Marzo 7th, 2015 Riccardo Fucile
E A DUE MESI DALL’INAUGURAZIONE SOLO IL 18% DEI LAVORI DELL’EXPO E’ CONCLUSO
Il vento gelido che attraversa l’Italia sta sferzando particolarmente (e metaforicamente) Milano. 
Il Corriere della Sera annuncia che con ogni probabilità Giuliano Pisapia non si ricandiderà alla poltrona di sindaco.
Alla base della scelta, spiega il quotidiano, “l’enorme fatica di reggere una città metropolitana pronta a inabissarsi a causa dei buchi di bilancio”.
Per il momento, però, Pisapia non intende far sapere quando annuncerà la sua decisione. Scrive il Corriere:
I segnali sembrano però convergere tutti su un punto. Pisapia nel 2016 non ci sarà .
Come leggere altrimenti, quello che lo stesso sindaco ha detto ai microfoni di Radio24 tracciando i confini entro cui dovrà essere individuato un nuovo candidato?
Due paletti: primarie e stesso perimetro dell’alleanza (senza però Rifondazione). Insomma, il modello arancione che ha portato Pisapia alla vittoria del 2011.
Aggiungendo non senza una punta di malignità : “Qualora non mi candidassi, mi batterei affinchè si facciano le primarie. E alle primarie non sempre il Pd vince”.
Al posto del sindaco potrebbe correre per le primarie Pierfrancesco Majorino, attuale assessore al Welfare, “uomo della sinistra Pd che avrebbe le caratteristiche per tenere insieme l’alleanza con Sel”.
Intanto il capoluogo lombardo è segnato dall’angoscioso countdown di Expo 2015.
Lo chiamano “Cruscotto dei lavori”, è lo strumento con il quale dovrebbe essere possibile seguire l’avanzamento dei cantieri.
E, secondo il cruscotto, a 57 giorni dall’apertura della esposizione internazionale di Milano il 74% dei lavori è ancora in corso e alcune opere – sempre stando alle date riportate dal governo – finiranno due mesi dopo l’inaugurazione.
Soltanto il 18%, invece, i lavori completati.
Per il resto il sito del dipartimento per la Funziona pubblica non spiega quasi nulla ed è di difficilissima interpretazione.
L’allarme sull’impossibilità di finire in tempo per il primo maggio è lanciato anche dal Fatto quotidiano: “una eventualità catastrofica ma a guardare lo stato del sito oggi vengono i brividi”, scrivono Gianni Barbacetto e Marco Maroni.
Per arrivare in tempo all’appuntamento del 1 maggio, nelle ultime settimane si è ingaggiata quella che i sindacati – presenti sul sito per vigilare sulla sicurezza di oltre 5mila addetti – definiscono “una guerra all’ultimo minuto”.
Per farsi un’idea della situazione, basti considerare che non è ancora stata completata neppure la “piastra”, la spianata di cemento con le infrastrutture di base su cui vanno edificati i padiglioni e tutto il resto.
Dei padiglioni esteri, solo due sono stati consegnati, sui 54 previsti
Peggio ancora: non è terminato nemmeno il lavoro di “rimozione delle interferenze”, il primissimo appalto di Expo, per togliere di mezzo edifici, vegetazione, tralicci e altri manufatti preesistenti che intralciano il cantiere.
Un documento riservato della Cmc, l’azienda delle coop che ha vinto la gara, comunica ad Expo spa che la data di fine lavori, inizialmente fissata a giugno 2013, sarà il 28 settembre 2015: a esposizione quasi finita!
Dopo pressioni, la data è stata cambiata: 26 giugno, comunque a evento già in corso.
La situazione più problematica, segnala il Fatto che cita il cronometro del governo, riguarda il Palazzo Italia e il Future food district.
Ma anche i padiglioni esteri non sembrano pronti a essere completati. Il rischio insomma che all’inaugurazione una quota consistente di lavori non sia finita è altissimo.
Roberto Formigoni, ex governatore della Lombardia, intervistato dal giornale di Marco Travaglio addossa la colpa alla ex sindaca Letizia Moratti: “Io e la Regione trovammo tutto deciso. C’erano altre aree più adatte”
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
ESPERTI TRADUTTORI PUNTANO IL DITO CONTRO ERRORI DI GRAMMATICA, SINTASSI E ITALIANISMI
Consecutio temporum sballate, costruzioni di frasi arrovellate, accenti gravi invece che acuti (e viceversa), e poi italianismi, refusi, strafalcioni.
Leggendo le versioni straniere del sito Internet di Expo, insegnanti di lingue, interpreti e traduttori hanno scoperto numerose anomalie.
E si sono indignati: «Sembra abbiano messo i testi su Google translate» accusano dopo aver fatto partire una serie di tweet nei giorni scorsi contro le «inaccettabili» traduzioni sulla pagina dell’Esposizione universale, evento al via il primo maggio e per cui si prevedono 20 milioni di visitatori da tutto il mondo.
«È scandaloso e imbarazzante» spiega Antoine Boissier, insegnante all’Institut Franà§ais.
Dalla società Expo, interpellata dal Corriere , rispondono spiegando che esiste un team di persone che si dedica soltanto al sito Internet tra cui alcuni traduttori, anche di madrelingua: «Stiamo valutando il da farsi ma è vero, ci sono arrivate alcune segnalazioni. Correggeremo, ma certo non usiamo traduttori automatici».
Per rendersi conto degli errori, basta navigare verso l’homepage di Expo.
In una delle prime sezioni – la voce «Learn more», in italiano «Cos’è», vale a dire dove le persone cercano di approfondire il tema di Expo ( Feeding the planet , Nutrire il pianeta) – si legge subito «Not only is it an exhibition but also a process».
Letteralmente: «Non solo è un’esibizione ma anche un processo». «Che orrore!» è la reazione della traduttrice del Corriere Maria Sepa.
«Già la costruzione denota scarsa conoscenza della lingua, ma anche capire il senso di queste parole sommate tra loro è impossibile: cosa volevano dire con “process”? Forse “experience”, esperienza?».
Ancora in homepage si legge il titolo «Albanese looks backstage at the communication campaign of Expo Milano 2015».
Il riferimento è alla campagna di comunicazione di Expo, la cui «voce» sarà l’attore Antonio Albanese, ma nessuno conosce l’espressione «looks backstage», semplicemente «perchè non esiste».
Con il francese, la situazione non sembra migliore. Tanto che a Palazzo delle Stelline – storico edificio in corso Magenta dove convivono, fra gli altri, numerosi enti transalpini economici e culturali – sono arrivate le segnalazioni piccate delle imprese.
«Non è serio» hanno detto, mettendo in dubbio la loro partecipazione.
Concordanze discordi, femminili che diventano maschili, plurali al singolare, traduzioni di parole inesistenti. I rendez-vous internationals (o internationaux se si vuole alla francese) diventano «internationales», gli accenti cambiano verso.
Anche lo sconto sul biglietto d’ingresso, une remise , diventa un remise , come fosse «la sconta».
Gli scivoloni sono innumerevoli, articolo dopo articolo, informazione dopo informazione.
