Marzo 5th, 2021 Riccardo Fucile
SONO FORTUNATI CHE CAUSA COVID LE SEZIONI PD SONO CHIUSE
Forse tra qualche che anno questo dramma politico sarà raccontato come le più classiche barzellette
tipizzate: “La sai quella del segretario del Pd che viaggia in aereo con un ex deputato del Pli, un ex Andreottiano e un inquisito?”.
No, non la sa nessuno. Perchè è difficile raccontare anche per noi, che in trent’anni di cronache ne abbiamo viste tante.
Sarà difficile spiegare ai lettori di domani che quelli che hanno fatto la guerriglia giorno e notte a Nicola Zingaretti (fino a spingerlo alle dimissioni, ieri) sono uno che a vent’anni votava il pentapartito (Andrea Marcucci), un altro che alla stessa età sognava di essere un nuovo Giulio Andreotti (Lorenzo Guerini) e un terzo che ha fatto carriera perchè il padre lo ha caldeggiato come portaborse a Matteo Renzi (Luca Lotti).
i sarebbe da non crederci, con rispetto parlando per gli individui che non sono mai angeli o demoni, ma anche con la giusta attenzione ai mediocri che operano potentemente nel determinare i destini degli altri.
E pare davvero incredibile, se si guardano le cose con il senso della storia, che due famiglie politiche cresciute politicamente con Enrico Berlinguer e Aldo Moro, si ritrovino oggi in un partito che ha come opposizione interna una corrente fatta con gli scarti delle anime più minoritarie del pentapartito, con dei piccoli strateghi di provincia, in una parola, con “la corrente Saudita” del Pd.
Ovvero con quelli che mentre il paese si trovava precipitato in una crisi politica in piena pandemia (scatenata da Riad dal loro ex dante causa), non dicevano una parola sul loro ex guru (ovviamente) e giocavano a sparare sul quartiere generale, andando a caccia di poltrone per sè e per i propri famigli (questo lo dice Nicola Zingaretti aggiungendo: “Mi vergogno”).
Attenzione. Il seguito dei sauditi nel popolo di sinistra è vicino allo zero virgola. Ma il loro peso in parlamento è ancora considerevole e spropositato, non per qualche strano caso della vita.
Ma perchè i gruppi di Camera e Senato del Pd quando Renzi era ancora leader sono stati costituiti — non va mai dimenticato — in un golpe notturno sulle liste che trasformò in deputati e senatori una banda di zucche cammellate.
Tutto grazie allo schifo del Rosatellum (altro regalino di Renzi) e alle sue liste bloccate che sottraggono la sovranità agli elettori. E non va mai dimenticato che l’inventore di questo scempio elettorale -Ettore Rosato — ebbe l’onore di essere trombato con la legge elettorale che lui stesso aveva scritto (un genio) e che poi è stato recuperato grazie al paracadute che lui stesso aveva inventato è inserito nel testo (tu guarda).
Alla faccia del consenso. Mentre l’altra eroina del renzismo — Maria Elena Boschi — giudicata “incandidabile” in Toscana dai suoi stessi protettori, si era fatta cammellare dalla Svp, come una paracadutata in Alto Adige, all’insegna di un’indimenticabile intervista al Corriere: “Imparerò il tedesco”. Un’altra reginetta del consenso.
Adesso metà di questi campioni delle liste bloccate e degli accordicchi salvapoltrona, si ritrovano in un partito che boccheggia al 2,8 per cento, e l’altra metà sono come parcheggiatori abusivi in un altro partito. In cui non li rivoterebbe nessuno.
Ma ovviamente entrambi vogliono dettare la linea al Pd, in cui sono minoranza. Ecco perchè i “sauditi” hanno operato dentro e fuori il partito, negli ultimi mesi, con una coordinazione da acrobati circensi che si sorreggono l’uno all’altro in volo.
Ogni volta che si era a punto di svolta, c’erano un Marcucci, un Guerini o un Lotti (costretto a parlare di meno, per ovvi motivi) pronti a a sparare sul quartier generale o a chiedere una poltrona, a porre un veto. Il punto più alto di questa guerriglia è stato il capolavoro del governo Draghi, con i capi corrente che hanno sacrificato le donne per salvare il proprio posto.
Ecco perchè grande fortuna dei capibastone della corrente Saudita del Pd è che le sezioni siano chiuse causa virus.
Altrimenti — a giudicare da quello che scrivono i militanti in queste ore nella rete — rischiavano di passare qualche spiacevole quarto d’ora. E non per le minacce: ma per le domande a cui avrebbero dovuto rispondere.
Gente che si è buttata nel burrone con Matteo Renzi senza dire una parola (salvo scaricarlo il giorno dopo, come sicari) è diventata improvvisamente loquace in questi mesi, sperando ogni giorno su Zinga, e sulla linea scelta da uno che ha incassato due milioni di voti di elettori Dem (finchè si è potuto votare).
È proprio vero che la sospensione irreale del Covid ha cancellato la voce della base, alterato i rapporti di forza, falsificato. Solo in un mondo al contrario, tre ex minoritari di destra possono salire in cattedra. Ma questo è esattamente quello che è accaduto ieri.
(da TPI)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
NUOVO CENTROSINISTRA O SIRENE CENTRISTE
È stata una decisione sofferta, quella di Nicola Zingaretti, ma non improvvisa. Le dimissioni da segretario
del Pd arrivano dopo settimane di una guerriglia interna che si è rianimata dopo la fine del Conte bis, ma che aveva già avuto altri picchi nel corso del suo mandato. Il punto di non ritorno è stata l’ultima direzione del partito, nella quale Zingaretti ha proposto l’avvio di un congresso rifondativo, tutto centrato sull’identità e le proposte per rilanciare la principale forza della sinistra italiana.
La risposta che è arrivata dalle correnti ha gelato le speranze del segretario: una parte della minoranza ha chiesto primarie per mettere in gioco la leadership, un’altra ha ipotizzato una tregua da barattare con un cambio di linea.
Per Zingaretti è stata la prova che non c’era la volontà di discutere di temi, ma solo l’intenzione di logorarlo altri mesi in vista di una conta interna che, a suo giudizio, non sarebbe servita a un chiarimento bensì solo al regolamento di conti tra le diverse fazioni.
