Gennaio 25th, 2015 Riccardo Fucile
E IL PD A GENOVA LE DETTA LE CONDIZIONI
Con fatica il Pd ligure sta cercando di superare le lacerazioni aperte dalle primarie vinte da Raffaella
Paita contro Sergio Cofferati ma il percorso sembra disseminato di piccoli ordigni: l’ultimo a esplodere è relativo all’assunzione nel 2007 di Paita da parte di un’azienda di archiviazione dati molto vicina al partito, come riportato da alcuni giornali.
L’11 giugno 2007, un giorno prima di essere nominata assessore nella giunta del neosindaco di La Spezia, Massimo Federici, Paita viene assunta come impiegata dalla Sti spa, non lavora nemmeno un giorno e non percepisce alcuno stipendio ma da quel momento i contributi (5.000 euro) vengono – come previsto per legge – versati dal Comune.
Paita dopo nove mesi si licenzierà .
Le assunzioni di comodo per avere una copertura previdenziale a spese della comunità non sono una novità fra i pubblici amministratori ma Paita respinge questo sospetto: «Non avevo neanche trent’anni, quando ho visto che l’incarico di assessore era l’inizio di una carriera politica duratura ho dato le dimissioni – spiega –. Il mio è un esempio di onestà e coerenza».
Tuttavia la notizia intorbida un clima non ancora sereno. Non solo alcuni circoli genovesi hanno chiesto l’annullamento delle primarie dopo le accertate irregolarità ma i civatiani sono usciti dalla segreteria del Pd a La Spezia e ieri non hanno partecipato alla direzione del partito a Genova.
Direzione che si è conclusa con un documento votato all’unanimità la cui sintesi è un appoggio unitario ma condizionato a Paita.
Tutto il Pd con lei, quindi, ma impegnandola su una serie di punti, primo fra tutti «nessuna alleanza con forze e/o esponenti politici di centrodestra» e «condivisione nelle direzioni provinciali dei criteri per la composizione di eventuali liste civiche in coalizione col Pd».
Tradotto: non vogliamo ex Pdl mascherati in liste civiche.
Paita incassa l’appoggio e risponde con un più sfumato «no a partiti che si richiamino nel nome e nei valori alla destra».
La direzione genovese ricorda alla candidata che a Genova non ha vinto (il 35% contro il 65% di Cofferati) e che si deve «recuperare un rapporto di fiducia con l’elettorato».
Alla fine, l’abbraccio del Pd (civatiani esclusi) con Paita c’è stato anche se non molto affettuoso.
Resta sempre più isolato Cofferati: ieri al suo nome il Guardasigilli Andrea Orlando, che lo aveva sostenuto, ha letteralmente voltato le spalle.
Erika Dellacasa
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 24th, 2015 Riccardo Fucile
PAITA IN CORSA PER LA LIGURIA, DA ASSESSORE SI FECE ASSUMERE SENZA MAI PRESENTARSI… PAGAVA IL COMUNE. LEI: “SOLO POCHI MESI”
Un contratto di lavoro in una società dove i vertici assicurano di “non averla mai vista in ufficio”.
Dove gli amministratori sedevano anche in società in affari con partecipate del Comune di cui lei era assessore.
Dove si ritrovano tanti pezzi grossi del centrosinistra.
Dopo le primarie taroccate, Raffaella Paita, candidata Pd alle Regionali liguri, si trova di fronte un’altra polemica.
Una storia di contratti di lavoro, e contributi per la pensione pagati dagli enti pubblici. Tutto comincia nel maggio 2007 quando Paita diventa assessore al Comune di La Spezia nella giunta dell’attuale sindaco, Massimo Federici (suo sponsor).
Al Comune, che deve pagare i contributi per la pensione, Paita dichiara di essere dipendente della società Sti spa. Vero.
Ma Andrea Pesce, allora amministratore della Sti (promettente società poi finita in bancarotta), racconta: “So che Paita era stata assunta, ma non l’ho mai vista al lavoro”.
Non solo: negli ambienti della Sti c’è chi fa notare che la società “si occupava di archiviazione dati, un ambito apparentemente estraneo dalle competenze di Paita” (giornalista pubblicista).
Non solo: Antonio Desiata (altro amministratore di Sti, mai indagato) sedeva anche in società in affari con partecipate del Comune della Spezia di cui Paita era assessore. La candidata Pd ai cronisti racconta: “È vero, fui assunta, ma in effetti non andai mai a lavorare. Volevo avere una copertura contributiva perchè non sapevo quanto sarebbe durato il mio incarico. Ma dopo pochi mesi, appena ho visto che era destinato a prolungarsi, mi sono dimessa rinunciando ai contributi e dimostrando correttezza. Credo sia un esempio. Secondo me in Regione non c’è un consigliere che non abbia i contributi”.
