Luglio 4th, 2019 Riccardo Fucile
LA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA: COSI’ LA MAFIA FACEVA AFFARI, TRA PARCHEGGI E NEGOZI
‘Ndrangheta, politica e gestione di attività commerciali e di parcheggi attorno all’aeroporto di
Malpensa. Sono gli elementi dell’indagine ‘Krimisa’ coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano e condotta dai carabinieri del comando provinciale del capoluogo lombardo, che dalle prime luci dell’alba stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 34 persone in varie province italiane. Al centro dell’inchiesta ci sono le dinamiche della locale di ‘ndrangheta di Legnano (Milano)-Lonate Pozzolo (Varese), i collegamenti con la politica e le mire della criminalità sulle attività intorno allo scalo.
I politici coinvolti nell’indagine sulla ‘ndrangheta
L’indagine – ‘Krimisa’ è il nome greco di Cirò Marina – avrebbe accertato un legame tra l’ex sindaco di Lonate Pozzolo, Danilo Rivolta, di Forza Italia (già arrestato nel 2017 per tangenti), e alcuni esponenti della ‘locale’ di ‘ndrangheta. L’elezione di Rivolta sarebbe stata appoggiata da influenti famiglie calabresi che lo avrebbero aiutato in cambio di un assessorato alla nipote del boss Alfonso Murano, ucciso il 28 febbraio del 2006 a Ferno (Varese).
Tra gli arrestati c’è un consigliere comunale di Fratelli d’Italia, Enzo Misiano, accusato di essere il trait d’union tra l’ambiente politico locale e alcuni esponenti di spicco della cosca, e un perito che lavorava per la Procura di Busto Arsizio (Varese): avrebbe fatto da ‘talpa’ su alcune indagini.
E risulta coinvolto anche “un altro esponente politico di livello regionale, il coordinatore dei Cristiano-popolari Peppino Falvo”.
In particolare, da quanto emerge, l’associazione mafiosa riusciva a convogliare i voti dell’area varesina di Lonate Pozzolo, “cosa che hanno tentato anche nelle consultazioni elettorali del 2018, ma il loro candidato viene battuto”, spiega il pm Alessandra Cerreti. Uno scambio di voto che invece nel passato avrebbe funzionato.
Nell’inchiesta entra un pacchetto di circa 300 voti che fa dire agli inquirenti che alcuni incarichi a Locale Pozzolo e Ferno sarebbero state “espressione della capacità del gruppo criminale di veicolare considerevoli quantità di voti, barattandoli con la nomina di familiari e parenti a cariche politiche ed amministrative”.
La maxi operazione contro la ‘ndrangheta
In totale sono 400 i carabinieri impegnati nell’esecuzione dell’ordinanza nelle province di Milano, Ancona, Aosta, Cosenza, Crotone, Firenze, Novara e Varese. I destinatari del provvedimento (27 in carcere e 7 ai domiciliari) sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, danneggiamento seguito da incendio, estorsione, violenza privata, lesioni personali aggravate, minaccia, detenzione e porto abusivo di armi, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti (tutti aggravati perchè commessi avvalendosi del metodo mafioso e al fine di agevolare le attività dell’associazione mafiosa), truffa aggravata ai danni dello Stato e intestazione fittizia di beni, accesso abusivo a un sistema informatico o telematico.
Le mire della ‘ndrangheta su Malpensa
Le cosche, secondo gli investigatori, puntavano ai parcheggi attorno all’aeroporto e alla costruzione di nuove attività commerciali in aree nei comuni adiacenti. Il gip ha disposto il sequestro di due parcheggi privati, “Malpensa Car Parking” e “Parking Volo Malpensa”, oltre a metà delle quote della società “Star Parkings”, che non si trovano nell’area aeroportuale. In totale il decreto ha consentito di sequestrare beni per un valore complessivo di 2 milioni di euro. I carabinieri sono riusciti a documentare summit criminali durante i quali, oltre alle questioni prettamente politiche, c’era anche la pianificazione imprenditoriale della cosca, i cui proventi erano investiti in parte nell’acquisto di ristoranti e di terreni per la costruzione di parcheggi poi collegati con navette all’aeroporto.
