Novembre 30th, 2012 Riccardo Fucile
CON 100.000 EURO SI PAGA FINO A MILLE… MALATTIE GRAVI, MINI CONTRIBUTO
Una spallata dopo l’altra al servizio sanitario pubblico, fino a farlo vacillare.
Le manovre e i tagli si abbattono sulla sanità ormai con cadenza annuale: una botta da quasi 2 miliardi nel 2011, poi da 4 quest’anno e alla fine, nel 2014, addirittura da 11 e mezzo.
La stagione delle riduzioni è iniziata con il governo Berlusconi ed è proseguita con quello Monti.
Se il presidente del consiglio ha espresso dubbi sulla sostenibilità del sistema, una recente ricerca del gruppo Ambrosetti parla chiaramente di un futuro default provocato dall’impennarsi della spesa sanitaria.
E chissà se riusciranno a tenere in piedi il sistema le «nuove forme di finanziamento » auspicate sempre da Monti.
Il punto di partenza dovrebbero essere la franchigia voluta dal ministro alla salute Renato Balduzzi, per far pagare ai cittadini le spese sanitarie in base al loro reddito.
SEI MANOVRE IN 5 ANNI.
Da tempo ormai le Regioni vedono il fondo nazionale crescere meno della spesa, che ogni anno cresce di circa il 3%.
Così si crea uno sbilancio, che deve essere coperto dalle regioni in deficit con interventi straordinari. Secondo lo studio Meridiano sanità di “The european house Ambrosetti”, presentato un paio di settimane fa, la sanità pubblica tra il 2010 e il 2014 ha subito tagli per 26 miliardi, che salirebbero a 30 se si considera anche il 2015.
Sono sei le manovre che hanno colpito la sanità negli ultimi cinque anni.
Quattro portano la firma dell’esecutivo Berlusconi-Tremonti.
Tra queste quella che alla fine dell’estate del 2011 ha introdotto un nuovo ticket sull’attività diagnostica e specialistica.
Non è stato risparmiato nessun anno: — 0,6 miliardi nel 2010, — 1,7 nel 2011, — 2,9 nel 2012, — 6 nel 2013, — 8,5 nel 2013.
Le altre due manovre sono del governo Monti, una è la cosiddetta “spending review”, l’altra la recente legge di stabilità . Insieme hanno tagliato 0,9 miliardi nel 2012, 2,4 nel 2013, 3 nel 2014. Riduzioni che si aggiungono a quelle disposte dal governo precedente.
LE REGIONI, I TICKET.
Il primo effetto delle manovre è quello di obbligare le Regioni a rivedere i servizi sanitari. Negli ultimi anni a Roma si è proceduto sempre nello stesso modo, cioè tagliando il fondo sanitario nazionale e indicando alle amministrazioni locali su cosa intervenire per recuperare i soldi: riduzione dei posti letto e dei piccoli ospedali, taglio dei prezzi corrisposti ai fornitori e ai privati convenzionati, ticket su determinate prestazioni. Stabilire dove devono agire le Regioni finisce per penalizzare quelle che funzionano meglio e magari hanno già fatto alcuni interventi.
Chi ad esempio ha già tagliato i posti letto non riuscirà a recuperare soldi da quella operazione.
Il tutto in un sistema che parte, secondo alcune Regioni, già come sotto finanziato rispetto a quello di altri paesi. La spesa sanitaria pro capite in Italia (2.282 euro nel 2010) è più bassa rispetto a quella di Francia (3.058) o la Germania (3.337).
IL RISCHIO DEFAULT.
Monti ha parlato di un sistema che avrà difficoltà a resistere.
I ricercatori di Ambrosetti, nella pubblicazione “Meridiano sanità ”, si sono spinti oltre. Hanno infatti ipotizzato che entro il 2050, cioè in meno di 40 anni, la spesa sanitaria italiana sarà più che raddoppiata, e salirà a 260 miliardi di euro.
Le cause principali sono legate all’aumento della popolazione anziana e quindi alla maggiore diffusione di malattie croniche.
Passerà così dall’essere circa il 7% del Pil al 10%.
Senza correre troppo verso il futuro, già oggi il sistema ha difficoltà a restare in equilibrio.
La Ragioneria dello Stato ha fatto una previsione che tiene conto del rapporto tra la spesa sanitaria pubblica e il fondo sanitario, ridotto a causa delle manovre e attestato intorno ai 107 miliardi di euro.
Si ipotizza che il deficit per quest’anno superi i 12 miliardi, quello del prossimo anno i 15 e quello del 2014 addirittura i 18. Si tratta di stime inquietanti, moto distanti dai deficit di 6-7miliardi registrati fino al 2011.
QUANTO PAGHEREMO.
Le parole di ieri del presidente del consiglio molto probabilmente sono anche da mettere in relazione con il progetto del ministro alla salute Renato Balduzzi di una nuova forma di compartecipazione dei cittadini.
Si basa su una franchigia, che sarebbe del 3 per mille. Per chi guadagna, ad esempio, 20mila euro sarebbe di 60 euro, o di 300 per chi ne guadagna 100mila all’anno.
Il cittadino pagherebbe le prestazioni sanitarie con tariffe simili a quelle dei ticket fino a raggiungere la franchigia. Se si rivolgerà di nuovo al sistema sanitario non avrà spese. Potrebbe non bastare.
Al ministero temono che qualcuno, una volta raggiunto il proprio limite massimo di spesa, possa richiedere prestazioni, a quel punto gratuite, che non servono e quindi generare comunque una spesa inutile.
Per questo si pensa ad un ticket per far contribuire chi fa visite o esami inappropriati, cioè che non gli servono.
Il sistema della franchigia, però, è pensato evitare l’entrata in vigore nel 2014 di un nuovo ticket, 2 miliardi in tutto, voluto dal governo Berlusconi-Tremonti.
Da solo quindi non basterebbe ad affrontare la crisi di finanziamento del sistema sanitario, che poggia su cifre ben superiori.
Saranno necessari ancora grossi interventi di risparmio delle Regioni, da cui i servizi sanitari rischiano di riuscire ridimensionati.
E magari sarà necessario aumentare le persone con un’assicurazione sanitaria, che al momento nel nostro paese sono 11 milioni.
Michele Bocci
(da “La Repubblica“)
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Novembre 16th, 2012 Riccardo Fucile
IL PREMIER NON ESCLUDE PIU’ DI CANDIDARSI PER IL 2013
In viaggio “Verso la terza Repubblica”, ma per portare fin lì Mario Monti e riaffidare a lui la
guida del governo, versione 2013. Montezemolo e il ministro Riccardi, il leader Cisl Bonanni e il presidente delle Acli Olivero, il presidente della Provincia di Trento Lorenzo Dellai.