Un trattamento di favore, la segnalazione di qualche potente locale? “Affrontai un regolare colloquio”.
Una cosa è certa: “Paita — racconta uno dei massimi dirigenti del centrosinistra spezzino che non vuole essere citato — fino al 2002 era stata capogruppo Pds in Comune. Poi, non volendo candidarsi alle elezioni insieme con il suo compagno (quel Luigi Merlo poi vice-sindaco di La Spezia, quindi assessore di Claudio Burlando in Regione e oggi presidente del Porto di Genova), divenne capo di gabinetto dell’allora sindaco”.
Quindi non risultava assunta dal Comune.
Nel 2007, con l’arrivo del sindaco Federici ecco il grande salto nella politica. Diventa assessore. Ma, come tanti politici di professione, si presenta forse il problema di avere un contratto di lavoro che, durante il mandato politico, le consenta il versamento dei contributi per la pensione. Niente di illegale, fino a prova contraria.
Paita risulta all’epoca dipendente di Sti spa. Non una società come tante. Sti era una società “rampante”, pronta al grande salto sulla scena nazionale. Vantava clienti di primo piano, come la Carige poi toccata dagli scandali.
I soci avevano molte partite aperte a La Spezia.
Anche l’acquisto dello Spezia Calcio, poi finito in mano di amici dell’allora onorevole Luigi Grillo (arrestato nel 2014).
A scorrere l’elenco delle persone vicine a Sti e alle sue collegate si ritrova il mondo del potere ligure di questi anni.
Hanno occupato cariche in Sti tra gli altri: Gianfranco Tiezzi, assessore al Commercio del Comune di Genova all’epoca di Marta Vincenzi; Paolo Momigliano, manager vicino al centrosinistra che oggi ritroviamo alla presidenza della fondazione Carige; ancora il commercialista Federico Galantini (che già sedeva nella banca Carispe), vicino a Federici e all’assessore regionale alle Attività Produttive, il burlandiano-paitiano Renzo Guccinelli.
Ma ad attirare l’attenzione sono anche le assunzioni e le sponsorizzazioni della Sti e delle società ad essa legate, sempre molto attente al mondo politico.
Andrea Pesce — manager acclamato da tutti, spremuto e poi abbandonato al suo destino appena si profilarono i guai — nell’inchiesta sulla bancarotta raccontò di collegamenti con l’Idv ligure (anch’esso travolto da scandali e arresti) e di finanziamenti da parte di un’altra sua società alle campagne elettorali come quella dell’attuale assessore del comune di Savona, Elisa Di Padova.
“Non so se mi abbia finanziato”, disse all’epoca Di Padova.
Emerse anche l’assunzione della figlia di Nicolò Scialfa (ex vicepresidente Idv della Giunta Burlando, collega di Raffaella Paita, arrestato nell’inchiesta sulle spese pazze in Regione).
Ancora: si ricordano le sponsorizzazioni alla squadra di pallavolo Igo Volley (che aveva tra i suoi sponsor anche il gruppo Carige e imprenditori legati al centrosinistra). Il presidente onorario era Roberto Fucigna, ex responsabile dell’ufficio gip del Tribunale di Genova.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
IL PREMIER TEME L’INCENDIO SUL QUIRINALE
“All’indicazione del candidato al Colle voglio arrivare col Pd unito. Il nome lo voglio e lo devo concordare con la minoranza. Il mio atteggiamento, anche dopo quello che è successo sull’Italicum è di massima apertura”.
L’obiettivo di Matteo Renzi adesso è ricucire a sinistra.
Provare a recuperare se non tutta la minoranza, almeno il grosso del corpaccione bersaniano. Per questo, nel corso della segreteria del partito al Nazareno allargata alla delegazione che incontrerà gli altri partiti, fa capire che il giro di incontri inizia col Pd e finisce col Pd.
Da quando si riuniranno i gruppi alla Camera lunedì a quando, giovedì, dall’assemblea dei grandi elettori uscirà “il nome”.
In mezzo gli incontri con gli altri partiti nei quali Renzi sarà presente a capo della delegazione, di cui fanno parte i vicesegretari Guerini e Serracchiani, i capigruppo Speranza e Zanda e il presidente del Pd Matteo Orfini: “Vedremo tutti, anche i grillini”.
Ma c’è soprattutto un “faccia a faccia” a cui lavorerà il premier-segretario questo week end, il primo totalmente dedicato a “mettere la testa sul Quirinale”, come dicono i suoi: quello con Pier Luigi Bersani.
