Aprile 23rd, 2011 Riccardo Fucile
ALTRI 8 MILIARDI SARANNO TAGLIATI QUEST’ANNO CON IL RISULTATO DI 135.000 POSTO IN MENO TRA GLI OPERATORI SCOLASTICI…DAL GOVERNO LA SOLITA AMBIGUITA’: I FONDI ARRIVERANNO DA “MINORI SPESE”
Il documento di economia e finanza appena approvato dal Consiglio dei ministri
prevede in tre anni tagli per 13 miliardi al settore dell’istruzione.
Il governo dice che i fondi verranno fuori da “minori spese”, ma secondo opposizione e sindacati, la decisione si risolverà in un’altra riduzione dell’organico impiegato negli istituti.
Ancora una volta sarà la scuola a fare sacrifici per sanare il deficit .
Lo prevede il Documento di economia e finanza approvato qualche giorno fa dal consiglio dei ministri su proposta di Giulio Tremonti.
In programma per il prossimo triennio tagli di spesa per 35 miliardi di euro (ma c”è anche chi arriva a quantificare i costi fino a 39 miliardi), e di questi 13 peseranno sul sistema dell’istruzione.
Ma c’è di più.
E’ in dirittura d’arrivo un’altra operazione chirurgica da 8 miliardi di euro che entro quest’anno porterà a un taglio di 135 mila posti degli organici degli operatori scolastici.
Tremonti vuole risparmiare oltre 4 miliardi di euro all’anno (per i prossimi tre anni).
Secondo Enrico Letta ciò equivale a veri e propri tagli di organici. Interpretazione che il ministro Maria Stella Gelmini ha già respinto.
Ma allora come si ricaverebbero questi fondi?
“Non è ancora chiaro — dicono i sindacati – ma se non sono tagli di organico, da qualche altra parte questi risparmi dovranno arrivare. E allora forse non resterà che intervenire sugli stipendi degli insegnanti, ribadendo il blocco degli aumenti di carriera”.
Ipotesi peraltro che si starebbe già profilando.
Osvaldo Roman, in un intervento pubblicato su www.scuolaoggi.org, osserva: “Con riferimento alla spesa pubblica valutata rispetto all’andamento del PIL, la previsione relativa all’istruzione scende dal 4,2 del 2010 al 3,7 del 2015 e al 3,2 del 2030.
In sostanza continuano ad incidere gli effetti di una ulteriore riduzione degli organici che proseguono oltre il periodo previsto dalla riforma Gelmini. (2009-12)”.
Altra conclusione di Roman: “Ma un contributo a questo ridimensionamento strutturale della spesa per l’istruzione viene assegnato anche all’eliminazione dell’adeguamento automatico delle retribuzioni del personale della scuola negli anni 2011-2013 e seguenti”.
Per gli insegnanti italiani, insomma, sarà comunque un avvenire di lacrime e sangue.
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Aprile 22nd, 2011 Riccardo Fucile
UNA VECCHIA DENUNCIA PER PERCOSSE CONTRO IL DEPUTATO PDL CHE VUOLE CAMBIARE LA COSTITUZIONE PER FAVORIRE BERLUSCONI…IL SUO REFERENTE E’ BONDI, AL QUALE FORNIVA PROSCIUTTI E SALAMI
Se fosse un film si intitolerebbe, “re per una notte con rapimento della Costituzione”.
Se fosse una commedia comica, “Arlecchino servo di due padroni”, Bondi prima, Berlusconi poi, entrambi in disgrazia.
Ma trattandosi ahimè di una tragedia nazionale senza fine, possiamo dire che la realtà . supera di gran lunga la finzione scenica.
Candidato all’oscar come attore protagonista, non protagonista e comparsa, Remigio Ceroni da Monterubbiano, provincia di Fermo, finita nelle mani del centrosinistra anche grazie al suo contributo di coordinatore regionale del Pdl che ha sostenuto sotto banco un candidato diverso da quello ufficiale.
L’uomo che vuole cambiare addirittura l’articolo 1 della Costituzione è stato denunciato dalla moglie per percosse.
Ambizioso, formalmente cortese con il sorriso che scatta ad ogni stretta di mano, è uno di quegli uomini generosi e cordiali con le donnine estasiate che girano attorno al politico di turno e molto meno con la moglie, che accompagnata al Pronto soccorso dalla sorella, ha riferito di essere stata percossa dal marito in casa.
Ecchimosi, contusioni, ematomi, escoriazioni su tutto il corpo con una prognosi di 20 giorni.
Ma questo è privato e nel Paese di Berlusconi, come ci spiegano le arringhe televisive delle sue fide ministre, quello che fa un politico fuori dal Parlamento non deve interessare a nessuno, magistrati per primi ovviamente che debbono togliersi quel maledetto vizio di perseguire i reati.
Titolare del record di presenze “indolori” a Montecitorio, ha compiuto 56 anni ieri. Quattro figli, un passato da democristiano, ha fondato Fi nelle Marche.
