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NEL PAESE DI RENZI IL SEGRETARIO PD ACCUSATO DI TURBATIVA D’ASTA

Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile

A RIGNANO SULL’ARNO LA PISCINA CHE INGUAIA IL SUCCESSORE DI TIZIANO RENZI, PADRE DI MATTEO

“Se non è turbativa d’asta questa”. Franco Bonciani lo scrive chiudendo la mail con la quale ha appena illustrato a Gianni Gross il “sistema” per mettere le mani sull’appalto del Comune di Firenze del polo sportivo Arrigo Paganelli.
Il messaggio di risposta di Gross, all’epoca dirigente della Fin, è altrettanto chiaro: “L’idea mi pare volpina, ma bisogna mettersi d’accordo che le buste si chiudono sullo stesso tavolo e si portano insieme al protocollo”.
Lo scambio risale all’agosto 2010.
E il “sistema”, nel frattempo, è andato a buon fine: il polo è stato affidato all’Ati capitanata dalla società  Acquatica guidata da Bonciani.
E come previsto è scattata l’inchiesta della procura di Firenze: indagati con l’accusa di turbativa d’asta Bonciani ed Elena Toppino, presidente della commissione giudicatrice e dirigente del servizio sport di Palazzo Vecchio.
La Guardia di Finanza ha perquisito gli uffici del Comune e sequestrato numeroso materiale .
La vicenda preoccupa non poco il sindaco Dario Nardella perchè all’epoca dei fatti lui era assessore allo Sport e fu uno dei maggiori sostenitori dell’affidamento all’Ati, schierandosi pubblicamente anche contro il vice di Matteo Renzi, Stefania Saccardi (oggi vicepresidente della Regione Toscana) e altri uomini di primo piano del giglio magico .
Nardella la spuntò. Bonciani, del resto, non è un imprenditore qualsiasi.
Oltre a essere di Rignano sull’Arno è anche amico di famiglia del premier. Del padre, in particolare.
Tanto che quando nel settembre 2014 Tiziano Renzi finì indagato per bancarotta fraudolenta a Genova e decise di lasciare la guida del Pd di Rignano, il testimone finì nelle mani di Bonciani. Incarico che, come Renzi senior, anche lui ha lasciato perchè indagato. Ieri si è autosospeso.
Dopo la pubblicazione dell’indagine che lo riguarda su LaNazione. Ma il Pd di Rignano non l’ha presa bene. E ha accusato la stampa.
“Constatiamo che Rignano è particolarmente attenzionata dai media” e “rifiutiamo di prendere la verità  giornalistica come verità  fattuale”.

Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“L’UNITA’ DI RENZI COME LA PRAVDA DI CERNENKO”

Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile

RISSA VERBALE TRA IL SENATORE PD MUCCHETTI E IL DIRETTORE D’ANGELIS

“Caro direttore, perchè non ti fai un paio di giri da noi, ai gruppi Pd del Senato e della Camera”. Inizia così una lettera al vetrioli indirizzata dal senatore Democratico Massimo Mucchetti al direttore dell’Unità  Erasmo D’Angelis.
“Sai – continua l’ex vicedirettore del Corriere della Sera – i primi giorni della tua direzione hanno suscitato un certo stupore in chi crede che un giornale italiano – anche un giornale di partito – non debba mai dare impressione di imitare la Pravda. E invece il commento di oggi alla bocciatura della delega al governo sul canone Rai ha indotto un mio vecchio collega a chiedermi: “Ma quel Frulletti lì non sarà  mica stato a scuola da Cernenco?”. Cernenko, capisci, non Stalin o Breznev: Cernenko”.
“Il direttore de l’Unità  – ho ricordato all’immemore – è passato dalla redazione del Manifesto – chiosa Mucchetti – i brividi dell’eresia li ha provati in gioventù. Adesso segue l’etica della responsabilità . I lettori vanno formati, non informati; vanno galvanizzati, mica depressi”.
Pronta la risposta di D’Angelis: “Carissimo Massimo, io ti vorrei tanto al giornale e in giro per le Feste dell’Unità . Vuoi mettere con i divanetti del Senato. Forse al nostro vecchio collega dalle stravecchie frequentazioni converrebbe comprare e leggere ogni giorno l’Unità , magari abbonarsi. […] Perchè gli eretici oggi sono coloro che non rallentano e non fermano le riforme, quelle riforme che proprio tu, da grande giornalista quale sei, invocavi un giorno sì e l’altro pure e con grande energia e autorevolezza dalle colonne del tuo giornale.

