Gennaio 10th, 2020 Riccardo Fucile
“QUALCUNO VUOLE ANDARE A VOTARE A BREVE CON MILLE SEGGI IN PALIO, NOI NON CI PRESTIAMO”
Ieri alcuni parlamentari hanno ritirato le loro firme dalla richiesta di referendum sul taglio dei
parlamentari, di fatto bloccandone la possibilità di consegnarle in Cassazione per la proclamazione della consultazioni.
A quanto pare, la Lega ha cominciato ad attivarsi per trovare altri volontari per sostituirli, a dispetto dei tanti voti a favore del taglio da parte del Carroccio in Parlamento.
Ma soprattutto, spiega oggi Emanuele Lauria su Repubblica, la mossa sarebbe il primo atto della costituzione di un nucleo di “responsabili” provenienti da Forza Italia che potrebbero puntellare il governo Conte:
È stato, nei fatti, il debutto dei “responsabili” di Conte. Ovvero il primo atto di sostegno a un governo che teme un voto in primavera da parte di un pezzo dell’opposizione: segnatamente da parte di quella frangia di Forza Italia che ha aderito a “Voce libera”, l’associazione fondata da Mara Carfagna che ormai si può definire composta da dissidenti ufficiali di Forza Italia.
L’accelerazione è avvenuta nella mattinata di ieri, con un giro di telefonate che ha coinvolto l’ex ministra e un gruppo di parlamentari della sua corrente: fra questi Franco Dal Mas, Massimo Mallegni, Laura Stabile e Barbara Masini, che poi sono andati fisicamente a ritirare le firme sulla richiesta di referendum sul taglio dei parlamentari.
Con un’idea precisa esplicitata da Mallegni, senatore toscano: «Noi, in partenza, eravamo animati da puro spirito referendario. Con il passare dei giorni, e soprattutto delle ore, abbiamo sentito puzza di morto: molti sostenitori del referendum si sono spesi solo per far sì che si torni a votare con mille seggi in palio. Una presa in giro». Nel centrodestra, da quel momento, è stato il caos.
Perchè a tutti è stato sin troppo chiaro che dal gruppo forzista di Palazzo Madama si stava calando un ponte levatorio verso la maggioranza.
Con la prospettiva, in tempi non troppo lunghi, di una spaccatura e della formazione di una componente autonoma disposta a dare una mano all’esecutivo giallo-rosso.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 9th, 2020 Riccardo Fucile
“CI SONO STATE PRESSIONI DEI PARTITI”… DIVERSI SONO VICINI A MARA CARFAGNA CHE SAREBBE MEGLIO CHIARISSE IL VOLTAFACCIA
Colpo di scena nella vicenda del taglio dei parlamentari. Il deposito delle firme in Cassazione era
previsto per questa mattina alle 11 ma è slittato perchè sono venute meno alcune adesioni.
Le firme richieste per il referendum costituzionale sono infatti 64 (un quinto dei membri di una Camera, secondo l’articolo 138 della Carta) ma alcuni senatori si sono tirati indietro nelle ultime ore.
Andrea Cangini – di Forza Italia, uno dei tre parlamentari che hanno avviato la raccolta dopo l’iniziativa partita dalla fondazione Einaudi – assicura che sarà preso un nuovo appuntamento in Cassazione entro il 12 gennaio, termine ultimo. “Altri senatori si stanno aggiungendo per cui per correttezza abbiamo chiesto alla Cassazione uno slittamento”, ha aggiunto Cangini.
Negli ultimi giorni si era arrivati – spiegano gli organizzatori – a quota 66 ma ben 8 senatori si sono tirati indietro. I senatori che hanno cambiato idea sarebbero, secondo indiscrezioni, di Forza Italia.
Ma dubbi sarebbero emersi anche in alcuni dem, visto che nel frattempo è partito il treno della legge elettorale. Il referendum costituzionale – se sarà raggiunto il numero delle firme necessarie – dovrebbe tenersi in primavera. Ed è da molti considerato un possibile incentivo al voto anticipato. In caso di scioglimento delle Camere, si tornerebbe infatti alle urne con l’attuale numero dei seggi (e più alta probabilità di essere rieletti).
