Maggio 3rd, 2011 Riccardo Fucile
PARE CHE SIA PRONTO UN BELL’INCARICO ALLA MONDADORI: TRA LIBRI E POESIE, LONTANO DA QUELLI CHE NON L’HANNO CAPITO… MA DOPO AVER GARANTITO IL SEGGIO ALLA COMPAGNA
Molto dolente per l’esperienza (al ministero dei Beni culturali) e per la mozione di
sfiducia, Sandro Bondi medita sul futuro.
Lo si vede all’ora di colazione, a fianco l’amata compagna onorevole Manuela Repetti, nei bar del centro di Roma, due passi dal Palazzo, in golf lilla o di un mauve che farebbe impazzire Antonio Caprarica (e quindi il principe di Galles, secondo l’interpretazione di Caprarica, però).
Colori così da vispa Teresa sono accettabili per chi ama il genere, nel weekend forse.
Scelti nella settimana parlamentare diventano significativi: sono la bandiera della lontananza, l’esibizione della distanza dalla tavolozza abituale di chi fa politica.
Figuriamoci rispetto al funereo cromatismo ideologico del prediletto leader della libertà .
Il progetto, affinato, è questo, e i colleghi deputati sostengono che il Cavaliere ne è stato già messo a parte.
Il primo pensiero di Bondi è Repetti, che brav’uomo!
Quindi la garanzia che lei abbia un seggio sicuro nelle prossime elezioni. Repetti non è uno stracchino, è di tempra dura, trame e tradimenti non la scalfiscono, anzi la mandano in sollucchero.
Per una così la politica è più che il suo karma.
E in un certo senso, infatti, lei sembra già aver preso il posto di lui: non solo l’identità dei colori, in lavanda lui, in lavanda lei, ma anche quella del numero di cellulare: sì, chi chiama lui si sente rispondere da lei.
Prima il comunismo, poi il berlusconismo, due epoche, due delusioni: Bondi accarezza ora un’altra chance intellettuale.
Ha dovuto abbandonare il sogno utopico-mitologico di diventare il nuovo Bottai.
Naturalmente per colpa dei tumulti della sinistra “ideologizzata e fanatizzante”.
Quindi sistemata al meglio la sorte di Manuela, il desiderio è di abbandonare il partito per un’altra provincia dell’impero: la Mondadori.
Quale posto migliore e familiare dove occuparsi di libri e di cultura, di collane e cataloghi, non più di correnti carogne finalmente, per lui così scrittore e così poeta?
Prospettiva alla quale, invece, Sara Giudice, ex giovane Pdl ora Fli, ha detto no.
Lo ha raccontato ai giornali, a Radio radicale e alle tv locali: dopo le proteste per l’inserimento alquanto forzato di Nicole Minetti nelle liste regionali Pdl, dopo aver fatto petizioni sulla faccenda e aver ripetutamente telefonato al premier senza risposta – per forza – le sarebbe arrivata la proposta di un bel posticino alla Mondadori: rimandato al mittente.
Bondi forse sì, Giudice no.
Comunque due indizi di novità : che la casa editrice presieduta da Marina Berlusconi, più volte sospettata di essere l’erede politica designata del Cavaliere – la Marine Le Pen italiana – prenda un giorno il posto della Camera dei deputati diventando la camera di compensazione di profughi e ribelli, il rifugio dei papaveri del partito.
E si trasformi nel blue print, nel canovaccio di quello che agli esordi della discesa in campo fu la concessionaria Publitalia, il serbatoio della prima ondata di classe politica berlusconiana.
Sempre che Marina non ponga il suo veto.
Anche se con quello che è successo c’è da comprendere il desiderio di reincarnazione di Bondi.
Meglio le carpe e le oche del laghetto di Segrate che i serpenti e gli scorpioni del Transatlantico.
Denise Pardo
(da “L’Espresso“)
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Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile
GIOVEDàŒ MAGGIORANZA SALVATA DA PD E IDV E SULLE MOZIONI PER I TORNADO È CAOS TOTALE…TRA ASSENZE STRANE E SMS SBAGLIATI UNA OPPOSIZIONE TROPPO SPESSO STAMPELLA
Allarme sottovalutato.
Il Pd, con il voto di giovedì sul Documento di economia e finanza, ha fatto come a Fukushima.
Ha mandato ai suoi deputati un sms di “livello 1” e così, per venti voti, si è persa l’occasione di mandare sotto il governo su una materia seria come i conti pubblici.
I messaggini che i parlamentari democratici ricevono alla vigilia di ogni voto sono tarati su una scala che va da 1 a 3.
Uno, “presenza obbligatoria”: se manchi non è una tragedia.
Due, “presenza obbligatoria senza eccezioni”: solo i leader possono mantenere gli impegni presi.
Tre, “presenza senza eccezione alcuna”: nemmeno Bersani, per intenderci, può sgarrare.
Quell’sms è l’evoluzione tecnologica di un avviso che un tempo finiva a pagina 2  de l’Unità .
Ma anche tra i partiti dell’opposizione che non hanno certificato l’allarme basso, le assenze sono state equamente distribuite.
