Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
LA DISSIDENTE PD DORIS LO MORO, MAGISTRATO IN ASPETTATIVA: “HO UN’ALTRA IDEA DI DEMOCRAZIA”
Doris Lo Moro ex magistrato, giusto?
«Magistrato in aspettativa. Se la legislatura finisce in anticipo torno a fare il mio lavoro».
Renzi vuole votare?
«Al mio segretario ho dato atto di avere una grande intelligenza. Mi piace una democrazia decisionista, capace di mantenere il ritmo».
Perchè allora ha votato contro la legge elettorale?
«Ho sostenuto la battaglia di Gotor ritenendo che avesse un senso. Ho i piedi per terra e sapevo che il rischio di uscirne sconfitti era concreto».
Che batosta…
«Un po’ di stress c’è. Ho vissuto la marginalità a viso aperto, questa sconfitta merita rispetto. Renzi sa usare gli strumenti del potere meglio di tutti i suoi avversari politici».
È vero che il premier in assemblea l’ha blandita?
«No, è stato sincero. E lo dice una che non è mai stata renziana perchè ha un’altra idea della democrazia. Io sono determinata nella battaglia, ma non spregiudicata nelle soluzioni».
Ha subito pressioni?
«È una cosa veramente brutta. Mi ha stressato la sensazione che si volesse ridurre oltre il lecito il livello di dissenso. Mettere la museruola ai parlamentari è sgradevole».
L’emendamento Esposito?
«Trovo sgradevole che molti miei colleghi abbiano ceduto a un presunto emendamento contro le regole e scritto malissimo, come un bignami degli articoli successivi».
Giudizio politico?
«Un peccato originale. Cercare i voti fuori dalla maggioranza è un elemento di spregiudicatezza che non giova alla autorevolezza di Renzi. Diceva di essere per le preferenze e che i nominati erano il prezzo da pagare a Forza Italia…».
Non è una nominata, lei?
«Sì e mi sarebbe piaciuto venire eletta dai cittadini. Ma non mi ricandido».
Pentita di aver lasciato l’incarico di capogruppo?
«No, ne sono orgogliosa. Molti del Pd hanno votato contro le loro opinioni».
Sul voto finale cosa farà ?
«Io voterei contro».
Monica Guerzoni
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Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
NASCE LA FRONDA DELLA MINORANZA PD: “ORA BATTAGLIA SUL COLLE”
Il segnale per Matteo Renzi è chiaro: sul voto per il prossimo presidente della Repubblica, il premier
deve stare attento a 140 tra deputati e senatori di minoranza Pd. Tanti sono, più o meno, quelli che, nel pomeriggio, dopo l’ennesimo scontro interno in aula sulla riforma costituzionale, si incontrano nella sala Berlinguer del gruppo Pd della Camera.
E’ una pattuglia variegata, che non si trasforma per incanto in un blocco compatto. Nemmeno di fronte ai fatti successi oggi e nemmeno se tutti i 140 più o meno concordano sul fatto che oggi è nata una nuova maggioranza di governo per il soccorso azzurro di Forza Italia sull’Italicum in sostituzione dei 27 Dem che hanno seguito la protesta del bersaniano Miguel Gotor al Senato.
Però da oggi in poi, i 140, pur frazionati al loro interno sulla strategia da tenere per rovesciare o limitare (le ricette sono diverse) il Patto del Nazareno, costituiscono il buco nero che Renzi dovrà trattare con cautela quando la prossima settimana dovrà calare un nome da porre in votazione per il dopo Napolitano.
Il clima in sala Berlinguer è di mortificazione generale.
In tanti lo dicono, parlando con la stampa: chi con il sapore amaro della sconfitta, chi con il gusto altrettanto sgradevole del sentirsi esclusi dall’orizzonte di gioco del premier-segretario.
Perchè in sala Berlinguer ci sono anche parlamentari di minoranza che però non hanno mai votato contro le indicazioni del governo in aula.
Eppure sono lì, sconcertati anche loro per il nuovo clima di tensione nel partito.
E naturalmente vengono visti come “controllori: quasi quasi ti leggono pure gli sms che mandi…”, dice in anonimato un deputato tra i più oltranzisti.
Nella sala Berlinguer ci sono tutte le declinazioni del non essere renziani.
Ci sono i dalemiani, senza Massimo D’Alema. Ci sono i bersaniani con Pierluigi Bersani che si affaccia solo per un quarto d’ora e se ne va, scoccando la sua freccia contro il premier sulle agenzie di stampa: “Dica se vuole l’unità del Pd”.
Ci sono lettiani senza Enrico Letta, veltroniani senza Walter Veltroni.
C’è Gianni Cuperlo, che parlando ai 140 avrebbe gridato alla “mutazione genetica del Pd”, raccogliendo applausi.
C’è Stefano Fassina, tra i più anti-renziani. C’è lo stesso Gotor provato dalla battaglia in Senato e il suo ‘Sancho Panza’, il senatore Paolo Corsini che sull’Italicum lo ha seguito in tutto e per tutto.
C’è Pippo Civati, che non sta nella pelle: “Oggi hanno rifondato il Patto del Nazareno e uno dei due contraenti, Berlusconi, dice che è nata una maggioranza nuova. Dobbiamo alzare il livello!”.
Civati entra ed esce dalla riunione, parla con i cronisti: “Qui solo scaramucce, non c’è nessuna vera botta in vista. Poi se nasce un’iniziativa seria, allora valuto. Sennò mi chiamo fuori”.