E con loro, in rampa di lancio, tutta una galassia dall’imprinting smaccatamente, volutamente cattolico.
Dopo tante chiacchiere partono per davvero: domani a Roma la convention che trasformerà il movimento in partito, “Italia civica” il nome ipotizzato.
Il presidente del Consiglio se ne terrà per ora lontano, ma solo fisicamente.
Il cantiere è tenuto adesso sotto stretta osservazione da Palazzo Chigi.
Lo scenario è mutato, il Professore guarda con interesse nuovo alla prospettiva di un proseguimento dell’esperienza di governo, non più da tecnico.
E il contenitore che prenderà corpo nelle prossime ore appare costruito su misura. Dal premier i promotori non si attendono certo outing, se non un minuto dopo la chiusura del mandato governativo.
Il Professore non si prepara certo a candidarsi semplicemente per un seggio in Parlamento, spiega chi gli ha parlato in questi giorni: il suo titolo di senatore a vita gli risparmia questo passaggio.
Ma lo scioglimento della riserva equivarrà ad accettare il ruolo di capo politico di una “lista per Monti”.
E dunque di candidato premier.
La nuova creatura politica sarà cosa diversa e distinta dalla “Lista per l’Italia” di Fini e Casini, pur convergenti sull’obiettivo finale, ed è funzionale alla mission.
Molti segnali del resto convergono da giorni in quella direzione.
Una decisione definitiva non è stata ancora adottata, ma adesso Monti ha iniziato concretamente a valutare la possibilità di un intervento più diretto in politica non più dopo, ma prima del voto.
La scorsa settimana il Professore ha tenuto una riunione ristretta. Qualcosa di più di un incontro conviviale, alla luce di un passaggio che sarebbe delicato sotto il profilo personale, prima ancora che professionale.
Il fatto è che a quel passaggio – raccontano – Monti si sente ormai condotto, al di là della sua volontà iniziale.
Il presidente Barack Obama, appena confermato alla Casa Bianca, gli avrebbe espressamente chiesto di accettare la sfida, quando pochi giorni fa si sono sentiti in occasione del colloquio per le congratulazioni.
Non da ora l’amministrazione di Washington considera strategica per l’intero scacchiere europeo la permanenza in carica del premier italiano.
Tra Palazzo Chigi e l’ambasciata americana a Roma guidata da David Thorne il filo è diretto e costante. Ma non è stata meno insistente, negli ultimi mesi, la moral suasion che la cancelliera tedesca Angela Merkel avrebbe condotto sul collega.
In Italia – a fronte delle ostilità “antimonti” ostentate dal Pdl berlusconiano e da un Pd bersaniano che sogna di conquistare la premiership – la conferma dell’ex presidente della Bocconi gode del placet dei Palazzi Apostolici.
La lista pro Monti che prenderà il largo domani, sulla scia di Todi e cantieri cattolici vari, raccoglierà di certo, a quanto raccontano nella Curia romana, il consenso della Segreteria di Stato guidata da Bertone.
Ecco, rispetto a una platea così affollata e pressante, Monti avrebbe giudicato non “morale” limitarsi ad aspettare di essere chiamato da riserva della Repubblica dopo il voto, alla luce della impossibilità eventuale di dar vita a un esecutivo politico.
Non basta dare solo il “placet” alla Lista Riccardi-Montezemolo.
Nel suo atteso intervento, proprio il fondatore di “ItaliaFutura” domani farà un chiaro richiamo alla necessità che l’agenda Monti abbia un più ampio respiro nei prossimi cinque anni.
Ma saranno «elezioni dal valore storico e ho deciso di dare un contributo senza rivendicare ruoli» ha anticipato ieri.
Certo, il fatto che le conclusioni della convention saranno affidate al ministro Riccardi, tra i più vicini al premier, non è lasciato al caso.
Bonanni sederà in prima fila senza intervenire, per ora, ma solo per via delle vertenze ancora in corso tra la Cisl e Palazzo Chigi. Ma l’adesione è piena.
Nessun leader politico invitato, se non pochi e trasversali parlamentari cattolici di seconda fila. Casini e Fini, per intendersi, non ci saranno.
Le scintille non mancano.
«Non è che Olivero sale sul tetto di un macchina con Montezemolo e fa un partito – è sbottato il leader Udc – Non servono personalismi, uomini della provvidenza o restayling ma serietà ». Ultimo, ennesimo affondo.
Per non dire di Rosy Bindi, che l’ha bollata come una «operazione di vertice, un cavallo di Troia per Monti».
Un sondaggio della Swg per i Cristiano sociali attesta già di un 9,7 per cento tra i cattolici praticanti la lista Riccardi-Montezemolo- Bonanni pro Monti premier.
In platea, i pochi politici invitati (Tonini, Ceccanti, D’Ubaldo, Garofani del Pd, i capigruppo Udc D’Alia e Galletti, la Destro e Rossi già con Montezemolo, la finiana Bongiorno) saranno nelle retrovie e sparsi.
Porte chiuse o quasi per i tanti pidiellini che da giorni pressano per un invito.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Novembre 13th, 2012 Riccardo Fucile
“E’ UNA GUERRA, GIUSTO ESSERE DURI”…CORRUZIONE ED EVASIONE I NEMICI DA SCONFIGGERE …IL PREMIER OTTIMISTA SUI CONTI PUBBLICI
“Le misure e gli interventi contro la corruzione fanno pensare a una guerra, e in realta lo è.
Non possiamo avere una società civile senza un abbattimento dell’evasione fiscale. Lo stesso vale per la lotta alla corruzione”.
Dal forum organizzato a Milano dal Financial Times, Mario Monti ripercorre le tappe salienti di un anno di governo e rivendica le misure “per combattere l’evasione fiscale, come il redditometro, il tetto ai pagamenti in contanti”.
E a proposito della lotta alla corruzione, il presidente del Consiglio dà atto della “determinazione e abilità del ministro della Giustizia, grazie alle quali abbiamo introdotto misure che per la prima volta combatteranno la corruzione secondo standard giudicati soddisfacenti da vari enti europei”.
Il nodo del debito pubblico.
Quanto al debito pubblico italiano, pari al 120 per cento del Pil, il premier ha spiegato che “è cresciuto meno rispetto alla media europea durante la crisi”.
Le riforme varate nell’ultimo anno “hanno migliorato le prospettive di crescita, ma non ancora i dati”.
Del resto, il nostro Paese un anno fa versava in condizioni economiche al limite del default: “Se un anno fa l’Italia fosse affondata avrebbe trascinato con sè anche l’euro”. Per Monti “la crescita può tornare non appena sarà risolta la crisi della zona euro. L’Italia non ha grandi squilibri a parte il rapporto fra debito e Pil”.