L’avvio dell’indagine ‘Krimisa
L’indagine, avviata nell’aprile 2017 e coordinata dalla Dda di Milano, ha consentito di accertare che “l’organizzazione era stata in grado di infiltrare gli apparati istituzionali e che, dalla seconda metà del 2016, era in corso un processo di ridefinizione degli assetti organizzativi della locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo, a seguito della scarcerazione di due esponenti apicali della medesima consorteria criminale in forte contrasto tra loro”. Le prime mosse degli investigatori sono partite in contemporanea alla scarcerazione di Vincenzo Rispoli, capo della locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo.
Si erano create quindi tensioni interne che erano state risolte grazie all’intervento dello stesso Rispoli e di Giuseppe Spagnolo, al vertice della cosca Farao-Marincola che comanda nell’area di Cirò Marina (Crotone) e in stretto contatto con quella di Legnano-Lonate. Gli investigatori sono riusciti a documentare alcuni incontri organizzati per decidere come risolvere le controversie e assegnare territori e competenze agli affiliati
(da agenzie)
argomento: mafia | Commenta »
Giugno 15th, 2019 Riccardo Fucile
IL PROCURATORE CAPO DI AGRIGENTO ALLA PRESENTAZIONE DI UN LIBRO SU DON PUGLISI… L’ALLIEVO DI BORSELLINO (LEGGETE BENE, INFAMI SEDICENTI DI DESTRA) PARLA IN ASSENZA DI AUTORITA’ E GIORNALI LOCALI: INIZIA L’ISOLAMENTO COME PER PAOLO E IL GENERALE DELLA CHIESA, A QUANDO IL TRITOLO?
“Questo è un avvertimento, la prossima volta, se continuerai a fare sbarcare gli immigrati,
passiamo ai fatti. Contro di te, e ai tuoi 3 figli”. La minaccia di facile lettura, seppure di quell’italiano approssimativo che tanto si usa di questi tempi, che si sente anche nella bocca di chi ricopre importanti incarichi politici e istituzionali, era arrivata qualche giorno prima direttamente sul tavolo del Procuratore della Repubblica di Agrigento, Patronaggio, il magistrato chiamato ad occuparsi delle tragedie e dei drammi e del tanto di orribile che accade al largo e lungo le coste siciliane, davanti Agrigento, a Lampedusa, nel Mediterraneo.
Luigi Patronaggio non ha mai parlato delle minacce, non ne ha avuto occasione. E quando entra nella libreria delle suore Paoline, nella centralissima via Atenea, ad Agrigento, per presentare “Il pastore di Brancaccio”, libro di Nino Fasullo su don Puglisi, non sa ancora che Salvini ha minacciato si marciare su Agrigento per chiedere conto e ragione proprio a Patronaggio del dissequestro delle navi che salvano vite umane nel Mediterraneo. “Basta dissequestri di navi o vado io a piedi in Procura, ad Agrigento”, ha appena detto il ministro dell’Interno mostrando il pugno duro alla Sea Watch3.
Questa volta la nave umanitaria ha salvato 58 vite, rifiutandosi di restituirle alla Libia dei lager, delle torture e delle violenze.
A dirgli delle parole di Salvini, della minaccia di voler marciare su Agrigento, a piedi (ignoto il metodo per superare, a piedi, lo Stretto) è un assessore del Comune di Agrigento, Riolo, uno dei venti, venticinque presenti all’incontro. Si, venti, venticinque, non di più.
Quasi del tutto assente la stampa, fatta eccezione per un paio di giornalisti, arrivati a dibattito largamente iniziato. Non la stampa locale, che questa mattina praticamente ignora l’incontro al quale ha partecipato Patronaggio, non la stampa nazionale, che avrebbe avuto l’occasione di intervistare il Procuratore, non la Rai.
Eppure tutti questa mattina, stampa locale, nazionale, Rai, di Salvini che intende marciare sulla Procura della Repubblica di Agrigento ne parlano, ma non del Procuratrore.
Eppure, Patronaggio ha tanta voglia di parlare, notano i pochi presenti. Il magistrato agrigentino definisce incostituzionali i provvedimenti di Salvini, chiede che i porti rimangano aperti. Lui da magistrato ha giurato sulla Costituzione e alla Costituzione rimarrà fedele. La Costituzione per un magistrato, il Vangelo per don Puglisi.
Patronaggio dopo le minacce, nel giorno della promessa del leader leghista di voler marciare su Agrigento, nel bel mezzo dell’ennesimo braccio di ferro nel Mediterraneo attorno a 58 vite umane, tutto questo non fa notizia.
