Febbraio 25th, 2016 Riccardo Fucile
UNA CAMERA DI COMPENSAZIONE DEGLI EQUILIBRI DEL PD CHE FORSE HA PIU’ POTERE DEI NOVE ASSESSORI
In barba alla scaramanzia, Vincenzo De Luca ne ha scelti 13. Sono “i consiglieri del presidente della Regione Campania”. Tantissimi.
Per capirci, come ricorda Simona Brandolini sul Corriere del Mezzogiorno, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è fatto bastare 11 consiglieri.
Ma De Luca è l’uomo dei record. Ed è un record questa giungla di personaggi che affolla una camera di compensazione degli appetiti della politica e degli equilibri di partito, fino a formare un esecutivo “parallelo” e ingombrante rispetto ai 9 assessori ufficiali.
Molti dei quali perfetti sconosciuti e con deleghe leggere (le più importanti sono rimaste a De Luca e al vice Fulvio Bonavitacola).
Infatti tra i consiglieri del Governatore, confusi tra tecnici di valore, troviamo: trombati, assessori mancati, eletti in consiglio, segretari di partito, ras delle preferenze, impresentabili. I nominati sono felicissimi, anche se l’incarico in qualche caso è a titolo gratuito.
In certi casi però, pesa come e più di un assessorato.
Prendete l’ultimo della combriccola, Franco Alfieri, il deluchiano sindaco Pd di Agropoli (92% al primo turno), il furbetto della multa.
Voleva candidarsi in Regione senza dimettersi da primo cittadino e si inventò il ricorso a una contravvenzione per decadere e lasciare la giunta al suo vice. Fu tolto dalla lista dem in extremis anche perchè indagato per corruzione (accuse poi cadute in prescrizione). Così ha ritirato il ricorso, è rimasto sindaco, ha puntato a un ingresso in giunta regionale, ma alla fine De Luca lo ha nominato “consigliere alla caccia, pesca e agricoltura”, settore che dispensa fior di finanziamenti.
Ambivano a diventare assessori e hanno dovuto ripiegare a consiglieri il Pd Mario Casillo, mister 31.307 preferenze, delegato al Grande Progetto Pompei; l’Udc Biagio Iacolare (delega al Demanio), mediatore del patto tra De Luca e De Mita; forse anche Aniello Di Nardo, segretario campano delle macerie di Idv. Di Nardo, dentista, è “consigliere alla Protezione Civile”, di cui è stato già direttore della scuola regionale, all’epoca nominato da Antonio Bassolino.
Luca Cascone, ex assessore ai Trasporti a Salerno, è stato eletto consigliere regionale, De Luca lo ha voluto proprio “consigliere ai Trasporti”. Enrico Coscioni, candidato in “Campania Libera”, invece non ce l’ha fatta.
Ma De Luca lo ha ripescato: docente di scienze infermieristiche, nominato “consigliere per la Sanità ”.
Infine: Sebastiano Maffettone (Cultura), Costantino Boffa (alta velocità Napoli-Bari), Patrizia Boldoni (Turismo), Mario Mustilli (Economia), Paolo De Joanna (Rapporti Istituzionali),Francesco Caruso (Relazioni Internazionali), Uberto Siola (Governo del Territorio).
C’è chi pensa che i 13 siano la vera giunta, e gli assessori fanno solo contorno.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 24th, 2016 Riccardo Fucile
SONDAGGIO GHISLERI: TAGLIATI FUORI CENTRODESTRA E PD
Testa a testa tra Luigi De Magistris e il Movimento 5 stelle. Fuori dai giochi sia il Partito
democratico che il centrodestra.
Le indicazioni che derivano da un sondaggio di Alessandra Ghisleri per il Mattino sulle prossime amministrative a Napoli hanno del clamoroso.
Il sindaco uscente, con la sua lista civica, staccherebbe tutti gli altri rivali. Ma con numeri inquadrati in una forchetta che vanno dal 39,1% al 41,8%.
Non sufficienti ad aggiudicarsi un secondo mandato al secondo turno.
Ed ecco la sorpresa. A contendersi al ballottaggio la poltrona da sindaco sarebbe il Movimento 5 stelle.
Nella terra di Luigi Di Maio e Roberto Fico la galassia stellata ancora non ha individuato il candidato sindaco. Dal quale dipenderanno quei decimali in più o in meno che potrebbero fare la differenza.
Ma per il momento gli uomini di Beppe Grillo superano al fotofinish tutti i competitor. Attestandosi tra il 20,3% e il 21,8%.
Lontani anni luce dal sindaco Masaniello. Ma al secondo turno le carte vengono rimescolate (Parma e Livorno docet) e l’esito sarebbe tutt’altro che scontato.
Rimarrebbe fuori di un soffio il centrodestra di Gianni Lettieri, che si gioca le sue chance sul filo di lana arrivando ad un massimale del 20%, con la punta più bassa al 19,3%.
Discorso a parte va fatto per il centrosinistra. Dove si giocano la partita delle primarie Antonio Bassolino e la candidata dei renziani e dei Giovani turchi Valeria Valente. Una sfida che si gioca sul filo di lana, con la Valente avanti di pochissimo: 47,3% contro 45,6%.
Ma con entrambi i candidati, la musica non cambierebbe: quarto posto e fuori dalla partita al primo turno.
Qualche possibilità in più per la Valente, quotata tra il 16,2% e il 17,6%. Più indietro Bassolino, fermo tra il 15,3% e il 15,6%.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 18th, 2016 Riccardo Fucile
PROCURARSI UN’ARMA E’ UN GIOCO DA RAGAZZI… 32 VITTIME IN 13 MESI, MA C’E’ UNA NAPOLI CIVILE CHE REAGISCE
Dal ventre di Napoli si estende lungo le disastrate periferie partenopee e attecchisce nei
comuni dell’hinterland della città .
Le lingue di fuoco delle bande di camorra combattono una guerra. Sono conflitti latenti che al primo sgarro o sconfinamento esplodono.
Sono almeno sei le faide in corso, sottotraccia scorrono altrettanti micro conflitti. Ci sono 25 gruppi e un esercito di killer, che si contendono vicolo dopo vicolo la conquista delle attività illegali: dalla più redditizia gestione delle piazze di spaccio al mercato delle estorsioni fino all’industria della contraffazione.
A loro occorre affiancare i clan storici e le loro articolazioni. Gruppi familiari con un certo pedigree camorristico, che attendono acque meno agitate. Con oculata strategia non gettano per ora altra benzina sul fuoco. Si limitano a giocare di rimessa prestando uomini, mezzi e logistica agli emergenti.
Appoggi esterni per incoraggiare leadership e protagonismi criminali con il fine di costruire future alleanze, garantendosi così il controllo ‘federato’ del territorio. Alleanze e accordi sottoscritti e violati.
