Marzo 12th, 2015 Riccardo Fucile
QUOTA PARI A UN GIORNO DI STIPENDIO: MA PER ADOTTARE QUESTA NOVITA’ HANNO ASPETTATO CHE IN ITALIA CI FOSSERO TANTI DISOCCUPATI?
Iscrizioni al Pd più care per sconfiggere i signori delle tessere. 
La cura, individuata dal presiedente del partito Matteo Orfini contro i “padroni di voti” che drogano i congressi e la vita degli stessi circoli, verrà sperimentata a Roma a partire da fine marzo, quando inizierà la campagna di tesseramento 2015.
«Aumenteremo la quota, che dovrà essere pari almeno a un giorno di stipendio, quindi il salario di un mese diviso 30», ha spiegato Orfini nella sua relazione di apertura all’assemblea cittadina del Pd, di cui da tre mesi è commissario.
Una proposta accolta però da un brusio forte e prolungato, che ha subito scatenato la reazione di Orfini.
Il quale ha prima corretto il tiro: «Saranno previste delle deroghe per chi non può pagare».
Poi, incalzato dal rumoreggiare della platea, è sbottato: «Vedo che quando si va sui soldi ci si scalda: non è un bel segnale, fatemelo dire».
Senza tuttavia arretrare: «Dal 30 marzo ci saranno nuove regole ».
Un cambiamento necessario per non morire, specie in una città dove il Pd è stato messo a dura prova dall’inchiesta su Mafia Capitale.
«Se a Roma prendiamo 500mila voti alle elezioni ma poi abbiamo solo 9mila iscritti, vuol dire che c’è qualcosa che non va, che non rappresentiamo niente», ha attaccato il presidente-commissario.
«Bisogna allora cercare di capire perchè non vengono da noi. Forse non tutti si sentono a proprio agio, bisogna creare qualcosa di più accogliente».
Tanto più che «girando i circoli e telefonando a tutti gli iscritti, come abbiamo fatto noi in questi mesi, è venuta fuori una realtà intollerabile e cioè che una tessera su 5 è falsa», ha rivelato Orfini. Un veleno che occorre neutralizzare: «Il tesseramento non avverrà nei circoli ma su base municipale, ciascuno con un garante in funzione di controllo. E ci si iscriverà senza più intermediari».
Nessun timore di allontanare gli iscritti, magari quelli che non hanno voglia di dichiarare il proprio reddito? «
Ma figurarsi, nei circoli si sa che mestiere fa tizio piuttosto che caio, e poi ci fidiamo », taglia corto il commissario.
Punzecchiato dal collega Roberto Morassut: «Quattro anni fa proposi la tessera basata sul reddito per scardinare il tesseramento fasullo e pilotato a pacchetti, ma mi dissero che era impossibile. Positivo che si sia cambiato idea».
Giovanna Vitale
(da “La Repubblica”)
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Marzo 11th, 2015 Riccardo Fucile
OBBEDIRE SEMPRE E COMUNQUE AL CAPO DI TURNO
Persone senza dignità , senza intelligenza politica, senza senso di responsabilità repubblicana: questa è la
minoranza del Pd (della maggioranza non merita neppure discorrere).
Senza dignità perchè dignità impone coerenza fra pensiero e azione, e dunque se avete dichiarato, come avete dichiarato, (vero Bersani?) che la riforma renziana della Costituzione, accompagnata dalla nuova legge elettorale rompe l’equilibrio democratico e poi votate l’una e l’altra siete persone indegne.
Non sono affatto sorpreso del loro comportamento.
Bersani e gli altri vengono dal Pci, che tutto era fuorchè una scuola di schiene dritte (nobili eccezioni a parte).
Li hanno abituati ad obbedire al segretario perchè il segretario è il segretario. Sono ancora così. Non avrei mai immaginato di dover giungere ad una conclusione siffatta, ma devo riconoscere che se in Italia avessero vinto i comunisti avremmo avuto un regime autoritario per la semplice ragione che i “bersani” sono servi della peggior specie, quelli che obbediscono al capo di turno perchè è il capo.
Senza intelligenza politica: perchè non capiscono che oggi già non contano nulla e domani, a riforma approvata, conteranno ancora meno.
Renzi non riconoscerà loro alcunchè. Vuole servi docili, non servi che si permettono qualche mugugno. Si sente onnipotente perchè sa che vincerebbe le elezioni e dunque ritiene che gli sia dovuta obbedienza assoluta.
Diventato padrone delle liste elettorali, li butterà fuori e nessuno dirà una parola in loro difesa perchè non lo meritano.
A onor del vero un riconoscimento lo meritano.
I Bersani, i D’Alema, i Veltroni, i Fassino e i loro corrispettivi locali una grande opera politica l’hanno realizzata, quella di distruggere la tradizione del socialismo in Italia.
Non c’era riuscito il fascismo, non c’era riuscita la Cia, non c’era riuscita la Dc, ce l’hanno fatta loro con le loro fredde intelligenze, capaci di minuziosi calcoli senza mai l’ombra di un principio, di un’idea nobile, di una visione politica.