Lì è maturata la scelta di dimettersi, come “atto d’amore per il partito”, ha spiegato Zingaretti ai pochi a quali ha scelto di comunicare personalmente la decisione, e come “passaggio necessario per il chiarimento”.
Il Pd ha ora davanti due strade: una è la continuità del progetto di questi ultimi due anni, la costruzione di un campo di centrosinistra nuovo che sfidi la destra ricompattata dalla nascita del governo Draghi, nonostante la scelta di Giorgia Meloni di restarne fuori.
L’altra è sciogliere quel vincolo, nonostante la leadership del Movimento a Giuseppe Conte rappresenti una garanzia di prosecuzione del percorso, e riaprire un confronto con altre forze, quelle centriste, Italia viva, Azione di Calenda, più Europa.
Complicato ipotizzare Forza Italia, che non ha molte ragioni di sganciarsi dal “nuovo” Salvini. Toccherà a chi prenderà ora la guida confrontarsi con questa scelta strategica e lì — è la convinzione dell’ex segretario — si capirà se le sue scelte erano così balzane e sbagliate.
Ma le alleanze sono solo una parte del problema, nemmeno la più importante. La questione principale resta cosa è il Pd e cosa vuole fare da grande questo partito nato (male) tredici anni fa.
Da questo punto di vista le dimissioni di Zingaretti possono avere un effetto virtuoso — mettere un gruppo dirigente consunto e piagato dal trasformismo davanti all’esigenza di una svolta reale — oppure vizioso — provocare un arroccamento ulteriore della nomenclatura, magari con l’illusione che basti un bagno di folla alle primarie (quando i bagni di folla torneranno possibili) per simulare una ripartenza.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
ORA TUTTI GLI CHIEDONO DI RESTARE, SPIAZZATI I FILO–RENZIANI
Nessuno se lo aspettava. Le dimissioni di Nicola Zingaretti da segretario del Pd lasciano tutti spiazzati. Anche i dirigenti dem, che lavorano a stretto contatto con lui, dicono di non essere stati informati, di averlo saputo da Facebook: “Mi vergogno — scrive — che da venti giorni si parli solo di poltrone e primarie”. È attraverso un post sui social che il numero uno dei democratici si è congedato, almeno per il momento, dando appuntamento all’assemblea nazionale del 13-14 marzo che “farà le scelte più opportune e utili”.
C’è però chi giudica questo gesto come uno spariglio “una buona mossa di poker. Una mossa per anticipare la discussione e chiuderla definitivamente in Assemblea”. Insomma, Zingaretti punterebbe alla riconferma in assemblea.
Matteo Ricci, neo coordinatore dei sindaci dem, lo ha subito auspicato a stretto giro: “Comprensibile e condivisibile lo sfogo di Zingaretti, ma Nicola deve rimanere e continuare il suo mandato con la rinnovata spinta dell’Assemblea”.
Lo dice anche l’ex ministro Francesco Boccia: “Penso che l’Assemblea nazionale abbia una sola strada. Chiedergli di restare segretario del Pd che, grazie alla sua guida, è uscito da uno dei periodi più bui della sua storia”.
Ma Zingaretti intanto ha fatto la sua mossa, a distanza di due anni esatti da quando è stato eletto. Di fronte al bombardamento continuo che arriva dagli eletti di Base Riformista e da Matteo Orfini, e con la prospettiva di farsi logorare e logorare il partito, il segretario ha annunciato le sue dimissioni.
Oggi infatti fra i gruppi è molto forte la componente di Base Riformista che, però, non era presente al precedente congresso: i suoi aderenti erano, infatti, sparsi fra le fila renziane.
Solo dopo la scissione del partito operata da Renzi, con la nascita di Italia Viva, Luca Lotti e Lorenzo Guerini ritennero necessario dare vita ad un’area “liberale e moderata” per contenere – si diceva allora – le spinte centrifughe che avrebbero portato il partito troppo a sinistra.
Ne fa parte anche il capogruppo alla Camera Graziano Delrio tra i primi, insieme al suo omologo al Senato Andrea Marcucci, a chiedere un congresso che rimetta in discussione il segretario.
Ora però Delrio, colto anche lui di sorpresa, dice che “in un momento così grave e difficile per il Paese il Pd ha bisogno che Nicola, che ha sempre ascoltato tutti, rimanga alla guida del partito. Il dibattito interno è fisiologico e non deve essere esasperato. Ritroviamo insieme la strada”.
Un vero addio? O una mossa per stoppare lo ‘stillicidio’, come lo ha definito nel post su Fb in cui ha dato l’annuncio?
Anche Dario Franceschini fa quadrato attorno al segretario dimissionario, che nei giorni scorsi aveva parlato anche della necessità di rilanciare il partito: “Abbiamo sulle spalle non solo il destino del Pd ma una responsabilità più grande nei confronti di un paese in piena pandemia. Il gesto di Zingaretti impone a tutti di accantonare ogni conflittualità interna, ricomponendo una unità vera del partito attorno alla sua guida”.
A stretto giro, da poco diffuso il post delle dimissioni, arrivano nella sede del Pd, Marina Sereni, Luigi Zanda e Giuseppe Provenzano. Quest’ultimo dal Nazareno twitta: “Nicola Zingaretti ci ripensi, l’assemblea del Pd respinga le dimissioni del segretario”. E poi il vice Andrea Orlando, anche lui presente negli uffici dem: “Zingaretti ripensi la sua scelta”. Per adesso il mood nel partito è questo.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
“LA SEGRETERIA ROMANA NON CONTROLLA I TERRITORI, IL PD DEVE RIPRENDERE LA BANDIERA DELLA GIUSTIZIA SOCIALE”
La professoressa della Columbia University Nadia Urbinati commenta la crisi che attraversa il Partito
democratico, tra le polemiche sulle nomine di ministri e sottosegretari nel governo Draghi e il fuoco amico della cosiddetta “base riformista”
Secondo Urbinati la lotta interna al Pd è dovuta alla debolezza strutturale di un partito in cui la segreteria romana non controlla i territori, nato per governare in un sistema maggioritario che, però, non ha funzionato.
