Febbraio 21st, 2015 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO LANZETTA ERA IL SIMBOLO DELL’ANTIMAFIA, ORA IL PD L’ATTACCA: “STAI ZITTA, SEI UNA STALKING”
Parla Maria Carmela Lanzetta, ex sindaca antimafia di Monasterace e ministro del governo Renzi
per una breve stagione, e dice quella verità che tutti in Calabria sussurrano.
Non siamo ancora al “ridatece il puzzone”, nel senso dell’ultimo governatore assurto a simbolo della malapolitica alla ‘nduja, Peppe Scopelliti, ma poco ci manca.
Il sole dell’avvenire promesso da Mario Oliverio, l’ex comunista duro e puro vincitore col 61 per cento alle Regionali, non è mai spuntato.
Dalla Sila all’Aspromonte, dalle Serre alle spiagge bianche di Africo, tutto è avvolto dal nero della notte degli inciuci, del trasformismo, degli accordicchi e degli “accurduni” fatti dai soliti, antichi e bipartisan gruppi di potere
Rassegnata alla farmacia
La Lanzetta ha smesso il tailluer con stivali da ministro della Repubblica — che imbarazzò i duri e puri del nuovo look renziano — per indossare nuovamente il camice bianco da farmacista.
Nella sua Monasterace ora è alle prese con antibiotici e lassativi, ma non dimentica. Renzi le aveva chiesto di tornare nella sua Calabria da assessore, lei aveva accettato, ma subito si era scontrata con “l’affaire De Gaetano”.
Nel senso di Nino, ex rivoluzionario di Rifondazione comunista folgorato sulla via del Nazareno.
Non candidato come consigliere regionale, Oliverio lo ha ripagato con una poltrona da assessore regionale ai trasporti e alle infrastrutture.
Tutti antimafiosi nel Pd, pronti ad approvare codici etici e proclamare impegni solenni per la legalità . A parole, però.
Perchè la memoria è corta e tutti, Oliverio in testa, dimenticano quei passaggi di una inchiesta giudiziaria non a caso chiamata Il padrino.
Non c’è Marlon Brando, assente pure Michael Corleone, ma gli affari e le relazioni della famiglia mafiosa dei Tegano, una delle più antiche e potenti di Reggio.
Uomini di panza che muovono voti e distribuiscono santini elettorali. Quelli di De Gaetano furono trovati nel covo del boss Giovanni Tegano.
Nessun reato, per carità , nessuna colpa, per l’amor di Dio, anzi, i magistrati all’epoca non tennero in alcun conto il suggerimento della Squadra Mobile di Reggio che proponeva l’arresto per De Gaetano.
L’opportunità politica — necessaria nella Calabria dove nel consiglio regionale precedente furono ben tre i consiglieri arrestati — viene buttata nel cestino e De Gaetano diventa assessore.
Con la Lanzetta che avrebbe dovuto affiancarlo.
Tutti insieme, chi aveva i santini a casa del boss e chi dai boss era stata minacciata: la Calabria politica non finisce mai di stupire.
Il resto della storia è nota, Maria Carmela Lanzetta, sostenuta dal braccio destro di Renzi, Graziano Delrio, sbatte la porta e non accetta. “Il caso De Gaetano — fanno sapere da Palazzo Chigi — non è sufficientemente chiarito”.
Nel Pd calabrese semplicemente “se ne fottono”.
Tacciono tutti, parla solo l’ex ministra. “Il silenzio del segretario regionale, sia sulle dimissioni del ministro Lanzetta, sia sulla nomina di De Gaetano, la dice lunga sul disagio di un partito in cui sembra che sia prevalsa la restaurazione”.
Una lunga lettera nella quale viene reso esplicito “il disagio a parlare di regole e legalità come esponente del Pd”.
La Calabria è una repubblica democratica fondata sull’inciucio.
Dovrebbe essere questo l’articolo 1 di un nuovo ipotetico statuto regionale. Ernesto Magorno, segretario del partito di strettissima fede renziana, è la fotografia vivente dell’inciucio come via calabrese alla rottamazione desiderata.
C’è un video che lo immortala e che racconta più di mille analisi sociologiche la politica in queste latitudini.
Anni passati, l’onorevole Magorno è sindaco di Diamante, il nuovo potere è targato centrodestra e Peppe Scopelliti, il governatore costretto alle dimissioni dopo una condanna a sei anni per i bilanci del Comune di Reggio, il padrone della Calabria. “Cambiare insieme”, è il tema di una iniziativa pubblica. Scopelliti ascolta, Magorno parla: “Non si preoccupi, la politica non può essere insulto, demagogia, la politica è una cosa alta. Vada avanti, presidente, lei avrà il consenso, l’affetto, il sostegno, anche di quelle parti che in questo momento guardano alla Calabria e vogliono che i calabresi diventino a pieno titolo cittadini italiani ed europei”.
Applausi e commossa stretta di mano di Scopelliti.
All’assalto della cassa
Inciucio, differenze e contrapposizioni politiche annullate, anche nella gestione del pozzo senza fondo delle società partecipate e delle fondazioni.
Una mammella gonfia che allatta clientele e politici trombati.
La Corte dei Conti ha censito 12 enti strumentali, 5 fondazioni e 21 partecipate, costo per il contribuente calabrese 230 milioni l’anno. Nomi e obiettivi fantasiosi.
Film Commission, affidata dal centrodestra a un fedelissimo, Ivano Nasso, uno che candidamente ammise di “non vedere film in tv, solo fiction”. In Calabria non si gira neppure uno spot, eppure la Film Commission nel 2013 ha speso 18mila euro in cococo e consulenze.
Sempre meno dei 350 mila euro stanziati dalla Fondazione Mediterranea Terina (41 dipendenti) per un progetto di 18 mesi finalizzato a un “machting continuo” (“cu minchia è? ”, si chiedono da queste parti) “tra produttori calabresi e i principali attori del mercato cinese”.
Il penultimo scandalo si chiama “Calabria etica”, la fondazione presieduta da Pasqualino Ruberto.
