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PD, EMERGONO ANCHE TESSERATI “A LORO INSAPUTA”: STRETTA A ROMA SUGLI ISCRITTI FANTASMA

Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile

“CIRCOLI DA CHIUDERE”…ORA UN SISTEMA DI REGISTRAZIONE DELLE ADESIONI IN TEMPO REALE

Un nuovo sistema informatico per registrare in tempo reale le nuove adesioni al partito, presto i sub-commissariamenti di specifiche zone della città  (si partirà  da Ostia), verifiche telefoniche a tappeto su tutti gli 8 mila iscritti.
È iniziato da un mese il commissariamento del Pd romano affidato a Matteo Orfini dopo gli arresti dell’inchiesta Mafia Capitale.
Dalle prime verifiche telefoniche – circa duecento – sono emersi casi di iscritti fantasma: cittadini inconsapevoli di risultare aderenti al Pd romano, dove da 27 mila tesserati del 2009 si è arrivati agli 8 mila attuali.
«Il commissariamento sarà  un lavoro lungo. La mappatura di Barca finirà  a maggio: noi andremo oltre. C’è molto da scavare, ma non tutto è da buttare. C’è voglia di ripartire» dice Orfini.
La federazione romana del Pd sarà  la prima in Italia a essere dotata di un sistema informatico dove i segretari di circolo – con adeguate password e pagine web riservate – dovranno segnalare ogni mese le nuove iscrizioni e i rinnovi.
Un modo per controllare e verificare anche eventuali picchi di adesioni magari in prossimità  di primarie o congressi.
«Il tesseramento quest’anno è in calo perchè non ci sono congressi in vista, e dunque i signori delle tessere sono meno interessati all’investimento. I capibastone vanno stroncati: per farlo non basta bonificare il malcostume che c’è stato fino a oggi. Occorre recuperare il rapporto con le persone e con i territori: spesso abbiamo lasciato che i capicorrente fossero gli unici a mantenere una relazione con i cittadini» dice Tobia Zevi, membro dell’assemblea nazionale del Pd e candidato renziano alla segreteria romana alle ultime primarie cittadine
Ma l’operazione pulizia non si limiterà  alla tracciabilità  online delle iscrizioni.
Il Pd Roma ha problemi economici – oltre un milione di euro di debiti a livello di federazione senza contare le passività  dei singoli circoli – ma anche i commissariamenti non sono finiti.
Si potrebbe partire da Ostia, molto citata nelle carte di Mafia Capitale, e da altre periferie problematiche: Orfini sta pensando di affidare il Pd di quel municipio a un parlamentare non romano, a garanzia del massimo di indipendenza. «Alcuni circoli saranno essere chiusi o accorpati » aggiunge Orfini.
Canta vittoria Roberto Morassut, ora deputato e in passato assessore con Veltroni: «Da quattro anni parlo di iscrizioni fantasma, ho scritto due libri per raccontare la decadenza del partito a Roma e ora la verità  esce confermata. Al congresso dissi che la base associativa del Pd in quasi tutta Italia era molto compromessa, che i dati manifestavano profonde anomalie. Nel caso di Roma, serve una fase costituente per il Pd».
Morassut lancia una proposta: «Il tesseramento 2015 deve avere basi diverse, regolando la quota tessera sulla base del reddito come sempre avvenuto nei partiti democratici e nei sindacati: le adesioni devono essere libere e individuali. I fatti che emergono stanno dimostrando che il tesseramento è stato in mano a capo tribù».

Gabriele Isman

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CACCIATI DALLA REGIONE PER “SPESE PAZZE” ORA SONO IN PARLAMENTO: LA STORIA DI SEI PARLAMENTARI PD

Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile

ERANO STATO COLPITI DAL REPULISTI DI ZINGARETTI, SI SONO RICICLATI TRA CAMERA E SENATO

Quarantadue indagati divisi in quattro “fasce di spesa”. Emergono nuovi numeri nell’inchiesta della Procura di Rieti che vede coinvolti cinque senatori e un deputato del Pd per le “spese pazze” nel triennio 2010-2012, quando tutti erano alla Regione Lazio.
Tra feste, multe, tornei di calcio, viaggi, cene con ostriche e champagne, murales al Quadraro, sarebbero stati spesi 2,6 milioni di euro.
In particolare, Mario Mei, l’attuale sindaco di Fiumicino Esterino Montino, Carlo Ponzo, e i senatori Francesco Scalia e Daniela Valentini avrebbero speso da 50mila a 100mila euro.
Più di loro – tra 100 e 150 mila euro – avrebbero speso Carlo Lucherini e Enzo Foschi. L’attuale deputato Marco Di Stefano, Claudio Mancini, Giuseppe Parroncini, Enzo Foschi, Mario Perilli, e gli attuali senatori Claudio Moscardelli e Bruno Astorre viaggiano su cifre da 150 mila a 260mila euro.
A Montino inqualità  di presidente del gruppo e a Perilli, come tesoriere del gruppo, sono contestate spese per 270 mila euro.
«Non ho ricevuto nessuna comunicazione dalla procura di Rieti, non sono mai stato neppure interrogato, ma sono sereno» dice Astorre.
Nel 2013, quando Nicola Zingaretti fu candidato alla presidenza della Regione, pretese che il gruppo dei consiglieri uscenti fosse azzerato, considerandoli forse un possibile imbarazzo dopo la legislatura della Pisana che era finita sull’onda dello scandalo-Fiorito.
Ma cinque degli ex consiglieri regionali – Astorre, Valentini, Moscardelli, Lucherini e Scalia – sono poi arrivati in Senato, oltre a Di Stefano entrato alla Camera grazie alle dimissioni di Marta Leonori “arruolata” nella giunta Marino in Campidoglio.
«à‰ vero che Zingaretti – ricorda Astorre – chiese un radicale rinnovo di tutti i consiglieri del centrosinistra. Ma è anche vero che noi non perdemmo i diritti politici e ci fu permesso di essere candidati alle primarie per i parlamentari del 30 dicembre 2012, per essere sottoposti al giudizio dei cittadini. Fu deciso che potessero parteciparvi solo coloro che avevano votato alla consultazione precedente vinta da Bersani su Renzi per evitare l’inquinamento di altre forze politiche. Non fu facile riportare la gente a votare. Qualcuno rimase anche fuori e qualcuno è rientrato ».
Il riferimento è a Di Stefano. In quelle primarie Astorre conquistò il diritto a candidarsi. «Arrivai quarto o quinto, con circa 8 mila voti. Primo arrivò Fassina, poi Parenti e Tidei. Io avevo ricevuto un avviso di garanzia due mesi prima come vicepresidente del consiglio regionale per abuso di ufficio per la proroga del segretario generale. Poi sono stato assolto, anche se al rinvio a giudizio fu dedicato molto spazio sui giornali e all’assoluzione un trafiletto».
E comunque resta l’impressione di un paradosso.
Gli indagati di oggi erano stati “estromessi” dalla Regione e poi sono rientrati in una posizione ancora più “nobile”.
Astorre prova a rispondere: «La Regione è centomila volte meglio del Parlamento per me che ho sempre fatto politica nelle istituzioni locali. Anche per questo ho votato a favore dell’abolizione del Senato: la riforma ci porta finalmente a livello europeo. Qualcuno mi mise nella lista degli impresentabili alle elezioni: con il mio cognome dopo di me c’era sempre Berlusconi. Ci confrontammo anche nei circoli prima delle primarie, ma nessuno di noi aveva procedimenti giudiziari aperti e, soprattutto, non siamo stati catapultati ma sottoposti al giudizio del popolo. Io ho la coscienza a posto. La stragrande maggioranza di noi, se non tutti, saremo in grado di dimostrare la nostra innocenza».

Gabriele Isman
(da “La Repubblica”)

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“IL PD E’ UN’ASSOCIAZIONE A DELINQUERE” ?

Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

CONGELATI 1,2 MILIONI A 8 CAPIGRUPPO: LA META’ DELLA SOMMA RIGUARDA IL PD MARCO MONARI… SEQUESTRATE CASE E INDENNITA’ AI POLITICI EMILIANI

Il conto più pesante è toccato all’ex capogruppo Pd in consiglio regionale Marco Monari, quello che secondo l’inchiesta «Spese pazze» pranzava nei ristoranti stellati a spese della regione Emilia Romagna: il nucleo tributario della Guardia di finanza è andato a sequestrargli beni immobili, crediti e indennità  per 610mila euro, quasi la metà  della cifra contestata complessivamente a tutti i responsabili dei gruppi coinvolti, cioè 1 milione 200 mila euro.
Già , perchè nella lista dei capigruppo raggiunti dal provvedimento deciso dalla Corte dei conti ci sono anche, in ordine di valore sequestrato, Liana Barbati dell’Idv con 147mila euro, Gian Guido Naldi di Sel-Verdi con 105mila, Luigi Giuseppe Villani del Pdl con 100mila, Matteo Riva del Gruppo misto con 96mila, Roberto Sconciaforni di Fds con 90mila, Andrea Defranceschi del M5S con 67mila euro e Silvia Noè dell’Udc con 45mila. Manca giusto l’ex capogruppo della Lega Nord, Mauro Manfredini, che nel frattempo è deceduto.
Atto cautelare
Si tratta di un atto cautelare, chiesto dalla procura regionale della Corte dei conti, dopo che l’assemblea regionale aveva agito in sede amministrativa in quanto ente danneggiato dal comportamento dei consiglieri.
L’entità  dell’importo è il frutto della quantificazione del danno patrimoniale subito dall’istituzione.
I capigruppo sono chiamati a risponderne perchè sono responsabili della rendicontazione, della tenuta documentale delle spese e della verifica della regolarità  degli esborsi compiuti dai componenti dei gruppi.
Gli accertamenti contabili della Finanza si sono concentrati sui soldi spesi da tutti i gruppi consiliari nel 2012: ne è risultato, spiegano le Fiamme gialle, un utilizzo dei contributi a carico del bilancio regionale per scopi «non inerenti all’attività  istituzionale e al funzionamento dei gruppi».
In particolare, ci sono costi sostenuti per spostamenti in taxi, auto private e treni, pedaggi autostradali, soggiorni in albergo, acquisto di giornali.
E poi c’è la voce «consulenze», leit-motiv ricorrente anche nell’indagine della procura di Bologna, spese ritenute dalla magistratura contabile prive di giustificazione e collegamento con l’attività  istituzionale.
I provvedimenti eseguiti ieri sono altra cosa, anche se collegata, rispetto all’inchiesta che si è da poco conclusa con 41 avvisi di fine indagine per peculato a carico di altrettanti consiglieri della passata legislatura (il nuovo Consiglio è stato eletto il mese scorso e la giunta guidata da Stefano Bonaccini si è appena insediata, ndr). L’indagine penale infatti si riferisce ai rimborsi del periodo giugno 2010 – dicembre 2011.
Udienza in gennaio
Tornando al sequestro di ieri, la prossima tappa del procedimento amministrativo è fissata per fine gennaio, quando sarà  fissata l’udienza davanti alla Corte dei conti.
A breve dovrebbe essere anche decisa la data dell’udienza in cui si entrerà  nel merito delle contestazioni.
L’azione della magistratura contabile, coi relativi inviti a dedurre, riguarda peraltro quasi tutti i consiglieri uscenti, compreso l’attuale presidente della Regione Bonaccini. Gli ex capigruppo non commentano, lo fa per loro l’avvocato Antonio Carullo che definisce «abnorme» la richiesta della procura contabile, dato che le regole sarebbero state rispettate: «La Corte costituzionale ha annullato le deliberazioni della Corte dei conti assunte nel 2013 e relative proprio ai rendiconti 2012 dei gruppi assembleari». Quanto all’inchiesta penale, «varrebbe la pena precisare che su di essa si dovrà  pronunciare il Gip, o con un rinvio a giudizio o con una richiesta di archiviazione».