Per questo motivo è necessaria una riforma dello statuto e che il Pd “prendi in mano la bandiera della giustizia sociale” contrapposta al progetto liberale di Renzi, “a cui occorre opporvi un partito social democratico”.
Professoressa Urbinati, il Pd è uscito fortemente ridimensionato dal governo Draghi, Zingaretti è al centro di diverse polemiche. Che momento è?
Certamente il governo, come è oggi, è sbilanciato visibilmente verso il centro-destra, per lo meno per quanto riguarda i Ministeri politici, perchè il Ministero dello Sviluppo Economico e quello del Turismo (anche se quest’ultimo è senza portafoglio è però un volano per l’economia del Paese, come anche affermato da Draghi) rappresentano il Nord targato Lega. C’è una preponderanza di potere del centro-destra anche perchè c’è una preponderanza di rappresentanza socio-economica del nord.
Intanto gli esponenti di centro-sinistra che fanno ancora parte del governo sono più soli, come Speranza.
Soli e in due ruoli esposti naturalmente a maggiore visibilità e tensione. Il Pd ha in mano i ministeri più oggetto di contestazione. Non solo il ministero della Sanità con Speranza, ma quello del Lavoro con Orlando dovrà affrontare problemi pesanti e serissimi. Draghi non è di destra o sinistra, è un tecnico della finanza; ma la sua scelta ha premiato il nord perchè il nord è oggettivamente una parte trainante. Non è colpa di Draghi se il Nord non è Pd, un partito che ha un ruolo statale-istituzionale e quindi romano. Questo è emerso in maniera chiarissima in questa crisi e ora dovrà fare i conti con questa realtà . È nato nel 2008 come un partito che doveva vincere in un sistema maggioritario, un partito all’americana; e si è stabilizzato nella sua sede nazionale, quello che succede fuori di essa resta anche fuori del suo controllo.
Si è centralizzato a Roma.
Paradossalmente questa centralità romana è indicativa di minor potere sul territorio nazionale. Il Pd di via del Nazareno è un po’ solitario rispetto a quello delle Regioni e dei comuni. Le lotte intestine per la definizione dei candidati sindaco (si andrà a votare dopo l’estate) sono un segno della debolezza della segreteria nazionale sulle sue diramazioni territoriali, dove dominano i notabili, che sono quasi una classe a sè rispetto al Pd di Roma. Un problema serissimo che è ancora sotto cenere ma esploderà . L’Emilia Romagna per esempio può essere una polveriera di localismi litigiosi.
Proprio dall’Emilia Romagna arrivano alcuni segnali alla segreteria perchè la base “riformista” che fa eco a Renzi vorrebbe sostituire Zingaretti con Bonaccini.
C’è una lotta proprio per questa debolezza strutturale della segreteria nazionale rispetto alle correnti interne. Le chiamo correnti, ma sarebbe meglio chiamarle fazioni, perchè almeno nella prima repubblica c’era un pluralismo interno che il partito riusciva a tenere insieme con dosaggi equilibrati: ciò valeva per il Pci, la Dc e il Psi. Oggi questi equilibri unitari nel Pd non ci sono: c’è il partito di via del Nazareno, poi ci sono i vari partiti che afferiscono al Pd centrale ma sono relativamente autonomi se non antagonisti. Il Pd non è più un partito su tutto il territorio nazionale; e lo statuto, facendone una macchina elettorale, favorisce questo smembramento. È chiaro che le macchine elettorali sono tenute insieme dai notabili locali e i loro amici; la vittoria, i voti e le preferenze sono ciò che li legittima; la quantità è più importante della qualità della partecipazione, chi tira più voti è il più potente. Il Pd non sembra essere neppure un partito confederato; sembra un litigioso coacervo di fazioni. E la fazione renziana, quella detta riformista, rappresenta una mina vagante; in effetti a Renzi non interessa Italia viva, di cui si è servito per far saltare il governo, ma il Pd.
Renzi sta facendo con Zingaretti quello che ha fatto con Conte?
Sì e lo fa attraverso i suoi delegati, non direttamente; un gruppo agguerrito e che ha cercato di avere un candidato forte come Bonaccini. Ora non è il momento di aprire la crisi perchè il presidente di Regione deve pensare al governo della pandemia in Emilia- Romagna. I conti verranno regolati più avanti, ora si posizionano le armate. Finchè non entriamo nel semestre bianco l’unità è necessaria; ma una volta partito il semestre bianco, quando non si possono sciogliere le camere, il tappo messo alle fazioni (nel partito) e alle divisioni (nel governo) salterà .
Come deve essere modificato lo statuto?
Quello attuale è uno statuto costruito per eleggere plebiscitariamente un leader, che nella testa dei fondatori doveva essere anche il leader candidato al governo. Un partito che eleggeva segretario-e-potenziale-premier. Si tratta di un meccanismo che genera instabilità . Perchè Renzi fece saltar il governo Letta? Una volta eletto segretario era quasi nelle cose che si imponesse come presidente del consiglio. Questa è la logica di un partito che deve governare. Il segretario che è anche il candidato presidente del consiglio, presume un sistema maggioritario. Che però non c’è o ha dimostrato di non funzionare. Il Pd non ha mai vinto, come ha messo in luce Giovanni Cuperlo ieri su “Domani”.
Ma se il bipolarismo è irrealizzabile così come un sistema elettorale maggioritario, il Pd deve essere qualcosa di diverso e riformarsi pensando alla base e non alla segreteria nè solo a governare.
Quel partito era nato come un partito all’americana, leggero, capace di costruire candidature. Veltroni amava chiamarlo “partito liquido”. Ma i partiti liquidi, lo abbiamo visto, sono incapaci di resistere ai populismi. E poi non funzionano nelle democrazie rappresentative: lo vediamo con il M5S, costretto a diventare obtorto collo un partito per non essere spazzato via. Puoi essere leggero fuori dalle istituzioni ma dentro devi avere una struttura. Una scelta a mio modo di vedere sbagliata. E che è in sintonia con la struttura del Pd: fatto per vincere le elezioni, non per organizzare e tenere il consenso al di là delle elezioni se non vince. Un patto societario, inoltre, in cui i militanti non contano nulla, comunque meno degli elettori dei gazebo. Il Pd penalizza il militante mentre riconosce l’elettore generico (come lo statuto recita, è il partito “degli italiani e delle italiane”). Ma questo elettore che senza essere iscritto va al gazebo può essere anche un avversario: se sono un avversario posso volere che vinca un segretario che fa comodo al mio partito; quindi io e un numero di elettori come me possiamo determinare le elezioni del segretario del Pd. È assurdo ma realistico. Il Pd deve quindi darsi regole ed essere un partito, con militanti che contano, con una struttura che si innerva nei territori e metta a capo una segretaria nazionale. Solo così un partito è nazionale e non un litigioso insieme di autonome cittadelle.