Babygang improvvisate ed “effetti collaterali”
Improvvisate babygang con aspirazioni da clan come la ribattezzata ‘paranza dei bimbi’ di Forcella che tentano il grande salto.
Elemento comune è il trasgredire le ‘regole’, impera l’anarchia criminale, c’è la pericolosa babele del tutti contro tutti.
E’ un cocktail esplosivo — in pieno stile gomorra — che ha fatto ripiombare Napoli ed i comuni limitrofi nell’inferno dei morti ammazzati, delle esecuzioni esemplari, dei ferimenti e delle plateali azioni dimostrative.
Un conflitto che coinvolge molti quartieri e rioni caldi della città . Un’escalation che desta allarme sociale minacciando da vicino la stessa coesione e convivenza civile.
È questa “imprevedibilità ”, più d’ogni cosa, a richiedere uno sforzo di intelligence supplementare per decifrare dinamiche che sfuggono ai canoni tradizionali dell’investigazione.
Basta considerare un dato orribile che fa accapponare la pelle e aggrava le statistiche: in meno di cinque anni ci sono stati otto morti per sbaglio. Sangue innocente di nuovi martiri. Un elenco che ogni anno tragicamente si allunga. Bersagli incolpevoli di un errore di persona, commesso da killer che solitamente vanno in giro ad ammazzare i rivali, su ordine dei clan, con armi in pugno e tanta cocaina in corpo.
L’ultimo è stato Maikol Giuseppe Russo, 27 anni, colpito alla testa poco prima delle ore 20 del 31 dicembre scorso a piazza Calenda al rione Forcella mentre aspettata il fratello che finisse di lavorare.
Il 6 settembre in piazza Sanità è toccato a Genny Cesarano, appena 17 anni. I sicari in sella a moto di grossa cilindrata spararono all’impazzata. E’ lo lasciarono steso. Cercavano un esponente del gruppo dei Sequino.
La sparatoria è stata originata — dicono gli investigatori — da una lite, anche con accoltellamento, sugli spalti dello stadio San Paolo.
Il 31 luglio viene prima minacciato e poi ammazzato nell’officina di meccanico dove lavorava Luigi Galletta, 21 anni, ‘colpevole’ di non aver voluto spifferare il nome del proprietario di uno scooter usato per una ‘missione’ di morte.
Prima di loro, in Campania, altre 180 persone — tra loro bambini e neonati — morti in maniera analoga: freddati per sbaglio, o caduti nel fuoco incrociato di bande che sul territorio agiscono indisturbate.
Molti non se ne rendono conto, ma da queste parti, anche se in teoria siamo in tempo di pace, si vive in trincea. Se prima i ‘morti’ si facevano nei quartieri dormitorio a Nord di Napoli ora le fiammate di violenza divampano nel cuore della città .
E il turista che passeggia neppure percepisce il pericolo, lo scombussolamento, i venti di guerra. Lo sguardo è altrove e il naso all’insù a mirare le bellezze randagie e mozzafiato del Centro storico partenoepo.
La cultura del sogno camorrista
La città regge all’urto dirompente della camorra autodistruttiva, grazie al robusto argine della cultura, al ritrovato interesse e passione dei cittadini, all’attivismo di una forte rete civica e al grande lavoro investigativo e inquirente.
Lo Stato ha inferto duri colpi, azzerato clan, disarticolato organizzazioni criminali, acciuffato importanti latitanti, ridotto all’osso le linee di comando.
Un vuoto di potere provocato da inchieste, arresti e condanne e colmato da figli e nipoti di vecchi boss e da ex gregari senza qualità ‘promossi a generali’. Ecco che avanzano allora inedite alleanze tra bande e pezzi di clan traballanti.
Poi ci sono loro: le nuove leve, i minorenni cresciuti con il sogno camorrista, le vittime del disagio sociale, parassiti spregiudicati, balordi riuniti in gang violente che vogliono tutto e subito.
Non temono nulla, neppure di restare uccisi con un colpo in testa.
La Direzione investigativa antimafia nella sua ultima relazione al Parlamento denuncia: “I clan continuano nell’opera di condizionamento culturale delle fasce più emarginate della popolazione, ambendo a porsi quale punto di riferimento alternativo allo Stato soprattutto nelle aree economicamente più deboli e offrendo possibilità di guadagni illeciti ai più poveri”.
Un “reclutamento dei bisognosi” contro il quale non basteranno certo agenti, esercito e telecamere.
Ci sono interi condomini che hanno come unico reddito i proventi della vendita della droga. C’è un welfare criminale che comprende la mesata, lo stipendio, il pagamento dei legali in caso di arresto, a volte perfino le cure mediche.
Come dimenticare le immagini viste a Secondigliano al “Terzo mondo”, il 21 gennaio 2005, quando finisce in manette Cosimo Di Lauro, 32 anni, considerato il vero artefice della faida di Scampia, l’uomo che ordinò lo sterminio dei suoi avversari, gli scissionisti e dei loro parenti.
Mentre i carabinieri del Comando provinciale lo arrestano, scoppia in strada una rivolta contro le forze dell’ordine. Anziani, giovani, donne persino in stato interessante, bambini tentano di impedire l’arresto del rampollo di Ciruzzo ‘o milionario.
Addirittura ribalteranno una gazzella. Camorra dilaniata, frammentata, polverizzata che continua però ad essere interlocutore sociale.
Armi per tutti, di tutti i tipi
Ciò che impressiona, se ancora ci si può impressionare, è la disponibilità e la facilità con cui si trovano e acquistano armi.
I numeri sono allarmanti: tra il primo luglio 2014 e il 30 giugno 2015, i carabinieri del Comando provinciale di Napoli hanno sequestrato 1265 fra armi da fuoco e armi bianche, più di 23mila munizioni e quasi 10mila chilogrammi di esplosivo.
Un arsenale da guerra, cui vanno sommati i sequestri delle altre forze di polizia. Armi micidiali, compresi mitra kalashnikov e mitragliette Uzi, che viaggiano a bordo di tir o auto veloci dai paesi dell’Est europeo come la Repubblica Ceca e la Russia.
Proprio a fine gennaio i carabinieri hanno rinvenuto una santabarbara: armi destinate agli uomini dei clan, i Lo Russo di Miano che si contrappongono ai Licciardi della Masseria Cardone ed i gruppi di Fuorigrotta capitanati dal boss emergente Alessandro Giannelli, 38 anni, acciuffato dai carabinieri martedì scorso 9 febbraio. Kalashnikov, fucile a pompa, tre fucili a canne mozze perfettamente efficienti ma anche giubbotti antiproiettile, caschi integrali neri, 600 colpi di vario calibro e passamontagna.