Un mese fa è rimasto orfano del suo padrino politico, Sandro Bondi, finito sotto le macerie di Pompei. E da allora solo notti insonni trascorse a pensare cosa fare per potersi garantire una ricandidatura al Parlamento continuando a fare il sindaco di Rapagnano piccolo paese del fermano dove anche l’aria che si respira sa del fondatore di Fi nelle Marche.
Eh sì in paese non c’è una persona che abbia chiesto qualcosa bussando alla porta di Ceroni senza averla ottenuta, tant’è che la sua rielezione per ben tre volte – quella che verrà sarà la quarta- come si addice ai dittatori sudamericani, è avvenuta con percentuali bulgare.
Pensa che ti ripensa alla fine dal cilindro è uscita una soluzione geniale: presento una proposta di legge per modificare così l’art. 1 della Costituzione “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulla centralità . del Parlamento quale titolare supremo della rappresentanza politica della volontà . popolare espressa mediante procedimento elettorale”.
Tradotto: l’obiettivo è spiazzare via in un colpo solo quelli del presidente della Repubblica e della Corte costituzionale, le due istituzioni che stanno impedendo alla diga Berlusconi di rompere gli argini dello Stato di diritto con buona pace della magistratura.
E voglio vedere se il Principe non me ne renderà merito, si sarà detto Ceroni sfregandosi le mani forte di quella furbizia contadina marchigiana che ha respirato fin da piccolo e che gli ha insegnato ad ingraziarsi il padrone portando in dono alle feste comandate capponi e uova fresche.
Doni che la modernità . e la luccicante carriera politica ha magari trasformato in scarpe (il distretto calzaturiero da cui proviene è il più grande d’Italia e uno dei più grandi d’ Europa), prosciutti e salami, vere tipicità del territorio da porgere a capo chino al suo protettore, Sandro Bondi.
Attenzioni che l’ex ministro ricambiava rispondendo prontamente alle chiamate di Ceroni per ogni inaugurazione possibile dal piccolo teatro di Rapagnano al Conservatorio di Fermo, fino al sostegno della sua candidatura.
E per un politico locale portare in pellegrinaggio un leader nazionale, meglio se ministro, equivale a una tacca sulla cintura da ostentare con fierezza al bar del paese il che creava una bella partita di giro: Ceroni metteva la compagnia e i sorrisi delle sue tante amiche, e Bondi portava il suo potere.
Un bel movimento di dare avere spezzatosi all’improvviso, lasciando un Ceroni che si squagliava al primo sole di primavera.
Così Ceroni il giorno dopo la grande trovata, vestendo i panni di chi è destinato a restare nella storia ha definito la sua proposta “rivoluzionaria”.
Spiegando che “non è un mistero che oggi in Italia i poteri del Parlamento e del governo sono debolissimi e tenuti sotto scacco della magistratura e della Corte costituzionale…”.
Aggiungendo con tono che tracimava di orgoglio: “la mia proposta è stata commentata da Bersani”.
Per lui, abituato a varcare la soglia della Camera nel più buio anonimato, deve
essere stato comprensibilmente come essere “nominato” ad Arcore.
Poi giura che è tutta farina del suo sacco: “è stata una mia iniziativa personale. Non ne ho parlato con Berlusconi”.
Il premier tace. Ma che Berlusconi faccia uso di ceroni non è una novità ..
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 22nd, 2011 Riccardo Fucile
UNA VOLTA FACEVANO VOTARE AI CITTADINI I REFERENDUM E POI NON NE RISPETTAVANO L’ESITO, ORA SIAMO ADDIRITTURA ARRIVATI A NEGARE PERSINO IL DIRITTO A ESPRIMERSI… SOLO PER EVITARE CHE IL QUESITO SUL LEGITTIMO IMPEDIMENTO POSSA RAGGIUNGERE IL QUORUM: CHE BEL POPOLO DELLA LIBERTA’
Ogni giorno ha la sua pena istituzionale.
Davvero preoccupante è l’ultima trovata del governo: la fuga dai referendum. Mercoledì si è voluto cancellare quello sul nucleare.
Ora si vuole fare lo stesso con i due quesiti che riguardano la privatizzazione dell’acqua.
Le torsioni dell’ordinamento giuridico non finiscono mai, ed hanno sempre la stessa origine.
È del tutto evidente la finalità strumentale dell’emendamento approvato dal Senato con il quale si vuole far cadere il referendum sul nucleare.
Timoroso dell'”effetto Fukushima”, che avrebbe indotto al voto un numero di cittadini sufficiente per raggiungere il quorum, il governo ha fatto approvare una modifica legislativa per azzerare quel referendum nella speranza che a questo punto non vi sarebbe stato il quorum per il temutissimo referendum sul legittimo impedimento e per gli scomodi referendum sull’acqua.