Congratulazioni vivissime.
Senza responsabilità repubblicana: capisco che il concetto di responsabilità repubblicana risulti ostico per chi è passato dalle Frattocchie ai talk show.
Ma provo a spiegarlo. Responsabilità repubblicana vuol dire che voi avete soltato un dovere, quello di servire la nazione, cioè la forma repubblicana descritta dalla Costituzione.
Ogni altra considerazione è del tutto irrilevante. Se dunque con il vostro voto devastate, per vostra stessa ammissione, la forma repubblicana, venite meno al vostro primo dovere. Le vostre parole sulla lealtà di partito, o addirittura alla “ditta” fanno soltanto pena e ribrezzo.
Maurizio Viroli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
ITALICUM, RIFORME COSTITUZIONALI E JOBS ACT: SONO LE ULTIME TAPPE DEL DISSENSO A PAROLE CHE FINISCE AL MOMENTO DEL VOTO IN AULA
Non è facile dire di “no” a Matteo Renzi, o meglio, c’è chi lo fa a parole, ma poi nella sostanza pigia il
tasto giusto e vota tutto quello che il premier desidera.
D’altra parte intenzioni di voto smentite al momento decisivo non sono una novità arrivata con il renzismo.
Prima di tutto: la lealtà verso la ditta
Partiamo dall’acerrimo nemico interno Pier Luigi Bersani: “L’Italicum va cambiato. Produce una Camera di nominati. Non sta in piedi. Il combinato disposto tra norme costituzionali e legge elettorale rompe l’equilibrio democratico. Se è deciso che la riforma della Costituzione non si può modificare, io non accetterò mai di votare questa legge elettorale senza modifiche. Ormai credo si sia vista la mia estrema lealtà verso la ‘ditta’, ma i partiti sono uno strumento. Prima viene l’equilibrio democratico. Questo combinato disposto non lo voterò mai”.
E una riflessione sul jobs act: “Penso sia fuori dall’ordinamento costituzionale”. Parole pronunciate sull’Avvenire il 26 febbraio.
Ma l’unica cosa che resta, per ora, è la fedeltà alla ditta appunto, perchè i suoi voti su riforme costituzionali, Italicum e jobs act, nei vari passaggi parlamentari, fin qui non sono mai mancati.
Che Bersani sia capace di ingoiare rospi ormai è cosa nota; nell’agosto del 2011, governo Berlusconi in carica, replicò così, in commissione alla Camera, alla lettera-diktat della Bce: “Non si parli di cose che non esistono in nessun posto al mondo. Il pareggio di bilancio in Costituzione? Noi non è che intendiamo nei secoli castrarci di ogni possibile politica economica”.
La castrazione è avvenuta, con tanto di voto di Bersani, nell’aprile 2012, governo Monti.
Minoranze che si dimenano e minacciano ma alla fine eseguono gli ordini
La minoranza del Partito democratico in epoca renziana si dimena molto, minaccia anche, come dimostra spesso Gianni Cuperlo: “Se noi licenziamo l’Italicum così com’è uscito dalla Camera, io credo che ci siano margini di rischio di costituzionalità di quella legge”.
Era il luglio 2014. E pochi giorni fa ha addirittura scritto al premier una lettera: “Sul jobs act il governo ha ignorato esattamente suggerimenti e linee votati dalla direzione del Pd e poi dalle commissioni parlamentari. Sulla riforma costituzionale non avete tenuto conto neppure di un voto che avrebbe permesso, al Senato, di correggere quelle storture e incoerenze che rischiano, nei fatti, di rendere farraginosa la riforma”. Però, fino a qui, anche Cuperlo ha votato tutto.
Le barricate cedevoli del prode “Fassina chi?”
Poi c’è “Fassina chi?”, l’ex sottosegretario Stefano Fassina, l’unico a dire il vero che abbia alzato la voce contro Renzi in pubblico (assemblea nazionale del Pd a dicembre: “È inaccettabile la delegittimazione di chi ha posizioni diverse dalle tue, se vuoi il voto dillo”), però è anche lui molto disciplinato nei momenti che contano.
A novembre avvertiva: “L’Italicum non va”. A febbraio, dopo l’elezione del capo dello Stato, i toni si sono ammorbiditi: “Visto che il Pd, unito, ha ottenuto un risultato di grande valore con l’elezione di Mattarella, approfittiamo della rottura del patto del Nazareno per migliorare le riforme, a cominciare dall’Italicum”.
Ma Renzi non cambia niente, cosa farà Fassina? Annuncia sorprese, vedremo se ci saranno.
A proposito di Mattarella, la corsa al Colle ha mostrato al fermezza degli alleati di governo di Ncd.
Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha cambiato posizione in pochissime ore: “Mattarella è una persona degnissima. Ma voteremo scheda bianca anche alla quarta votazione, non partecipando a una scelta maturata esclusivamente dentro il Pd”.
Era giovedì 29 gennaio, poche ore deputati e senatori di Ncd hanno scritto compatti sulla scheda: “Mattarella”.
