Il “cash flow”, per il manager di un grande consorzio.
Ma come si stabilisce il pizzo, la quota da pagare?
Lo spiega Di Dieco. “Esaminai i bilanci, i business plane e diedi la mia consulenza. Alterando le fatture di costo si poteva creare una somma di denaro che poi veniva destinata al pagamento del 3%. La ‘ndrangheta riceveva i soldi e la società  che si era aggiudicata i lavori pagava senza mettere mano alle proprie casse, bensì da questo surplus che si creava dai costi elevati nelle fatture che presentavano le ditte in subappalto”.
Si gonfia sul costo del noleggio delle attrezzature, ma anche truccando carotaggi e analisi. Sabbia di fiume e di mare, asfalti scadenti, vengono classificati come materiale eccellente.
Come hanno reagito i grandi colossi, ce lo spiega un’inchiesta del pm Roberto Di Palma.
“Sia Condotte che Impregilo avevano compreso molto bene la realtà  mafiosa della Calabria, insediando rispettivamente nelle loro società  D’Alessandro Giovanni e Miglio Francesco, personaggi che da sempre avevano avuto a che fare con esponenti della ‘ndrangheta e con imprese di riferimento delle cosche”.
I due tecnici vengono nominati entrambi capo area per la Calabria.
La terra dell’autostrada della ‘ndrangheta. Con i suoi boss bisogna accordarsi, anche trovando, parola di un manager, ‘ditte a modo’ per i subappalti.
Perchè la ‘ndrangheta non è un fenomeno folk, tutto tarantella e ‘nduja, ma grande business criminale.
Ce lo spiega l’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia definendo la mafia made in Calabria “una presenza istituzionale strutturale nella società  calabrese, interlocutore indefettibile di ogni potere politico e amministrativo, partner necessario di ogni impresa nazionale o multinazionale che abbia ottenuto l’aggiudicazione di lavori pubblici sul territorio regionale”.

Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TRATTATIVA SUL COLLE: MANCINO CHIAMO’ LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA PER LAMENTARSI DELLE INDAGINI DEI PM DI PALERMO

Giugno 16th, 2012 Riccardo Fucile

LA TRATTATIVA STATO-MAFIA AL CENTRO DELLE INTERCETTAZIONI, LE PRESSIONI DI MANCINO, LE   DIVERSE VALUTAZIONI DELLE PROCURE, I CHIARIMENTI CHIESTI DALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA SULLA OPPORTUNITA’ DEL DIALOGO PER FERMARE LO STRAGISMO