«È inaccettabile – afferma ancora Boissier – i miei studenti sono scandalizzati. Molti di loro avrebbero fatto meglio».
Cittadino francese, a Milano da 15 anni, il «prof» dice di sentirsi «offeso», più in quanto milanese che in quanto francese: «È questo il biglietto da visita della città ai milioni di visitatori di Expo? Dovrebbero essere testi curati e impeccabili. Speriamo non accada lo stesso alle conferenze in programma durante l’evento. Gli interpreti saranno all’altezza? Altrimenti è una presa in giro».
Giacomo Valtolina
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
“TRATTATIVE DISCREZIONALI, NON C’E’ TRASPARENZA”
Cinquantacinque milioni di euro per lisciare le rughe che le inchieste giudiziarie hanno inciso sulla fronte di Expo 2015 Milano.
E per rifarsi il trucco agli occhi di un’opinione pubblica sempre più scettica, dal 2012 la Spa cerca il supporto dei più forti attori nel panorama mediatico italiano. In tutto, un budget di 55 milioni di euro, di cui tracciabili al momento ne risultano solo 12,4 milioni, il 22% circa.
Mentre mancano soltanto cento giorni al via, in calendario il primo maggio, di questo fiume di denaro soltanto cinque milioni sono destinati a testate straniere: meno del 10% del budget, dunque, per un’esposizione “universale” che dovrebbe avere nell’afflusso di turisti stranieri una delle principali ragioni d’essere.
Non si parla di inserzioni pubblicitarie, che compaiono su molti mezzi di informazione compreso ilfattoquotidiano.it, ma di iniziative editoriali ad hoc che parlino dell’esposizione universale.
Cominciamo da due ‘manifestazioni d’interesse’ di cui non si conosce il budget messo a disposizione da Expo, i tempi di realizzazione dei servizi nè tantomeno i contenuti. Si chiamano ‘Daily media prodotti editoriali’ e ‘Gruppi editoriali per eventi’, entrambe visibili sul sito di Expo.
Di cosa si tratta? La società Expo Spa invita le testate italiane, e non solo, a presentare proposte editoriali ed eventi che celebrino l’esposizione universale 2015 e la sua storia. In cambio offre uno (sconosciuto) contributo economico, per entrambe le manifestazioni di interesse.
Sulla pagina degli Rfp (Request for proposal, nome tecnico di queste manifestazioni di interesse), si leggono solo i nomi dei media che hanno passato l’esame di idoneità , per altro basato su criteri e punteggi non esplicitati.
Ci sono tutti i gruppi editoriali italiani più forti: da Rcs, al gruppo Espresso, passando per il Sole 24 Ore, Mondadori e Libero.
E quanto vale la torta? “Il budget stanziato non è stato predefinito nella manifestazione di interesse perchè non si tratta di gara di appalto tradizionale”, risponde Expo.
Ergo, si deciderà in seguito, in trattativa privata. Come (quasi) sempre.
CICCONI (COMITATO TRASPARENZA): “TRATTATIVE DISCREZIONALI”
“Non c’è la minima trasparenza. Ogni trattativa è condotta in modo discrezionale. Non viene specificato nulla”.
Ivan Cicconi, membro del Comitato regionale per la trasparenza degli appalti e sulla sicurezza dei cantieri di Regione Lombardia, avrebbe scelto ben altre procedure previste dal Codice per gli appalti: l’appalto concorso e il dialogo competitivo.
Entrambi sono strumenti attraverso i quali una stazione appaltante che non ha liquidità a sufficienza per coprire un servizio si rivolge al mercato affinchè, attraverso la competizione tra gli attori, si individui l’offerta economica più vantaggiosa.
A differenza dei bandi RFP, però, è chiarita l’offerta economica massima, il criterio per stabilire la graduatoria dei progetto e il numero totale dei progetti da realizzare.
Per altro, il Codice unico sugli appalti all’articolo 118 impone di inserire, alcune caratteristiche nei bandi: “La stazione appaltante è tenuta ad indicare nel progetto e nel bando di gara le singole prestazioni“.
Non solo: “E’ fatto obbligo all’affidatario di comunicare alla stazione appaltante, per tutti i sub-contratti stipulati per l’esecuzione dell’appalto, il nome del sub-contraente, l’importo del contratto, l’oggetto del lavoro, servizio o fornitura affidati”.
Quindi, a meno che tutto non venga realizzato internamente, i giornali avrebbero dovuto comunicare a chi, ad esempio, affidavano la stampa del volume speciale sulle esposizioni universali. Ma anche di questo non si trova traccia nel sito dell’esposizione.
La società di via Rovello non la pensa come l’esperto di appalti: “La Manifestazione di interesse è stata considerata da Expo 2015 S.p.A. il modo più adatto e trasparente per garantire a tutti i gruppi editoriali la stessa possibilità di esprimere in modo completo le proprie proposte”, replicano alle nostre richieste di chiarimenti.
Sono dieci, ci spiega la società , i prodotti editoriali realizzati fino ad oggi.
“Un altro gruppo — si legge nella nota di risposta — uscirà tra novembre e dicembre. E l’ultimo gruppo tra gennaio e aprile 2015 (ancora da definire)”.
I VINCITORI: “DOPO MESI NON SAPPIAMO ANCORA NULLA”.
Esiste, infine, un terzo Rfp che, come i due precedenti, nasconde ancora molte incognite. Si tratta della gara per diventare media partner ufficiale dell’esposizione.
Pare, però, che i vincitori (Gambero Rosso, LT Multimedia Audiopress) ancora non sappiano quali delle loro proposte hanno ricevuto il via libera da Expo.
“Ancora non sappiamo quali prodotti nello specifico ci sono stati approvati poichè non abbiamo ricevuto risposta da Expo”, ci risponde Corrado Azzolini, vicepresidente di LT Multimedia, la società che possiede i canali satellitari Marcopolo, Nuvolari, Alice e Leonardo: Il leit motiv è sempre lo stesso: ritardo.
“Dovevano risponderci diversi mesi fa ma ancora niente. Anche perchè la nostra proposta concerne esclusivamente la promozione dell’esposizione, quindi tutto il pre-Expo.
Ci aspettiamo novità entro la fine di novembre”. E a quanto ammontano i finanziamenti per l’Rfp ‘Media Partner’?
“In merito al budget, preferirei non parlarne fino alla presentazione del palinsesto”, chiude Azzolini.
CINQUE MILIONI ALLA RAI. MA LA REDAZIONE EXPO E’ A ROMA
Chi si è preso la fetta più grande della torta da 55 milioni di euro per la copertura mediatica dell’Expo è la Rai.
Viale Mazzini porta a casa 5 milioni di euro per costruire una piattaforma dedicata all’esposizione: RaiExpo, nota più per avere una squadra di 47 giornalisti a Roma, che per i contenuti.
Per imprimere su pellicola le prodezze di Expo, la Movie People ha ottenuto 1.186.000 euro per la realizzazione di un generico ‘Progetto cinematografico’ e di un film sui “paesaggi e sulla produzione alimentare italiana”, benchè la società non produca film bensì noleggi attrezzatura cinematografica.