Dalla minoranza Pd, passando per Ncd, arriviamo ai dissidenti di Forza Italia e alle loro battaglie campali, sostenute come se niente fosse, facendo finta di dimenticare il passato.
Nel novembre 2014 la rivista Formiche scrive: “Le argomentazioni degli studiosi in trincea contro l’architettura monetaria europea trovano accoglienza nel ragionamento di Raffaele Fitto. Il quale ritiene che il terreno propizio all’iniziativa di Forza Italia è ‘lavorare con tutte le energie nelle istituzioni’ per mettere in discussione il Fiscal compact dal punto di vista politico e giuridico”.
Dal terribile Fiscal compact alle guerre di Libia
Già , per Fitto il Fiscal compact, misure europee in termini di bilancio, è uno degli argomenti preferiti di critica al governo e all’austerità euro-tedesca; già nel maggio 2014 Fitto dichiarava: “Bisognerà intervenire con fermezza per modificare l’impostazione del Fiscal compact e chiedere con forza una proroga nell’attuazione del programma di rientro finanziario che, così concepito, metterebbe in ginocchio il nostro Paese senza offrire alcuna prospettiva di crescita”.
Era un’afosa giornata del luglio 2012, la Camera doveva votare proprio sul Fiscal compact, Silvio Berlusconi era assente, 48 deputati dell’allora Pdl si astennero o votarono addirittura contro. Fitto c’era e votò a favore.
Poi c’è la guerra di Libia, nel 2015 l’ultracattolico Beppe Fioroni, per fare un esempio, è sicuro: “Per spegnere un incendio bisogna usare le sostanze giuste, sbagliare sostanza rischia di far divampare l’incendio a dismisura”.
Insomma, oggi niente armi, nel 2011 votò a favore dell’intervento anti Gheddafi. Cambiare idea è lecito e, in questo caso, assolutamente doveroso.
Giampiero Calap�
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 10th, 2015 Riccardo Fucile
BERSANI, CUPERLO E FASSINA COMBATTONO LA SVOLTA AUTORITARIA SOLO NEI CONVEGNI, POI VOTANO IN AULA LE LEGGI TRUFFA
Oggi la Camera vota in seconda lettura (su quattro) la cosiddetta riforma della Costituzione, con il nuovo Senato e il nuovo titolo V sulle autonomie locali.
Il nuovo titolo V è una buona idea, e va a correggere la pessima della legge costituzionale imposta a colpi di maggioranza dal centrosinistra nel 2001, riportando allo Stato alcune competenze ora sparpagliate fra i vari enti locali con interminabili conflitti fra i vari centri di potere e di spesa: dovrebbe essere stralciato dal resto della “riforma” per essere approvato da tutti senza ostacoli.
Il nuovo Senato invece è una pessima idea, per i motivi che hanno spinto il Fatto l’estate scorsa a lanciare una petizione “Contro i ladri di democrazia” e oltre 350 mila cittadini a firmarla, allarmati per quella che illustri costituzionalisti hanno definito — in combinato disposto con la legge elettorale Italicum — una “svolta autoritaria”
In sintesi.
1) Un pugno di capi-partito continueranno a nominarsi due terzi dei deputati a propria immagine e somiglianza (con i capilista bloccati per la Camera).
2) Anzichè abolire — come promesso — il Senato (scelta discutibile, ma che avrebbe almeno il pregio della chiarezza e del risparmio), lo si mantiene con poteri decorativi e organici ridotti a un terzo, e si abolisce l’elezione dei senatori, che saranno anch’essi nominati dalla Casta (5 dal capo dello Stato e 95 dalle Regioni, di cui 74 consiglieri regionali e 21 sindaci) e per giunta blindati con l’immunità -impunità .
3) Il Parlamento diventerà anche di diritto lo zerbino di un premier-padrone, “uomo solo al comando” senza controlli nè contrappesi, con una maggioranza spropositata su un solo partito (premio alle liste, anzichè alle coalizioni) che gli permetterà di scegliersi personalmente, oltre ai parlamentari, anche un presidente della Repubblica ad personam e parti significative della Corte costituzionale, del Csm e della Rai, mortificando le opposizioni, indebolendo i poteri di controllo e influenzando vieppiù la magistratura e l’informazione.
Questo cocktail obbrobrioso veniva giustificato con la lealtà al Patto del Nazareno con B.: ma, se è vero — come dicono tutti — che quel patto è saltato, non c’è alcun motivo di perseverare a rispettarlo.
Basterebbe azzerare l’Italicum e tornare al Mattarellum (o, meglio ancora, copiare il sistema francese a doppio turno); e, quanto alla Costituzione, diversificare i ruoli delle due Camere, lasciandole elettive e dimezzando il numero e lo stipendio dei parlamentari.