(da “Huffingtonpost“)

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GLI ERRORI DEL PD E IL RISCHIO DI UN PARTITO GASSOSO

Luglio 31st, 2015 Riccardo Fucile

LA ROTTAMAZIONE INCOMPIUTA DI RENZI

Secondo alcuni l’inizio di ogni guaio data ancora lì, alla grande delusione per il voto di primavera, la batosta in Veneto, la sconfitta in Liguria, ad Arezzo, a Venezia…
Un colpo secco e inatteso, insomma, a quell’alone di invincibilità  che circondava Matteo Renzi e che ha messo in crisi progetti, strategie e certezze del segretario-premier.
Per altri, invece, non avrebbe potuto che finire così: con la crisi dell’«uomo solo al comando» e con la sua squadra – il partito, il Pd insomma – prima sfiancata dagli strappi del leader e poi arrabbiata e confusa da una direzione di marcia che non ama e non capisce.
Una direzione di marcia – per altro – che ormai nemmeno i sondaggi premiano più.
Per Matteo Renzi non sono giorni facili, e dal fortino di palazzo Chigi non gli sfuggono i segnali che testimoniano un evidente appesantimento della situazione.
Ma non sono giorni facili nemmeno per il Pd, una comunità  in via di «trasformazione coatta» e che, dopo tanto inutile discutere di partiti «solidi» oppure «liquidi», ha scoperto che – proprio come in fisica – esiste un terzo stato cui potersi ridurre: quello gassoso. Un partito gassoso, sì: cioè impalpabile. E talvolta addirittura invisibile.
La libertà  di coscienza lasciata nel voto sull’arresto del senatore Azzollini ha seminato sconcerto tra iscritti ed elettori Pd, rimasti poi sgomenti di fronte al siparietto delle tesi contrapposte espresse dai due vicesegretari – Guerini e Serracchiani – circa l’opportunità  di quella scelta. «Non vi voto più – hanno scritto molti -. Siete come gli altri».
Nè meno doloroso, per sostenitori e militanti, è stato assistere – nella stessa giornata – alla nascita del gruppo di senatori verdiniani, col corollario di voci che lo accompagna: entreranno nel Pd, si farà  il Partito della Nazione, serviranno a liquidare la minoranza interna…
Dulcis in fundo, la decisione di procedere alla nomina del nuovo Cda Rai ancora con la famigerata legge Gasparri: uno dei bersagli preferiti di Matteo Renzi al tempo della sua ascesa garibaldina.
Già , dov’è finito il «rottamatore»?
L’interrogativo aleggia ormai con preoccupazione tra le stesse fila dei «fedelissimi». Il Renzi che ingaggia e perde un braccio di ferro con Ignazio Marino, non è il Renzi che conoscevano.
E non somiglia certo all’«uomo della Leopolda» il premier-segretario che benedice il voto su Azzollini, che nello scontro tra Crocetta e Lucia Borsellino resta in silenzio e che riporta in auge la legge Gasparri: ritrovandosi senza maggioranza al Senato per i «no» della minoranza Pd.
Nel pieno del processo di scongelamento dopo il ribaltone che nel febbraio 2014 gli costò il governo, ieri Enrico Letta ha affidato queste parole a «Il Fatto quotidiano»: «C’è una mutazione genetica del sistema dei partiti che, anche nel campo del centrosinistra, si traduce nella personalizzazione esasperata della leadership, nell’egotismo, nell’ossessione per il consenso immediato, nell’umiliazione dei corpi intermedi».
Oggetto della polemica, naturalmente, è Matteo Renzi. Si tratta di obiezioni che conosce a memoria: ma alle quali – da molti sondaggi in qua – non può più rispondere «sarà , ma vinco e ho portato il Pd al 40%…».
Dov’è finito, dunque, il «rottamatore» che tanti entusiasmi e speranze aveva suscitato anche fuori dal Pd?
E cosa sta diventando il Partito democratico, la creatura così fortemente voluta dal tandem Prodi-Veltroni?
Alla seconda domanda ieri ha mestamente risposto Matteo Orfini, presidente del Pd, commentando la sconfitta del governo al Senato sulla Rai: «Se il voto in dissenso dal gruppo diventa una consuetudine, significa che si è scelto un terreno improprio per la battaglia politica: così non si lavora per rafforzare il partito ma per smontarlo».
Smontare il Pd. Qualcuno ci pensa, forse; qualcun altro (da Civati a Fassina a Cofferati) ha avviato i lavori: un partito gassoso, infatti, con una «leadership egotista e ossessionata dal consenso», non era precisamente il modello immaginato dai «padri fondatori».
E mentre iscritti ed elettori cercano di capire se è Renzi ad aver sbagliato partito o il Pd ad aver sbagliato leader, la crisi si avvita e rischia di produrre danni irreparabili anche sul piano elettorale.
Possibile uscirne? E come?
Difficile dirlo: ma vista l’aria che si respira nel Pd, il confronto e il dialogo non sembrano più una via per raggiungere l’obiettivo.
E infatti, così come qualcuno disse che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, così oggi qualcun altro teorizza che potrebbero essere le elezioni anticipate, in questo caso, la prosecuzione del confronto: ma per chiuderlo definitivamente.
«Mi chiedo per quanto ancora si debba sopportare questo atteggiamento da parte della minoranza bersaniana – ha minacciato ieri Roberto Giachetti, renziano e vicepresidente della Camera -. In queste condizioni meglio andare al voto, e fare una volta per tutte chiarezza dentro al partito».
Dove per chiarezza s’intende, evidentemente, ridurre a uno stato ancor più gassoso gli oppositori interni: nella convinzione – in questo caso temiamo fallace – che liquidazione sia uguale a soluzione…