Siamo nella centralissima via Atenea, in una città dove si sa tutto di quel che accade, dove da qui si passa più volte al giorno, anche solo per passeggiare. Niente. Niente anche per chi le notizie deve riconoscerle, trovarle, tranne che le parole di Patronaggio siano una di quelle notizie che potrebbero procurare fastidiose conseguenze agli editori, privati e pubblici.
“Dopo i fatti dei giorni scorsi, ovvero le minacce di morte giunte a Patronaggio, e dopo le ultime dichiarazioni del ministro Salvini proprio di questa mattina sull’operato della Procura di Agrigento – scrive su Facebook la giornalista Debora Randisi, moderatrice dell’incontro – è stato agghiacciante e triste registrare l’assenza della stampa agrigentina all’incontro che si è svolto in occasione della presentazione del libro di Nino Fasullo su Don Puglisi e la mafia. Lui, Patronaggio, che al tempo aveva condotto le indagini sulla morte di Don Pino Puglisi, c’era. I pochissimi giornalisti sono arrivati in ritardo e nessuno si è poi avvicinato per un’intervista… Lui era lì e ha rilasciato al piccolo pubblico presente delle dichiarazioni importanti – annota Debora Randisi – si è detto “imbarazzato” in riferimento alla situazione che l’Italia sta vivendo oggi e all’atteggiamento di questo governo nei confronti dell’accoglienza, dei porti chiusi, definendo “incostituzionali” le misure adottate dal Ministero dell’Interno. Ma ad ascoltare – aggiunge Debora Randisi – non c’erano nè il sindaco, nè i giornalisti, nè la città . La stampa agrigentina è morta – è l’amara considerazione finale – lo sapevo già , ma oggi ne abbiamo avuto la riprova netta e decisiva. E non ho parole. So solo che questo silenzio fa paura”.
“Sono stato il loro amico dell’ultima ora”, disse di se stesso Luigi Patronaggio parlando di Falcone e Borsellino. Quando Patronaggio fu nominato sostituto procuratore a Palermo ricevette la telefonata di Borsellino: ‘Cerca di veniri’. Il giudice che sarebbe stato ammazzato dalla mafia come l’amico Giovanni amava usare il dialetto siciliano. Era un suo tratto distintivo, la sicilianità . E lo è anche di Patronaggio che quando divenne procuratore ad Agrigento sottolineò che “questo è il posto di Pirandello e Sciascia” per ricordare che — i due scrittori erano stati maestri nel raccontarlo — il siciliano persino quando va allo sportello di un ufficio pubblico cerca l’amico.
Tanta mafia nelle sue indagini. E tante minacce in una vita blindata.
Patronaggio tirerà dritto. Non è magistrato che si fa condizionare.
(da Globalist)
argomento: mafia | Commenta »
Giugno 14th, 2019 Riccardo Fucile
L’ACCOSTAMENTO TRA I LEADER DELLA LEGA E IL BOSS LATITANTE DI COSA NOSTRA
Gli ultimi fatti di cronaca, le esternazioni dai palchi dei comizi e sugli schermi televisivi, le nuove
indiscrezioni su innovative (ma neanche troppo) possibilità di attuare nuovi provvedimenti per rimettere in circolo soldi dormienti nelle cassette di sicurezza.
Tutto ciò è stato riassunto dal vignettista Riccardo Mannelli sulla prima pagina de Il Fatto Quotidiano di venerdì 14 giugno.
Il disegno, però, è molto allusivo ed è destinato a far discutere, specialmente per l’accostamento tra il leader della Lega (e ministro della Repubblica) e il ricercato numero uno d’Italia, nonchè più pericoloso boss latitante di Cosa Nostra.
Ed ecco che nasce la vignetta «Matteo Messia Denaro».
La vignetta di Riccardo Mannelli mostra un omaccione con la barba incolta — disegnato dal naso in giù, fino alla ‘scollatura’ della camicia — che bacia un rosario con un crocifisso, riportando alla memoria (anche per le fattezze) quanto fatto da Matteo Salvini sia sui vari palchi dei numerosi comizi elettorali della Lega, sia in alcune ospitate televisive in cui ha ostentato la sua Cristianità .
Poi la scritta: «Matteo Messina Denaro».
I riferimenti, per quella che può essere considerata una estrema sintesi vignettistica, sono molti. Ma sono destinati a far discutere.