Alla società Four in the Morning sono invece andati 90mila euro per lo sviluppo di ‘Exchanges, Expo cambia il mondo’, un documentario al miele sulle esposizioni universali proiettato addirittura alla mostra del cinema di Venezia e firmato dalla direttrice di RaiNews Monica Maggioni.
La stessa Maggioni siede nella commissione di RaiExpo.
Persino a Mediaset, principale competitor della Rai, sono rimaste le briciole: 80mila euro per il progetto ‘Mediaset news lab’ (di cui ad oggi conosciamo solo l’etichetta) più altri 520 mila al gruppo Publitalia ’80 per garantire spazi pubblicitari alla manifestazione.
C’è poi il capitolo giornali.
Forse i 15 mila mila lettori del Foglio si sono chiesti cosa avesse spinto Giuliano Ferrara a pubblicare nel 2012 un opuscolo sulle esposizioni universali dal dopoguerra a oggi. La risposta sta negli 85mila euro avuti da Expo Milano Spa per finanziare l’operazione.
A Il Sole 24 Ore sono andati 63 mila euro per il ‘Progetto Gazzettino’ e altri 25 mila per la pubblicità .
DALL’ANSA ALLA FONDAZIONE FELTRINELLI, PIOGGIA DI MILIONI
E non poteva mancare la più importante agenzia di stampa nazionale.
L’Ansa si è aggiudicata quattro appalti e due contributi, di cui uno sconosciuto e l’altro per un misterioso ‘Tour around Italy’. All’Ansa fanno compagnia l’agenzia LaPresse, che prende 50mila euro di abbonamento, e l’agenzia TM News, alla quale Expo versa 55mila euro per “copertura testi, foto e video” a e altri 210 mila per l’attivazione abbonamento. Anche in questo caso, si tratta di prestazioni in più rispetto alla normale copertura di notizie e immagini propria delle agenzie di stampa.
All’elenco si aggiungono poi gli eventi culturali. Alla Fondazione Feltrinelli vanno ben 1.840.000 euro per la creazione di ‘Laboratorio Expo’, “unico progetto di ricerca nell’ambito dell’esposizione — fanno sapere dalla casa editrice — e cofinanziato da Expo Spa”.
La Fondazione Mondadori con ‘We-Women for Expo’, un progetto in pianta stabile nel Padiglione Italia per valorizzare il mondo femminile, porta a casa 850mila euro.
Non mancano i due quotidiani più prestigiosi d’Italia, Repubblica e Corriere della Sera: in quanto principale sponsor dell’iniziativa ‘Repubblica delle idee’, sembra che il giornale diretto da Ezio Mauro abbia intascato mezzo milione di euro.
È andata un po’ meglio al gruppo Rizzoli: il ciclo d’incontri ‘Convivio, a tavola tra cibo e sapere’, ha portato nelle casse della Fondazione Corriere della Sera 410 mila euro in quanto “contributo per massima visibilità di Expo 2015”.
A Rcs Sport ne sono andati 154 mila per mettere il logo di Expo nell’ambito della Milano City Marathon. Anche Condè Nast è della partita. La società ha vinto due finanziamenti per la realizzazione degli eventi ‘Wired Next Fest’ (13mila euro) e ‘Fashion Night Out’ (39 mila euro).
E dulcis in fundo, il nome noto alle cronache: si tratta della AB Comunicazioni, vincitrice di 1.750.000 euro del budget stanziato per la visibilità di Expo.
L’azienda guidata da Andrea Bertoletti è infatti una di quelle di riferimento del ‘sistema Giacchetto’, dal nome di Faustino Giacchetto, il “re della pubblicità ” in Sicilia a cui i pm di Palermo contestano il reato di truffa per 10 milioni di euro ai danni della Regione. Nelle carte dell’inchiesta spicca una frase emblematica: “Per l’intensità dei rapporti che li legano a Giacchetto si segnalano AB Comunicazioni e il Gruppo Moccia e, a conferma di come tali società siano ormai ‘radicate’ in Sicilia, si evidenzia che le stesse hanno tutte stabilito una sede operativa a Palermo e nel caso della AB Comunicazioni addirittura coincidente con lo studio di Giacchetto”.
Lorenzo Bagnoli e Lorenzo Bodrero
(Irpi, Investigative Reporting Project Italy)
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Gennaio 21st, 2015 Riccardo Fucile
IL GRANDE CANTIERE E’ SALVO, MANCANO LE INFRASTRUTTURE COME IL NUOVO METRO’
La paura, quella vera, di non farcela è passata. 
L’attenzione, dicono gli uomini di Expo, continuerà a rimanere alta sino alla fine della corsa. Ma ormai entrando in cantiere guardano al sito come se fosse arrivato il 1° maggio: dove mettere cartelli e segnali, fare in modo che i tornelli da cui dovranno passare fino a 250mila persone al giorno siano adeguati ai flussi, fin dove tracciare i confini di quella sorta di zona a traffico limitato che in un raggio di 3-4 chilometri impedirà alle auto di imbottigliarsi attorno all’area dell’Esposizione.
Perchè con molti padiglioni che hanno preso forma, ormai, varcando le soglie della cittadella di Expo si ha la percezione sempre più precisa di che cosa sarà .
Ma quando mancano 100 giorni esatti al via, ci sono altre istantanee da scattare. Per capire a che punto sia arrivata Expo.
Che cosa ha già portato alla città , quello che ancora manca e ciò che già oggi non arriverà mai.
Giuseppe Sala lo sa. E lo sa il governo. Adesso che si avvicina il momento del via è necessario allontanare le ombre da Expo, cancellare l’immagine legata agli scandali.
Si dovrà raccontare davvero che cosa saranno quei sei mesi, passare ai contenuti.
Sarà questa la sfida degli ultimi 100 giorni: conquistare gli scettici, risvegliare l’entusiasmo della gente. E farlo qui, in casa.
Perchè l’impresa paradossalmente è sempre stata più semplice lontano dall’Italia, così come l’obiettivo è stato centrato sul fronte degli sponsor privati: 350 milioni di euro raccolti e grandi marchi scesi in campo.
Fin dall’inizio dell’avventura, il mondo ha risposto all’appello: lo racconta il numero dei Paesi che hanno aderito (140), gli investimenti (un miliardo) degli Stati che costruiranno 53 padiglioni autonomi.
Lo raccontano i 7,5 milioni di ticket venduti in gran parte a tour operator stranieri.
Qualcosa negli ultimi mesi si è mosso.
I segnali ci sono: i biglietti richiesti all’Expo Gate a Natale e nelle filiali di Banca Intesa, i ragazzi (14mila domande, più dei 10mila posti) che si sono candidati per diventare volontari, l’attività nelle università , le start up che stanno nascendo.
Ma da fare ancora ce n’è.
Che cosa ne è stato della città che il 31 marzo del 2008 festeggiava la vittoria di Parigi? Che cosa ne è stato delle aspettative costruite attorno a Expo?