Un sequestro non isolato. Dieci giorni fa sempre i militari dell’Arma al Rione Sanità , nel corso di un controllo su di un terrazzo di un’abitazione di un affiliato al clan Esposito, trovano nascosti in uno sgabuzzino un fucile mitragliatore di produzione cinese tipo “kalashnikov” — carico e pronto all’uso — 27 munizioni da guerra, 8 cartucce winchester e 2 giubbotti antiproiettile: praticamente un arsenale per agguati in piena regola.
E a pochi giorni dalla festività di Natale in un foro del muro perimetrale della Chiesa Santa Maria di Gerusalemme, ai Decumani, non sono passati inosservati due involucri voluminosi. La polizia vi ha trovato una Beretta calibro 7,65 e un revolver completo di caricatore e quattro cartucce.
Nell’ordinanza che porterà — il 9 giugno 2015 — dietro le sbarre oltre 60 affiliati alla “paranza dei bimbi” di Forcella emerge dalle intercettazioni ambientale nell’abitazione della famiglia-clan Giuliano una ‘strana’ colonna sonora: È il rumore delle armi.
Le cimici captano il sordo suono: lo scarrellamento di una pistola pronta all’uso.
“Ma pensa che è nuova, nuova e imballata”, dice compiaciuto uno dei rampolli della famiglia Giuliano, Guglielmo, durante un colloquio intercettato alla fine di gennaio del 2014.
Uno degli affiliati chiede se quella pistola è “la special 92”.
E un altro giovane Giuliano, Toni, risponde da esperto del settore: “No, no, 92 F S, è la nuova. Fuori serie calibro 9 per 19. Le botte dentro vanno, la teniamo solo noi”.
Per un bel pezzo il gruppo discute solo di pistole. Parlano di quella “con tredici botte”, scherzano sulla “357 cromata con il manico di gomma, quello là è secco e lungo… quello di Al Capone”.
Di fronte a questo quadro nero, tetro, fosco irrompe la provocazione del parroco di Forcella Don Angelo Berselli che ai funerali di Maikol Giuseppe Russo sbottò così: “Non sono un prete anticamorra. Vi sbagliate, io sono per la camorra. Da queste parti è la sola cosa che funziona”.
Arnaldo Capezzuto
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 30th, 2016 Riccardo Fucile
69 MORTI NEL 2015, IL 40% IN PIU’… SONO QUESTE LE VERE EMERGENZE DEL PAESE
Ogni volta che polizia e carabinieri vincono, Napoli apparentemente perde. E sembra farlo due
volte.
È il complicato paradosso di una città meravigliosa e dannata costretta a fare i conti col veleno della camorra anche quando le forze dell’ordine ne decimano i vertici, lasciando lo spazio, mai occupato da un liceo o da una piscina, a giovani sciacalli che sognano di prendere il loro posto.
Eccola la fotografia della doppia sconfitta: poca scuola e molti sciacalli.
Nasce così la paranza dei bambini, il far west delle «stese», le scorribande a bordo di TMax e di Honda SH300 con raffiche sparate in aria, per rivendicare il controllo di un fazzoletto di territorio – «sdraiatevi a terra, stendetevi, che stiamo passando noi» – il marchio di infamia del 2015 napoletano che ha proiettato la città , con più di un morto ammazzato a settimana (69 vittime, una su due di camorra), in testa alle classifiche della pericolosità criminale, in compagnia di Foggia e di Bari e che anche nel 2016 fa sentire quotidianamente il suo fiato nauseabondo.
Diciottenni con la pistola e il kalashnikov pronti a sparare a tutto e a tutti per conquistare un vicolo, una piazza, uno scantinato o un garage dove spacciare droga o imporre il pizzo.
Centinaia di ragazzini fuori controllo e senza regole, imbevuti del mito di Gomorra, capaci di terrorizzare i quartieri nel cuore della città , cominciando a fare fuoco a 13-14 anni e concludendo la propria parabola criminale prima di compierne 25.
La loro fine, in genere, è una galera. O, se va male, una bara.
«Napoli è un’emergenza. Anche criminale», dice Antonio De Vita, comandante provinciale dei carabinieri.
I banditi, certo, ma «anche», appunto, il deserto educativo e le fragilità familiari dei quartieri Spagnoli o dei rioni Sanità e Forcella, incastrati nel centro storico e appoggiati alla schiena delle case eleganti della Napoli bene, dove i revolver sono più numerosi delle lavagne.
Secondo un rapporto di Save the Children, pubblicato il 2 dicembre, nel Napoletano il 19,76% dei ragazzi non arriva al diploma, il 35,8% degli alunni non raggiunge livelli sufficienti di competenza matematica e il 28% non sa leggere.
È la legge della strada, da generazioni, l’unica ascensione sociale riconosciuta: vedetta, piccolo spacciatore, responsabile della piazza, gestore di una zona. Ma sei hai fegato un’arma, un motorino, un piccolo gruppo di fedelissimi e uno spazio da prenderti, in questi anni l’ascensore sale molto più in fretta.
«Napoli è due città », dice padre Alex Zanotelli, che dopo una vita da missionario in Kenya, ha trasformato la chiesa di San Vincenzo nel punto di riferimento di chi, nel rione Sanità , ha ancora voglia di alzare la testa.
LE DUE CITTA’
L’ufficio del missionario è un piccolo loculo bianco scavato nella parete di un minialloggio incastrato in una zona laterale della chiesa. Ci sono bandiere della pace, foto di bambini africani, progetti legati alla sicurezza, all’occupazione e alle scuole stampati su fogli in ciclostile che non molti hanno la forza di leggere. Pile di carta. Una stufetta.
Fuori i motorini si inseguono contromano e sui marciapiedi scassati. Il buco della legalità comincia così, con le piccole arroganze quotidiane.
La strada è piena di voragini accompagnate da qualche sanpietrino. Le telecamere che dovrebbero garantire la sicurezza sono fuori uso. Tutte. Dei vigili neppure l’ombra. «La forza di questa camorra del centro è il caos. Criminalità disorganizzata, eppure, secondo l’amico don Angelo Berselli, più organizzata dello Stato».
Ha il sorriso lento della stanchezza, padre Alex, dita nodose, una croce di corda intrecciata al collo, un’arancia da sbucciare mentre resta incassato nella sedia di legno. «Qui, in 5 chilometri quadrati, vivono 65 mila persone. Non c’è un asilo comunale. C’è una buona scuola elementare ma non ci sono le medie. Infine c’è una sola scuola superiore che ha il secondo tasso di abbandono più alto d’Italia. Come si risolve il problema? Con i soldi naturalmente, ma quelli finiscono sempre altrove. Adesso stanno anche chiudendo l’ospedale. Ovviamente non c’è una banca. Dunque la gente si rivolge agli usurai». Lo dice con la voce neutra dell’abitudine.