La guerra interna della base riformista è mossa dalle mire di Renzi o c’è una vera crisi di leadership per cui è necessaria una svolta che passi anche dal segretario?
Bisogna prestare attenzione a quel che vogliono i renziani: essi hanno un’idea di partito liberale, centrato su mercato, aziende e investimenti privati. Ma questo non c’entra con un partito di sinistra. La sinistra deve prendere in mano la bandiera della giustizia sociale. Nell’opera “Tra due repubbliche. Alle origini della democrazia italiana”, in occasione della nascita del Pds, Norberto Bobbio scrisse: ‘Avrei però preferito che un grande partito di sinistra, invece di lasciarsi sedurre dalla riproposizione della rivoluzione liberale, quando tutti erano diventati liberali e naturalmente in primo luogo gli avversari, risollevasse la bandiera della giustizia sociale, che era sempre stata quella sotto la quale avevano percorso una lunga strada milioni e milioni di uomini e donne che avevano fatto la storia del socialismo. Se dovessi proporre un tema di discussione per la sinistra, oggi, proporrei il tema attualissimo, arduo ma affascinante, della giusta società . Continuo a preferire la severa giustizia alla generosa solidarietà
L’idea è questa, i partiti devono distinguersi, non possono essere tutti uguali e la distinzione deve essere espressione interpretativa di un comune nucleo di idee e aspirazioni. Se un partito vuole posizionarsi a sinistra deve avere al centro un’idea di società giusta, che non vuol dire illiberale che sarebbe ingiusta; ma vuol dire che prima di tutto deve venire la giustizia sociale e in relazione a questo si discute di libertà . Si tratta di una visione complessa non semplicistica: che ha una concezione del ruolo sociale dello stato e della cooperazione sociale, all’interno di quello che dice l’articolo 3 della nostra Costituzione, secondo comma. In Italia, manca un partito come questo. Chiaramente social democratico, punto.
In questo senso, in questo momento di crisi il progetto di alleanza con il M5S non è un elemento confusionario e schiavo del momento elettorale?
Ci sono due cose diverse: la prima è l’identità di un partito, che deve essere legata al suo progetto di società . E l’idea di giustizia sociale non vuol dire briciole di solidarietà o carità ai poveri. Il secondo punto è con chi il partito intende allearsi alle elezioni, che non è meno importante perchè i partiti devono vincere le elezioni. E non è difficile per il Pd a questo punto decidere, perchè non può stare nè con Forza Italia nè con la Lega, ma dovrà posizionarsi con coloro che gli sono più vicini, che oggi sono i 5 stelle che aspirano ad avere Conte come loro leader, e Conte esprime un centrismo che guarda sinistra.
Quindi un nuovo Congresso ci vuole?
Il Congresso va fatto per definire l’identità ideologica e culturale del partito. Zingaretti aveva iniziato a occuparsi dell’identità del partito prima della pandemia con l’assemblea di Bologna; fu un segno di ricostruzione. Ma via zoom non si può far rinascere un partito. Occorre coltivare per ora gli aspetti ideali e culturali; incominciando col fare un discorso pubblico quotidiano, per seminare il terreno del centro sinistra, preparandosi a quando finirà la pandemia. Non è questione di Zingaretti sì o no. In questione c’è la costruzione di un discorso politico e culturale, di un campo ideale di riferimento.
Eppure i militanti sono bloccati nella polemica sterile, come quella sulla comunicazione di Zingaretti
Purtroppo il clima politico italiano è uno dei peggiori dell’universo perchè è gestito e tenuto dai media; nessun partito ha una struttura autonoma, soprattutto il Pd. Anche il M5S i cui affiliati non sembrano poi tanto attivi nel blog. Tutti si alimentano e si avvelenano di talk show; i media determinano leader e temi. I talk show e i giornali stabiliscono il linguaggio, lo stile e il livello dello scontro, scelgono i leader da sostenere o attaccare. Occorrerebbe cambiare questa abitudine di mandare messaggi ai propri militanti attraverso i talk show. Un partito deve avere sue vie di comunicazioni con i suoi iscritti e simpatizzanti. La chiusura dell’Unità è stata una disgrazia perchè senza un giornale occorre per necessità affidarsi ai mezzi altrui, i quali hanno i loro interessi e loro agende, che molto spesso non sono in sintonia con questioni di giustizia sociale.
Intanto però le figure chiave sono al governo in modo quasi continuativo con i propri ministri da anni, ma nonostante questo il Pd è invisibile, quelle persone sembrano state risucchiate dalla macchina istituzionale e non rappresentano i propri iscritti.
Non è solo una questione di ministri. Il Pd deve essere presente dove i problemi dei lavoratori sono presenti: all’Ilva e alla Whirpool, per esempio. Non deve essere impegnato sono nelle istituzioni, distante da un mondo che spesso sembra non conoscere più. E torniamo di nuovo al problema della struttura del partito. Una delle ragioni per cui il Paese è così diviso è anche perchè non ci sono più partiti che lo uniscono, una volta spenti i partiti di massa che formavano classe dirigente dalla Sicilia fino alle Alpi. Ora i partiti sono gruppi di interesse o macchine di elezione, luoghi interni di potere, stanno a Roma o nei luoghi di potere locale, intorno ai palazzi. Il Pd di Zingaretti ha a cuore il partito; e allora, devono dedicare i prossimi mesi a una nuova bozza di statuto e a una nuova rinascita politico-culturale del partito. Si può tenere la fazione renziana dentro? Ad essere schietta penso proprio di no, perchè questa fazione ha uno scopo destabilizzante, e vuole il potere. Se si tratta di una minoranza deve accettare il principio di maggioranza. Se non lo accetta e trama per rovesciare la direzione nazione, allora sembra difficile conviverci. Non è possibile continuare una guerra civile intestina sotto traccia e perenne. A Renzi converrebbe tanto riconquistarsi il partito, è evidente. Allora occorre opporvi un partito social democratico.
