Ottobre 29th, 2015 Riccardo Fucile
NEI CIRCOLI ROMANI SI CERTIFICA LO SFASCIO DEL PARTITO: APPENA 3.000 TESSERATI
Tutti contro Matteo Orfini, nei circoli del Pd monta la protesta contro il commissario del partito romano visto come l’assassino della giunta Marino, mandante Matteo Renzi.
“E’ lui che dovrebbe andare a casa, il sindaco resti” dicono in un’assemblea al circolo Donna Olimpia, quartiere residenziale di Monteverde.
La base contesta i nove mesi del suo commissariamento: “Una gestione fallimentare che ha prodotto una frattura enorme tra la dirigenza e gli elettori, e ha creato questo impasse”.
Flop del tesseramento (dai circoli filtra di appena 3mila), circoli chiusi, un sindaco dimissionario senza una consultazione con la base, sono tanti secondo gli iscritti i sintomi di un Pd “malaticcio, in condizioni peggiori rispetto alla partenza”.
“Il rischio che le prossime primarie vadano deserte c’è” dice Marco Miccoli, il deputato Pd, ex segretario romano, uno dei principali dissidenti verso le scelte dei vertici del Pd.
“Orfini chi? Quello che lo sosteneva Marino o quello che lo ha scaricato?”, chiede un iscritto confuso per la giravolta del commissario.
“Si regala la città alla destra o ai ‘fascistelli’ come Di Battista” dicono altri.
Si difende il diretto interessato dalla sede del Pd di Largo del Nazareno. “Alcuni di quelli che attaccano il commissariamento fanno parte delle correnti interne al Pd, erano anche in piazza a sostegno di Marino”.
“Alcune correnti stanno cavalcando la protesta per interessi di bottega, ma il dissenso c’è, i malumori ci sono, Orfini e altri farebbero bene a non semplificare” spiega il segretario del circolo Alberone, storica sede in zona San Giovanni
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 28th, 2015 Riccardo Fucile
MINEO PASSA AL MISTO E LANCIA FRECCIATE ALLA MINORANZA: “LANCIANO IL SASSO, MA POI…”
Il senatore Corradino Mineo lascia il gruppo del Pd e passa automaticamente al gruppo Misto.
“Ieri – racconta – sono stato oggetto di una sorta di processo sommario da parte di Luigi Zanda che ha derubricato questioni meramente politiche a questioni disciplinari. E’ inaccettabile. Sono terrorizzati dalla finanziaria e hanno limitato emendamenti”.
“Perchè lascio il gruppo del Pd? Nel 2013 ho accettato la candidatura come capolista in Sicilia e sono stato eletto in Senato con il Pd, partito che allora parlava di una “Italia Bene Comune”. Non amo i salta fossi e quando il segretario-premier ha modificato geneticamente quel partito, provocando una scissione silenziosa, aprendo a potentati locali e comitati d’affare, e usando la direzione come una sorta di ufficio stampa di Palazzo Chigi, ho continuato a condurre la mia battaglia nel gruppo con il quale ero stato eletto. Però è vero che ho votato troppe volte in dissenso: su scuola, riforma costituzionale, Italicum, jobs act, Rai. Ed è vero che una nutrita minoranza interna, che sembrava condividere alcune delle mie idee, si è ormai ridotta a un gioco solo tattico, lanciando il sasso (ieri sulla legge costituzionale, oggi sulla legge di stabilità ) per poi ritirare la mano”.
“Ieri, poi – spiega ancora Mineo – Luigi Zanda mi ha dedicato (senza avvertire nè me nè altri di quale fosse l’ordine del giorno) un’intera assemblea, cercando di ridurre le mie posizioni politiche a una semplice questione disciplinare, stilando la lista dei dissidenti “buoni”, Amati, Casson e Tocci e del cattivo, Mineo”.
“Il Pd non espelle nessuno ha detto Zanda, ma nelle conclusioni ha parlato di “incompatibilità ” tra me e il lavoro del gruppo. Non espulsione, dunque, ma dimissioni fortemente raccomandate. Come deluderlo? – si chiede Mineo – da oggi lascio il gruppo, auguro buon lavoro ai senatori democratici e continuerò la mia battaglia in Senato, cominciando dalla legge di stabilità che, come dice Bersani, “sta isolando il Pd””.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 27th, 2015 Riccardo Fucile
“FAI CIO’ CHE TI SENTI” IL CONSIGLIO DELL’EX SEGRETARIO… MARINO NON ATTACCA FRONTALMENTE RENZI… FANNO FINTA IN 19 DI FIRMARE CONTRO MARINO, POI AMMETTONO: “POSIZIONI DIVERSE”
Il marziano cercava consigli, forse un appoggio formale. Ha trovato solidarietà , e un suggerimento: “Fai quello che senti, ma caricare questa vicenda di significati politici nazionali non avrebbe senso”.