E prevede che “il debito italiano comincerà a declinare dal 2014”, anche grazie a un programma di privatizzazione e di vendite di immobili.
“Siamo solo all’inizio del lavoro – ha aggiunto il capo del governo – ma spero che possiamo dire un anno dopo avere iniziato che ora l’Italia ha fatto molto per creare meccanismi di stabilizzazione a livello europeo, di cui non ha ancora chiesto di poter usurfruire. Nella strada che stiamo facendo potrebbero esserci delle sorprese”.
Costi della politica.
Monti ha riconosciuto che “la società italiana ha mostrato un’importante abilità a capire e a fare grandi sacrifici per il suo futuro. Finora non ci sono state in Italia grandi manifestazioni di scontento che abbiamo visto invece in altri Paesi di recente”. Ma la richiesta della piazza di ridurre anche i costi della politica è forte e non può essere elusa: “Abbiamo ridotto i costi della pubblica amministrazione e della politica”. A questo proposito, il capo del governo ha citato la riduzione del numero delle Province: “Tra le città che non sono più capoluogo c’è anche Varese, il mio luogo d’origine”.
Ovviamente “per i cittadini niente è abbastanza. Hanno ragione, anche se dobbiamo essere molto duri non dobbiamo diventare populisti”.
Pensioni e patrimoniale.
Tra le misure messe in atto per tagliare la spesa pubblica, Monti cita la riforma delle pensioni dello scorso anno che “porta risparmi altissimi” all’Italia, per 7,6 miliardi di euro nel 2014, “che diventeranno 22 miliardi nel 2020”.
Il sistema pensionistico è stato “stabilizzato” rendendolo “interamente dipendente dai contributi” con l’innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile, “e presto a 67”, e indicizzando le pensioni alla durata media della vita.
Quanto alla possibilità di introdurre una tassa patrimoniale, il premier ha risposto positivamente: “Il governo sta studiando una patrimoniale “generalizzata” ma “non sarà introdotta nottetempo, ci sono passi che stiamo verificando e non dovrà incentivare la fuga dei capitali”.
Di nuovo premier? No.
Il professore, poi, ha riconfermato il suo rifiuto ad accettare una nuova candidatura alla guida del governo del paese.
A una domanda nel corso del summi del vice direttore del Financial Times se vorrebbe o se gli piacerebbe rimanere premier, risponde con un secco “No”.
Grillo e gli euroscettici.
A chi gli chiedeva se Grillo e il suo movimento rappresentassero una reazione populista contro l’euro, Monti ha replicato: “Non so se questo sia il suo obiettivo ma quel che dice sembra raccogliere consensi e questo è parte della democrazia”.
Tuttavia il comico genovese, precisa il capo dell’esecutivo, non è l’unico ad attaccare le politiche economiche dell’Ue: “Questo signore ha in molti casi parlato contro le misure stringenti che l’Europa impone. Ma altre parti politiche italiane hanno fatto lo stesso”.
E sarebbero stati proprio gli “euroscettici” che siedono in Parlamento a mettere in a rischio il governo: “In alcuni giorni abbiamo avuto difficoltà , sono stato anche accusato di essere un servo sottomesso della cancelliera Merkel”.
Una crisi di governo, ha messo in guardia, “avrebbe significato abbandonare il Fiscal compact, aumentare il deficit e il debito”.
(da “la Repubblica”)
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Novembre 12th, 2012 Riccardo Fucile
IL GRADIMENTO PER IL GOVERNO E’ PIU’ BASSO: 4 ITALIANI SU 10 SONO DELUSI
Tra qualche giorno il governo presieduto da Mario Monti compirà un anno. 
Si è trattato di un’esperienza inconsueta nella tradizione politica del nostro Paese: un esecutivo «tecnico», quindi non espressione del voto popolare e, per questo, sorretto da una «strana» maggioranza, costituita da partiti sino a poco fa schierati l’uno contro l’altro (e già oggi, in vista delle elezioni, su posizioni antitetiche).
Qual è il giudizio degli italiani sull’esperienza di questi 12 mesi e quello sul presidente del Consiglio in particolare?
La figura di Mario Monti come persona è apprezzata da una parte consistente della popolazione.
Se si domanda di esprimere un voto da uno a dieci, come a scuola, più del 46% dichiara un giudizio sufficiente o più.
È vero che una percentuale ancora maggiore (53%) dà invece un responso negativo, ma è vero anche che raramente si è visto in passato un presidente del Consiglio che, pur avendo chiesto così tanti tagli e rinunce al Paese, abbia ottenuto una quota di consensi di questa misura.
Risultano più favorevoli a Monti i più giovani (51% di giudizi positivi), i laureati (56%) e gli elettori di centrosinistra (58%).
La valutazione risente dunque di una polarizzazione politica che vede i votanti per il Pd più decisamente schierati a favore del presidente del Consiglio e quelli del Pdl più avversi: anche tra questi ultimi, comunque, il 43% (contro il 57% di contrari) manifesta un voto sufficiente.
Ma il quadro cambia se dalla valutazione per la figura di Monti si passa a quella sull’operato del governo nel suo insieme.
In questo caso, infatti, i pareri positivi si diradano, pur restando relativamente consistenti, e superano di poco il 40%.
Non solo: quest’ultimo dato è rilevato domandando una valutazione sul «governo Monti».
Se si richiede un parere sul governo in quanto tale, senza citare il nome del presidente, i consensi scendono al 33%.
L’immagine di Monti risulta quindi un elemento importante per il consenso, mentre i giudizi sull’operato dell’esecutivo sono più critici.
Secondo molti osservatori, questa circostanza è inevitabile, alla luce della politica di rigore che ha connotato l’azione di governo: considerando quest’ultima, un consenso del 30-40% appare già un risultato straordinario.
Tutto ciò spiega l’atteggiamento degli italiani nel tracciare il bilancio complessivo di questi mesi. Che è, tutto sommato, positivo.
È vero che solo il 3% dichiara che il governo ha operato in maniera «eccellente».
Ma un altro 34% giudica la sua azione «abbastanza bene».
E la maggioranza relativa (41%) lo descrive come «un po’ deludente rispetto alle aspettative».
Che nel novembre dell’anno scorso erano effettivamente molte.
C’è però più di un italiano su cinque (21%) che condanna nettamente l’esecutivo, sostenendo che, in quest’anno di vita, «ha operato molto male». Ancora una volta, appaiono più favorevoli i giovani e i laureati, i residenti al Nord e gli elettori del centrosinistra.
Nel complesso, dunque, i cittadini sembrano apparire relativamente comprensivi verso l’esecutivo.
Più del 20% dichiara che «più di così era impossibile fare».
E un altro 14% sostiene addirittura che il governo «ha fatto più di quanto mi aspettassi».