Una volta di più si è usata disinvoltamente la legge per mettere il presidente del Consiglio al riparo dai rischi della democrazia.
Una ennesima contraddizione, un segno ulteriore dell’irrompere continuo della logica ad personam.
L’uomo che ogni giorno invoca l’investitura popolare, come fonte di una sua indiscutibile legittimazione, fugge di fronte ad un voto dei cittadini.
Ma, fatta questa mossa, evidentemente gli strateghi della decostituzionalizzazione permanente devono essersi resi conto che i referendum sull’acqua hanno una autonoma e forte capacità di mobilitazione. Fanno appello a un dato di vita materiale, individuano bisogni, evocano il grande tema dei beni comuni, hanno già avuto un consenso senza precedenti nella storia della Repubblica, visto che quelle due richieste di referendum sono state firmate da 2 milioni di cittadini, senza alcun sostegno di grandi organizzazioni, senza visibilità nel sistema dei media.
Pur in assenza del referendum sul nucleare, si devono esser detti i solerti curatori del benessere del presidente del Consiglio, rimane il rischio che il tema dell’acqua porti comunque i cittadini alle urne, renda possibile il raggiungimento del quorum e, quindi, trascini al successo anche il referendum sul legittimo impedimento.
Per correre questo rischio?
Via, allora, al bis dell’abrogazione, anche se così si fa sempre più sfacciata la manipolazione di un istituto chiave della nostra democrazia.
Caduti i referendum sul nucleare e sull’acqua, con le loro immediate visibili motivazioni, e ridotta la consultazione solo a quello sul legittimo impedimento, si spera che diminuisca la spinta al voto e Berlusconi sia salvo.
Quest’ultimo espediente ci dice quale prezzo si stia pagando per la salvezza di una persona.
Travolto in più di un caso il fondamentale principio di eguaglianza, ora si vogliono espropriare i cittadini di un essenziale strumento di controllo, della loro funzione di “legislatore negativo”.
L’aggressione alle istituzioni prosegue inarrestabile.
Ridotto il Parlamento a ruolo di passacarte dei provvedimenti del governo, sotto tiro il Presidente della Repubblica, vilipesa la Corte costituzionale, ora è il turno del referendum.
Forse la traballante maggioranza ha un timore e una motivazione che va oltre la stessa obbligata difesa di Berlusconi.
Può darsi che qualcuno abbia memoria del 1974, di quel voto sul referendum sul divorzio che mise in discussione equilibri politici che sembravano solidissimi.
E allora la maggioranza vuole blindarsi contro questo ulteriore rischio, contro la possibilità che i cittadini, prendendo direttamente la parola, sconfessino il governo e accelerino la dissoluzione della maggioranza.
È resistibile questa strategia?
In attesa di conoscere i dettagli tecnici riguardanti i quesiti referendari sull’acqua è bene tornare per un momento sull’emendamento con il quale si è voluto cancellare il referendum sul nucleare.
Questo è congegnato nel modo seguente: le parti dell’emendamento che prevedono l’abrogazione delle norme oggetto del quesito referendario, sono incastonate tra due commi con i quali il governo si riserva di tornare sulla questione, una volta acquisite “nuove evidenze scientifiche mediante il supporto dell’agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza, tenendo conto dello sviluppo tecnologico e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea”.
E lo farà entro dodici mesi adottando una “Strategia energetica nazionale”, per la quale furbescamente non si nomina, ma neppure si esclude, il ricorso al nucleare.
Si è giustamente ricordato che, fin dal 1978, la Corte costituzionale ha detto con chiarezza che, modificando le norme sottoposte a referendum, al Parlamento non è permesso di frustrare “gli intendimenti dei promotori e dei sottoscrittori delle richieste di referendum” e che il referendum non si tiene solo se sono stati del tutto abbandonati “i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente”.
Si può ragionevolmente dubitare che, vista la formulazione dell’emendamento sul nucleare, questo sia avvenuto.
E questo precedente induce ad essere sospettosi sulla soluzione che sarà adottata per l’acqua.
Di questo dovrà occuparsi l’ufficio centrale del referendum che, qualora accerti quella che sembra essere una vera frode del legislatore, trasferirà il referendum sulle nuove norme.
La partita, dunque, non è chiusa.
Da questa vicenda può essere tratta una non indifferente morale politica. Alcuni esponenti dell’opposizione avrebbero dovuto manifestare maggiore sobrietà in occasione dell’approvazione dell’emendamento sul nucleare, senza abbandonarsi a grida di vittoria che assomigliano assai a un respiro di sollievo per essere stati liberati dall’obbligo di parlar chiaro su un tema così impegnativo e davvero determinante per il futuro dell’umanità .
Dubito che questa sarebbe la reazione dei promotori del referendum sull’acqua qualora si seguisse la stessa strada.