Dalla sua trincea in Campidoglio, domenica 25 ottobre Ignazio Marino ha telefonato a Pier Luigi Bersani.
Il sindaco dimissionario sperava in un sostegno della minoranza dem. Quella che pure è stata gelida nei confronti della sua elezione e del suo mandato. Ma che venerdì scorso, quando la direzione nazionale del Pd ha votato sul rinnovo dell’incarico di commissario del partito romano a Matteo Orfini, ha mostrato pollice verso con i suoi otto no.
Un atto simbolico, a fronte dei 181 sì. Ma Marino ha ugualmente notato quelle spalle girate al suo primo avversario. E ha cercato Bersani. Il colloquio è stato “molto cordiale”, raccontano.
L’ex segretario dem gli ha manifestato calore e dispiacere per “una vicenda pesantissima”. Lo ha ascoltato. Ma non si è spinto più in là .
“Non ho dato consigli, non ne do mai” ha spiegato Bersani ai suoi. Però un’indicazione gliel’ha data: “Questa è una vicenda da non politicizzare sul piano nazionale, valuta tu il da farsi in base a come ti senti e al bene della città ”.
Tradotto, almeno per come l’ha capita Marino: non andare dritto contro Renzi. Parole comunque importanti per il sindaco.
Convintosi ormai dell’esigenza di non attaccare frontalmente il rottamatore, e di non rinnegare il Pd. “Io l’ho fondato questo partito” ha rivendicato domenica al microfono, arringando i sostenitori in piazza del Campidoglio.
Marino vuole presentarsi come un democratico, ingiustamente vilipeso dal Pd.
E gioca di contropiede, con i dem che annaspano e prendono tempo. Lo confermano i tormenti dei 19 consiglieri comunali, che invocano l’intervento di Renzi per sbrogliare la matassa.
Ieri mattina si sono riuniti, per poi partorire una nota attendista: “Ribadiamo che il gruppo consiliare e il Partito democratico sono tutt’uno nel giudicare l’amministrazione Marino. La posizione assunta dal Pd nazionale e da tutti noi non è mai cambiata rispetto al 12 ottobre, quando il sindaco ha presentato le dimissioni, ogni futura decisione sarà condivisa e concordata con il partito”.
Un sostegno formale a Orfini, che ad oggi non controlla un gruppo spaccato. Lo ammette lo stesso capogruppo Fabrizio Panecaldo: “Ognuno di noi ha una posizione diversa: io sono per non votare nessun atto contro il sindaco insieme alle destre”. Impossibile, insomma, convincere tutto il gruppo a votare la sfiducia assieme a Fi e ai 5 Stelle. Che non a caso, con Marcello De Vito, pungono: “Siamo pronti a una mozione congiunta con il Pd per sfiduciare Marino, la smettano di giocare a poker”.
Panecaldo appare invece più possibilista riguardo a eventuali dimissioni, “a patto che il quadro muti”.
Ma anche se lasciassero tutti e 19 non basterebbe, perchè subentrerebbero i non eletti. Per staccare la spina a Marino servirebbe che si dimettessero 25 consiglieri su 48: un favore che le opposizioni non sono disposte a concedere.
Il rischio concreto è che il Pd rimanga sulla graticola fino al 2 novembre, data ultima per il ritiro delle dimissioni da parte di Marino.
Senza dimenticare che il 5 novembre inizia il processo per Mafia capitale, con tanti ex dem alla sbarra.
“Se il sindaco ci chiama per un confronto noi andiamo” assicura Panecaldo.
Valeria Baglio, presidente d’aula e vicina al sindaco, allarga: “Scegliere le sorti della Capitale è una responsabilità che deve essere affrontata dal Pd nazionale”.
Ossia, serve un segnale di Renzi, quello che Marino chiede da due settimane.
Si vocifera che renziani di peso spingano sul premier per un suo intervento.
Intanto Gianluca Peciola (Sel) rilancia: “I sindaci non si sfiduciano a distanza, Marino deve venire in aula ed essere ascoltato: se propone un programma valido ci confronteremo”. Ma il tempo corre.
Marino ha ancora sette giorni per deporre le armi o restare marziano, fino in fondo.