Diciassette democratici su 206, nove Udc su 39, due Idv — compreso Di Pietro — su 22, cinque finiani — Bocchino incluso — su 29.
Benedetto Della Vedova, capogruppo di Fli, ammette senza troppe remore: “Fesso che sono, dovevo pensare che sono peggio di quanto uno pensi”.
Ce l’ha con quelli della maggioranza, “blindati su processo breve e testamento biologico” e assenti sull’economia .
Ma anche con se stesso, che ha “dato per scontato” che si sarebbero presentati “in modo tetragono” come il giorno prima.
E sì che al Parlamento — schiacciato sui decreti e sui temi cari al premier — non capita poi così spesso di poter lavorare.
“È vero — dice Della Vedova — Ma c’è la campagna elettorale, è un momento particolare”.
Lo sostiene anche il Pd, che tra gli assenti ha tre candidati (Fassino a Torino, Ceccuzzi a Livorno, Bobba a Vercelli) ma che, con l’sms di livello 1, ha sottovalutato il livello di guardia della maggioranza.
Colpa delle prossime amministrative anche secondo l’Udc: “Ma è stato un errore — ammette Roberto Rao — e non lo ripeteremo. Comunque anche Di Pietro non c’era e nessuno lo ha accusato di fare la stampella”.
Il leader dell’Italia dei Valori era assente al voto sul Def: “Era un voto come tanti altri, l’occasione sulla quale far cadere il governo è un’altra: sarà mercoledì quando si dovrà votare la mozione della pace proposta dall’Idv per la Libia”.
Chi non la appoggerà , ecco il riferimento dell’Udc, farà “da stampella” al governo, da “ciambella di salvataggio” alla maggioranza.
Se la rottura tra Lega e Pdl dovesse consumarsi definitivamente martedì, infatti, sarebbero le mozioni di Pd e Terzo Polo a tenere in piedi la linea dei bombardamenti sostenuta anche dal governo.
“Noi facciamo da stampella al Paese in un momento di difficoltà ”, dice ancora il centrista Rao.
“Altro che stampella — gli fa eco il capogruppo Fli Della Vedova — il nostro è impegno serio”.
E ricorda che la stampella, se vogliono chiamarla così, l’opposizione l’ha già fatta: in commissione, quando la Lega disertò, per poi far pace con il Pdl qualche giorno più tardi.
Anche stavolta, è convinto Della Vedova, “passato il fine settimana di campagna elettorale troveranno modo un po’ patetico di rimettersi insieme”. Eppure, due sere fa, è stato proprio il leghista Matteo Salvini a disegnare lo scenario descritto da Di Pietro: “Sarebbe paradossale che il partito democratico con un voto favorevole accorra in soccorso del governo”.
“Ma la stampella sono loro! – dice il veltroniano Walter Verini — Noi dovremmo avere la forza di spiegare la nostra posizione al Paese, che è quella dell’Onu, di Obama, di Napolitano. Qui si gioca l’immagine del partito: su questioni straordinariamente rilevanti come queste, il fatto che sia anche la posizione del governo, è solo un effetto collaterale”.
La scelta di chiedere un voto parlamentare sulla Libia, nel Pd, è arrivata dopo lunghi tentennamenti.
E ha creato malumori all’interno del partito.
Proprio oggi, in un’intervista al Foglio, l’ex segretario Walter Veltroni ha detto che dopo le amministrative sarebbe “opportuno aprire una discussione” sulla linea Bersani.
Molto meno polemici, ma comunque amareggiati, anche il gruppo di parlamentari pacifisti.
Vincenzo Vita ha chiesto “un chiarimento: non può certo essere il Pd a rischiare di sorreggere il governo”.
Anche Enrico Gasbarra dice che “dentro il Pd il tema della pace dovrebbe avere un po’ più di spazio”.
“Pagheremo un prezzo – osserva Andrea Sarubbi — anche perchè il nostro elettorato è contrario alla guerra”. Veltroni un po’ meno, direbbe Bersani.
Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 30th, 2011 Riccardo Fucile
PER IL PREMIER “LA NOSTRA LINEA NON E’ CAMBIATA, LA POSIZIONE DI BOSSI E’ INCOMPRENSIBILE”…. PER IL SENATUR “CHI VUOLE VOTARE LA NOSTRA MOZIONE LA VOTI”
Il Pdl non si pronuncerà dunque su alcuna delle mozioni. 
Nè sulle tre depositate dalle opposizioni per stanare la Lega (Pd, terzo polo e Idv), nè su quella del Carroccio annunciata in serata dal Senatur.
Ci hanno lavorato tutto il pomeriggio nella sede di via Bellerio lo stesso Bossi, Maroni, Calderoli e Giorgetti, subito depositata a Montecitorio a firma del capogruppo Reguzzoni.
L’obiettivo, spiegano dal quartier generale leghista, è quello di conclamare il «no» ai bombardamenti ma al contempo di non mettere in crisi il governo. «Ora chi vuole votarla la voti – è il messaggio del leader Bossi ai suoi – Di certo, il 75 per cento della gente la pensa come noi».