Per lui la “vera botta” sarebbe candidare Romano Prodi per il Quirinale, unico autorevole, unico anti-Patto del Nazareno.
Ma il clima in sala Berlinguer non è questo. Giusto Rosi Bindi potrebbe apprezzare. Lei lascia l’assemblea ben presto allargando le braccia: “Riunione troppo eterogenea, spuria… L’analisi c’è, ma non mi pare che sia matura la conclusione”.
Cioè non è maturo l’ossessivo ‘che fare’ della sinistra.
Che fare, una volta che si è tutti d’accordo sul fatto che pare nata “una grande coalizione Pd-Forza Italia senza nemmeno averne discusso prima”, come dice persino il mite Cesare Damiano?
Che fare? Non è semplice deciderlo alla Sala Berlinguer. Dentro ci sono persino personalità del sottogoverno del premier, come il viceministro Filippo Bubbico, i sottosegretari Luciano Pizzetti e Sesa Amici.
E poi parlamentari di minoranza che però non condividono la forzatura di Gotor, figurarsi se possono condividere il gesto di Civati che oggi ha osato votare no all’emendamento che istituisce i senatori a vita nella riforma costituzionale, mentre una 40ina di deputati di minoranza non ha partecipato al voto.
Per dire che le strategie restano diverse. “C’è chi è convinto che basti la testimonianza e chi invece non si ferma… – sintetizza il senatore lettiano Francesco Russo — Io credo che la fronda sull’Italicum abbia spinto ancor di più Renzi a rafforzare il Patto del Nazareno. E il rischio è che, così facendo, lo si metta nella condizione di giocare con Berlusconi anche sul Colle. E’ controproducente”.
Ad ogni modo, anche Russo condivide l’invito lanciato ai 140 dal bersaniano D’Attorre, uno dei più accalorati in assemblea: “Non disperdiamoci sulla corsa per il Quirinale!”.
Che significa: non facciamo la solita gara tra correnti, tra chi lavora per Fassino, chi per Veltroni, chi per Finocchiaro, chi per Amato, chi per Franceschini.
Sono i nomi che girano da sempre, i nomi per cui da tempo sono mobilitate le varie anime del Pd, tra riunioni, cene e conciliaboli in Parlamento.
In realtà , pare che oggi il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini abbia sondato l’opposizione di Sel sul nome di Piercarlo Padoan, ma anche Graziano Delrio, in primis. E poi anche Giuliano Amato, Sergio Mattarella, un po’ meno sulla Finocchiaro.
La divisione interna è il rischio concreto che la mortificazione generale della sala Berlinguer per ora non riesce a eliminare dal campo.
Ed è questo che fa gongolare Renzi, ancora. Sull’Italicum, forza il premier parlando a margine del Forum economico di Davos, la minoranza ha una “posizione che nemmeno i militanti delle feste dell’Unità condividono, ma questo è ininfluente sul risultato finale. E non ci saranno conseguenze sul Quirinale”.
Però nonostante la varietà interna, i 140 promettono di farsi sentire. Proprio sulla corsa per il Colle, che si annuncia già come una battaglia.
In sala Berlinguer c’è anche il capogruppo alla Camera Roberto Speranza, cui spetta il compito di sintetizzare la posizione per tutti e di metterla giù morbidissima col premier: “Dobbiamo lavorare per unire il Pd sul presidente della Repubblica: è la richiesta forte che arriva da un pezzo del Pd. Ma ho fiducia nel nostro segretario. Sono sicuro che lavorerà per unire il Pd”.
Ma intorno a lui prevale la convinzione opposta.
E cioè che, ora che è nata la fronda dei 140, Renzi farà di tutto per dividerla.
Come è riuscito a fare sul Jobs Act, separando i dialoganti Bersani, Epifani, Damiano dai Cuperlo, Fassina e un’altra trentina.
“Lo rifarà sul Colle”, si ammette tra i 140.
Risponderanno uniti?
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 21st, 2015 Riccardo Fucile
I RIBELLI CONTRAPPONGONO LA COSTITUZIONE AI RICHIAMI ALLA DISCIPLINA… ZANDA SPIAZZATO: “INCREDIBILE UN DISSENSO COSI’ ORGANIZZATO”
«Ci siamo consegnati a Berlusconi, anzi a Verdini che è il vero consulente del Pd sull’Italicum,
e non soltanto».
La minoranza dem – guidata dalla falange bersaniana con Miguel Gotor e Maurizio Migliavacca e dai civatiani – tira le somme alla fine di una giornata in cui il partito è piombato nel caos.
I dem si spaccano nell’assemblea dei senatori, dove gli appelli di Renzi e del ministro Maria Elena Boschi all’unità , gli ammonimenti del premier («Grave se mancano i voti del Pd sulle riforme»), la mozione di sentimenti dei renziani, restano lettera morta.
In 29 sciamano dall’auletta dove è riunito il gruppo a Palazzo Madama e più che le parole, vale la faccia del capogruppo Luigi Zanda che aveva sperato fino all’ultimo si sgretolasse l’opposizione interna: «Non immaginavo un dissenso organizzato…», mormora Zanda.
Ma sulla richiesta della minoranza di cancellare i capilista bloccati, Renzi non sente ragione.