Federico Geremicca
(da “La Stampa“)

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INTERVISTA A BOCCIA:”CASO AZZOLLINI, IL PD NON VEDE UN BUCO DA MEZZO MILIARDO”

Luglio 31st, 2015 Riccardo Fucile

“IL TENTATIVO DELLA POLITICA DI SMINUIRE L’INCHIESTA: MA HANNO FATTO SPARIRE 500 MILIONI”

C’è quasi un sottinteso nel voto con cui il Senato ha evitato l’arresto di Antonio Azzollini.
Non solo la Procura e il gip di Trani sono implicitamente accusati di “perseguitare” il senatore di Ncd (il famoso fumus persecutionis), ma la politica pare ansiosa di sminuire l’intera inchiesta sul crac della Casa divina provvidenza: “E invece là  c’è una bancarotta da mezzo miliardo su cui Procura e Tribunale hanno fatto un ottimo lavoro. Anzi, chiedendo il fallimento nel 2013 hanno evitato che il buco diventasse ancora più grande”.
Chi parla è Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera, deputato Pd eletto in quelle zone e da anni avversario della gestione della clinica su cui — dicono i pm — regnava Azzollini: “Io ho chiesto per la prima volta l’amministrazione controllata nel 2007, invece si è andati avanti come se nulla fosse. Di fatto, ancora una volta, i pm hanno supplito all’incapacità  della politica”.
Il Senato reagisce dicendo no ai     domiciliari per Azzollini.
“Guardi, io non auguro la galera a nessuno e con Azzollini ho rapporti persino cordiali, ma la politica ancora una volta ha deciso di girarsi dall’altra parte. I senatori del Pd si assumono una grossa responsabilità  davanti all’opinione pubblica, specialmente perchè sembra che qualche garantista interessato, salvando Azzollini, voglia screditare tutta l’inchiesta di Trani.
A chi si riferisce?
Ad esempio Giorgio Tonini e Pietro Ichino.
Sono senatori del suo partito.
E questo mi dà  da pensare, ma a loro e agli altri che si sono nascosti dietro al voto segreto chiarisco una cosa che non è in discussione: dalla Casa divina provvidenza sono spariti 500 milioni in un decennio. Non solo: dal 2005 al 2013 i manager di un’azienda a cui erano stati concessi pre-pensionamenti e cassa integrazione hanno assunto 670 persone senza motivo.
Lei dice in sostanza che i manager del“buco”erano uomini di Azzollini, il quale usava Cdp a fini clientelari.
Questo, veramente, lo dice la Procura. Io auguro ad Azzollini di dimostrare la sua innocenza, ma insisto: c’è un buco da mezzo miliardo che per 400 milioni riguarda l’erario, tasse non pagate che peseranno su tutti i contribuenti. Mi piacerebbe che i colleghi senatori, primo il capogruppo Luigi Zanda, dopo aver avuto questa crisi di coscienza, si occupino anche di questo. Questi sono numeri certificati dal ministero dello Sviluppo economico.
Sono i numeri della relazione del commissario governativo Bartolo Cozzoli, che fu nominato da Enrico Letta ed è suo amico.
E allora? Il commissario è di nomina governativa e, com’è evidente dal curriculum, è un eccellente professionista e sta lavorando in simbiosi con magistrati e ministero: il punto d’arrivo del suo lavoro è tenere aperta la clinica trovando un gruppo che la gestisca bene, non certo creare un’altra struttura clientelare. Quanto a me, fa fede il mio lavoro da commissario liquidatore a Taranto e l’approccio rigoroso che ho sempre avuto con la Divina provvidenza.
Torniamo ad Azzollini. Il Pd stavolta sceglie la libertà  di coscienza, ma per Francantonio Genovese il premier impose il sì all’arresto.
Personalmente mi suona come una beffa. Io sogno una sinistra garantista, ma vedo che appare e scompare in funzione del momento: la libertà  di coscienza deve valere sempre o mai, la corrente alternata è un problema.
Al Senato i numeri sono ballerini e il partito di Azzollini, Ncd, serve a   tenere in piedi il governo
Spero che non sia questo il motivo, comunque il Pd non può pensare che questa scelta, per di più episodica, non abbia effetto su come ci guarda l’opinione pubblica. Soprattutto se continua a non occuparsi del vero problema.
Cioè?
La sanità  gestita da alcune Congregazioni cattoliche ha accumulato in questi anni buchi enormi in più di un caso. È vero che con Papa Francesco le cose sono cambiate e c’è più collaborazione, ma il problema resta. Ecco, se uno scopre che le suore della clinica pugliese hanno conti schermati da una fiduciaria con decine di milioni di euro, più che lo spirito di Bergoglio sembra vigere ancora quello di Marcinkus…

Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A CASSON: “UNA VERGOGNA, SI E’ VOLUTO SALVARE UNO DELLA CASTA”

Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile

IL NO ALL’ARRESTO DI AZZOLLINI “E’ UN ALTRO DURO COLPO ALLA QUESTIONE MORALE”

“Una vergogna”. Di più: “Si è voluto salvare uno della casta”.
Ci va giù duro il senatore del Partito democratico, Felice Casson, dopo che l’Aula di Palazzo Madama ha votato contro la richiesta di arresto per Antonio Azzollini (Nuovo centrodestra), ex presidente della commissione Bilancio del Senato accusato dalla Procura di Trani di bancarotta fraudolenta e associazione a delinquere nell’inchiesta sul crac della casa di cura Divina Provvidenza.
‘No’ arrivato anche grazie ai voti del suo partito, nonostante lo scorso 8 luglio la Giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama presieduta da Dario Stefà no (Sel) — di cui lo stesso Casson fa parte — avesse votato a maggioranza (13 a 7) per il ‘sì’ alla misura cautelare.
Ecco perchè oggi l’ex magistrato, contattato da ilfattoquotidiano.it al termine della votazione, non riesce a nascondere la propria amarezza.
“È un altro duro colpo alla questione morale”, dice.
Il senatore si era già  autosospeso temporaneamente dal partito quando il Pd a ottobre 2014 aveva votato contro la richiesta della Procura di Trani di utilizzo delle intercettazioni di Azzollini nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta maxitruffa del porto di Molfetta.
Senatore, cosa è successo?
Era prevedibile che sarebbe andata a finire così e che l’Aula avrebbe salvato Azzollini. Di fatto, è in corso un tentativo di cambiare le norme aggirandole e senza modificarle secondo le regolari procedure parlamentari.
In che senso?