Dialogare con la mafia per fermare lo stragismo è un reato? Se lo chiedono allarmati gli indagati eccellenti, intercettati dai pm di Palermo. E non solo.
Preoccupato dall’evoluzione dell’indagine della Procura del capoluogo siciliano sulla trattativa mafia-Stato, per il rischio di una sorta di impeachment morale della classe politica italiana, se lo è chiesto persino il Quirinale.
Nessuno, in Procura, è disposto a confermarlo, ma tra i 120 faldoni dell’inchiesta palermitana, ormai giunta alle battute finali, c’è anche una lettera della Presidenza della Repubblica, indirizzata nei primi mesi di quest’anno al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito, nella quale si chiedono chiarimenti sulla configurabilità  penale della condotta degli esponenti politici coinvolti nell’indagine.
Facendo riferimento a una sollecitazione dell’ex senatore Nicola Mancino, nello scorso dicembre particolarmente preoccupato per il suo coinvolgimento nell’inchiesta, il Quirinale avrebbe sollecitato informazioni sulle inchieste segnalando l’opportunità  di raggiungere una visione giuridicamente univoca tra le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta, tutte parallelamente impegnate nella verifica del ruolo di ex ministri e parlamentari nel biennio della trattativa a suon di bombe, ma con prospettazioni del tutto differenti.
Non è un mistero, infatti, che le tre Procure sin dall’inizio dell’indagine sulla trattativa abbiano manifestato — in particolare, durante una tornata di audizioni davanti alla commissione Antimafia — notevoli divergenze sulla questione dell’imputabilità  dei politici coinvolti.
I pm nisseni e quelli fiorentini appaiono propensi a credere che gli esponenti delle istituzioni chiamati in causa nella trattativa furono costretti ad accettare la logica del negoziato imposta da Cosa Nostra con il terrore, e dunque sarebbero da ritenersi “vittime” dell’intimidazione mafiosa, ovvero soggetti penalmente non perseguibili.
La procura di Palermo, invece, la pensa in tutt’altro modo: l’aggiunto Antonio Ingroia e i pm Lia Sava, Nino Di Matteo e Francesco Del Bene ritengono che quella dell’apertura dialettica tra mafia e Stato sia un’iniziativa consapevolmente adottata dai politici e dagli uomini degli apparati, convinti in questo modo di fermare lo stragismo, ma anche di salvare la pelle.
Inutile chiedersi quale sia l’interpretazione più apprezzata da Mancino che, il giorno dopo esser stato interrogato a Palermo, il 7 dicembre scorso, si affretta a telefonare al magistrato Loris D’Ambrosio, uno dei più stimati consiglieri del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Un’intercettazione, oggi agli atti dei pm palermitani, rivela che, al telefono con D’Ambrosio, Mancino si abbandona apertamente a uno sfogo preoccupato, sostenendo di essere un “uomo solo”.
Ma le telefonate agli atti dell’inchiesta sarebbero più di una.
Mancino avrebbe chiamato direttamente il procuratore di Palermo Francesco Messineo, cercando di evitare di essere posto a confronto con l’ex Guardasigilli Claudio Martelli.
Il faccia a faccia in Procura si tiene però regolarmente: Martelli conferma di aver chiesto a Mancino le ragioni dell’iniziativa investigativa avviata nel ’92 dal Ros di Mario Mori con l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino.
Mancino, invece, continua a negare con decisione.
Nei primi mesi dell’anno i palazzi della politica sono in fibrillazione per l’evolversi delle indagini: ci si interroga su come minimizzare i possibili danni dell’inchiesta palermitana sulla trattativa.
Qualcuno, tra gli indagati eccellenti, si lamenta — sempre al telefono — dell’inerzia del procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito davanti a un problema cruciale per l’intera politica italiana: si può processare un pezzo dello Stato per avere aperto un canale di comunicazione con Cosa Nostra, allo scopo di evitare altre stragi?
C’è chi, conversando alla cornetta, arriva persino a rivelare di aver interessato della questione il capo della Dna Pietro Grasso, che però avrebbe minimizzato la portata dell’inchiesta. Millanterie?
È in questo periodo che il Quirinale avrebbe inviato la sua richiesta di chiarimenti al pg Esposito, sollevando l’esigenza di giungere a una visione univoca condivisa dalle tre procure. Tutto il resto è cronaca.
Nei primi giorni di marzo, il pg Esposito richiede al procuratore nisseno Sergio Lari l’invio degli atti dell’inchiesta su via D’Amelio, entrando a gamba tesa — con un’iniziativa senza precedenti — nell’attività  del distretto giudiziario siciliano che indaga sulla morte di Falcone e Borsellino. Al punto che Lari commenta attonito: “Sono disorientato”.
La richiesta di Esposito viene letta inizialmente come la premessa di una possibile azione disciplinare nei confronti della procura nissena per aver violato la privacy dei tanti nomi eccellenti contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare del gip Alessandra Giunta, di cui vengono riportate le deposizioni, ma anche le tante contraddizioni, le reticenze, le omissioni e le bugie.
Oltre alle risposte di Mancino, ci sono quelle degli ex ministri Claudio Martelli e Giovanni Conso, degli ex presidenti del consiglio Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, dell’ex presidente dell’Antimafia Luciano Violante.
Ma il vero significato di quella richiesta viene fuori quando, ancora una volta, Mancino prende il telefono, stavolta per contattare direttamente Esposito e congratularsi: quella iniziativa è “un segnale forte”, dice, una mano tesa “in difesa dei politici”.
Le sue parole restano ancora una volta incise nelle bobine delle intercettazioni.
E oggi svelano un altro pezzo dello Stato che frana moralmente davanti alla ricerca della verità .