È l’ex segretario lo snodo della partita.
Perchè la verità è che Renzi è rimasto impressionato dall’entità della “fronda”.
I suoi per giorni gli avevano assicurato che “sarebbe rientrata” e che sarebbero rimasti quattro gatti. Anzi, “dieci” secondo le previsioni del Nazareno.
Invece al Senato la falla si è aperta davvero. Prima i 29 senatori che hanno votato contro i capilista bloccati. Poi la riunione dei 140, con Bersani.
Infine giovedì al Senato è stato bocciato l’emendamento Finocchiaro sulla legge elettorale, mossa letta come un segnale “politico”: “Quell’emendamento — dice un renziano di ferro — nel merito la minoranza lo condivideva, lo ha bocciato per mandare un segnale sulla candidatura Finocchiaro al Colle”.
Eccolo il rischio che adesso preoccupa Renzi: che di fiammata in fiammata si determini sul Quirinale l’incendio, “una situazione come quella dell’altra volta”.
È un bivio quello che gli si apre davanti alla vigilia dell’ultima settimana prima delle apertura delle urne presidenziali: “O ci ignora — dice un alto in grado della minoranza – e punta su accordo con Berlusconi alla quarta votazione, schema Italicum, ma poi certifica la rottura in modo insanabile. Oppure cambia schema proponendo un nome potabile per noi, ma a quel punto lo sa solo lui che succede con Berlusconi e Verdini”.
Al momento, al netto dello spin che trapela dal Nazareno, pare che Renzi voglia davvero recuperare il grosso del corpaccione bersaniano.
E seguire quello che i suoi chiamano “modello jobs act”, quando aprì a Speranza per isolare Fassina, D’Attorre e Cuperlo.
Per ora il faccia a faccia con Bersani non è in agenda perchè l’aria, tra i due, è pessima.
Pare che con l’ex segretario ci sia stato più di un incontro nelle scorse settimane e comunque più di un contatto, ma che le distanze sono rimaste immutate.
Ora il recupero dei bersaniani passa dall’uso della ragione ma anche della forza.
La ragione porta a mandare segnali distensivi a Bersani. La forza a far capire che il voto sul Quirinale è un voto pesante, che avrà conseguenze sul futuro.
In parecchi, dentro il Pd, temono che la famosa “lista” di Lotti, lasciata trapelare sui giornali, non è solo la lista dei “sicuri”, “degli incerti” e dei “contrari” sul Quirinale ma anche un avvertimento implicito su chi saranno i “sicuri”, gli “incerti” e i “non candidabili” nelle prossime liste elettorali. Vero o falso che sia, il sospetto è indicativo del clima.
Ed è proprio nell’opera del “recupero” con le buone o con le cattive che a palazzo Chigi era partito il conteggio su Anna Finocchiaro, perchè gradita a Berlusconi e sulla carta apprezzata dalla minoranza.
Sulla carta, perchè poi — giovedì — al Senato è arrivato il “segnale” ostile sul suo emendamento. Sia come sia lo schema che prende forma nella testa di Renzi è proporre uno del Pd, proprio per evitare l’incendio.
Perde invece assai quota la candidatura di Amato: i sondaggi, cui il premier è molto sensibile, segnalano che è la scelta più impopolare e che sarebbe vissuta come la rottamazione della rottamazione.
Tra i nomi su cui Matteo ha chiesto di fare delle verifiche in giro c’è quello del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che vanta anche ottimi rapporti con Confalonieri sin da quando ricoprì l’incarico di ministro delle Comunicazioni del governo Prodi. Chissà .
Ad Arcore, lo schema è diverso: “Dopo il sacrificio fatto, Berlusconi tiene il punto su Amato. Quindi se ci viene proposto uno di sinistra alla prima, noi non ci stiamo. Se la situazione si incarta sui nomi di garanzia e si passa ai profili politici allora si cambia rosa e ci si confronta sulla nuova”.
E tra i profili politici ad Arcore si è molto parlato di Walter Veltroni, stimato anche lui da Letta e Confalonieri.
Quello che risulta agli ambasciatori del Cavaliere è che il problema sugli ex segretari del Pd ce l’ha Renzi.
Mentre sui componenti del governo il problema ce l’ha Berlusconi.
A meno che il premier non voglia spalancargli le porte dell’esecutivo.
Eventualità che, al momento, non esiste.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
LA LISTA NERA PUBBLICATA DAL “FOGLIO”
“Io sono in segreteria. E riformista poi…”. Alessia Rotta, responsabile Comunicazione del Pd, a pieno titolo renzianissima, nella “Lista del Nazareno”, viene classificata come “area riformista, rischio”.
In Parlamento non si parla d’altro. Ma di cosa si tratta?