Inutile cercare un cinema, un teatro, una palestra, un campo da pallone. Però c’è droga di ogni tipo. Cocaina prima di tutto. Poi l’eroina, improvvisamente tornata di moda. Basta mettersi in un angolo e aspettare.
Dosi a buon prezzo, quindici-venti euro l’una. Per un giro di affari calcolato in ogni spiazza di spaccio in circa novantamila euro settimanali.
«Viviamo su una bomba sociale. C’è la città bene, quella di Chiaia, del Vomero, di Posillipo, e poi ci sono il centro degradato e le periferie come Scampia, Barra e Ponticelli. La cosa grave è che queste due città non si vogliono incontrare. I ricchi non vogliono mai avere a che fare con i poveri. Ma se va avanti così la pagheremo tutti. La ricchezza sarà attaccata».
Quando in settembre padre Zanotelli ha officiato il funerale del diciassettenne Genny Cesarano, ucciso dalla camorra in piazza San Vincenzo, ha tenuto l’omelia fuori dalla chiesa. Le strade erano stipate. «Ho detto: nessuno verrà a salvarvi, dovete alzare la testa. Ma la tv e gli ultimi trent’anni di politica in questo Paese hanno distrutto i valori. E qui le famiglie non sanno neanche più perchè sono al mondo».
Servirebbero lo Stato e qualche volta genitori diversi perchè ormai da tempo le dighe erette contro il debordare della violenza sono state travolte.
Ma in queste ore lo spettacolo d’arte varia della politica, con un’inevitabile superficialità non troppo distante dal vero, si potrebbe riassumere così: Renzi non va a Napoli «per non mettere in imbarazzo De Magistris», De Magistris scrive su Facebook che Napoli è una città «derenzizzata», Bassolino dice a De Magistris che così non si fa e il sindaco dice a Bassolino che lui è il signore dei rifiuti. Si va da qualche parte in questo modo?
LA LOTTA PER LE PIAZZE DELLO SPACCIO
Così, mentre la grande camorra, seppure sfiancata dal costante lavoro della Procura e delle forze dell’ordine, continua a fare i propri affari nella cintura cittadina tra racket, mercato del falso, stupefacenti, appalti e politica, a Napoli centro i cloni in sedicesimi dei boss finiti al 416 bis combattono corpo a corpo per seguire le loro orme, in un ricambio delinquenziale che non vuole avere fine.
I baby sciacalli, barbuti e tatuati, hipster di casa nostra, sono capaci di spendere quindicimila euro a notte in discoteca sognandosi imponenti e imperiosi, immaginandosi come un concentrato di invincibile autorità virile.
Nuove leve, ma anche terze generazioni di famiglie come i Giuliano finiti, in compagnia dei Sibillo, al centro della guerra contro i Mazzarella per il controllo di Forcella e Sanità degli ultimi mesi.
«A Napoli e provincia ci sono almeno 70 clan criminali. Ma è un caos che non conviene a nessuno. In un’intercettazione abbiamo sentito due donne del clan Sibillo che dicevano: ora abbiamo paura, con la paranza dei bambini non si capisce più niente», dice il capo della squadra mobile Fausto Lamparelli. «Non si capisce più niente», un perfetto autoscatto.
IN COMPAGNIA DELLA MORTE
Non sono bastate 140 ordinanze di custodia cautelare – cioè 140 ragazzi finiti dietro le sbarre – a chiudere la storia. Le Stese continuano. E lo spaccio prospera ovunque, con una nuova emergenza nel rione Traiano, a ridosso della città felice. Fuori uno avanti un altro. La polizia vince. La camorra continua a non perdere.
«Le armi provengono in larga parte dai furti negli appartamenti e dalle rotte balcaniche. La droga dal Sudamerica. E più che dal porto passa dal trasporto via gomma. L’estorsione è capillare. Non c’è cantiere a cui non sia chiesto di pagare. Poco o molto, comunque devi paga’. Noi lavoriamo, ma la legalità va fatta a 360 gradi».
L’ultimo arresto eccellente è stato quello di Pasquale Sibillo, 24enne boss di Forcella, datosi alla latitanza (e scovato a Terni), dopo che il fratello Emanuele, 19 anni, era stato fatto fuori dai rivali. Emanuele era considerato un gigante, perchè ancora ragazzino era stato lui ad attaccare i Mazzarella. Ma qui i giganti hanno piedi d’argilla e vita breve. Muoiono loro e muoiono quelli che le forze dell’ordine chiamano «le vittime innocenti». È il caso di Maikol Giuseppe Russo, che il 31 dicembre si trovava al momento sbagliato nel bar sbagliato di Forcella. Un proiettile lo ha colpito alla testa durante una Stesa. Ancora lacrime. Ancora un funerale.
QUALCOSA SI MUOVE
Cattivi, innocenti, guardie e ladri, chiunque può finire per terra. Lamparelli, per esempio, è appena tornato da Montecatone dove è ricoverato un collega cinquantenne colpito dietro un orecchio in uno scontro a fuoco. È rimasto paralizzato. Ha due figli, una moglie e una vita da ricostruire da zero.
Rischiano le forze dell’ordine, rischiano i cittadini, che faticano però a denunciare i reati. E più dell’omertà può la paura.
«I reati diminuiscono, la stragrande maggioranza dei napoletani è sana e qui il coordinamento e la collaborazione delle forze dell’ordine sono eccezionali. Il punto è che il sistema deve garantire l’effettività della pena. I tempi per una sentenza definitiva sono troppo lunghi», chiarisce il procuratore capo della Repubblica Giovanni Colangelo. Come fai a denunciare qualcuno quando hai l’impressione di potertelo ritrovare sotto casa pochi mesi dopo?
Eppure qualcosa si muove. «La platealità dell’azione criminale è in genere inversamente proporzionale al radicamento criminale. Nel centro di Napoli l’instabilità è molto forte. Ma dei segnali di risveglio si notano» assicura Tano Grasso, presidente onorario della Fondazione antiracket.
Si affaccia alla finestra che guarda corso Umberto. «Vede? Da qui alla caserma Pastrengo, poco più di un chilometro, ci sono almeno cinque negozianti che hanno denunciato il racket. Un parrucchiere, un pizzaiolo, un barista, il titolare di un’agenzia turistica e quella di un mercato. Ora dobbiamo remare tutti dalla stessa parte per trasformare questa minoranza che reagisce in maggioranza».
Il procuratore Colangelo, Lamparelli, De Vita, padre Zanotelli, don Angelo, Tano Grasso. In fondo dicono tutti la stessa cosa: Napoli è una città straordinaria e ferita e per curare queste ferite la repressione non basta. E nemmeno la prevenzione. Quelle ci sono. Sono le agenzie educative a mancare. E lì può intervenire solo la politica. Nell’attesa i baby sciacalli sparano a ripetizione, come se fosse sparita quella che Rousseau chiamava «la ripugnanza innata provocata dalla visione di un proprio simile che soffre».