Si parte con l’inchiesta delle procure siciliane che hanno portato all’arresto di Paolo Arata (consigliere per l’Energia del Carroccio) e di suo figlio anche per i contatti con Vito Nicastri, l’imprenditore — considerato il «Re dell’eolico» — accusato di essere uno dei finanziatori del boss della mafia Matteo Messina Denaro. Poi si passa all’ostentazione del rosario e di altri simboli cristiano-cattolici. Infine si fa riferimento alla proposta di inserire una nuova imposta per poter usufruire di quei soldi ‘dormienti’ fermi nelle cassette di sicurezza.
Unendo queste tre ‘notizie’ nasce la vignetta di Riccardo Mannelli sulla prima pagina de Il Fatto Quotidiano di venerdì 14 giugno. «Matteo Messia Denaro» è stata una scelta consapevole, anche da parte del direttore Marco Travaglio — che in passato bloccò la pubblicazione di un disegno di Vauro su Toninelli — ed è destinata a provocare diverse reazioni avverse.
(da agenzie)
argomento: mafia | Commenta »
Giugno 3rd, 2019 Riccardo Fucile
LE RIVELAZIONI DE “IL FATTO”: LA FIGLIA E’ STATA CANDIDATA DELLA LEGA ALLE EUROPEE RACCOGLIENDO 10.000 PREFERENZE
Il Fatto torna oggi all’attacco di Matteo Salvini per un presunto selfie imbarazzante con Enzo
Porpiglia, padre di una candidata leghista e funzionario che, secondo il quotidiano, “cercò di favorire l’avvocato Romeo (in odor di ‘ndrangheta)”. Spiega Lucio Musolino:
Tra i tanti scatti fatti ieri a Piazza Venezia, in occasione della Festa della Repubblica, ce n’è uno che merita di essere raccontato perchè parte da lontano.
“Matteo rideva perchè gli stavo raccontando dello straordinario risultato in Calabria”. Lo scrive Vincenzo Porpiglia che su facebook pubblica anche la foto di lui e Salvini sorridenti.
Enzo Porpiglia è il padre di Francesca Anastasia Porpiglia, la 27enne candidata con la Lega alle politiche del 2018 e alle Europee del26 maggio raccogliendo poco più di 10mila voti.
Fin qui è solo il selfie di un padre orgoglioso della figlia e desideroso di far sapere a Salvini che lo “straordinario risultato in Calabria” è anche merito suo.
Ma Enzo Porpiglia è pure il funzionario part-time della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Reggio che, nel 2017, era stato segnalato in Procura dal giudice Ornella Pastore davanti al quale si sarebbe dovuto celebrare il processo “Gotha”contro i vertici della ‘ndrangheta.
Tra le righe però si spiega che Porpiglia è stato archiviato:
Trasferito d’ufficio, l’indagine nei suoi confronti è stata archiviata perchè non “c’erano fatti penalmente rilevanti”. Resta comunque inopportuno se un funzionario del Tribunale ha tentato di avvicinare il giudice “perorando le ragioni di Paolo Romeo”, l’avvocato già condannato per concorso esterno e oggi accusato d’essere una delle teste pensanti della ‘ndrangheta reggina. “Non può essere ritenuto mafioso per sempre”avrebbe detto Porpiglia al giudice parlando di Romeo, “il suo dominus nonchè compagno di partito”.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: mafia | Commenta »
Maggio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
“HANNO TRASFORMATO IL RICORDO DEL GIUDICE FALCONE NEL FESTINO DI SANTA ROSALIA: AL POSTO DEI TURIBOLANTI MINISTRI ROMANI CHE DI MAFIA NON SANNO NULLA”
Il presidente della Regione Nello Musumeci e quello dell’Antimafia Claudio Fava disertano l’aula bunker. Dopo l’invito rivolto al ministro degli Interni Matteo Salvini il fronte dell’antimafia si spacca: il primo ad annunciare il ritiro dalle manifestazioni è Fava, che nei giorni scorsi aveva invece detto di voler partecipare.
“Il ministro dell’Interno — aveva specificato – ha il dovere di venire a Palermo per ricordare Falcone, non vorrei però che Salvini trasformasse la sua partecipazione nell’ennesimo comizio. Sono curioso di vedere come il ministro sempre assente dal Viminale, luogo dal quale si coordina la lotta alla mafia, spiegherà quello che ha fatto per contrastarla”
Adesso l’annuncio della sua non partecipazione.