Un atto parlamentare in sei punti, illustrato oggi dalla Padania, col quale i Lumbard chiedono al governo che venga fissata la fine delle ostilità in Libia, ma anche un «forte contenimento dei costi» delle operazioni per rispettare «i perimetri del bilancio».
E ancora, il «blocco navale» rispetto al flusso migratorio, aiuti umanitari al Nordafrica, la ripartizione dei profughi tra gli stati che partecipano alla missione in Libia.
Un testo che dalla sponda pidiellina, in serata, bollano poco più che come una «provocazione».
Sul testo integrale difficilmente sarà possibile trovare una mediazione, nonostante l’incontro già previsto tra i capigruppo Cicchitto e Reguzzoni per martedì.
Ma alcuni di quei punti sono considerati ricevibili da Palazzo Chigi.
Su questo andrà avanti la trattativa.
Anche se il presidente del Consiglio si va convincendo ora dopo ora che la soluzione migliore sia schivare del tutto il voto sulle mozioni, ritenuto superfluo rispetto al via libera che il Parlamento ha già dato il 24 marzo alla risoluzione Onu 1973 sull’intervento in Libia. Inutile dire che l’auspicio di Berlusconi sia quello che in extremis anche l’opposizione «più responsabile», Pd in testa, rinunci al proprio testo.
Ma perchè questo accada, ogni speranza viene riposta nella moral suasion che il capo dello Stato Napolitano potrà e vorrà esercitare prima del voto d’aula di mercoledì.
Il Quirinale resta vigile, comunque preoccupato, consapevole però di aver detto e fatto quanto fosse opportuno, alla luce degli impegni presi dal Paese nel contesto Onu e Nato.
Il premier, nonostante le rassicurazioni di ieri sera nella telefonata ai convegnisti di Gubbio («Con la Lega stiamo superando il problema») certo non si attendeva la determinazione con cui Bossi sta gestendo questa partita.
In mattinata il premier aveva disertato la conferenza stampa al fianco della Brambilla a Palazzo Chigi sul rilancio di Lampedusa, preferendo evitare domande e ulteriori lacerazioni.
«Conosco Umberto, meglio far trascorrere il week end e lasciarlo sbollire» confidava a un pontiere.
Nessuna conferma fino a ieri, di un faccia a faccia chiarificatore tra i due, che qualcuno vorrebbe lunedì. Il presidente del Consiglio preferisce dedicarsi alle amministrative.
Sente Francesco Storace, incontra il Guardasigilli Alfano, poi la Brambilla. «Abbiamo armato quattro bombardieri, non capisco questa tirata di Umberto – va ripetendo a tutti – la nostra posizione in fin dei conti non è cambiata. Rimetteremo le cose a posto, non è pensabile una crisi adesso».
C’è il voto tra 15 giorni. E c’è anche un rapporto con le gerarchie ecclesiastiche da ricostruire, dopo mesi di scandali.
Ecco perchè, seguendo i consigli di Gianni Letta, dopo il faccia a faccia con il segretario di Stato vaticano Bertone di giovedì sera – in cui il premier ha sottolineato l’imminente approvazione del ddl sul biotestamento – Berlusconi ha dedicato l’intero pomeriggio a registrare interviste tv sulla beatificazione di Wojtyla.
Preludio alla sua partecipazione alle celebrazioni ufficiali domani in Piazza San Pietro.
Una riappacificazione indispensabile in vista delle prossime amministrative di maggio.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica“)
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Aprile 30th, 2011 Riccardo Fucile
PREMIO DI MAGGIORANZA AL SENATO SU BASE REGIONALE E COLLEGI RIDISEGNATI SU MISURA ALLA CAMERA…LA PRIMA IPOTESI DESTA PROBLEMI DI INCOSTITUZIONALITA’, LA SECONDA TRASFORMA LA CAMERA DA UN PARLAMENTO DI NOMINATI A UNO DEI PRESCELTI, RITAGLIANDO I COLLEGI SULLA BASE DELLA FORZA LOCALE DEL CENTRODESTRA… LISTE ANCORA PIU’ BLIDATE E SERVI GARANTITI
Stavolta è qualcosa in più di una “porcata bis”.
È una vera e propria porcheria quella che il vicepresidente pidiellino Gaetano Quagliariello, con i suoi più stretti sodali, ha limato e corretto per essere pronta al varo in commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama.
I berluscones stanno per lanciare l’ultimo dei paracaduti pro Silvio e anche per loro stessi: una legge elettorale che supera la porcata di Calderoli, ma garantisce ancora di più chi, nelle urne, vincerà ma solo per una manciata di voti.
C’è aria di elezioni anticipate anche nei dintorni di Arcore, dove i sondaggi sull’esito delle elezioni a Milano non fa prevedere che una vittoria di misura, non sufficiente a garantire una fine senza scosse della legislatura.
E, allora, meglio mettere le mani avanti.
Con una legge che non solo blindi il Senato per evitare che il Terzo polo diventi dirimente in caso di una vittoria non clamorosa della banda Berlusconi, ma ridisegni i collegi elettorali della Camera per fare in modo di favorire l’elezione di deputati di area con meno voti e con maggiore controllo delle liste.