Ma, come si è visto, la maggioranza relativa (42%) esprime un po’ di disincanto.
E il 20% sostiene che l’esecutivo «ha fatto poco e male».
Non sorprende che solo un terzo degli italiani promuova nettamente un esecutivo che è stato così severo.
E la quota (circa un quinto) di chi lo condanna risulta inferiore a quanto molti ritenevano.
La percentuale maggiore degli intervistati (40%), senza esprimere un giudizio completamente positivo o negativo, si dichiara solo «un po’ delusa».
Renato Mannheimer
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 12th, 2012 Riccardo Fucile
OLTRE A MISURE INCISIVE E SGRADITE, MONTI HA PROVATO A TRASMETTERE UN NUOVO SENSO DELLO STATO
Gli abitanti del Palazzo lo capirono sin dal primo giorno: Mario Monti arrivava da un altro mondo.
Era il 17 di novembre di un anno or sono, tra i velluti scarlatti di Palazzo Madama, il professore fece il primo discorso parlamentare della sua vita e i senatori lo applaudirono col contagocce.
Lui fece intuire quel che sarebbe accaduto nei mesi successivi con una frase allusiva, ignorata dai media: è arrivata l’ora – disse – di rinsaldare quel «senso dello Stato, che evita la degenerazione del senso di famiglia in familismo, dell’appartenenza alla comunità in localismo, del senso di partito in partitismo».
Sembrò una di quelle frasi barocche che i leader democristiani elargivano per coprire il loro sottogoverno, ma lì dentro c’era un programma di legislatura.
E così è stato.
In un anno il governo guidato dall’algido Professore è riuscito a imporre misure incisive e sgradite: le pensioni in età più avanzata e col sistema contributivo per tutti; una robusta patrimoniale-immobiliare; una approfondita revisione della spesa pubblica; una lotta all’evasione fiscale supportata da blitz plateali-esemplari.
Ha indotto le èlites di tutto il mondo a ricredersi sulla governabilità degli italiani; ha provato a disboscare i parassiti che da anni paralizzano la crescita, anche se finora senza inversioni di tendenza; ha imposto al mondo politico una «rieducazione» lessicale e di stile, ma anche una piccola rivoluzione comunicativa.
Capovolta, a guardar bene, rispetto all’impressione iniziale: oramai Monti esterna con una frequenza che lo ha reso il premier più loquace nella storia della Repubblica.
Una bulimia comunicativa – accompagnata da movenze ed eloquio di scuola gesuitica – che il Professore si è imposto, per supportare la mission che compendia tutte le altre: «Spero di cambiare il modo di vivere degli italiani», ha detto in febbraio al «Time».
Una vocazione pedagogica che distingue Monti dai professori che lo hanno preceduto: Fanfani, Amato e Prodi volevano «educare» il mondo politico, lui la società civile.
L’avventura del governo aveva avuto inizio il 9 novembre, forse il giorno più difficile nella storia della Seconda Repubblica: per la prima volta era andata in frantumi la soglia dei 500 punti per lo spread, schizzato a quota 574.
Quella sera Giorgio Napolitano aveva telefonato a Monti, gli aveva annunciato la sua intenzione di nominarlo senatore a vita, gli aveva fatto capire che la sorte del governo Berlusconi era segnata.
Tre giorni dopo il Cavaliere si dimette.
Da quel momento il governo è «costretto» a mietere record: l’esecutivo si forma in pochissimi giorni (tre), la prima fiducia al Senato è la più larga nella storia della Repubblica (il 91,8% di sì), la squadra è all’osso (17 ministri), appena dodici giorni dopo la fiducia, il governo partorisce il decreto Salva-Italia, con l’Imu e la riforma delle pensioni. Il 20 gennaio il Cdm vara il decreto sulle liberalizzazioni e il 23 marzo è la volta della riforma del mercato del lavoro, osteggiata da Confindustria e Cgil.
Una raffica di provvedimenti, ma lo spread se ne frega: prima di Natale risfonda quota 500, si decongestiona, per poi tornare ad impennarsi ad aprile, non appena le banche europee smettono di acquistare titoli di Stato con i soldi quasi regalati dalla Bce.
Monti si rende definitivamente conto che una volta «fatti i compiti a casa», bisognerà farli fare anche ai tedeschi, convincendoli a trovare armi comuni per piegare gli speculatori.
E così dopo la «fase-1» del governo (dedicata al fronte interno), dalla primavera 2012 scatta la fase-2, quella dell’offensiva diplomatica in Europa. Soltanto gli storici troveranno le prove, se ci sono, delle «spintarelle» date da Obama, Merkel e Sarkozy per allontanare Berlusconi.
Ma una volta preso il potere, il Professore ha saputo farsi apprezzare dai principali leader (Obama in primis), ma anche dalla stampa internazionale, impegnata in una gara adulatoria: «Il leader più importante d’Europa» (Financial Times); «Ha cambiato la politica europea » (Economist); «Se Monti fosse francese…» (Figaro).
Eloquente era stato l’esordio: il 24 novembre nella prefettura di Strasburgo, Merkel e Sarkozy si erano dati appuntamento con l’unico scopo di legittimare davanti ai mercati il nuovo premier italiano e lui pensò bene di ricordare pubblicamente a francesi e tedeschi che proprio loro erano stati i primi a sfondare i parametri.
L’indomani sul «manifesto» il professor Alberto Asor Rosa scriveva: «Quando Monti è apparso per la prima volta in tv, mi sono sorpreso a pensare quanto fossero buffi il francese Sarkozy e la germanica Merkel di fronte alla eleganza dignitosa e riservata dell’italiano».
Anche grazie ad una task force diplomatica di prim’ordine (guidata dal ministro degli Affari Europei Enzo Moavero), sullo scudo anti-spread Monti smuove i tedeschi al vertice di fine giugno, anche se il sigillo lo metterà 70 giorni dopo, il Governatore della Bce Mario Draghi con la disponibilità ad acquisti illimitati di titoli di Stato.
Nel frattempo il premier inaugura la fase-3 del suo governo: quella del consolidamento.
Provvedimenti anti-casta (riduzione Province, legge anti-corruzione, presidente e direttore Rai, tagli ai costi della politica), ma anche la legge di stabilità .
L’idea di dare un segnale sul piano delle tasse (anche per l’infelice istruttoria dell’alta burocrazia, come nel caso-esodati) finisce male: «Il governo – come sostiene l’ex ministro Renato Brunetta, critico attento dell’esecutivo – aveva scritto un testo molto brutto, che in cambio di uno spruzzo di riduzione dell’Irpef, metteva le dita negli occhi di tutti. Io e Baretta, abbiamo dato una prova di maggioranza e ci siamo detti: la riscriviamo».