Non si cambia, sta nel Patto del Nazareno, nell’accordo con Berlusconi incontrato a Palazzo Chigi ieri mattina poco prima di vedere il gruppo dem.
La sinistra del Pd annuncia che non darà tregua: non voterà l’Italicum e consegna un documento contro.
Lo dice Gotor. Lo spiega Paolo Corsini citando l’articolo 67 della Costituzione, quello che recita “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Vale più della disciplina e dell’obbedienza al partito. Doris Lo Moro mette sul tavolo le dimissioni da capogruppo in commissione affari costituzionali: «Voterò con la minoranza del partito, non posso essere incoerente».
Lo scontro esplode. Renzi tenta di convincere: «Cara Doris, comprendo e apprezzo il tuo travaglio… ma la questione dei capilista nominati non è poi decisiva».
Per i renziani i dissidenti «hanno passato il segno». Andrea Marcucci parla a Bersani nella speranza che la falange bersaniana al Senato torni a più miti consigli: «La minestra votata anche da Bersani in prima lettura alla Camera era molto meno saporita».
Lo strascico di tensioni finirà in un sabotaggio del candidato di Renzi per il Quirinale? I renziani lo temono e denunciano.
La minoranza nega e contrattacca: «Si è visto che il Patto del Nazareno varrà anche per il Quirinale », rincara Gotor.
Tra la sinistra dem e Stefano Esposito, il senatore che ha presentato il maxi emendamento-ghigliottina, volano parole grosse.
Esposito accusa «i cattivi consiglieri di Bersani, quelli che l’hanno fatto perdere nel 2013, i Gotor». Passano le ore e i toni si alzano. I dissidenti tuttavia fanno sapere di essere saldamente ancorati nella “ditta”, nel partito.
Solo Civati e i suoi sembrano tentati dalla scissione, da un movimento a sinistra con Sergio Cofferati, Maurizio Landini e Nichi Vendola.
La fronda dem sull’Italicum poi si riduce a 26, perchè tre senatrici (Puppato, Idem e Albano) si sfilano.
Corradino Mineo, civatiano, svela la lamentela di Renzi contro il lettiano Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio di Montecitorio, che aveva a sua volta pesantemente attaccato il premier.
«Mi ha detto Boccia – è lo sfogo di Renzi – che faccio come l’Isis». «Matteo fa la vittima per strappare un applauso ai senatori, tutto pur di vincere», chiosa Mineo. «Boccia chieda scusa», è la reazione dei renziani.
C’è un’atmosfera pesante tra i Democratici. Vannino Chiti – che è stato ricevuto qualche giorno fa da Renzi proprio per parlare della nuova legge elettorale – ammette di essere sconcertato: «Mi sembrava che Matteo si fosse convinto a dare ascolto a noi della minoranza contro i capilista bloccati. Se si va avanti così i cittadini non eleggono più le Province, non eleggeranno il nuovo Senato e neppure i parlamentari… Evidentemente Berlusconi non ha voluto sentire ragione».
Nel Pd ci si guarda in cagnesco. Alfredo D’Attorre, deputato bersaniano, ironizza: «Elezioni anticipate? Se ci fossero, Renzi rivedrebbe Palazzo Chigi in cartolina».
Poco vale il lavoro dei pontieri. Francesco Verducci invita a non essere autolesionisti: «È come quella moglie che per fare un dispetto al marito… Ma il nuovo Italicum è una buona legge».
Renzi garantisce: «La minoranza non si caccia». Ma non deve esagerare e «si deve votare insieme ».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile
LA VIGILESSA BOSCHI: “STRAPPO PESANTE, IN AULA SI ADEGUINO”
Clima infuocato all’assemblea dei senatori del Pd a cui ha partecipato Matteo Renzi per la resa dei conti finale sull’Italicum.
Il sì alla riforma della legge elettorale come richiesto dal premier è passato con 71 voti e un astenuto. I 29 senatori dissidenti hanno scelto di non partecipare al voto. “Penso che sia legittimo dare battaglia in base alle proprie convinzioni, anche io l’ho fatto quando ero in minoranza – ha commentato il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi -. Ma ora l’assemblea del gruppo a maggioranza si è espressa a favore dell’Italicum e io spero che in aula la minoranza si adegui”.
Tra minoranza Pd e premier sull’Italicum la tensione è palpabile.
La minoranza infatti ‘contesta’ la norma sui capolista bloccati con un documento – firmato da 29 senatori – e presentato da Paolo Corsini.
“Le leggi elettorali sono leggi ordinarie, ma poichè attengono al valore della democrazia evocano principi costituzionali”, ha sottolineato Corsini per indicare la prevalenza di libertà di coscienza nella scelte.
“Se ci fosse stata questa legge elettorale Bersani sarebbe andato al ballottaggio e sarebbe diventato presidente del consiglio”.
È l’esempio che il premier ha rivolto alla minoranza dem per dimostrare la validità dell’Italicum.
“Se mancano voti Pd all’Italicum sarebbe molto grave”.
“In un partito democratico – ha detto il primo ministro – non si caccia la minoranza ma dopo il confronto si decide per fare insieme le cose”. Il segretario del Pd ha continuato: “Se il Pd facesse mancare i suoi voti alla legge elettorale sarebbe un passaggio di grande delicatezza. Sarebbe molto grave”. Renzi ha poi affermato che non si tratta di un voto di coscienza.