La proposta è firmata da Quagliariello e sarà depositata a Palazzo Madama, dove in commissione Affari costituzionali si riprenderà a lavorare sulla riforma del sistema di voto.
In commissione ci sono già 29 proposte dei vari gruppi, tra cui due del Pd, ma si sa già per certo che i giochi sono fatti, anche se il presidente della commissione, Carlo Vizzini, ha fatto sapere di voler discutere “con tutti, di tutto” per trovare una convergenza più ampia possibile.
Sui tempi di approvazione nel Pdl si mostra cautela, ma è emerso con chiarezza che si punta a un via libera al Senato entro l’estate per poi arrivare all’ok definitivo alla Camera già per settembre.
Ma sono i contenuti della legge a destare sgomento.
Partiamo dal Senato.
Il Pdl punta a un sistema con previsione di un premio di maggioranza a Palazzo Madama ma su base nazionale, non più regionale.
In questo modo si otterrebbe di arginare l’influenza del Terzo polo.
In pratica, si vuole evitare che si ripresenti l’eventualità che colpì il governo Prodi che si ritrovò ad avere al Senato solo una manciata di deputati in più (tra cui Rossi e Turigliatto), per giunta con una coalizione troppo ampia e litigiosissima. Solo che un premio di maggioranza su base nazionale al Senato sarebbe incostituzionale (la Carta stabilisce che i senatori siano eletti su base regionale), come ha già avuto modo di ribadire più volte anche Napolitano e prima di lui Ciampi, ma la maggioranza tira dritto.
Nel testo sarà infatti inserito un meccanismo di ripartizione del premio di maggioranza in senso proporzionale, ma Regione per Regione; una furbata per superare gli steccati della Costituzione e consentire l’approvazione come legge ordinaria.
Il bello, però, arriva sulla Camera dei deputati.
Proprio perchè alle prossime elezioni il Pdl non è affatto certo di fare il pieno. Invece di un semplice Parlamento di nominati stavolta punta verso una Camera di prescelti.
Perchè si comincia con il rimettere mano alla grandezza dei collegi; da sempre è infatti la loro struttura a essere determinante per la vittoria della coalizione di maggioranza relativa.
Il Pdl punta su circoscrizioni più piccole, dove — insomma — siano necessari meno voti per essere eletti.
E dove, di conseguenza, ci saranno anche liste più corte e ancora più blindate di prima, ma costituite da candidati certi con solo uno, massimo due elezioni di scarto per garantire un minimo di ricambio in caso di ritiro del deputato eletto durante la legislatura.
È assolutamente certo che un sistema come questo renderà ancora più pesante l’influenza delle segreterie dei partiti e decisamente più complicato il lavoro di chi, alle prossime elezioni, dovrà scegliere i candidati perchè i posti saranno di meno.
Ma garantiti.
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Aprile 29th, 2011 Riccardo Fucile
COME AL SOLITO, QUANDO SI TRATTA DI MANDARE SOTTO IL GOVERNO, L’OPPOSIZIONE LATITA: SE FOSSERO STATI TUTTI PRESENTI SI SAREBBE APERTA UNA CRISI DI GOVERNO… ASSENTI 18 DEPUTATI DEL PD (SOLO 2 GIUSTIFICATI IN MISSIONE), 10 DELL’UDC (1 IN MISSIONE), 6 DI FLI (1 IN MISSIONE) 4 DELL’IDV (2 IN MISSIONE)…I “RESPONSABILI” NON AVEVANO VOTATO…NELLA MAGGIORANZA MANCAVANO 21 DEL PDL E 6 DELLA LEGA
Il Documento di economia e finanza è passato alla Camera con soli 283 voti, contro 263 no e un astenuto.
Se i quaranta deputati dell’opposizione assenti dall’Aula avessero partecipato alla votazione sulla risoluzione di maggioranza che approvava il Def, il governo sarebbe stato battuto.
Alla votazione non hanno partecipato anche 6 deputati del gruppo di Iniziativa responsabile.
In particolare, al voto erano assenti 18 deputati del Pd (di cui due in missione), dieci dell’Udc (uno era in missione), sei di Fli (uno) e quattro dell’Idv (due in missione); oltre questi sono mancati un paio di voti dal gruppo misto, riconducibili a Api e Mpa.
Vistose le assenze nella maggioranza, malgrado la presenza in aula di diversi ministri e sottosegretari.
Gli assenti del Pdl sono stati 21, di cui tredici in missione.
Alla Lega sono mancati sei voti (cinque in missione, fra cui i ministri Umberto Bossi e Roberto Maroni).
Infine, sei i Responsabili assenti: mentre due erano in missione, Pippo Gianni, Paolo Guzzanti, Francesco Pionati e Maria Grazia Siliquini non hanno partecipato al voto.
L’unico astenuto è stato Siegfried Brugger delle Minoranze linguistiche.
Chissà come mai, quando la maggioranza è in difficoltà , diversi deputati dell’opposizione spariscono.