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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TRATTATIVA STATO-MAFIA: INDAGATO L’EX MINISTRO DELL’INTERNO MANCINO

Giugno 10th, 2012 Riccardo Fucile

LA VERSIONE DI MANCINO MOSTRA DISCREPANZE CON QUANTO HANNO INVECE DICHIARATO AI GIUDICI PALERMITANI GLI EX MINISTRI SCOTTI E MARTELLI

L’ultimo indagato nell’inchiesta sulla Trattativa tra Cosa Nostra e pezzi delle Stato è un membro di spicco delle istituzioni.
L’ex presidente del Senato Nicola Mancino è infatti accusato dalla procura di Palermo di aver rilasciato false dichiarazioni durante le sue audizioni davanti ai magistrati. “Emergono evidentemente delle contraddizioni nelle cose dette, dai diversi esponenti delle istituzioni sentiti: quindi qualcuno mente. Ora è compito della procura e del tribunale capire come sono andate veramente le cose” aveva detto perentorio il sostituto procuratore Nino Matteo subito dopo l’audizione di Mancino davanti la quarta sezione penale di Palermo durante il processo contro gli ex alti ufficiali del Ros Mario Mori e Mauro Obinu.
Oggi proprio per Mancino è scattato l’avviso di garanzia per falsa testimonianza.
Ad inguaiare l’ex dirigente della Democrazia Cristiana sono state le varie discrepanze emerse durante i confronti con altri esponenti politici , come Vincenzo Scotti e Claudio Martelli, che come lui erano in carica nel periodo 1992 — 93, ovvero durante il governo guidato da Giuliano Amato. Mancino, Scotti e Martelli sono stati sentiti a più riprese dagli inquirenti palermitani ma i loro ricordi sulle dinamiche politiche dell’epoca sono apparsi in certi casi assolutamente inconciliabili.
La discrepanza più evidente è emersa in merito all’avvicendamento tra Scotti e lo stesso Mancino alla guida del Ministero dell’Interno il 28 giugno del 1992.
Scotti, sentito per l’ultima volta nei giorni scorsi dalla procura di Palermo, aveva raccontato come fosse all’epoca intenzionato a rimanere al Viminale anche nel nuovo governo Amato. All’improvviso però erano sorte delle complicazioni riguardo alla sua riconferma. Complicazioni che avevano portato alla sua nomina al vertice del ministero degli Esteri e alla conseguente designazione di Mancino come ministro degli Interni.
“Sono andato a letto credendo di essere nominato il giorno dopo ministro dell’Interno e invece mi sono svegliato Ministro degli Esteri” aveva raccontato Scotti ai magistrati palermitani.
Molto diversa invece la ricostruzione di Mancino.
Completamente diversa in effetti. “Chiamai Scotti per convincerlo ad accettare il ruolo di Ministro dell’Interno” ha detto l’ex presidente del Senato nella sua deposizione al processo Mori, raccontando anche che fu lo stesso Scotti “a non volere più ricoprire l’incarico di ministro, dato che nella Democrazia cristiana avevamo deciso che chi entrava nel governo doveva dimettersi da deputato”.
I magistrati palermitani hanno registrato gravi differenze anche nel confronto tra Mancino e l’allora guardasigilli Claudio Martelli.
L’ex numero due di Bettino Craxi ha raccontato agl’inquirenti di un suo incontro con Mancino nel luglio del 1992, in cui si sarebbe lamentato per le attività  non autorizzate dei Ros. Secondo la procura palermitana proprio in quei giorni il capo dei Ros Mario Mori e il suo braccio destro Giuseppe De Donno (entrambi indagati nella trattativa) incontravano in segreto don Vito Ciancimino.
Mancino però ha negato nettamente che quei colloqui tra il Ros e Ciancimino siano stati oggetti di discussione con Martelli: “Abbiamo parlato di altro e in particolare dell’opportunità  di lavorare in sintonia”.
Un altro nodo da sciogliere per l’ex ministro dell’Interno è rappresentato anche dall’incontro che avrebbe avuto con Paolo Borsellino il primo luglio del 1992, il giorno del suo insediamento al Viminale.
Prima di una parziale ammissione durante le deposizione al processo Mori, Mancino aveva negato a più riprese l’incontro con Borsellino, arrivando a sostenere di non ricordare di aver stretto o meno la mano al giudice che sarebbe poi stato assassinato in via d’Amelio il 19 luglio seguente.
Dopo la notizia dell’indagine a suo carico per falsa testimonianza Mancino, che è stato di recente anche vice presidente del Csm, ha reagito con tranquillità  “Non mi sorprende la notizia della mia iscrizione nel registro degli indagati. Il teorema che lo Stato, e non pezzi o uomini dello Stato, abbia trattato con la mafia è vecchio di almeno venti anni, ma non c’è ancora straccio di prova che possa confortarlo di solidi argomenti. Per quanto mi riguarda, sono stato ministro dell’Interno e ho difeso lo Stato dagli attacchi della mafia, che ho combattuto con fermezza e determinazione”.