Lui è del centrodestra e alla vigilia delle elezioni regionali fa assumere 700 persone, elettori grati e fedelissimi. Pasqualino, però, pensa anche alla famiglia, e trova un posto alla fidanzata. L’etica va a donne di facili costumi, la Calabria pure, e la magistratura apre fascicoli. E Ruberto? Sottolinea, smentisce, chiarisce e intanto si candida a sindaco di Lamezia.
Parola d’ordine: la legalità prima di tutto.
L’ultimo scandalo, ma solo al momento in cui scriviamo, è targato “Calabresi nel mondo”. Altra società della Regione.
Solito festival delle buone intenzioni nello statuto (“crescita e competitività del sistema economico”), soliti soldi buttati al vento e una caterva di assunzioni. Bipartisan, però. Presidente dei calabresi sparsi sul globo, è Pino Galati, deputato di Forza Italia noto alle cronache mondane per il suo ex riportino ai capelli e per aver unito il nord e il sud dell’Italia con un matrimonio.
Lui calabrese ha sposato la leghista bergamasca Carolina Lussana. È buono di cuore, l’onorevole presidente, e nel distribuire posti non ha guardato all’appartenenza politica: tra i cento assunti figurano un ex vicesindaco e un assessore in carica della giunta di centrosinistra di Lamezia, un rappresentante dell’Arci ed esponenti delle coop.
La legge elettorale scritta in calabro
Inciucio anche quando si tratta di riformare la legge elettorale. La questione è complessa e rasenta Bisanzio.
In soldoni: prima dello scioglimento, il vecchio consiglio regionale approva la nuova legge. Tanti articoli e un giallo. Perchè è solo dopo le elezioni del novembre scorso, che Wanda Ferro, candidata voluta da Berlusconi per arginare la disfatta, si accorge che, pur avendo perso col 23,1 per cento, per lei non c’è posto in Consiglio.
Insomma, la legge non prevede l’elezione del miglior perdente come negli anni passati. Lei fa ricorso, Oliverio e la Regione oppongono controricorsi, mentre si affaccia un dubbio atroce: la legge mandata a Roma forse non è quella approvata alla Regione.
“Ho il sospetto — dice l’ex consigliere regionale Giuseppe Caputo — che il testo sia stato modificato ad hoc da qualche manina esperta”.
Lo sfogo della farmacista Lanzetta si apre con una frase di Pasolini: “La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza”.
La “solitudine” in Calabria è una brutta bestia. Soprattutto quando ti batti per una politica pulita e hai il tuo partito contro.
“La Lanzetta la smetta con lo stalking politico e umano nei confronti dell’assessore De Gaetano. Da lei non prendiamo lezioni di moralità ”.
Hanno scritto così i cinque segretari provinciali del Pd calabrese.
Enrico Fierro
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 20th, 2015 Riccardo Fucile
IL COMMISSARIO ORFINI MANDA IL TORINESE ESPOSITO A CONTROLLARE OSTIA… IN PARLAMENTO NASCE IL CORRENTONE DI DELRIO, GUERINI, RICHETTI E RUGHETTI
A Roma una tessera su cinque è falsa, il 20% dei circoli (circa 130) apriva solo in occasione dei
congressi, tra le sezioni e le federazioni i debiti Dem ammontano a circa 2 milioni di euro.
Matteo Orfini è commissario ormai da due mesi e mezzo (da quando il Pd romano è stato affondato da Mafia Capitale) e l’indagine su circa il 35% dei circoli evidenzia una realtà sconsolante.
Tanto che Orfini ha deciso di nominare due sub commissari.
Il primo l’ha chiamato lui direttamente ieri, per informarlo. È Stefano Esposito, senatore torinese, membro della Commissione Antimafia, da poco arruolatosi attivamente nel renzismo.
Dovrà occuparsi di Ostia, territorio di forti infiltrazioni mafiose. Ci sarà presto un altro sub commissario per Tor Bella Monaca.
Per adesso, Orfini e i suoi stanno controllando il tesseramento e stanno lavorando sui circoli.
Ufficialmente, non si punta il dito su nessuno. Nei mesi scorsi, però, alcuni sono balzati ai disonori della cronaca: per accuse di tesseramenti gonfiati furono segnalati alla Commissione di Garanzia nel 2013, oltre a Tor Bella Monaca, Cassia/Tomba di Nerone, Casal Bertone.
Anche a Testaccio ci fu un caso di tesseramento insolitamente alto, come a Corso Lanciani.
Che il Pd a Roma sia letteralmente a pezzi ormai non è un mistero per nessuno. Ma non gode di ottima salute neanche in giro per l’Italia: le primarie in Emilia Romagna sono passate alla storia per la bassissima partecipazione.
Quelle liguri si sono concluse con l’addio al partito di Sergio Cofferati, dopo la vittoria della Paita.
Per quelle campane i vertici del partito fanno una riunione al giorno. E spostano continuamente la data.
Tanto per citare alcuni dei casi più eclatanti.
Matteo Renzi, da segretario-premier, quella che lascia più indietro è proprio la gestione del partito. Una prova su tutte, le ormai famose cene di autofinanziamento del Pd: entrarono ospiti controllati e incontrollati (vedi Salvatore Buzzi) e un elenco dei partecipanti ancora non c’è.
Se sul territorio la questione è delicata, in Parlamento non è molto più facile. L’elezione di Mattarella è stato un “capolavoro” politico, riconosciuto da oppositori e sostenitori. Ma l’effetto benefico è durato poco: le riforme costituzionali alla Camera il Pd se l’è votate da solo, con la minoranza fortemente critica nei confronti della maggioranza. E che annuncia battaglia sull’Italicum in arrivo.
Non solo: il lavoro parlamentare si svolge tra fiducie, sedute fiume, nottate in Commissione. Con il gruppo dem che sbanda: le decisioni sono tutte a Palazzo Chigi e la gestione parlamentare è spesso e volentieri improvvisata.