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Aprile 29th, 2011 Riccardo Fucile
DAI SONDAGGI EMERGEVA CHE LE LEGGI PRO-SILVIO PORTAVANO VOTI ALLE OPPOSIZIONI: MEGLIO ALLORA RINVIARLE AL DOPO URNE…LA VERGOGNOSA RITIRATA DEL PARTITO DEGLI ACCATTONI E DEI SERVI LEGHISTI
Accelerano solo sulla riforma della giustizia, che Berlusconi sponsorizza e a cui Alfano
tiene come suo personale fiore all’occhiello.
Se n’è già avuta la conferma quando Donato Bruno, il presidente della commissione Affari costituzionali di Montecitorio, ha tagliato corto sui distinguo del Pd per le future audizioni, chiedendo un elenco stringato e garantendo che la prossima settimana già si parte con le relazioni.
Dopo aver superato il nodo irrisolto di chi dovrà fare il relatore, se lui stesso, Gaetano Pecorella o il siciliano Enrico La Loggia.
Ma nel mese delle amministrative è forse questo l’unico brivido parlamentare sulla giustizia, perchè sui progetti di legge caldi, la prescrizione breve e il processo lungo, i giuristi del premier stanno meditando un saggio rinvio.
Ecco un “disoccupato” Maurizio Paniz in Transatlantico: “Novità ? Notizie? Rilassatevi, è tutto tranquillo”.
Idem al Senato, dove il presidente della commissione Giustizia Filippo Berselli si è concesso una settimana di campagna elettorale a Bologna e dove il capogruppo Pdl Maurizio Gasparri minimizza: “Il processo lungo in aula? Ma noi teniamo la capigruppo una volta alla settimana”.
A sorpresa l’atteggiamento dei berluscones, spiegabile e spiegato solo con ragioni di cassetta elettorale.
Perchè se gli attacchi di Berlusconi ai giudici nei comizi gli portano voti, non altrettanto avviene se poi in concreto, in una delle due Camere, va in onda lo scontro violento su una legge ad personam.
Com’è accaduto alla Camera per la prescrizione breve.
Lì guadagna il centrosinistra che gioca sul sentimento anti casta della gente.
Lo spartiacque sarà il voto amministrativo. Il suo esito. La vittoria o la sconfitta a Milano. Strategica per il Cavaliere.
Tutto cambia per la giustizia se la Moratti vince o se è costretta ad andare al ballottaggio con Pisapia.
Nel primo caso, subito alla ripresa del lavoro a palazzo Madama, potrebbe arrivare in aula la leggina sul processo lungo, due articoli, uno sullo strapotere degli avvocati in udienza, uno sul divieto di usare le sentenze passate in giudicato.
Cui si aggiungerà quello più succoso, l’immediata sospensione del processo per un conflitto, in analogia con quanto avviene per il ricorso del giudice alla Corte. Ma se il voto andrà male tutto sarà rinviato a giugno, ad urne chiuse.
Scontato che il voto finale sulla prescrizione breve, anch’esso al Senato, avverrà a giugno.
È in chiave elettorale che, a Montecitorio, più d’uno interpreta il ritardo con cui viene definito il testo del conflitto per Ruby.
Votato il 5 aprile, è stato affidato alle cure dell’avvocato della Camera Roberto Nania.
Magari sarà questione di ore, ma tre settimane non sono poche per un testo di cui si conoscevano le motivazioni, ampiamente illustrate nel dibattito in aula. Volontà di saltare a piè pari la Corte presieduta da De Siervo, o necessità di evitare che la pronuncia di ammissibilità o la bocciatura del conflitto possa cadere prima del voto?
Scrupolo eccessivo, visto che i tempi della Corte sono assai più lunghi.
Ma il fatto resta: dopo il rush pure il conflitto finisce nel dimenticatoio.
Liana Milella
(da “la Repubblica“)
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Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile
A FINE GIUGNO FINIRANNO I SOLDI PER I COLLABORATORI DI GIUSTIZIA MENTRE NON SI HANNO NOTIZIE PER GLI INTERVENTI SULL’EMERGENZA IMMIGRAZIONE, I CUI COSTI VENGONO SCARICATI SUL DIPARTIMENTO GIA’ GRAVATO DAI TAGLI… SPARITI 19 MILIONI IN TRE ANNI: ECCO IL DETTAGLIO DEI TAGLI ALLA SICUREZZA
Immigrati e pentiti, Mantovano ammette “Il Ministero sta finendo i soldi”
“Mancano i fondi per la gestione dei pentiti, con lo stanziamento del 2011 si riuscirà appena a superare il semestre”.
A lanciare questo allarme è stato Alfredo Mantovano, il sottosegretario dell’Interno che nei giorni scorsi s’è dimesso (per poi ritirare le dimissioni) per contrasti con la politica governativa sull’immigrazione.
Mantovano, davanti a tutti i segretari nazionali dei sindacati di polizia che lo incalzavano chiedendogli quante risorse il governo fosse intenzionato a stanziare per l’emergenza immigrazione, ha risposto così: “Sappiate che il problema della mancanza dei fondi c’è. Io lo sto vivendo in prima persona come presidente della Commissione pentiti: rischiamo di non arrivare alla fine dell’anno”.