Invece Renzi tira diritto da solo, non si sa se più per puntiglio o per vocazione padronale, per conficcare l’obbrobrio a viva forza e a tappe forzate nella nostra Costituzione, scardinandone i principi fondamentali pur senza formalmente modificarli, e stravolgendone lo spirito trasformando una democrazia orizzontale, partecipata e bilanciata in un regimetto verticale, centralizzato, castale e dunque autoritario che infesterà la vita pubblica per chissà quanti anni.
A meno che il premier non incontri sulla sua strada qualcuno che gli imponga l’alt. Chi, per dovere d’ufficio, dovrebbe fermarlo per primo è il capo dello Stato, Sergio Mattarella, che ha giurato sulla Costituzione (quella vera, quella del 1948) poco più di un mese fa: ieri ha battuto un primo colpo importante su un’altra legge porcata, quella sulla responsabilità civile dei magistrati.
Ma intanto c’è da augurarsi un colpo di reni del Parlamento, dove la partita non è ancora chiusa.
I 5Stelle, Sel e Fd’I hanno sempre votato contro la riforma costituzionale.
La Lega le ha prima prestato il suo Calderoli come relatore al Senato (lui, avendo collaborato ascriverla, la definì davvero intenditore “una porcatina”), ma ora annuncia voto contrario.
Poi c’è Forza Italia, o quel che ne resta: B., per i motivi inconfessabili che animano ogni sua decisione, ha comunicato il suo No dopo aver partecipato al Nazareno alla stesura originaria, a sei mani con Verdini e la Boschi, e averla poi fatta approvare l’estate scorsa a Palazzo Madama.
Se mai oggi riuscisse a controllare il suo partito, del che è lecito dubitare, si ritroverebbe per l’eterogenesi dei fini a salvare per la seconda volta la tanto detestata Costituzione (la prima fu nel 1998, quando fece saltare il tavolo della Bicamerale D’Alema).
Ma tutti questi No non bastano: sono indispensabili anche quelli della minoranza del Pd, vista anche la transumanza in direzione governativa degli “ex grillini” voltagabbana: “cittadini” eletti al grido di “vaffa al Pdl e al Pdmenoelle” che fino a un anno fa, prima di andarsene o essere espulsi, combattevano le “riforme” renziane con parole di fuoco e gesti eclatanti, dopodichè giurarono che si sarebbero dimessi da parlamentari, salvo poi restare a pie’ fermo con tutte le diarie e le indennità , e ora mendicano poltrone ministeriali e di sottogoverno in cambio dell’atterraggio morbido a corte.
I Bersani, i Cuperlo, i Fassina vogliono continuare a combattere la svolta autoritaria nei convegni, nei talk show e nelle interviste ai giornali, per poi votare ogni schifezza in Parlamento?
Oppure intendono riappropriarsi finalmente dell’articolo 67 della Costituzione (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”) per difenderla tutta intera?
Perchè è per difenderla, non per demolirla, che furono votati due anni fa. Renzi, mai eletto da nessuno se non per fare il sindaco di Firenze, degli elettori può tranquillamente infischiarsene: loro no.
Un giorno saranno chiamati a rispondere del loro voto di oggi.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 6th, 2015 Riccardo Fucile
LA CANDIDATA DEL CENTROSINISTRA VISITA OTTO PAESI AL GIORNO…. E SI E’ DIMESSA GIA’ DAL PARLAMENTO EUROPEO
E chi l’ha detto che in Veneto sono tutti tesi in vista delle Regionali?
Alessandra Moretti, per esempio, è serena. Serenissima.
Le possibilità di successo per la candidata del centrosinistra sono direttamente proporzionali alle crepe che si stanno creando nella Lega. «Loro litigano e io mi prendo il Veneto».
Quanto le piace questo scontro Tosi-Zaia?
«Sono problemi loro, io sono concentrata sul Veneto».
Dai, dica la verità …
«Guardi, mentre loro litigano e manifestano con i neofascisti io giro tutta la regione. Voglio andare in ognuno dei 579 Comuni. Ne ho già visitati 236: mercati, piazze, ospedali, aziende…».
Sicuramente lei fa il tifo per la candidatura di Tosi…
«Non sono interessata al tema. Non vincerò sulle macerie della Lega, ma per le mie proposte. Perchè io ascolto i problemi della gente: lavoro, sanità , corruzione, sicurezza…».
Ha chiesto al governo più uomini delle forze dell’ordine. Come un leghista qualsiasi.
«Siamo sicuri? La giunta Zaia ha azzerato i fondi per la sicurezza. Facile parlare…”.
Anche lei, come Salvini, ha difeso Stacchio, il benzinaio, che ha ucciso un rapinatore…
«Ma non si risolve il problema indossando una maglietta con slogan banali. Cosa vuol dire “io sto con Stacchio”? È ovvio che tutti stiamo con lui, con chi si difende…”.
Quindi ha fatto bene? E hanno fatto bene quei cittadini di Oderzo che l’altra sera hanno cacciato i ladri sparando con i loro fucili da caccia?
«Capisco questi cittadini, ma non capisco chi istiga alla giustizia fai-da-te.
L’errore è a monte: non si può arrivare a questo punto, coi cittadini che si devono difendere da soli».