Ma l’ex presidente della Fuci, Giorgio Tonini, senatore Pd, per il «compleanno» del governo propone un consuntivo con argomenti originali: «Monti ha preso un Paese schiacciato sul passato (per gli interessi sul debito), con un patrimonio privato più alto dei tedeschi e un reddito più basso ed ha agito: l’Italia è passata dall’ultimo al secondo posto in Europa sulle tasse patrimoniali, ma soprattutto ha sfatato il mito, secondo il quale gli italiani sono incapaci di capire.
Era già capitato col referendum sulla scala mobile: gli italiani compresero che l’inflazione era peggio di 20.000 lire in più in tasca».
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Novembre 11th, 2012 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA ESCLUSIVA DEL PREMIER AL “CORRIERE DELLA SERA”
Non è che lei si sente un po’ solo in queste bellissime stanze di Palazzo Chigi?
«Solo? Non mi sento solo, e non unicamente perchè ho ministri molto leali e bravissimi, così come i collaboratori. Che intende dire? Che le sembro preoccupato?».
Solo da un punto di vista istituzionale. I partiti che dovrebbero sostenerla lo fanno con ambiguità . Scalpitano, recalcitrano.
«Un altro modo di vederla è che non è chiaro perchè dovrebbero sostenerci. Ma perchè mai dovrebbero sostenere questo governo? Il nostro lavoro produce per loro costi politici rilevanti di breve periodo. Che alla fine la responsabilità di certe decisioni sia nostra, mi pare ovvio.
Ma in passato chi sedeva in queste stanze a Palazzo Chigi aveva dietro di sè una forza politica, grande o piccola che fosse, alleata o meno con altre. Coloro che sono stati presidenti del Consiglio prima di me non dovevano guadagnarsi tutti i giorni il consenso. Io invece non ho un retroterra politico mio, eppure devo prendere decisioni che hanno una probabilità di trovare consenso più bassa rispetto a tante decisioni che prendevano coloro che pure erano più corazzati di me in termini di retroterra politico. Però perchè le sembro solo?».
Questa assenza di una sua forza politica propria alle spalle non le pare una ragione sufficiente?
«No. Non credo possa considerarsi solo uno che – per quello che possono valere i sondaggi – sembra avere un consenso superiore a quello di cui godono i partiti che lo sostengono in Parlamento. E quando incontro persone per la strada, mi sento dire quasi sempre: “Vada avanti!”. Qualcuno, ma è raro, è più esplicito sui sacrifici: “Vada avanti, ma ci tassate troppo!”. Altri hanno un tocco di comprensione sulla difficoltà del compito. Ricordo un tale che una volta, a Milano, mi ha apostrofato: “Eh! Aveva proprio ragione la sua mamma…”. Qualche mese prima, in televisione avevo detto che mia mamma usava dire spesso, quando ero ragazzo: “Alla larga dalla politica!”. Quel signore, che non avevo mai visto, se n’era ricordato, all’uscita da una messa affollata, nella totale incomprensione degli astanti. Io gli ho risposto: “Sì, sì. Aveva proprio ragione la mia mamma”. E lui: “Sempre dare ascolto alle mamme!”. (Ride) (…)
Un operaio che ha già subìto gli effetti del crollo dei subprime, di Lehman, poi la sfiducia degli investitori sul debito italiano capisce bene gli eccessi del mercato. Come fa a convincerlo che la via d’uscita dalla crisi sia ancora più mercato?
«È una critica comprensibile, anche perchè fatta sotto l’impatto di un grosso disagio personale. Ma la mia lettura è in parte diversa. La crisi non è dovuta agli eccessi del mercato, ma a un mercato dove la presenza della regolazione e della vigilanza è stata insufficiente.
Per questo credo in un’economia di mercato con pubblici poteri forti (…). Ciò permette di avere un’economia sociale di mercato, che riesca a contemperare la competitività e appunto la dimensione sociale.
È un tema su cui ho lavorato a lungo come commissario europeo a Bruxelles. (…) Quella per un’economia sociale di mercato è una lotta difficile per l’Europa nel mondo e ancor più lo è per un singolo Paese. Ma secondo me è la formula giusta alla quale mira l’Europa, spesso senza riuscire a realizzarla. Il Trattato di Lisbona parla di “un’economia sociale di mercato altamente competitiva”: nessuna di queste parole può venir meno.
Però sappiamo anche da Luigi Einaudi che se il sociale e il mercato sono mischiati malamente, si fa quello che lui chiamava il pasticcio di lepre.
In Italia lo si è fatto per decenni, con i prezzi politici e tante altre distorsioni. La mia linea di riformatore, prima come politico tra quattro virgolette a Bruxelles, ora tra due virgolette a Roma, è sempre stata la stessa: agire con gli strumenti istituzionali e legali a disposizione, e con la persuasione.
Non possiamo darci come solo obiettivo quello di realizzare gli otto passi avanti che si vorrebbero, ma che non sarebbero fattibili o preluderebbero a dei crolli. Meglio allora assicurare due o tre passi avanti che consentano dei miglioramenti». (…)
La accusano anche di essere troppo pedagogico, come se lei ritenesse che si tratti di istruire gli italiani e non di governare.
«La pedagogia è naturale in un professore, è l’unica arma che ho. E ho un obbligo di spiegare maggiore di altri.
In questo contano le ragioni soggettive: nessuno mi ha scelto, ma devo dire agli italiani che se sono qui è per far fare loro cose che non volevano fare e che tutti quelli che sono venuti prima hanno sostenuto si potessero evitare. In più sono questioni complicate, quindi cerco di spiegarle.
Fa parte della mia natura, malgrado qualche recente erosione, di parlare in modo calmo di cose brutte e magari anche drammatiche.
Uno degli aspetti che mi sono imposto di cambiare – in parte riuscendoci – è che io ero abituato a parlare davanti a un pubblico più limitato e spesso anglosassone, dove la battuta e l’ironia sono elementi essenziali.
Ma è molto rischioso: perchè è vero che il posto fisso è monotono, però sicuramente dirlo in quel modo è stato per me un bell’infortunio. Quindi adesso cerco di non fare più battute, che pure all’inizio mi avevano aiutato a comunicare». (…)
Nell’articolo «Una guerra di liberazione» del 2 gennaio 1999, scritto all’avvio dell’euro, lei disse che noi italiani correvamo il rischio di diventare il Mezzogiorno d’Europa. Lei definì quella sfida la prossima guerra di liberazione: l’abbiamo persa?
«In parte sì, abbiamo perso quella guerra di liberazione. Quando, con le decisioni europee del maggio 1997, fu conseguito l’obiettivo dell’entrata nell’euro, è venuta meno la tensione unificante e la maggioranza di Prodi si è dissolta.