Luca De Carolis
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 23rd, 2015 Riccardo Fucile
LA MOSSE DEI FUORIUSCITI PD ALLE AMMINISTRATIVE… SI PUNTA A RECUPERARE CIVATI, POSSIBILE CANDIDATO SINDACO A MILANO
Il punto di riferimento è l’Ulivo, perciò la nuova Cosa non dev’essere troppo “rossa”.
Il testimonial sognato è Romano Prodi ed è per questo che i fuoriusciti del Pd, insieme con Nichi Vendola, stanno puntando soprattutto sulle comunali di Bologna dove si vota la prossima primavera.
Potrebbe essere candidata, in alternativa all’uomo del Pd Virginio Merola, Amelia Frascaroli, vicina all’ex governatore della Puglia ma ancora più vicina al Professore.
Amica personale della moglie Flavia, allieva politica di Romano che per lei nutre una stima profonda, cattolica di sinistra, dossettiana.
Una figura ideale per simboleggiare il corso della scissione democratica, con buone chance di dare fastidio al sindaco uscente e rappresentare un’opzione diversa dal Pd ma non legata all’ala radicale
Di questo discutono i parlamentari dem o ex come Carlo Galli, Monica Gregori, Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina, Corradino Mineo nelle riunioni che preparano il grande passo: usare le prossime amministrative per costruire un progetto antirenziano in salsa socialdemocratica.
O meglio, ulivista, il centrosinistra delle origini, in opposizione al presunto Partito della Nazione che starebbe maturando nel laboratorio di Largo del Nazareno
Vendola per il momento non si sbilancia, ma lascia capire che ci sarà una rottura nel voto delle città .
«Il terreno programmatico è decisivo. Voglio capire che idea di comune hai. Detto questo, Renzi ha ucciso il centrosinistra», spiega nel videoforum di Repubblica.it.
A Bologna, a Roma (con Sel però spaccata in due nella Capitale), a Torino e probabilmente a Milano si consumerà lo strappo
Se non ci saranno le primarie, in una città in cui l’uscente Giuliano Pisapia viene dal partito di Vendola, la sinistra cercherà un nome da contrapporre al possibile candidato Giuseppe Sala. Per recuperare Pippo Civati che procede da solo con il suo movimento Possibile, potrebbe essere proprio il deputato monzese il candidato unico della formazione ulivista.
Roma rappresenta un’altra prova di tenuta del progetto.
Un pezzo di Sinistra e libertà chiede di continuare l’alleanza col Pd. Il vicepresidente della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio invita i compagni a cercare un’intesa «città per città , in controtendenza rispetto alle dinamiche nazionale».
Cioè, un’intesa con il Pd. E due senatori, in questa fase di caos, sono dati in uscita da Sel proprio per la linea oltranzista di Vendola. Sono Dario Stefà no e Luciano Uras.
Ma Fassina, come Nicola Fratoianni, spingono le candidature indipendenti, autonome, in funzione anti- Renzi e anti-dem. Questa spaccatura pone però un problema grande come Cagliari alla Cosa rossa.
Se il Pd è indigeribile e invotabile, come faranno a chiedere il sostegno per confermare Massimo Zedda a sindaco
Il documento redatto dal professor Carlo Galli, che è stato distribuito tra i dissidenti del Pd ed è arrivato anche a Gianni Cuperlo e Pier Luigi Bersani, prefigura la scissione ma non scioglie tutti i dubbi.
È un testo molto critico con il renzismo, «con il governo del primo ministro nel quale il Parlamento è ridotto all’obbedienza».
La produzione di documenti non si ferma qui. Vendola annuncia per sabato la presentazione della «Carta dei Valori», manifesto del nuovo soggetto politico.
Soggetto che sarà anticipato già a novembreda gruppi parlamentari che si chiameranno “Sinistra”, a cui lavora Arturo Scotto.
Dentro confluiranno quelli di Sinistra e libertà , gli scissionisti del Pd, Claudio Fava, il prodiano Franco Monaco.
E al Senato verranno accolti gli ex grillini Francesco Campanella e Fabrizio Bocchino.
Tommaso Ciriaco e Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 19th, 2015 Riccardo Fucile
SONO 80 I PARLAMENTARI DEM CHE SI OPPONGONO A RENZI… INIZIATIVE PUBBLICHE PER SPIEGARE GLI EMENDAMENTI
La minoranza prova a riprendersi almeno un pezzetto di scena. E lo fa su un tema molto sentito
dagli italiani, la tassa sulla casa.