Ma cosa ha provocato questa marcia indietro? Le pressioni dei partiti sui parlamentari? “Sicuramente pressioni ci sono state – risponde Cangini a Repubblica – si è diffusa la convinzione che il referendum possa accorciare la vita della legislatura. C’è anche un altro fattore: qualcuno ha pensato che questa iniziativa possa incoraggiare una decisione della Consulta a favore del referendum Calderoli (ndr, quello per l’abolizione della quota proporzionale del Rosatellum per introdurre un maggioritario puro). I senatori di Forza Italia che si sono tirati indietro – guidati da Massimo Mallegni – sono in gran parte dell’area vicina a Mara Carfagna. I promotori della raccolta stavano chiudendo il verbale quando Mallegni ha bloccato l’operazione. Il verbale e la consegna sono così stati bloccati. Le firme devono essere raccolte e verbalizzate entro domenica 12 e possono essere consegnate in Cassazione anche il 13.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2020 Riccardo Fucile
NELLA SCORSA LEGISLATURA FURONO 569
Oggi il Corriere della Sera pubblica un’infografica che riepiloga i 67 parlamentari che hanno cambiato casacca dopo un anno e nove mesi di legislatura.
Il grosso dei cambi di casacca si è concentrato a partire dallo scorso settembre, periodo di avvio del governo Conte II a maggioranza Pd-M5S-Leu a cui poi si è aggiunta Italia Viva: 67 spostamenti fino a inizio gennaio.
Un numero ancora modesto se si pensa che nella scorsa legislatura i passaggi da gruppo a gruppo raggiunsero quota 569, con una media di quasi dieci al mese.
Valore che aveva a sua volta raddoppiato quanto accaduto nel quinquennio precedente (2008-2013), quando i cambi di casacca erano stati 261.
Spiega Franco Stefanoni che nel complesso, dal voto delle ultime Politiche, i cambi di casacca sono 88, con una media di 4,5 al mese.
Tra espulsioni inflitte e fughe subite, i 5 Stelle stanno tirando la volata dei cambi di casacca. Con il benservito del M5S al senatore Gianluigi Paragone, il passaggio al Misto dell’ex ministro all’Istruzione Lorenzo Fioramonti (intenzionato a dar vita a una nuova creatura politica) e l’adesione alla Lega a fine dicembre a Palazzo Madama degli ex pentastellati Stefano Lucidi, Ugo Grassi e Francesco Urraro, i margini di tenuta per il governo Conte II hanno finito per assottigliarsi.
Non è un caso che Conte abbia invitato a «rendere più difficile questi passaggi, senza mortificare la libertà del singolo, sulla base dei regolamenti parlamentari». E il trend agita i piani alti dei 5Stelle.
(da agenzie)
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Gennaio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
NUNZIO ANGIOLA E GIANLUCA ROSPI LASCIANO IL GRUPPO E APPRODANO AL MISTO (IN ATTESA DI FIORAMONTI)
Due deputati del MoVimento 5 Stelle, Nunzio Angiola e Gianluca Rospi, hanno lasciato il
gruppo dei grillini alla Camera.
“Ho deciso, con grande rammarico, di abbandonare il M5S. Il mio dissenso non deriva da un mio personale cambiamento di opinioni, ma dalla presa d’atto che, chi più chi meno, i vertici del Movimento hanno preferito trincerarsi in una chiusura pregiudiziale nelle proprie granitiche convinzioni. La mia odierna decisione non è da porsi in connessione con quella di altri colleghi parlamentari, come Lorenzo Fioramonti”, annuncia Angiola.
Il 30 dicembre scorso però proprio Angiola sulla sua pagina fb aveva scritto, rivolgendosi a Fioramonti: “Fare le cose difficili è infatti dannatamente difficile. Ma imparare a farle è necessario. In certi casi, nella vita occorre fare un passo indietro, per farne poi due in avanti”. Angiola il 23 dicembre scorso aveva annunciato di non aver votato la legge di bilancio anche se contemporaneamente confermava il suo appoggio al governo Conte Bis.