Il Foglio ieri pubblica un elenco di tutti i parlamentari democratici, schedati per corrente, ma soprattutto etichettati con un “ok”, un “no”, un “a rischio”.
Rispetto a cosa? Al voto per il candidato al Quirinale che verrà .
“Una lista che gira a Palazzo Chigi”, la presenta il quotidiano, che a Matteo Renzi e ai suoi fedelissimi è molto vicino.
Basti pensare che durante i mondiali Luca Lotti ci teneva una rubrica di calcio.
“È il pallottoliere di Lotti”, “è un pizzino”, “è piena di errori”, i commenti che ieri andavano per la maggiore.Ma soprattutto: “Gliel’hanno data”.
Ecco, chi? E perchè? Tutti gli indizi portano proprio al Sottosegretario, amico fraterno del presidente del Consiglio, che da settimane ormai conta e controlla.
E allora, sì: è una via di mezzo tra lista di proscrizione, “avvertimenti” e depistaggi. Ci sono alcuni “riconoscimenti”: Anna Ascani, per dire, è definita “lettiana”, ma “ok”. Ormai in realtà è decisamente renziana. O Francesco Russo, “renzian-lettiano ok”: in Senato ha lavorato per l’approvazione delle riforme.
Poi c’è Pier Luigi Bersani “a rischio”. Da notare “a rischio” pure la Finocchiaro: come dire, tutto è possibile se la sua candidatura decade.
“Io indipendente? Ma se sono bersaniano”, si schernisce un altro “a rischio”, come Andrea Giorgis.
“Antonio Misiani non è area riformista è un giovane turco”, corregge qualcuno.
E Lorenzo Guerini: “È tutto sbagliato. Mauro Guerra, area riformista, a rischio? Ma se vive con me. E Andrea Rigoni, area dem? È un gueriniano…”.
Fatto sta che ieri i parlamentari hanno passato la giornata a leggere, commentare, mandare rettifiche e correzioni al Foglio.
Chi si è trovato incasellato tra “i nemici” lavorando da “amico” si sente attenzionato, minacciato, messo sul chi va là .
Un passo falso sul Colle o su altro, ed ecco che il malcapitato esce dai giochi.
D’altra parte, Renzi non perdona.
La lista di proscrizione fa il paio con le accuse dirette di ieri.
Ecco Stefano Fassina: “Non è un segreto” che Renzi abbia guidato i 101 che bocciarono Romano Prodi.
“A differenza di quelli che oggi chiedono disciplina e due anni fa hanno capeggiato i 101, noi siamo persone serie”. Lo riprende Guerini: “Una sciocchezza incredibile”. Pronto arriva il distinguo di Bersani, che pure nei mesi qualche accusa, seppur velata, magari per interposta persona l’ha lanciata: “È la sua opinione”, così commenta l’affermazione di Fassina.
“L’ho già detto, allora c’era chi non voleva Prodi, chi non voleva Bersani. Si sono saldati. Ora andiamo avanti, l’importante è che quella cosa non la facciamo più”. “Bersani ha detto una cosa giustissima”, commenta un renzianissimo.
Corteggiamenti. Tira una brutta aria tra i dem: anche ieri alla Camera e al Senato in 35 (da Bindi a Bersani e Cuperlo) non votano l’articolo 2 della riforma costituzionale, mentre continua la battaglia della minoranza contro l’Italicum al Senato, in particolare contro l’emendamento Finocchiaro.
Ma la strategia che sta cercando di mettere in campo il segretario-premier è chiarissima: “Ma no che non è tutto deciso con Berlusconi. Matteo coinvolgerà Bersani. E tutto andrà per il meglio”, dicono i suoi.
Più che convinzioni, sembrano depistaggi. Anche se dal canto loro, Alfano e Berlusconi dubitano della parola di Matteo.
È il giorno della fuffa, perchè, con il riavvicinamento di Ncd e Forza Italia, le larghe intese sono già nei fatti, con tanto di ministri del centrodestra.
E il partito della nazione è un processo inarrestabile, che Renzi ha già teorizzato.
Però, c’è un però. Il premier non può far passare il fatto che Amato sia un candidato imposto da Berlusconi.
Ecco “salire” la Finocchiaro: offerta ai bersaniani, che non potrebbero non votarla, contro il volere dello stesso Bersani.
Ed ecco far girare ad arte il nome di Delrio: un modo per coprire l’asse del Nazareno (o per chiarire a B. che Matteo si tiene le mani libere).