Il presidente del Consiglio ha poi spiegato la ratio dell’Italicum: “Voglio fare la legge elettorale con Berlusconi perchè non voglio più governarci insieme”. Il premier ha assicurato: “Questa non è la ‘notte dei lunghi coltelli’ e l’elezione del Presidente della Repubblica non c’entra nulla” con il voto sulle riforme.
Renzi: “Boccia mi ha detto che faccio come l’Isis”.
“Mi ha detto Francesco Boccia che faccio come l’Isis”. È una frase pronunciata da Renzi in assemblea al Senato, secondo quanto riferisce su twitter Corradino Mineo. La frase sarebbe stata pronunciata dal deputato del Pd in un’intervista. “Renzi citando Boccia fa la vittima per strappare un applauso ai senatori Tutto pur di vincere!”, commenta Mineo.
Il documento integrale dei 29 senatori dissidenti:
La legge elettorale costituisce indubbiamente un fondamentale strumento per la vita democratica e non solo in quanto svolge un’indispensabile funzione regolatrice, ma pure perchè rimanda a diritti e garanzie costituzionalmente definiti e sanciti. Proprio a partire da questo dato essa impegna coscienza e responsabilità di ciascuno.
Per quanto riguarda la nuova legge elettorale, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che costituisce ineludibile riferimento, non si possono che valutare positivamente le novità intervenute rispetto al testo approvato in prima battuta alla Camera. Si è alzata la soglia che evita il ricorso al ballottaggio; sono state uniformate e abbassate al 3% le soglie di ingresso, garantendo, dunque, quote di rappresentanza alle diverse forze politiche; si è inserita infine l’indicazione della preferenza al fine di restituire agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti.
Di contro non è condivisa da altre forze politiche la prospettiva di collegi uninominali. Questo comunque il punto fondamentale cui la nuova normativa deve attenersi: restituire compiutamente lo scettro al principe-cittadino-elettore.
Sotto questo profilo riteniamo non sia condivisibile la nomina di capilista bloccati. Essa configura, infatti, un Parlamento nel quale i nominati rappresenteranno la maggioranza dei Deputati e in cui la possibilità di eleggere con preferenza i propri rappresentanti verrà lasciata di fatto esclusivamente al partito vincitore del premio di maggioranza.
In secondo luogo, la previsione di capilista pluricandidati istituzionalizza una pratica che espropria l’elettore del controllo effettivo del proprio voto con possibili rischi di incostituzionalità .
Si deve, infatti, tanto più considerare che siamo impegnati in un percorso di riforme costituzionali che prevede una sola Camera politica con un unico rapporto fiduciario col Governo. Infine, quanto alla clausola di salvaguardia essa deve necessariamente rapportarsi alla conclusione definitiva del processo di riforma costituzionale.
Paolo Corsini
Miguel Gotor
Vannino Chiti
Maurizio Migliavacca
Donatella Albano
Claudio Broglia
Rosaria Capacchione
Felice Casson
Giuseppe Luigi Salvatore Cucc
Erica D’Adda
Nerina Dirindin
Marco Filippi
Federico Fornaro
Maria Grazia Gatti
Maria Cecilia Guerra
Paolo Guerrieri Paleotti
Josefa Idem
Silvio Lai
Sergio Lo Giudice
Doris Lo Moro
Patrizia Manassero
Luigi Manconi
Corradino Mineo
Massimo Mucchetti
Carlo Pegorer
Laura Puppato
Lucrezia Ricchiuti
Lodovico Sonego
Walter Tocci
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile
RIUNIONE IN CORSO DEI SENATORI… STAMANE INCONTRO TRA RENZI E BERLUSCONI
Ad un anno esatto dalla stipula del patto del Nazareno, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi si vedono di nuovo per un incontro decisivo rispetto agli appuntamenti che potrebbero rappresentare uno snodo cruciale della legislatura: elezione del nuovo capo dello Stato, riforme istituzionali e – tra i mal di pancia interni al Pd – nuova legge elettorale.
I due, accompagnati dai rispettivi staff, si sono parlati a Palazzo Chigi.
Un colloquio – durato circa un’ora – propedeutico ad una serie di altri impegni previsti per la giornata.
Alle 12.30 il premier torna ad incontrare i senatori del Pd per ‘chiudere’ sul sistema di voto: i dissidenti dem, però, non intendono votare la riforma se questa conterrà – come prevede l’accordo stretto con Silvio – i capilista bloccati che secondo Stefano Fassina “minano la democrazia”.
Nel pomeriggio, invece, anche per Berlusconi è previsto un confronto con il proprio gruppo a palazzo Madama.
Nell’agenda del presidente del Consiglio si inserisce pure un delicato Consiglio dei ministri, alle 13, con all’ordine del giorno le misure antiterrorismo e la riforma delle banche Popolari che agita i settori cattolici della maggioranza. Poi la partenza per il vertice di Davos.
Sul nodo dei nominati interviene Gianni Cuperlo, esponente della minoranza dem: “L’impegno di Miguel Gotor e altre decine di senatori per un parlamento scelto finalmente dai cittadini è coerente con quanto tutto il Pd, compreso Renzi, si è impegnato a fare davanti al Paese. Se oggi il capo del governo per difendere il patto con la destra sceglie la via di un parlamento composto in larga misura di nominati si colpisce alla base quel principio della rappresentanza che la riforma vorrebbe rigenerare. Altrochè partito nel partito – l’accusa era stata lanciata ieri dal premier – o la sciocca retorica su gufi e sabotatori che veline dall’alto rilanciano sui giornali di stamani. Il confronto in corso al Senato è una battaglia per la democrazia, per una buona legge, per non sacrificare i principi sui quali tutto il Pd, in tempi non sospetti, ha messo la faccia”.