Nel caso specifico bisognava valutare solo se vi fosse o meno il fumus persecutionis, invece si è andati oltre.
Cioè?
Si è voluto tutelare un componente della Casta.
Questo voto, fra l’altro, ha sconfessato il lavoro svolto dalla Giunta per le autorizzazioni, di cui lei è componente, che aveva votato a maggioranza per il “sì” all’arresto
Certamente. Anche se la Giunta è un organo istruttorio e le decisioni finali spettano all’Aula. Il voto segreto crea degli ulteriori meccanismi perversi. E lo si è visto anche stavolta.
Come considera la decisione del capogruppo del Partito democratico al Senato, Luigi Zanda, di invitarvi a votare secondo coscienza?
Personalmente, la reputo una scelta del tutto incomprensibile. Ma il perchè di questo atteggiamento dovete chiederlo a lui…
Un’altra volta il rischio di elezioni anticipate ha preso il sopravvento su tutto il resto?
Credo che ci siano ragioni più profonde di questa. Prima fra tutte l’istinto autoassolutorio della Casta. Ma non solo. Si tratta infatti dell’ennesimo messaggio lanciato alla magistratura nel tentativo di tirar fuori dai guai tutti coloro che sono coinvolti in vicende processuali.
È l’ennesimo duro colpo alla questione morale da sempre sbandierata dal Pd?
Non c’è dubbio.

Giorgio Velardi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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VERDINI, LA BASE PD NON GRADISCE: “PUZZA, FA SCHIFO”

Luglio 26th, 2015 Riccardo Fucile

E CE N’E’ ANCHE PER RENZI: “QUESTA NON E’ CASA SUA, E’ UNO SCEMO”

“E’ un funerale altro che festa, il partito è cambiato, voterò altro”.
Così risponde un signore che gestisce uno stand di antiquariato all’ingresso di Parco della Valli, dove è in corso la Festa dell’Unità  a Roma.
Non è l’unico insoddisfatto, l’umore degli elettori del Pd è nero.
“Denis Verdini bussa alla porta del Pd? La vedi questa chiave inglese? Lo intimorirei con questa”, aggiunge.
“Puzza, fa schifo, non aprire mai, mi barrico in casa, faccio finta di non sentire. Verdini chi? Non è mio ospite”, rispondono altri.
Si gioca e si scherza su questo abbraccio che per molti è mortale, e interiormente si soffre per un Pd cambiato geneticamente davanti ai loro occhi.
“Siamo la metà  dei militanti e volontari quest’anno, molti si sentono traditi, sfiduciati, io mi sono turato orecchie, bocca ma ora basta. Vogliamo scendere sotto il 10%?”, domanda un volontario che si occupa della brace.
“Ti allei con il diavolo per fare cosa? Per cambiare la Costituzione e far comandare uno?”, si chiede un signore.
Gli elettori rimpiangono Pierluigi Bersani: “Vuoi mettere con questo scemo, ha fatto lo stesso discorso di Berlusconi sull’Imu, ma allora sei stronzo”.
Qui gli esponenti della minoranza dem sono stati ben accolti.
Adesso si attende la serata di Matteo Renzi in programma per martedì. “Questa non è casa sua”, dice un militante.
“Tutti sono ben accolti alla festa dell’unità . Anche Verdini con la tessera del Pd? Non esiste”, sostengono anche i pontieri.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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D’ALEMA E BERSANI CONTRO RENZI SU TASSE, DISCIPLINA DI PARTITO E VERDINI

Luglio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

“NON SI INSULTA LA MINORANZA, LE CRITICHE VANNO APPREZZATE”