Perchè è anche questa la domanda da farsi quando il conto alla rovescia è diventato implacabile. In passato, Expo è stata utilizzata come il chiodo a cui appendere qualsiasi tipo di promessa, dalle migliaia di posti di lavoro alla ripresa dell’economia fino alla possibilità di disegnare radicalmente Milano attraverso opere, infrastrutture, cantieri.
Un evento salvifico, capace di curare ogni male: non sarà così, non sarebbe potuto esserlo.
Un risultato, però, Expo lo ha già portato: all’estero, dalla guida Lonely Planet al New York Times, si è tornati a parlare di Milano come una meta del 2015, a riscoprirla.
In piena crisi economica, la strategia della giunta è stata chiara: abbandonare la visione faraonica di un tempo e puntare all’essenziale.
Fare in modo che la città possa presentarsi in ordine, trasformata in una sorta di palcoscenico lucidato per gli appuntamenti che dovranno farla vivere.
Le novità ci saranno, come l’eredità più evidente che lascerà : la nuova Darsena. Ma a 100 giorni, non si sa ancora che cosa sarà del milione di metri quadrati di Rho-Pero quando i padiglioni saranno smontati. È ancora la domanda fondamentale a cui le istituzioni dovranno rispondere.
Per acquistare le aree sono stati spesi soldi pubblici, e soldi pubblici sono stati spesi per allestirla. Il successo di Expo (e il giudizio dei milanesi), alla fine, dipenderà anche da cosa rimarrà .
Il grande evento avrebbe dovuto curare anche un altro male storico: colmare il gap di infrastrutture della Lombardia, far correre opere come la Pedemontana di cui si vaneggiava da decenni.
Ma è stato un errore pensare di agganciare alla locomotiva qualsiasi strada e desiderio. Negli anni l’elenco si è sempre più assottigliato ed è cresciuta la lista dei collegamenti (oggi ne conta 23) rimandati «oltre l’orizzonte del 2015».
Il capitolo delle infrastrutture connesse si presenterà all’appello con diverse mancanze: si tenta di consegnare almeno entro l’estate l’ultimo spezzone della Zara-Expo che dovrebbe portare ai padiglioni le auto che arriveranno da fuori città , per la Rho-Monza si punta a una miniversione, la metropolitana 4 inaugurerà nel 2022, non prima del 2016 il treno tra i terminal 1 e 2 di Malpensa.
Anche le Vie d’acqua non saranno terminate (ci sarà solo il collegamento con l’Olona) e adesso bisognerà dire se un altro impegno – destinare parte dei fondi per curare le alluvioni di Seveso e Lambro – si potrà mantenere.
Dopo le bufere giudiziarie, quello di Expo è un cantiere che è stato necessario rimettere sui binari.
Per i tecnici, molti ritardi sono stati recuperati e le strutture sotto la diretta responsabilità della spa ormai viaggiano oltre l’80 per cento. I primi tre cluster (cacao, riso e caffè) sono praticamente pronti per essere consegnati ai Paesi.
Entro la prima metà di febbraio arriveranno anche gli altri, così come termineranno le architetture di servizio che accoglieranno bar, ristoranti. Il grosso degli allestimenti interni partirà a marzo.
Ed è a quel punto che i 3.500 operai che oggi lavorano 20 ore al giorno supereranno quota 4mila. Il mondo viaggia ancora a velocità differenti: 20 dei 53 Paesi che stanno costruendo un padiglione autonomo, chiuderanno i cantieri alla fine del mese, altri sono ancora indietro.
Tra i fronti su cui è ancora concentrata l’attenzione c’è il padiglione italiano. Il Palazzo principale, dopo le semplificazioni fatte al disegno interno, ha recuperato il tempo perduto.
Per le strutture lungo il cosiddetto cardo si arriverà con il fiatone.
E poi c’è l’Albero della vita: la struttura inizierà a essere montata nei prossimi giorni. Resta la luce accesa sulla gara (3,9 milioni) per le tecnologie, passata sotto la lente dell’Autorità nazionale anticorruzione: è andata deserta.
Almeno un operatore interessato, però, ci sarebbe stato. Perchè non si è presentato?
Ci sarebbero stati problemi tecnici per caricare sulla piattaforma informatica i documenti necessari. Per questo la spa ha prolungato i termini di una settimana.
Expo ce la farà , dicono i tecnici. Dopo i ritardi nella consegna delle aree (alla fine i terreni sono entrati tutti nella disponibilità della spa solo nell’estate del 2012), dopo le battute d’arresto, il maltempo, dopo le inchieste e gli scandali, gli appalti commissariati e i tanti ostacoli che qualsiasi cantiere deve superare.
Ma è anche questo un altro punto da mettere in conto fin d’ora: per farli correre, quei lavori, per accelerare il percorso e risolvere i problemi, Expo pagherà un prezzo. Per avere il bilancio esatto bisognerà ancora aspettare.
È una delle partite più complesse che si devono chiudere, quella degli extracosti, su cui sono all’opera anche l’Autorità nazionale anticorruzione e l’Avvocatura dello Stato.
Sono state dettate linee guida e c’è una strategia precisa: a partire dagli appalti più delicati – rimozione delle interferenze, piastra, Palazzo Italia – si cercherà di gestire complessivamente varianti e riserve presentate dalle aziende, di chiudere le grane del passato e i “premi” di accelerazione.
E se alla fine la rete protettiva per difendere i cantieri dalla mafia o (con l’arrivo di Raffaele Cantone in emergenza) dalla corruzione funzionerà , questa potrebbe essere davvero una lezione da replicare in futuro.
Alessia Gallione
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
DROGA, OMICIDI, ARMI: COMANDANO LE MAGGIORI FAMIGLIE LEGATE ALLE COSCHE CALABRESI, HANNO CONTATTI E SANNO MUOVERSI… SULLE SPALLE PORTANO DECENNI DI CARCERE, OGGI, PERà’, SONO UOMINI LIBERI
Ama i casinò e i bei vestiti. Nasce a San Luca nel cuore dell’Aspromonte, ma è a Milano che tesse business e rapporti.
Dalla Calabria però si porta in dote una relazione privilegiata con la cosca di Sebastiano Romeo detto u Staccu.
In curriculum mette anche qualche anno di università . Da qui il soprannome di Dutturicchiu. Giuseppe Calabrò, classe ’50, è uno dei dieci uomini d’oro che sovraintendono gli affari nel capoluogo lombardo.
Tutti hanno contatti e sanno come muoversi. Sulle spalle portano decenni di carcere.
Oggi, però, sono uomini liberi, nonostante molti dei lori nomi compaiano nelle carte delle ultime inchieste dell’antimafia.
Vivono da fantasmi e sfuggono agli arresti. Stanno lontani dai reati e utilizzano poco il telefono.
S’incontrano per strada o negli uffici. I salotti buoni li accolgono a braccia aperte. La politica li invita a cena.
Nei quartieri della mala il loro nome è sinonimo di rispetto. Mafiosi di rango, certificati dalle sentenze dei giudici e da recentissime informative della polizia giudiziaria.
Siciliani, ma soprattutto calabresi perchè come spiega il 59enne broker della coca Marcello Sgroi “A Milano comanda la ‘ndrangheta”.