E a pochi minuti dall’assemblea del gruppo, è Gotor a dire che “ormai non c’è alcuna trattativa” tra la minoranza Pd e i vertici del partito.
“E siamo in 29 senatori dem a confermare la linea del no ai capilista bloccati” nell’Italicum. L’assemblea dovrebbe concludersi con un voto.
“Ormai – aggiunge Gotor – la discussione è solo con Berlusconi”.
(da “la Repubblica”)
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Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI INFURIATO: “SIETE UN PARTITO DENTRO AL PARTITO”
“Siamo una trentina e se il governo non fa marcia indietro sui capilista bloccati non votiamo l’Italicum”. “Non sono sotto il ricatto di nessuno”.
Matteo Renzi contro la minoranza Pd, nuovo capitolo.
L’ultimo scontro tra il premier e la frangia dei cosiddetti “dissidenti” si consuma in Senato, durante l’assemblea di gruppo in vista dell’approdo in Aula della legge elettorale.
Da una parte Miguel Gotor, firmatario di un emendamento in cui si riduce la quota dei “nominati” previsti dal testo del governo.
Dall’altra il presidente del Consiglio, già alle prese con l’ennesimo movimento tellurico registrato all’interno del Partito Democratico, scosso nei giorni scorsi dal polemico addio di Sergio Cofferati, che ha lasciato il partito sbattendo la porta dopo il caso dei brogli nelle primarie in Liguria.
Il modo in cui si sono salutati pochi minuti prima dell’inizio dell’assemblea faceva presagire l’arrivo della tempesta: “Saluto il mio nemico preferito“, sorrideva teso Renzi stringendo la mano al bersaniano.
Ma la bufera era nell’aria da giorni.
Il 13 gennaio 37 senatori dem, tra cui alcuni della maggioranza interna, presentavano una proposta di modifica che prevede le preferenze per tutti i candidati nei collegi, e dei listini bloccati su base regionale in cui verrebbero eletti il 30% dei deputati. L’emendamento ha come primo firmatario il bersaniano Gotor, che il giorno successivo lanciava il primo avvertimento: “La permanenza nella legge elettorale dei capilista bloccati impedirebbe di votare” la riforma.
Il motivo: con i capilista bloccati, le preferenze varrebbero solo per il partito che vince l’elezione e ottiene il premio di maggioranza, mentre gli altri partiti eleggerebbero solo i capilista bloccati.
La conseguenza sarebbe, ha aggiunto Gotor, che il 60% dei deputati sarebbero “nominati da tre-quattro grandi nominatori”.
“Per quanto mi riguarda, posso affermare che non voterò l’Italicum” se questo aspetto dell’Italicum resterà invariato”, rincarava la dose il 17 gennaio.
L’ultimo avvertimento arriva pochi minuti prima dell’assemblea in Senato: “Vedremo quello che dirà Renzi, ma se mai non avremmo nessuna difficoltà a votare l’emendamento”.
Quanti sono i dissidenti questa volta? “Siamo una trentina del Pd, ma poi in aula si vedrà . Renzi ha concesso tutto a tutti — prosegue Gotor con i cronisti — il diritto veto a Forza Italia, al Nuovo Centrodestra il 3%, al Movimento 5 Stelle tra la vendita di un tappeto e un altro ha prospettato qualcosa, ignora solo un terzo dei senatori del Pd. Renzi ha fatto il giro delle sette Chiese e non si è fermato alla parrocchia del Pd di cui dovrebbe essere il curato”.
La risposta di Matteo Renzi non si fa attendere. Ed è durissima: “Siamo di fronte a una battaglia delicatissima: non ci sono alternative all’Italicum. Sia chiaro: io cerco accordi con tutti fino all’ultimo, ma non sono sotto ricatto di nessuno”, ha detto il premier ai senatori Pd durante l’assemblea.
Quindi si è rivolto al firmatario dell’emendamento: “Caro Gotor, le tue parole di oggi contro di me sono ingiuste e ingenerose. Non si può usare un gruppo minoritario come un partito nel partito”.
“Vi do disponibilità a discutere fino all’ultimo, rimandiamo l’inizio del voto a domani pomeriggio. Ma domani si chiude”, ha detto ancora il premier proponendo di tornare a vedersi martedì alle 12 con un conseguente slittamento dell’avvio del voto in aula al Senato “per evitare rotture” ma ha sottolineato con decisione che “adesso dobbiamo decidere e chiudere, se no c’è il Consultellum“.
Proprio in chiusura di assemblea arriva il contro-avvertimento: “Domani alle 12″ si decide “la linea del partito e basta. Diversamente non si va contro il Pd, ma certamente contro la sua segreteria. Atto stupefacente a una settimana dall’elezione del presidente della Repubblica“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile
“DI PIU’, COME UNA COLATA DI CEMENTO”
È ora di chiamare le cose con il giusto nome.
Esiste nel Pd una questione morale grande come una casa. Di più, come una colata di cemento.