È la prima volta che un governo, da quando i “pentiti” sono diventati un’arma fondamentale per l’aggressione alle mafie, si trova in crisi di liquidità addirittura per la gestione dei collaboratori di giustizia.
“Sì, è vero – ha confermato Alfredo Mantovano – il problema c’è, ma stiamo lavorando per risolverlo. Cercheremo di attingere al Fug, il Fondo unico giustizia”.
I pentiti sono circa 900, i loro familiari intorno ai tremila, un’ottantina i testimoni di giustizia e 300 i loro parenti.
Per capire il perchè dell’allarme del sottosegretario dell’Interno, basta osservare il trend delle spese per collaboratori di giustizia (in discesa negli ultimi anni dopo il picco di 70 milioni del 2006): 53 milioni nel 2009, 49 milioni nel 2010, 34 milioni nel 2011.
Un taglio nell’ultimo triennio di 19 milioni.
“È facile immaginare – commenta Enzo Letizia, segretario dell’Associazione funzionari di polizia – che non si possa arrivare alla fine dell’anno con il 35 per cento di risorse in meno rispetto a tre anni fa”.
Claudio Giardullo, segretario del Silp-Cgil, ricostruisce l’incontro con Mantovano: “Sono stato io a porre il caso dell’immigrazione perchè è inaccettabile che il governo la consideri una emergenza europea, e poi scarichi i costi solo sul dipartimento di Pubblica sicurezza. Volevo sapere se Palazzo Chigi fosse intenzionato a prevedere risorse specifiche perchè con i tagli di Tremonti abbiamo già raschiato il fondo”.
Franco Maccari, del Coisp: “Mantovano ha fatto una battuta, “coi pentiti, ha detto, fra un po’ dovremo fare come per gli immigrati, e chiedere che gli altri Stati europei se ne prendano un po’ per uno”.
Enzo Letizia: “Il sottosegretario ci ha riferito che le risorse finanziarie per i pentiti non sono sufficienti per arrivare alla fine del semestre. Per quanto riguarda l’emergenza Libia, ci ha detto che “siamo solo all’inizio””.
Giuseppe Tiani: “Mantovano era amareggiato, ad un certo punto ha commentato: “Ragazzi, anche con il fondo dei pentiti fra un po sarò costretto a dire i fondi sono finiti, prendeteveli voi che non so più come fare”.
Non sono mancate le reazioni nel mondo della giustizia e in quello politico.
Pier Giorgio Morosini, gip antimafia a Palermo: “Al di là della politica dei proclami e degli annunci rispetto all’azione antimafia, i fatti concreti per dimostrare che si fa davvero sul serio si manifestano anche attraverso una oculata politica di gestione dei fondi da dedicare a tutte le strutture di sostegno dell’azione anticriminalità . Il caso dei fondi per i collaboratori di giustizia è uno dei punti più importanti e delicati di questa politica di reperimento delle risorse in vista del contrasto alle mafie. Ai ministri della Giustizia e dell’Interno vorrei dire: meno proclami e più azioni concrete”.
Per il leader dell’Italia del valori, Antonio Di Pietro, il taglio al comparto sicurezza e giustizia “non può essere solo una esigenza di ristrettezze economiche, ma è una precisa scelta ideologica e programmatica del governo finalizzata non alla lotta al crimine, ma a rendere più difficile la lotta al crimine. Tagliare i fondi per i pentiti significa mettere il bastone tra le ruote agli operatori di giustizia sia sul piano della repressione che della prevenzione. È come togliere il bisturi al chirurgo”.
Le parole di Maroni secondo cui questo è il “governo che più di ogni altro ha combattuto la mafia” vanno ribaltate: questo è il governo che più di ogni altro ha tagliato fondi per la lotta alla mafia.
Ecco gli altri tagli alla sicurezza che stanno creando difficoltà al Dipartimento di Polizia.
Acquisto automezzi: 40 milioni nel 2009, 45 nel 2010, e 31 nel 2011. Manutenzione automezzi: 60 milioni nel 2009, 59 nel 2010, 41 nel 2011.
Fondo funzionamento Dia: 18 milioni 2009, 17 milioni nel 2010, 15 nel 2011. Missioni interno (pedinamenti, appostamenti, cattura latitanti): 20 milioni nel 2009, 22 nel 2010, 15,5 nel 2011.
Missioni estero (indagini all’estero): 9 milioni nel 2009, 9 nel 2010, 6 nel 2011. Fondo riservato traffico stupefacenti (pagamento fonti): 800 mila nel 2009, 800 mila nel 2010, 500 mila nel 2011.
Fondo riservato lotta alla delinquenza: 1 milioni nel 2009, 1 milione nel 2010, 600 mila nel 2011.
Affitti: 154 milioni nel 2009, 152 nel 2010, 84 nel 2011).
E nonostante questo, Maroni e Co. hanno ancora il coraggio di prendersi il merito degli arresti di latitanti mafiosi, invece che vergognarsi.