Giuseppe Pipitone
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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NOMINATO CAVALIERE DELLA REPUBBLICA IL SEGRETARIO REGIONALE DELL’UDC LIGURE VICINO AL BOSS DELLA ‘NDRANGHETA

Giugno 3rd, 2012 Riccardo Fucile

ROSARIO MONTELEONE, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE, COMPARE IN DIVERSE INCHIESTE… DALLE INTERCETTAZIONI EMERGONO I SUOI RAPPORTI CON MIMMO GANGEMI, AL CUI APPOGGIO SAREBBE RICORSO PER OTTENERE AIUTO ELETTORALE

Due giugno, festa della Repubblica, è il giorno in cui vengono nominati i cavalieri della Repubblica.
E fra i nominati ieri da Giorgio Napolitano figura anche Rosario Monteleone, presidente del Consiglio regionale della Liguria.
Ma Monteleone, politico dell’Udc con una parentesi nella Margherita, compare nelle indagini che hanno portato all’inchiesta ‘Maglio’ e in alcuni passi dell’indagine ‘Crimine’, come ha denunciato oggi la Casa della Legalità  di Genova.
Monteleone non è indagato ma dagli atti emergerebbe una sua vicinanza con Mimmo Gangemi, il fruttivendolo di San Fruttuoso accusato di essere il capo della ‘ndrangheta in Liguria, a cui sarebbe ricorso più volte per ottenere appoggio elettorale.
Nell’inchiesta ‘Crimine’, nel mezzo della lotta che oppone Gangemi a Domenico Belcastro per le candidature da sostenere, Belcastro si lamenta con Giuseppe Commisso perchè Gangemi vorrebbe sponsorizzare “un finanziere, uno sbirro.
Cinque anni fa ha detto che lui che è sbirro questo qua, che è un infame, adesso ha voluto appoggiare a Monteleone, lui lo potete appoggiare.
Uno vale l’altro, appoggiamo a Monteleone”.
La ragione di questa scelta, spiega ancora Belcastro, risiede nel fatto che il politico avrebbe promesso un posto di lavoro al genero di Gangemi.
Ma l’intercettazione rivela anche che i rapporti fra Monteleone e la consorteria non sono sempre stati pacifici e lineari.
In particolare, dalle indagini che hanno portato all’operazione Maglio (ma che non sono confluite nell’Ordinanza di misure cautelari) emerge che Monteleone si sarebbe servito dell’appoggio del clan già  nelle elezioni del 2005.
Una volta eletto, però, non avrebbe mantenuto i patti convenuti, provocando così una rottura con il sodalizio che, in spregio, lo avrebbe soprannominato “il lardone”.
“Allora lo facciamo sto armistizio, la facciamo sta spaghettata?”, propone ancora Monteleone all’alba delle elezioni del 2010, in un tentativo di ricucire i rapporti con il clan.
L’intercettazione è riportata in un rapporto del Ros in cui si evidenzia “come gli amministratori locali (alcuni di origine calabrese) ben conoscessero i caratteri organizzativi della struttura ‘ndranghetistica, rivolgendosi a personaggi inseriti nel locale del capoluogo di Regione, per far giungere richieste di appoggio elettorale alle strutture periferiche”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