Ma il ritorno di Renzi dopo la guerra al Conte bis e l’appoggio a Draghi sarebbe inconcepibile
Lui ha il suo battaglione dentro, quando ha fatto le liste elettorali ha pensato a quando non sarebbe più stato segretario, ha pensato a come mantenere un potere interno. Non ha bisogno di entrare ora; se fosse eletto un segretario del Pd a lui vicino sarebbe come averlo ripreso. La fazione riformista è un problema serio. Zingaretti è un po’ come Conte, anche in questo caso dall’interno vengono i problemi. Se cade Zingaretti anche il Pd cade — non si può che anticipare un massacro in un partito che è già diviso; a quel punto dalle ceneri qualcuno si proporrà e dirà ‘Faccio io un nuovo Pd’. Per questo la funzione di Zingaretti va ben aldilà di essere un segretario
(da TPI)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
UNA SCUDISCIATA SENZA APPELLO CONTRO I CONGIURATI CHE VOGLIONO IL RIENTRO DI RENZI E LO SPOSTAMENTO DEL PARTITO ANCORA PIU’ VICINO ALLA DESTRA ECONOMICA
Nicola Zingaretti getta la spugna: “Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno — scrive a sorpresa in un post al
vetriolo su Facebook — che nel Pd, partito di cui sono segretario, da venti giorni si parli solo di poltrone e primarie”.
Parole mai sentite nella bocca di un segretario. Una scudisciata senza appello. Un j’accuse che è l’esatto opposto di quello che fece Walter Veltroni al Tempio di Adriano, quando lasciò la carica senza indicare responsabili.
Zingaretti, invece, fa nomi e cognomi, sbatte la porta, e forse potrebbe addirittura candidarsi a sindaco a Roma. L’idea che, dopo questo gesto, il Pd possa tornare un partito contendibile e addirittura scalabile dagli ex renziani può solo far venire i brividi.
“Mi vergogno — scrive — che questo accada quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni”.
È una piccola bomba atomica, un Big Bang destinato a cambiare, in un senso nell’altro, gli equilibri precari su cui fino ad oggi si era retto il Partito democratico. Adesso si prospetta una reggenza (quella del vice, Andrea Orlando) e un Congresso con il coltello tra i denti fra la destra e la sinistra interna.
Ancora dal post del segretario: “Sono stato eletto proprio due anni fa. Abbiamo salvato il Pd e ora ce l’ho messa tutta per spingere il gruppo dirigente verso una fase nuova. Ho chiesto franchezza, collaborazione e solidarietà per fare subito un congresso politico sull’Italia, le nostre idee, la nostra visione”.
“Dovremmo discutere di come sostenere il Governo Draghi — scrive Zingaretti — una sfida positiva che la buona politica deve cogliere. Non è bastato”.
Per una volta non c’è retroscena, è tutto squadernato in questo messaggio di addio, senza filtri o censure: “Mi ha colpito invece il rilancio di attacchi anche di chi in questi due anni ha condiviso tutte le scelte fondamentali che abbiamo compiuto. Non ci si ascolta più e si fanno le caricature delle posizioni. Ma il Pd — aggiunge Zingaretti — non può rimanere fermo, impantanato per mesi a causa in una guerriglia quotidiana. Questo, sì, lo ucciderebbe”.
Hanno pesato gli attacchi continui sui giornali, l’isolamento, il fatto che nel tempo del Covid la politica rischi di diventare solo congiura di palazzo. Altro che ologramma.
Una invettiva di queste proporzioni non può che creare un pandemonio. Da mesi Zingaretti aveva dato segnali di insofferenza, rinunciando anche ad avere suoi uomini nel governo, combattendo la “correntite” dei vertici.
Poi si è arrivati, nelle ultime ore, al casus belli: con i Lotti e i Guerini c’è stato il duello sulla vicesegretaria. Zingaretti che voleva nominare una donna a lui vicina (Cecilia D’Elia) e i signori delle tessere, che pretendevano un loro nome, per condizionare le scelte. Contestavano la linea del segretario e la strategia di un accordo giallorosso.
Adesso salta tutto, con un leader che dice “Il re è nudo” e se ne va sbattendo la porta. Adesso, nel Pd, è tutti contro tutti: “Visto che il bersaglio sono io, per amore dell’Italia e del partito, non mi resta che fare l’ennesimo atto per sbloccare la situazione. Ora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità . Nelle prossime ore scriverò alla Presidente del partito per dimettermi formalmente”. Auguri.
(da TPI)
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Febbraio 26th, 2021 Riccardo Fucile
OBIETTIVO ANNIENTARE ZINGARETTI COME FATTO CON CONTE
Non è un mistero che lo sfidante di Zingaretti, quando sarà indetto il congresso, sarà Stefano Bonaccini. 
Spinto dalla corrente degli ex renziani di Base Riformista (che malignamente al Nazareno chiamano la mozione “Torna a Casa Matteo”), il presidente della Regione Emilia-Romagna conta di essere il prossimo segretario del Pd.
Oggi nel Pd fa discutere il suo tweet in cui afferma di “non mollare, perchè è in arrivo la terza ondata del Covid”. “Ma come — gli fa subito eco un parlamentare dem emiliano — proprio ieri Bonaccini si era messo sulla scia di Salvini e voleva riaprire i ristoranti la sera? Oggi ricambia linea?”.
Veleni che oramai infestano il Pd, da quando Zingaretti ha deciso di non rimanere più fermo a prendere quotidianamente i colpi dei suoi avversari interni.
Ieri, alla Direzione del Pd convocata sulle donne, è andata in onda una discussione infinita, che continuerà il prossimo lunedì. La corrente di Base Riformista ha attaccato il vicesegretario Orlando che non vuole dimettersi dalla carica nonostante sia stato fatto ministro.
Però in Direzione i big della corrente hanno taciuto. “Mandano avanti i pesci piccoli per vedere l’effetto che fa e loro stanno dietro a godersi lo spettacolo”, spiega un dirigente dem.