Ma proprio l’aggressione al referendum e ai diritti dei cittadini promotori e votanti, la spregiudicata manipolazione degli istituti costituzionali fanno nascere per l’opposizione un vero e proprio obbligo.
Agire attivamente, mobilitarsi perchè il quorum sia raggiunto, si voti su uno, due, tre o quattro quesiti.
Si tratta di difendere il diritto dei cittadini a far sentire la loro voce, quale che sia l’opinione di ciascuno.
Altrimenti, dovremo malinconicamente registrare l’ennesimo scarto tra parole e comportamenti, che certo non ha giovato alla credibilità delle istituzioni.
Stefano Rodot�
costituzionalista
(da “La Repubblica“)
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Aprile 22nd, 2011 Riccardo Fucile
L’EX DEPUTATO IDV CON DECRETO INGIUNTIVO, GINECOLOGO E AGOPUNTURISTA, TEME AGGRESSIONI FISICHE E HA LA SCORTA…DICE DI AVER RIFIUTATO UNA POLTRONA DA SOTTOSEGRETARIO, IN REALTA’ DESTINATA AD ALTRI… “C’E’ UN CLIMA DI ODIO VERSO DI ME”
È risuccesso.
Il deputato Scilipoti passava davanti a Palazzo Chigi, quando una signora sui 45 gli
ha strillato: «Vergognati di quello che hai fatto, ha ragione Bersani!».
Scilipoti la signora non saprebbe nemmeno descriverla, ma se l’è presa con Bersani, che mercoledì aveva suggerito di cambiare così la Costituzione, un solo articolo: «La Repubblica è basata su Scilipoti».
«Bersani ha scatenato un clima di odio nei miei confronti», dice il deputato Scilipoti.
Le parole di Bersani possono istigare violenza? «Certo, comincio ad avere paura di aggressioni fisiche. Ma Bersani non è il solo. Mi ha attaccato Veltroni, Fini per primo parlò di un governo Berlusconi-Scilipoti e poi la Bindi, vicepresidente della Camera, non mi difese mentre in aula mi gridavano munnizza».
Domenico «Mimmo» Scilipoti, classe 1957, è quel deputato di Terme Vigliatore, provincia di Messina, che il 14 dicembre abbandonò l’Italia dei Valori di Di Pietro e con altri ha salvato il governo Berlusconi.
Medico specializzato in ginecologia, e anche agopuntore.
È uno dei «Responsabili», così chiamati per il sostegno al governo.
Poichè proviene da un partito ultrà contro Berlusconi, poichè ha un fisico compatto e mobile, Scilipoti è subito scattato dall’anonimato alla fama, sia pur quella del traditore.
Bambolotto puntaspilli dell’antiberlusconismo.
La sua vita, da quel 14 dicembre, non è mai monotona.
«Stazione di Padova, un tizio mi affianca e cerca la reazione. Grida: “Venduto”, “Come fai a uscire di casa?”.
In un bar di Roma, vicino a Termini, il barista mi vede e dice: “Mafioso”.
Per strada, mi maledicono.
E poi email, sms, telefonate: “Meriti di avere la testa mozzata come i samurai rinnegati”
. In una tv di Padova, chiama un ascoltatore: “Ti devono sparare alle spalle”.
E c’è un video in rete: “Come uccidere Scilipoti”.
Colpa dell’opposizione? «Molti ormai scambiano la Camera per uno stadio e il presidente non interviene e la vicepresidente neanche. Mi hanno disegnato addosso un bersaglio grosso così. A questo punto io temo che qualche squilibrato provochi danni irreversibili. Ma Scilipoti ha la colpa di tutti i mali del mondo? In realtà , Scilipoti ha fatto una scelta che contribuisce a risolvere i problemi del Paese».
È scortato, Scilipoti? «Ho una tutela, ma solo nel Lazio e in Sicilia».
Scilipoti è talmente uscito dalla pelle del «deputato ignoto», che ieri, prima dell’incontro con la signora davanti a Palazzo Chigi, è rimasto 50 minuti a Palazzo Grazioli, con Berlusconi.
In dono, ha portato un libro sulla medicina biologica e integrativa e dopo, assediato dai cronisti, ha raccontato di aver trovato il premier sereno, ottimista sulle Amministrative, convinto che «tutte le cose più importanti vanno concordate con l’opposizione: concetto che ha ribadito più volte».
Ma Scilipoti sarà presto sottosegretario? «Ho avuto l’offerta tempo fa, e dissi no. Per questa legislatura. Nella prossima, si vedrà …».
In realtà il gruppetto che rappresenta aveva già indicato un altro nome, quello di Calearo.
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Aprile 22nd, 2011 Riccardo Fucile
“LE LEGGI INUTILI INDEBOLISCONO QUELLE NECESSARIE” DICEVA MONTESQUIEU… L’ITALIA E’ UNA REPUBBLICA DEMOCRATICA FONDATA SUL POPOLO DELLE LIBERTA’…LA PROPOSTA CERONI E’ FIGLIA DI UN CLIMA CHE NEGA IL VALORE STESSO DELLE REGOLE
Potremmo iscrivere alla fiera dell’ovvio la proposta dell’onorevole Ceroni, benchè il Palazzo l’abbia salutata con fragore.
