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ORA SI SCOPRE CHE A LATINA LA MAFIA ROM FA CAMPAGNA ELETTORALE PER SALVINI

Aprile 26th, 2019 Riccardo Fucile

IL PD ALL’ATTACCO: “FATTO GRAVISSIMO, COSA NE PENSANO I GRILLINI?”

“A Latina ci sarebbero dei pentiti che dichiarano che la mafia rom ha fatto campagna elettorale per Salvini. Sarebbe un fatto grave, le procure indagheranno, sarebbe…ma sarebbe un fatto oscuro”.
La denuncia è di Nicola Zingaretti, segretario del Pd, che specifica: “Quello che accade a Latina l’ho letto dai giornali stamane. La mafia rom che fa campagna elettorale per Salvini: sono sicuro che le procure indagheranno”.
Criminalità  di origine nomade pagata per l’attacchinaggio, ingaggiata per ruoli da bodyguard e per acquistare voti. Le rivelazioni di Agostino Riccardo, ex esponente del clan Di Silvio, arrestato lo scorso anno nell’inchiesta della Dda di Roma sulla mafia rom di Latina fanno calare diverse ombre sul partito di Salvini nell’area pontina.
“Se fosse vero sarebbe gravissimo”, scrive su Facebook il senatore Franco Mirabelli, capogruppo Pd nella commissione Antimafia e vicepresidente dei senatori dem. Mirabelli allega al post una pagina di Repubblica, nella sua edizione romana, sulle presunte relazioni tra Lega e clan.
“Tenuto conto che si parla del partito del ministro dell’Interno, che da giorni pontifica contro le mafie e il cui movimento sarebbe sceso a patti con un pericoloso clan e di una forza politica cresciuta alimentando odio e intolleranza contro i rom e che però si sarebbe servita, in campagna elettorale, dei servigi della pericolosa associazione di stampo mafioso dei Di Silvio. Le dichiarazioni dei pentiti che raccontano queste cose non possono passare sotto silenzio. Il ministro dell’Interno deve chiarire, su di lui non ci possono essere ombre così gravi. Per questo stiamo presentando un’interrogazione urgente al Senato in cui chiediamo a Salvini di spiegare i rapporti della Lega con il clan rom di Latina”.
Il segretario del Pd Lazio Bruno Astorre chiede di chiarire la posizione dei cinque stelle: “Siamo garantisti, però Chiediamo di fare chiarezza al più presto, soprattutto perchè la lega è il partito di Matteo Salvini, il ministro dell’interno. A questo punto siamo curiosi anche di vedere la reazione di Di Maio e dei 5stelle: per non perdere le poltrone si volteranno dall’altra parte anche questa volta?”. “I rapporti che stanno emergendo fra la mafia rom e la lega nella provincia di latina sono davvero molto gravi” conclude Astorre.
Nicola Morra, presidente della commissione antimafia, parlando della situazione di Latina e del litorale romano ha detto: “Quando la commissione Antimafia ascolterà  il ministro dell’Interno chiederò chiarimenti sia sul comune del litorale, sia sul comune di Ferentino. Non è una mera figura retorica affermare che la mafia è alle porte: dalla presenza dei Casamonica che arretrano per l’azione dello Stato, alla camorra e alla ‘Ndrangheta sul litorale al caporalato in provincia di Latina. Il tempo dei buoni propositi deve finire e si deve passare ad una concreta azione di contrasto”. Spiegando che “la situazione del litorale di Anzio, Nettuno ed Ardea è particolarmente critica sul fronte del radicamento mafioso. La commissione antimafia farà  la sua parte per fare chiarezza sulla situazione del comune di Anzio. Già  nella precedente legislatura la commissione antimafia aveva stigmatizzato i legami tra alcuni esponenti della criminalità  organizzata da tempo radicati nel comune di Anzio. Desta preoccupazione l’indagine per traffico internazionale di stupefacenti che ha coinvolto l’ex presidente del Consiglio comunale di Anzio”.