Sabato scorso in ospedale è finito un ragazzino di sedici anni. Perchè durante una Stesa a Traiano qualcuno ha tenuto il braccio troppo in basso. E invece di sparare alla luna ha sparato a lui. Il colpo gli ha trapassato la spalla. Ma avrebbe potuto bucargli il cuore.
Andrea Malaguti
(da “La Stampa”)
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Gennaio 17th, 2016 Riccardo Fucile
LO SDEGNO DEI NAPOLETANI ONESTI DEVE DIVENTARE UNA BATTAGLIA PER LA LIBERTA’….NON BASTA AUSPICARE “MENO STATO” SE E’ ASSENTE “IL SENSO DELLO STATO”
“Orgoglio Partenopeo”. Riscatto meridionale”. Rinascimento Italiano”. “Napoli Capitale”… Sono
tutte, allo stesso tempo, sintesi di appartenenza territoriale, di identità territoriale, ma anche di possibile visione…
Gli uomini rappresentano la più grande “contraddizione vivente”. Propugnano tutti la libertà . E’ bene che si desidera più d’ogni altra cosa, eppure, nel momento stesso in cui la si vuole, la “si disegna” e la si la postula – quasi costantemente – come quid spendibile soltanto all’interno di un gruppo specificatamente dato.
Stato. Associazione. “Moto spontaneo”. La formula conta poco. Ma cercando di andare oltre…
Quelli della Camorra e degli intrecci tra la stessa ed il mondo politico, da una parte, e quello affaristico, dall’altro, sono stati temi sempre ampiamente dibattuti. E’ accaduto nei romanzi. Nei libri di storia. Nei manuali scientfici (o pseudo-tali) di ogni sorta e di ogni “risma”.
Ne hanno “parlato” la sociologia, la psicologia giuridica e la criminologia, per esempio… La stessa filosofia ne ha tratto un utile oggetto di valutazione e di speculazione concettuale.
Le analisi sono state sempre affascinanti anche se non sempre del tutto “centrate”. Una piccola sintesi è possibile a prescindere dal diverso angolo prospettico di indagine, però…
Vi fù (e vi è) una grande differenza tra il terrorismo e la malavita organizzata perchè, mentre il terrorismo era (ed è) dichiaratamente contro lo Stato, la malavita “organizzata” non ne ha mai potuto prescindere.
Mafia e Camorra, infatti, da un lato hanno sempre, sostanzialmente rivendicato la propria “illegittima legittimità ” alla gestione del territorio e dei possibili “affari” in esso effettuabili; dall’altro, hanno contato proprio sulle possibili “interessenze” e sulla “complicità ” per godere di una “copertura istituzionale”: quella data dai politici e dagli uomini di “pubblico apparato” strumentalmente necessari alla fruizione di finanziamenti pubblici, di coperture “formalmente ed apparentemente” lecite e di “prognosi riservatissime” sulla fattibilità delle relative iniziative.
Le organizzazione malavitose, insomma, si sono sempre palesate come organizzazioni territoriali dotate di un proprio “parlamento”, di un proprio “governo” e di uno specifico apparato di amministrazione esecutiva e gestoria. Nulla avviene per caso. E’ sempre tutto programmato e “scientificamente dato”.
Legge del più forte. Sopraffazione. Violenza. Intimidazione, ma anche omertà . Omertà come complicità (quella tipica di chi, “girandoci intorno” o fornendo la “propria manodopera”, comunque ci guadagna) ovvero come “timore”, come paura… Il vero problema non è se esistono leggi sufficienti – o adeguate – “al tema”. Il vero problema è “se ne vuole davvero uscire”.
Certi fenomeni sarebbero debellabili senza problemi se davvero si volesse.
Mafia e Camorra, il territorio lo conoscono bene e lo controllano. Non c’è strada in cui non si entri senza essere “avvistati” dalla vedetta di turno. Noi cittadini nemmeno ce ne accorgiamo. Eppure stanno là , pronti a controllare “chi entra e chi esce”, dal vicolo, dalla piazza, o dalla via. Controllo, onnipresenza e “crudeltà “.
La storia è piena di racconti. Le cronache giornalistiche e giudiziarie, pure, con vittime anche innocenti e di tutte le età , perchè quando hanno deciso di “uccidere”, uccidono e basta, anche se c’è il rischio di poter colpire qualche cittadino onesto che si trova lì per caso.
È triste, ma un potere così pregnante è possibile soltanto se c’è connivenza, perchè se ad uno Stato effettivamente libero e “presente a sè stesso”, si contrappone un antistato illegittimo, quest’ultimo deve soccombere: punto e basta. Se non avviene, il dato che se ne trae è oltremodo semplice e drammatico.
Nel pantano generale, il piccolo, grande sogno di portata generale, e’ quello della destra liberale. Vorrei uno Stato del tutto assente nel settore economico e un mercato libero, con tanto di regole a tutela della concorrenza e delle fasce economicamente più deboli.
Ma da uomo del sud, so bene che un libero mercato è possibile soltanto se lo “Stato è arbitro” imparziale e se la malavita organizzata non esiste, perchè la concorrenza sleale, la fine della crescita meritocratica sul mercato, non è data soltanto dalla mancanza di norme anti-trust, ma anche dalla presenza di strutture malavitose capaci di annientare, soprattutto a colpi di lupara, il moto rivoluzionario della gente.
Una volta ho scritto che oggi, per essere un politico “appena sufficiente”, bisogna avere una dimensione manageriale; che bisogna, cioè, essere capaci di fare analisi ampie e di definire strategie operative parimenti capaci di trasformare le ricchezze del territorio in liquidità e risorse.
Le risorse necessarie per il “bene comune”, insomma, non possono (e non devono) essere sempre (e soltanto) acquisite con tasse, imposte o riduzione dei costi (con tagli alla sanità , all’istruzione, alla difesa nazionale e così via, per esempio).
Fare politica oggi, amministrare e governare, non è più (soltanto), elaborare magnifici spot o sintesi programmatiche ad effetto: è avere una visione “imprenditoriale” unita ad un grande sogno.
“Napoli Capitale” è un concetto che “mi uscì” di impeto oltre un anno fa. Non era un concetto originale per la verità . Napoli è stata capitale per anni ed anni.
In quella occasione, comunque, la locuzione aveva una chiara consistenza provocatoria: era un modo per dire che a Napoli, grazie alla camorra, si può morire come se nulla fosse, anche per caso ed anche se “non c’entri niente”. Basta che ti trovi là , nel luogo della mattanza, anche per il sol fatto che sei sceso a buttare la spazzatura…
La camorra miete vittime innocenti e non lo fa da sola, purtroppo, perchè uno Stato che rinuncia al controllo omnicomprensivo del terriorio – piaccia oppure no – è suo complice!
“Meno Stato. Più mercato. Più libertà “. E’ sempre stato questo “il credo” del mondo librale. Quel mondo, però, si è sempre dimenticato di precisare una cosa fondamentale: per poter arrivare a dire “meno Stato”, infatti, bisogna innanzitutto dire, niente più camorra, niente più mafia, niente più connivenze, perchè soltanto così ci potrà essere un libero mercato e di infinite possibilità .
Le leggi vigenti, insomma, sarebbero sufficienti. Quello che davvero manca è la volontà politica di annientare, sia la mafia che la camorra… Quella alla malavita organizzata è una “guerra vera e propria”.
Per combatterla, la stragegia dovrebbe essere bi-direzionale, perchè mafia e camorra: a) vanno annientate “militarmente”, riannettendo tutto il territorio dello Stato all’esclusivo potere d’imperio dello stesso; b) vanno dilaniate, nella coscienza dei “confusi”, grazie alla cultura dello Stato e della libertà …
Patria. Stato. Città . Amor di patria… Termini bellissimi. Cose che ti riempiono il cuore. Emozioni profonde. C’è a chi arrivano come fatto “naturale” e chi, invece, ha bisogno di essere “martellato” per sentirle.
“Napoli Capitale” è molto più di uno slogan elettorale. Alcuni lo useranno in quel senso, ma faranno un torto ancora maggiore a questa terra ed alla sua gente…
“Napoli Capitale”, nella realtà delle cose, è una sorta di urlo, triste e, nello stesso tempo, ricco di “rabbia”…
E’ una visione ribelle ma democraticamente incendiaria. Cose da uomini veri: quelli che fanno gruppo e che si fanno il “mazzo tanto”… Una favola… Una favola alla quale non smetterò mai di credere.
Forse un giorno lo Stato avrà nei ruoli chiave, e nella stessa società civile, soltanto persone che non si venderanno, che non si faranno comprare e che conosceranno soltanto il vento caldo della legge e della libertà .
Quel tempo lo dovremo preparare, però. Il nostro dovere è consumare un quotidiano proselitismo della legalità e dell’onestà , dalle piccole alle grandi cose.
Una visione richiede cultura, passione, ribellione concettuale (quando serve) e “conservatorismo” (quando necessario).
Ed uno Stato libero è la più ardente delle visioni…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Dicembre 28th, 2015 Riccardo Fucile
“IO CE LA POSSO FARE, LASCIAMO DECIDERE GLI ELETTORI”
“Lo dico da mesi che come Pd abbiamo davanti una scalata molto difficile. E mentre a Napoli,
alcuni cercano candidati per battere me alle primarie, legittimamente s’intende, io mi muovo per sconfiggere de Magistris alle elezioni. Un confronto duro, ma non impossibile. Perciò mi sono battuto per fare le primarie: sono un bagno di umiltà fondamentale”.
Antonio Bassolino trascorre le vacanze tra un incontro elettorale e un pranzo con i cinque nipotini.
Lucido nell’analisi, l’ex sindaco e governatore parla con Repubblica anche di Mezzogiorno, “vero banco di prova per Renzi”. E lancia un appello al premier.
Bassolino, nessuna sorpresa da questi sondaggi che danno il Pd quarto a Napoli e molto male anche a Roma?
“Il mio polso della situazione lo diceva: sto girando, sento persone in ogni quartiere, entro in tante case…”.
Ma solo pochi mesi fa De Luca ha vinto in Regione.
“La partita per il Comune è molto diversa. Alle regionali, il confronto era tra due schieramenti, con turno unico. Ora è tra 4, a doppio turno. E nè de Magistris, nè i 5 Stelle, nè il centrodestra, oltre al Pd, ha la certezza di superare il primo turno. Poi, per il ballottaggio, si riapre la partita e lì comincia un altro gioco”.
Eppure lei è in campo e ha sempre rivendicato di saper vincere. Quindi come crede di farcela?
“In primo luogo: con le primarie. Senza, Pd e alleati, con qualunque candidato, non entrerebbero neanche in partita. Invece occorre fare quel doveroso bagno di umiltà “.
Primarie di umiltà anche per lei, che ha governato molto e commesso anche errori politici.
“Certo, per Bassolino e per tutti. Un grande bagno. Di critiche, di ascolto, di prospettazione di idee. Guai a ogni boria, a ogni peccato di presunzione. Servono modestia, umiltà , sapersi confrontare”
Ma lei è al centro di un paradosso. Grande sostenitore e insieme ostacolo delle consultazioni, visto che tutti i ‘papabilì temono di perdere. Anche Guerini auspica “energie nuove” in campo.
“Ha ragione Lorenzo Guerini, lo dico sul serio. Anch’io mi auguro che si presentino altri candidati con la loro forza. In modo che siano poi i napoletani a decidere chi meglio può fare questa scalata e rappresentare idee nuove per la città in questa fase. Ma deve avvenire quanto prima e non sotto il 6 marzo: perchè la politica è anche tempo. E mentre noi cerchiamo, de Magistris ha già pronte alcune liste, così Lettieri per Fi; e i 5 Stelle sono in campagna elettorale sempre. Anche per questo mi sono candidato subito: per dare una sveglia”.
Ma dopo il suo ritorno, il Pd è ancora più diviso.
“Cosa dire? Mentre a Napoli alcuni cercano possibili candidati per battere me alle primarie, cosa legittima aggiungo, io cerco di battere de Magistris alle elezioni. E intendo vincere per Napoli. Poi, anche per il Pd, per quelli che non sono d’accordo. L’obiettivo è aprire una prospettiva per la città : oggi bloccata politicamente”.
La prospettiva di un nuovo patto con Roma?
“Certo. Una sinergia che spetta innanzitutto al sud stimolare. Difatti, la principale critica politica che io muovo al sindaco è quella di aver attivato una costante contrapposizione, in luogo della collaborazione indispensabile e necessaria, con il governo e con Roma. Quella collaborazione è il primo passo per innescare ogni cambiamento: per creare sviluppo, per trasformare Bagnoli, per lottare contro forme moderne e tragiche di una camorra di gang giovanili, a cui occorre rispondere con più scuola fino a sera, più spazi, più impianti sportivi”.
Bassolino, lei sta lanciando un appello a Renzi?
“La sfida è il sud. Sia Scalfari che Galli della Loggia hanno posto in questi giorni il grande tema del Mezzogiorno come un problema anche del governo. Questo è un tema anche culturale, non solo politico. Penso che il governo debba sforzarsi molto di più, nella sua visione e nell’approccio al problema meridionale. Perciò dico a Renzi, al Pd Nazionale: dobbiamo riuscirci insieme, sud e Roma, ma anche Mezzogiorno e Nord. Anche per questo mi ero battuto perchè le primarie si svolgessero nello stesso giorno a Milano e a Napoli. Poi noi le faremo il 6 marzo, va bene. Ma il presidente del Consiglio riesce a cambiare davvero il Paese nella misura in cui riesce a cambiare anche il Mezzogiorno. Ed è con questo spirito che io mi candido a Napoli”.
Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
LA MANIFESTAZIONE PROMOSSA DAI PARROCI CON L’ADESIONE DI ASSOCIAZIONI, AUTORITA’ E ARTISTI
Partito poco dopo le 10.30 da piazza Dante il corteo dei parroci e delle associazioni contro violenza
e degrado. Duemila i manifestanti.
Il corteo è aperto dallo striscione “Un popolo in cammino per la giustizia sociale comntro la camorra”.
Su un altro striscione si legge: “Verità e giustizia per Genny e per tutte le vittime innocenti”. Tantissimi anche gli studenti. In prima fila, dietro lo striscione che apre il corteo, i parroci dei così detti quartieri difficile di Napoli.
C’è anche, Giovanni Catenna il 29enne ferirto per errore in piazza Sanità durante un agguato di camorra il 14 novembre.
Sarà lui a consegnare al prefetto Gerarda Pantalone il documento con le richieste che i sacerdoti hanno preparato in questi giorni.
Tre i punti: scuola, sicurezza e giustizia sociale. C’è anche Antonio Cesarano, il padre di Genny, il minore ucciso errore da un proierttile vagante in piazza Sanità all’alba del 6 settembe scorso.
Aderiscono anche molti rappresentanti politici e delle istituzoni: il sindaco Luigi de Magistris, il vicesindaco Raffaele Del Giudice e altri componenti della giunta comunale. Tra gli artisti presenti il fotografo Mimmo Jodice, che fin dall’inizio ha dato il suo appoggio ll’iniziativa.
“Il fatto nuovo di questa manifestazione è l’amicizia sociale che si è creata tra realtà diverse”. Così il parroco del Rione Sanità , don Antonio Loffredo, valuta l’iniziativa contro la camorra ‘Un popolo in cammino’ a Napoli.
“Il corteo non riguarda specificamente la vicenda di Genny Cesarano, il ragazzo ucciso nel Rione il 5 settembre scorso – aggiunge il sacerdote – anche se, naturalmente, si attende che i responsabili siano assicurati alla giustizia ma è sintetizzata dalle richieste che rivolgiamo al governo sul lavoro e sulla sicurezza”
Alla domanda di un giornalista che gli ha chiesto come mai la Regione Campania ed il Comune di Napoli non siano tra gli interlocutori dei manifestanti, don Loffredo ha risposto: “Sulle nostre proposte in tema di lavoro serviranno tavoli di approfondimento ma per intervenire su questi problemi occorre l’impegno del governo”.
Antonio Di Costanzo
(da La Repubblica”)
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Dicembre 4th, 2015 Riccardo Fucile
DOMENICA APRE “HART” A NAPOLI: L’INNOVAZIONE PARTE DAL SUD
La magia del cinema con la comodità di stare a casa propria. Sembra essere anche questo
l’obiettivo che si propone a Napoli l’Hart di via Crispi, un locale che offre al tempo stesso cinema, musica e bistrot da guardare, ascoltare e gustare ai tavoli, sui divani o distesi nei letti a tre piazze disposti in prima fila.
Uno scenario futurisco che ha lo scopo di rispondere alla crisi del cinema, offrendo un’alternativa più composita, ma al tempo stesso intima e elegante.
A permettere la realizzazione del progetto un investimento di 800 mila euro nella storica sala dell’Ambasciatori da parte di tre imprenditori: Luciano Stella, Sigfrido Caccese e Mariano Pierucci.
Si legge su Repubblica:
“Hart” significa cuore in olandese, ma è anche un neologismo che contiene le parole inglesi arte e terra. Il logo è un tatuaggio con al centro un cuore disegnato dal giovane artista tattoo Giorgio Chirico.
“Investo in luoghi di cui mi piacerebbe essere spettatore – spiega l’imprenditore Luciano Stella -. Il locale nasce dalla volontà di rilanciare la mission principale dell’Ambasciatori in una chiave totalmente nuova e di multiprogrammazione. Vogliamo regalare al nostro pubblico proposte stimolanti ricreando un’atmosfera più intima, quasi casalinga, con la possibilità di bere e mangiare in sala.
L’offerta – prosegue – si muove fra tradizione e innovazione, basso e alto, leggero e impegnato. Il pubblico è trasversale, una generazione offbeat libera da schemi e costrizioni del mercato”.
L’inaugurazione è prevista per domenica, con la proiezione del trailer del film d’animazione “Gatta Cenerentola”.
Il pubblico assisterà allo spettacolo con indosso le cuffiette, in modo da non disturbare chi, nell’altra sala, starà consumando un aperitivo.
Se al cinema si preferisce invece la musica lunedì si esibiranno nella sala i “Portico”, una rock band londinese.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 29th, 2015 Riccardo Fucile
“NAPOLI, BELLE EPOQUE” DELLO STORICO FRANCESCO BARBAGALLO: LA NARRAZIONE DI UNA GRANDE CAPITALE CULTURALE, A CAVALLO TRA ‘800 E ‘900
«Fino alla Grande guerra Napoli è ancora una capitale europea. Dopo non lo sarà più».
Finisce così, con un pizzico di malinconia, il bel libro di Francesco Barbagallo, storico di fama che sulla sua città molto ha scritto.
Ora Laterza pubblica Napoli, Belle à‰poque che si potrebbe forse definire una «narrazione storica», un nuovo tassello che arricchisce le opere di rilievo di Barbagallo, su Francesco Saverio Nitti, sulla storia della camorra, sulla modernità squilibrata del Mezzogiorno d’Italia.
Un’altra citazione, pagina 131: «Nell’Ottocento e nel primo Novecento Napoli era ancora una città di grande bellezza».
E poi: allora una enorme massa di popolo e plebe affollava anche i quartieri del centro ed era dedita a mille mestieri.
Non manca un’autocritica. Barbagallo racconta come, tra Ottocento e Novecento, Napoli sia stata anche una grande capitale culturale, con la sua famosa Università , l’Accademia Pontaniana, il Circolo filologico fondato da Francesco De Sanctis, le grandi riviste di Nitti, «La Riforma Sociale» e di Benedetto Croce, «La Critica», oltre alle numerose grandi biblioteche, i teatri, i giornali, la musica, il cinema.