Situazione difficile, che molti soffrono. E allora, intorno al Sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio sta nascendo quella che a Montecitorio già definiscono la più grande corrente del Pd.
Una corrente di maggioranza, certo, ma che vede tra i promotori i renziani, non solo fedeli, ma pure autonomi.
Ruolo di punta, quello di Matteo Richetti, deputato emiliano tra i primi a passare con il premier, poi più lontano, adesso di nuovo vicino.
Nelle ultime settimane ha avuto spesso il compito di tenere insieme il gruppo alla Camera. Poi, c’è Angelo Rughetti, Sottosegretario alla Pa, un passato nell’Anci con Delrio.
Ma c’è anche uno come Lorenzo Guerini, che da vice segretario sa come sia difficile gestire il Pd.
“Prima del partito della nazione, facciamo la corrente della nazione”, era la battuta che circolava ieri in Transatlantico: e in effetti ad essere coinvolti sono molti vicini a Renzi, ma meno vicini al cosiddetto “Giglio magico”.
Come Andrea Romano e Gennaro Migliore. Come i veltroniani (da Verini in giù) e i lettiani. Come Alfredo Bazoli, Alessia Morani, Simona Malpezzi, Roger De Menech. Il premier non sembra contrario.
È stato lui a lasciar libero ciascuno di organizzarsi: evidentemente anche lui sa di aver bisogno di una mano.
Più in difficoltà sono i “fiorentini”: Luca Lotti e Maria Elena Boschi, che in questo nuovo assetto rischiano di dover contare le rispettive truppe (tra loro vicine, ma non unite).
Nel frattempo, Area Dem è sostanzialmente deflagrata, con alcuni pezzi grossi (come Ettore Rosato) ormai più vicini alla Boschi che a Franceschini e la minoranza è un insieme di correntine non omologabili.
E poi ci sono i Giovani Turchi di Orfini. Azionisti di maggioranza, che più che altro cercano di conquistare posti di rilievo nelle realtà locali che contano.
Come impatterà sul Pd la nuova corrente? Resta da vedere.
Per ora il progetto è ambizioso e comprende anche la scelta di fare politica sul territorio: Richetti ha già in testa un tour per l’Italia.
Oltre a giornate di lavoro per i parlamentari.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
LO GRASSO, CONDANNATO PER FATTI RISALENTI ALLE REGIONALI 2010, E’ AL CENTRO DELLE ACCUSE SUL VOTO DEI RIESINI PER LA PAITA NEL SEGGIO DI CERTOSA
La sentenza del Tribunale di Genova diventa un ulteriore tassello dell’intricato puzzle delle primarie
liguri del Pd.
Senza la giusta contestualizzazione, la condanna di Umberto Lo Grasso per l’affaire firme false alle Regionali 2010 potrebbe perdersi nel flusso delle notizie.
Un fatto di cronaca giudiziaria come tanti altri.
Se si pensa invece che proprio Lo Grasso ha giocato un ruolo, nascosto ma rilevante, lo scorso 11 gennaio, tutto assume dei contorni diversi.
Il nome di Lo Grasso è aleggiato intorno al tanto discusso seggio di Genova Certosa e compare nel verbale del presidente di seggio Walter Repetti.
Quest’ultimo sottolineò la massiccia di presenza di cittadini originari di Riesi (Sicilia) al voto. Persone che Repetti dipinge come totalmente all’oscuro delle modalità di voto “al punto di ritenere sufficiente il pagamento dei 2 euro”.
Repetti tirò in ballo proprio Lo Grasso, anch’egli originario di Riesi.
Disse di averlo visto “spesso in prossimità del seggio ad accompagnare elettori”.
Sulla base di quanto descritto da Repetti, la Sezione Criminalità Organizzata di Genova ha avviato alcuni accertamenti.
Rispetto a quei fatti, Lo Grasso per ora non risulta coinvolto.
Viceversa, ha dovuto incassare la condanna a nove mesi per falsità ideologica in atto pubblico con riferimento alle regionali del 2010.
Una condanna che, visto il ruolo da protagonista nascosto alle Primarie, accresce le perplessità sul sistema che ha agito intorno alle elezioni che hanno portato Raffaella Paita a essere candidata del centrosinistra la prossima primavera.
(da “Primocanale”)
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Febbraio 9th, 2015 Riccardo Fucile
UNO SU DUE HA AVUTO UN POSTO TRA SOCIETA’ PUBBLICHE E IMPIEGHI POLITICI
Di esperienza sul campo ne aveva da vendere.
Era lui che dagli schermi di Video Calabria conduceva Calabria Verde, trasmissione d’inchiesta sull’agricoltura calabrese.
A Francesco Laratta detto Franco mancava solo un adeguato riconoscimento istituzionale. Mai dire mai: a settembre del 2014 ha avuto un posto nel consiglio di amministrazione dell’Ismea, l’istituto pubblico per i servizi nel mercato agricolo.
Trombato alle politiche del 2013, il coordinatore regionale di Areadem, componente del Pd che fa riferimento a Dario Franceschini, è stato uno degli ultimi ex onorevoli del partito di maggioranza a trovare una ricollocazione.
Sia pure come semplice consigliere di un ente statale non di primo livello. Non si può lamentare. A causa di un ricambio generazionale senza precedenti il giorno dopo le elezioni ben 165 onorevoli democratici della scorsa legislatura si sono trovati senza seggio.
Considerando le componenti esterne, vedi i radicali che facevano parte del gruppo Pd, o quanti rimasti fuori dal Parlamento per scelta personale che certo non aspirano alla poltroncina di una società pubblica, si riducono a 135.
Ma sono comunque un esercito. E chi si aspettava cambiamenti con la nuova stagione politica deve ricredersi.
Perchè la realtà dei fatti è ben diversa dalle dichiarazioni di principio.
Tanto più che nel 2013 è intervenuto un fatto nuovo e non trascurabile: l’impossibilità per gli ex onorevoli di riscuotere il vitalizio prima dei sessant’anni.