Ieri Renzi ha riunito al Pd il coordinamento per l’elezione al Colle: i vicesegretari Guerini e Serracchiani, il Presidente Orfini, i capigruppo Zanda e Speranza. Carte coperte, da parte di tutti. Si è parlato di metodo, che prevede segreteria oggi, assemblea dei gruppi di Camera e Senato lunedì e incontri con gli altri partiti.
Renzi sa che provare a far passare un candidato al primo colpo è molto pericoloso.
Ma che lo è anche farlo al quarto: le fronde potrebbero coalizzarsi su un nome, che poi diventerebbe vero.
Si ipotizza di andare per i primi scrutini su un candidato di bandiera.
E poi? Le soluzioni che ha in mente il premier sono 5 o 6. Lui lavora sulle soluzioni “win-win”. E dunque, si sta preparando a più schemi di gioco.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
“NOI SIAMO AVVERSARI LEALI, NON COME QUELLI CHE AGISCONO ALLE SPALLE”
A meno di dieci giorni dall’elezione del nuovo capo dello Stato sale la tensione nel Pd. Ci si deve
aspettare una riedizione del 2013?
“A differenza di quelli che oggi chiedono disciplina e due anni fa hanno capeggiato i 101, noi siamo persone serie. Nessuno deve temere da noi i franchi tiratori”, risponde Stefano Fassina a Montecitorio.
E a chi gli chiede se Matteo Renzi ha capeggiato i 101, Fassina risponde: “Non è un segreto”. “.
“Il patto stretto che Renzi ha fatto da tempo con Berlusconi – continua Fassina ai microfoni di Radio Città Futura -, ignorando i contributi che arrivano dalla minoranza del Pd, si è trasformato nel partito unico del Nazareno, Renzi ha scambiato con Berlusconi la possibilità di avere i nominati, con il premio alla lista”.
Purtroppo, aggiunge il deputato del Pd, “Berlusconi agisce come imprenditore e non come leader politico, altrimenti non avrebbe accettato il premio alla lista che penalizza il centrodestra che così non vincerà più, dovendosi dividere tra Lega e Forza Italia. Gli unici che pagano questo patto sono i cittadini, che si vedono ancora una volta sottratta la possibilità di scegliere chi li rappresenta e lo paga la nostra Costituzione, con un Parlamento molto meno autonomo”.
Fassina poi annuncia che non tutti nel Pd voteranno la riforma della legge elettorale: “Credo che ci saranno dei comportamenti differenti sull’Italicum al Senato: una parte del Pd non voterà la legge elettorale”.
“Sono consapevole – spiega – della gravità politica dello scenario, ma temo che sbaglieremmo a non prendere atto della realtà dei fatti, ovvero del partito del Nazareno. Comunque rimaniamo impegnati a condividere con tutto il Pd il criterio fondamentale per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, cioè l’autonomia dall’esecutivo e la capacità di garantire l’autonomia del Parlamento”.
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Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
LA DEPUTATA ELISA SIMONI SI METTE IN PROPRIO E CREA UNA NUOVA CORRENTE NE PD, SI CHIAMERA’ “CARTA 22 APRILE”
La famiglia Renzi sforna un altro leader. Si tratta di Elisa Simoni, deputata del Partito democratico, che si appresta a guidare una nuova corrente all’interno dello stesso Pd: “Carta 22 aprile”.
Parente del premier Matteo Renzi, i loro nonni sono cugini, la Simoni alle primarie del centrosinistra nel 2012 sostenne Pier Luigi Bersani e a quelle del Pd nel 2013 appoggiò invece Gianni Cuperlo.
Da qualche settimana, la Simoni sta organizzando una corrente interna al Pd, che riunirà deputati di varie aree: si metteranno insieme ex franceschiniani, ex lettiani, ex fioroniani, qualche ex cuperliano ed ex Sinistra ecologia libertà (Sel).
Nei corridoi di Montecitorio e in quelli della sede del Nazareno, si danno tra gli altri come sicuri aderenti della nuova compagine i parlamentari Enrico Borghi, Francesco Sanna, Mino Taricco, Francesco Saverio Garofani, Roberto Ruta, Gian Pietro Dal Moro, Fabio Lavagno e Sergio Boccadutri.
La corrente è già fatta, insomma, e a testimoniarlo c’è anche un neonato gruppo su whatsapp.
Il sigillo però lo stanno mettendo alcuni incontri, l’ultimo in un ristorante del centro di Roma a pochi passi dalla Camera.
L’obiettivo della Simoni e degli altri parlamentari promotori, confidano alcuni di loro, è quello di dare vita a un’area centrale nel partito, naturalmente distante dalle posizioni del caro cugino, più riformista rispetto alle posizioni del segretario, ma anche più moderata in confronto alla minoranza del partito.