Monteleone, nel 2005 incassò l’appoggio della ‘ndrangheta per le elezioni regionali. Molteplici furono gli incontri presso il negozio di GANGEMI ed al bar vicino.
Poi ebbe dallo stesso gruppo facente capo al boss GANGEMI un bel pacchetto di tessere per vincere il congresso di partito.
Poi non mantenne la “parola” data agli ‘ndranghetisti che quindi lo consideravano un traditore, ribattezzandolo in senso dispregiativo “il lardone”. Alle ultime elezioni regionali è stato ricandidato.
Ha cercato di “ricucire” il rapporto con gli ‘ndranghetisti, come certificato dalle più recenti indagini del ROS (nell’immagine un estratto del loro rapporto alla Dda).
La “spaghettata” che proponeva per fare la pace ed incassare i voti non convince il Gangemi e gli altri componenti del “locale” della ‘Ndrangheta di Genova.
Monteleone viene rieletto in Regione, nella coalizione di Burlando (la stessa appoggiata fortemente anche da un altro affiliato della ‘ndrangheta, a quanto risulta dagli Atti, alias Vincenzo “Enzo” Moio).
Poi viene nominato Presidente del Consiglio Regionale della Liguria.
Per festeggiare la sua rielezione, dopo le elezioni del 2010, Monteleone ha pensato bene di fare una cena nel ristorante del noto boss “Gianni” (Giovanni) Calvo, esponente storico di Cosa Nostra a Genova, già  dagli anni Novanta ed indicato chiaramente in due inchieste “pesanti” recentissime (una del ROS di Genova sulle attività  di usura del boss ‘ndranghetista Garcea Onofrio con il riesino Abbisso Giuseppe (legato al Calvo; l’altra della DDA di Firenze).
Oggi, 2 giugno 2012, in occasione della Festa della Repubblica Rosario Monteleone, è stato formalmente nominato — per decisione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – “Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana”, nell’ambito delle onorificenze che venivano ufficialmente consegnate in occasione della Festa della Repubblica.
Non solo non si è dimesso dal Consiglio Regionale… ma gli viene data anche l’onorificenza della Presidenza della Repubblica.

(da “Casa della Legalità “)

Commento del ns. direttore

A proposito del Terzo Polo in Liguria, ricordiamo che Rosario Monteleone, in qualità  di segretario regionale dell’Udc ligure, è stato l’artefice dell’operazione di inserimento nella Lista Musso, per le comunali di Genova, di uomini dell’Udc.
Il listone unico, voluto dal suo partito e dal segretario regionale di Futuro e Libertà , Enrico Nan, alla fine ha determinato l’elezioni di 3 consiglieri Udc su 4 e nessuno di Fli.
I fatti sopra indicati e ben noti da tempo avrebbero dovuto sconsigliare la dirigenza di Fli, partito che nel Manifesto programmatico fa della trasparenza e della legalità  una bandiera, dal “confondersi” con personaggi di tale fatta.
Non a caso avevamo sostenuto, ovviamente inascoltati, la necessità  che Fli si presentasse con il proprio simbolo, per tenere ben distinte le due liste.
Ma a Roma vige notoriamente la regola delle tre scimmiette: chi non vede, chi non sente e chi non parla.
E qualcuno vorrebbe il Terzo Polo in Liguria?
Con Monteleone e Nan?
Auguri.