Bersani e D’Alema a tenaglia su Renzi. È un attacco congiunto quello dei due esponenti della sinistra Pd al segretario del partito e presidente del Consiglio.
Parla prima l’ex segretario Pd Bersani, ospite di Omnibus su La7, che mette in discussione sia la disciplina di partito sulle riforme costituzionali, sia l’idea, apparsa sulla stampa, di un ingresso dei verdiniani nella maggioranza.
Mentre D’Alema bacchetta l’attuale premier sull’intenzione di abbassare le tasse, e in particolare di abolire dell’Imu, per i redditi più alti.
“Con me (Renzi, ndr) può fare quel che vuole ma quegli altri, come Speranza o Cuperlo, non deve trattarli come ‘musi lunghi’ perchè quelle sono persone che cercano di tenere nel Pd gente a disagio. Persone così – avverte Bersani, ospite di Omnibus su La7 – non si insultano. Anzi, li si apprezza”.
Siccome, argomenta ancora, “il Pd è l’unica carta che il Paese ha, non mi piacciono queste continue battute. Renzi – scandisce Bersani – deve rispettare chi la pensa diversamente, gente che cerca di tenere nel Pd chi nutre un disagio”.
Sulle riforme costituzionali, Bersani dice che “c’è la Costituzione che parla chiaro e quindi non c’è alcuna ‘disciplina’ da invocare”.
L’ex segretario Pd torna a ribadire che “c’è una cosa che non va tra riforma e legge elettorale: tutto è costruito per una persona, che oggi è Renzi e domani non so chi potrà  essere temo peggio di Renzi. Questo non va bene e se un gruppo di senatori propone correzioni non credo possibile invocare la disciplina. Su questi temi – rivendica – bisogna convincersi e camnbiare un pò. Se poi si cerca Verdini, allora – avverte – si crea un problema di portata maggiore. E mi fermo lì”.
E a proposito delle possibili convergenze con i forzisti leali al Nazareno, Bersani liquida tagliente l’ipotesi: “Ho letto l’intervista di un senatore, D’Anna, che i giornalisti definiscono cosentiniano. Ecco, diceva cose tipo ‘facciamo il partito riformista con il Pd e buttiamo fuori al sinsitra’. Ora, mi aspettavo che dopo due nanosecondi arrivasse dal Nazareno una replica sobria tipo ‘ha parlato un ubriaco’, invece… E’ io – aggiunge – aspetto un cosentiniano che mi dice che devo andare fuori? Ma un intruso sono io che lo butto fuori”.
Proseguendo sul filo delle considerazioni puntute riservate dal segretario alla minoranza Dem nel corso della Assemblea nazionale della scorsa settimana, Bersani puntualizza che “io ricordo quando vincevamo, da Treviso a Catania, altro che quando si perdeva. La mia preoccupazione è che un pezzo di militanti e di elettori non è convinto e quindi c’è l’esigenza di rappresentare un disagio sul lato sinistro del partito”.
A proposito di democrazia interna, Bersani si rivolge direttamente al suo successore: “Matteo, ti ricordi sì di quando un segretario del Pd fece cambiare lo Statuto per far concorrere uno che lo voleva rottamare? Perchè lo fece? Per il Pd, perchè capiva – incalza – che poteva succedere qualche rottura e che il disagio invece va rappresentato”.
Ecco allora che “anche io feci le primarie, con Franceschini e Marino, e il giorno dopo l’uno diventò capogruopo e l’altro nel lo tenni nel gruppo dirigente del partito perchè un segretario – è l’ulteriore stoccata – deve tenere la sintesi: non è una concessione ma un dovere, un’esigenza”.
D’Alema invece parlato ad Agorà  Estate su Raitre di “obiettivo giusto” riferendosi agli annunci di Renzi sulla riduzione delle tasse: “Ridurre le tasse è un obiettivo giusto, noi lo facemmo. I dati dell’Istat dimostrano che durante il mio governo furono ridotte dell’1,8%. Quindi, non è una novità  in assoluto che la sinistra possa ridurre le tasse. Ora si tratta di vedere quali sono le priorità “.
Così Massimo D’Alema, in un’intervista ad Agorà  Estate su Raitre.
“La priorità  – prosegue l’ex premier – è ridurre la tassazione che grava sulle famiglie più povere e i lavoratori, perchè il sistema fiscale deve corrispondere, secondo la Costituzione, a un principio di equità  sociale e di proporzionalità  al reddito. Quindi, non si parte levando le tasse ai più ricchi ma ai più poveri”.
“Se si pensasse di ridurre le tasse aumentando il debito pubblico sarebbe una misura discutibile – aggiunge D’Alema – perchè sostanzialmente è come se ci dividessimo i soldi dei nostri figli. Immagino, però, che il governo non voglia pensare a una cosa di questo genere. Renzi ha annunciato tutto nel corso dei prossimi 3 anni, si tratta di una manovra di 50 miliardi e di capire da dove cominciare”.