(da agenzie)

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IL PM ANTIMAFIA DI MATTEO: “LA DIFESA DI SIRI DA PARTE DELLA LEGA PUO’ DIVENTARE UN SEGNALE PER COSA NOSTRA”

Aprile 21st, 2019 Riccardo Fucile

“I MAFIOSI CAPISCONO SUBITO SU CHI POTER FARE AFFIDAMENTO, OCCORRE RECIDERE QUALSIASI LEGAME”

“I mafiosi capiscono subito su chi poter fare affidamento. La difesa a oltranza di un indagato per contestazioni di un certo peso potrebbe essere, in questo come in altri casi, un segnale che i poteri criminali apprezzano”.
Parola di Nino Di Matteo, sostituto procuratore della Direzione nazionale Antimafia, che intervistato da Repubblica ha parlato dell’attualità , dal caso del sottosegretario leghista Armando Siri indagato per corruzione fino ai provvedimenti approvati dal governo gialloverde.
La questione dell’esponente del Carroccio difeso a spada tratta dal suo partito per Di Matteo segna la differenza tra le due forze di governo sui temi della criminalità  organizzata: “Da sempre, il potere mafioso ha una grande capacità  di cogliere i segnali che arrivano dalla politica e dalle istituzioni — ha detto il pm antimafia — In questi giorni, sta registrando sensibilità  diverse nelle due forze di governo, i Cinque Stelle e la Lega. I primi chiedono le dimissioni del sottosegretario indagato per corruzione in una più ampia vicenda che porta a Trapani, gli altri lo difendono”.
Da questa disparità  di vedute nasce il potenziale segnale che i clan potrebbero cogliere.
Sulla vicenda Siri, tuttavia, Di Matteo ha preferito non entrare nel merito: “C’è un’indagine in corso” ha detto, aggiungendo però come “il reato per cui il sottosegretario è stato già  condannato, quello di bancarotta, è oggettivamente rilevante“.
“Mi chiedo come sia stato possibile che tale dato non sia stato preso in considerazione al momento della nomina” ha sottolineato Di Matteo, secondo cui “la politica dovrebbe avere un atteggiamento rigoroso al momento della formazione delle liste e degli uffici pubblici. Invece, troppo spesso non è così”.
Il procuratore aggiunto della Dda ha fatto poi un appello alle forze politiche a non tenere fuori la lotta a mafia e corruzione dalla campagna elettorale.
In tal senso, ha spiegato di aver letto positivamente alcuni provvedimenti dell’esecutivo Lega-M5s, dalla ‘spazzacorrotti’ alla modifica del voto di scambio, ma non basta: “Ancora altri se ne potrebbero attendere — ha spiegato — Ed è necessaria una svolta della politica: non si possono aspettare le sentenze della magistratura, bisogna avere la capacità  di intervenire prima, recidendo qualsiasi legame. Invece, in campagna elettorale, tutte le forze politiche hanno taciuto sul tema della mafia e dei rapporti col potere”.
“Non si comprende — è stata la conclusione di Di Matteo — che la mafia continua a essere questione nazionale di grandissimo rilievo che inquina non solo l’economia, la finanza, ma compromette il corretto funzionamento delle istituzioni e la libertà  di tanti cittadini. La lotta all’intreccio fra mafia e corruzione dovrebbe essere ai primi posti nell’agenda di qualsiasi istituzione anche governativa”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PIZZINI NEL PANIERE: COSI’ NICASTRI AI DOMICILIARI PASSAVA DAL BALCONE LE CARTE DEI PROGETTI AD ARATA, INDAGATO PER LA MAZZETTA A SIRI