(da “La Stampa“)

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ROMA, IL PEGGIOR PD RIPARTE DAI FISCHI IN PERIFERIA

Dicembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

TROPPI DIRIGENTI DA SALOTTO, MENTRE ZINGARETTI PREPARA LA FRONDA AL PREMIER

«Buffoniii»… l’altra settimana Matteo Orfini, Nicola Zingaretti e Ignazio Marino sono stati fischiati così, al Laurentino 38, periferia Sud-Est di Roma, e non era la cosa peggiore che gli dicevano.
Eppure, racconta Orfini, «ho voluto che andassimo lì, come ho voluto tre giorni fa che con tutti i coordinatori dei circoli andassimo a Corviale, perchè se c’è una cosa che dobbiamo tornare a fare è essere nelle periferie, da dove eravamo spariti. Zingaretti e Marino mi guardavano, c’era un teatro di 250 posti e 600 persone fuori che rumoreggiavano… bene, siamo usciti e abbiamo parlato. Ci fischieranno, hanno ragione, prendiamo i fischi e parliamogli»
Questo per dire cos’è il Pd a Roma. O, meglio, cosa non è: i suoi tre principali dirigenti, il commissario, appena nominato da Matteo Renzi dopo lo scandalo mafia Capitale, il governatore e il sindaco, fanno però fatica ad affacciarsi in intere aree della città .
Com’è potuto accadere, al partito erede di Petroselli — che fece uscire intere borgate dall’Ottocento — o, si parva licet, al partito erede dei fasti decaduti del «Modello Roma» del primo centrosinistra
Le cause, se giri un po’ anche tra i circoli storici — Giubbonari, Trastevere, Mazzini — stanno innanzitutto in una totale alterazione della sua vita democratica.
«Roma è il peggior Pd d’Italia», ha detto Renzi.
Ma com’è successo? Un dirigente di primo piano che chiede l’anonimato racconta il quadro vero dei circoli: «A Roma esistono 150 circoli del Pd. Bene, un terzo sono veri, hanno iscritti veri e una dinamica reale, dibattito, sono contendibili. Un terzo sono totalmente falsi, non hanno attività , spesso neanche sede. E un terzo sono circoli proprietari, cioè interamente pagati da un consigliere. Questi circoli magari esistono, fanno attività , ma non sono contendibili».
Insomma, quando si vota esprimono risultati tipo 100 a zero a favore di un candidato.
Alle ultime elezioni del segretario regionale Pd — ben prima dello scandalo — l’affluenza era già  stata bassa.
Aveva vinto Fabio Melilli, sostenuto da tutti i big del partito, Bettini, Zingaretti, il segretario romano Cosentino.
Melilli è un sabino, fortissimo in provincia, con l’80%, mentre a Roma aveva prevalso la sua rivale, la renziana Lorenza Bonaccorsi.
Ora lui dice: «I dirigenti del partito devono smettere di vedere nel Pd un mezzo per far carriera. E forse bisogna finirla con l’idea che conti solo l’amministrazione». Frecciata a Zingaretti?
Il governatore, vero avversario di Renzi in prospettiva, richiesto di un parere ci scrive «il mio unico compito è provare a governare bene. Del Pd mi occupo davvero poco o nulla».
Singolare, il suo rivale Renzi ha del partito più o meno la stessa idea: starsene alla larga. Ma questo lascia campo libero alle peggiori dinamiche.
Il commissario Orfini: «A Roma abbiamo imbarcato qualunque cosa. Per questo faremo una roba violenta nella bonifica. Intanto faremo un vero database per tenere sotto controllo le iscrizioni. Se vuoi un partito aperto devi avere una comunità  vera, per fermare l’arrivo dei barbari».
E così si sono creati, a Roma, un Pd dei salotti e uno della strada (e della stradaccia, diciamo): con l’uno che si voltava dall’altra parte magari anche per non vedere ciò che faceva l’altro. Racconta Tobia Zevi, il candidato renziano, sconfitto, alle elezioni per la segreteria romana: «Lo scandalo nasce con la giunta di Alemanno.
Ma siccome esponenti del centrosinistra sono coinvolti, non basta chiudere i circoli, dobbiamo chiederci: qual è la funzione del partito? Petroselli, e anni dopo Veltroni, avevano un modello di partito, ma noi oggi?».
Marino, che un mese fa il Pd voleva mettere sotto tutela, è improvvisamente diventato «l’argine contro la corruzione».
Va a Tor Sapienza e, dove veniva cacciato, viene invitato a pranzo (ieri l’altro).
Gli iscritti calano, nel 2012 erano dodicimila, oggi poco più di settemila. Mafia Capitale tocca un volume d’affari di 200 milioni, le vere partite in città  sono altre, per esempio la metro C, impantanata, i cui costi sono lievitati da 1,6 a 4 miliardi: e pensate, su questa cosa dovrebbe vigilare il futuro Pd.