Alla spicciolata, così, le disdette fioccano. Da “Casa Minutella” arriva anche la presa di posizione del presidente della Regione Nello Musumeci: “Domani, dolorosamente, non sarò all’aula bunker per la prima volta — dice – Non andrò e mi dispiace per la signora Falcone. Le polemiche sono tante, c’è troppo veleno e tutto questo non suona a rispetto della memoria del giudice Falcone e dei poveri agenti della scorta”. Musumeci — il cui entourage fa filtrare la voce che la decisione era già stata presa ieri — annuncia l’intenzione di ricordare Falcone andando “alla caserma Lungaro per la deposizione della corona d’alloro da parte del capo della polizia. Poi tornerò nel mio ufficio a lavorare per tentare di tirar fuori i ragazzi dal condizionamento da parte della criminalità organizzata che si nutre e alimenta della disperazione dei giovani soprattutto nelle periferie dove lo Stato ha difficoltà ad arrivare”
Alla base della non presenza di Fava è stata la scaletta degli interventi “imposta da Roma”: “Domani non andrò a ricordare Giovanni Falcone nell’aula bunker di Palermo. Preferisco andare a Capaci, nel luogo in cui tutto accadde, preferisco stare assieme a chi non ama le messe cantate sui morti. Hanno trasformato il ricordo del giudice Falcone nel Festino di Santa Rosalia. Al posto dei vescovi e dei turibolanti che spargono incenso, domani ci saranno i ministri romani, gli unici che avranno titolo per parlare (con la loro brava diretta televisiva) e per spiegarci come si combatte Cosa nostra. Cioè verranno loro, da Roma, per spiegarlo a noi siciliani, a chi da mezzo secolo si scortica l’anima e si piaga le ginocchia nel tentativo di liberarsi dalle mafie”.
“La scaletta degli interventi – attacca Fava – è stata elaborata dai collaboratori del ministro dell’istruzione, che finanzia il Festino, dunque viene e parla assieme ai suoi colleghi di governo: gli altri in sala ad applaudire, come si fa a scuola col direttore. Una cerimonia patriottica grottesca. Il mio problema non è che invitino Salvini. Il mio problema è che chiedano a lui di dire e a noi di ascoltare. Fossi io la sorella di Giovanni Falcone, avrei chiesto a Salvini di venire e di tacere. Di ascoltare e di prendere appunti. Di avere l’umiltà , per un giorno, un solo giorno, di capire che nella vita ci sono cose più grandi delle campagne elettorali e delle dirette televisive. Se fossi io la Fondazione Falcone, avrei invitato i signori ministri nell’aula bunker di Palermo per ascoltare il procuratore generale di Palermo, il direttore del centro Impastato, il presidente della Fondazione La Torre, il procuratore della Repubblica di Agrigento (quello che Salvini vuole denunziare), il sindaco di Palermo, il portavoce della cooperativa Placido Rizzotto che si occupa da 20 anni dei beni confiscati ai corleonesi, un paio di giornalisti che di mafia ne scrivono ogni giorno da un quarto di secolo, il presidente di Libera, quello di Addiopizzo e magari anche il sottoscritto, per spiegare alle autorità romane quello che abbiamo imparato sulle antimafie di latta, sugli amici innominabili del cavaliere Montante a Roma e altrove, sul codazzo di senatori, nani, false vittime e ballerine che agitano la scena siciliana da molto tempo. Ma così non sarà . Verrà Salvini, e parlerà . Gli altri, muti. Pazienza. Io domani vado a Capaci”.
(da agenzie)
argomento: mafia | Commenta »
Aprile 28th, 2019 Riccardo Fucile
ESTORSIONI CON CONDANNE PER 100 ANNI DI RECLUSIONE, MA PER IL COMUNE LEGHISTA ERANO SOLO ATTI DI BULLISMO E NON SI E’ COSTITUITO PARTE CIVILE
Matteo Salvini arriva a Cantù all’ora di pranzo per lanciare la volata alla candidata sindaca leghista, ma dal palco di piazza Garibaldi, già teatro delle estorsioni e dei pestaggi dei rampolli della ‘ndrangheta, non pronuncia la parola mafia: “Stiamo lavorando su tre dossier al Ministero: la droga, le truffe agli anziani e i maltrattamenti nei confronti degli animali”.
Parole che vengono accolte con un’ovazione dai tanti militanti e cittadini leghisti accorsi in piazza.
“Qui il problema è la pavimentazione, non la ‘ndrangheta” racconta un signore.