argomento: Cossiga, denuncia, Futuro e Libertà, mafia, Napolitano, radici e valori | Commenta »

LE MANI DELLE COSCHE SULLA SALERNO-REGGIO CALABRIA: PIZZO DEL 3% SULL’IMPORTO DEGLI APPALTI PER I CANTIERI

Maggio 30th, 2012 Riccardo Fucile

DODICI FERMI NEI CONFRONTI DI ESPONENTI DEL CLAN NASONE…. GLI IMPRENDITORI CHE NON PAGAVANO AVEVANO I MEZZI DANNEGGIATI O SUBIVANO PESANTI INTIMIDAZIONI

I carabinieri li hanno sentiti pianificare le incursioni notturne, organizzare i danneggiamenti. Stabilire quali mezzi dovevano saltare in aria e quali essere devastati a mazzate.
Per lavorare sui cantieri della Salerno-Reggio Calabria, dovevano pagare tutti.
E nella zona di Scilla-Villa San Giovanni, i soldi toccavano a loro. Il 3% dell’importo dell’appalto, e “non meno”, doveva andare ai “Nasone-Gaietti”.
Ora una decina di componenti della cosca sono finiti in manette su richiesta della Dda di Reggio Calabria, che ha deciso di affondare il colpo mentre la cosca era ancora pienamente operativa.
I carabinieri del Comando provinciale hanno notificato dodici “fermi” nei confronti di altrettante persone ritenute legate al clan degli scillesi.
Il procuratore aggiunto Michele Prestipino e i pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, hanno firmato i provvedimenti nel tentativo di bloccare lo stillicidio di intimidazioni che negli ultimi mesi ha riguardato una serie di aziende impegnate nella fornitura di servizi e materiali o subappaltatori dell’A3 e non solo.
In questo senso, il boss Giuseppe Virgilio Nasone, e i suoi uomini erano determinati. Nonostante l’arresto di un picciotto della “famiglia” catturato nei mesi scorsi – quando si era presentato ad un imprenditore per chiedere una mazzetta da sei mila euro – il gruppo non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Anzi.
Le microspie dell’Arma li avevano sentiti ragionare: “Non è che le cose non si possono fare, basta stare attenti”.
Le cose da fare erano gli attentati. E di soldi ne arrivavano tanti dalle ditte intimorite.
Alcuni imprenditori pagavano per evitare che le attrezzature, in molti casi particolarmente costose, fossero danneggiate.
Altri per paura o per evitare che gli operai subissero ritorsioni anche violente.
“Dobbiamo fare come quelli di Gioia Tauro — dicevano — quelli che pagano sono apposto. Agli altri gli facciamo saltare i palazzi”.
L’inchiesta della Procura di Reggio Calabria ha preso il via dalla denuncia di un imprenditore che non si è voluto piegare.
Così, a marzo del 2011 è finito in carcere Giuseppe Fulco, cugino dei Nasone.
Gli inquirenti, incassato il risultato, tuttavia, non hanno mollato la presa ed hanno continuato ad ascoltare i suoi commenti in carcere.
Ed è durante i colloqui con la madre e la sorella che sono venuti fuori una serie di elementi che hanno consentito di ricostruire la rete di rapporti interni alla cosca.
Il clan infatti continuava a versargli “la mesata” ed a spartire con lui gli utili di altre estorsioni. Altre microspie e una serie di pedinamenti hanno fatto il resto, riuscendo a dare un volto ed un nome ad ogni componente del clan e a ricostruire i singoli episodi.