Potremmo gettare nel cestino dei farmaci scaduti quest’ultima iniezione ri-costituente.
A che serve infatti dichiarare – già nel primo articolo della nostra Carta – che il Parlamento è l’organo centrale del sistema, che per suo tramite s’esprime la volontà del popolo, che il popolo a sua volta designa deputati e senatori attraverso un rito elettorale?
Magari può servire a ricordarci che in quel posto lì ci si va per elezione, non per cooptazione, non per nomina d’un signorotto di partito, come c’è scritto nel «Porcellum».
Ma tutto il resto è già nero su bianco nella Costituzione: articoli 55 e seguenti. Basta sfogliarne qualche pagina, dopotutto non è una gran fatica.
Le leggi inutili, diceva Montesquieu, indeboliscono quelle necessarie.
E infatti almeno un quarto del tempo speso dai costituenti nel 1947 fu dedicato a interrogarsi su quanto avesse titolo per entrare nella Carta, allo scopo di non sottrarle dignità e prestigio.
Scrupoli d’altri tempi, diremmo col senno di poi.
D’altronde, proprio l’articolo 1, con questa folla di chirurghi plastici che sgomita attorno al suo capezzale, ne è la prova più eloquente.
C’è per esempio la proposta – avanzata a turno da Segni e da Brunetta, dai radicali, dallo stesso Berlusconi – d’espellere il lavoro dai fondamenti della nostra convivenza. Parola comunista, dicono: meglio libertà .
Anche se la libertà già alberga, come noce nel mallo, nella democrazia evocata dall’articolo 1.
Non importa, costruiremo una democrazia al quadrato.
E poi, libertà di chi? Del popolo, ovviamente. Sicchè potremmo scrivere così: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul Popolo della libertà ».
Il guaio è che proprio questa parrebbe l’intenzione di Ceroni, nonchè dei molti che annuiscono in silenzio.
Se non il testo, stavolta fa fede il contesto.
Ossia la relazione che accompagna la proposta, dove s’alza il tiro contro gli organi di garanzia costituzionale, a partire dal capo dello Stato.
Dove si denunciano abusi e prepotenze a scapito della «centralità parlamentare» (a proposito, ma non fu uno slogan degli anni Settanta, i nostri anni più rossi? Si vede che i politici sono diventati un po’ daltonici).
Dove infine si disegna un modello di democrazia plebiscitaria.
Conviene allora dirlo con chiarezza: così usciremmo fuori dalla Costituzione. Non solo da quella italiana, ma da qualunque altra.
Come scrissero i rivoluzionari del 1789, se una società non regola la separazione dei poteri, non ha una Costituzione.
Eppure è esattamente questo che ci sta succedendo.
La proposta Ceroni è figlia d’un clima che nega il valore stesso delle regole, perchè l’unica regola vigente è quella che ciascuno sagoma attorno al suo pancione, come una cintura.
Non a caso la parola più abusata è «eversione», e infatti ieri è risuonata mille volte.
Nel frattempo sulla Consulta piovono conflitti come rane (l’ultimo è sempre di ieri). Servirebbe una tregua, una vacanza, un giorno di riposo.
Ma intanto ci servirà l’ombrello.
Michele Ainis
docente univ., costituzionalista
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 21st, 2011 Riccardo Fucile
LA BUONA BORGHESIA A PASSEGGIO INTERVIENE SOLO PER RIMPROVERARLA DI AVER RISPOSTO MALE ALL’AGGRESSORE… SOLTANTO IL FINIANO LO PRESTI LE HA DIFESE … MA COME, ELETTORI PIDIELLINI, NON AVETE LETTO CHE IL VOSTRO PREMIER GRADISCE LE EFFUSIONI TRA LESBICHE, DURANTE LE SERATE DEL BUNGA BUNGA? ADEGUATEVI SUVVIA
Insultata e minacciata, nel centro di Roma. 
“Lesbica di merda, vi dovevano bruciare nei forni”, le ha urlato contro un uomo, che non tollerava il fatto di vederla per mano un’altra donna.
Protagoniste dell’aggressione, la deputata Paola Concia (Pd), attivista per i diritti delle persone omosessuali, e la compagna Ricarda.
Il fatto è avvenuto ieri sera, non lontano dalla Camera dei deputati.
In difesa delle due donne è arrivato un deputato di Fli, Antonino Lo Presti, mentre la gente intorno ha inveito contro la Concia.
Alla scena hanno anche assistito dei carabinieri, che sono intervenuti quando l’uomo si stava allontanando.
L’aggressione è avvenuta intorno alle 19.30.
La Concia stava camminando, mano nella mano, con Ricarda Trautmann, la compagna storica.