Così pure in questi due anni si è assistito a una strisciante e metodica opera di risistemazione dei parlamentari bocciati o esclusi dalle liste.
E se il termine «riciclati» può apparire in qualche caso esagerato, vero è che una buona metà ha avuto un incarico pubblico o ha intercettato un ruolo legato in qualche modo alla politica.
In sei sono stati ricandidati o rieletti in altri partiti, salvo poi (qualcuno) rientrare nel Pd. Altrettanti hanno avuto incarichi nelle amministrazioni locali, e non parliamo soltanto dei sindaci di Roma (Ignazio Marino) o di Catania (Enzo Bianco): ma anche di Giovanni Lolli, assessore alla Ricostruzione della Regione Abruzzo, e di Alberto Fluvi, capo segreteria dell’assessore al Bilancio della Toscana Vittorio Bugli.
Sono per ora tredici, invece, i destinatari di incarichi di partito.
E anche qui c’è incarico e incarico, perchè una cosa è fare come l’ex senatore Fabrizio Morri il segretario provinciale a Torino o come l’ex deputato Stefano Graziano il presidente del partito in Campania, e un altro conto essere direttore generale del gruppo pd alla Camera, qual è Oriano Giovanelli.
In cinque si sono trasferiti al governo con ruoli che vanno da viceministro dell’Economia (Enrico Morando), a consigliere del ministro della Giustizia Andrea Orlando (Guido Calvisi), a capo della segreteria tecnica del sottosegretario alla presidenza con delega ai servizi segreti Marco Minniti.
Quest’ultimo è il caso di Achille Passoni, ex senatore di provenienza Cgil, marito della neoeletta senatrice Valeria Fedeli, già sindacalista Cgil e ora vicepresidente di Palazzo Madama
Ancora. A diciotto ex parlamentari del Pd sono stati attribuiti incarichi in fondazioni, authority, enti e organismi pubblici di vario tipo.
Sia pure con enormi differenze fra ruoli simbolici e posti di grande potere.
Mario Cavallaro è diventato presidente del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria.
Antonello Soro, presidente dell’Autorità garante della privacy.
L’ex senatrice e insegnante Marilena Adamo, presidente della Fondazione scuole civiche del Comune di Milano. L’ex segretario della Cisl e già viceministro Sergio D’Antoni, presidente del Coni Sicilia.
L’ex deputata Rosa De Pasquale, direttore dell’ufficio scolastico della Toscana: nomina alla quale la Corte dei conti, come ricordato dal Fatto Quotidiano , ha rifiutato la registrazione.
L’ex senatore Carlo Chiurazzi, trombato alle Politiche 2013, presidente del Consorzio di sviluppo industriale di Matera.
Mariapia Garavaglia, consigliere della Fondazione Arena di Verona. L’ex onorevole Federico Testa, commissario dell’Enea.
L’ex ministro Luigi Nicolais, presidente del Consiglio nazionale ricerche: nomina che al pari di quella di Soro ha preceduto di poco le elezioni. Idem per Giovanna Melandri, passata direttamente da Montecitorio alla presidenza del Maxxi.
Giovanni Forcieri, che ha preso il suo posto, era presidente dell’Autorità portuale di La Spezia.
E su quella poltrona è stato ricollocato senza alcuna difficoltà dopo la breve parentesi parlamentare.
Mentre troviamo Luciana Pedoto, laureata in Economia e specializzata in «epidemiologia dei servizi sanitari», ex segretaria di Giuseppe Fioroni ed ex onorevole non rieletta, all’Istituto nazionale di astrofisica. È responsabile di trasparenza e anticorruzione.
Competenze a parte, su cui pure ci sarebbe molto da dire, il punto è il metodo con cui vengono fatte certe scelte.
Le società e le aziende pubbliche, per esempio. Pure lì, dove secondo i piani del governo dovevamo assistere a tagli impietosi, si è assistiti all’inesorabile migrazione degli ex.
Di Pier Fausto Recchia alla guida di Difesa servizi abbiamo parlato in varie occasioni. Come dell’assunzione a Invitalia di Costantino Boffa dopo selezione ministeriale ad hoc. Poco, invece, si è detto delle nomine della Regione Lazio alle presidenze delle Ipab: all’Istituto Sacra Famiglia è stato collocato Jean Lèonard Touadi; a Santa Maria in Aquiro, Massimo Pompili.
Oppure della designazione di Sandro Brandolini alla vicepresidenza di Cesena Fiera. O dello sbarco di Maria Leddi al posto di amministratore unico di Ftc holding, serbatoio di partecipazioni del Comune di Torino.
E dei tre incarichi all’ex deputato Ivano Strizzolo: presidente dei revisori della Unirelab srl, società del ministero dell’Agricoltura (di cui figura procuratore Silvia Saltamartini, sorella l’ex portavoce alfaniana Barbara Saltamartini al tempo stretta collaboratrice dell’ex responsabile di quel dicastero Gianni Alemanno) nonchè sindaco di Istituto Luce e Postecom.
La presidenza di un’altra società delle Poste, la compagnia aerea postale Mistral Air, è toccata a Massimo Zunino. Il quale, uscito dalla Camera, ha costituito anche una società di consulenza, la Klarity innovaction consulting, insieme a due suoi colleghi di partito rimasti anche loro senza seggio. Ovvero, Michele Ventura e Andrea Lulli.
Modo alternativo, sembrerebbe, con cui può fruttare la ricca esperienza parlamentare.
Un po’ come è capitato a coloro che hanno assunto per strade diverse incarichi «privati» ma non proprio estranei alla storia politica di ciascuno.
L’ex ministro Giulio Santagata, prodiano senza se e senza ma, è consigliere delegato di Nomisma, la società di consulenza fondata da Romano Prodi.
Due mesi fa l’ex prefetto e senatore Luigi De Sena è stato cooptato nel consiglio del Colari, la società di smaltimento dei rifiuti che fa capo a Manlio Cerroni, come garante degli accordi con la municipalizzata romana Ama.