Ore 15 del 25 maggio 2012 via Oldrado de Tresseno zona viale Monza.
U Dutturicchiu attende in strada. Suona il cellulare. La telefonata dura nove secondi. Giusto il tempo perchè l’interlocutore confermi l’appuntamento.
Non è la prima volta, è già successo e sempre in questa strada privata non lontana dalla stazione Centrale, dove il cellulare di Calabrò viene agganciato diverse volte dagli investigatori.
Chi chiama è Giulio Martino, uomo del clan Libri, gregario di lusso dell’ergastolano Mimmo Branca.
I due discutono di armi e di droga da trafficare dal Sudamerica direttamente nel porto di Gioia Tauro.
Calabrò ha una partita di kalashnikov e Uzi. Li tiene ad Arma di Taggia e vuole portarli a Milano.
Martino interessa il suo factotum Eddy Colangelo, ex trafficante oggi collaboratore di giustizia. È lui che fa il nome di Calabrò. Lui che con le sue confessioni svela i traffici del clan Martino coinvolto nell’operazione Rinnovamento del 16 dicembre scorso. Racconta Colangelo: “Giulio Martino mi dice che c’era da fare un favore al vecchio. Con tale soprannome noi ci riferivamo a Beppe Calabrò”.
Spiega: “Io lo avevo conosciuto nel 1999 a San Vittore, me lo avevano presentato i fratelli Martino (…). In carcere si sentiva parlare di lui come di una persona importante. Lo rividi molti anni dopo nel 2011, in compagnia di Giulio Martino”. Uomini liberi si diceva.
Tale è oggi Calabrò, il quale non risulta indagato nell’ultima inchiesta della Dda milanese.
Prosegue Colangelo: “Giulio Martino mi parlava di costui come di una persona che era uno molto importante in Calabria”.
Chi è realmente u Dutturicchiu lo mettono nero su bianco i carabinieri per i quali le parole di Colangelo “confermano lo spessore criminale di Giuseppe Calabrò (…) personaggio di spicco della ‘ndrangheta”.
Il suo nome è collegato anche al malavitoso serbo Dragomir Petrovic detto Draga.
Il serbo, intercettato dalla Guardia di Finanza nell’ottobre 2013, discute di un traffico di droga assieme a Roberto Mendolicchio, fratello di Luigi già luogotenente di Mimmo Branca e attuale ras della zona di piazza Prealpi. Per il carico i due fanno riferimento allo stesso Calabrò, il quale, ancora una volta, non risulta coinvolto penalmente nella vicenda.
Contatti e relazioni.
Così se nel 2012 Calabrò incontra gli uomini di Mimmo Branca, il suo nome compare già in alcune informative del 1990.
Si tratta dell’indagine Fior di Loto dove viene descritto “come personaggio dotato di una forte potenzialità criminale” in contatto con Santo Pasquale Morabito, altro boss alla milanese, originario di Africo e legato al padrino ergastolano Giuseppe Morabito alias u Tiradrittu.
Dopo quasi 30 anni di galera, oggi Santo Pasquale è tornato in libertà . La sua scarcerazione risale al febbraio scorso.
Attualmente abita in una zona residenziale della città e non risulta indagato in nessuna inchiesta. A metà degli anni Novanta ecco cosa scrive di lui la Criminalpol: “Santo Pasquale Morabito, per il suo modo di essere, di atteggiarsi e per i riguardi che gli sono riservati dai suoi interlocutori ha indubbiamente raggiunto una posizione di alto rango. E ciò anche in relazione alla sua capacità di penetrazione nel tessuto socioeconomico, con l’acquisizione di attività imprenditoriali, e negli organi istituzionali e rappresentativi”.
Da quell’indagine emergono, netti, i legami con Calabrò.
Più volte i due, intercettati, discutono di armi e di droga. Addirittura, ricostruiranno gli investigatori, progettano un agguato all’allora capo della polizia Arturo Parisi. Durante quei colloqui negli uffici della Loto Immobiliare, impresa mafiosa a due passi dal Tribunale, c’è Pietro Mollica, anche lui di Africo, cugino di Santo Pasquale Morabito.
Mollica oggi è un cittadino libero. E nonostante questo mantiene stretti rapporti con la malavita.
Tanto che nel marzo 2012, la Guardia di Finanza filma un incontro di altissimo livello ai tavolini del bar il Borgo di via San Bernardo 33 a Milano.
Oltre al cugino di Morabito, i militari fotografano Mario Trovato, fratello dell’ergastolano Franco Coco Trovato.
Oggi Santo Pasquale Morabito conduce una vita riservata, periodicamente si reca al commissariato per la firma di rito, s’incontra con i vecchi amici. Tra questi il cugino Pietro Mollica. Basso profilo, dunque, e la solita grande passione per gli orologi di lusso.
E se Santo Pasquale Morabito è tornato in libertà , un altro uomo del clan è in fuga dal 1994.
Rocco Morabito, detto u Tamunga, è inserito nella lista dei dieci latitanti più pericolosi. Ricercato per mafia, è considerato un broker della droga di altissimo spessore.
Ultima residenza nota: via Bordighera 18 a Milano. Da sempre u Tamunga è considerato l’alter ego di Domenico Antonio Mollica, trafficante legato ai servizi segreti militari.
In città , dunque, gli uomini della cosca Morabito tornano in pista. Il clan, infatti, non è stato coinvolto nelle recenti inchieste dell’antimafia. L’ultima indagine risale al 2006. Si tratta dell’operazione For a King che ha fotografato l’infiltrazione della ‘ndrangheta di Africo all’interno dell’Ortomercato di Milano e i rapporti con l’attuale consigliere regionale del Nuovo centrodestra Alessandro Colucci (mai indagato).
Occhio al passato
E così per capire il presente bisogna conoscere il passato. Dal passato arriva Giuseppe Ferraro alias il professore. Classe ’47 da Africo Nuovo, il professore oggi gestisce una lavanderia in via Amadeo.
Nel 1984 la squadra Mobile scrive come fosse “legato al fratello Santo Salvatore e ad altri pregiudicati calabresi in relazione a traffici illeciti, in particolare commercio di stupefacenti ed estorsioni”.
Recentemente il suo nome, mai iscritto nel registro degli indagati, è emerso nell’inchiesta dei carabinieri che ha portato in carcere l’ex assessore regionale Domenico Zambetti.
In particolare Ferraro viene allertato da Pino d’Agostino, altra eminenza grigia della cosca in riva al Naviglio, per procurare voti certi al candidato di riferimento. La contabilità degli affari malavitosi passa anche e soprattutto per le zone a sud di Milano.
Qui l’alto commissariato del crimine è rappresentato dagli uomini e dalle donne della cosca Barbaro-Papalia, il cui organico è tornato a ingrossarsi dopo che la maxi-inchiesta Parco sud è recentemente naufragata in Cassazione scagionando dall’accusa di mafia diversi personaggi. Su tutti: Salvatore Barbaro e Domenico Papalia, figlio del boss ergastolano Antonio Papalia.