E, magari, contare di più nella prossima elezione del nuovo presidente della Repubblica
Mario Marconi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI SALERNO CONDANNATO, QUINDI SI CANDIDA ALLE PRIMARIE DEL PD
Politicamente poco importa che il reato sia stato derubricato da peculato ad abuso d’ufficio e che i tre
anni di reclusione chiesti dal pm Roberto Penna siano scesi a uno. Dalle 19:30 di ieri sera il sindaco-sceriffo di Salerno Vincenzo De Luca ha assunto il fastidioso status di condannato.
Un problema serio per chi ambisce a fare il governatore della Campania attraverso le primarie del Pd rinviate due volte, slittate al 1 febbraio e ora più che mai a rischio, tra le pressioni dei renziani doc che vorrebbero cancellarle e invocano un nome di superamento che scongiuri il ripetersi del caso Liguria, e il malcelato imbarazzo di chi teme che le vinca, per l’appunto, un condannato.
“Io non ho nessuna intenzione di mollare, da oggi comincia una grande battaglia di civiltà ” commenta De Luca a caldo
Ma nei giorni scorsi, in un forum al Corriere del Mezzogiorno, aveva dichiarato “di essere pronto a fare un passo indietro in caso di condanna”.
La sentenza della seconda sezione penale del Tribunale di Salerno arriva al termine di un processo che vedeva De Luca imputato per la nomina a project manager, e relativa retribuzione, del suo capo staff Alberto Di Lorenzo, nell’ambito della realizzazione di un termovalorizzatore a Cupa Siglia.
De Luca era commissario straordinario dell’opera, mai realizzata, su delega del governo Prodi.
Prima che le competenze gli venissero sottratte da una legge del governo Berlusconi.
“Mi auguro che questa vicenda sia assunta sul piano nazionale, in primo luogo dal Pd, come l’occasione per una grande battaglia a difesa delle persone perbene e degli amministratori che dedicano una vita al bene pubblico, ma sono costretti a vivere un calvario” dice De Luca rivendicando la correttezza del proprio operato.
“Mi auguro che l’Anci decida di esistere a tutela della dignità di amministratori che, pur non rubando, non disamministrando e mantenendo un rigore spartano, sono carne da macello nell’indifferenza generale. In queste condizioni, ben presto non ci sarà più nessuna persona perbene disponibile ad assumere responsabilità pubbliche, ma avremo soltanto o delinquenti o ignavi”.
La procura trasmetterà il dispositivo di condanna alla Prefettura di Salerno, che metterà in moto le procedure della legge Severino.
Ma col precedente di Luigi de Magistris, una eventuale sospensione dalla carica di sindaco potrebbe anche in questo caso essere ‘congelata’ dal Tar. Si vedrà .
Comunque poche ore prima della sentenza De Luca ha adottato una ‘exit strategy’, cambiando al volo il vice sindaco, nominando il suo capo staff Enzo Napoli.
Perchè un’altra bomba a orologeria ticchetta sotto la poltrona di De Luca.
Da oggi la Corte di appello civile potrebbe esprimersi sulla decadenza da sindaco, per aver ricoperto questo ruolo incompatibilmente all’incarico di vice ministro ai Trasporti durante il governo Letta.
Il Tribunale lo ha già dichiarato decaduto, ma solo una pronuncia di secondo grado diventerebbe esecutiva.
È l’ultimo chilometro dell’azione legale promossa dai parlamentari salernitani del M5S. Ieri sera il capogruppo grillino al Senato Andrea Cioffi ha invocato le dimissioni immediate di De Luca: “Vada a casa, liberi Salerno e chieda scusa ai cittadini, la sentenza conferma che per venti anni la città è stata gestita come una proprietà privata nell’esclusivo interesse di pochi e conferma l’inadeguatezza del Pd ad affrontare situazioni scomode”
Per De Luca non è la prima condanna.
Ne ebbe una per reati ambientali, per la cattiva gestione di un sito di stoccaggio provvisorio dei rifiuti durante l’emergenza del 2001.
Fu prescritta in appello nonostante la sua promessa a rinunciare alla prescrizione, la condizione chiesta da Antonio Di Pietro per l’appoggio di Idv alla candidatura a governatore del 2010.
L’ex pm di Mani Pulite si infuriò e ruppe con De Luca.
Che a onor del vero ha poi rinunciato alla prescrizione in un successivo processo, più delicato, per la variante urbanistica funzionale alla riconversione delle Mcm.
Ed è stato assolto nel merito.