Per non parlare degli incarichi di curatore fallimentare (Cinzia Capano) o di liquidatore di cooperative sociali (Ezio Zani, subentrato a Soro e poi trombato alle elezioni).
E senza contare chi, rieletto, al seggio ha preferito il «privato»: la senatrice Rita Ghedini, ora presidente di Legacoop Bologna.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 6th, 2015 Riccardo Fucile
AL POSTO DELLA LANZETTA GIRANO I NOMI DELLA PARIS, DELLA FINOCCHIARO O DELLA ASCANI
Un posto nel governo val bene la lealtà sulle riforme. 
Mentre il patto del Nazareno traballa, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha bisogno di un Pd compatto sulla riscrittura della Costituzione.
E così mette sul piatto il ministero degli Affari Regionali, che fa gola a parecchi nel partito, a cominciare dai Giovani Turchi, l’area che fa riferimento a Matteo Orfini e al ministro della Giustizia Andrea Orlando.
Ma anche i bersaniani scrutano con attenzione l’evoluzione degli eventi.
“Si tratta di una questione che riguarda la maggioranza del partito”, liquida il discorso un deputato vicino a Pier Luigi Bersani.
Tuttavia un altro autorevole esponente del partito rivela: “Tra Mattarella e riforme, alcuni chiederanno una ricompensa”, alludendo proprio alla casella liberata da Maria Carmela Lanzetta.
Peraltro il progetto di Renzi prevede l’ampliamento delle funzioni degli Affari Regionali, che diventerà il ministero del Mezzogiorno.
Un piatto che ingolosisce ancora di più le correnti del Pd, tagliando fuori l’ipotesi di trasferire un’altra renziana nel governo.
A Palazzo Chigi stanno ragionando sui poteri da attribuire al nuovo dicastero, che prima di tutto avrebbe un ruolo simbolico per il rilancio del Sud.
Il dossier, comunque, è sul tavolo dell’ex rottamatore che ha già approntato la strategia: prima vuole il via libera alle riforme senza troppi capricci; dopo manterrà la promessa.
Una donna per il su
Dalla teoria dei posti da occupare, si passa ai nomi delle aspiranti ministre.
Il derby sarà tutto al femminile, giocato tutto sul versante sinistro.
Nella partita i Giovani Turchi vogliono avere un ruolo da protagonisti: dopo essersi contati sul voto per il Colle e dopo aver fatto esercizio di fedeltà , cercano la monetizzazione. In questo quadro presentandola candidata naturale: Valentina Paris, 33 anni, attuale responsabile Enti Locali nella segreteria del Pd.
L’identikit della candidata, del resto, è stato tracciato: serva una donna — per mantenere inalterata la presenza femminile nel Consiglio dei ministri -che sia meridionale e possibilmente giovane.
Appaiata a Paris c’è la siciliana Anna Finocchiaro, che riceverebbe un riconoscimento per aver gestito il percorso delle riforme nella commissione del Senato della quale è presidente.
“Per lei la ricompensa sarebbe più che giustificata…” sintetizza un esponente della minoranza.
La “ditta” in stand-b
Una cosa è certa: i bersaniani non faranno pressioni sul nome di Finocchiaro, che dopo i suoi trascorsi da fedelissima dalemiana è sulla strada della conversione al renzismo.
Una posizione che la allontana dall’area riconducibile all’ex segretario del Pd. Che per ora attende passi avanti dal presidente del Consiglio sulla trattativa. Peraltro nessuno vuole correre il rischio di scommettere su una parlamentare di lungo corso, penalizzata dal dato anagrafico.
“Finocchiaro non rappresenta di certo il nuovo, come vuole Renzi. E potrebbero spiegarle che è fondamentale che segua l’iter delle riforme lasciandolo a mani vuote”, spiegano fonti interne al Pd.
Ma questo non si può dire ora: bisogna evitare i mal di pancia prima delle riforme.
Sui nomi che circolano, comunque, arrivano conferme indirette dall’area renziana: “I profili sono corrispondenti a quello che occorre”.
Tra le pretendenti, nelle vesti di outsider, c’è Enza Bruno Bossio, calabrese di rito dalemiano ormai riconducibile all’area dei Giovani Turchi.
Una soluzione a metà strada tra le anime del Pd. “Una dalemiana turcheggiante”, viene definita la parlamentare da un suo collega di partito. Forse un buon compromesso.
Enrico può stare seren
Il jolly, infine, è Anna Ascani, deputata fedelissima di Enrico Letta.
Si tratta di un asso nella manica renziana: la parlamentare, componente della commissione Cultura a Montecitorio, è giovanissima con i suoi 27 anni.
Ma in questo passaggio contano molto i sommovimenti interni al Pd.
I Giovani Turchi e i bersaniani andrebbero su tutte le furie di fronte alla nomina di una lettiana, che essendo umbra è anche troppo poco “meridionale” per il ministero del Mezzogiorno.
Infine, Letta— come D’Alema — non è disponibile a recuperare il rapporto con Renzi. “Non sono mai stato meglio in due anni”, ha confidato Letta ad alcuni interlocutori in Transatlantico nei giorni del voto per il Quirinale.
Un messaggio per dire che lui sta bene così, non necessita di altro.
E quindi la sua piccola area del Pd non è interessata a trattare per un posto di governo.
Stefano Iannaccone
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 1st, 2015 Riccardo Fucile
DALL’AMARO SPOSETTI AL SILENTE VELTRONI TRA PRUGNE E MELE COTTE
Restituiti al Novecento, al secolo che li ha visti nascere e morire. Oggi utili attaccapanni di Matteo Renzi. E anche imperdibili protagonisti dei retroscena, preziosi nelle rievocazioni storiche, inaffondabili fratelli coltelli.
“Abbiate pietà di noi comunisti. Non contiamo più niente”, è la lapide che poggia sul petto il compagno Ugo Sposetti. Un valoroso ex.