Là dove c’era un obiettivo visibile, un criterio numerico, una sanzione, ci sono state focalizzazione e unità d’intenti. Ma conseguito quell’obiettivo, ci siamo scordati dell’esigenza di essere competitivi in una moneta unica.
Anche perchè poi l’impulso europeo che è venuto è stato quello della strategia di Lisbona del 2000, molto più debole di Maastricht. (…) Visto che l’Europa non ci dava un vincolo cogente come per la finanza pubblica, dovevamo farci noi un piano delle riforme strutturali. Che poi è quello che dieci anni dopo l’Europa ha impostato con i piani nazionali delle riforme».
Vuole dire che abbiamo perso la guerra con noi stessi?
«Esatto, abbiamo perso la guerra con noi stessi. Abbiamo avuto un’erosione di competitività non tanto e non solo per la dinamica del costo del lavoro, ma per l’andamento insufficiente della produttività totale dei fattori, legata alla qualità delle infrastrutture, alla funzionalità del mercato dei prodotti e dei servizi, a un’adeguata dimensione media d’impresa e molto altro.
Non c’era più la valvola delle svalutazioni competitive ed è mancata la politica economica reale.
C’è stato un vuoto sotto questo aspetto. Io speravo (…) che il governo Berlusconi, uscito dalle elezioni del 2008 con una maggioranza così forte, con un orizzonte di cinque anni e quel successo d’immagine al G8 dell’Aquila, avrebbe veramente potuto fare un piano delle riforme strutturali, invece di negare che l’Italia avesse un problema di crescita». (…)
Lei ha trovato molto gratificante il mestiere di commissario europeo. Per questo attuale mestiere è lo stesso? O teme che a volte la facciano sentire un po’ un corpo estraneo o un ospite appena sopportato in questa macchina amministrativa che, dice il suo ministro Fabrizio Barca, è da registrare?
«A Bruxelles per un periodo iniziale abbastanza lungo mi sentivo frustrato, anche perchè avevo la responsabilità per uno degli aspetti più difficili a causa dell’esiguità e della lentezza dei poteri della Commissione sul mercato interno. Ma soprattutto non ero rodato io per un’esperienza del genere, anche se avevo molta conoscenza teorica sull’Europa.
Dopo no, dopo non ho più trovato frustrante quell’esperienza, anzi. Ora qui sarei un corpo estraneo? È strano, perchè sono un corpo estraneo; però questa situazione sta dando a questo corpo estraneo una qualche centralità ».
Dunque trova questo mestiere piuttosto gratificante che frustrante, grazie alla capacità di influire e di agire?
«Quella non si può negare che ci sia, poi si può agire bene o male, con più o meno risultati. Ma non è che gli strumenti non ci siano. Dunque no, non trovo questo mestiere frustrante.
Ovviamente c’è un’oscillazione, soprattutto nei primi tempi era così; poi uno impara a diventare più insensibile e soprattutto a mostrare meno se è sensibile. Comunque gli alti e bassi sono orari, quotidiani. Ci sono cose che danno grande soddisfazione, altre che danno grande frustrazione e bisogna imparare a incassare e ripartire. Ma frustrante nel senso dell’impotenza, no. Alcuni risultati sono molto più lenti a manifestarsi di quanto pensassi, questo è certo.
Però se ne è fatta tutti insieme un’analisi, si è cercato di farla validare in Europa e di apprestare gli strumenti conseguenti. E vorrei aggiungere una cosa che non significa niente per il mio futuro, ma è oggettivamente vera: se i problemi che l’Italia manifestava in modo acuto nel novembre 2011 sono il risultato non tanto di particolari governi recenti, quanto del non aver affrontato certi nodi strutturali per anni o decenni, questa non può che essere un’operazione lunga anni o decenni.
Ma non ho la frustrazione che deriva dal sapere che non sarò io a vederne il compimento. Sarò già molto contento se saranno stati messi alcuni semi; speriamo diano delle pianticelle presto e che persuadano ad andare avanti con tutte le correzioni caso».
Federico Fubini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
SPREAD E VOTO ANTICIPATO: “NO ALL’ESERCIZIO PROVVISORIO”… NON SI VOTA SENZA RIFORMA ELETTORALE
«Aspettiamo di vedere se alle parole seguiranno i fatti, nessuno può essere così
irresponsabile da portare l’Italia all’esercizio provvisorio».
Mario Monti, il giorno dopo la bordata di Berlusconi, si muove circospetto maneggiando una materia per lui incognita: la propaganda del Cavaliere.
La situazione resta molto seria e lo testimonia il vertice convocato ieri sera dal premier a palazzo Chigi, alla presenza del ministro dell’Economia Vittorio Grilli, del sottosegretario Antonio Catricalà e del ministro Enzo Moavero.
Una riunione ufficialmente dedicata a preparare il bilaterale di oggi a Madrid con Mariano Rajoy, ma che inevitabilmente gira molto sulla clamorosa offensiva di Berlusconi. Monti, a parte la stizza personale per gli attacchi ricevuti nella conferenza stampa di villa Gernetto, non è tranquillo.
Tutta la stampa internazionale ha dato ampio (e critico) risalto alle ultime dichiarazioni di Berlusconi contro il governo, contro la Germania, contro la Merkel, contro il rigore.
I segnali che il premier ha ricevuto da Oltreoceano e dai grandi investitori fanno temere il peggio alla riapertura dei mercati di questa mattina.
Lo spread potrebbe di nuovo schizzare verso l’alto, trascinato dall’incertezza per le sorti della legge di Stabilità e per un finale di legislatura con il governo in balia di una maggioranza ancora condizionata dal Cavaliere.
E tuttavia nessuno a palazzo Chigi crede davvero che Berlusconi possa far saltare il tavolo.
«È una tigre di carta», è la valutazione che consegna un ministro senza peli sulla lingua.
Preoccupa piuttosto il “Vietnam” parlamentare a cui potrebbero essere sottoposti fin da domani i provvedimenti del governo.
A rischio è la manovra di bilancio, che ha appena iniziato il suo cammino in commissione e che dovrebbe essere approvata in via definitiva intorno al quindici dicembre, ma anche il decreto Sviluppo del ministro Passera.
Un «logorio» a cui il presidente del Consiglio non intende sottostare, a costo di mettere la fiducia su un maxiemendamento che contenga limitate modifiche alla legge di Stabilità .
A quel punto il Pdl dovrebbe prendere una decisione chiara: seguire la deriva di Berlusconi o prenderne le distanze mantenendo in piedi il governo dei tecnici?
Anche Giorgio Napolitano ha fatto salire il livello di allarme dopo la sparata del Cavaliere.
Ieri Monti e Napolitano hanno avuto su questo argomento uno scambio di vedute al termine del funerale di Stato dell’alpino caduto in Afghanistan.