Ora una nuova condanna. E un altro processo appena iniziato, per il Crescent.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
ANNA CORRE PER IL QUIRINALE, IL MARITO VA ALLA SBARRA A CATANIA PER TRUFFA
Quella mattina del 15 novembre 2010 Anna Finocchiaro, oggi tra i candidati papabili per il Quirinale, rimase spiazzata: presente alla inaugurazione del presidio sanitario di Giarre, in provincia di Catania, insieme all’ex ministro della Salute Livia Turco, fu contestata da un gruppo cittadini infuriati per la chiusura dell’ospedale principale.
A venirle in soccorso contro i contestatori fu il marito Melchiorre Fidelbo, di professione ginecologo, anche lui presente all’inaugurazione, non come consorte accompagnatore ma in quanto vincitore di un appalto senza gara per l’informatizzazione di quel presidio, affidato alla Solsamb Srl, di cui il marito della Finocchiaro era amministratore delegato.
Per quell’appalto di oltre un milione di euro, poi revocato dalla Regione, adesso Fidelbo è imputato davanti al Tribunale di Catania per truffa aggravata insieme all’allora direttore amministrativo della azienda sanitaria etnea Giuseppe Calaciura e all’ex direttore generale Antonio Scavone, attuale senatore del gruppo Gal (Autonomie e libertà ).
La tesi della Procura è che la convenzione stipulata tra la azienda sanitaria etnea e la società di Fidelbo sia stata redatta “senza previo espletamento di una procedura ad evidenza pubblica e comunque in violazione del divieto di affidare incarichi di consulenza esterna”.
Come richiesto dalle leggi regionali. Il provvedimento avrebbe procurato, secondo l’accusa, un ingiusto vantaggio patrimoniale alla società di Fidelbo, con una prima anticipazione di 175 mila euro.
Il processo avanza molto lentamente da quasi due anni (finora sono stati sentiti i testimoni dell’accusa), tra un rinvio e l’altro, il primo per mancata notifica e l’ultimo per assenza dei testimoni a difesa, mentre corre veloce il rischio prescrizione e il prossimo 3 febbraio saranno sentiti gli imputati.
Perchè quell’appalto fu affidato proprio alla Solsamb Srl?
È l’arcano che dovrà cercare di chiarire il processo che si sta svolgendo davanti al tribunale etneo.
E soprattutto se altre società furono messe in condizione di poter presentare progetti dello stesso tipo.
Peraltro del dottor Fidelbo erano note le competenze in materia medica, ma lui tenne subito a rivendicare anche i suoi meriti nel campo del software: “Quel progetto era mio, non aveva senso una gara pubblica, se l’avessero fatta sarei stato io a rivolgermi alla magistratura per tutelarmi”, si è sempre difeso Fidelbo.
L’assessore regionale alla sanità del tempo Massimo Russo si disse all’oscuro di tutto e raggiunto dal Fatto Quotidiano commentò così: “In questa vicenda voglio vederci chiaro: non capisco come mai non ci sia stata gara e come mai l’assessorato abbia autorizzato la pratica in tempo record. Chiederò lumi e manderò gli ispettori. Ma escludo si possa trattare di una questione di familismo”.
Gli ispettori regionali conclusero che la procedura era illegittima.
L’appalto — secondo il parere degli ispettori stato affidato in violazione dei principi di libera concorrenza, parità di trattamento, trasparenza e pubblicità ”.
Ricevuta la relazione ispettiva, l’assessore revocò l’appalto.
Era quella una fase politica regionale molto incandescente, per via delle polemiche sulle indagini per mafia a carico del governatore Lombardo poi condannato dal Tribunale di Catania e molti rinfacciarono alla Finocchiaro e a parte del Pd l’appoggio a quel governo. “Vogliono far pagare a mia moglie l’appoggio al governo Lombardo”, disse allora Fidelbo a proposito della risonanza che ebbe sui media la vicenda di quell’appalto.
Giuseppe Giustolisi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
TUTTI PRONI AL NUOVO POTERE NELLA SPERANZA DI TROVARE UNA POLTRONA LIBERA…E I VOLTAGABBANA SONO TANTI
Il patibolo è in fondo al salone, dietro quella porta di castagno che conduce al seggio di velluto. 
Entrano per pigiare con l’indice il pulsante della resa.
Si vota in aula la sottomissione a Renzi e Berlusconi, più al secondo che al primo.
B. è il segno di un potere intramontabile ed effettivamente invincibile. Mario Mauro aveva lasciato Forza Italia pensando che fosse fallita. Era riuscito persino a essere ministro della Difesa di Enrico Letta. Ora è pronto a rimediare: “In fondo in quell’area stavo e lì resto”.
Josefa Idem ha capito che la politica è uno sport pericoloso. Aveva annunciato il no a Renzi e la sua adesione alla linea di Miguel Gotor, conducator perdente, ma poi, albeggiando il nuovo giorno, ha scelto di dire di sì al capo.