(da “Huffingtonpost”)

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LA NUOVA “UNITA'” LITIGA GIA’ COL “MANIFESTO”

Luglio 2nd, 2015 Riccardo Fucile

IL MANIFESTO:   “COME SI PUO’ PARAGONARE RENZI A PINTOR? IL SECONDO FU UN ERETICO E VENNE ESPULSO, IL PREMIER UN PRESUNTO ROTTAMATORE CHE CACCIA GLI ERETICI”

La nuova Unità  già  litiga col Manifesto.
Ha cominciato il direttore Norma Rangeri con un corsivo dal titolo «Eretico chi?».
In bocca al lupo al giornale fondato da Gramsci e via con l’accusa di «travisare la storia con tesi bizzarre».
Renzi come Luigi Pintor? L’azzardo è opera del neodirettore de L’Unità  , Erasmo D’Angelis (ex Manifesto), che riscontra nella «irruenza» del premier la stessa forza «rivoluzionaria» che animò il suo «maestro di giornalismo e di politica, un eretico dentro al Pci».
Rangeri gli rinfresca la memoria: «Pintor in quanto eretico è stato radiato dal Pci. Rottamato».
Era dunque «l’esatto contrario» di Renzi, un «rottamatore che sta mettendo ai margini gli eretici del suo partito».
D’Angelis ribadisce la sua fede: «Il premier sta facendo riforme di sinistra mai viste” (buona dose di umorismo involontario…n.d.r.).
Ma Pintor, che c’azzecca?
«Hanno portato entrambi una rivoluzione a sinistra. Matteo è un talento , nato per governare».
Lecito chiedersi se l’Unità  sarà  «più realista del re». Tantopiù che, attacca Rangeri, «non è con gli antenati altrui che si riconquistano i lettori».
E D’Angelis, citando Renzi: «Il derby è tra speranza e antipolitica. O si cambia, o si muore».
Certe volte meglio l’eutanasia allora…

(da “il Corriere della Sera“)