Aprile 19th, 2019 Riccardo Fucile

NICASTRI E’ L’IMPRENDITORE ACCUSATO DI DI AVER PAGATO LA LATITANZA A MESSINA DENARO ED ANCHE SOCIO OCCULTO DI ARATA

Vito Nicastri, imprenditore eolico coinvolto nell’inchiesta che vede tra gli indagati il sottosegretario leghista Armando Siri, passava le carte dei progetti che gli interessavano attraverso un paniere, calato dal balcone a Paolo Arata. Il contenuto finiva nelle mani di Arata indagato per corruzione, per aver “dato o promesso” 30 mila euro all’esponente leghista. Nel caso che vede coinvolto il sottosegretario, i pm della Procura di Roma stanno indagando sul bilancio di alcune società  dello stesso Arata.
Nicastri, imprenditore alcamese ai domiciliari perchè accusato di aver pagato la latitanza del boss Matteo Messina Denaro e tornato in cella ieri nell’ambito della nuova indagine, era socio occulto di Arata.
Con i fogli del paniere, e dando disposizioni dalla finestra o attraverso il figlio, continuava a controllare la gestione degli affari.
I pm di Palermo che coordinano l’inchiesta sono risaliti a tutte la partecipazione societarie di Arata nel business dell’imprenditore in odore di mafia.
Contemporaneamente, intercettando il faccendiere, hanno scoperto che questi avrebbe consegnato una tangente di 30mila euro al sottosegretario alle Infrastrutture leghista Armando Siri per caldeggiare un emendamento al Def che avrebbe favorito Nicastri. Emendamento poi non ammesso.
Nel troncone siciliano dell’inchiesta sono coinvolti anche alcuni dirigenti regionali e uno comunale che sarebbero stati corrotti per agevolare le autorizzazioni al duo Nicastri-Arata per i progetti relativi al bio-metano e all’eolico.
Nei prossimi giorni la Dia, che ha condotto l’indagine, sentirà  come testimoni gli assessori regionali al territorio e all’Energia Cordaro e Pierobon e il presidente dell’Ars Miccichè che sarebbero stati contattati da Arata per avere entrature nell’amministrazione regionale.
I pubblici ministeri sono al lavoro sulle centinaia di pagine e documenti acquisiti ieri nel corso delle perquisizione svolte in appartamenti e uffici riconducibili ad Arata.
Gli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Mario Palazzi, dovranno analizzare i bilanci delle società  (Etenea Srl, Alquantara Srl, Solcare Srl amministrata dal figlio Franesco e Solgesta Srl amministrata dalla moglie Alessandra Rollino) dell’imprenditore ligure e i file presenti in una serie di pc acquisiti durante l’attività  istruttoria.
All’attenzione degli investigatori anche i telefoni di Arata oltre ai flussi bancari e dei conti correnti: obiettivo di chi indaga è cercare di ricostruire i rapporti che l’imprenditore, oltre che con il sottosegretario alle Infrastrutture, ha avuto con pezzi della politica e delle istituzioni.
Il difensore di Arata, l’avvocato Gaetano Scalise, oggi ha avuto un incontro con i magistrati e ha annunciato il ricorso al tribunale del Riesame. Non è escluso che nelle prossime settimane Arata chieda di essere ascoltato dai titolari del filone di indagine arrivato a Roma per competenza da Palermo.

(da “Huffingtonpost”)

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ARRESTATI UN UFFICIALE DELLA DIA E UN CARABINIERE: “HANNO SVELATO UN’INDAGINE SU MESSINA DENARO”

Aprile 16th, 2019 Riccardo Fucile

“UNA INTERCETTAZIONE E’ STATA PASSATA AI BOSS”