In quest’aula così plaudente, unanime, esagerata nel sorriso, di rosso (deviato però verso un fucsia di periferia) resiste solo la chioma bigodinata della sindacalista toscana della Cgil Valeria Fedeli che siede sull’alto scranno, alla destra della Boldrini, in qualità di vice presidente del Senato (il titolare è nelle funzioni di supplente del Capo dello Stato).
Assiste e piange quando è proclamata la beatificazione di Sergio Mattarella, anzitutto e soprattutto democristiano.
Bianco di cuor e di capelli, il nuovo presidente trova casa alla Dc e riduce a clochard i figli e i nipoti di Botteghe oscure.
“Abbiamo sempre subìto le differenze personali, le diverse ambizioni, gli umori degli uni contro gli altri”, dice Andrea Orlando, il ministro della Giustizia.
Vera e così tragica la sua riflessione che la corrente dei giovani turchi, di cui è azionista, ha voluto differenziarsi dagli altri Pd segnalando l’adesione al voto con l’aggiunta della sigla del nome di battesimo di Mattarella.
Contarsi per contare almeno un po’. Tragica perchè il cognome vincente a Renzi l’ha dato l’ex comunista Bersani a dicembre.
Lo stesso nome che Berlusconi aveva rifiutato due anni fa e che a capodanno sembrava invece di suo gradimento. Bersani, smacchiatore mancato, era consapevole che invece per lui la strada sarebbe stata storta. Come sempre.
E il premier ha effettivamente verificato il traffico di sms confliggenti che accoglievano le proposte di Veltroni, Finocchiaro, Fassino e tutta l’allegra brigata.
Ricorda bene David Ermini, avvocato fiorentino, vicino di casa di Matteo, perciò deputato, che i no, i distinguo, le perfidie si espandevano quando c’erano di mezzo gli ex comunisti.
Il colore del volto del sindaco di Torino Piero Fassino, ieri, era non a caso di una vivissima cenere e l’umore black, come al solito.
Ha tolto di mezzo un cronista che gli chiedeva un commento sull’elezione e si è rifugiato in una palestra a festeggiare le giornate di sport sotto la Mole. Non una sillaba. Muto proprio, e lui in genere non si fa pregare.
Crudele testimonianza che più si è fratelli e più si è coltelli. Moltissimo coltelli.
Infatti Ileana Argentin commenta: “Le conflittualità battono sempre la realtà ”.
Quali sono le conseguenze di questo amore tragico?
“Devo dire la verità : mille volte meglio Mattarella di Napolitano. È più progressista, più netto, più limpido questo democristiano di tanti comunisti finti. Io mi fido più dei primi che dei secondi”, dice Nicola Fratoianni, coordinatore di Sel.
Le parole sono pietre, e di un bel granito è la frase di Rosy Bindi: “Forse noi della Dc siamo stati più di sinistra di quegli altri”. Forse sì.
“Non voglio rovinare la festa”, concede il generoso Giorgio Tonini.
Il Transatlantico è divenuto l’appendice postuma della Balena bianca.
Dc di ogni annata si sono ritrovati. Fossero solo i siciliani, nelle loro singolari declinazioni (bianchi, bianco-rossi, bianco-neri) ad esultare per il conterraneo!
Arrivano dalla Puglia e dal Piemonte, dalle Marche. Di nuovo in armi.
Quegli altri, cioè i rossi, sono intanto spariti dal Transatlantico.
Massimo D’Alema, da una legislatura fuori dalla porta del Parlamento, manda le congratulazioni, che sono anche sincere perchè Mattarella è stato il suo vice al tempo del governo da lui diretto.
Veltroni non si sente e non si vede, di Fassino abbiamo detto, di Chiamparino abbiamo visto l’andatura storta, il passo laterale, il sorriso spento.
Stefano Fassina ha la postura del viandante e l’eloquio morigerato. Ha votato pure lui ed è contento. Basta così.
Cesare Damiano: “Il fatto è che nel nostro partito esistono tante individualità ”.
Il veltroniano Walter Verini: “Il fatto è che il Pci fa parte del Novecento, è storia conclusa. Mi è indifferente che Mattarella venga dalla Dc, per me è un antesignano del Pd. Purtroppo c’è chi non ha metabolizzato”.
“L’errore madornale è stato quando al tempo della svolta non abbiamo fatto subito una scelta di campo aderendo al partito socialista europeo. La nostra storia è finita lì”, spiega ai reduci interdetti Giorgio Napolitano, il comunista uscente.
Napolitano? “Proprio lui che da migliorista, lo ricordo bene perchè guidavo la segreteria di Enrico Berlinguer, non perdeva occasione di una stilettata, una specificazione, una precisazione, una distinzione”.
Dal salotto di casa, in piazza Farnese, Achille Occhetto scava nella memoria.
E sempre sono pietre. Irriducibili, incomponibili, eterni coltelli.
Meno male che è finita dicono i banconisti della buvette. Frittelle, tramezzini e arancini sono andati a ruba, restano in vita tre macedonie, due piatti di melone, e poi prugne e mele cotte.
La pietanza della terza età o del partito che fu.
Antonello Caporale
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 1st, 2015 Riccardo Fucile
LA SINISTRA “PORTA A CASA LA PELLE”, MA A CHE PREZZO?
Parlare di «vittoria della sinistra» per l’elezione di Mattarella è velleitario. 
Ma è anche vero che, con Mattarella, forse la sinistra italiana incassa il massimo che potesse incassare oggi: un democristiano di sinistra.
E, forse, rientra in una qualche agibilità politica, dopo esser stata spazzata via da Renzi nella vicenda della legge elettorale e delle riforme.
«La sinistra porta a casa la pelle», sorride Norma Rangeri poco prima di iniziare la riunione del Manifesto.
«Se non fosse stato per i sondaggi in calo, le divisioni interne al Pd, l’ira della minoranza, Renzi non avrebbe certo scelto Mattarella. Cioè un uomo con una cultura un po’ più vicina alla sinistra».
Naturalmente, ragioniamo con Rangeri, «lo spazio per un’ipotetica forza a sinistra di Renzi resta quello che era: non si riduce nè si accresce. Anzi, da un certo punto di vista le cose si complicano: anche la fiammata Cofferati, avvenuta dopo le primarie Pd con i brogli in Liguria, «è ora più difficile, e molto più improbabile un’uscita della minoranza Pd».
Non di meno, proprio nel giornale del grande Luigi Pintor, che scrisse il memorabile «Non moriremo democristiani» (28 giugno 1983, dopo la mediocre vittoria di misura della Dc di De Mita sul Pci), sanno – parole di Rangeri – che «spesso è meglio per la sinistra italiana un democristiano di sinistra che un comunista migliorista».
Non è necessario dare i nomi a questi due eloquenti profili.
Vedremo. Certo di Pintor si ricorda sempre il «non moriremo democristiani», e poco l’ultimo editoriale, «La sinistra italiana che conosciamo è morta» corrosa dalla voglia di governare costi-quel-che-costi.
La triste profezia del vincere-per-vincere. Meglio, riteneva Pintor, pensare il futuro tra movimenti, forze sociali, giovani.
Un soggetto nuovo, non una somma di uscite dai partiti.
È la tesi di Stefano Rodotà su Micromega: «Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, ex Rifondazione e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società . Nulla di nuovo può nascere portandosi dietro queste zavorre».
Con l’elezione di Mattarella, poco cambia.
Anzi, la prospettiva guadagna sulla carta un sicuro difensore della Costituzione. Già , la Costituzione.
Gustavo Zagrebelsky faceva notare che «questa è la prima elezione di un presidente della Repubblica gestita da un presidente del Consiglio. Nella Costituzione l’elezione è una vicenda indipendente, gestita dai gruppi parlamentari, cioè i partiti. Qui è diventata una vicenda interamente governativa».
Rilevantissima critica; da sinistra ci si aspetta che Mattarella sia molto meno lord protettore del governo, e molto più della Carta.
Anche qui, sarà il tempo a giudicare.
Luciana Castelina è contenta. Le parliamo alla fine di un seminario a Roma sulla sinistra dopo la vittoria di Tsipras, «siccome la sinistra è divisa – scherza la signora – c’è un seminario al giorno».
Castellina è certa che «Mattarella sia una persona affidabile, difende la Costituzione, è stato uno dei pochi dc a schierarsi contro la Mammì. Da questo punto di vista io parlerei anche di una vittoria della sinistra Pd. Renzi ha capito che stava tirando troppo la corda. Naturalmente Mattarella è un democristiano, ma sappiamo che il presidente dev’essere una figura di mediazione».
Paradossalmente, incassare un democristiano di sinistra sbollisce la rabbia della sinistra Pd, e allontana altre prospettive a sinistra?
«Non sono mai stata per il tanto peggio tanto meglio. Non credo che dobbiamo sperare che Renzi faccia il peggio. Certo io Renzi continuerò a combatterlo fino in fondo per le sue politiche».
Con chance, a breve, di rivedere una forza a Sinistra? Manca una personalità , anche; ma la signora la vede non come noi, «io non ho mai amato la politica delle personalità , preferisco la costruzione dei soggetti».
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Gennaio 27th, 2015 Riccardo Fucile
“RENZI SI SCHIANTERA’ SOTTO LA MOLE DELLE SUE PROMESSE E IL PD CHIUDERA’ I BATTENTI”
“Matteo Renzi è un decisionista della parola. Alle parole aggiunge parole. È un illusionista che utilizza il vocabolario come i finanzieri d’assalto fanno con i derivati. Anzi, ora che ci penso: egli stesso è un derivato.Scommette sulla scommessa. Ma tutte le bolle speculative esplodono, è scienza della politica non profezia da mago”.
Parole dure e dirette, firmate Achille Occhetto, ex segretario Pci, che – in un intervista al Fatto Quotidiano – a Renzi dà “il tempo di una legislatura. È stato bravo a interpretare un bisogno di uscire dall’afasia, dalla palude. È stato l’inventore talentuoso di una rivoluzione parolaia”.
Come presidente della Repubblica, prosegue Occhetto, “prevedo un avatar, un nome vuoto di storia e di pensiero ma formalmente ineccepibile. Un uomo o una donna che si affacciano sulla scena pubblica. Un prodotto tipico del solco nuovista”.
“Da noi – analizza Occhetto – la mediazione diviene dogma e si ritiene che si possa vincere soltanto se si guarda al centro, se si è d’accordo con i grandi poteri, se si è moderati. Noi abbiamo coltivato la convinzione che la sinistra potesse stare solo all’opposizione. Guardo alla Grecia e sono felice. Lì è nata la Cosa rossa, esattamente quella che proponevo in Italia”.
Il Pd, prevede quindi l’ex leader del Pci, “chiuderà i battenti quando questa leadership così personalistica si schianterà sotto la mole delle sue promesse”.
“Civati – osserva quindi Occhetto – ha talento. Forse è un pò troppo battutaro. Non capisco invece Cuperlo: è come se si perdesse nella nebbia. Giunge a un punto, poi non so che gli capita. Degli altri ho la sensazione che svolgano onestamente il loro lavoro. Ma non li vedo arsi di passione politica. Piuttosto dei bravi professionisti a progetto che alla fine emettono fattura”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 26th, 2015 Riccardo Fucile
CIVATI PROPONE AL PD DI VOTARE PRODI, MA BERSANI FRENA
“Stare dentro il gioco del Quirinale”. “Evitare di finire in un angolo”. “Condizionare la scelta di Renzi”.
In estrema sintesi: limitare i danni.
Sono ore complicate per la minoranza Pd. Le parole al miele di Renzi in mattinata alla doppia riunione con deputati e senatori non lasciano troppo spazio al contrattacco. Tocca aspettare, prendere tempo.
E tentare di arrivare alla fine di questa partita con due obiettivi centrati: un nuovo Capo dello Stato “potabile”, avendo evitato che un eventuale replay del 2013 possa ritorcersi contro la Ditta ex Ds.