Un sindaco si è rifiutato di incontrarla e le ha fatto avere un buono da 20 euro da spendere dall’estetista: quel «LadyLike» la perseguita…
«Del folklore mi interessa poco. I cittadini che incontro apprezzano una cosa della sottoscritta: per candidarmi mi sono dimessa dal Parlamento Ue. Il resto sono dettagli».
Non è un dettaglio la questione autonomista: lei che dice?
«Che da 20 anni Lega e centrodestra prendono in giro i veneti su questo tema, senza mai concludere nulla. Io credo che il Veneto debba avere, in certi settori, la stessa autonomia delle sue regioni confinanti, il Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige».
Marco Bresolin
(da “La Stampa“)
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Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile
POI HA PERMESSO DI CORRERE ALLE PRIMARIE A DE LUCA, NON MODIFICANDO LO STATUTO
Anche stavolta il Pd non è d’accordo con se stesso.
Che figura fa il Nazareno che fa approvare in Parlamento la legge Severino e ne fa il fiore all’occhiello della sua azione per la legalità nelle pubbliche amministrazioni, ne chiede un’intransigente applicazione giuridica e politica quando riguarda l’avversario Luigi de Magistris, bombardandolo di inviti a dimettersi da sindaco di Napoli, e poi si appresta a candidare a Governatore della Campania Vincenzo De Luca, che in base alla Severino verrebbe sospeso subito dopo l’insediamento in carica?
Scenari ai confini della realtà . Non ci sono precedenti.
Su alcuni articoli della Severino pende un dubbio di legittimità costituzionale che ha consentito il reintegro di de Magistris e di De Luca a Napoli e a Salerno (poi De Luca è stato dichiarato decaduto da sindaco per l’incompatibilità col ruolo di viceministro, ma questa è un’altra storia).
Cronisti, costituzionalisti e analisti vanno a tentoni. La politica annaspa, è in ritardo.
Ha dimostrato di essere incapace di affrontare di petto la questione De Luca. Lui ha ritenuto di non ritirarsi. Statuto e regolamento delle primarie Pd sono stati scritti prima dell’entrata in vigore della Severino.
Statuto e regolamento del Pd non ricomprendono l’abuso d’ufficio, il reato per il quale il 21 gennaio è stato condannato in primo grado a un anno di reclusione, tra quelli ostativi a una candidatura. “Ci stiamo muovendo e ci muoveremo nel rispetto delle regole” ripeteva De Luca come un mantra a chi gli sottoponeva il problema.
Aveva ragione. Regole sbagliate, ma quelle erano.
E nel Pd romano e campano nessuno ha avuto la forza e il coraggio di cambiarle a partita iniziata.
Confidando nella ‘moral suasion’ degli ambasciatori di Matteo Renzi, Lorenzo Guerini e Luca Lotti: i continui rinvii della data delle primarie, previste inizialmente il 14 dicembre, 38 giorni prima della sentenza di condanna, dovevano servire agli sherpa del Nazareno per convincere De Luca a fare un passo indietro senza traumi.
I primi rinvii — 11 gennaio e poi 1 febbraio — erano motivati dall’impedire di svolgerle prima del 21 gennaio, proprio nel timore che incoronassero un cavallo pronto ad essere azzoppato dalla Severino.
Quelli successivi — 22 febbraio e 1 marzo — per continuare a discutere con De Luca e coltivare una terza via. “Ci muoveremo nel rispetto delle regole”.
Una delle regole dello Statuto Pd prevede il superamento delle primarie se l’assemblea regionale del partito raggiunge il 60% dei consensi su un nome.
In Piemonte Sergio Chiamparino è stato candidato senza passare per i gazebo.
In Campania i capicorrente Pd si sono scannati alla ricerca di un candidato presentabile alla pubblica opinione e che li garantisse al momento della spartizione degli assessorati. Hanno bruciato profili e curriculum di persone per bene, come il presidente del Cnr Luigi Nicolais, che già rilasciava interviste da Governatore in pectore.
Il cerino è girato di mano in mano. E si è spento.
Le primarie De Luca-Cozzolino hanno inoltre certificato l’incapacità del Pd campano di produrre una classe dirigente di 40enni all’altezza del compito, capaci di emanciparsi dallo status di ‘cooptati’.
La Fonderia di Pina Picierno si è rivelata un flop.
La segretaria campana Assunta Tartaglione, classe 1970, si è limitata a svolgere un ruolo notarile. E’ stata messa lì dall’area Dem, dai Casillo, una potentissima famiglia politica ex democristiana e demitiana che si è tramandata lo scranno in consiglio regionale di padre in figlio. Tartaglione non ha avuto la forza o la voglia di opporsi ai desiderata dei suoi grandi elettori interni.
E ora? De Luca ha vinto, ma siamo certi che poi verrà candidato?
La palla rimbalza alla nomenclatura del Nazareno. Da oggi ricominciano le trattative sotterranee. Il terzo tempo.