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BERSANI INCORONA SPERANZA COME LEADER ANTI-RENZI

Giugno 27th, 2015 Riccardo Fucile

OBIETTIVO RIFONDARE IL PARTITO

“Il Pd non è solo Matteo Renzi, e non può essere il megafono di palazzo Chigi. Tocca a noi rispondere a chi ci chiede un altro Pd, un’altra visione del centrosinistra”. Roberto Speranza scalda la platea della minoranza dem riunita a Roma a due passi da via Margutta.
Cinquanta minuti di relazione in cui l’ex capogruppo alla Camera demolisce 18 mesi di renzismo e s’incarica di prendere sulle spalle quel che resta della sinistra nel Partito Democratico.
Non alza i toni, il mite Speranza, però è molto duro su un partito “diventato somma di comitati elettorali, che s’illude di potersi affidare a un leader, che ha asfaltato tutte le forze intorno e infatti ai ballottaggi i nostri voti non aumentano”.
Dal lavoro all’Italicum, dalla scuola alle riforme istituzionali, passando per l’idea di un nuovo centrosinistra, Speranza s’intesta la leadership della minoranza.
Alla fine del suo intervento molti delegati si alzano in piedi, lui viene colto in contropiede, si rialza e saluta con la mano, visibilmente emozionato.
In prima fila Bersani annuisce, “relazione perfetta, io non ho nulla da aggiungere”. C’è un patto di ferro tra il vecchio leader e il suo delfino, la famosa “ruota che gira”. “E’ il giorno di Roberto”, commenta Bersani, soddisfatto del suo (per ora mezzo) passo indietro.
Speranza ha appena finito di demolire il Pd renziano, “basta picchiare sui corpi intermedi, non esiste un modello con un leader e una moltitudine informe di cittadini”.
Usa parole sconosciute all’altro Pd, come “umiltà ”, ricorda che oltre a Fassina e Civati “nei territori il fenomeno della scissione è molto più profondo”, lancia a Renzi un avvertimento sui prossimi appuntamenti parlamentari: “Non si può abusare all’infinito del nostro senso di responsabilità , non si può governare dividendo il Paese”.
Nelle prime file Gianni Cuperlo, l’ex sfidante di Renzi alle primarie.
Con Speranza sta costruendo una partnership sempre più forte, fino a immaginare un grande evento in autunno per dar vita a una nuova area unificata della minoranza.
Un processo ancora in corso, per ora le due correnti non si sciolgono, Cuperlo ipotizza un “patto di coordinamento tra i parlamentari”, poi si vedrà . “Ma il tempo stringe”, avverte.
Per entrambi la decisione di restare nel Pd ormai è assodata, e non più in discussione. L’orizzonte è il congresso del 2017, la costruzione di una alternativa a Renzi, prima sui contenuti e poi sulla leadership, ma è chiaro che in pole position per ora c’è Speranza, classe 1979.
E’ proprio lui a lanciare la sfida a Renzi, quella di un appuntamento in autunno per “rilegittimare le scelte che stiamo facendo al governo”.
Non è una richiesta di congresso, ma ci si avvicina. “Bisogna chiamare i nostri iscritti a dire come la pensano sui temi principali, dal fisco all’immigrazione alla scuola. C’è uno scollamento tra il nostro popolo e quello che fa il governo, nessuno ha dato a Renzi una delega in bianco fino al 2017”.