Tempo fa l’aveva scritto Lucia Annunziata, riflettendo sull’ondata di scioperi. L’autunno caldo di Renzi e la rivolta dei lavoratori e del sindacato, per la prima volta contro un governo a guida sinistra hanno avuto un fondo prima etico che politico. Come si può dialogare, disse Maurizio Landini, contro un governo che manganella gli operai di Terni e non fa nulla contro la corruzione e l’evasione fiscale?
Gli scandali delle ultime settimane si sono incaricati di confermare i sospetti.
Prima la vergogna di Roma, con destra e sinistra abbracciate in un sistema criminale, ora i brogli in Liguria, che seguono la stessa logica di larghe intese affariste disposte a tutto pur di non far entrare un esterno, per giunta onesto, nella stanza dei bottoni. In mezzo l’approvazione del decreto Sblocca Italia, che autorizza altre colate di cemento in un paese già soffocato dalla speculazione, e l’imbarazzante ma non imbarazzata manina di Renzi che ha disegnato il condono per Berlusconi, guarda caso subito dopo che l’ex Cavaliere gli aveva ricordato pubblicamente come nel patto del Nazareno fosse previsto anche l’accordo per il Quirinale.
Fra galantuomini ci s’intende alla svelta.
Si parla molto delle differenze di programma nazionali ed europee fra Syriza, Podemos e i vecchi partiti socialisti, ormai pervasi di cultura liberista.
Ma si dimentica che la prima scintilla di questi nuovi movimenti è stata la rivolta morale di gran parte dell’elettorato tradizionalmente di centrosinistra contro la corruzione dei gruppi dirigenti socialisti greci e spagnoli.
La stessa che in Italia ha portato milioni di voti di sinistra verso il Movimento 5 Stelle.
Seguo la vicenda Cofferati con i sentimenti di un amico di vecchia data, ma anche con lo sguardo del cronista attento ai fatti.
È un fatto che per giorni e settimane, non solo Cofferati, ma molti militanti del Pd ligure, non tutti “dissidenti”, abbiano segnalato il pericolo di primarie inquinate ai dirigenti di Roma, senza ricevere alcuna risposta e tanto meno la promessa l’impegno per maggiori controlli.
Sarebbe bastato davvero poco per fugare ogni dubbio e prevenire le irregolarità .
Erano quantomeno sospetti anche i continui endorsement alla candidata Paita da parte di noti esponenti della destra, a volte estrema, ligure.
Per non parlare dei sospetti adombrati sulla presenza ai seggi di note famiglie mafiose. Ma i dirigenti del Pd nazionale hanno preferito voltare la testa dall’altra parte.
Doveva andare così, con la vittoria di Paita, e così è andata, con i finti elettori in fila per ricevere il premio.
Per molto meno una persona seria, Bersani per esempio, avrebbe annullato il voto.
Ed è vero che il problema delle primarie andava affrontato anche prima del caso Cofferati, creando regole condivise da tutti.
Non può esistere una votazione democratica dove non si conoscono alla vigilia gli aventi diritto, il corpo elettorale.
Il Pd farebbe bene a imitare fino in fondo il modello americano, dove chi vuole votare s’iscrive con anticipo, prima di conoscere i nomi dei candidati.
Ma è questo che vuole il nuovo Pd, una maggior trasparenza?
Oppure preferisce muoversi senza troppi vincoli nella terra di mezzo, cambiando regole interne, sistemi elettorali e perfino struttura delle istituzioni, secondo la convenienza del momento?
Uno come Sergio Cofferati non poteva rimanere in un partito tanto distante ormai dalle proprie radici da finire ormai al centro di quella questione morale evocata tanti anni da Enrico Berlinguer.
La reazione dei dirigenti all’annuncio dell’abbandono di Sergio è stata di inaudita volgarità , a base di insulti, lanciati per giunta a un proprio padre fondatore.
Una vera macchina del fango, segno che oltre ai contenuti è stato adottato a sinistra anche uno stile berlusconiano.
Sarebbe poi quasi comica, se non fosse piuttosto ignobile, la richiesta a Cofferati di lasciare il seggio in Europa da parte di un partito che ha appena festeggiato alla Leopolda il brillante salto sul carro dei vincitori di deputati di tre o quattro partiti diversi, con tanto di chiamata all’applauso rivolta da Matteo Renzi in persona per celebrare le conversioni di Gennaro Migliore di Sel e di Andrea Romano, già comunista, poi ferocemente anti, dalemiano, antidalemiano, montezemoliano, montiano e ora renzista convinto.
Del resto il nuovo corso politico ha già fatto battuto ogni record di trasformismo, e non era facile in Italia.
In meno di due anni, sono già 156 i parlamentari che hanno voltato casacca passando da un partito all’altro. Senza contare i quattrocento che l’hanno rivoltata restando nel Pd.
In attesa di applaudire il notaio del Nazareno che Renzi e l’amico Silvio piazzeranno al Quirinale, i rampanti del Pd liquidano con sprezzante indifferenza l’addio di Cofferati e magari di altri.
I rampanti del Pasok greco anni fa non diedero molto peso all’abbandono dell’ormai anziano Manolis Glezos, simbolo della resistenza greca al nazifascismo, passato nelle file di Syriza per reazione agli scandali del partito.
Syriza aveva il 4 per cento e il Pasok il 42. Ora il Pasok è quasi estinto.
Ma chissà , forse ha ragione Serracchiani e i vecchi che se ne vanno non creano imbarazzo in vista delle prossime elezioni.