Giovani leve sulle quali si accendono di nuovo i riflettori. E nonostante questo, attualmente equilibri, decisioni, affari sono in mano a due vecchi luogotenenti del clan. Il primo è Domenico Trimboli, detto Micu u Murruni, classe ’59 e una nobile parentela con il vecchio cda della ‘ndrangheta al nord rappresentato dalla famiglia Papalia. Il ruolo di primo piano di Trimboli emerge netto dall’indagine Rinnovamento, quando il reggente della cosca viene contattato dagli uomini del clan Libri, i quali chiedono un incontro.
Il 16 luglio 2013 l’appuntamento è fissato ai tavolini del bar Clayton di via Volta a Corsico. A Trimboli, che non risulta indagato, viene chiesto di appoggiare l’azione di protezione nei confronti di un imprenditore milanese minacciato da un gruppo di siciliani. Trimboli, definito “personaggio di spicco della criminalità organizzata calabrese”, viene scarcerato nel 2009 e subito decide di tornare nella sua residenza di via Milano a Corsico.
Nell’appartamento spesso alloggia Antonio Papalia, classe ’75, trafficante di droga, il quale, negli anni Novanta, aveva progettato di uccidere l’attuale procuratore aggiunto Alberto Nobili. Dopo Murruni, nel 2012 torna in libertà un altro pezzo da novanta. Si tratta di Rocco Barbaro, classe ’65, detto u Sparitu.
Come il primo anche lui sceglie una residenza milanese in via Lecco a Buccinasco. Attualmente non risulta indagato.
Le intercettazioni dell’indagine Platino ne tracciano la figura. Parla Agostino Catanzariti, reggente arrestato nel gennaio 2014 e recentemente condannato a 14 anni. Dice: “Lui è capo di tutti i capi (…) di quelli che fanno parte di queste parti”.
Per i carabinieri il senso è chiaro: Rocco Barbaro è l’attuale referente di tutta la ‘ndrangheta lombarda. E lo è “per regola”, visto che è figlio di Francesco Barbaro detto Ciccio u Castanu, classe 1927, “una delle figure più importanti di tutte le ‘ndrine platiote”.
Arriva anche Cosa nostra
Milano capitale di ‘ndrangheta, ma non solo.
Attualmente, infatti, diversi esponenti di Cosa nostra sono tornati in libertà o stanno per essere scarcerati.
Si tratta di nomi storici da sempre in affari con le ‘ndrine. Tra questi Antonino e Carlo Zacco, padre e figlio. Il primo soprannominato Nino il bello, negli anni Novanta viene coinvolto nell’inchiesta Duomo connection mentre in Sicilia lavora nella grande raffineria di Alcamo.
Da sempre è in contatto con la ‘ndrangheta a sud di Milano. Suo figlio Carlo, non indagato, viene citato nell’ultima indagine sui fratelli Martino. In particolare viene coinvolto dal clan nella vicenda della protezione da dare a un imprenditore sotto scacco da un gruppo di catanesi.
All’incontro Carlo Zacco, scrivono i carabinieri, si presenterà armato. In attesa di concludere una carcerazione trentennale è invece Antonino Guzzardi, broker della droga legato ai corleonesi Ciulla, in rapporto con i cartelli colombiani e in passato vicino a Pablo Escobar.
Giocano forte gli uomini d’oro del crimine alla milanese. Incrociano inchieste, ben attenti a non inciampare in reati penali. Liberi si muovano da fantasmi.
Nella Milano dell’Expo e dei quartieri popolari: dal Corvetto a Quarto Oggiaro, fortino dello spaccio svuotato dalle inchieste e oggi controllato da personaggi storici come Luigi Giametta e Francesco Giordano detto don Nicola.
Ultimi sopravvissuti dopo la mattanza dell’inverno 2013, quando Antonino Benfante ha sterminato il clan Tatone. Ben-fante lo chiamano Nino Palermo.
Testa criminale e una sola strategia: “Bacia le mani a chi le merita tagliate”. Benvenuti in città .
Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
OPERAZIONE IN CORSO: “CONTATTI CON POLITICI MILANESI E IMPRESE”
I Carabinieri stanno eseguendo in Lombardia e Calabria 13 arresti, su richiesta della Procura distrettuale antimafia di Milano, nei confronti di altrettanti indagati per associazione di tipo mafioso.
L’indagine è diretta dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini.
Gli arresti sono stati eseguiti nelle province di Milano, Como, Monza-Brianza, Vibo Valentia e Reggio Calabria.
I 13 indagati sono accusati di associazione di tipo mafioso, detenzione e porto abusivo di armi, intestazione fittizia di beni, reimpiego di denaro di provenienza illecita, abuso d’ufficio, favoreggiamento, minacce e danneggiamento mediante incendio.
Al centro delle indagini del Ros dei Carabinieri due gruppi della ‘ndrangheta radicati nel Comasco, con infiltrazioni nel tessuto economico lombardo.
Accertati, secondo le indagini, gli interessi delle cosche in speculazioni immobiliari e in subappalti di grandi opere connesse ad Expo 2015.
Gli arrestati avevano con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale e bancario da cui ottenevano vantaggi, notizie riservate e finanziamenti.
In particolare avevano rapporti con un agente di polizia penitenziaria, un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, un imprenditore immobiliare, attivo anche nel mondo bancario e con dei consiglieri comunali di comuni nel Milanese.
I particolari dell’operazione saranno resi noti in una conferenza stampa alle 11 negli uffici della Procura.
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Ottobre 14th, 2014 Riccardo Fucile
MISURE CAUTELARI ANCHE PER GLI IMPRENDITORE MALTAURO E IL MANAGER CASTELLOTTI
Antonio Acerbo, l’ex responsabile del Padiglione Italia di Expo è finito agli arresti domiciliari nell’ambito
dell’inchiesta dei pm di Milano Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio, insieme all’imprenditore Domenico Maltauro, il cugino di Enrico, e ad Andrea Castellotti, manager della società Tagliabue e facility manager Padiglione Italia Expo 2015 Spa.
Acerbo, 65 anni, direttore Construction del Padiglione Italia e commissario delegato di Expo 2015 per il progetto “Vie d’acqua”, era finito nel registro degli indagati per corruzione e turbativa d’asta.
Acerbo si era dimesso dalla carica di commissario delegato di Expo per le Vie d’acqua, restando però responsabile unico per la costruzione di Padiglione Italia fino al 2 ottobre quando si era autosospeso da tutti gli incarichi.
Nel mirino della Procura di Milano c’è appunto l’appalto delle “Vie d’acqua”, del valore di oltre 100 milioni di euro, alla Maltauro spa. Acerbo, all’epoca dei fatti presidente della commissione aggiudicatrice degli appalti sulla realizzazione dei canali, secondo l’accusa avrebbe favorito l’imprenditore.
”Maltauro trova un modo per far arrivare delle utilità economiche ad Acerbo”, ipotizzano i pm Gittardi e D’Alessio, collocando il reato tra il 2012 e il 10 luglio 2013.
L’aggiudicazione dell’appalto (La società Tagliabue faceva parte della cordata che aveva la gara) sarebbe avvenuta in base al criterio dell’offerta più conveniente e, secondo l’accusa, in cambio di mazzette.