Rospi invece veniva fino a qualche tempo fa come uno della pattuglia di deputati pronti a lasciare per andare con Lorenzo Fioramonti e con il suo nuovo movimento Eco.
“Vorrei, infine -conclude Angiola- rassicurare i cittadini e i sindaci del mio Collegio elettorale. Il mio impegno per il Paese, il territorio murgiano e per l’Università non si ferma qui, e non si fermerà mai. Continuerà — in modo più determinato e incisivo — come parlamentare della Repubblica Italiana, nel Gruppo Misto”.
Rospi ha invece fatto sapere che non ritiene più tollerabile “la gestione oligarchica del MoVimento 5 Stelle”: in realtà il M5S è gestito così da ben prima che Rospi si candidasse con loro. Si vede che nel frattempo ha avuto un’illuminazione sulla via di Damasco.
I due onorevoli hanno nel frattempo provveduto a cancellare ogni simbolo del M5S dalle loro pagine FB ma non hanno scritto nulla sul loro addio al M5S. “Lascio il M5S e passo al Gruppo Misto perchè non è più tollerabile una gestione verticistica e oligarchica”, ha fatto sapere Rospi in una nota.
“Ho consegnato al Presidente della Camera, Roberto Fico, la mia decisione di lasciare il gruppo parlamentare M5S e di approdare al Gruppo Misto, scelta che non è da ritenersi attinente a quella di altri colleghi che in questi giorni stanno lasciando il movimento“, spiega.
“In queste festività ho riflettuto tanto e, per svariate ragioni, in primis il non condividere la Manovra di Bilancio approvata di recente e la mancanza di collegialità nelle decisioni all’interno del gruppo, ho maturato l’idea di lasciare, con grande rammarico, il MoVimento 5 Stelle. Manovra di Bilancio a parte, non è più tollerabile una gestione verticistica e oligarchica del Gruppo parlamentare con il risultato che ristrette minoranze decidono per la maggioranza; il M5S non vuole più dialogare, con la base che si limita a veicolare le scelte prese dall’alto senza più essere portatrice di proposte”, continua Rospi.
“Non è un cambio di opinione ma la semplice presa d’atto di una chiusura del MoVimento nei miei confronti. Lasciatemi dire anche che oggi ho l’impressione che nel Nostro Paese ci sia un atteggiamento passivo nei confronti del presente; un atteggiamento in grado di sgretolare uno dei pilastri del nostro stare insieme e del nostro modo di guardare al futuro. È come se si pretendesse di avere diritto a un domani migliore senza essere consapevoli che bisogna saperlo conquistare, costruendolo insieme e da protagonisti, convinti che i legami che hanno senso, riprendendo le parole di Silvia Vegetti Finzi, non limitano l’io ma gli danno forza e significato” attacca. “Con questo spirito sono entrato in Parlamento il 4 marzo del 2018, rinunciando ad altri prestigiosi traguardi conquistati negli anni passati. Ed ancora più determinato di prima mi preme rassicurare i cittadini, i Vescovi e i sindaci del mio Collegio ai quali dico che continuerò nell’impegno preso come parlamentare della Repubblica Italiana, questa volta però dal Gruppo Misto”, conclude.
(da agenzie)
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Gennaio 1st, 2020 Riccardo Fucile
PRESTO IL BATTESIMO DELLA NUOVA CREATURA ECOLOGISTA CON UNA DECINA DI DEPUTATI… MENTRE NEL M5S ALTRI SI STANNO MUOVENDO CONTRO DI MAIO E CASALEGGIO
L’ex ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti ha lasciato il gruppo del M5s alla Camera
passando al Misto. E si appresta a lanciare il suo. Si dovrebbe chiamare ‘Eco’ (le iniziali della parola ecologia, ma anche di economia) la nuova creatura che farà riferimento proprio all’ex ministro dell’Istruzione.
Lo sguardo è rivolto all’Europa: nei giorni scorsi Fioramonti ha avuto un colloquio con il leader dei Verdi europei.