E intanto Zingaretti vuole aprire ai Cinque Stelle la sua giunta in Regione Lazio dopo che la sua assessora al Bilancio, Alessandra Sartore, è stata nominata sottosegretaria al Mef.
“Vedrete che quelli di Base Riformista avranno da ridire anche su questo. Loro sognano di stare soli e perdenti come ai tempi di Renzi”, rispondono dalla mozione Zingaretti.
Insomma, la guerra nel Pd è solo all’inizio. E “che vinca il migliore”, possibilmente senza far girare troppe fake news, tipo quella di ieri che dava Zingaretti ad un passo dalle dimissioni.
(da TPI)
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Febbraio 25th, 2021 Riccardo Fucile
LA MOZIONE “TORNA A CASA RENZI” (MARCUCCI, GORI, NARDELLA) CANDIDERA’ BONACCINI E VUOLE FAR CONCORRENZA ALLA LEGA AL NORD E SPOSTARE ANCORA DI PIU’ IL PARTITO A DESTRA… MA NON FAREBBERO PRIMA A ISCRIVERSI AL CENTRODESTRA?
Il Pd ormai è una polveriera. Che si avvicina al congresso col rischio addirittura di una scissione.
Zingaretti, infatti, dopo mesi di attacchi quotidiani da parte degli ex renziani ancora presenti nel partito, ha deciso che piuttosto che rimanere imbrigliato nelle polemiche quotidiane e fare la fine di San Sebastiano, è meglio giocare in campo aperto.
Quindi ok al congresso e che vinca il migliore. A correre per la segreteria sarà certamente Bonaccini, spinto da Base Riformista dei vari Marcucci, Gori e Nardella. “Sono la mozione Torna a casa Matteo” chiosano dal Nazareno
“Renzi sondaggi alla mano non è certamente il politico più popolare d’Italia. Fare una battaglia congressuale per farlo rientrare nel Pd è davvero fuori dal mondo”, continuano i Dem fedeli a Zingaretti.
“Ma la verità è che se dovesse prevalere Bonaccini il Pd si sposterebbe molto al centro e su una linea nordista molto vicina alle partite Iva e alle classi imprenditoriali.
Ecco perchè ieri Bonaccini si è messo in ‘linea’ con Salvini. Hanno un target elettorale molto comune.
Che però non c’azzecca nulla con i valori di una formazione di centro sinistra come dovrebbe essere il Pd”, ragiona un parlamentare dem anti renziano. Ecco perchè, se Bonaccini dovesse farcela, per il Pd potrebbero aprirsi le porte dell’ennesima divisione.
Andrea Orlando, vicesegretario del Pd (nonchè neo-ministro del Lavoro), risponde durissimo agli attacchi lanciati negli ultimi giorni contro i vertici del partito da alcuni sindaci dem (il bergamasco Gori, il fiorentino Nardella, il barese De Caro). “Stanno emergendo rigurgiti di posizioni che guardano a un Pd del passato, improntato verso un centrismo non più al passo coi tempi. Diciamolo con chiarezza: puntano a un logoramento del gruppo dirigente”, osserva Orlando in una intervista al quotidiano La Nazione.
Tradotto: il numero due del partito accusa l’ala Pd filo-renziana — contraria all’alleanza con il M5S — di voler colpire e affondare il segretario Nicola Zingaretti, magari per piazzare al suo posto il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini.
“Scatenare la crisi è stato sbagliato, in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo. Ma Renzi lo ha fatto per un obiettivo: spaccare il fronte Pd-5 Stelle. Lo stesso obiettivo che oggi hanno alcuni esponenti democratici”, attacca Orlando.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2021 Riccardo Fucile
GLI ORFANI DI RENZI VOGLIONO RIPRENDERSI IL PARTITO
Non addentratevi nell’astrusa vicenda dell’intergruppo del Senato, e nei suoi strascichi venefici, prendendola alla lettera: non ci capireste nulla — giustamente — perchè è raccontata in una variante politicista dell’ostrogoto.
Incomprensibile alle persone normali. Immaginate però che quella querelle sia diventata il casus belli di una nuova guerra punica che sta divampando dentro il Pd. Una guerra civile per assumere il controllo del principale partito della sinistra italiana, per destituire il suo gruppo dirigente, per cambiare drasticamente la sua linea.
Quella guerra si è virtualmente aperta con l’accoltellamento di Giuseppe Conte, e si chiuderà soltanto — questa è la notizia di oggi — con un congresso, che metta fine ai complotti di Palazzo dando la parola agli iscritti.
Ad annunciarlo è un dirigente come Goffredo Bettini. Ovviamente per questi motivi l’esito di questa sfida non riguarda solo il Pd, ma tutto il sistema politico.
Riassunta in termini comprensibili, la scaramuccia sull’intergruppo sembra uno scherzo buffo: un esponente della destra interna (il capogruppo Andrea Marcucci) sigla un patto di consultazione parlamentare con M5s e Leu, senza condividere questa scelta, nè con il segretario del partito, nè con Bettini, il dirigente più influente dopo il segretario.
Quindi, appena si diffonde la notizia — questo è il bello — gli uomini della stessa destra interna di cui fa parte Marcucci (e financo lo stesso Marcucci, con qualche acrobazia lessicale) partono all’attacco del segretario, e del suo dirigente più influente, rimproverandogli, per giunta come se fosse stato un gravissimo errore, la sottoscrizione di quel patto.
Stiamo parlando di uomini come il ministro Lorenzo Guerini (che già si distinse con una intervista in cui si smarcava da Conte durante la crisi). Di potenziali candidati alla leadership che scalpitano (come Giorgio Gori o Stefano Bonaccini). Di dirigenti inquieti che vengono dalla sinistra come Matteo Orfini. Di ex renziani in servizio permanente nel PD come Luca Lotti.
Ovvero di quel corpaccione di notabili che ha prodotto il miracolo delle designazioni ministeriali: tre capi corrente (maschi) che si sono fatti nominare da Draghi (e nessuna donna) mentre persino il segretario rinunciava ad indicare qualcuno della sua corrente.
Ovviamente il caso dell’intergruppo, in sè, sembra una questione da manicomio: 1) non c’era nulla di male nel costituire quel collegamento con M5s e Leu, sia chiaro, visto che l’alleanza giallorossa è la linea della segreteria del Pd.