Bersani, Speranza e Cuperlo si sono convinti che la base del Pd, quella con il cuore a sinistra, non comprenda le ultime scelte di Renzi.
Per i leader dell’opposizione interna i militanti si stanno chiedendo perchè mai un partito progressista dovrebbe realizzare il sogno proibito di Berlusconi, togliere la tassa sulla prima casa anche ai proprietari di castelli e ville di gran lusso.
E così, pur sapendo in partenza che sono destinati a perderla, i non-renziani rimasti nel Pd preparano la «grande battaglia».
Con la segreta speranza di ritrovare, grazie alla legge di Stabilità , la sintonia perduta con il «popolo dem». Se la lunga sfida sulle riforme aveva destato l’incomprensione persino dei militanti che arrostiscono le salsicce alle feste, sul tema della casa Bersani e compagni contano di risalire la china del consenso interno.
Ma per raggiungere l’obiettivo ci vuole un piano, che la sinistra sta mettendo a punto.
Appena il testo della manovra sarà reso pubblico, la minoranza costruirà una «proposta organica», una contromanovra che spieghi la filosofia degli emendamenti.
Il documento verrà presentato in conferenza stampa e poi illustrato agli elettori.
Si pensa a una convention nazionale e ad una serie di incontri pubblici sul territorio, in cui coinvolgere iscritti e simpatizzanti per ribadire «la differenza tra un centrosinistra con radici uliviste e il partito della nazione di Renzi»
Così Roberto Speranza ha spiegato ai suoi le mosse della «battaglia di principio» con cui l’opposizione interna proverà a marcare – in vista del congresso del 2017 – la differenza antropologica dal renzismo.
Una sfida che la minoranza intende combattere fino all’ultimo. Ben sapendo che, alla fine, agli ottanta parlamentari che non hanno ancora ceduto al leader toccherà allinearsi, perchè chi non votasse la fiducia sarebbe costretto a seguire le orme di Alfredo D’Attorre fuori dal Pd…
A Renzi la minoranza ha chiesto un segnale di apertura, ma su Imu e Tasi il leader si è mostrato irremovibile e ai disobbedienti, dunque, non resterà che votare i propri emendamenti in dissenso.
L’area che fa capo a Speranza avrebbe voluto un referendum tra gli iscritti, ma la parola ha già creato attriti in passato e così, anche per non andare in rotta di collisione con il più dialogante Gianni Cuperlo, l’ex capogruppo si è limitato a chiedere di «consultare gli elettori».
Già sul documento i due blocchi di minoranza hanno faticato a muoversi compatti. Bersani e Speranza erano per uscire con un testo critico, prima ancora che Renzi presentasse la legge di Stabilità .
Ma Cuperlo ha preferito procedere per gradi e il documento è slittato. Questioni di metodo, perchè sul merito il fronte del dissenso parte unito.
L’emendamento chiave è la richiesta di esentare due terzi delle abitazioni di minor valore, per far pagare le imposte al restante terzo: le case più costose.
Un ritocco che consentirebbe di recuperare un miliardo e mezzo, da investire contro la povertà .
«Saremmo il quinto Paese al mondo, dopo Niger, Togo, Yemen e Thailandia, a riconoscere l’esenzione totale sulla prima casa» spiega la senatrice Cecilia Guerra, rivelando uno degli argomenti che la minoranza userà nella campagna di sensibilizzazione.
Ed ecco alcuni slogan con cui la minoranza proverà a confutare le politiche di Renzi. Eliminare la tassa sulla casa ai milionari non è equo e non stimola l’edilizia.
Alzare il limite del contante a 3.000 euro aiuta i traffici della criminalità .
I soldi che vengono recuperati con la spending review della sanità , devono restare in quel settore. E infine, per scongiurare le catastrofi naturali bisogna investire sulla prevenzione.
Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 17th, 2015 Riccardo Fucile
REGIONI, VOTA SOLO L’ISCRITTO
Fermi tutti, c’è un partito da ripensare. Una commissione sulla ” forma-partito” al lavoro da
mesi per cambiare lo statuto.
E modificare – prima di ogni altra cosa – lo strumento principe del partito democratico: le primarie. A partire da quelle regionali, che verranno riservate ai soli iscritti.
Mentre per quelle nazionali si pensa a un albo degli elettori e per le primarie di coalizione, anche nelle amministrative, a una regola che consenta di candidarsi a un solo esponente del Pd.
Il primo segnale è arrivato ieri con una lettera inviata dal vicesegretario Lorenzo Guerini a presidenti e segretari dell’assemblea del partito di Puglia, Liguria e Veneto. Sono le regioni in cui – per diversi motivi – era previsto un avvicendamento ai vertici. Nelle prossime settimane dovevano tenersi dei congressi che sono ora rimandati alla primavera 2016, in attesa che le cose cambino, e che tutti possano adeguarsi. “Attualmente i segretari regionali e le relative assemblee si eleggono nello stesso modo in cui si eleggono il segretario e l’assemblea nazionale – scrive Guerini – quindi, onde evitare che si possa eleggere un segretario regionale con regole che si dovessero rivelare superate dopo breve tempo, e soprattutto per evitare che segretari e assemblee possano essere eletti con regole difformi da regione a regione, viene stabilito che l’elezione dei segretari regionali e le relative assemblee della Liguria, della Puglia, del Veneto, e di tutte quelle regioni che dovessero eventualmente trovarsi nella medesima condizione avverrà in un arco temporale compreso tra il primo marzo e il 31 maggio 2016”.
Oltre cinque mesi di stop, per una ragione molto precisa.
A gennaio si riunisce l’assemblea nazionale del partito.
E al Nazareno, è allo studio una modifica dello statuto che restringa ai soli iscritti la possibilità di votare alle primarie per l’elezione dei segretari regionali.
È il primo passo di una revisione molto più profonda dell’istituto con cui il Pd è nato e su cui ha fondato la sua identità .
Non è un caso che, a lettera ricevuta, il governatore della Puglia Michele Emiliano (uno di coloro che devono essere sostituiti alla guida del partito regionale) avverta con un tweet: “Il Pd compie 8 anni. Nacque grazie al rivoluzionario metodo delle primarie. Nessuno osi cambiare lo strumento essenziale della nostra Storia”.
A ben guardare, è proprio quello che sta accadendo.
L’insofferenza tra i dirigenti del partito è esplosa dopo il fallimento dell’esperienza di Ignazio Marino a Roma, ma era già montata alle scorse amministrative (in Liguria Raffaella Paita vinse le primarie, Sergio Cofferati andò via in polemica denunciando irregolarità , poi lei perse le elezioni; a Venezia, dove il vincitore della consultazione aperta fu il più radicale Felice Casson, l’esito finale è stato comunque la sconfitta alle comunali).
Per ora, la sconfessione dello strumento che ha portato lo stesso Matteo Renzi alla guida del partito dovrebbe avvenire con nuovi accorgimenti: a parte quello che riguarda i segretari regionali, alle prossime primarie per il segretario nazionale e a quelle per scegliere i candidati sindaci si vuole introdurre un ” albo degli elettori” (che dovebbe partire già alle prossime comunali a Roma, Milano e Napoli).
Non proprio una chiusura ai soli iscritti, ma un restringimento del campo che – in altri tempi – i renziani non avrebbero mai avallato.
Un’altra regola riguarderebbe le primarie di coalizione, alle quali si pensa di far correre a un solo candidato del Pd.
Basta guerre fratricide, insomma.
Anche se, per questo, un nuovo statuto potrebbe non bastare.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 12th, 2015 Riccardo Fucile
“IL PD E’ ORMAI RIDOTTO A UN DESERTO: TANTO POTERE CHE NESSUNO SA GESTIRE”
Aiuto! Al Pd sono spariti i candidati. Affogati nel ragù renziano, invisibili, declinanti prima ancora di aver tentato il decollo. Il giovanissimo e atletico centrosinistra di Matteo annaspa ovunque in Italia.
Non parliamo del centrodestra. Dei cinquestelle vale la regola della tripla al totocalcio: possono fare eleggere una nuova classe dirigente ma anche disperderla nella curva da ultras della rete.
Il Pd governa in un deserto. Ha così tanto potere e così poca gente che nelle città lo sappia gestire.
C’è Renzi e basta. La sua vittoria non si innesta in alcun pensiero forte, tiene il comando in questo presente alla guida di un corteo composto da amici, parenti, affini, qualcuno incontrato per caso in piazza. I ministri, nel senso etimologico della parola, gli portano la minestra. Ha dato alla Boschi, poco piuÌ€ che trentenne, il compito di riformare la Costituzione, saroÌ€ misericordioso.
Eppure nel dopo Tangentopoli, quando l’Italia fu svuotata dalla sua classe dirigente e onnipotente, nacque la stagione dei sindaci. A decine erano, e bravi, efficienti.
Dimentica che quella stagione fu promossa da una piccola grande rivoluzione: l’elezione diretta. Quel meccanismo fu una fionda, liberoÌ€ energie, attrezzoÌ€ nuove campagne elettorali, stimoloÌ€ tanta gente a partecipare
Quando ci siamo dati la zappa sui piedi?
Quando abbiamo ucciso il federalismo che avrebbe dovuto completare la riforma istituzionale. Trasformare le regioni in enti federati ed efficienti, smontare la burocrazia, la rendita parassitaria.
E la Lega di Bossi?
Ma per favore! La Lega eÌ€ stata la tomba del federalismo. Volevano la secessione e null’altro. Bossi eÌ€ stato una disgrazia.
Adesso non c’eÌ€ piuÌ€ niente da fare.
Adesso si trasforma il Senato invece di abbatterlo, chiuderlo, azzerarlo. Col risultato che tutto sarà uguale a prima.
E manca un partito che sia uno.
Renzi vince percheÌ€ rappresenta una novitas. C’era Bersani e quel mondo liÌ€, assolutamente indigeribile. PeroÌ€ rischia molto. A Milano lo sa solo Allah come andraÌ€ a finire, Roma eÌ€ tra le macerie, Napoli non pervenuta. Vogliamo parlare di Torino, di quel che c’eÌ€ a Bologna, di come si eÌ€ ridotta l’Umbria?
Zero carbonella.
Parliamoci chiaro. Quelli della prima Repubblica saranno stati anche fetenti, ma erano colti, leggevano libri. Ho conosciuto Chiaromonte, Amendola, Moro. Ricordo che con Fanfani si parlava di Max Weber e della scienza amministrativa.
Questi qua hanno avuto la play station.
Non c’eÌ€ passione, manca la cultura, la competenza. Il premier eÌ€ autocentrato, ha tanta cura per seÌ e un corteo che lo segue. Spero vivamente che quel corteo possa trasformarsi in qualcosa di meglio. Ma la vedo dura.
A Napoli è rispuntato Antonio Bassolino.
Qui c’entra la psicologia. Mi spiace per lui, percheÌ€ dimostra di essere un tossicodipendente della politica e purtroppo eÌ€ una condizione che appartiene a molti. Ma il fatto che sia rispuntato denuncia la desolazione, il nulla intorno. Se uno come Renzi deve accomodarsi sulle gambe di Vincenzo De Luca per vincere la Campania…
Il centrodestra invece?
Fin quando avrà tra i piedi Silvio Berlusconi (un altro tossicodipendente della politica) sbatterà il muso contro il muro.
Resta il movimento dei cinquestelle
Sta assumendo un rilievo meno ambiguo, riesce a portare in televisione gente che eÌ€ pure capace di raccontare qualcosa. Si avvia a prefigurare per seÌ funzioni di governo. Ha molte possibilitaÌ€ di fare bene, e molte altre di fare male.
E la velocità di questo nuovo tempo non è una qualità finora vilipesa?
Vero. Ma velocità e talento da soli non bastano. Il talento ha bisogno di una squadra, di una struttura che organizzi e spinga in avanti. Di un altro nome forte, almeno uno, che nasca in periferia.
Lei crede che Renzi sia interessato a promuovere leadership alternative alla sua?
Anzitutto non eÌ€ detto che debbano essere alternative o concorrenti. E comunque deve correre il rischio. Non sa chi mettere a Roma, chi mettere a Milano. A Torino c’eÌ€ Chiamparino, uomo dei miei tempi, a Palermo ancora resiste Orlando, a Catania Enzo Bianco. Capisce il baratro che gli sta davanti?
S’era detto che avrebbe liberato energie.
SiÌ€, s’era detto.
Antonello Caporale
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 25th, 2015 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA CON VERDINI, LE PRESSIONI DELLE COOP E IL MALUMORE DEI QUARANTENNI BERSANIANI
La raffinatezza è quella di chi i libri non solo li ha letti, ma li ha scritti. 
Sentite questa dichiarazione al Fatto di Miguel Gotor, ideologo del bersanismo: “La politica è come un iceberg, c’è la parte che si vede e quella che non si vede. Ci sono vari livelli di conoscenza. E noi siamo soddisfatti, questa è una battaglia che si capirà col tempo”.
Tra due settimane, la riforma passerà coi voti di Verdini e con quelli di Bersani. E si capirà .
Due Ditte nella stessa maggioranza. Perchè ormai non è un mistero che nell’operazione c’è stata anche la trattativa che porterà all’ingresso di Errani al governo, come anticipato dall’HuffPost.