A Roma lo sanno bene che De Luca è candidabile, ma in caso di vittoria verrebbe sospeso. E’ un condannato in primo grado per abuso d’ufficio, si applica la Severino (per i parlamentari scatta invece soltanto dopo la condanna definitiva, vedi caso Berlusconi, ndr).
Una legge che secondo il presidente dell’Anci Piero Fassino “rischia di penalizzare anche gli amministratori che agiscono in assoluta onestà e buona fede”.
Parole pronunciate il giorno dopo la condanna di De Luca e il suo appello: “Mi auguro che questa vicenda sia assunta sul piano nazionale, in primo luogo dal Pd, come l’occasione per una grande battaglia a difesa delle persone perbene e degli amministratori che dedicano una vita al bene pubblico, ma sono costretti a vivere un calvario. Mi auguro che l’Anci decida di esistere a tutela della dignità di amministratori che, pur non rubando, non disamministrando e mantenendo un rigore spartano, sono carne da macello nell’indifferenza generale. In queste condizioni, ben presto non ci sarà più nessuna persona perbene disponibile ad assumere responsabilità pubbliche, ma avremo soltanto o delinquenti o ignavi”.
Certo, il ricorso al Tar e il precedente de Magistris consentirebbero a De Luca di ottenere una sospensiva e il reintegro in carica.
Roba di pochi giorni, ma c’è un’ulteriore cavillo che fa tremare i deluchiani.
C’è chi sostiene che al contrario dei comuni, dove la sospensione del sindaco non comporta lo scioglimento dell’amministrazione che continua a essere guidata dal vicesindaco, nelle regioni la sospensione del Governatore determina lo scioglimento immediato del consiglio.
Ma non ci sono precedenti. Non c’è giurisprudenza. C’è solo tanta confusione.
E la sconfitta della politica.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“ORA TUTTI CON VINCENZO”: MA LA SEVERINO VALE SOLO PER BERLUSCONI?
“Ora tutti con De Luca”. Al Nazareno la vittoria del sindaco di Salerno alle primarie campane è arrivata un
po’ a sorpresa.
Certo, non un fulmine a ciel sereno, visto che la forza del vecchio leone non era stata mai sottovalutata. E del resto i ripetuti tentativi di azzerare le primarie nascevano da quella preoccupazione: evitare l’imbarazzo di un candidato governatore incompatibile con la legge Severino.
E tuttavia negli ultimi giorni, in particolare dopo il ritiro di Migliore, il risiko delle correnti del Pd campano e i loro rapidi spostamenti facevano pensare a una leggera prevalenza di Andrea Cozzolino, ancora più estraneo al renzismo, ma immacolato dal punto di vista giudiziario. Tutto da rifare.
E ora che le primarie sono passate senza drammi, ricorsi o brogli, tocca fare quadrato intorno a De Luca.
Riannodare i fili di un passato non troppo lontano quando il sindaco di Salerno aveva schierato la sua macchina di consenso a favore di Renzi, facendo “cambiare verso” al Pd campano alle primarie tra l’attuale segretario e Cuperlo del 2013.
Il grande freddo insomma sta per iniziare a sciogliersi.
Già domenica sera il vicesegretario Lorenzo Guerini ha sentito De Luca al telefono per i complimenti. Con Renzi ancora nessuna chiamata, ma arriverà presto.
La linea è “nessun problema politico su De Luca, che ha vinto bene, e ha rispettato il codice etico del Pd che non prevede incandidabilità per chi è condannato in primo grado per abuso d’ufficio”, spiegano fonti Pd.
Il problema è la legge Severino, che rischia di congelare il governatore appena eletto, e di impedirgli dunque di governare.
De Luca e il Pd sperano che scatti il lodo De Magistris, e cioè che De Luca possa avere ragione dal Tar.
Solo che il ricorso nel merito per la decadenza da sindaco è stato ritirato dai legali di De Luca un paio di settimane fa, e dunque ci dovrà essere un nuovo ricorso se il candidato Pd dovesse essere eletto governatore.
Un ricorso che scatterebbe subito dopo l’elezione, non appena il governatore dovesse essere sospeso per gli effetti della Severino.
E che, sperano al Pd, dovrebbe avere gli stessi risultati di quello di De Magistris, e dunque il prosieguo dell’attività di governo.
Un bel caos di carte giudiziarie. E anche un bel rischio d’immagine.
Ma a questo punto De Luca non è in discussione. Troppo netta la sua vittoria, e lontana dal caos del 2011. Dal Nazareno dunque è partito un appello a serrare i ranghi e infatti nel primo pomeriggio anche lo sfidante Andrea Cozzolino, in conferenza stampa, riconoscerà la piena vittoria del rivale e si dirà pronto a lavorare per la vittoria del partito, a dare una mano, come del resto aveva annunciato nella tormentata vigilia.
In queste ore dunque si lavora al disgelo, dopo il braccio di ferro durato mesi in cui Renzi e i suoi le hanno è provate tutte: prima hanno chiesto a più riprese un passo indietro a De Luca, poi hanno lanciato nella mischia Gennaro Migliore, che è finito triturato nel gioco delle correnti.