2) Nicola Zingaretti è diventato leader con due milioni di voti degli iscritti delle primarie, mentre i signori delle correnti del Pd — per ora — non hanno altra legittimazione che la loro rendita di posizione, e le corpose affiliazioni nei gruppi parlamentari guadagnate in una platea di “nominati” da Matteo Renzi nel lontano 2018 (le liste dei candidati — non va mai dimenticato — furono compilate, in una sola notte, saltando, per la prima volta, qualsiasi criterio di rappresentanza democratica interna).
3) il colmo dei colmi, per giunta, è fare qualcosa, poi accreditarne la paternità ad altri, e quindi attaccarli per averlo fatto. Ma bisogna andare al cuore del problema: con manovre di piccolo cabotaggio, proclami e veleni, il tentativo è quello di “scalare” il Pd, e di cambiarne la rotta.
La nascita del governo di Mario Draghi (e l’inserimento della destra di Matteo Salvini nel governo che ha prodotto) hanno accelerato questo tentativo, che covava sotto la cenere da mesi, potendo una questione identitaria.
Anzi: hanno fatto pensare a chi lo aveva messo in campo (fallendo) di poter avere a disposizione una prova di appello. In primo luogo perchè le ultime elezioni regionali in cui si è votato — non andrebbe mai dimenticato neanche questo — i voti di Italia Viva (e dei partiti “alla destra” del Pd) si potevano raccogliere con un cucchiaino da caffè, e contare con un microscopio elettronico.
Non si capisce questa storia se non si parte dal celebre proclama di Matteo Renzi (“Faremo al Pd quello che Macron ha fatto ai socialisti francesi”). E dalla strategia seguita, di conseguenza, da Italia Viva nelle amministrative (correre fuori dalle coalizioni nelle regioni in bilico per far perdere il centrosinistra), naufragata, proprio in quella tornata elettorale in un risultato miserrimo (a casa sua, in Toscana, Renzi non riusciva nemmeno a raggiungere il 5%, e in virtù di quel dato è stato chiaro a chiunque che così non avrebbe superato nessuno sbarramento elettorale).
Su tutti i risultati di quel voto svetta — per dare con un esempio una idea dei rapporti di forza — la performance del povero Ivan Scalfarotto, buttato nella mischia in Puglia con il corredo di un manifesto elettorale dadaista, l’investitura a leader carismatico in grado di “far perdere Michele Emiliano”, e poi approdato (grazie al sostegno di ben tre partiti, renziani, boniniani e calendiani) ad un lillipuziano 1,1%.
Viene in mente una celebre battuta di Giancarlo Pajetta ai tempi del cartello di Democrazia Proletaria, nel 1972: “Vi siete messi insieme in tre per comporre un prefisso telefonico”.
Ma se e quando si misurano i consensi reali (e ogni volta che lo si è potuto fare è stato così), questa è la consistenza che ha mostrato di chi combatte contro la linea “giallorossa” del Pd, contro la sua idea di costruire una nuova alternativa partendo dall’alleanza con il M5s, e non dall’aspirazione a mettere insieme un indigesto pasticcio centrista (in cui si vorrebbero inglobare anche schegge di Forza Italia).
Ecco dove nascono l’assedio al governo Conte, la scientifica campagna di discredito condotta verso tutti i suoi ministri e le sue scelte, che ora invece, nei casi in cui vengono proseguite dal governo Draghi sono salutate come intuizioni geniali, come capita ad esempio accade per l’idea della scuola a luglio, la campagna vaccinale, o il blocco dei licenziamenti (che fino a ieri era descritto come un provvedimento “venezuelano” e che oggi — pensate — “convince anche Giorgetti”).
Il punto è il tentativo di ribaltare con una manovra di Palazzo quello che non è riuscito sul piano dei consensi. O l’effetto invisibile ma potente del Covid sulla politica: il virus — non ci pensiamo mai — ha cancellato il dibattito pubblico, le assemblee, i luoghi di discussione, esaltando il peso del teatrino virtuale dei media. Nei giorni della direzione del Pd, nell’unico modo (virtuale) in cui si potevano manifestare, centinaia di iscritti commentavano la relazione del segretario in diretta scrivendo: “Difendete il governo”, “difendere Conte”, “mandate a quel paese Renzi”.
Scrive non a caso Goffredo Bettini (e con parole di fuoco) sulla fine del governo Conte: “Al di là dei numeri che improvvisamente sono mancati, quel progetto non era affidabile per diversi soggetti in campo. Per il ‘salotto buono’ della borghesia italiana, che si è comprata giornali e ha preso d’ assalto Confindustria”.
Aggiunge, riferendosi allo scenario intenzionale: “Se mi si chiedesse qual è in questo quadro il ruolo del Pd (che per svolgerlo bene deve migliorare), direi: riformare il capitalismo con la buona politica. C’ è una forza immensa del mercato e del turbocapitalismo che si è messa in moto con la globalizzazione. Il problema non è astrattamente fuoriuscirne o tantomeno abbatterla. Il problema — osserva Bettini in un intervento su Il Foglio di oggi — è come renderla più umana, più giusta”.
E quindi aggiunge, tornando al tema dell’identità della sinistra: “La destrutturazione del sistema politico, al contrario, potrà essere solo utile a quella pigrizia di certe classi dirigenti italiane che sono state mere spettatrici di ogni salto in avanti del nostro paese: il Risorgimento. La Liberazione dal nazifascismo. La fondazione della Repubblica. Assenti, perchè prive, al contrario della Francia, dell’Inghilterra e della Germania, di una propria storia combattuta e vinta sul campo. Ho visto che queste scelte del Pd — aggiunge sarcasticamente Bettini — stanno facendo gioire Renzi. Dice che si apre per lui una prateria al centro. Sono contento dell’assunzione di questa missione da parte sua”.
Qui — come vedete — si va molto oltre il caso l’intergruppo, di un semplice patto di consultazione parlamentare, di una alleanza di circostanza. Ed è per questo che la scaramuccia di Marcucci va letta insieme a tanti altri segnali: la disperazione di Renzi, che polarizza l’attenzione dei media per due mesi (ma non guadagna un voto). Le barricate contro Conte e l’ipotesi della sua candidatura in un collegio della Toscana (erette, per giunta, da una segretaria regionale — guardacaso — anche lei ex renziana). E il tentativo di prendere a pretesto un governo tecnico, per azzerare ogni alleanza e ogni distinzione politica.