Ora la storia è senso comune. Giacomo Portas, che oltre a essere il capo del movimento “I Moderati” è uno che con Bersani è “amico”, ha raccontato a Libero: “Bersani aveva bisogno di uscire dal tunnel in cui si stava infilando, e risolvere i problemi della Ditta – quella emiliana – che non voleva la spaccatura e chiedeva una marcia indietro. Quindi piuttosto che niente ha detto piuttosto”.
Però guai a dire che è una resa. Eppure il punto di partenza non era nè un comma nè un rimpasto, ma – udite, udite – la difesa della democrazia.
“Torsione autoritaria” diceva Bersani, “deriva plebiscitaria” dichiarava Gotor, che bollava Corradino Mineo, in fondo è rimasto giornalista nell’anima, più che politico.
Congiunge le mani a ‘mo di preghiera: “Dai, non farmi parlare. Il bello poi è che ti si avvicinano per spiegarti la politica”.
Perchè, nell’habitus di ciò che resta della Ditta c’è quell’atteggiamento di chi sentiva la “storia dalla propria parte”.
Augusto Minzolini è un altro che non ha perso il gusto di parlare da giornalista: “Ma sai, se dici che è una questione di democrazia e poi fai un accordo incomprensibile, così ti sputtani. Questi si atteggiano da sacerdoti, ma hanno solo fatto una roba da congresso del Pd. Invece di giocare con la Costituzione, potevano scrivere una mozione al congresso”.
Dell’atteggiamento di chi la sa lunga rientra anche una certa sindrome dell’assedio: “Qui – dice Gotor – si sottovaluta la funzione che stiamo svolgendo in questa fase, a partire dalla scelta di stare nel Pd. Una funzione che dà fastidio perchè ci danno addosso tutti, da sinistra come da destra. Se fossimo irrilevanti questo non accadrebbe”.
In verità il cronista non può che registrare, più del fastidio, l’ironia.
In un capannello un senatore azzurro fulmina gli interlocutori con una battuta fulminante: “Diciamoci la verità . Se Gotor facesse di cognome D’Anna, anche i giornalisti sarebbero meno indulgenti, e descriverebbero questa operazione per quello che è: si calano le braghe e si accontentano di strapuntini”.
Ora i resistenti Gotor&Co sono passati dalla torsione plebiscitaria alla torsione con Verdini, D’Anna e quelli che Bersani chiama “gli amici di Cosentino e Lombardo”. Federico Fornaro è quasi stizzito: “Sono aggiuntivi, non sostitutivi, la verità è che prima di elezione non si parlava, ora il Senato è eletto”. Potere dei commi.
Il problema però è enorme. E trapela dal nervosismo dei 40enni della Ditta. Uno di loro, dice: “Speranza si dimise e non accettò le infrastrutture. Qua invece prima alziamo troppo l’asticella parlando di torsione autoritaria poi ci facciamo frenare dal partito emiliano. Ora come diavolo facciamo a dire che siamo alternativi a Renzi? Che alternativa incarniamo?”.
Loredana De Petris, capogruppo di Sel, è alla bouvette con una collega: “Me li ricordo questi quando dicevano ‘andiamo fino in fondo’. Poi hanno ceduto. Ora hanno un problema di credibilità all’esterno”.
E Maurizio Crozza è già un tormentone. Nell’ultima puntata di “Di Martedì” così ha rappresentato quelli della minoranza Pd: “O Giova, sembrano chihuahua doppiati da orsi. Tu li senti ringhiare nel bosco e ti spaventi. Poi li vedi spuntare e dici: Ma vaffanculo”.
(da “Hufffingtonpost“)
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Settembre 21st, 2015 Riccardo Fucile
BERSANI: “UN’APERTURA SIGNIFICATIVA”
Di lavoro da fare ce n’è ancora molto, e toccherà ai senatori farlo nei prossimi giorni. Ma dal punto di
vista politico, sul delicatissimo tema delle riforme, la direzione sembra aver consolidato l’intesa dentro il Pd.
Un’intesa che, ironia della sorte, prende la forma di “lodo Tatarella”, dal nome dell’ex leader di An che inventò, insieme a Leopoldo Elia, la legge regionale del 1995, la prima volta che gli elettori designarono il presidente della Regione.
“Designarono” e non “elessero”, e in queste due parole c’è la soluzione.
Renzi, infatti, in direzione ha accolto la proposta avanzata domenica dal senatore ribelle Vannino Chiti, che aveva appunto fatto riferimento alla legge Tatarella: una legge in cui il presidente della Regione veniva scelto dagli elettori, ma nominato formalmente dai consigli regionali.