Jacopo Iacoboni
(da “la Stampa“)

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“IO, FALSA ISCRITTA AL PD”: UNA GIORNALISTA ALLA PROVA DELLA TESSERA, 20 EURO E ZERO CONTROLLI

Dicembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile

NOME DI FANTASIA, NIENTE DOCUMENTI   E CODICE FISCALE… IL NUMERO DEI FINTI ISCRITTI PUO’ CRESCERE ANCHE COSI’

Da cinque giorni ho in tasca una tessera del Pd totalmente falsa.
Non è stato poi troppo difficile ottenerla, mi è bastato dare il primo nome che mi è venuto in mente. Nessuno mi ha chiesto nè una carta d’identità  nè una patente.
Mi è stato specificato che anche il codice fiscale non è importante: conta solo versare i 20 euro necessari
Vuol dire che due anni sono stati presi e buttati via. Era l’aprile del 2013 quando esplosero le polemiche intorno alle primarie per il sindaco di Roma con le file di rom fuori dai seggi denunciate da Cristiana Alicata – allora dirigente del partito nel Lazio – e ignorate.
E poi lo scandalo delle tessere gonfiate, le rivelazioni dell’inchiesta Mafia Capitale e il commissariamento.
Tutto questo non sembra aver ancora insegnato nulla al Pd romano.
Matteo Orfini, il presidente del partito mandato dal segretario Matteo Renzi a fare pulizia tra i circoli della capitale, dieci giorni fa aveva annunciato di voler iniziare il suo lavoro dagli 8mila iscritti nella capitale per passare le loro tessere ai raggi X.
Ha ragione perchè iscriversi al Pd in alcuni casi è davvero troppo semplice.
Molto dipende dal fatto che è l’ultimo partito ad avere una presenza davvero capillare sul territorio, oltre 6mila circoli, un punto di forza dal punto di vista elettorale ma anche un’opportunità  per chi abbia voglia di sottrarsi ai controlli centrali e usare partito e tessere per i propri interessi.
La lista completa dei circoli non è semplice da trovare, sul sito del Pd c’è una mappa 2.0 molto bella ed avanzata con le regioni da cliccare.
Peccato che non funzioni.
Per trovare l’elenco dei circoli della capitale è più utile andare a cercare sul sito del Pd Roma.
Nella mia zona di residenza ne sono indicati almeno sei. Due sono semichiusi perchè, fatta eccezione per i circoli storici, gli altri si appoggiano a strutture dove affittano spazi per poche ore a settimana: trovarli aperti al primo colpo è difficile.
Il terzo tentativo è in via Galilei 57, un enorme locale al piano terra gestito da diverse associazioni. Per il Pd devo tornare di giovedì, dopo le 18.
Giovedì 18 dicembre alle sei sono lì, accolta con incredulità  e una certa emozione da un giovane pieddino: deve essere trascorso molto tempo dall’ultimo nuovo tesserato arrivato a sostenere il partito.
Mi fa entrare nella stanza a disposizione del partito una volta a settimana, racconta che pagano 400 euro al mese per averla e che 15 dei 20 euro della mia futura tessera andranno al circolo, gli altri 5 alla federazione.
Mi spiega che è in corso l’ultimissima fase del tesseramento 2014 ma che per avere la tessera del 2015 bisognerà  aspettare almeno sei mesi.
Lo rassicuro, voglio sostenere il Pd, verserò la mia quota comunque e inizio a compilare i moduli.
Invento un nome, lo scrivo. Invento un numero di telefono, lo scrivo. Sbaglio il codice fiscale, sto per scriverlo di nuovo in base al nome che ho inventato ma il giovane mi spiega che non è necessario, a loro non serve.
Scrivo di essere disoccupata, invento una mail che sarà  uno scherzo aprire al ritorno a casa per ricevere le comunicazioni, firmo, pago, ringrazio, saluto, vado via.
Flavia Alessi è iscritta: non una parola su di me, sui motivi che mi hanno portata a scegliere all’improvviso il Pd.
Quando il giorno dopo Flavia Alessi prova a forzare ancora di più il gioco iscrivendosi anche agli altri partiti si trova di fronte ad un’atmosfera molto diversa. Nessuno ha più soldi a sufficienza per tenere aperte tante strutture, i tesseramenti avvengono esclusivamente online oppure all’interno di circoli dove si è talmente pochi che tutti si conoscono e i nuovi arrivati vengono osservati con attenzione.
Resta una possibilità  aperta solo con Sel: nel tesseramento online non è richiesto alcun tipo di documento.
Ma è più facile che in questo momento faccia gola un eventuale assalto al Pd che a Sel.