Viene contestata anche una consulenza per il figlio di Acerbo per un valore di 30mila euro. Agli atti dell’inchiesta ci sarebbe, da quanto si è saputo, anche la confessione dell’ad della società Tagliabue spa, Giuseppe Asti.
L’ad, indagato e interrogato, avrebbe parlato della promessa di una consulenza da assegnare al figlio di Acerbo.
In un’intercettazione Maltauro si vantava della sua conoscenza trentennale con Acerbo e anche in relazione all’appalto per le architetture di servizi, vinto sempre dalla Maltauro e al centro della prima inchiesta.
L’imprenditore avrebbe cercato in un primo tempo di sfruttare i suoi contatti con Acerbo. Poi, però, si sarebbe rivolto all’ex Dc Gianstefano Frigerio che sarebbe intervenuto su Angelo Paris, ex manager Expo finito in carcere a maggio.
“Non c’è nessuno che è più vecchio amico di me con Acerbo”, si vantava Maltauro lo scorso marzo in una riunione con Gianstefano Frigerio e Sergio Cattozzo. Nell’intercettazione ambientale, agli atti dell’indagine, Maltauro spiegava a Frigerio di avere un appuntamento con l’ex manager di Expo Angelo Paris e Acerbo.
Quando Frigerio gli dice che il commissario delegato “è un mio vecchio amico!” , l’imprenditore replica: “Ma io Acerbo, pensi che Acerbo.., non c’e nessuno che è più vecchio amico di me con Acerbo”.
Frigerio, ex parlamentare Dc, poi fa notare che “è un vecchio democristiano“, mentre Maltauro ricorda:”Sì ma lui lavorava in Montedison, da ragazzo (…) e io l’ho conosciuto… Ho fatto un lavoro per Montedison dove lui era Direttore dei Lavori… e abbiamo avuto un grande successo… lui ha fatto anche un po’ di carriera attraverso ‘sto lavoro nell ’82…”. E riferendosi alla nomina di Acerbo come dg del Comune di Milano datata luglio 2010 durante la giunta Moratti, Frigerio aggiunge: “Il city manager del Comune di Milano … è uno bravo uno serio… eh”.
La Procura di Milano ha chiesto rito immediato per Frigerio, Greganti e Grillo. L’indagine su Acerbo era nata proprio da intercettazioni e accertamenti svolti in seguito ai risultati di un primo filone che a maggio aveva portato in carcere il costruttore vicentino Enrico Maltauro, uscito dall’azionariato della società , per cui il gip di Milano Fabio Antezza ha respinto l’arresto.
Proprio ieri la Procura di Milano ha chiesto il processo con rito immediato per Gianstefano Frigerio e Primo Greganti, e l’ex senatore Pdl Luigi Grillo, indagati con l’accusa di aver turbato le gare d’appalto dell’Esposizione universale, di Sogin e della sanità lombarda in cambio di tangenti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 17th, 2014 Riccardo Fucile
NEL MIRINO GLI APPALTI SULLE “VIE D’ACQUA”…SOTTO INCHIESTA IL DIRETTORE DEL PADIGLIONE ITALIA
Un nuovo filone d’inchiesta per corruzione piomba su Expo2015 a otto mesi dall’inaugurazione dell’evento. 
La Guardia di finanza di Milano, nell’ambito dell’inchiesta dei pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio, ha effettuato perquisizioni a carico di Antonio Acerbo, 65 anni, direttore Construction del Padiglione Italia e commissario delegato di Expo 2015 in relazione al progetto “Vie d’acqua”, ora indagato per corruzione e turbativa d’asta. Reati, secondo l’accusa, commessi a Milano “fino al 10 luglio 2013″.
L’inchiesta nasce da alcune intercettazioni e dalle dichiarazioni di Enrico Maltauro, imprenditore vicentino finito in carcere lo scorso maggio nel primo filone dell’inchiesta con al centro appalti per l’Esposizione Universale.
Secondo le indagini della Procura di Milano, i lavori per il progetto “Vie d’acqua”del valore di oltre 100 milioni di euro sarebbero stati aggiudicati alla Maltauro spa in cambio di tangenti. Antonio Acerbo, all’epoca dei fatti presidente della commissione aggiudicatrice degli appalti sulle Vie d’acqua legati a Expo, un affare da 100 milioni di euro, avrebbe favorito l’imprenditore.
Il ruolo di Antonio Acerbo in Padiglione Italia “può essere un problema”, commenta il presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone.
“Negli ultimi incontri con Diana Bracco (presidente di Expo2015) il rappresentante tecnico per Padiglione Italia è sempre stato l’ingegner Acerbo e questo può essere un problema. Domani vedrò la Bracco a Milano”.
Cantone, che ha ricevuto dal governo più ampi poteri d’intervento proprio in seguito alla prima “puntata” dello scandalo Expo e all’inchiesta Mose, ha aggiunto: “Voglio capire bene la vicenda. Nei prossimi giorni vedrò il procuratore della Repubblica di Milano”.
Cantone ha specificato che al momento ci sono solo notizie di stampa ed è prematuro ipotizzare commissariamenti: “Serve almeno una valutazione di un giudice con una ordinanza cautelare o una richiesta di rinvio. Allo stato mi sembra difficile procedere, ma voglio capire bene la vicenda”.
Acerbo è stato direttore generale del Comune di Milano con la giunta Moratti.
Le fiamme gialle hanno chiesto “l’esibizione degli atti e dei documenti” nelle sedi di Expo e di Metropolitana Milanese.
L’indagine è una tranche dell’inchiesta che lo scorso maggio ha portato agli arresti, tra gli altri, di Gianstefano Frigerio, Luigi Grillo e Primo Greganti. Inchiesta relativa ad una serie di irregolarità negli appalti di Expo, Sogim e della sanità lombarda e che avrebbe accertato la presenza della cosiddetta ”cupola degli appalti”.
Ma ci sono altri indagati: da quanto apprende l’Ansa la sezione di polizia giudiziaria della Finanza sta effettuando anche altre perquisizioni a carico di persone ritenute ”strumenti” e intermediari della presunta corruzione.
L’appalto sulle Vie d’acqua — un progetto di canali fortemente contestato da comitati locali e via via ridimensionato rispetto alll’idea iniziale — è stato vinto dalla Maltauro spa e da altre tre società in associazione temporanea di imprese (Ati).
L’aggiudicazione è avenuta in base al criterio dell’offerta più conveniente e, secondo i pm, in cambio di mazzette.
Da quanto emerge, in un’intercettazione Maltauro si vantava della sua conoscenza trentennale con Acerbo e anche in relazione all’appalto per le architetture di servizi, vinto sempre dalla Maltauro e al centro della prima inchiesta.
L’imprenditore avrebbe cercato in un primo tempo di sfruttare i suoi contatti con Acerbo. Poi, però, si sarebbe rivolto all’ex Dc Gianstefano Frigerio che sarebbe intervenuto su Angelo Paris, ex manager Expo finito in carcere a maggio.