Con l’accusa inaccettabile per chi viene dalla loro cultura politica: quella di aver giocato allo sfascio. Un’accusa che Bersani e i suoi non potrebbero mai accettare. Proprio lui, quel Bersani che nel 2011 trangugiò il commissariamento di Monti, accettando di non andare a delle elezioni che avrebbe certamente vinto.
Dunque si aspetta la mossa di Renzi. Quel nome di secco che il premier dovrà fare tra giovedì e sabato, ma molto probabilmente a ridosso della quarta votazione, la prima col quorum abbassato a 505.
Per Bersani le ferite del 2013 non sono rimarginate. E infatti, con un amico, la sua opinione la dice per intero: “Non possiamo passare da un Capo dello Stato che sceglie i premier a un premier che sceglie il Capo dello Stato”.
È questa la linea Maginot di Pier Luigi.
Condizionare il premier, ottenere un presidente che “unisca in primo luogo il Pd e che sia autonomo dal governo”.
La parola d’ordine che Bersani lancia nei numerosi conciliaboli con i parlamentari a lui più vicini è “non possiamo essere noi a dividere il Pd, dobbiamo cercare un’intesa”.
Un refrain a cui in queste ultime ore si è unito anche il ribelle Stefano Fassina, che pochi giorni fa aveva definito Renzi “il capo dei 101”. “Lo vedete che a giorni alterni anche Fassina la dice giusta…”, sorride l’ex leader Pd entrando in ascensore alla Camera e bastonando bonariamente il suo pupillo.
Il quale, a domanda sul repentino cambio di atteggiamento, risponde: “Da Renzi è arrivato un impegno a cercare una soluzione unitaria sul Quirinale, non ci si può sottrarre”.
Per ora, in attesa di vedere come vanno le consultazioni al Nazareno previste per martedì, la minoranza sembra attestarsi sulla linea del segretario.
E dunque votare scheda bianca alle prime tre votazioni. Tra i bersaniani sembra perdere quota l’idea di votare Prodi insieme a Sel, ai civatiani e a pezzi del M5s.
Davide Zoggia il canale coi grillini l’ha lasciato aperto, e ancor più di lui Civati e il capogruppo di Sel Arturo Scotto.
Ma tra i bersaniani è una partita che non scalda i cuori, un amaro replay che porta brutti ricordi. Dunque si tratta con Renzi. In pubblico e in privato.
Durante le riunioni col premier, i parlamentari della minoranza hanno chiesto a più voci per il Quirinale “un politico del Pd” (Cesare Damiano).
E ancora, parola di Fassina, “un garante del’autonomia del Parlamento”. “
Uno capace di dire anche dei no al governo”, sintetizza Andrea Giorgis, costituzionalista e tra i più attivi della minoranza sul dossier delle riforme costituzionali.
“In questi mesi”, spiega ad Huffpost, “abbiamo cercato di correggere le riforme trovando dei contrappesi ai nuovi poteri del premier, e infatti abbiamo alzato a tre quinti il quorum per eleggere il Capo dello Stato”.
“In un sistema ipermaggioritario come quello che deriva dall’Italicum, al Colle serve un garante, un punto di equilibrio del sistema”, chiude Giorgis. “Anche in questa tornata noi voteremo una figura del genere”.
A microfoni spenti, nella minoranza vengono bocciati nomi tecnici come quelli del ministro Padoan o del governatore Visco.
E anche di ministri politici in carica come Gentiloni o Delrio.
Le maggiori simpatie vanno verso figure come Giuliano Amato o Sergio Mattarella, “certamente autonomi”.
Mentre tra gli ex Ds Veltroni viene considerato assai più potabile di Fassino. Mentre Anna Finocchiaro resta sullo sfondo, “difficile votarle contro”, dice un deputato, anche se si sussurra che gli amici di D’Alema non le abbiamo perdonato la collaborazione con Renzi e Boschi sulle riforme.
Sul fronte prodiano sembra ormai solo Pippo Civati. Ma se la quarta votazione dovesse fallire, tutti i giochi si riaprirebbero.
Per quanto riguarda le prime tre, dunque giovedì e venerdì, tra i bersaniani c’è anche chi insiste per “fare qualcosa”, “mandare un segnale a Renzi”, votando dunque un candidato di bandiera.
Bersani, interpellato direttamente, non conferma e allarga le mani: “Su questo non vi dico niente”.
Negli stessi minuti Renzi è in Transatlantico, circondato dai cronisti.
Vi incontrerete? “Vi assicuro che io non so niente, nessuno mi ha cercato”, dice Bersani.
I suoi assicurano che prima di sabato l’incontro ci sarà .
Prima però bisogna far passare il voto finale del Senato sull’Italicum, previsto per martedì pomeriggio.
Il pallottoliere prevede che saranno 25 i senatori della minoranza a non partecipare al voto finale sulla legge elettorale tanto cara al premier.
Numeri che rendono determinante Forza Italia.
“Dopo il voto sul Colle, il governo deve sottoporsi a una verifica in Parlamento perchè sull’Italicum c’è una nuova maggioranza”, avverte Zoggia all’assemblea dei deputati, il più duro dei bersaniani.
“Ma non c’è nessuna nuova maggioranza”, si affanna a ripetere Luigi Zanda.
Sarà un altro passaggio stretto, e forse gravido di conseguenze. Civati insiste su Prodi e ha mandato una lettera ufficiale alla segreteria Pd per proporlo al Colle.
Anche Sel è della partita. I ribelli aspettano i Cinque stelle.
Martedì mattina il direttorio a 5 incontrerà a Milano Grillo e Casaleggio. Prodi è un nome che tenta pezzi della truppa grillina, ci sarebbero altri 10 dissidenti tra Camera e Senato pronti a uscire a ad unirsi ai 25 già espulsi o fuoriusciti.
“Noi intendiamo scrivere Prodi dalla prima votazione”, insiste il capogruppo di Sel Scotto. I bersaniani, però, almeno per ora, si chiamano fuori dal patto “anti-Nazareno”.
(da “Huffingtonpost”)
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