Merito esclusivo di magistrati e forze dell’ordine costretti a lavorare in condizioni sempre peggiori.
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Aprile 28th, 2011 Riccardo Fucile
E’ LA CONCESSIONARIA SERVIZI ASSICURATIVI PUBBLICI, UNA NOMINA CHE VALE SOLDONI…MASI DIVENTERA’ AMMINISTRATORE DELEGATO, ANCHE SE L’ASSEMBLEA E’ STATA RINVIATA ALL’11 MAGGIO… CHI SERVE IL SOVRANO PUO’ SEMPRE CANTARE “AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA”
Era data per certa, ma la nomina ad amministratore delegato di Consap (Concessionaria servizi assicurativi pubblici) per Mauro Masi – che avrebbe così chiuso il suo mandato alla Rai – è stata rinviata.
L’assemblea della concessionaria avrebbe dovuto mettere ai voti le nomine dei nuovi vertici oggi ma è slittata in seconda convocazione l’11 maggio, dopo che la prima, fissata per le 12,30, è andata deserta.
Sicuramente in quella data sarà approvato il bilancio.
Il nodo delle nomine al vertice, con l’attuale dg della Rai Mauro Masi indicato come amministratore delegato e Maria Grazia Siliquini, ex Fli poi passata ai Responsabili, come presidente della Concessionaria, non è detto che venga sciolto in quella occasione.
Gli attuali vertici, il presidente Andrea Monorchio e l’ad Raffeale Ferrara possono rimanere in carica per ulteriori 45 giorni dalla data dell’assemblea.
“Che esisteva la Consap, la concessionaria dei servizi assicurativi pubblici, fino a ieri nessuno lo sapeva – ha spiegato un dirigente – oggi sembra che sia il paradiso che tutti conoscono… L’assemblea di stamattina è andata deserta, non c’era l’azionista (il Tesoro di Tremonti, ndr) quindi se ne riparlerà l’11 maggio, in seconda convocazione. E anche in quel caso, se non ci dovesse essere accordo, il Tesoro potrebbe lasciare aperta l’assemblea per un altro mesetto”. Parlando con i dirigenti della Consap si avverte “sconcerto, e indignazione” per nomine di questo tipo “al di fuori di ogni logica istituzionale – dicono – delle schifezze che la Corte dei conti non permetterà mai”.
E adesso si aspetta di conoscere che cosa pensa della vicenda l’attuale presidente, il professor Andrea Monorchio, il ragioniere dello Stato passato alla storia per i suoi ripetuti ‘no’ alle eccessive spese statali.
Nel Cda della Rai del 4 maggio, a quanto si apprende da fonti parlamentari, il direttore generale avrebbe dunque potuto rassegnare le proprie dimissioni ma con lo slittamento dell’assemblea Consap è di nuovo tutto in gioco.
Qualora l’assemblea degli azionisti della Consap nomini Masi amministratore delegato per il ruolo di direttore generale di Viale Mazzini, sarebbe in pole position Lorenza Lei, attuale vicedirettore, alla quale il Cda potrebbe affidare o l’interim o nominarla alla carica.
Con la nomina Consap si chiuderebbe per Masi il mandato da direttore generale della Rai, iniziato ad aprile 2009 e spesso al centro di polemiche e critiche da parte dell’opposizione.
L’ultimo fatto risale al 23 aprile con l’invio, da parte di Masi, di una lettera di richiamo, in tema di par condicio , a Bianca Berlinguer, direttore del Tg3, e a Mario De Scalzi, direttore ad interim del Tg2, per le trasmissioni Potere di Lucia Annunziata (Tg3), Ballarò (Tg2) di Giovanni Floris e Annozero (Tg2) di Michele Santoro.
In periodo di par condicio infatti i talk show e i programmi di approfondimento sono ricondotti sotto la responsabilità delle testate giornalistiche.
Anche in quest’ultimo caso le reazioni dell’opposizione alla lettera di richiamo sono state dure.
Per il presidente di Viale Mazzini, Paolo Garimberti, sceso in campo dopo le denunce dei consiglieri di opposizione: “Perdere conduttori e trasmissioni di successo sarebbe un errore”.
Al centro di polemiche anche Maria Grazia Siliquini.
Dopo essere confluita in Fli per poi tornare nel Pdl di recente nominata nel Cda delle Poste, la deputata dei Responsabili il 15 aprile ha annunciato in una lettera a Silvio Berlusconi, a Giulio Tremonti e all’ad di Poste Massimo Sarmi, di voler rinunciare alla designazione a componente del Cda di Poste.
“Ringrazio il governo e in particolare il presidente Silvio Berlusconi per l’onore che ha voluto riservarmi con la designazione a componente del consiglio di amministrazione di Poste Italiane», scrive Siliquini.
“Ma – prosegue – in considerazione del delicato momento che vive l’attuale legislatura e delle importanti riforme avviate, comunico di non poter accettare l’incarico, per continuare a svolgere l’attività parlamentare”.