È lo stesso destino che, se l’intesa passerà al vaglio dell’Aula del Senato, toccherà a quei consiglieri regionali che saranno scelti come senatori.
Nella relazione, il premier ha parlato esplicitamente di “designazione”.
Nelle conclusioni, Renzi ha chiarito bene il punto: “Quando mi riferisco a Tatarella, intendo dire che c’è una designazione dei senatori da parte degli elettori, come accadde ai presidenti di Regione nel 1995. In Emilia Romagna i cittadini scelsero Bersani, che poi fu eletto formalmente dal consiglio regionale. Lo stesso in Toscana con Vannino Chiti”.
A stretto giro arriva la risposta di Pier Luigi Bersani, a Modena per partecipare alla festa dell’Unità . “Mi pare che Renzi abbia fatto un’apertura significativa: se si intende che gli elettori scelgono i senatori e i consigli regionali ratificano va bene, perchè è la sostanza di quello che abbiamo sempre chiesto. Meglio tardi che mai: vedremo al Senato come verrà tradotta questa indicazione”.
Allo stato attuale, non c’è alcuna ipotesi su come questi senatori saranno eletti.
Renzi ha chiarito che non c’è alcuna ipotesi sui meccanismi elettorali, e che il riferimento a Tatarella non era ai listini di consiglieri che venivano affiancati al nome del candidato a governatore.
La nuova Costituzione affiderà a una legge ordinaria le modalità di elezione dei senatori: una legge quadro, votata da Camera e Senato, che rimanderà per alcuni aspetti alle singole regioni le modalità di scelta.
Per la minoranza dem, che pure ha deciso di non partecipare al voto finale della direzione, si registra un netto passo avanti.
Un’intesa praticamente chiusa.
“La proposta di Chiti, ha detto in direzione Gianni Cuperlo (anche a nome dei bersaniani), “può rappresentare il punto condiviso, che riconosca l’utilità e l’opportunità di un criterio più diretto di selezione da parte degli elettori, con una rappresentanza legittimata da un voto popolare, mantenendo ai consigli regionali il compito di una formale ratifica. Su questa base possiamo mandare all’esterno un messaggio di unità ”.
Lo sbocco pare proprio il “lodo Tatarella” enunciato da Renzi.
“Non ci sono scalpi da esibire”, ha detto Cuperlo. “Non è in corso un braccio di ferro o una prova muscolare e non ci devono essere diktat. Bisogna trovare uno sbocco da rivendicare come successo comune”.
Morbido anche il bersaniano Miguel Gotor: “Se le parole di Renzi significano che i cittadini decidono chi sarà senatori e i consigli regionali ratificano la volontà popolare per noi va bene”, spiega a Huffpost.
L’ipotesi a questo punto è quella di un emendamento di maggioranza, a prima firma Zanda, che dia forma all’intesa tra i dem e la allarghi anche altri partner di governo.
Si tratta di una modifica al comma 5 dell’articolo 2 del ddl Boschi: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti sulla base della designazione degli elettori”.
L’intesa è tutta nelle ultime sei parole in corsivo.
Al comma 2, infatti, i senatori sono eletti “dai consigli regionali con metodo proporzionale”.
Al comma 5 la volontà popolare rientra dalla finestra. “In fondo”, spiega ad Huffpost Giorgio Tonini, senatore renziano e protagonista della mediazione insieme a Vannino Chiti al sottosegretario Luciano Pizzetti, Zanda e Finocchiaro, “è lo stesso metodo che si usa per eleggere il presidente degli Usa: anche in quel caso l’elezione popolare è mediata dal voto dei grandi elettori”.
“Nel caso italiano”, aggiunge Tonini, quella che fanno gli elettori è “una designazione pesante, di cui i consigli regionali sono obbligati a tenere conto”.
Nella minoranza, che non ha partecipato al voto, resta ancora qualche dubbio sulle reali disponibilità del premier.
“Se nelle parole di Renzi si intende che decidono i cittadini, cioè che i senatori non sono scelti nel chiuso di una stanza, ma sono decisi dai cittadini e poi c’è una ratifica dei Consigli regionali, siamo secondo me di fronte a un vero e positivo passo avanti”, spiega Roberto Speranza.
L’intesa dunque è vicinissima. Resta sullo sfondo molta diffidenza tra le due parti.
E del resto il premier nella sua relazione è stato molto duro con la minoranza.
E a D’Attorre che l’ha accusato di aver proceduto nelle riforme a colpi di diktat, ha risposto a muso duro: “Dire questo significa fare a pugni con la realtà ”.
(da “Huffingtonpost”)
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