Accanto a lui, la vicesindaca Alice Galbiati, che si candida a diventare la prima cittadina, si pone come obiettivo “più sicurezza, più decoro e più legalità ”.
Peccato, però, che nel processo di primo grado, terminato con una sentenza di circa 100 anni agli imputati condannati anche per associazione mafiosa, il Comune abbia scelto di non costituirsi parte civile.
Perchè, aveva sostenuto l’amministrazione di centrodestra, si trattava solamente di “atti di bullismo”
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: mafia | Commenta »
Aprile 27th, 2019 Riccardo Fucile
LA PRIMA META TURISTICA DELLA PUGLIA E’ UN FAR WEST, GUERRA TRA CLAN PER IL TRAFFICO DI DROGA DALL’ALBANIA, MENTRE SALVINI MANGIA LA NUTELLA
I killer sono arrivati sotto casa, forse in auto, forse in moto, e hanno fatto fuoco con un fucile calibro 12, il marchio di ‘fabbrica’ degli omicidi della mafia foggiana.
Questa volta hanno puntato a un “pezzo grosso”, Girolamo Perna, 29 anni, considerato al vertice del clan che porta il suo nome. ‘Scissionisti’ in lotta con il clan Raduano da tre anni, quando gli equilibri a Vieste, la perla del Gargano, si sono rotti con l’agguato ad Angelo Notarangelo, il boss della zona. Da allora sono caduti in dieci sotto il fuoco dei rivali, un altro è scomparso e non è mai stato ritrovato e in sei sono scampati per miracolo alle pallottole.
La droga dall’Albania dietro la guerra
Una mattanza che ha trasformato questo paese di 13mila abitanti, capace di attrarre 1,9 milioni di turisti nel 2018 che l’hanno eletto prima meta turistica della Puglia, in un saloon dove i clan premono il grilletto con facilità per affermare la propria supremazia e controllare il traffico di droga dall’Albania. È qui infatti che il business dei narcos balcanici ha trovato la sua porta verso l’Italia grazie alle coste frastagliate e rocciose, difficili da pattugliare, e quindi approdo perfetto per fiumi di marijuana.
È questa la pista più battuta dagli investigatori dalla strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017 — come aveva raccontato IlFatto.it nel dicembre di due anni fa — per spiegare la guerra che si combatte sul Gargano tra una delle tre “teste” della mafia foggiana.
L’agguato
Così venerdì sera è toccato a Perna, rampollo in ascesa e sorvegliato speciale dopo il ritorno in libertà nell’ottobre 2018. Lo hanno ammazzato a Piano Piccolo, alla periferia di Vieste. Le fucilate lo hanno colpito tra il braccio e all’addome. È morto all’ospedale di San Giovanni Rotondo nella notte. Stava rincasando quando i sicari lo hanno freddato, raggiungendo il loro obiettivo dopo due agguati falliti negli scorsi anni.
L’inchiesta
Quando i sicari sono entrati in azione con lui c’era un amico — incensurato — che è stato interrogato, ma non ha saputo fornite elementi utili. Non arriveranno neanche dalle telecamere di videosorveglianza, perchè in zona non ce ne sono. I carabinieri — guidati dal comandante provinciale Marco Aquilio — hanno eseguito cinque stub, esame per la rilevazione di residui da sparo, a pregiudicati del clan rivale, appartenenti alla fazione il cui capo è considerato Marco Raduano.
L’uccisione del boss: così è iniziato tutto
Secondo chi indaga l’uccisione di Perna potrebbe essere la risposta a quella di Francesco Pio Gentile il 21 marzo a Mattinata, comune il cui consiglio comunale nel 2018 è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Di certo — è la lettura degli investigatori — entrambi gli omicidi si inseriscono nella sanguinosa guerra di mafia in atto a Vieste. Se ne contano dieci dal 27 gennaio 2015 quando venne ammazzato Angelo “Cintaridd” Notangelo, storico boss del paese.
La lunga scia di sangue
Da allora è stata un’escalation, nella quale sono morti 6 tra ventenni e trentenni. Tra i primi a cadere
c’è Giampiero Vescera, 27 anni, imparentato con Raduano, ammazzato nel settembre 2016. Il 2017 si era aperto con la morte di Vincenzo Vescera (33 anni) e pochi giorni dopo i killer erano tornati in azione per assassinare Onofrio Notarangelo, cugino di Angelo, e il suo figlio 27enne, Pasquale, era poi scomparso nel nulla a maggio.