Flavia Amabile
(da “La Stampa”)

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IL MALESSERE EMILIANO E QUELL’INSOLITA INTESA TRA GIOVANI E SINDACATO

Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile

MA A BOLOGNA NESSUNO VUOLE SENTIRE PARLARE DI SCISSIONE

Sotto l’insegna molto anni settanta, bianca con la scritta nera, della «Sala Passe Partout», uno dei circoli Pd storici di Bologna, è affisso un manifesto elettorale di Stefano Bonaccini, e lo slogan era «Lavoro per l’Emilia Romagna».
Ma proprio la riforma renziana del lavoro, e ovviamente le inchieste, hanno prodotto un senso di smarrimento e disaffezione, nel Pd emiliano.
Dice il giovane segretario del PassePartout, Marco Lubelli, che «il circolo è diviso a metà , su Renzi. C’è una parte renziana che sta col segretario in maniera quasi acritica, e dall’altra c’è una forte insoddisfazione, crescente, dei nostri iscritti su due temi, soprattutto. Uno è il lavoro, non piace affatto qui la rottura col sindacato, quei toni, il sindacato è parte di noi, anche per i giovanissimi, a Bologna. E due, la mancanza di dialettica interna, per cui le decisioni vengono solo comunicate dall’alto».
Lunedì 8 nel circolo c’è stata una serata di «elettori delusi», che non vogliono più votare Pd.
Bene: la sala era piena.
Stefano Bonaccini sostiene che «a pesare di gran lunga di più sono state le inchieste, si è votato mentre 41 consiglieri su 50 ricevevano l’avviso di fine delle indagini, era difficile andare nei mercati, c’era spaesamento.
Ma l’astensione ha colpito tutti allo stesso modo. Poi certo, c’è anche un elemento – ma io non lo vedo maggioritario – di critica al governo, a Renzi.
Basti pensare che il capo della Fiom Bruno Papignani, il venerdì prima del voto, disse “facciamo un regalo a Renzi, non votate Bonaccini”»..
Il governatore, in effetti, non pare essere il problema della leggendaria Base. Molto di più, appunto, toni e scelte del leader Renzi.
Al Passe-Partout si è passati da 163 iscritti di qualche anno fa ai cento di oggi. Domanda Lele Roveri, per dieci anni capo delle Feste dell’Unità , «che prendo a fare la tessera se non conta più nulla, e tutto viene o dall’alto, o dagli elettori?».
Attenzione: questa insoddisfazione non è assolutamente un proposito di scissione, in un’intera giornata viaggiando nei circoli non l’abbiamo mai sentita neanche nominare. «I bolognesi piuttosto si tagliano la mano, ma non votano per qualcun altro, al massimo non votano e basta»
Fuori, invece, tra gli elettori meno politicizzati, quello che ha pesato è stato lo scioglimento della giunta per la condanna di Errani. Le inchieste in Regione.
La bassissima affluenza alle elezioni regionali, 51 mila elettori alle primarie (a quelle Renzi-Bersani erano stati 406 mila!), su 4 milioni e 500 mila abitanti, è la fotografia attuale. E pensare che da segretario, a maggio, proprio Bonaccini aveva portato il partito a vincere nell’85 per cento dei 250 comuni al voto.
Poi c’è stata l’inchiesta; e c’è stato il Renzi furioso col sindacato.
L’insoddisfazione, di iscritti e elettori, non è una prospettiva politica, questo bisogna scriverlo chiaro.
Dice Elly Schlein, europarlamentare bolognese civatiana, che «quando Renzi al Paladozza disse la frase “non avete scioperato contro la Fornero, ma contro di me sì”, è vero, come ricorda lui, che ci fu un boato di una parte del Palasport. Ma l’altra parte era attonita»
Per il capo del Pd bolognese Raffaele Donini solo il 15% è su posizioni critiche, mentre il 50 è ancora con Renzi. Nondimeno, alla Festa al Parco Nord prima delle primarie 2013 Renzi fece il pieno di gente, 6500 persone, adesso, in campagna per le regionali ha riempito solo a metà  il Paladozza (2300 persone).
Civati, sabato, ha portato per un giorno in un teatro 650 persone, con gente fuori: non pochi, segno che un problema c’è. Vi si sta ponendo rimedio, o almeno in parte? Racconta Silvia Prodi, la nipote del Professore, eletta in Regione, che «dopo il voto qualcosa si è riacceso, a Reggio almeno ci sono tante analisi delle elezioni, e le cose che vengono fuori sono soprattutto due: qui in Emilia nessuno è antisindacale, Renzi rifletta. E non è piaciuto affatto quando lui ha minimizzato sull’astensione altissima». Alcuni militanti dopo quella tesi renziana hanno stracciato pubblicamente la tessera. Altri, come Cecilia Alessandrini, sono usciti dal Pd in direzione Tsipras già  alle ultime politiche.
Lo scotto Renzi lo paga, paradossalmente, proprio tra i più giovani. Qui gioventù e sindacato non fanno per niente a cazzotti. Anzi.
Sarà  per questo che Bonaccini – che pure tiene molto a chiarire: «collaboreremo al massimo con Renzi perchè è l’unica chance che il Paese ha di modernizzarsi» – annunci anche: «Il primo atto che farò da presidente è chiamare le parti sociali, le Università , i sindaci, per firmare insieme un Patto sul lavoro».
La via emiliana al renzismo sa che, almeno qui, non si va da nessuna parte scontrandosi con l’insolita intesa tra giovani e sindacato.