Entrambi sono convinti che la rotta del governo non debba cambiare, soprattutto non davanti a mere prese di posizione, «in aperta contraddizione con quanto affermato dallo stesso Berlusconi solo pochi giorni fa».
Al Quirinale la situazione viene seguita con la dovuta attenzione. E tuttavia senza che questo significhi ipotizzare un’anticipazione dello scioglimento delle Camere.
Per Napolitano infatti la bussola resta sempre la stessa, non si può tornare a votare con questa legge elettorale. Il capo dello Stato non si rassegna al Porcellum: il Parlamento ha ancora di fronte almeno tre mesi pieni di lavoro e non vanno sprecati.
Se Monti ormai è determinato a “vedere le carte” di Berlusconi per scoprire se la faccia feroce del Cavaliere nasconda soltanto un bluff, è chiaro che ogni parola in uscita dal Pdl viene in queste ore attentamente valutata.
Il partito è infatti apertamente spaccato tra montiani e berlusconiani.
Una colomba come Franco Frattini, per dire, oggi volerà a Madrid sullo stesso aereo del presidente del Consiglio per partecipare a un convegno dell’Arel organizzato da Enrico Letta.
E anche il silenzio gelido di Angelino Alfano sull’ultima giravolta del Capo è significativo.
La frattura fra i falchi e i moderati potrebbe presto venire alla luce quando, come ha preannunciato Berlusconi, sarà convocato un ufficio di presidenza o una direzione per stabilire se ritirare o meno il sostegno al governo.
«La metà dei parlamentari del Pdl – prevede una fonte di governo – non ha alcuna intenzione di buttare tutto all’aria, se Berlusconi volesse davvero strappare ormai non lo seguirebbero».
Sarebbe scissione, con la formazione di un gruppo di parlamentari ex Pdl schierati con il premier e pronti ad accordarsi con la Lista per l’Italia di Casini e Fini.
Giampaolo Dozzo, capogruppo della Lega, ieri ci scherzava su: «Sarà Berlusconi a staccare la spina al governo Monti o saranno Alfano e company a staccarla a lui?».
Certo, a quel punto per il premier si porrebbe il problema di un mutamento profondo della natura della sua maggioranza, dall’attuale grande coalizione a un centrosinistra di fatto.
E tuttavia, al momento, per gli uomini più vicini a Monti si tratta soltanto di scenari ipotetici.
Se Berlusconi è soltanto «una tigre di carta» allora conviene attendere una presa di posizione ufficiale del Pdl.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 10th, 2012 Riccardo Fucile
MONTI SI SMARCA DALL’ABBRACCIO INTERESSATO DEL CAVALIERE
No, grazie. Sondato nuovamente nei giorni scorsi da Berlusconi sulla possibilità di guidare uno
schieramento conservatore alle elezioni, Mario Monti ha ribadito per l’ennesima volta il suo «no».
«Non mi interessa, non è in questo modo che posso essere utile al paese».
Così, in una giornata in cui il premier è stato impegnato in incontri internazionali e poi nella lunga maratona del Consiglio dei ministri, l’unica cosa che filtra da palazzo Chigi è la freddezza del Professore per essere trascinato nell’arena in maniera strumentale, unita allo stupore per l’uscita del Cavaliere.
Tanto più che a New York, quando per la prima volta aveva aperto alla possibilità di un reincarico dopo le elezioni, Monti aveva chiaramente condizionato la sua disponibilità a una «condizione di emergenza» e a una prosecuzione della grande coalizione tripartita.
Ma se il no di Monti era quasi scontato, anche dalle parti del centro il leader del Pdl colleziona soltanto rifiuti.
Persino l’apertura di credito di Italia Futura è soltanto apparente.
La soddisfazione – ha spiegato Luca Cordero di Montezemolo ai leader che lo hanno cercato – è che finalmente Berlusconi abbia annunciato il passo indietro, «come noi abbiamo sempre chiesto».
Questo non significa che il patron della Ferrari si farà arruolare nell’esercito del Cavaliere: «Tranquilli, non ci faremo risucchiare».
Semmai mantenere una «posizione centrale», ora che Berlusconi sembra intenzionato a non candidarsi, «potrà indurre qualche moderato del Pdl, e ce ne sono, a lasciare quel partito». Più che essere «risucchiato» Montezemolo, che non sarà candidato, punta quindi ad «attrarre».
Quanto agli altri due interlocutori, Casini e Fini, la palla lanciata dal leader Pdl viene lasciata rotolare senza essere raccolta.
Compreso che tra 24 ore questa fiammata berlusconiana potrebbe spegnersi senza lasciare altro che cenere, Alfano ieri ha alzato il telefono per chiamare sia Casini che Fini.
«Guardate che Berlusconi stavolta fa sul serio – li ha implorati – non lasciate cadere questa offerta. Conviene a tutti».
E certamente conviene ad Alfano, che altrimenti si vedrà tra poco nuovamente messo da parte da un redivivo Berlusconi.
Raccontano infatti che il leader del Pdl, lanciata la sua Opa sull’elettorato centrista e montiano, proceda in parallelo con la costruzione di una nuova offerta politica. Un movimento senza la vecchia zavorra, che si liberi del fango e dall’ombra degli scandali che ormai il Pdl si porta dietro.
E che lo fanno precipitare nei sondaggi senza paracadute. «Berlusconi è già in campagna elettorale, è pronto a partire», dice una fonte vicina ad Arcore, «lo farà appena ottenuta una legge elettorale più favorevole».
La mossa del Cavaliere viene valutata comunque con grande attenzione dalle parti del terzo polo.
Nessuno ne sottovaluta la capacità di penetrazione.
«Berlusconi in questo momento è insidioso – ammette il capogruppo di Fli Benedetto Della Vedova – perchè da questa parte ancora non c’è un unico logo e una chiara offerta politica. Dobbiamo muoverci».
Nel frattempo Casini e Fini si difendono come possono.
Il leader centrista ha puntato per ora sulla carta della «inaffidabilità » di Berlusconi nei suoi annunci. Fini invece ha provveduto ad alzare una serie di paletti programmatici. «Aspettiamo 48 ore – ha consigliato il presidente della Camera ai suoi ieri pomeriggio – e vediamo se questa bolla di Berlusconi si sgonfia da sola. Vogliono allearsi davvero? E sull’Europa cosa dicono? E la legalità ? Alfano non aveva finito di parlare che il Pdl al Senato già ripresentava in Senato gli emendamenti Salva-Ruby».
Oltretutto l’uscita di Berlusconi ha creato un certo sconcerto nelle stesse file del Pdl. Specie tra gli ex An, infastiditi da quell’appello a Monti per un nuovo mandato alla guida dei «moderati».
In attesa di capire se quella dell’ex premier sia realtà o solo una provocazione tattica, tra i parlamentari ieri la confusione sulla linea era manifesta.