Abbiamo paura e abbiamo famiglia.
Domani il Senato non ci sarà più e l’Italicum consegna al capo il potere assoluto di nomina.
La fedeltà diviene virtù dell’intelletto. “Io sono uno pratico, e in Parlamento servirà sempre uno pratico”, garantisce Maurizio Gasparri.
E servirà anche il pragmatismo di Laura Puppato. Sua la giravolta in limine mortis. Scurdammuce o’ passato. La smemoratezza, persi gli argini di prudenza, tracima perfino in baldanza.
Il senatore Stefano Esposito sarà noto per aver legato mani e piedi ai suoi compagni di cella prima di scappare nelle braccia di Renzi, il carceriere buono.
Come quel reporter occidentale che ha concesso ai suoi sequestratori il volto e la voce per illustrare le meraviglie dello Stato islamico, così Esposito, da Torino, dopo aver combattuto a fianco di Cuperlo la battaglia congressuale contro Matteo Renzi, ha firmato l’emendamento che condanna a morte i suoi fratelli.
“Ho fatto tutto da me”, assicura dopo aver definito “parassiti” i suoi ex amici.
Corsini: “Ci sono elementi di psicopatologia”
Non c’è memoria, nemmeno ricordo, neanche un filo di imbarazzo.
Luigi Zanda nella scorsa legislatura era un fervente antiberlusconiano. Cambiano i tempi e — miracolo! — da feldmaresciallo renziano è pronto ad accogliere il nemico nella sua casa: “Ho la coscienza a posto e non ho nulla di cui pentirmi. Poi con i colleghi di Forza Italia ho sempre conservato un buon rapporto e ritengo che la legge elettorale sia materia da larghe intese”.
Questo palazzo scomparirà tra meno di tre anni. E i 315 senatori dovranno trovar casa nell’unica aula disponibile: la Camera.
“Ci sono elementi di psicopatologia della politica, ambizioni nascoste, timori legittimi. Ma ci sono anche ricatti, ritorsioni, avvertimenti crudeli”, dice il senatore Paolo Corsini nella veste di profeta di sventura.
“Finisce il bipolarismo e il bipartitismo.
Quelli che difesoro l’ex Cav. adesso non sanno che fare.
Questa legge trasformerà il Pd in un grande listone centrale condannato al governo perpetuo e ai suoi margini una destra di impronta lepenista, un movimento vociante come quello di Grillo e una sinistra estrema e irrilevante”.
Una nuova balena al centro, che acchiappa tutti, da Renzi a Berlusconi.
Eppure il corpo di B., il suo doppiopetto Caraceni, la corte di reggitori che scandivano l’andatura, erano stati espulsi da questo Palazzo nel novembre del 2013. Cacciati per indegnità .
Oggi il suo sorriso beffardo è stampato sulla bocca di Denis Verdini, il cui prestigio aumenta con il lievitare delle rogne giudiziarie (dalla bancarotta al concorso in corruzione, alla truffa).
D’Anna: “A forza di fare inchini si vede il culo”
Verdini è condotto alla buvette, per una rassegna dei sottoposti che aspettano di omaggiarlo, da Ugo Sposetti, ex ragazzo di Botteghe oscure, e da tesoriere teorico inflessibile del potere supremo dei soldi. Conta chi ha la borsa. Il resto è noia.
La destra e la sinistra, ammesso che siano mai esistite, sono morte oggi, insieme a questo Senato destinato tra tre anni a ritrovo infrasettimanale dei consiglieri regionali, frattaglie di potere collaterale, affluente ma non essenziale.
Con l’Italicum chi vince prende tutto, e Renzi può star tranquillo. E chi perde? Anche lui tranquillo.
Roberto Formigoni sa che all’Ncd, partito di latta, toccheranno, se i sondaggi resteranno quelli di oggi, circa 18 deputati. Saranno tutti nominati. E lui ci sarà .
“È una buona legge”, spiega. Non dubitiamo.
A chi interessano le motivazioni con cui la Consulta ha bocciato la vecchia legge elettorale? Scurdammoce ‘o passato e brindiamo. “Finisce un anno e inizia l’altro. Come a scuola”, sorride il lucano Guido Viceconte.
“A forza di fare inchini si vede il culo”, urla in aula Vincenzo D’Anna, un senatore oramai trapassato. Scurrile ma efficace. “Non credevo che si arrivasse a tanto”, dice Paola De Pin, che ha patito l’espulsione dal Movimento di Grillo, e non le resta che rassettare la scrivania, spegnere la luce e fare ciao ciao con la manina a Roma.
Antonello Caporale
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »