Novembre 12th, 2011 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI MARCO TRAVAGLIO: ANCHE SENZA CULOFLACCIDO, MONTI DOVRA’ AVERE A CHE FARE CON LA SOLITA CIURMA DEI BERLUSCONES… PERCHE’ NON ANDARE A VOTARE CON MONTI CANDIDATO PREMIER, APPOGGIATO DA CENTROSINISTRA E TERZO POLO, CON UN PROGRAMMA DI DUE ANNI CHE PREVEDA: PATRIMONIALE, TAGLI ALLA CASTA, GALERA PER EVASORI E CORROTTI, LEGGE SUL CONFLITTO DI INTERESSI, RIFORMA DELLA RAI ?
Dunque, se manterrà la prima promessa in vita sua, Pompetta B. si dimetterà sabato, dopo l’approvazione della legge di Stabilità .
E domenica Monti riceverà l’incarico di formare il governo, in tempo per la riapertura delle Borse, che festeggeranno l’avvento di Super Mario Bros con balocchi, profumi e maritozzi.
Del resto non sono stati gl’italiani a cacciare il Caimano (tantomeno Bersani, sebbene lui, ma solo lui, sia convinto del contrario), mala Bce, l’Ue, l’asse Merkel-Sarkozy, i mercati e la stampa estera che ha visto quel che accadeva in Italia con dieci anni d’anticipo sui bradipi del Corriere e del Sole 24 Ore. Fosse stato per la classe dirigente italiota, ce lo saremmo tenuto altri vent’anni.
La prima Liberazione, nel ’45, avvenne grazie alle truppe anglo-americane con qualche migliaio di partigiani.
La seconda avviene grazie alle truppe franco-tedesche con qualche Carlucci e Pomicino di complemento.
Dunque è soprattutto ai liberatori stranieri che il governo Monti piace e deve piacere.
Non certo a un popolo che ancora tre anni fa dava il 40% alla Banda B&B e il 34 al Partito Disperati.
Il programma del nuovo governo, scritto in francese e tedesco senza testo italiano a fronte, è ancora un mistero per tutti.
Ma tutti gli italiani sani di mente devono augurarsi che venga realizzato. Anche perchè, se ci giochiamo pure Monti, è finita.
Se siamo a questo punto, è per il disastro finanziario internazionale, che non è solo colpa nostra, e per il disastro nazionale chiamato Culoflaccido B., che è solo colpa nostra (anzi di chi l’ha votato, sostenuto e coperto).
Contro il disastro internazionale Monti non può far nulla.
Ma contro il disastro nazionale può far molto, non foss’altro perchè non si chiama Al Cafone B., anzi ne è l’antitesi antropologica.
Difficile immaginarlo con Mangano in giardino, Gelli e Craxi al piano di sopra, Tarantini dietro la porta, Ruby nel lettone e Lavitola al telefono.
Ma il materiale politico e umano con cui dovrà fare i conti è lo stesso che ha dato prova di sè negli ultimi tre anni.
Siamo sicuri che questa ciurma approverà le misure “lacrime e sangue” solo perchè a proporle non è più Banana B., ma Super Mario Bros, per giunta in piena campagna elettorale?
Se davvero Monti è l’ultima spiaggia, non sarebbe meglio andare subito al voto come in Spagna e dar modo a chi ha osteggiato il piduista B. in tempo utile (Pd, Idv, Udc, Fli, Sel) di presentarsi agli elettori con Monti candidato premier e un programma di pochi punti per deberlusconizzare il Paese (patrimoniale, tagli alle caste, galera per evasori, corrotti e cricche, legge sui conflitti d’interessi, riforma della Rai e del sistema elettorale) da realizzare in due anni, e poi tornare alle urne con la destra che fa la destra e la sinistra che fa la sinistra?
Così Monti avrebbe buone speranze di fare ciò che serve.
Cosa che oggi, con questo Parlamento, è quasi impossibile visto che, senza B., il governo non nasce neppure.
L’unico che pare averlo capito è Di Pietro, che conosce Pompetta B. dunque sa bene che, se appoggerà Monti, non lo farà gratis: pretenderà garanzie per le sue aziende e i suoi processi, imponendo il solito Letta come vice e altri manutengoli alla Giustizia e alle Comunicazioni.
Infatti su Di Pietro è partita la solita campagna, che va dal Quirinale al Pd, dal Corriere a Repubblica, per trascinarlo nel Grande Inciucio aizzandogli contro la “base”.
Resta da capire per quale strano motivo chi ha combattuto Culoflaccido B. dovrebbe andare al governo con Banana B., e per giunta da gregario, visto che l’Idv non è determinante mentre Al cafone B. sì.
La Costituzione dice che, prima di sciogliere le Camere, il capo dello Stato verifica se esista una maggioranza diversa: non che la crea lui.
E poi quando mai s’è visto un governo con tutti dentro e nessuno all’opposizione?
La democrazia è fatta di maggioranze che governano e minoranze che controllano.
Se nessuno controlla, non si chiama democrazia.
Si chiama in un altro modo.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 12th, 2011 Riccardo Fucile
SENZA PDL NON CI SONO I NUMERI PER UNA MAGGIORANZA
Mentre impazza il totoministri e le posizioni dei partiti sul sostegno o meno di un esecutivo
guidato da Monti sono ancora in via di definizione, un dato appare certo: senza Pdl non ci sono i numeri per una maggioranza.
Silvio Berlusconi è comunque nell’esecutivo.
Mentre la formazione del governo Monti vive ore di grande incertezza, tengono banco i numeri parlamentari su cui potrà contare il nuovo premier.
E un fatto appare certo: sarà sempre il Cavaliere a tenere saldamente le redini del controllo parlamentare del governo. I numeri, purtroppo, fotografano una situazione assolutamente chiara. E per niente rassicurante.
Il Cavaliere, insomma, è ancora qui e ci resterà a lungo. Non sarà più il presidente del Consiglio, certo, ma avrà in mano la golden share della maggioranza parlamentare e dunque, potrà decidere in ogni momento — e a suo totale piacimento — quanto tempo far andare avanti il nuovo governo.
In barba anche ad ogni accordo preso con il Quirinale che, è noto, tra un anno non avrà neppure più il potere di scioglimento delle Camere per l’inizio del semestre bianco (nel dicembre 2013).
Chi, insomma, pensava di essersi lasciato alle spalle 17 anni di Berlusconi e di berlusconismo, per il solo fatto che il Cavaliere lascerà palazzo Chigi, è bene che si fermi un attimo a riflettere.
Perchè i numeri, alla fine, in politica contano molto più delle intenzioni e quelli che sono usciti dalle urne del 2008 non lasciano spazio ad interpretazioni; comanda sempre lui.
Certo, nel Pdl molti potrebbero lasciare il Cavaliere. E la Lega non ha ancora una posizione ben definita.
Roberto Calderoli annuncia che il Carroccio non sosterrà nessun governo che non sia quello che esce dalle urne, Roberto Maroni (con i suoi alla Camera) è pronto a votare per una nuova legge elettorale e circolano indiscrezioni secondo cui Bossi potrebbe sostenere un eventuale esecutivo guidato da Lamberto Dini. Ma sono voci in libertà .
Soltanto oggi si conoscerà la posizione definitiva del Carroccio dopo la riunione del gruppo a Montecitorio convocata alle 14 proprio per decidere la linea da tenere. Insomma, ancora nulla di certo sul fronte Padano.
Il governo Monti, comunque sia costituito, potrà contare sull’appoggio del Pd, del Pdl e del Terzo Polo, con un’apertura da parte dell’Idv arrivata oggi (“ma non al buio”, ha detto Di Pietro) e l’opposizione della Lega.
Tradotto in numeri —sempre che, come sostenuto questa mattina da Pisanu, alla fine tutto il Pdl decida di sostenerlo — potrà contare su una maggioranza “bulgara” di 484 deputati alla Camera e 285 senatori a palazzo Madama (senza contare quelli del gruppo misto in entrambi i rami del Parlamento).
Una maggioranza che potrebbe apparire più che solida, anzi granitica, ma che risente di una pesante fragilità . Più visibile e netta alla Camera, meno al Senato, ma comunque chiara.
La principale architrave numerica della maggioranza a Montecitorio sarà il Pdl con 215 deputati. Che unito al folto gruppo dei responsabili (ora Popolo e Territorio), presenti solo alla Camera con 25 componenti, fanno raggiungere quota 240 “teste”.
Senza di loro, insomma, Monti avrebbe solo 244 deputati, cioè non avrebbe la maggioranza. Tradotto in sostanza politica; Monti sarà ostaggio di Berlusconi alla Camera.
E anche al Senato, dove non ci sono i Responsabili, ma il Pdl ha 130 senatori.
E Monti, sempre contando le forze politiche che si sono dichiarate disponibili al sostegno, avrà una maggioranza di 285 senatori. S
enza i 130 pidiellini, anche qui niente maggioranza e stop secco a quota 155.
Si governa male con il guinzaglio corto, si governa male (nonostante tutti gli appoggi e le benedizioni internazionali per “salvare l’Italia”) con un governo che sarà sempre e comunque ostaggio di una parte che pare decisa, comunque, ad andare presto alle urne.
Insomma, sarà Berlusconi a decidere quando far cadere il governo Monti.
E anche il perchè.
C’è poi un aspetto da non sottovalutare in tutta questa partita.
Molti deputati e senatori non hanno ancora raggiunto il numero di giorni necessari per ottenere il vitalizio (la pensione parlamentare).
Che si raggiunge dopo essere stati per almeno cinque anni (anche non consecutivi) seduti sugli scranni delle Camere.
In questa legislatura, i parlamentari che non hanno ancora diritto a ricevere il vitalizio sono 350 (in entrambe le Camere), per la precisione 247 deputati (39,2%) e 103 senatori (32,7%). In termini assoluti, è il partito democratico ad avere il maggior numero di deputati “scoperti” (84 su 206), ma anche il Pdl non scherza, con 77 onorevoli su 215 (35%).
Dato importante quello degli ex Responsabili, con 12 deputati su 25 ancora lontani dal traguardo. In termini assoluti, la maggior parte dei deputati complessivamente senza vitalizio (238 su 247) raggiungerà l’agognato numero di giorni utili per conseguire la pensione il 3 aprile del 2013.
Ossia alla fine naturale della legislatura.
La propensione di molti sarà quella di tenere in piedi il governo il più possibile, ma questo potrebbe non corrispondere alle prospettive di Berlusconi.
Al Cavaliere, d’altra parte, c’è un fatto che interessa più di ogni altra questione; rimanere con l’attuale legge elettorale.
Non è dunque escluso — e di questo si parla proprio in queste ore di profonda concitazione nel Pdl — che alla fine possa decidere di staccare la spina a Monti nel momento in cui questo dovesse tentare di cambiare il suo adorato “porcellum”.
Prima o dopo non ha importanza.
Con buona pace di tutti quelli che resteranno senza pensione e senza più posto da “onorevole”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 12th, 2011 Riccardo Fucile
PRIME PAGINE DEI QUOTIDIANI INTERNAZIONALI DEDICATE AL POSSIBILE INCARICO A MONTI…”SOLO LUI PUO’ RIDARE CREDIBILITA’ AL PAESE, MA PREOCCUPA IL VUOTO DELLA POLITICA”
Mentre sta per uscire dal governo, Silvio Berlusconi è già uscito dalle prime pagine della grande stampa internazionale, sostituito – anche lì – da Mario Monti.
Al “professore”, come lo chiamano alcuni, sono dedicati ritratti, commenti e servizi di rilievo sui media stranieri di oggi, dalla carta stampata ai notiziari televisivi.
“Gli italiani si coalizzano attorno a Monti” è il titolone di apertura della prima pagina del Wall Street Journal, che dà conto dell’ampio sostegno espresso da numerose forze politiche per una sua guida di un governo di transizione – e del fatto significativo che gli interessi sul finanziamento del debito italiano e lo “spread” siano entrambi scesi da quando l’ex-commissario europeo è emerso come il favorito per rimpiazzare in tempi rapidi Berlusconi a Palazzo Chigi.
“Un outsider della politica”, lo definisce il quotidiano di Wall Street, osservando che è quello di cui opinione pubblica e mercati sembrano avere bisogno per ridare credibilità all’Italia e salvare il nostro paese, l’eurozona e il mondo dall’orlo del precipizio a cui si erano affacciati nei giorni scorsi.
“Ritraendosi dal burrone, l’Italia si affida a un tecnocrate”, è per l’appunto il titolo di prima pagina dell’Herald Tribune, edizione internazionale del New York Times, un cui articolo nota che, pur non essendo già l’alba di una nuova era nel Mediterraneo, si avverte una tendenza che va al di là del nostro paese.
L’ascesa di tecnocrati che riscuotono larga fiducia è confermata dalla selezione di Lucas Papademos, stimato economista ed ex-vicepresidente della Banca Centrale Europa, per prendere il posto di Papandreou come nuovo primo ministro in Grecia.
Un editoriale del Financial Times afferma tuttavia che in questo momento non basta mettere dei “manager di valore” al comando di nazioni in profonda crisi, ma “c’è bisogno di leader, la competenza tecnica non basta per Grecia e Italia”.
E’ vero che in entrambi i paesi gli elettori sono così stanchi di una classe politica inefficiente “che solo un outsider sembra in grado di superare gli ostacoli immediati alle dolorose riforme necessarie a riportare la crescita economica”, ammette l’editoriale, non firmato e dunque espressione della direzione del quotidiano finanziario.
Ma c’è il rischio che scelte del genere siano viste dall’opinione pubblica come “soluzioni imposte dalla Germania” e dalla Unione Europea.
“E’ vero che in Italia c’è un significativo consenso popolare per un governo a interim” e che nel nostro passato l’esperienza di leadership di un tecnocrate è stata spesso positiva, aggiunge l’articolo, ma “gli elettori non potrebbero tollerare a tempo indeterminato” un governo del genere, specie se li costringerà a duri sacrifici.
E il nuovo leader deve riconoscere che “nulla può essere realizzato senza il sostegno popolare”.
Sempre sul Financial Times, un articolo dell’economista di fama internazionale Nouriel Roubini mette l’accento sul rischio che “l’Italia abbia i giorni contati nell’eurozona” e possa essere costretta, nonostante gli sforzi di un possibile governo Monti, a uscire dall’euro e tornare alla lira, un evento che, date le dimensioni e il peso del nostro paese, porterebbe “alla rottura di fatto dell’eurozona”.
Con la Germania contraria per ora a emissioni di eurobond, la Banca Centrale finora senza la volontà politica e le risorse per un intervento di enormi dimensioni, e il Fondo Monetario Internazionale nelle stesse condizioni, più la prospettiva che misure di austerità imposte dal nuovo governo peggiorino la recessione nel breve termine, Roubini teme che l’abbandono dell’euro sia un’opzione sempre più credibile per l’Italia. “a meno che la Banca Centrale Europea non diventi un creditore senza limiti, l’euro scenda alla parità con il dollaro e la Germania fornisca uno stimolo fiscale, in modo da scongiurare il disastro”.
Tre esperti consultati dal quotidiano della City, Raj Badiani dell’Ihs Global Insight, Divyang Shah dell’Ifr Markets e Steve Barrow della Standard Bank, ritengono tuttavia che l’Italia “sia meno vulnerabile” di ciò che appare.
Anch’essi auspicano però, per evitare il pericolo di un collasso dell’eurozona, un maggiore coinvolgimento della Bce e dell’Fmi.
Enrico Franceschini
(da “La Repubblica“)
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Novembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE VUOLE LETTA, SFUMA LA RICONFERMA DI NITTO PALMA, AMATO IN CORSA PER L’INTERNO, PER LA SANITA’ IPOTESI VERONESI
Solo dodici ministri. Quelli col portafoglio. Più tecnici che politici.
E forse, alla fine, solo tecnici.
Con nomi di prestigio, quello di Bini Smaghi, nella poltrona che è di Tremonti, e di Umberto Veronesi, destinatario di una telefonata del Colle, alla Salute.
Per dare subito una doppia immagine, di autorevolezza, di austerità , di massimo contenimento dei costi, e di un governo che ha un mandato preciso, salvare l’economia e quindi il Paese.
Questo si propone Monti, e questo piace al Quirinale.
Ma questo scatena anche, soprattutto nel Pdl (ma non solo), una lotta aspra e a tratti disperata, tra chi sopravviverà del vecchio esecutivo Berlusconi, e chi guadagnerà una poltrona nel governo del secolo Pdl-Pd-Terzo polo.
Una condizione, su tutte, ha posto il Cavaliere.
Che alla presidenza resti, come vice, l’attuale sottosegretario Gianni Letta.
Al momento la sua istanza godrebbe del consenso del futuro premier e di quello di Napolitano.
Il possibile ostacolo potrebbe essere di carattere “familiare”, se a occupare l’altra poltrona di numero due a palazzo Chigi il Pd dovesse candidare un altro Letta, Enrico, che di Gianni è il nipote.
Realistico invece che nel team dei sottosegretari alla presidenza ci sia l’attuale vice capogruppo democratico al Senato Luigi Zanda. Accanto a Enzo Moavero, ex capo di gabinetto di Monti.
Sistemato Letta, per Berlusconi si apre il caos sui ministri da riconfermare, con gli ex An in piena rivolta, visto che non solo rischiano di essere esclusi, ma si ritrovano in un governo in cui comanda l’odiato Fini.
L’ulteriore incarico per Franco Frattini agli Esteri, Nitto Palma alla Giustizia e Raffaele Fitto agli Affari regionali già ieri cominciava ad apparire improbabile. Potrebbe salvarsi, in quanto di fresca nomina, Annamaria Bernini (Politiche europee). Su Frattini incombe lo “sgradimento” del presidente della Camera, che non si è scordato le dichiarazioni in Parlamento del titolare della Farnesina per la casa di Montecarlo, in cui si prendevano per buone le carte del ministro di Santa Lucia ispirate da Lavitola.
Non solo, per la Farnesina è insistente il tam tam sul nome di Giuliano Amato, che però potrebbe tornare al Viminale, da lui retto con Prodi.
Dato per certo 24 ore fa, sfuma il possibile reincarico per Palma in via Arenula. Troppo sponsorizzato da Berlusconi, troppo uomo di Previti, nessuna presa di distanza dalle leggi ad personam, grave la decisione di inviare gli ispettori a Napoli e Bari dove sono in corso indagini sul Cavaliere.
Nel segno della “discontinuità “, su cui insiste il Pd, alla Giustizia gareggia la presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro, ma c’è chi avanza il nome di Livia Pomodoro, attuale presidente del tribunale di Milano e capo di gabinetto con Claudio Martelli quando Giovanni Falcone era direttore degli Affari penali
Certa è la new entry di Maurizio Lupi, oggi numero due alla Camera, incerto tra Pubblica istruzione e Infrastrutture.
Al lumicino le chance per gli ex An, “indigeribile” per Fini il nome di Ignazio La Russa, scarse possibilità pure per Altero Matteoli.
Berlusconi ha spiegato loro che non può garantire un posto per ogni corrente del pdl. Quindi niente per nessuno.
In casa Pd, ufficialmente e dallo stesso Bersani, viene smentito qualsiasi toto-ministri. Negata, dall’interessato, anche la voce che Massimo D’Alema avrebbe sollecitato un posto per sè, negatogli perchè la sua presenza politica “pesante” potrebbe comportare quella di un Alfano per bilanciarla.
Buone chance per l’ex ministro Paolo Baratta, attuale presidente della Biennale, che andrebbe ai Beni culturali.
Certo l’incarico per Veronesi che torna alla Salute.
Anche Casini rinuncerebbe per questo motivo al suo amico Lorenzo Cesa. Che, se dovesse spuntarla, andrebbe diritto all’Agricoltura, per disfare rapidamente il lavoro fatto dal traditore centrista Saverio Romano.
Come tecnico, Casini punta per il Welfare sull’ex leader della Cisl Raffaele Bonanni. La partita è tuttora apertissima. In pista ci sono nomi importanti. Fabrizio Saccomanni, Domenico Siniscalco, ma anche Luca Cordero di Montezemolo e Pietro Ichino.
La partita si chiude lunedì.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Novembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
AVANZA L’IPOTESI DI UNA SQUADRA DI TECNICI
Ministri tecnici, nessuna imposizione dai partiti e rispetto rigoroso dell’articolo 92 della
Costituzione.
Mario Monti viaggia da solo. Da Berlino a Roma, passando per Milano. Arriva nella Capitale e sale subito al Quirinale.
Per concordare le prossime mosse. E piantare qualche paletto.
Il Professore della Bocconi non ha intenzione di farsi dettare nomi e programma di governo dalla politica che vive ore di frenesia e spaccature.
Se premier sarà , dovrà poter esercitare in piena autonomia il potere di proporre la sua squadra al Capo dello Stato.
Ed è il “modello Dini” – un governo di soli tecnici – quello che potrebbe consentirgli di far tornare i conti tra richieste dei partiti, litigi della politica e necessità di formare rapidamente un esecutivo capace di placare i mercati.
L’immagine plastica di quello che sta accadendo l’hanno avuta i passeggeri del volo che ieri pomeriggio ha portato Monti da Milano (dove ha fatto scalo in arrivo da Berlino) a Roma. Quando alle 15.30 l’Az in arrivo dalla Capitale si avvicina al finger di Linate, una flottiglia di auto blu a sirene spiegate recupera un gruppetto di ministri di rientro dai palazzi romani.
Dal finestrone del gate ad osservare la scena c’è proprio Mario Monti.
Il neo senatore a vita è solo, seduto insieme agli atri viaggiatori che aspettano l’imbarco. In mano stringe un trolley e sulla spalla porta una sacca di tela blu: sopra c’è scritto “Eu Antitrust”, un ricordo dei dieci anni vissuti da commissario europeo a Bruxelles.
Un altro viaggiatore che assiste alla scena lo avvicina: “Professore, ci salvi lei”.
Poi Monti si imbarca, siede al posto 1C e si mette a leggere. Al suo arrivo a Roma lo prende in consegna una Lancia Thesis blu messa a disposizione del Quirinale.
Con il presidente Napolitano Monti ci resta poco meno di due ore.
Dopo i ringraziamenti per la nomina a senatore a vita si entra nel vivo delle discussioni.
Si parla dei tempi per varare il governo. Si concorda sulla necessità di fare in fretta.
Tra domenica e lunedì, dopo l’approvazione della Legge di Stabilità , ci dovranno essere incarico e giuramento.
Già , perchè tanto il presidente quanto il Professore su una cosa concordano: bisogna agire rapidamente per placare i mercati. Poi il nodo su struttura di governo e personalità che potrebbero farne parte.
Si esamina la possibilità che in una prima fase – per sfruttare al massimo la credibilità internazionale del presidente della Bocconi – Monti oltre che la presidenza del Consiglio assuma anche l’interim all’Economia.
Però trovare la quadra in tempi ristrettissimi non sarà facile.
Lo dimostra il Berlusconi che in serata di fronte ai senatori di un Pdl sempre più spaccato, per placare i suoi propone di essere lui a proporre il futuro premier e il suo ministro dell’Economia. D’altra parte del futuro governo e dei suoi componenti ne parlano anche negli altri partiti, a partire dal Pd.
Che ieri ha stoppato la richiesta di Berlusconi di inserire Gianni Letta nella squadra di Monti. Una botta per il premier, che confida nella benefica (per lui) presenza di Letta nelle stanze di Palazzo Chigi. Altra gatta da pelare per il Cavaliere la richiesta di almeno sei suoi ministri di restare al governo.
Veti e controveti che starebbero spingendo Monti a scegliere il “modello Dini”: un governo snello, composto interamente da ministri tecnici con i politici al massimo relegati nel ruolo di sottosegretari.
In pubblico Monti non parla.
Ma oltre al Capo dello Stato ieri il Professore ha sentito diversi rappresentanti dei partiti. Secondo i quali l’ex commissario europeo non vuole essere trascinato nel gorgo delle trattative tra le forze parlamentari e nelle strane alchimie che potrebbero scaturirne appesantendo il suo governo prima ancora della sua nascita.
Sarebbe questo il ragionamento, raccontano i politici che ieri lo hanno sentito: “Se devo assumermi questa responsabilità non posso accettare che mi si imponga il programma e la struttura del governo”.
Ecco perchè a Napolitano ha chiesto di poter usare a pieno il suo potere di proporre i ministri, come previsto dall’articolo 92 Costituzione.
Che se saranno tutti tecnici, come ormai è propenso a fare, assomiglierà molto ad un “governo del presidente”, un esecutivo che fa riferimento al Capo dello Stato.
Uscito dal Quirinale Monti viene depositato dagli uomini del Quirinale in un noto albergo nel centro di Roma. È solo, viaggia leggero.
A chi lo ferma per chiedere un commento sulla sua prima giornata da premier in pectore risponde con un sorriso: “Buonasera, ma non posso parlare”.
Stringe la mano e si congeda con un educato saluto.
Oggi il suo esordio in aula al Senato per la Legge di Stabilità .
Poi per lui si potrebbero aprire le stanze di Palazzo Chigi.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica“)
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Novembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
PROFESSOR MONTI, ATTENTO ALLE TRAPPOLE… DOMENICA FORSE L’INCARICO? SU QUALE MAGGIORANZA PUO’ CONTARE? SUI MINISTRI DECIDERA’ LUI? BERLUSCONI CHE GIOCO FA?
Le valigie sono pronte. Ma Mario Monti, di ritorno da un convegno a Berlino, non è nemmeno passato da casa a prenderle.
“Gliele porto io”, dice la moglie, anche lei in partenza da Milano. I minuti sono contati, il presidente della Repubblica ha bisogno di vederlo in fretta, non c’è tempo da perdere: sabato il voto della legge di Stabilità e le dimissioni del premier, domenica mattina un rapido giro di consultazioni, la sera il giuramento del nuovo governo, pronto a presentarsi lunedì mattina all’apertura dei mercati.
L’investitura ufficiale, in verità , non c’è ancora stata: ieri Monti è salito al Colle solo per ringraziare il Capo dello Stato della nomina a senatore a vita.
Ma basta guardare la durata del colloquio per smontare in un attimo la versione ufficiale: due ore, un tempo infinito per la tabella di marcia frenetica.
Li ha battuti solo il presidente del Consiglio dimissionario, il terzo incomodo: a colloquio con i suoi, ieri, Berlusconi è rimasto per quattro ore di fila.
La febbre e le coliche
Le discussioni, come ovvio, hanno due toni decisamente diversi. I primi due pensano alle “tante cose da fare” a cominciare dalla “cancellazione dei privilegi – così dice Monti – e delle rendite di fatto di tutte le categorie della società ”.
L’altro, il terzo incomodo, briga con mezzo partito, spaccato a metà tra chi vuole andare a votare e chi partecipare al governo Monti.
E a sera — con la “febbre alta”, una “piccola colica” notturna e i fischi presi fuori dal Senato — il suo sostegno “ineludibile” al professore, è diventato un generico “vediamo” a chi gli chiedeva del futuro delle larghe intese.
Tutto a questo punto si gioca sui nomi. Non solo perchè la composizione del governo dirà se il nuovo esecutivo è davvero di emergenza o è un inciucio di rango istituzionale, ma anche perchè è sui nomi che Berlusconi e i suoi valuteranno il da farsi.
Zio Gianni (e pure Enrico) In Transatlantico lo chiamano già “il governo della famiglia Letta”.
Gianni, lo zio, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio uscente che il premier vuole assolutamente lasciare a palazzo Chigi.
Enrico, il nipote, il vicesegretario del Pd disposto ad andare in pasto al governo del presidente.
Pronto a fare il ministro del governo Monti? Mentre sale le scale della Camera dei Deputati, il nipote allarga le braccia e sorride, come se anche questa fosse una scelta “ineludibile”.
Poi chiarisce: “Tutto è possibile in queste ore. Ma è più probabile un governo di soli tecnici”. È la linea ufficiale del Pd, l’unica in grado di disinnescare le mine che Berlusconi sta mettendo sul cammino delle larghe intese.
Come si fa a giurare fedeltà alla Repubblica a fianco di Altero Matteoli o di Ignazio La Russa, di Franco Frattini e perfino del ministro della Giustizia Nitto Palma?
L’album del giuramento
I democratici considerano la domanda “prematura”, ma i primi a fargliela sono gli (ex?) alleati dell’Italia dei Valori.
Il portavoce del partito di Di Pietro Leoluca Orlando ha gli occhi fuori dalle orbite quando immagina la fotografia che potrebbe vedere sui giornali lunedì.
“Dobbiamo tenere duro: ora ci attaccano, ci danno degli irresponsabili, poi si scoprirà che avevamo ragione”.
Nel Pd sperano di uscire dall’impasse, sperano che Napolitano e Monti alla fine si decidano a fare a meno dei politici.
O almeno di non volerli tra i ministri e di lasciarli solo sottosegretari.
Ci sono tante personalità , da Giuliano Amato allo stesso Monti (che potrebbe tenere l’interim all’Economia) da Renato Siniscalco a Umberto Veronesi, che potrebbero gestire le delicate questioni di governo.
Per questo, quando si sparge la voce che al posto di Nitto Palma a occuparsi di giustizia (e di conseguenza dei guai del premier) potrebbe andare la capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, dal Pd reagiscono così: “Non esiste!”, anche se ammettono che “trovare un tecnico che si occupi di quel ministero sarà una delle cose più difficili”.
Il governo Goldman Sachs
La Lega resta “fuori per controllare meglio”, dice Umberto Bossi, e “contratterà volta per volta” le misure con il nuovo governo.
Loro lo considerano un commissariamento da parte di “un’oligarchia di banchieri e finanzieri”, una “banda bassotti”.
Difficile liquidarla come una sparata leghista anche per chi nel governo ci sarà : se a governarci saranno “Mario Monti, i due Letta e Mario Draghi da Bruxelles – confessa qualche centrista – l’Italia rischia di diventare una filiale di Goldman Sachs”.
Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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