Ma i rapporti personali, assicurano al Nazareno, non si sono mai guastati.
E oggi è De Luca, intervistato a L’aria che tira su La7, a ricordare che “io sono il principale elettore di Renzi in Campania, l’azionista di riferimento”.
Quanto ai ripetuti tentativi di fermarlo dopo la condanna, spiega il sindaco: “C’era qualche perplessità , giustamente una riflessione da fare. Abbiamo riflettuto insieme, e voglio ringraziare la segreteria nazionale che ha avuto il coraggio di dare la parola ai cittadini senza tradire lo spirito del Pd”.
Ed è questo il punto su cui Il sindaco ribelle e il partito nazionale alla fine si stanno ritrovando: le primarie come elemento essenziale del dna del Pd.
E così tra i renziani ci si prende anche una piccola soddisfazione: “Le ultime primarie della Ditta del 2011 erano state un fallimento, con noi alla guida è filato tutto liscio…”.
Ora però si apre una campagna elettorale difficile, con un candidato condannato e sotto la spada di Damocle del Tar.
Che non è più sindaco non per la condanna penale, ma per la decadenza a seguito dell’incompatibilità confermata dalla Corte d’appello con la carica di viceministro del governo Letta.
Una vicenda chiusa politicamente, ma che ha lasciato questo pesante strascico.
Per quanto riguarda invece gli effetti della Severino, il Tar esaminando il caso De Luca potrebbe sollevare il caso davanti alla Corte costituzionale.
Resta il fatto che il Pd ha voluto la Severino per poi augurarsi che non sia applicata.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 26th, 2015 Riccardo Fucile
SEMBRAVA AMORE, INVECE ERA UN CALESSE
La sua sembrava una di quelle rare storie che riconciliano con la politica: la giovane sconosciuta del Pd di
Udine che prende la parola all’Associazione dei Circoli, conquista la platea cantandole al segretario Franceschini e da lì vola sulla scena nazionale. Sembrava una fiaba.
Sembrava, perchè a vederla oggi, vicesegretario del Pd renziano, la sensazione è quella di un gigantesco abbaglio.
In quell’ormai lontano 2009 scandiva: “Non ci possiamo riconoscere in un Paese che non tassa i ricchi solo perchè pensa che siano troppo pochi”. Applausi.
“Il problema è aver fatto fare a Di Pietro opposizione da solo su temi che ci appartengono, come il conflitto d’interessi e la questione morale”. Ovazione.
Ma ora che guida il partito di governo, che fine hanno fatto quei temi e quei provvedimenti?
La distanza — abissale — tra le sue parole di ieri e l’oggi non si ferma qui.
Nel 2011 scriveva: “Il dibattito sul mercato del lavoro si sta riducendo a un referendum sull’art. 18, e questo è quanto di più sbagliato e lontano dagli interessi dei lavoratori possa fare la politica”; nel 2012 se la prendeva con la Confindustria e il Pdl, che volevano modificare ulteriormente quell’articolo rispetto alla legge Fornero: “Il campo del licenziamento soggettivo e disciplinare per definizione non ha alcun collegamento con la crisi economica e la necessità di fronteggiarla”.
Oggi, invece, va bene farsi dettare il Jobs Act dalla Confindustria anche sui licenziamenti soggettivi, l’art. 18 si può rottamare e la riforma con Renzi diventa — parole ancora sue — “di sinistra”.
Nel 2013 era addirittura “incazzata”: “Quando ho sentito il nome di Marini ho ripensato alla Bicamerale. Poi ho visto la foto di Bersani che abbracciava Alfano e ho pensato: abbiamo toccato il fondo” — disse alla Stampa quando si doveva decidere il capo dello Stato — “Berlusconi è una malattia da cui non guarisco. Come quei fastidi che ti fanno dire: sono 20 anni che ho la psoriasi. L’Italia merita qualcosa di diverso”.
E invece, col suo segretario-premier, avete prolungato l’infiammazione a tutti gli italiani stringendo un patto con un condannato e decaduto dal Parlamento (almeno durante la Bicamerale non lo era), che — l’ha detto ancora lei a luglio — “è sempre il benvenuto, ci dà più garanzie del M5S”, e con Alfano siete passati dall’abbraccio al bacio di governo, scavando sul fondo.
L’Italia — lo dico io a lei — si meritava qualcosa di diverso.
La sua metamorfosi è innegabile: la colorata Amèlie della politica, che incarnava “Il favoloso mondo” combattendo l’apparato, ha lasciato il posto a una grigia dirigente di partito che guai ad attaccare il segretario, lui è perfetto e fa solo cose perfette, se no ve le suono.
Ma al di là della delusione (penso ai molti giovani che si sono identificati in lei e l’hanno sostenuta, portandola dov’è adesso) di scoprire che in politica, con le poltrone di mezzo, non ci possono essere fiabe, resta un dubbio atroce, sul tipo di quello generato dai saldi: non si sa se ci prendevano in giro prima, vendendoci abiti a prezzo esorbitante, o lo fanno dopo rifilandoci avanzi di magazzino.