In un angolo del cortile di Montecitorio: «Se “loro” rispondono così allora “noi” dobbiamo incalzarli», diceva l’ex ministro Andrea Ronchi al direttore del Secolo Marcello De Angelis.
«Va bene Andrea, sono d’accordo. Solo non ho capito una cosa: “noi” chi siamo? Ma soprattutto… “loro” chi cavolo sono?».
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 10th, 2012 Riccardo Fucile
LA SORPRESA DEL CALO DELL’IRPEF E LE ALTRE NORME
Dal cilindro del Consiglio dei Ministri spunta il calo della tassa per eccellenza: l’Irpef. Il governo, con la legge di stabilità , ha deciso di ridurre di un punto le aliquote sui primi due scaglioni dell’imposta sui redditi delle persone.
Ma la decisione è stata presa a scapito dell’Iva: il preventivato stop all’aumento delle due aliquote che doveva scattare a luglio viene dimezzato.
L’aumento ci sarà , ma solo da un punto.
Ma la legge di Stabilità contiene tante norme. Eccole.
CALA L’IRPEF
Arriva il primo calo delle tasse, che toccherà tutti.
Viene ridotta l’aliquota sul primo e sul secondo scaglione: dal 23 scende al 22%, dal 27 al 26%.
Il costo per la riduzione della prima aliquota, che si applica su tutti i redditi, è di 4 miliardi, quello del secondo scaglione vale un altro miliardo.
Sotto i 7.500 euro, che è la soglia di no tax area, non accade nulla.
Tutelati anche i redditi fino a 15.000 euro che non verranno toccati nemmeno nelle detrazioni e nelle deduzioni.
Sopra questa soglia, invece, si riduce l’aliquota Irpef, dal 23 al 22% ma scattano i tagli alle agevolazioni fiscali: arriva un tetto di 3.000 euro alle detrazioni e per molte deduzioni (ma non su quelle per la sanità ) viene introdotta una omogeneizzazione, con una franchigia di 250 euro.
PENSIONI GUERRA
Le pensioni di guerra e di invalidità saranno assoggettate all’Irpef, ma non sotto i 15.000 euro.
STOP A METà€ PER AUMENTO IVA
Non viene eliminato il previsto aumento Iva di due punti, che sarebbe scattato dal primo luglio 2013. L’aumento viene solo frenato a metà : l’Iva salirà di un solo punto: dal 10 all’11% e dal 21 al 22%.
TOBIN TAX
Le risorse della legge di stabilità saranno reperite, oltre che con la spending review, anche con la Tobin Tax e con una revisione delle `tax expenditures’.
BANCHE E ASSICURAZIONI
Sale dallo 0,35 a 0,50% l’acconto sulle riserve tecniche delle assicurazioni. Lo ha spietato il Ministro dell’Economia, Vittorio Grilli.
La norma prevede che nel 2014 il prelievo riscenda allo 0,45%. Vengono posticipate di 5 anni le deduzioni riconosciute alle banche per il maggior valore riconosciuto al riallineamento per l’imposta sostitutiva.
SCONTI FISCO PER FONDO TAGLIO DEBITO
Arriva la possibilità di fare erogazioni liberali al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato e usufruire di uno sconto fiscale pari al 19% dell’imposta lorda.
IMU CHIESA
Il governo ha modificato il testo della legge riguardante l’Imu per gli immobili non commerciali e quindi anche della Chiesa in modo da definire il quadro regolatorio «in tempo per il periodo annuale di imposta» che decorre dal 1 gennaio 2013.
STATALI, NIENTE AUMENTO IN BUSTA PAGA
Confermato il blocco dei contratti fino al 2014. Per il 2013-2014 non sarà erogata neanche l’indennità di vacanza contrattuale. L’indennità di vacanza contrattuale tornerà nel 2015 calcolata sulla base dell’inflazione programmata.
SALARIO PRODUTTIVITà€
Gli aumenti salariali aziendali saranno tassati nel 2013 al 10% entro il limite di 3.000 euro lordi, per una spesa di oltre un miliardo nel 2013 e poco meno della metà nel 2014.
STRETTA ASSISTENZA DISABILI
Stretta sui permessi previsti dalla legge 104/1992 per il disabile o per la cura di parenti affetti da handicap.
La retribuzione per i giorni di permesso (tre al mese) scende al 50% a meno che i permessi non siano fruiti per le patologie del dipendente stesso della P.A o per l’assistenza ai figli o al coniuge.
Sono esclusi dal pagamento intero quindi i permessi fruiti per prendersi cura dei genitori disabili.
SANITà€
Taglio di 1,5 miliardi al fabbisogno sanitario nazionale, grazie a una ulteriore riduzione della spesa per l’acquisto di beni, servizi e dispositivi medici.
STOP AFFITTI E ACQUISTI AUTO E IMMOBILI
Stop all’affitto e all’acquisto di nuovi immobili da parte di tutte le amministrazioni pubbliche. Ma anche all’acquisto e il leasing di autovetture. Prevista una stretta anche per l’acquisto di arredi e per le spese di consulenze informatiche.
TAGLI A REGIONI, RISORSE A COMUNI IN DIFFICOLTà€
Vengono aumentati di 1 miliardo i tagli lineari previsti dalla prima spending review per le regioni a statuto speciale. Arrivano poi 160 milioni alla Campania e circa 130 milioni per il Fondo per i comuni in condizioni di predissesto.
ESODATI
Arrivano 100 milioni per gli Esodati. Si attingera’ dal Fondo Letta.
UNIVERSITà€
Il budget delle Università potrà crescere del 3% all’anno.Per alcuni enti di ricerca la percentuale sale al 4.
BENI DEMANIO
Ok alla vendita dei beni demaniali attraverso fondi immobiliari.
TAV E TRASPORTO
Quasi 800 milioni di euro per finanziare studi, progetti, attività e lavori. 1,6 miliardi a partire dal 2013 per il trasporto pubblico locale. 800 milioni di euro sono invece stanziati per la RFI e 300 milioni per l’Anas. 300 invece i milioni di penalità per lo stop al Ponte di Messina.
INTERCETTAZIONI MENO CARE
Arriva la tariffa flat per le intercettazioni telefoniche.
COMMISSARIO ANTICORRUZIONE
Presiederà la Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche. Sarà a costo zero.
PATRONATI A DIETA
Taglio ai patronati di 30 milioni di euro nel 2014 e di altri 30 milioni nel 2015.
QUOTE LATTE
Torna sotto la gestione di Equitalia la riscossione delle multe per lo sforamento delle quote latte.
CIELI BLU
Per riuscire a risparmiare le notti saranno meno ricche di illuminazione artificiale.
(da “la Stampa”)
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