Infatti dopo pochi giorni ecco che accetta la nomina a presidente di Consap, evidentemente più lucrosa di un posto nel Cda alle Poste.
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Aprile 24th, 2011 Riccardo Fucile
NELLA REPUBBLICA DELLE BANANE SI SFORNA ANCHE L’APOLOGIA DEL VENDUTO…. IL PREMIER DEFINISCE L’AGOPUNTURISTA “UN LAVORATORE AL SERVIZIO DELLA DEMOCRAZIA, COERENTE, INFATICABILE E PRAGMATICO”… IL GOVERNO BERLUSCONI-SCILIPOTI ORA HA LA SUA BIBBIA: “HA STILE ASCIUTTO, DECISO E DISTACCATO”
Silvio Berlusconi ha firmato la prefazione al libro dato alle stampe da Domenico
Scilipoti: “Perchè Berlusconi – Scilipoti re dei peones”.
Un testo in cui, secondo quanto finora trapelato, l’ex Idv, saltato sul carro della maggioranza per il voto di fiducia del 14 dicembre, racconta la sua esperienza di vita.
Dall’agopuntura al berlusconismo.
Se il testo non è ancora in vendita nelle librerie, la prefazione firmata dal Presidente del Consiglio, è stata pubblicata da Libero, il quotidiano di Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro.
Il Cavaliere elogia Scilipoti, definendolo un peone “infaticabile, pragmatico, lavoratore al servizio della democrazia”.
Riportiamo il testo integrale della prefazione, esempio unico di umorismo involontario.
“Questo libro è un sasso gettato nello stagno dell’ipocrisia politica oggi alimentata da quell’egemonia culturale della Sinistra che non cambia mai i suoi metodi e si culla nell’illusione di una sua pretesa superiorità etica.
Domenico Scilipoti è stato fra i primi ad aderire a quel gruppo dei Responsabili che ha consentito al Governo di conservare alla Camera dei Deputati la maggioranza conferitagli dagli elettori nelle Elezioni politiche del 2008 e confermata, negli anni successivi, con le consultazioni europee, regionali ed amministrative.
Questo è bastato perchè contro di lui venisse scatenata quella collaudatissima macchina del fango che negli ultimi vent’anni ha causato un gran numero di vittime.
I professionisti della disinformazione, al servizio di una sola fazione politica, hanno infatti trasformato il mondo dell’informazione, in ogni democrazia severo controllore della vita politica, in un mostro con “licenza” senza limiti di insultare, calunniare e demonizzare l’avversario nonchè di inventare di sana pianta dichiarazioni e fatti.
Secondo il postulato che esiste una sola cultura, una sola politica, una sola informazione ed una sola verità , quella — appunto — di una sola parte, la loro.
Con un meccanismo perverso e perfettamente oleato, pronto a mettersi in moto per lamentare presunti attentati, presunte censure e presunti pericoli per quella libertà che proprio la loro stampa per prima mortifica.
Questa licenza senza limiti è ormai assurta a totem della libertà di stampa e va in onda ogni giorno anche e soprattutto in tanti programmi della radio e della televisione pubblica.
L’onorevole Domenico Scilipoti, in questi giorni, come i numerosi Parlamentari che recentemente si sono ribellati alla vergognosa pratica del ‘ribaltone’, sono divenuti oggetto di questa macchina che produce pericolose liste proscrizione ed alimento ogni giorno una perenne clima di tensione politica nel rispetto del falso e purtroppo ben noto teorema secondo il quale chi lascia il centrodestra per ‘accasarsi’ a sinistra è un eroe e chi invece compie il percorso inverso è un traditore o, peggio, un ‘venduto’.
Questo libro ha il pregio di rompere gli schemi precostituiti della vulgata di Sinistra e di affermare con orgoglio il valore del termine peon, solitamente utilizzato dalla stampa in forma negativa e qui invece declinato nella sua accezione positiva.
Ovvero peon in quanto infaticabile, pragmatico, lavoratore al servizio della democrazia.
Queste pagine sono, insomma, una sacrosanta ribellione ai ‘soviet’ politici e mediatici che, in nome di una strabica “fatwa” morale, mirano a colpevolizzare e a rendere oggetto di incivile satira chi ha l’unica colpa di essersi affrancato dal mondo della Sinistra.
Scilipoti chiarisce e precisa i motivi fondanti che hanno portato alla costituzione del nuovo Gruppo parlamentare dei Responsabili: la preoccupazione per un Paese che sta superando una grave crisi economica e che non si può permettere nuove elezioni in quanto bisognoso di una stabilità e di una continuità di Governo per risolvere le numerose emergenze nazionali ed internazionali.
Con uno stile asciutto, veloce e distaccato Domenico Scilipoti illustra la sua vita professionale, i risultati ottenuti nel settore dell’agopuntura, le tecniche di medicina alternativa applicate, le onorificenze ottenute a livelli internazionale nonchè le battaglie a sostegno delle vittime dell’usura bancaria.
Per delineare il ritratto di un uomo coerente e forte al quale do volentieri il benvenuto nel nostro Centrodestra, la grande famiglia della democrazia e della libertà ”.
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