A luglio le pallottole fanno rumore perchè esplose in pieno giorno: Omar Trotta, 31 anni, viene assassinato nel suo locale del centro all’ora di pranzo. Il 6 aprile 2018 viene ritrovato in campagna il cadavere di Giambattista Notarangelo, altro cugino del boss Angelo.
Un anno fa, il 25 aprile, cade sotto colpi di pistole e kalashnikov Antonio Fabbiano, 25 anni. Neanche due mesi dopo è il turno di Gianmarco Pecorelli, 22 anni, ucciso mentre era in scooter con un amico lungo la statale che porta a Peschici. Una scia di sangue ingrossata dall’omicidio di Perna
Le alleanze con gli altri clan
La pista dell’Antimafia è solo una: business della droga e alleanze da stringere anche con i clan più importanti del Gargano, i Romito e i Li Bergolis. “La perdita delle figure chiave del clan (e della conseguente credibilità ) ha suscitato le mire di alcuni sodali del gruppo, finalizzate a rendersi autonomi e egemoni in quel territorio, soprattutto nella gestione delle piazze di spaccio, anche con la collaborazione offerta da altri sodalizi dell’area”, scrive la Direzione investigativa antimafia nell’ultima relazione che fotografa la situazione al primo semestre dello scorso anno.
La ricerca di una leadership
I clan Raduano e Perna vengono descritti come “emergenti” e la guerra di mafia ricondotta a un “bipolarismo criminale, sempre meno contingente e più sistematico, che sembrerebbe indurre anche i gruppi criminali del triangolo Monte Sant’Angelo-Manfredonia-Mattinata a prendere posizione”, spinti “dall’interesse ad individuare la nuova leadership con cui schierarsi e interagire in quell’area: il clan Li Bergolis schierato con il gruppo dei Perna-Iannoli, mentre il clan Romito-Gentile con i Raduano”.
Non solo droga. La Dia: “Estorsioni e riciclaggio”
Gli interessi? “Da una parte i terminal delle rotte del traffico di marijuana proveniente dall’Albania diretta anche in altri territori della penisola, e dall’altra — spiega la Dia — un’importante piazza finale di spaccio, specie durante il periodo estivo”. Senza trascurare anche “l’indotto economico connesso al fiorente mercato turistico (strutture ricettive, attività di ristorazione, guardianie e servizi vari) ricade nelle mire delle organizzazioni, sia per le attività estorsive, sia per la gestione diretta delle attività imprenditoriali lecite, al fine di riciclare i proventi illeciti”. L’omicidio del boss Perna — si ragiona in ambienti investigativi — rimescola le carte. La scia di sangue, in questa Gomorra foggiana, è destinata a scorrere ancora per consumare la prossima vendetta.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: mafia | Commenta »
Aprile 27th, 2019 Riccardo Fucile
DOPO LE RIVELAZIONI DEL PENTITO AGOSTINO RICCARDO CHE HA RACCONTATO AI MAGISTRATI COME IL CLAN MAFIOSO AVEVA FATTO CAMPAGNA ELETTORALE A LATINA PER “NOI CON SALVINI”
Matteo Salvini sarà chiamato in commissione Antimafia per parlare dei presunti legami
d’affari ed elettorali tra esponenti della Lega e il clan rom dei Di Silvio nella provincia di Latina.
Lo ha annunciato il presidente Nicola Morra in un colloquio con La Repubblica dopo le rivelazioni del pentito Agostino Riccardo, che ha raccontato ai magistrati come il clan aveva fatto campagna elettorale per Noi con Salvini in occasione delle amministrative 2016, circostanza raccontata nel giugno 2018 da IlFattoQuotidiano.it.
L’esponente del M5s aveva già annunciato il 26 aprile la volontà di convocare il ministro dell’Interno per parlare della situazione del nord e del litorale pontino: “La situazione del litorale di Anzio, Nettuno ed Ardea è particolarmente critica sul fronte del radicamento mafioso. La commissione Antimafia farà la sua parte per fare chiarezza sulla situazione del comune di Anzio”, ha detto Morra dopo la lettera in cui l’associazione Coordinamento antimafia Anzio e Nettuno gli chiedeva di avviare un’indagine su eventuali infiltrazioni dei clan mafiosi nel territorio, anche in vista delle europee.