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GENCHI: “BOMBA SPORCA, COMODO INDICARE LA MAFIA”

Maggio 27th, 2012 Riccardo Fucile

“LA STRAGE DI BRINDISI? UNA COLOSSALE TRAGEDIA, MA LA MAFIA NON C’ENTRA”….”A QUALCUNO PUO’ FARE COMODO CREDERE ALLA MAFIA, A UNA BOMBA SPORCA DA UTILIZZARE COME ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA”

La strage di Brindisi? Una colossale tragedia, ma la mafia non c’entra. Parola di Gioacchino Genchi, ex consulente tecnico della procura di Palermo (oggi avvocato penalista), l’uomo che Berlusconi —in un moto d’impeto dei suoi —accusò di aver intercettato “ 350 mila italiani”.
Genchi, in che senso distrazione di massa?
Perchè fa comodo pensare che la mafia sia solo una congrega di pazzi sanguinari che fanno saltare le bombe davanti alle scuole. Distrae da quello che realmente è, un’organizzazione che ha in mano buona parte dell’economia e della finanza di questo Paese. Rappresentare cosa nostra come se fosse ancora quella dei Riina e dei Provenzano, insomma, serve a girarsi dall’altra parte, per non vedere.
Dunque la mafia a Brindici non c’entra?
Gli ultimi sviluppi sembrano riportare verso quell’ipotesi… Cosa nostra, con le stragi del 1992 soprattutto, ma anche del 1993, sa di aver commesso il più grave errore della sua storia. Certo, non è da escludere un gesto collegato ad altre realtà  criminali, fazioni minori che tentano di accreditarsi agli occhi di qualche organizzazione più potente. Tutto può essere, ma a non convincere sono la dinamica e l’esplosione. Il gas non è mai stato usato per attentati di questo genere. Oltretutto in Puglia, terra di passaggio con l’Est europeo, non credo sia difficile per le organizzazioni criminali trovare altro tipo di esplosivo. Magari più efficiente. Perchè l’esplosione di Brindisi ha sì causato la tragica morte di una ragazza e il grave ferimento di una seconda, ma non è da escludere che chi ha azionato il telecomando, forse, puntava a un gesto dimostrativo. à‰ ovvio che il momento storico attuale è molto simile a quello del 1992- ‘ 93, ma a Brindisi vedo più uno scenario da unabomber che da strategia della tensione.
E la scuola Morvillo-Falcone, la tappa della carovana antimafia di Libera, la prossimità  con il ventennale della strage di Capaci?
Questi sono i soli elementi che potrebbero far pensare alla pista mafiosa. Dopotutto non sarebbe una novità . La notte del 28 luglio 1993 a Roma esplosero due bombe —fortunatamente senza vittime —nelle chiese di San Giovanni Laterano e San Giorgio in Velabro. Giovanni e Giorgio, i nomi di Spadolini e Napolitano, allora presidenti di Camera e Senato.
Quale può essere il principale ostacolo alle indagini?
Se l’ordigno è stato azionato con uno squillo di cellulare, come le bombe di Madrid e Londra, c’è poco tempo. Mi spiego : dopo le stragi del 2005 l’Ue emanò una direttiva che imponeva la registrazione del traffico telefonico anche per le cosiddette chiamate senza risposta (che sono i due terzi del traffico) e che, in quanto ininfluente ai fini della fatturazione, non veniva conservato. L’Italia, con ritardo, ha adeguato la propria normativa, senza però prevedere una sanzione per il mancato adempimento da parte delle compagnie telefoniche. Dopo un lungo tira e molla, oggi, si è deciso che il traffico senza risposta venga conservato per un mese. Un tempo troppo breve. Se l’ordigno è stato innescato a distanza potrebbero perdersi le tracce dello “ squillo”.

Stafano Caselli
(da “il Fatto Quotidiano“)

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