Dopo aver percorso via di Campo Marzio, all’altezza di piazza del Parlamento, vengono affrontate da un ragazzo, sui 30 anni di età .
Dimostra di aver riconosciuto la Concia, probabilmente l’ha vista in televisione. “Lesbiche di merda – urla loro contro, ad alta voce – mi fate schifo”.
Rivolto alla Concia, poi, continua: “Ti ho riconosciuto. A me non me ne frega niente che sei parlamentare. Vi dovrebbero mettere ai forni”.
La deputata non si lascia intimorire e, anzi, inizia a rispondergli a tono, avanzando verso di lui. “Come ti permetti di insultarmi così?”, gli dice, anche se lui non sembra voler cambiare posizione.
“Non ho avuto paura, e penso
che sia un mio dovere preciso replicare e reagire a questo tipo di aggressioni. Deve essere un diritto mio e di tutte le persone omosessuali, il poter camminare mano nella mano, in strada, col proprio compagno o compagna – spiega la Concia a Repubblica.it – lui continuava a insultarmi e ad avvicinarsi verso di me. Ovvio che non avesse buone intenzioni nei nostri confronti”.
Alla scena assistono vari passanti, alcuni dei quali iniziano anche ad accusare la deputata. “Alcuni mi rimproveravano perchè gli avevo risposto male”, spiega. Qualcuno ha cercato di minimizzare (“è un matto, fa così con tutti”) ma “quella persona – osserva la Concia – era lucidissima e mi ha offesa con cognizione di causa”.
Solo una signora ha avuto parole di condanna per il gesto omofobo.
In difesa della coppia, è infine intervenuto Antonino Lo Presti, deputato di Fli, che si trovava a poca distanza.
Mentre il 30enne si stava allontanando, sono arrivati i carabinieri. “E’ un fatto grave – denuncia la deputata – che avvengano ancora cose del genere. Ho dovuto reagire. Se non lo faccio io, che ho le spalle grosse, chi può farlo? E se quell’uomo avesse fatto lo stesso con due ragazze, in una strada di periferia? Come avrebbero reagito loro? Cosa sarebbe arrivato a fare? Penso a queste cose, e provo rabbia. Se ci fosse una legge contro l’omofobia, sarebbe assai più facile evitare il ripetersi di episodi di questo tipo. Mi ha anche colpito il fatto che tutta quella gente sia rimasta là a guardare. Evidentemente siamo diventati un popolo di spettatori”.
Oltre alla rabbia, anche una forte delusione: “Non mi aspettavo che la gente intorno non solo non dicesse nulla, ma arrivasse anche a riprendermi, perchè mi ero permessa di rispondergli”.
E proprio l’assenza di una legge contro l’omofobia – per la quale da tempo si batte la deputata – rende difficile perseguire atti del genere, anche nel caso in cui la Concia dovesse denunciare il 30enne. In queste ore, sulla bacheca Facebook della deputata, si susseguono messaggi di solidarietà da parte di amici e compagni di partito.
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Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile
VOGLIONO TROVARE LE CARICHE PROMESSE DENTRO L’UOVO PASQUALE: NON SI SONO VENDUTI PER NULLA… HANNO APPROVATO IL PROCESSO BREVE, MA I PATTI NON SONO STATI RISPETTATI DAL PREMIER…MOFFA FA UN PATETICO APPELLO AI COLLEGHI: RINUNCIATE AI POSTI: TANTO LUI LO HA GIA’
Il gruppo di Moffa presenta il conto al premier: se entro domani non avranno parte dei posti promessi prima dell’approvazione del processo breve, non sosterranno più la maggioranza.
“Più che Responsabili sembrano affamati”. Il finiano Carmelo Briguglio sintetizza così il pressing che gli uomini di Silvano Moffa stanno attuando sul premier.
Chiuse le votazioni alla Camera sul processo breve, infatti, il gruppo di Scilipoti, torna a battere cassa chiedendo il pacchetto di nomine per gli incarichi di governo dettando un ultimatum: entro le festività pasquali.
Quindi entro giovedì.
Altrimenti, questo il messaggio recapitato a Silvio Berlusconi, sciogliamo il gruppo e liberi tutti.
Eventualità che il presidente del Consiglio non può permettersi di prendere neanche in considerazione, visti i numeri della maggioranza alla Camera.
L’obiettivo dei Responsabili, spiegano alcuni esponenti del gruppo, è di chiudere entro la settimana anche perchè l’accordo con il Cavaliere era chiaro e prevedeva, una volta approvato il ddl sul processo breve, la promozione di altri Responsabili nella squadra dell’Esecutivo.
La scorsa settimana l’unico a fare il suo ingresso ufficiale nella squadra di governo con l’incarico di sottosegretario al Lavoro è stato Nello Musumeci, esponente della Destra di Storace.