L’indagine sul superlatitante Matteo Messina Denaro è a una svolta. La più drammatica.
Questa mattina, la procura di Palermo ha fatto scattare le manette per due investigatori, sono accusati di aver passato notizie riservate su alcuni mafiosi trapanesi dell’entourage del padrino ricercato. Contestazioni pesanti per il tenente colonnello Marco Zappalà , un ufficiale dei carabinieri in servizio alla Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta, e per Giuseppe Barcellona, un appuntato dell’Arma che lavora alla Compagnia di Castelvetrano, la città  della primula rossa di Cosa nostra.
Con loro è stato arrestato anche l’ex sindaco di Castelvetrano, Antonio Vaccarino, già  condannato per traffico di droga e poi diventato un confidente dei servizi segreti:è accusato di aver fatto da tramite e passato al boss Vincenzo Santangelo la trascrizione di un’intercettazione fra due mafiosi trapanesi.
Una catena delle talpe che è stata scoperta dai carabinieri del Ros: il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi e l’aggiunto Paolo Guido contestano adesso le accuse di rivelazione di notizie riservate e accesso abusivo a un sistema informatico. Vaccarino risponde invece di favoreggiamento aggravato, dall’aver favorito l’organizzazione mafiosa.
Ricostruzione accolta dal giudice delle indagini preliminari Piergiorgio Morosini, che ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare, accogliendo la ricostruzione dei sostituti procuratori Pierangelo Padova e Francesca Dessì.
E ora si apre uno scenario inquietante: quante altre informazioni riservate sull’indagine Messina Denaro erano già  filtrate? E cosa si nasconde dietro gli uomini delle istituzioni accusati oggi di essere delle talpe? Zappalà  faceva intendere di voler infiltrare Vaccarino in Cosa nostra, per avere informazioni. Ma era davvero così?
Per certo, è stato Zappalà  a passare notizie riservate: il 7 marzo 2017, ha incontrato Vaccarino nel cinema che gestisce a Castelvetrano e gli ha spedito per mail la fotografia dell’intercettazione ricevuta da Barcellona. Una mail che è stata intercettata.
Il giorno dopo, Vaccarino ha incontrato Santangelo e passandogli il documento gli ha detto: “Con l’uso che sai di doverne fare e con la motivazione che la tua intelligenza sai che mi spinge”. Parole tutte da interpretare, sono state intercettate anche queste grazie alla microspia piazzata nell’auto dell’ex sindaco di Castelvetrano.
Il sottufficiale dei carabinieri di Castelvetrano aveva una lunga esperienza di indagini antimafia, era incaricato di seguire alcune delicate intercettazioni disposte dalla procura di Palermo, proprio una di queste è stata svelata in tempo reale ai clan.
E poi c’è il mistero Vaccarino: nel 2007, l’ex sindaco di Castelvetrano era stato ingaggiato dal Sisde allora diretto dal generale Mario Mori per la più riservata delle operazioni. Per qualche tempo, aveva intrattenuto una corrispondenza fatta di pizzini con Messina Denaro. “Per provare a giungere alla sua cattura”, disse lui ai magistrati di Palermo quando lo indagarono per concorso esterno in associazione mafiosa dopo averlo intercettato causalmente nel corso delle indagini sul latitante. E i servizi segreti confermarono. “E’ un nostro infiltrato”. Così l’inchiesta venne archiviata.
Ma davvero nel 2007 Antonio Vaccarino aveva lavorato per lo Stato? Oppure faceva il doppiogioco,
ancora una volta per alimentare i suoi contatti con Messina Denaro?
Ripercorrendo nuovamente questi eventi, va ricordato un dato di cronaca intervenuto più di recente su quel direttore del Sisde che allora curò l’operazione Vaccarino-Messina Denaro: Mario Mori, oggi generale del Ros in pensione, è stato condannato in primo grado a 12 anni nel processo Trattativa Stato-mafia. La trattativa che dopo la strage Falcone, tre ufficiali del Ros (Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, tutti condannati) avrebbero messo in campo con l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino: “Per fermare le stragi”, hanno sempre sostenuto loro. “Invece — è la tesi dell’accusa — fecero da tramite fra le richieste di Riina e lo Stato”. Il processo d’appello inizierà  il 29 aprile.
Intanto, continuano ad essere tante le domande che avvolgono la latitanza del capomafia di Castelvetrano che conosce i segreti delle stragi e della trattativa, perchè all’epoca era il “figlioccio” di Salvatore Riina, il capo dei capi: dal 1993 delle bombe di Roma, Firenze e Milano, Matteo Messina Denaro – condannato all’ergastolo – è diventato imprendibile. Probabilmente, per le protezioni di cui gode ancora all’interno di alcuni ambienti delle istituzioni.
Due anni fa, un altro uomo con un distintivo in tasca — l’agente dei servizi segreti Marco Lazzari — venne arrestato per l’ennesima fuga di notizie: aveva soffiato al boss di Gela Salvatore Rinzivillo di essere finito nel mirino delle indagini su Messina Denaro, L’ennesimo spiffero pesante arrivato dal cuore della Sicilia.

(da “La Repubblica”)

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BRUCIATA L’AUTO ALLA MILITANTE DI “LIBERA”: “NESSUN INCENDIO FERMERA’ LA NOSTRA PRIMAVERA”