Nel suo caso, era in buona fede prima o lo è oggi?
Almeno allora erano solo parole, oggi invece — ahimè — sono fatti concreti.
Luisella Costamagna
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Febbraio 24th, 2015 Riccardo Fucile
SPERANZA: “UN ERRORE IL JOBS ACT”…. A MARZO UNA CONVENTION
Neanche un mese dopo l’elezione di Sergio Mattarella, momento di massimo politico peso della
minoranza Pd nell’era renziana, la sinistra è in un angolo.
Per uscirne dovrebbe far valere i «rapporti di forza», dice un bersaniano, com’è successo sul voto per il Quirinale.
Sulla legge elettorale alleandosi con Forza Italia, sul lavoro cercando una sponda con Maurizio Landini.
«Ma se non siamo uniti, perdiamo sempre», dice Alfredo D’Attorre.
Per questo oggi i dissidenti “festeggiano” l’attacco di Roberto Speranza a Matteo Renzi. Significa che i pontieri sono più arrabbiati e la pratica della mediazione perde un po’ di ragione d’essere.
Il capogruppo del Pd aveva avuto garanzie dal premier sul Jobs Act portando quasi tutti i deputati dem a votare per la delega.
«Spariranno i licenziamenti collettivi, garantito », aveva promesso il premier.
È finita con il decreto che conferma quella forma di uscita dal mercato del lavoro.
«Il governo ha sbagliato a non tener conto del parere delle commissioni lavoro di Camera e Senato sui licenziamenti collettivi previsti dalla delega sul lavoro», dice ora Speranza.
Poi annuncia battaglia: «Deve essere a tutti chiaro – spiega riferendosi a Renzi – che se viene meno la necessaria sintonia tra Parlamento e governo non si va da nessuna parte».
Il patto stipulato tra minoranza e Renzi viene confermato dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti. «Ha ragione Speranza – racconta il ministro – ma la scelta del governo di non cambiare l’impianto del decreto dato alle Camere era per evitare il pericolo di una incertezza ».
Non si volevano mettere gli imprenditori italiani e gli investitori stranieri di “scappare” con la scusa che prima c’era stato un impegno e poi si era tornati indietro. «Ne abbiamo discusso molto – dice Poletti – e alla fine abbiamo deciso così».
Questo atteggiamento però porta alla radicalizzazione dello scontro interno.
I “rapporti di forza” impongono alla sinistra di trovare un minimo di unit�
A marzo, in una convention che si sta preparando, verranno messi insieme bersaniani, civatiani, cuperliani, con la sponda della Cosa rossa in gestazione, quella che sarà guidata dal segretario della Fiom Landini.
«Sul lavoro Maurizio pone un problema reale. Il distacco tra il Pd e i lavoratori è sempre più profondo. Ma non c’è bisogno di scorciatoie organizzative«, dice Stefano Fassina.
Ossia, Pippo Civati a parte, nessuno nel Partito democratico pensa a una scissione.
«È evidente l’indifferenza assoluta di Renzi per il pluralismo interno. Per lui si limita alla chiacchierata in streaming tra di noi», attacca l’ex viceministro.
Il terreno comune a sinistra può diventare «la distribuzione delle risorse, se davvero assisteremo all’inizio della ripresa», precisa D’Attorre.
Temi più vicini alla gente delle riforme, anche se ormai il Jobs Act è andato. La guerriglia parlamentare invece può realizzarsi dalla fine di marzo sull’Italicum.
Renzi lo vuole approvare in via definitiva, quindi non va toccato rispetto al testo uscito dal Senato.
Il capogruppo Speranza però non sembra disposto ad offrire, su questo punto, un sostegno assoluto al premier: «La Camera discute. È un suo diritto. Anzi, il suo dovere ».
I dissidenti pensano aun’asse con Forza Italia che a Montecitorio è guidata da Renato Brunetta, nemico del patto del Nazareno.
«Il dialogo è inevitabile — avverte Fassina -. E nessuno si deve permettere di accusarsi di usare strumentalmente gli azzurri. Che il testo va cambiato lo diciamo da prima della rottura con Berlusconi. Vorrà dire che parleremo con quelli che fino a ieri erano gli amici di Renzi».
Ma di cosa? Non dei capolista bloccati, bersaglio della sinistra ma pilastro della strategia berlusconiana.
«Sull’apparentamento al secondo turno abbiamo posizioni simili. Significa che il testo può cambiare, che Renzi è a rischio sui numeri e l’Italicum dovrà tornare al Senato», sottolinea D’Attorre.
Questa ipotesi era già prevista negli emendamenti Gotor, dunque non c’è .
«Però incidiamo solo se siamo uniti — insiste D’Attorre -, come è successo con il voto a Mattarella ».
Per questo la convention di marzo. Per questo non è più tempo di mediatori, di pontieri.
Una battaglia da condurre dentro il Pd, dicono tutti i dissidenti.
(da “La Repubblica”)
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