L’imbarazzo vero, per gli elettori del Pd, cominciano a essere quelli che rimangono.
Curzio Maltese
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Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile
“LE PRIMARIE DOVEVANO AIUTARE LA PARTECIPAZIONE, NON LE LOBBY”
«Guardi, glielo dico con simpatia, ma il suo modo di ragionare è vecchio, polveroso, legato a schemi politici ormai superati. Lei continua a chiedermi se lo strappo di Cofferati può essere la scintilla per far nascere un nuovo partito a sinistra del Pd: ma io non penso a un nuovo partito, io penso invece a nuove forme di aggregazione, penso a tante persone che possono finalmente tornare a partecipare, organizzandosi nella forme che più ritengono opportune».
Mi viene in mente una parola: Tsipras
«Non so se è un modello esportabile. Però so che è estremamente interessante come certi meccanismi di elaborazione del cambiamento possano mettersi in moto proprio come si sono messi in moto in Grecia: in questo senso, naturalmente, un personaggio del carisma di Cofferati, con le sue grandi qualità etiche e morali, può certamente contribuire ad accelerare un percorso simile anche qui. Dove pure è necessario andare oltre l’idea di sinistra classica».
(L’intervista andava avanti da una ventina di minuti: e Maurizio Landini, il làder mà¡ximo della Fiom, lui che è un formidabile comunicatore, battuta sempre pronta, velocità , ritmo, lucidità , allergia con bolle al politichese, stavolta tendeva stranamente a prenderla un po’ alla larga. Incalzarlo è stato opportuno: ad un certo punto, sia pure sorridendo, ha come perso la pazienza ed è andato così giù diritto alle conseguenze che possono derivare dall’uscita di un personaggio come Cofferati dal Pd ).
«Mi spiego meglio: qui il punto non è se adesso nascerà o meno una forza a sinistra del Partito democratico. Qui la scena è più grave. Qui dev’essere chiaro a tutti che il processo in atto, come testimonia in modo emblematico anche la vicenda Cofferati, è più profondo. La sinistra non c’è più in Italia. Il dato, purtroppo, è ufficiale e definitivo. Siamo innanzi a un passaggio di drammatica rottura nella storia politica e sindacale del Paese».
Lei dice che la vicenda Cofferati è emblematica: può essere più preciso?
«Le rispondo ricordando a tutti che in tasca, il sottoscritto, ha due sole tessere: quella della Cgil e quella dell’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani. Questo per dire che ragiono seguendo solo la logica, il buon senso, e ricordando che il Pd s’era dotato delle primarie, immaginando, sperando che potessero essere uno strumento capace di determinare novità e partecipazione. Bene: dobbiamo prendere invece atto che è uno strumento che allontana i giovani e porta alle dimissioni persone come Sergio, che quel partito ha addirittura contribuito a fondarlo. E perchè accade tutto ciò? Accade perchè anche nelle primarie del Pd prevalgono lobby e logiche di potere, perchè pur di vincere è lecito portare a votare i fascisti, perchè diventa secondario che siano state riscontrate irregolarità e alla fine ci tocca anche sentire la Serracchiani che dice: “Non si rimane solo se si vince”. Ma si vince cosa? Si vince come? E il rispetto delle regole? E l’onestà ? Io sono mesi che parlò di onestà , che invoco onestà …».
In effetti, lo scorso autunno, lei provò a introdurre il tema e lo fece con toni piuttosto ruvidi: disse che «gli onesti sono contro Renzi».
«Il primo a rispondermi, suppongo su ordine del capo, fu il presidente del Pd, Matteo Orfini. Peccato che adesso sia proprio lui, Orfini, con i gradi di commissario straordinario, a dover indagare sulla palude del malaffare in cui galleggia il Pd a Roma. La verità è che dovrebbero avere la forza di interrogarsi sul gorgo nel quale hanno fatto sparire ogni traccia di etica e morale… e mi scusi se continuo a usare queste due paroline».
Lei non ha il minimo dubbio che Cofferati abbia almeno sbagliato, come pensano alcuni osservatori, i tempi di reazione?
«Conobbi Sergio quando diventò segretario della Cgil: io, all’epoca, ero il segretario della Fiom di Reggio Emilia. Da allora, con Sergio, abbiamo condiviso percorsi e avuto anche qualche momento di democratico conflitto: sempre, però, ho pensato d’avere di fronte una persona perbene, rigorosa, capace di far prevalere valori e principi, un socialdemocratico autentico».
A suo parere, cosa gli impedì, nel 2002, quando dopo la straordinaria manifestazione del Circo Massimo era al culmine della popolarità , di diventare il leader della sinistra italiana?
«A impedirgli di diventare ciò che avrebbe meritato furono certe logiche di partito. Che lui, un uomo incapace di porre questioni personali, rispettò. Per questo trovo assolutamente offensivo che qualcuno stia provando, nelle ultime ore, a dargli lezioni di comportamento. Piuttosto…».
Piuttosto cosa, Landini?
«Leggessero bene il sondaggio pubblicato dal Corriere : con il Pd che è in caduta libera e con il governo che non gode più di tanti consensi. Del resto, cancellano lo statuto dei lavoratori, varano provvedimenti in cui si depenalizza la frode e, di fatto, l’evasione fiscale… e poi tengono il Paese legato a quel misterioso patto del Nazareno, in cui sembra sia stato deciso addirittura il nome del prossimo Presidente della Repubblica. Gente così pensa davvero di poter dare lezioni di etica e morale a Cofferati?».