“Non c’è nessuno che è più vecchio amico di me con Acerbo”, si vantava lo scorso marzo in una riunione con Gianstefano Frigerio e Sergio Cattozzo.
Nell’intercettazione ambientale, agli atti dell’indagine, Maltauro spiega a Frigerio di avere un appuntamento con l’ex manager di Expo Angelo Paris (anche lui ai domiciliari) e Acerbo. Quando Frigerio gli dice che il commissario delegato “è un mio vecchio amico!” , l’imprenditore replica: “Ma io Acerbo, pensi che Acerbo.., non c’e nessuno che è più vecchio amico di me con Acerbo”.
Frigerio, ex parlamentare Dc, poi fa notare che “è un vecchio democristiano“, mentre Maltauro ricorda:”Sì ma lui lavorava in Montedison, da ragazzo (…) e io l’ho conosciuto… Ho fatto un lavoro per Montedison dove lui era Direttore dei Lavori… e abbiamo avuto un grande successo… lui ha fatto anche un pò di carriera attraverso ‘sto lavoro nell ’82…”.
E riferendosi alla nomina di Acerbo come dg del Comune di Milano datata luglio 2010 durante la giunta Moratti, Frigerio aggiunge: “Il city manager del Comune di Milano … è uno bravo uno serio… eh”.
Le nuove perquisizioni riaprono il caso politico su Expo e ripropongono il dilemma tra controlli antimazzette e necessità di correre contro il tempo per terminare i lavori: “Le indagini facciano il loro corso, ma contemporaneamente abbiamo messo in essere tutti gli strumenti perchè gli obiettivi che a noi interessano, cioè quello di realizzare le opere e di farlo nei tempi certi possa accadere”, è il commento del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi.
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Settembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA: “FILE DELL’OFFERTA MODIFICATO DOPO LA SCADENZA, VINCE UNA SOCIETA’ DELLA FAMIGLIA MARZOTTO, LEGATA AL MINISTRO DIANA BRACCO”….E A FARINETTI UN INTERO PADIGLIONE SENZA GARA
Quanti dolori per il cibo, nell’Expo sul cibo. 
Il tema dell’esposizione universale 2015 a Milano, si sa, è “Nutrire il pianeta, energia per la vita”.
Ma proprio la gara per gestire la ristorazione in tutta l’area è andata già due volte deserta.
E quella per la ristorazione nel padiglione Italia è bloccata da un ricorso al Tar.
“Ho partecipato a quattro Expo in giro per il mondo, ma sono stato buttato fuori proprio da quella che si tiene in Italia, a Milano. Ritengo che la gara non sia stata regolare. Per questo ho fatto ricorso e ho mandato una lettera a Raffaele Cantone, il presidente dell’Autorità anti-corruzione: c’è qualcosa che non va nella gara per la ristorazione al padiglione Italia”.
Piero Sassone nasce chef e diventa organizzatore e manager del cibo.
Ha un ristorante a Saluzzo, “Le quattro stagioni d’Italia”, e il suo Icif (Italian Culinary Institute for Foreigners) forma i migliori cuochi del Paese.
Collabora con 126 ristoranti stellati in Italia. Ha il quartier generale nel castello di Costigliole d’Asti, tra le Langhe e il Monferrato, ha sedi a Shanghai e in Brasile e uffici di rappresentanza in 24 Paesi nel mondo.
Ha gestito la ristorazione del Padiglione Italia alle Expo di Aichi 2005 (Giappone), Saragozza 2008 (Spagna), Shanghai 2010 (Cina), Yeosu 2012 (Corea del Sud).“Abbiamo partecipato anche alla gara per l’Expo di Milano 2015: con un progetto che coinvolgeva dodici ristoranti stellati e sette chef internazionali. Ma siamo arrivati secondi. Battuti da Peck”, racconta Sassone.
“A gara ancora aperta, il responsabile per l’Italia della San Pellegrino, Clement Vachon, ha telefonato alla nostra responsabile marketing per parlarle dell’eventuale fornitura dell’acqua minerale. Nel discorso, le ha detto che eravamo rimasti in due in gara. Come faceva a saperlo? Ma non basta: le sedute della commissione giudicatrice non sono state trasparenti e pubbliche, come invece prevedeva il bando, ed è stato reso noto un solo verbale, mentre le sedute sono state tre. E poi il file dell’offerta economica di Peck risulta modificato l’ultima volta il 3 aprile 2014 alle ore 17.37, quando il termine per la presentazione delle offerte era il 25 marzo e le buste sono state aperte dalla commissione alle 16.30 del 2 aprile”.
Ora saranno il Tar e l’Autorità anti-corruzione di Cantone ad analizzare la vicenda e a stabilire se questa è solo una manovra di disturbo di una cordata di imprenditori regolarmente sconfitti in una gara.
Ma intanto Sassone protesta. “A noi, che lavoriamo da 23 anni con esperienza internazionale , che abbiamo partecipato anche alle Olimpiadi invernali di Sochi, la commissione ha attribuito per il curriculum 21 punti. Ne hanno dati 20 a Peck, che non ha la nostra esperienza e fa gastronomia, non ristorazione. Il nostro progetto prevedeva 37 addetti, quello di Peck soltanto quattro. Il fatto è che Peck è controllato dalla famiglia Marzotto, che ha rapporti stretti con Diana Bracco, presidente di Expo 2015 e commissario del padiglione Italia”.
Quest’ultimo ha una sua gestione autonoma, rispetto alla società Expo 2015 spa di Giuseppe Sala che cura il resto dell’esposizione.
“Abbiamo partecipato in cinque, tra cui Gualtiero Marchesi. Dopo la proclamazione del vincitore, ci ha contattato più volte Lamberto Vallarino Gancia, commissario del padiglione Italia, che ha tentato di convincerci a non fare ricorso. Prima promettendo che ci avrebbe coinvolto in serate ed eventi presso il padiglione Italia durante i sei mesi di Expo, poi minacciando che, se fossimo andati avanti, avremmo avuto serie ripercussioni sotto il profilo delle relazioni commerciali”.
Se al padiglione Italia si mangerà Peck (salvo colpi di scena), nel resto dell’Expo sul cibo c’è il rischio di restare digiuni.
“Le due gare sono andate deserte. Così non sappiamo ancora chi gestirà i 120 punti vendita, tra chioschi, fast food, self service e ristoranti, che dovrebbero essere aperti dentro l’Expo. Nessuno ha partecipato: per forza”, spiega Sassone, “le condizioni imposte per la gara sono antieconomiche, non convenienti per un imprenditore. Io ho l’impressione che lo facciano apposta: mettono condizioni non sostenibili perchè le gare vadano deserte, così poi hanno la scusa per andare a trattativa diretta e decidere come vogliono loro. È un peccato, la meritocrazia non è più un valore in questo Paese. Chi si è fatto una grande esperienza in giro per il mondo non è messo in condizione di lavorare in Italia. Intanto a Eataly di Oscar Farinetti è stato dato un intero padiglione senza gara: ma vi pare possibile?” si chiede Sassone.
“Cantone e il Bureau International des Expositions non hanno niente da eccepire?”
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano”)
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