L’obiettivo dei Responsabili, anche per mettere a tacere le polemiche interne tra le varie anime, è dunque quello di portare a casa le nomine entro la settimana.
Oltre alla pattuglia dei Responsabili, un posto da sottosegretario potrebbe andare anche a Daniela Melchiorre esponente dei Libdem che insieme a Italo Tanoni la scorsa settimana ha ufficializzato l’addio al Terzo Polo.
La Melchiorre sarebbe in pole per un posto da sottosegretario allo Sviluppo Economico.
“Siamo al mercato delle vacche”, dice Felice Belisario, capogruppo dell’Idv. “In ogni mercato c’è chi vende e chi compra e chi vende vuole incassare il suo costo il prima possibile. E’ quello che stanno facendo i Responsabili che hanno venduto la loro moralità , approvando una legge vergogna come il processo breve, solo ed esclusivamente per una poltrona in cambio. Oggi puntano i piedi e ricattano il premier: vogliono riscuotere prima di Pasqua il loro premio. Cosa credeva Berlusconi? Che gli sarebbe stato abbonato il suo debito?”.
Moffa ha tentato di placare le polemiche, invitando i suoi a rinunciare alle rivendicazioni. “Reputo assolutamente necessario che si ponga fine a questo continui stillicidio di richieste e di promesse, e che si abbia il coraggio di rinunciare a qualunque incarico di governo impegnandosi invece in una azione di rilancio del centrodestra non solo per la sua riarticolazione, ma anche per fare le riforme che non possono essere più rinviate”, ha detto.
Invito ovviamente finito nel vuoto e che è tornato come un boomerang a Moffa rilanciato da Nino Lo Presti di Futuro e Libertà .
“Troppo comodo per Moffa, che siede tranquillamente sulla poltrona di presidente della commissione Lavoro della Camera, conquistata di certo per i suoi grandi meriti di giurista, pontificare sulle rinunce che dovrebbero fare adesso i suoi colleghi Responsabili-Disponibili in merito ai posti di governo promessi dal premier per pagare il prezzo della loro sottomissione”.
E aggiunge: “Moffa dia l’esempio, rinunci lui alla carica che ricopre, alla guida di un importante organismo parlamentare, e giustifichi così la sua nobile scelta ideale. O, piuttosto, si vergogni”.
Ma le intenzioni sembrano ben diverse.
Il capogruppo dei Responsabili, Luciano Sardelli, ha incontrato il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, esprimendogli la preoccupazione per la tenuta del gruppo.
L’allarme l’avevano lanciato gli esponenti di Noi Sud, chiedendo a Sardelli di ottenere un incontro con Berlusconi e minacciando: “Altre 24 ore di tempo e poi sfasciamo il gruppo, le promesse vanno mantenute subito”.
Intanto i Responsabili annunciano una conferenza stampa per oggi alle 10 presso la Camera dei Deputati.
Ufficialmente l’incontro con i giornalisti è stato convocato per presentare il documento politico programmatico del gruppo, ma potrebbe diventare anche l’occasione per alzare la posta.
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Aprile 20th, 2011 Riccardo Fucile
SECONDO IPR LA FIDUCIA AL PREMIER E’ SCESA IN TRE ANNI DAL 53% AL 31%, QUELLA NEL GOVERNO DAL 49% AL 23%… CENTROSINISTRA IN VANTAGGIO: 41,5% CONTRO IL 41% DEL CENTRODESTRA, 13,5% AL TERZO POLO …. SECONDO LORIEN CONSULTING VA ANCHE PEGGIO: PREMIER AL 23,3%, GOVERNO AL 19,9% E PDL AL 24,9%
È quanto emerge da un sondaggio realizzato da Ipr Marketing .
L’ultima di una lunga serie di rilevazioni che vanno tutte nella stessa direzione: il Caimano sembra ormai inesorabilmente sul viale del tramonto.
Secondo il sondaggio realizzato tra il 14 ed il 16 aprile, intervistando un campione rappresentativo di 1000 italiani, Berlusconi si attesta al 31% (2 punti in meno del sondaggio realizzato dallo stesso istituto solo un mese fa).
E ben 21 in meno rispetto a inizio legislatura (maggio 2008), quando il premier aveva il 53%.
Il governo arriva addirittura al 23% (3 punti in meno di un mese fa).
A inizio legislatura (maggio 2008) era al 49%, cioè 26 punti sopra l’attuale livello. In questi quasi tre anni la fiducia nel governo si è dunque più che dimezzata. Accanto alla curva discendente del centrodestra, il sondaggio certifica il sorpasso del centrosinistra, che sarebbe al 41,5%.
Mentre il centro-destra si fermerebbe al 41%.
Il 13,5% va al Terzo Polo.
Male anche il risultato dei singoli ministri.
Solo in 4 superano quota 50%. Si tratta di Angelino Alfano, che comunque in un solo mese ha perso il 3%, evidentemente per effetto dei suoi discutibili interventi sulla giustizia.