Fabrizio Roncone
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile
“GUERINI E SERRACCHIANI SAPEVANO BENISSIMO COSA STAVA ACCADENDO IN LIGURIA, ORA FINGONO DI CADERE DALLE NUVOLE”
Onorevole Cofferati, si è così polemicamente dimesso dal Pd in realtà perchè ha perso le primarie
in Liguria, come l’accusano i vertici del suo ormai ex partito?
«Vedo che Renzi va in televisione a darmi dell’ipocrita, che i vicesegretari bollano come inspiegabile e ingiustificato il mio addio al Pd. Solo insulti e offese. Se un partito, invece di chiedersi le ragioni delle dimissioni di uno dei suoi fondatori, reagisce così, siamo allA frutta. Anzi, ormai al digestivo»
Ha denunciato irregolarità e brogli nelle primarie a favore della sua concorrente Raffaella Paita. Perchè solo a fine gara, non prima?
«Ma io per un mese e mezzo ho informato la Serracchiani e Guerini, i due vice di Renzi, dello scempio che si stava consumando in Liguria, dei rischi di inquinamento del voto, della partecipazione organizzata del centrodestra con l’Ncd e anche Forza Italia alle nostre consultazioni per votare e far votare la Paita, con la partecipazione attiva di certi fascistoni mai pentiti, e la presenza perfino di personaggi in odor di mafia ai gazebo e ai seggi».
E dal vertice del Pd, di fronte ad uno scenario simile, davvero non hanno fatto una piega
«Mai. Nessuna risposta. Così i pericoli che temevo, si sono puntualmente avverati. Il risultato in tredici seggi, dove per una manciata di euro sono stati convogliate file di poveri stranieri, è stato annullato dalla commissione di garanzia. Sta indagando la procura di Savona e forse anche quella di Genova si muoverà . Ed è scesa in campo anche la Dda, la direzione distrettuale antimafia»
Tutto organizzato contro di lei? Da chi e perchè?
«Era stata pianificata una vittoria a tavolino, con l’appoggio del centrodestra. Alcuni suoi esponenti, come il segretario regionale Ncd Saso, l’ex senatore forzista Orsi, il fascista Minasso, lo avevano pubblicamente dichiarato. Quando io ho dato la mia disponibilità e sono entrato in campo, ho scompaginato i loro disegni. E l’organigramma di potere era già pronto».
Vuol dire che avrebbe vinto, senza le irregolarità che ora denuncia?
«Non lo so. Io ho preso circa 24 mila voti. Chi ha vinto, circa 28 mila. Però nel 2011 a Napoli per irregolarità denunciate in tre seggi, dico tre, Bersani annullò le primarie. Perchè a Genova deveessere diverso che a Napoli?».
Cos’è, una conventio ad excludendum contro Cofferati pilotata dalla segreteria nazionale?
«Da quella ligure, di sicuro. La segreteria nazionale è stata, diciamo, assente, distratta, lontana. Salvo negli ultimi giorni, quando è piombata il ministro Pinotti a sostenere la Paita e una formula politica per la regione che mai si era discussa qui, e che io mai avrei appoggiato: le larghe intese con il centrodestra, l’esportazione anche in Liguria del modello nazionale renziano».
Però questa è appunto una linea politica, che si può o meno condividere, che c’entra con i brogli?
«Certo, ma per imporre, realizzare questo modello politico si è fatto ricorso in modo spregiudicato al sostegno del centrodestra nelle primarie del nostro partito. E anche all’inquinamento con voti comprati. Sta tutta qui la ragione delle mie dimissioni, la ferita politica che si è aperta nel Pd, e non solo in Liguria. Sono stati cancellati i valori stessi su cui è nato il Partito democratico. E io che ne sono stato uno dei 45 fondatori, e non c’era certo Renzi, me ne vado con dolore. Sono stati ormai distrutti i principii e gli strumenti per la loro affermazione, e cioè proprio le primarie. E non parliamo del rispetto personale: ogni giorno della campagna sono stato insultato, in particolare dal sindaco di La Spezia».
Lei lascia il Pd ma non il seggio a Strasburgo dove è stato eletto proprio con i voti del partito. Non dovrebbe farlo?
«Alle elezioni europee, dove molti fanno finta di dimenticare che si vota con le preferenze, sono stato rieletto con 120 mila voti. Alcuni hanno segnato il mio nome perchè era nella lista nella Pd. Molti altri perchè hanno scelto Cofferati e di conseguenza la lista del partito».
I voti per l’europarlamento sono soprattutto “suoi” e non del Pd?
«Credo proprio di sì. Ma si chiede solo a Cofferati di lasciare il seggio, mentre in altri casi non c’è problema. Non si chiedono dimissioni da deputato, che ne so, per Gennaro Migliore eletto con Sel ma passato al Pd».
Eppure quando era sindaco di Bologna giurava che mai avrebbe lasciato la città per un seggio a Strasburgo.
«Ma quella fu una scelta personale. Volevo stare con la mia famiglia a Genova. L’allora segretario del Pd Franceschini mi offrì con insistenza l’eurocandidatura. Mi resi conto che, da Strasburgo, nei week end sarebbe stato più facile stare a Genova con i miei. E dissi di sì».
Umberto Rosso
(da “La Repubblica”)
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