E aggiunge: «Sembra giunto il momento di rivedere i giudizi troppo critici, espressi anche da chi scrive, sulle classi dirigenti napoletane nell’Italia liberale perchè, nonostante i loro evidenti limiti sul terreno politico amministrativo e delle iniziative industriali, il confronto con le classi dirigenti del settantennio repubblicano va tutto a vantaggio dei bistrattati aristocratici e borghesi della Belle à‰poque, che a Napoli non si svolgeva solo nel Salone Margherita con le belle sciantose».
E in quella comparazione tra passato e presente viene in mente il massacro del mondo di oggi che Francesco Rosi ha raccontato nel suo film Le mani sulla città e vengono in mente le pagine del Mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese, del Resto di niente di Enzo Striano, di Mistero Napoletano di Ermanno Rea.
È un’impresa non facile raccontare Napoli anche per chi ne conosce le viscere.
Francesco Barbagallo è riuscito a farlo con rigore, senza noia accademica.
I personaggi grandi, il Croce, Arturo Labriola, Giustino Fortunato, ma anche quelli che al loro tempo ebbero influenza ed esercitarono potere senza lasciare eredità e con loro gli uomini e le donne privi di nome, la plebe, la piccola borghesia, rivivono, segnati dai caratteri e dal costume del tempo. (Spicca il racconto del grande amore di Benedetto Croce, i vent’anni di vita appassionata con Angelina, la bellissima Donna Nella che morì nel 1913 lasciando il filosofo in una cupa disperazione).
Agli inizi del libro siamo nei decenni di fine Ottocento, tra l’ennesimo colera, nel 1884, la prima pietra della legge del Risanamento posata nel 1889 da Umberto I.
Ci fu allora furia di fare: si costruì la funicolare di Chiaia e quella di Montecalvario, fu isolato il Maschio angioino, liberata la piazza del Municipio, nacque la galleria Umberto, di fronte al teatro San Carlo, con il Salone Margherita che non avrà nulla da invidiare al Moulin Rouge e alle Folies Bergère.
Le sciantose erano famose come i calciatori oggi, Armand d’Ardy (‘A frangesa), Lilly Freeday, Lina Cavalieri, Clèo de Mèrode, «Le diseuses dalle voci smaglianti, le scatenate gommeuses del can-can».
Con le loro mosse e mossette fecero perdere la testa a borghesi doviziosi, a ufficiali dell’esercito regio, a aristocratici.
Fra gli altri, anni dopo, a Emanuele Filiberto di Savoia, duca d’Aosta, comandante della X Armata di stanza a Napoli.
La vita pareva correre, la festa di Piedigrotta era conosciuta nel mondo, come le canzoni, Funiculì Funiculà , Te voglio bene assaje , Era di maggio di Salvatore Di Giacomo e Mario Costa. L’industria della canzone napoletana era fiorente.
Anche la retorica dei figli di mamma gonfiava la musica del golfo.
«I figli sono figli» e basta, come nella commedia di Eduardo De Filippo, Filumena Marturano .
La madre mediterranea aveva a Napoli il suo porto sicuro protetto dallo stereotipo dei «mangiatori di maccheroni» nel paese di Pulcinella che piaceva tanto soprattutto agli stranieri.
Non tutto era rose e fiori. Ragazzetti pastori di 7-8 anni lavoravano 14, 15, 16 ore al giorno, con un salario minimo di 17 cent., «Piccoli proletari costretti ad andare al lavoro all’una dopo mezzanotte», scriveva «La Propaganda», settimanale socialista nato nel 1899.
La crisi premeva, la corruzione dilagava, i capitali stranieri, belgi, francesi, del Nord Italia erano una ghiotta preda.
Sugli affari pesava la camorra. Nel 1900 fu istituita una commissione d’inchiesta sui mali di Napoli presieduta dal senatore Giuseppe Saredo.
È impressionante ritrovare nelle mille pagine della Relazione l’attualità del fenomeno: «Il male più grave, a nostro avviso, fu di aver fatto ingigantire la camorra, lasciandola infiltrare in tutti gli strati della vita pubblica e per tutta la compagine sociale invece di distruggerla, come dovevano consigliare le libere istituzioni. (…) Collo sviluppo della camorra, la nuova organizzazione elettorale a base di clientele, di servizi resi e ricambiati in corrispettivo del voto ottenuto, sottoforma di protezione, di assistenza, di consiglio, di raccomandazione, rese possibile anche lo sviluppo della classe dei faccendieri o intermediari, che nel periodo anteriore al 1860 erano già un elemento indispensabile per il traffico degli affari».
Contro l’inchiesta Saredo si scatenarono in molti.
Tra i più eccitati Eduardo Scarfoglio, il fondatore e il direttore del «Mattino» che incitò i napoletani alla rivolta e insultò quelli del Nord «dagli occhi foderati di prosciutto».
Fu un giornalismo becero il suo, che ha fatto scuola e seguita a farla. Come giudicava lo sciopero? «Uno scoppio di quello spirito tirannico delle plebi cui i capitalisti hanno il dovere di resistere».
Con quel suo quotidiano menar colpi da ogni lato, è esperto in avvertimenti e minacce, sempre immischiato nei giochi del potere, degli affari, delle clientele.
Si firma Tartarin, ha un panfilo di 36,6 metri, è ricchissimo, «Non vi ha uomo al mondo, per povero che sia, che non possa avere uno yacht», ama dire.
Insulta il re mentre sua moglie, la scrittrice Matilde Serao, sparge nei suoi celebri «Mosconi» miele e incenso sulla regina Margherita.
È amico di D’Annunzio che ha sempre bisogno di soldi e pubblica sul suo giornale elegie, sonetti, saggi e una parte del romanzo Il trionfo della morte .
Barbagallo racconta con rigore e con minuzia lo sviluppo economico napoletano: la nascita dei grandi magazzini Mele, i tentativi di Nitti per un avvenire industriale della città fondato sull’energia elettrica.
Il saggio si conclude negli anni che precedono l’inizio della Prima guerra mondiale quando viene meno la capacità mediatrice giolittiana e i conflitti di classe esplodono con violenza.
Le lotte operaie lasciano allocchita la borghesia sorretta da Scarfoglio e dai giornali d’ordine.
La guerra porta lavoro all’industria meccanica con le forniture militari, ma i napoletani, per il 90 per cento, sono contrari: «La guerra – scrive Barbagallo – si sarebbe rivelata un pessimo affare per Napoli e per tutto il Mezzogiorno. La spesa pubblica avrebbe sempre più privilegiato le aree già sviluppate del Nord, negli anni di guerra e della riconversione industriale del ventennio fascista».
È un libro serio, sereno, di grande contemporaneità questo Napoli, Belle à‰poque .
Fa capire com’è antica (e sempre attuale) la lontananza dei governi dai problemi del Sud. Italia .
Corrado Stajano
(da “il Corriere della Sera”)
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