E Sacconi, Tremonti e Maroni.
Quest’ ultimo però – vista l’approssimativa gestione dell’immigrazione – perde il 6%.
Da segnalare che il pessimo modo in cui sono state affrontate le crisi internazionali ha inciso pesantemente: La Russa è passato dal 35 al 30%, Frattini dal 24 al 20%.
Peggior gradimento per Michela Brambilla, Raffaele Fitto, Paolo Romani (18%). Ultimo, la new entry Francesco Saverio Romano, con il 10%.
Quello di Ipr Marketing è solo l’ultimo dei sondaggi a fotografare la ormai costante discesa di Silvio Berlusconi.
Secondo le ultime rilevazioni effettuate dalla Lorien Consulting (l’istituto di Antonio Valente) su un campione rappresentativo di 1000 cittadini, tra l’8 e l’11 aprile 2011, la fiducia nel governo sarebbe addirittura al 19,9% e quella in Berlusconi al 23,3%.
E il Pdl, peraltro, si attesterebbe al 24,9%.
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Aprile 18th, 2011 Riccardo Fucile
“QUESTA RIFORMA NON GARANTISCE CERTEZZA DELLA PENA, MA SOLO CERTEZZA DELL’IMPUNITA'”…”E’ UN ULTERIORE SFREGIO AI PRINCIPI DI RAGIONEVOLEZZA E DI UGUAGLIANZA DI FRONTE ALLA LEGGE”
«L’opinione pubblica reclama certezza della pena, ma questa riforma garantisce certezza d’impunità !».
Quasi un «grido» quello di Giuliano Vassalli, quando nel 2005 fu varata la ex Cirielli, che dimezzava i termini della prescrizione.
Lo ricordano oggi più di 60 studiosi di diritto penale, firmatari di un appello proposto da Giorgio Marinucci, contro la «prescrizione breve» per gli incensurati, una «ennesima legge ad personam» ma soprattutto «un ulteriore sfregio ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza di fronte alla legge». Perciò oggi, come nel 2005, scendono in campo, «senza distinzioni politiche».
Nomi del calibro di Alberto Crespi, Antonio Pagliaro, Carlo Fiore, Carlo Federico Grosso, Franco Coppi, Mario Romano, Emilio Dolcini, soltanto per citare alcuni delle tante firme all’appello di Marinucci.
Le critiche alla «prescrizione breve», dunque, varcano i palazzi del Parlamento e del Csm.
Ieri l’opposizione ha confermato che al Senato ci sarà battaglia mentre la maggioranza, con Gaetano Quagliariello e Maurizio Gasparri, conferma di non essere preoccupata di un possibile stop del Quirinale ma, semmai della «campagna di mistificazione sulle ricadute di questo provvedimento».
Ma all’aspetto delle ricadute sui processi, altre criticità si aggiungono.
Come spiegano proprio gli oltre 60 studiosi di diritto penale.
Che non tacquero nel 2005 e non intendono tacere oggi.
Oggi come allora «gridano» lo sdegno per una norma “figlia” di una legge (la ex Cirielli) che «abolì norme centrali del sistema penale».
Al di là dell’obiettivo «neppure mascherato» di evitare persino la pronuncia di una sentenza di condanna di primo grado per gli incensurati, «evitando così – ad personam – il marchio di una condanna, pur non definitiva, che suonerebbe come conferma di un’accusa sgradita», i firmatari dell’appello ironizzano sulla «saggezza» di chi, ora, fa un nuovo sconto sulla prescrizione agli incensurati, accentuando la distinzione tra loro e i recidivi.
E smentiscono il relatore del ddl alla Camera, Maurizio Paniz, secondo cui dal 2005 nessuno avrebbe mai contestato la Cirielli sotto questo profilo.
Tra i molti che hanno criticato l’ancoraggio della prescrizione «alla qualità personale dell’imputato e non più all’oggettività del reato» ci fu anche Giuseppe Frigo, attualmente giudice costituzionale eletto dal Parlamento in quota Pdl, e con lui tanti (Marinucci, Padovani, Pulitanò e altri) segnalarono l’incostituzionalità di una disciplina «che mescola irrazionalmente gli atti interruttivi della prescrizione, espressione del persistente interesse punitivo dello Stato, con la qualità personale dell’agente (incensurato, recidivo, delinquente abituale ecc)».
Ma anche la magistratura non è rimasta a guardare.
Nell’appello si ricorda un’ordinanza con cui il Tribunale di Prato denunciò alla Consulta la ex Cirielli perchè, facendo dipendere la diversa durata della prescrizione non dalla gravità oggettiva del fatto ma dallo status soggettivo dell’imputato, determina «un ritorno al diritto penale d’autore».
La Corte non si pronunciò non perchè la questione fosse infondata ma solo perchè era irrilevante nella fattispecie (il delitto si era comunque prescritto).
(da “Il Sole 24 Ore“)
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