È vero il contrario: durante il periodo del governo Draghi — come spiega ancora Bettini — la politica riapre i suoi cantieri in attesa della sfida finale. Il centrodestra, come spesso è accaduto nella sua storia, diversifica la sua offerta, con la polarizzazione tra Fratelli d’Italia (all’opposizione) e Forza Italia-Lega (al governo). È una battaglia di sopravvivenza darwiniana per la leadership. Ma c’è da scommettere che quando sarà finita, il vincitore (chiunque sia) si prenderà in mano, come è sempre accaduto, tutta la coalizione.
“Il Pd può scegliere solo fra due strade: l’insalatone neo-centrista (che non piace agli iscritti che hanno scelto Zingaretti e che elettoralmente nascerebbe già morta) e una colazione progressista da incardinare intorno all’alleanza giallorossa. Secondo voi il popolo della sinistra, quando sarà chiamato a votare, avrà il minimo dubbio tra la prima e la seconda ipotesi? Io credo che se (anzi, quando) si farà un congresso i nostalgici renziani, e i gruppi di pressione mediatica che sognano la Restaurazione e il congresso di Vienna, il ritorno a Versailles della corte Leopoldina e dei loro alleati capicorrente, resteranno delusi. Tutti coloro che si commuovono all’idea del principe saudita che ritorna nella stanza dei bottoni come se la disfatta del 2018 non fosse mai accaduta, dovranno rassegnarsi all’idea di essere — tra i loro elettori -impopolari ed elitari.”
(da TPI)
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Febbraio 8th, 2021 Riccardo Fucile
LE QUINTE COLONNE RENZIANE RIMASTE NEL PD PUNTANO A UN CAMBIO DI SEGRETERIA
Non ha altra scelta, Nicola Zingaretti. Il congresso che aveva annunciato già un anno fa, dopo
la non scontata vittoria alle regionali in Emilia Romagna ma poi impedito dall’esplosione della pandemia, si terrà probabilmente nella tarda primavera.
Fra tre-quattro mesi, a patto che il virus lo consenta. Il tempo di far salpare il governo Draghi e organizzare le assise democratiche in piena sicurezza.
Resta solo da capire con quale formula: se cioè si aprirà solo una larga discussione tematica per definire, insieme ai circoli e ai territori, la linea di un partito sempre più proiettato verso un’alleanza organica con 5S e Leu; oppure si opterà per il classico percorso a tesi e candidati contrapposti, da concludere con le primarie e l’elezione di un nuovo segretario. La prima preferita dalla maggioranza, l’altra caldeggiata dalla minoranza: due spinte destinate inevitabilmente a scontrarsi.
Perchè una cosa è certa: il mandato di Zingaretti scade tra due anni e lui non ha alcuna intenzione di dimettersi. Circostanza che complica non poco i piani degli avversari interni, decisi a ottenere un congresso vero per espugnare il Nazareno e magari piazzarci Stefano Bonaccini, il teorico del rientro a “casa” di Renzi dopo il fallimento di Italia viva.
Questo però non significa far finta di nulla: sa bene, il segretario, che dal giorno del suo insediamento alla guida del Pd (4 marzo 2019) è cambiato il mondo.
Nel mezzo sono nati e caduti due governi di segno contrario, sono state consumate due scissioni: quella di Calenda, dopo i renziani. Conosce a memoria le critiche di chi – innanzitutto Base riformista, la corrente di Guerini e Lotti – gli contesta una pessima gestione della crisi giallorossa: quell’ultimatum “o Conte o voto” che doveva fungere da ciambella di salvataggio della coalizione e s’è invece rivelata un’arma spuntata.
Perciò ha deciso di accelerare, Zingaretti: di assecondare chi, anche fra i suoi, lo esorta a dare una risposta immediata ai crescenti malumori prima che deflagrino.
Anticipata ieri dagli schermi di Rai3: “Appena finita questa fase”, ha spiegato Zingaretti a In mezz’ora, “porrò il tema di come andare avanti: serve una discussione politica vera sull’identità e il profilo del Pd”.
Con un avvertimento, però: “Spero che nessuno voglia rimettere indietro l’orologio”, tornare cioè a quel partito isolato e senza prospettive che nel 2018, con Renzi segretario, subì la più grave sconfitta della sua storia. Perchè – è il ragionamento che si fa al Nazareno – se oggi il centrosinistra è tornato competitivo, può cioè offrire all’esecutivo Draghi un solido ancoraggio e puntare a sconfiggere la destra alle imminenti amministrative, è proprio in virtù dell’alleanza con i Cinquestelle. Senza i quali il campo progressista avrebbe scarse chance di successo.
Un’apertura che Base riformista intende come l’inizio di un percorso per cambiare guida al partito. “Bene Zingaretti, un’apertura anticipata del congresso mi pare opportuna, visto che l’ultimo si è svolto un’era geologica fa”, esulta Andrea Romano. “Allora eravamo all’opposizione del governo Lega-M5s”, per cui “dopo le esperienze dell’esecutivo Pd-M5s e del nascente Draghi I, è giusto che una comunità come il Pd rifletta sul profilo programmatico e sulla propria identità alla luce di questi rivolgimenti”.
Ma Areadem, la corrente che fa capo a Dario Franceschini, dà l’altolà : “Come Pd dovremo discutere nei prossimi mesi sulla nuova situazione, ma il congresso è previsto tra due anni. Adesso è bene concentrarsi sul governo e sulla sua azione, facendo in modo che le nostre proposte vivano in questa fase “, avverte Franco Mirabelli, vicecapogruppo al Senato. “Abbiamo sì bisogno di un tagliando ma non credo che siamo di fronte ad una situazione fallimentare: il Pd nel 2019 era un partito totalmente ininfluente sul piano istituzionale, oggi no. La discussione da fare, quindi, non si risolve per forza con un congresso: decideremo insieme con il Segretario le modalità del nostro dibattito interno, ma non vorrei che si confondessero i piani”.
(da La Repubblica”)
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