“Ci occuperemo anche del caso Latina”, ha detto Morra al quotidiano capitolino, specificando: “Se sarà necessario ascolteremo anche Zicchieri e Adinolfi”.
Ovvero Francesco Zicchieri, vice-capogruppo alla Camera della Lega, il cui nome era finito — non indagato — nell’inchiesta “Alba Pontina” che il 12 giugno 2018 aveva portato in carcere 25 membri del clan Di Silvio: candidato al comune di Terracina nel 2016, i suoi manifesti erano stati rinvenuti nell’auto di due pregiudicati che facevano campagna elettorale insieme ad Agostino Riccardo.
E Matteo Adinolfi, quell’anno eletto in consiglio comunale Latina, oggi coordinatore provinciale del Carroccio e candidato alle europee.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: mafia | Commenta »
Aprile 26th, 2019 Riccardo Fucile
AGOSTINO RICCARDO, IN CARCERE PER ASSOCIAZIONE MAFIOSA: “ABBIAMO AFFISSO MANIFESTI, LE CITTA’ ERANO TAPPEZZATE”… IN CAMBIO L’APPALTO SUI RIFIUTI
“Abbiamo fatto anche la campagna di Noi con Salvini che ci pagava… Perchè se avessero vinto le elezioni l’appalto sui rifiuti sarebbe andato tutto alla sua impresa”.
Il primo a parlare era stato Renato Pugliese, esponente pentito del clan Di Silvio di Latina.
L’impresa è quella di Raffaele Del Prete, imprenditore arrestato nell’inchiesta Touchdown per un giro di tangenti.
Ora, riporta La Repubblica, un secondo pentito, Agostino Riccardo, ha fornito nuovi elementi: “Abbiamo operato l’affissione dei manifesti il giorno prima delle elezioni — ha raccontato ai magistrati l’uomo, finito in carcere lo scorso anno con l’accusa di associazione mafiosa — contravvenendo al divieto. In tal modo, il giorno dopo a Terracina e a Latina, dove avevamo il partito Noi con Salvini, le città erano tappezzate dei manifesti dei candidati che sponsorizzavamo”.
La vicenda era emersa il 12 giugno 2018, giorno in cui la polizia aveva arrestato 25 esponenti del clan Di Silvio accusati a vario titolo di associazione a delinquere di tipo mafioso, traffico di droga, estorsione, violenza privata, favoreggiamento, intestazione fittizia di beni, riciclaggio, corruzione e reati elettorali.
“Per la prima volta contestiamo il reato di associazione mafiosa a un gruppo originario del posto che ha nel tempo accumulato un potere criminale modellandolo sull’archetipo del 416 bis”, aveva spiegato il procuratore aggiunto Dda Michele Prestipino.
“L’altra novità sono i reati in materia elettorale — proseguiva Prestipino — si tratta di manovalanza nell’attacchinaggio elettorale e compravendita di voti. Nella loro complessità questi fatti sono indici importanti della mafiosità del gruppo, capace di stringere rapporti con la politica“. In particolare gli inquirenti hanno rilevato episodi di “acquisizione di consenso elettorale attraverso la promessa di denaro: 30 euro a voto“.
Dalle carte dell’inchiesta era emerso che due degli arrestati avevano fatto “attività di propaganda elettorale” per la lista di Salvini alle amministrative 2016 a Terracina.
Il protagonista della vicenda è proprio Agostino Riccardo. Il 4 giugno 2016 la polizia di Terracina lo aveva trovato in compagnia di due pregiudicati locali nel parcheggio del McDonald’s che sorge lungo la via Pontina: Gianluca D’amico, finito ai domiciliari nell’operazione, e Matteo Lombardi, “soggetto sottoposto a misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno”.
Nell’auto di quest’ultimo c’erano “numerosi manifesti riguardanti i candidati alle elezioni amministrative di Latina e Terracina, nonchè materiale utilizzato per l’affissione”.
Tra questi anche quelli “lista Salvini candidato Zicchieri“. Ovvero Francesco, coordinatore del Lazio e attuale vice-capogruppo della Lega alla Camera.
Nell’inchiesta emergeva anche il ruolo di Roberto Bergamo, imprenditore candidato a Latina in una lista a sostegno del candidato sindaco Angelo Tripodi, oggi capogruppo della Lega in Consiglio regionale del Lazio: Bergamo, annotava il Gip, “ha promesso ad un numero indeterminato di persone un compenso di 30 euro per ottenere il voto in suo favore”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: mafia | Commenta »