Ed è rivolto anche a sinistra, perchè secondo quanto riferiscono fonti ben informate Fioramonti nei giorni scorsi ha avuto colloqui anche con diversi esponenti del mondo del centrosinistra. Alcuni pure del Pd (secondo le stesse fonti con il vice segretario Orlando, il ministro Boccia e il capogruppo Delrio), altri di Leu, come la Muroni.
Gli esponenti dem sarebbero stati semplicemente informati dell’operazione (non ci sarebbe stata invece alcuna interlocuzione tra Fioramonti e i ministri M5s) che potrebbe andar bene in prospettiva anche al Pd.
L’obiettivo sarebbe infatti quello di spostare gli equilibri del M5s verso sinistra, spingendolo ad abbandonare i temi sovranisti
E magari far sì che quando si andrà a votare una parte dei consensi dal Movimento possano spostarsi appunto verso il centrosinistra.
Tuttavia l’imperativo è quello di evitare fibrillazioni in questa legislatura, far sì che si faccia di tutto affinchè non ci sia il voto anticipato. Si tratta di una operazione che dovrebbe partire già nei prossimi giorni, con la consegna ad inizio anno di una decina di lettera di deputati pronti ad andare nel Gruppo misto. Tra questi i pentastellati Rospi e Angiola, che già ieri si sono schierati con Fioramonti.
Altri pentastellati potrebbero arrivare nei giorni successivi, possibile anche dopo le elezioni in Emilia e Calabria.
Nel frattempo Fioramonti dovrebbe lanciare ‘Eco’ con una serie di iniziative e di convegni, magari anche grazie all’endorsment di una parte del mondo accademico e di altri parlamentari che guardano con interesse alla nascita di una ‘cosa Verde’.
C’è un dialogo in corso con Fassina, mentre Civati, Montanari, Ragosta il 12 gennaio a Roma lanceranno il partito Ecologista (Montanari e Civati potrebbero essere i portavoce) mettendo insieme tutti quelli che non si riconoscono nella federazione dei Verdi.
‘Eco’ viaggerà lungo una corsia autonoma, ma non è detto che poi alla fine le varie esperienze possano convogliare in un unico soggetto e far parte di una lista del premier (oggi è arrivato l’ok di Bettini), qualora se ne presentasse l’occasione.
Intanto mentre alla Camera i circa dieci deputati in uscita sceglieranno la strada del Misto, al Senato questo 2020 potrebbe aprirsi con altre spine per il Movimento 5 stelle. La battaglia però in questo caso è tutta interna: un gruppo di senatori sta preparando un documento, una sorta di mozione per chiedere il cambiamento dello Statuto. E far sì che le decisioni politiche vengano prese all’interno dell’assemblea.
Un tentativo del genere era stato portato avanti qualche settimana fa, ma la discussione verrà riaperta a palazzo Madama alla ripresa dei lavori parlamentari.
Una discussione che comprende pure il tema delle rendicontazione. “Quote accantonate in attesa di chiarimenti”, ha chiarito oggi la deputata Aprile riferendosi alla restituzione mensile delle somme destinate al Movimento.
Sono in tanti a non effettuare più il versamento mensile e all’inizio dell’anno prossimo il direttivo pentastellato potrebbe decidere per la mano dura.
Nel mirino di molti esponenti M5s c’è pure Casaleggio. “La piattaforma – il ragionamento di diversi pentastellati – deve rispondere al Movimento non alla Casaleggio Associati. E per i versamenti deve esserci la massima trasparenza”.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 27th, 2019 Riccardo Fucile
MOLTI SONO PROFESSIONISTI ELETTI NELL’UNINOMINALE… OBIETTIVO ARRIVARE A 20 PER FORMARE UN GRUPPO
Quindici deputati del MoVimento 5 Stelle sono pronti a lasciare il gruppo alla Camera per
formare un nuovo insieme guidato da Lorenzo Fioramonti.
Il Messaggero fa i nomi dei papabili dell’esodo che colpisce il M5S per l’ennesima volta da quando è in Parlamento.