Marzo 24th, 2019 Riccardo Fucile

IL RAID VICINO ALLA CASERMA DELLA FINANZA

Giovedì, il giorno della memoria organizzato da Libera, Palermo si è svegliata con il volto di Chiara Natoli, che su Rai 3 diceva: “Ricordare le vittime della mafia vuol dire impegnarsi concretamente per i diritti e la giustizia sociale”.
Poi, Chiara e i suoi compagni sono corsi a sistemare gli ultimi dettagli della grande manifestazione che ha attraversato la città . Due giorni dopo, nel cuore della notte, hanno bruciato l’auto di Chiara, che era parcheggiata sotto casa.
Una sfida. Chi ha distrutto la Nissan Pixo della referente di Libera ha agito a pochi passi dalla caserma della Guardia di finanza che si trova nel popolare quartiere del Borgo Vecchio, di fronte al porto. “Una sfida per tutti noi – ripete don Luigi Ciotti, l’instancabile animatore di Libera – ma noi siamo molti di più. Giovedì, c’erano quasi ventimila studenti nel centro di Palermo, mentre venivano letti i nomi delle 1.011 vittime della mafia”. E Chiara guidava la manifestazione.
“Lei lavora ogni giorno nei quartieri più difficili della città  – racconta don Luigi – si dà  un gran da fare in maniera concreta”.
Chiara e la sua battaglia. Ha 31 anni, è arrivata a Libera dopo il servizio civile al centro Pio La Torre, intanto ha fatto anche un dottorato in Letteratura italiana e adesso è fra gli animatori della bottega di Libera che si trova in centro città : accoglie gli studenti che arrivano da tutta Italia, racconta le storie di Palermo.
“Stamattina, la polizia mi ha spiegato quello che era accaduto, non avevo sentito nulla”, dice un po’ frastornata. “Una cosa che colpisce, ma Palermo è cambiata – ripete Chiara – vedo una grande voglia di partecipazione. E ce lo siamo ripetuti il giorno del ricordo, non si può delegare l’impegno contro la mafia a magistratura e forze dell’ordine. In attesa delle verifiche ribadisco che quelle fiamme non erano rivolte solo a me, ma colpiscono tutta Libera e i tantissimi che il 21 marzo sono stati con noi in piazza.
Un noi che a Palermo e in Sicilia sta facendo rifiorire una nuova primavera. Una primavera che nessun incendio, nessuna intimidazione può fermare””.
Giovedì, c’erano anche i ragazzi dei quartieri difficili di Palermo davanti al Teatro Massimo, gli studenti con cui Libera sta facendo un percorso importante.
E poi c’erano i vertici delle forze dell’ordine, i magistrati, il sindaco Orlando, c’era la prefetta Antonella De Miro, che continua a ribadire: “L’organizzazione mafiosa, ancorchè colpita dagli arresti, è viva e tenta con raffinata strategia di nascondimento di infiltrarsi nella società  e nell’economia legale”. È la sfida degli scarcerati tornati in libertà  dopo aver scontato il loro debito con la giustizia. Al Borgo Vecchio, il quartiere dell’intimidazione, ce ne sono diversi. E la zona resta un’enclave di Cosa nostra a due passi dal salotto della città .
Ora, la polizia cerca due giovani per il raid contro la referente di Libera: in un video, estratto da una telecamera della zona, si vedono di spalle mentre vanno a colpo sicuro. “Dobbiamo essere ancora di più – è l’appello di Luigi Ciotti – E ci vuole continuità  nel fare le cose. Perchè non si può stare in silenzio di fronte a tutto quello che ci accade attorno”. Chiara e i suoi compagni di Libera sono già  al lavoro per organizzare una nuova iniziativa per Palermo.
A Chiara oggi è giunta la solidarietà  di numerosi esponenti politici, da Dario Chinnici (Pd) a Giusto Catania (Sinistra comune), da Francesca Busionarolo (M5S), presidente della Commissione Giustizia alla Camera, al sindaco Leoluca Orlando:   “Piena e affettuosa solidarietà  a Chiara Natoli e a Libera per il grave atto compiuto stanotte, a pochi giorni dalla importante Giornata della memoria che ha portato migliaia di palermitani in piazza – ha detto Orlando – proprio quella manifestazione è la conferma che la mafia è sempre più minoritaria nella società  e nella cultura dei palermitani. Una condizione di marginalità  sociale che spinge ad attaccare con violenza proprio coloro che, come Chiara, animano l’azione civile e culturale del movimento antimafia”.
Claudio Fava, presidente della commissione antimafia all’Ars ha detto che   “La nostra non è certamente una vicinanza rituale e Chiara Natoli sa di non essere sola e di poter contare sul sostegno pieno delle istituzioni e della società  palermitana. Nessun atto vigliacco potrà  fermare, come ha ribadito la dirigente di Libera, il percorso di liberazione dalla mafia”.   Fava ha   comunicato che Chiara Natoli, insieme agli altri responsabili regionali di Libera, sarà  audita dall’antimafia all’Ars.
“Ringrazio tutti per la vicinanza, il sostegno e nutro massima fiducia nei confronti delle forze dell’ordine e della magistratura che si stanno adoperando per individuare i responsabili – ha detto la vittima dell’intimidazione –   In particolare, ringrazio la prefetta Antonella De Miro che,s in dalle prime ore, mi ha espresso personalmente la vicinanza dello Stato”.

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FRANK CALI’, BOSS DELLA FAMIGLIA GAMBINO, E’ STATO UCCISO A NEW YORK: QUANDO SONO GLI IMMIGRATI ITALIANI A PORTARE CRIMINALITA’ A CASA D’ALTRI

Marzo 14th, 2019 Riccardo Fucile

I GAMBINO SONO UNA DELLE CINQUE STORICHE FAMIGLIE MAFIOSE ITALO-AMERICANE DI NEW YORK

L’italoamericano Francesco ‘Frank’ Calì, 53 anni, noto boss della famiglia criminale dei Gambino, è stato vittima di un agguato ieri sera davanti alla sua residenza di Staten Island, a New York: è morto in ospedale a causa delle ferite riportate da colpi di arma da fuoco.
Secondo i media americani si tratta del primo assassinio di rilievo negli ambienti della criminalità  organizzata di New York da oltre 30 anni.
L’agguato è avvenuto alle 21:00 ora locale, le 2 della notte in Italia: Cali è stato raggiunto da almeno sei colpi di arma da fuoco, hanno riferito alcuni testimoni, ed è stato poi investito con l’auto dall’assassino – non identificato – che è riuscito a fuggire.
I Gambino sono una delle cinque storiche famiglie mafiose italoamericane di New York insieme ai Genovese, i Lucchese, i Colombo e i Bonanno.
Per ora non ci sono stati arresti, le indagini sono ancora in corso, ha fatto sapere la polizia. Cali avrebbe assunto la direzione dell’organizzazione da Domenico Cefalu nel 2015. Nel 2008 aveva scontato 16 mesi di prigione per estorsione.
Il capo più noto della famiglia dei Gambino è stato John Gotti, che fu condannato nel 1992 per 13 omicidi e una serie di altri reati. È morto nel 2002.
Il ricco quartiere di Todt Hill di Staten Island è famoso per i suoi collegamenti con ambienti criminali, fu usato come location anche nel film Il Padrino. Anche Paul Castellano, ucciso nel 1985 a colpi di arma da fuoco fuori da un ristorante della famiglia Gambino, possedeva una casa lì.

(da agenzie)

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FAIDA LEGHISTA: DUECENTO FIRME PER CHIEDERE A SALVINI DI RIMUOVERE IL COORDINATORE CALABRESE FURGIUELE, GENERO DI UN CONDANNATO PER ESTORSIONE AGGRAVATA DAL METODO MAFIOSO

Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile

“CON LUI IL PARTITO AL CENTRO DI OMBRE E LOGICHE PERVERSE”… SE NE SONO ACCORTI ADESSO…

Poca “trasparenza”, tante “ombre” e “logiche perverse” nella gestione della Lega in Calabria.   La denuncia arriva dalla base del partito di Matteo Salvini, con una lettera firmata da 200 militanti che chiedono la testa del deputato Domenico Furgiuele.
A meno di un anno dalle elezioni comunali e regionali, il terremoto nel Carroccio in salsa calabra è solo questione di ore.
Se fino a qualche anno fa, a queste latitudini, non si poteva nemmeno immaginare l’esistenza di un partito con Alberto da Giussano nel simbolo, adesso ce ne sono addirittura due: solo che non si parlano e si fanno la guerra.
Basta pensare che ci sono addirittura due sedi nella città  dello Stretto: da una parte i salviniani “della prima ora” che fanno capo agli storici fondatori del partito a Reggio, gli editori Franco e Nuccio Recupero, e dall’altra la Lega che risponde al coordinatore cittadino e provinciale Michele Gullace, voluto dal deputato Domenico Furgiuele, unico eletto in Calabria dietro la bandiera del ministro dell’Interno.
Da mesi il carro di Salvini si è fatto affollato.
Chi dal 2015 ci era salito riunendo gli “orfani” dell’ex governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti (oggi in carcere) e portando in dote alle ultime politiche i voti della destra più estrema, ora si trova messo da parte dalla “nuova” dirigenza della Lega imposta da Furgiuele che, oltre ad essere parlamentare, è pure coordinatore regionale del partito.
Ed è proprio Furgiuele l’oggetto della lettera arrivata sulla scrivania di Salvini. Organizzatore dei gazebo e frequentatore di Pontida, infatti, l’editore Franco Recupero chiede al leader della Lega di rimuoverlo dal ruolo di commissario e, al suo posto, di spedire in Calabria il vicepresidente della commissione antimafia Alex Galizzi.
Secondo l’esponente locale, che si fa portavoce dei duecento firmatari della lettera, c’è una situazione che “è purtroppo peggiorata. — si legge — Troppi chiedono che la Lega Calabria e il suo coordinamento regionale sia più trasparente”.
Il riferimento è alle polemiche che hanno interessato Furgiuele e le sue “parentele” finite sui giornali dal giorno della candidatura alla Camera. Originario di Lamezia Terme, alle elezioni politiche ha rastrellato oltre 52mila voti.
Furgiuele, però, è il genero di Salvatore Mazzei, considerato un imprenditore vicino alla ‘ndrangheta e condannato in via definitiva per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Qualche settimana prima delle elezioni, inoltre, i carabinieri hanno confiscato alla moglie di Furgiuele due società  e un palazzo che per la dda fanno parte dell’impero di 200 milioni di euro riconducibile al suocero Mazzei.
Di proprietà  di quest’ultimo era anche l’albergo Phelipe di Lamezia Terme. Lo stesso hotel dove nel 2012 dormirono tre killer della cosca Patania dopo aver commesso un omicidio a Vibo Valentia.
La stanza, all’epoca, la pagò il futuro deputato della Lega Domenico Furgiuele. La circostanza è agli atti del processo nel quale il parlamentare non è mai stato indagato.
È stato, tuttavia, sentito dalla squadra mobile e ha confermato tutto sostenendo di aver fatto una cortesia a un capo-cantiere di un’impresa edile, con cui aveva rapporti di lavoro, che gli aveva chiesto di ospitare un suo zio proveniente da Roma per una sola sera.
Polemiche e situazioni che non aiutano il partito e che adesso i salviniani reggini, senza mai affrontare il tema in maniera diretta, vogliono sfruttare per attaccare Furgiuele.
I firmatari della lettera a Salvini ritengono che Domenico Furgiuele debba continuare “a fare ovviamente l’onorevole come è giusto, ma chiedono contestualmente che il coordinamento venga riorganizzato in modo da essere meno attaccabili ed al centro di continue perplessità  ed ombre”.
Dal canto suo, il deputato calabrese sembra non preoccuparsi delle contestazioni provenienti da soggetti che non riconosce come iscritti alla Lega.
Anzi reputa “curioso, se non del tutto buffo, — è la sua replica sui giornali locali — che un non tesserato alla Lega pretenda la rimozione della dirigenza calabrese dello stesso partito, in primis del sottoscritto, colpevole di avergli fatto capire per tempo che la Lega non è, e non sarà , un taxi per amichetti e compari”.
Una dichiarazione che, però, cozza con quella del vicepresidente della commissione parlamentare antimafia Alex Galizzi.
Se per Furgiuele il problema “Reggio” non esiste, per la Lega non è escluso un imminente commissariamento. “Appena ricevuta la lettera — è il commento di Galizzi a una televisione locale che lo ha intervistato — sono andato dai responsabili e ho comunicato subito la mia disponibilità  per venire in Calabria come commissario. Se la Lega me lo chiede, lo faccio volentieri. Ho mandato anche un messaggio a Matteo per dirgli che, se serve, in Calabria vado io”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MA DAVVERO VI STUPITE CHE SIA STATA REVOCATA LA SCORTA A SANDRO RUOTOLO?

Febbraio 3rd, 2019 Riccardo Fucile

E’ SOLO L’ULTIMO ANELLO DELLA CAMPAGNA DI DELEGITTIMAZIONE DEI GIORNALISTI CONDOTTA DAL GOVERNO CHE AMA I SERVI E TEME LE SCHIENE DRITTE

Ma davvero vi stupite che sia stata revocata la scorta a Sandro Ruotolo?
Davvero credevate che tutti questi mesi di melmosa propaganda sulle scorte come benefici e costi per gli italiani, utilizzata per colpire il nemico di turno e per alimentare l’indignazione che riempie le pance dei social e i voti di alcuni partiti alla fine sarebbero passati come uno scherzo?
Ma davvero avete creduto che trattare le mafie come criminalità  spiccia che si possa atterrire con un semplice colpo di ruspa non avrebbe delegittimato centinaia di giornalisti che lavorano meticolosamente sul tema rifuggendo dalle facili semplificazioni e ben consapevoli che non esiste mafia dove non c’è anche mala politica
Ma davvero credete che questa lunga, logorante, incessante campagna di delegittimazione contro i giornalisti e il giornalismo alla fine non avrebbe prodotto danni credevate che passasse come un semplice pour parler senza invece esporre a ulteriori rischi un’intera categoria, completamente bistrattata, tutta in un unico calderone in cui stanno i servi di qualche potere e le schiene dritte (come Sandro, appunto) senza nessuna distinzione?
Ma davvero credete che il puerile scontro del ministro dell’interno Salvini contro Saviano e la sua scorta metta molto in pericolo i giornalisti che non hanno la visibilità  di Saviano e ancora, nel 2019, devono giustificarsi del fatto di essere protetti?
Davvero c’è qualcuno che è ancora convinto che, nonostante le mille rassicurazioni di ogni benedetto governo, le scorte non siano figlie di determinate scelte politiche, tanto c’è sempre un modo per mettere le carte a posto come già  disse Giovanni Falcone?
Avete mai messo il naso nella disparità  di atteggiamento tra i collaboratori di giustizia, tra i testimoni di giustizia e tra le personalità ?
Sapete che mentre veniva revocata la scorta a Sandro Ruotolo è uscita la notizia che la figlia di una nota show girl è scortata per le minacce di un fan?
Ma davvero credete che il continuo bullizzare i nemici di questo governo (con fare più da bamboccione che da ministro) alla fine non si realizzerà  in un boicottaggio appena gli sarà  possibile?
Davvero non avete capito che ormai non esiste un blocco sociale? È un noi contro di voi?
Ma davvero non avete capito che la scorta a Sandro Ruotolo (come altri, giornalisti e magistrati) è iniziata silenziandolo, delegittimandolo, non dando il giusto risultato a inchieste che in un Paese normale avrebbero dovuto aprire un dibattito politico e invece sono rimaste lì, come giornalismo di testimonianza?
Ma davvero credete che questo disamoramento sui temi delle mafie e dell’antimafia non renda infinitamente più semplice zittire le voci scomode?
Ma davvero credete che banalizzare la mafia promettendo di sconfiggerla in qualche mese sia una frase accettabile in un Paese che con le mafie convive, tratta e converge da decenni?
Alla luce di questo, ma davvero vi stupite che sia stata revocata la scorta a Sandro Ruotolo? Davvero?

(da Globalist)

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IL PROCURATORE ANTIMAFIA DE RAHO SI SCHIERA CON SANDRO RUOTOLO E CRITICA LA SCELTA DI TOGLIERE LA SCORTA

Febbraio 3rd, 2019 Riccardo Fucile

ANCHE IL WEB SI E’ MOBILITATO CONTRO LA DECISIONE DELL’UFFICO CENTRALE INTERFORZE

La revoca della scorta a Sandro Ruotolo, il giornalista che ha raccontato e denunciato molti gravi fatti di cronaca legati alla Camorra, continua a far discutere.
La decisione dello stop da parte dell’Ufficio centrale interforze ha provocato numerose reazioni per la delicatezza della sospensione del provvedimento e dei rischi che ora il cronista rischia di correre dopo le minacce — già  ricevute in passato — dei clan camorristi che da anni lo hanno messo nel mirino.
Una scelta che è stata criticata anche dal Procuratore Nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho.
La revoca della scorta al cronista Sandro Ruotolo «deriva evidentemente da valutazioni che gli organismi, ai quali compete, esprimono — spiega il Procuratore antimafia De Raho a margine della conferenza ‘Contromafiecorruzione’ in corso a Trieste -. Sono del parere che i soggetti a rischio vanno sempre protetti. Di volta in volta i parametri sono quelli anche della maggiore visibilità , del tipo di inchieste, di tutto ciò che si esprime nell’ambito di un’attività  lavorativa giornalistica».
Dettagli che sembrano essere sfuggiti a chi ha deciso di non rinnovare il servizio di scorta a Sandro Ruotolo, minacciato più volte dal clan dei Casalesi legato a Michele Zagaria dopo le sue inchieste sui traffici e gli affari loschi della Camorra a Napoli e dintorni.
«È evidente — ha proseguito il Procuratore Nazionale antimafia — che lo Stato si trova ad affrontare tantissime problematiche proprio in ordine al rischio delle persone. È anche evidente, però, che il diritto alla sicurezza non deve mai ridurre la sicurezza dei diritti».
De Raho ha poi ricordato un incontro avvenuto in passato con Paolo Borrometi, un giornalista siciliano minacciato dal boss Gianbattista Ventura — reggente del clan ‘Carbonaro-Dominante’ di Vittoria, in provincia di Ragusa — presente anche lui all’evento di Trieste.
«Ha raccontato tanti episodi che sono avvenuti in suo danno — ha spiegato il Procuratore -. Questo perchè non si è intervenuti in tempo. Però si è potuto salvare la sua vita perchè una scorta gli è stata data e gli è stata mantenuta. Questo senza voler creare polemiche, spettano ad altri organismi»

(da agenzie)

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