Il premier-segretario ha già  risposto a queste sfide, “dovete aspettare il congresso”. Ma D’Attorre incalza: “Non ha avuto il mandato da nessuno per fare quello che sta facendo, non dagli elettori e neppure dalle primarie”.
La sfida è lanciata e ad oggi appare quasi una mission impossible.
Sul tavolo resta il tentativo di una “ripartenza” del Pd, del recupero di ”quella fetta di elettori che ci ha voltato le spalle”.
Più che ripartenza, sembra la conferma di un partito nel partito, un Pd 2 che si richiama alle parole d’ordine dell’Ulivo.
”Facciamo come Gianni Rivera, lanciamo la palla in una parte del campo dove ora non c’è nessuno e proprio lì potrebbe arrivare un popolo”, suggerisce Cuperlo dal palco.
“Il partito della nazione si è spento nelle urne, è stato un errore di calcolo e di visione. E ora abbiamo una leadership fragile e in difficoltà . Tocca a noi indicare la strada, a una sinistra larga che sta dentro e fuori il Pd”.
Nei vari interventi, dall’ex ministro Zanonato a Epifani fino ad Alfredo Reichlin, si coglie la diagnosi di una parabola di Renzi ormai in fase discendente.
E di una minoranza cui tocca ricostruire sopra le macerie, tra mille difficoltà . A partire da “un partito da rifondare e un centrosinistra da ricostruire”, spiega Cuperlo. Durissimo Reichlin, che accusa Renzi di “ignoranza e stupidità ”, quando ha pensato a “un partito indistinto, personale e trasformista”.
“Se asfalti i valori del centrosinistra poi la gente non ti vota più. Ha giocato con la destra come il gatto con il topo per poi scoprire che nel paese del fascismo non esiste una destra moderata, ma c’è la barbarie”.
Reichlin ne ha anche per la minoranza: “Dobbiamo mettere in campo oltre alle proteste e ai voti contrari qualcosa in più, un pensiero politico, che non è un semplice documento programmatico. Bisogna scardinare il blocco sociale che ci governa, che non è Renzi. Serve una forza larga di popolo di centrosinistra, capace di grandi alleanze sociali”.
La ripartenza della minoranza dem dunque è solo all’inizio.
Un vagito che può essere facilmente travolto e zittito. Il rischio all’orizzonte è quello dell’impotenza, dei penultimatum.
Peggio ancora, quello di finire, fuori dal Pd, “nel ribellismo e nell’irrilevanza”. Speranza avverte: “L’Italicum è pericoloso e va cambiato, altrimenti è necessario un Senato delle garanzie eletto dai cittadini”.
Dopo la scuola, sarà  questa la battaglia più dura della minoranza prima della pausa estiva. E con Renzi ancora un’intesa non c’è, e neppure una trattativa aperta.
In sala c’è anche Vasco Errani. Dal palco Speranza lo indica come “buon esempio” per le due dimissioni anche di fronte a una condanna poi cancellata.
Applausi, lui sorride, si parla di un suo ritorno nelle prime fila della politica dem.
Ma l’interessato svicola: “ Dare una mano? Sono qui per questo, lo vedete no?…”. Bersani lascia la sala congressi prima della fine.
In strada un gruppo di militanti campani lo accoglie con calore e foto dai cellulari. Si avvicina un ragazzo: “Facciamo un selfie, e scusa se è una cosa un po’ renziana…”. Lui sorride e s’infila in via Margutta: “Questa è la giornata di Roberto…”.

(da “Huffingtonpost”)

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