Racconta oggi Il Messaggero:
La lista di deputati pronti a lasciare Di Maio è composta da Massimiliano De Toma, Rachele Silvestri, Roberto Rossini, Roberto Cataldi, Nadia Aprile, Gianluca Rospi, Nunzio Angiola, Andrea Vallascas e altri parlamentari alla prima legislatura. Molti di questi sono professionisti eletti nei collegi uninominali, molti di questi — secondo il sito www.tirendiconto.it non risultano in regola con le restituzioni dovute al Movimento, come Fioramonti.
E dunque, secondo le regole grilline, se non correranno al bancomat entro il 31 dicembre finiranno sotto le cortesi attenzioni dei probiviri, rischiando nei casi più gravi l’espulsione: «Stiamo facendo riflessioni sul momento politico, il M5S non è più quello che conoscevamo», ripetono un po’ tutti gli scissionisti. Tra di loro ce ne sono «cinque» che, come nelle partite di poker, giocano con le carte coperte.
L’obiettivo infatti è chiaro: arrivare a quota 20. Puntando a formare un nuovo gruppo con l’inserimento degli ex già finiti, per vicissitudini varie, nel gruppo Misto.
Qualche nome: Andrea Cecconi, Sara Cunial, Gloria Vizzini e Veronica Giannone. L’idea potrebbe attrarre anche gli eletti con Centro democratico +Europa come Alessandro Fusacchia. I contatti sono in corso, anche in queste ore di festa.
Se la componente degli scissionisti riuscirà a formare un gruppo autonomo a quel punto non è escluso che cambino gli equilibri all’interno del governo.
«Perchè 20 voti diventerebbero fondamentali come accade adesso per Italia Viva», racconta chi sta lavorando al progetto. E non esclude di chiedere al premier «un riconoscimento».
Chi invece, dopo tante indiscrezioni, non farà parte della compagnia è Giorgio Trizzino, medico palermitano, a capo della corrente dei “competenti”.
«Rimango dove sto — dice a Il Messaggero — ma sarò una spina nel fianco del Movimento per spronarlo a fare meglio. Fioramonti? Trovo la sua mossa non corretta, soprattutto per le sfide che attendono la scuola e l’Università ».
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 12th, 2019 Riccardo Fucile
DODICI SENATORI IN USCITA DA FORZA ITALIA PER FARE DA FORZA DI DISSUASIONE VERSO CHI PUNTA ALLA CRISI… MENTRE CONTE E’ MOLTO ATTIVO E PUNTA A CREARE UN SUO GRUPPO
Il Senato è una trincea. Tra i 5 stelle è una girandola di telefonate.
Beppe Grillo, dopo aver chiamato infruttuosamente Lucidi, ha contattato un po’ di senatori della vecchia guardia, per capire cosa stesse succedendo e quanto potesse essere utile caso per caso la sua moral suasion.
Al poliziotto buono ha fatto eco quello cattivo. “I parlamentari che lasciano mettano nella lettera anche il listino prezzi del mercato delle vacche aperto da Salvini al Senato, ci dicano quanto costa al chilo un senatore”, ha tuonato Luigi Di Maio, proseguendo sulla linea aggressiva inaugurata ieri.
Il timore non è quello di una scissione, ma che pian piano il gruppo si sfilacci, e perda numeri alla spicciolata come accaduto già nella scorsa legislatura.
Andre Cioffi beve una spremuta alla buvette. E’ l’unico dei campani che rimane, gli si fa notare scherzando. Lui sorride amaro, tetragono nella fedeltà agli ideali del Movimento: “Ma volevamo fare la rivoluzione, ed eccoci qua”, aggiunge con un velo di tristezza.
Il parquet di Palazzo Madama scricchiola come non mai. E’ tutto un via vai di pentastellati che oscillano tra la soddisfazione di aver tenuto botta sul Mes e la preuccupazione quasi adolescenziale del “che ne sarà di noi?”.
Ma soprattutto scricchiola dell’andirivieni di forzisti. “La prossima settimana qui nasce un nuovo gruppo”, spiega uno di loro.
In sala Garibaldi si palesano i deputati Renata Polverini e Luigi Casciello. Vanno e vengono con Paolo Romani e Massimo Mallegni. Sono registi del nuovo drappello. Una dozzina di senatori in fuoriuscita dal gruppo azzurro di Palazzo Madama. Con l’obiettivo di stabilizzare la legislatura. Per ora.
Un’operazione di non immediata lettura. Per capirla bisogna sforzarsi di immergersi per un attimo nelle alchimie di Palazzo.
Ad aderirvi sono quotati i senatori più vicini a Giovanni Toti e all’ala di Forza Italia che più guarda al Carroccio: Vitali, Berutti e Quagliariello insieme a Romani.
E coloro che, al contrario, hanno le pulsioni più centriste: oltre a Mallegni sono dati in uscita Dalmas, Cangini (“Non c’è nulla di definito”, spiega ad Huffpost) e i tre eletti con l’Udc e poi confluiti nel gruppo (De Poli, Binetti e Saccone).
Rappresentano entrambi sensibilità che li portano lontane dall’attuale gruppo, ma in direzioni esattamente opposte.
L’intenzione non è quella di replicare lo schema Denis Verdini, quello dei Responsabili che puntellarono la scorsa legislatura. Ma di fungere più che altro da calmiere di pulsioni centripete.
Traducendo: nessun sostegno organico alla maggioranza, ma una forza di dissuasione per eventuali colpi di testa da parte di altri transfughi 5 stelle o di Italia viva. “Che esci a fare se non sei determinante?”, sintetizza uno dei promotori dell’iniziativa.
Che aggiunge: “Certo, si nasce così, poi però navighiamo a vista, vedremo quello che succede…”.
Grandi manovre che i berlusconiani di ferro provano a infastidire. L’altro ieri, accanto alla denominazione del gruppo, è comparsa la sigla Udc. Perchè senza quel simbolo, che è tra quelli presentati alle elezioni, per i regolamenti di Palazzo Madama sarebbe impossibile la formazione di un gruppo vero e proprio.
Manovre di interdizione, come quelle sulla raccolta delle firme per il referendum sul taglio dei parlamentari, che hanno toccato quota 55, a meno dieci dal quorum necessario. C’è tempo fin dopo la Befana.
E’ dallo stesso centrodestra che si segnala un vivace attivismo di Giuseppe Conte.
Il premier, spiegano, sta mobilitando le sue diplomazie per tastare il polso di quel che succede al Senato, e muoversi anche lui in ottica di stabilizzare il quadro. Dentro e fuori i 5 stelle.
E tornano a circolare con insistenza le voci di senatori pronti a costituire gruppi che riferirebbero al premier. Non ora, spiegano, non mentre un’operazione di contenimento è già in corso, non prima di averne tastato la portata e l’eventuale tenuta.
Intanto sarebbe la pugliese Angela Piarulli la prossima pentastellata accreditata da un’uscita dal gruppo. “Ma se lo scrivi si intimorirà e non lo farà ”, spiega uno di quelli che la indica
La macchina anti dissidente si è messa in moto. Un fuoco di fila dei fedelissimi per stigmatizzare fuoriusciti o fuoriuscenti. Carlo Sibilia attacca di petto Grassi, tirando fuori un suo post a difesa della penale grillina per chi cambia casacca.
Uno scontro tutto centrato nel collegio di Avellino, dove entrambi sono stati eletti, quasi fossero già proiettati alla prossima tornata di voto. Uno di quelli bollati come “senza forza” guarda Lucidi passare sotto l’albero di Natale di Palazzo Madama: “Guardalo. Invece di indebolire Di Maio fanno solo male al Movimento”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 11th, 2019 Riccardo Fucile
VOTANO IN DISSENSO SOLO 4 GRILLINI: LA QUINTA COLONNA PARAGONE (CHE NESSUNO ESPELLE) E I TRE PREVISTI: LUCIDI, GRASSI E URRARO … DI MAIO: “SALVINI HA APERTO IL MERCATO DELLE VACCHE”
Il Senato dà il suo ok alla mozione della maggioranza con 165 sì e 122 no sul Mes. Durante la
discussione prima della votazione, Luigi Di Maio è entrato a gamba tesa da Tirana ed è tornato ad attaccare il suo ex-alleato di Governo: “Matteo Salvini ha deciso di aprire il mercato delle vacche. Mi auguro che a questo mercato non partecipi nessuno”.
Il ministro degli Esteri ha risposto così a una domanda sul senatore grillino Stefano Lucidi che sarebbe pronto a unirsi alla Lega.
Intanto Ugo Grassi, Gianluigi Paragone e Francesco Urraro hanno annunciato in Senato il voto in dissenso al M5s sul Mes
(da agenzie)
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Novembre 18th, 2019 Riccardo Fucile
CONTINUA LO SFRUTTAMENTO DI CENTINAIA DI GIOVANI CHE ANDREBBERO INQUADRATI DIRETTAMENTE DAL PARLAMENTO, COME AVVIENE IN EUROPA
Il caso di Antonello Nicosia e della deputata di Italia Viva Giuseppina Occhionero ha riportato
sotto la lente la questione dei portaborse assunti in parlamento.
Occhionero ha raccontato ai magistrati che il regolare contratto da lei stipulato con l’ormai ex collaboratore prevedeva una retribuzione di 50 euro al mese.
Per quanto possa sembrare incredibile, cinquanta euro sono dunque sufficienti per avere un tesserino che consente che di circolare liberamente negli uffici del parlamento e magari fare una capatina nelle carceri di massima sicurezza.
Spiega oggi Sergio Rizzo su Repubblica:
Gli incarichi ai collaboratori sono strettamente fiduciari, com’è giusto che sia. Ma in Italia i contratti sono gestiti personalmente dai deputati e dai senatori, contrariamente a quanto avviene altrove. A Strasburgo, per esempio, gli europarlamentari nominano all’inizio del mandato i propri collaboratori ma è poi l’amministrazione che fa i contratti e paga gli stipendi. Con tutte le garanzie del caso, ovvio. Da noi, invece, deputati e senatori provvedono direttamente anche a retribuire gli assistenti, ma senza alcun obbligo particolare. E le amministrazioni di Montecitorio e Palazzo Madama sono sollevate da qualunque tipo di responsabilità contrattuale come pure da ogni controllo. Per avere il tesserino alla Camera è sufficiente depositare un contratto almeno annuale: di qualunque importo, come sta a dimostrare il caso Nicosia. Al Senato invece è stato fissato per regolamento un limite minimo di 375 euro al mese.
Lordi, s’intende. Ed è chiaro che in condizioni del genere si possono produrre situazioni di ogni tipo. La storia è vecchia. Nel 2007 le Iene scoprirono che su 683 collaboratori parlamentari appena 54 avevano un regolare contratto. Ma da allora è cambiato poco o nulla. Basta dire che alla fine della legislatura spirata nel 2018 si contavano soltanto al Senato, oltre a 44 contratti co.co.co. (una formula abolita ormai da anni), 43 consulenze con partita Iva e 11 non meglio precisate “prestazioni occasionali”. Mentre a una domanda di Report a proposito del numero dei collaboratori ufficialmente registrati alla Camera il presidente Roberto Fico ha risposto qualche mese fa: «Circa 400». Solo quattrocento per 630 deputati? Certo, c’è anche un partito, la Lega di Matteo Salvini, i cui parlamentari fanno addirittura a meno di collaboratori personali.
Nel 2018 il collegio dei questori aveva calcolato che la Camera avrebbe dovuto sopportare un costo fra 6 e 8 milioni l’anno se avesse avuto l’incombenza di gestire direttamente, ma sempre con quei denari oggi assegnati ai parlamentari, contratti regolari con retribuzioni fino a 1.500 euro netti al mese. Troppo, era stata la conclusione. Troppo, per un bilancio di 943 milioni l’anno e 450 milioni spesi fra stipendi e pensioni del personale. Troppo. Eppure il taglio dei vitalizi agli ex parlamentari avrebbe fatto risparmiare (Fico dixit) 44 milioni l’anno: se è così, meno del 20 per cento di quella somma basterebbe per mettere in regola qualche centinaio di ragazzi e tenere il parlamento al riparo da altri casi come quello di Nicosia.
(da “NextQuotidiano”)
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