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa“)

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COME LA PENSA LA BASE DEL PD: A ROMA TUTTI RESPONSABILI

Dicembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

COME LA PENSA LA BASE DEL PD: A ROMA TUTTI RESPONSABILI…
PER 3 ELETTORI SU 4 COLPE TRASVERSALI DEI PARTITI NELL’INCHIESTA SU MAFIA CAPITALE… SCETTICISMO SULLA PULIZIA ANNUNCIATA DA RENZI

Sono trascorsi quasi sessant’anni dalla celebre inchiesta di Manlio Cancogni sull’ Espresso intitolata «Capitale corrotta, nazione infetta» e nulla sembra cambiato, nonostante il nostro Paese sia profondamente diverso rispetto agli anni Cinquanta
L’inchiesta Mafia Capitale sta producendo reazioni pesantissime nell’opinione pubblica, già  scandalizzata dalle indagini Expo e Mose.
L’indignazione e la tendenza a generalizzare sono largamente diffuse e rischiano di accentuare i sentimenti di antipolitica e di sfiducia dei cittadini, nonostante il forte richiamo del presidente Napolitano che ha definito l’antipolitica «patologia eversiva», facendo appello a una maggiore moralità  in politica e severità  nei confronti dei corrotti.
Ciò che colpisce maggiormente dello scandalo romano è che in un ventennio caratterizzato da un duro scontro tra destra e sinistra nel Paese, nelle aule parlamentari, sui media e nei talk show, esponenti di destra e di sinistra (insieme a criminali incalliti) fossero complici nelle malefatte.
Come se il conflitto politico assomigliasse a un combattimento di wrestling, nel quale i protagonisti apparentemente si scambiano colpi durissimi ma in realtà  fingono di combattere e si accordano sul risultato del match.
Con la differenza che nel wrestling il pubblico ne è consapevole, mentre in politica gli elettori non lo sono e si indignano
Non sorprende quindi che tre italiani su quattro (e il 73% tra gli elettori del Pd) siano convinti che tutte le amministrazioni che si sono succedute a Roma negli ultimi anni abbiano le stesse responsabilità  rispetto a quanto avvenuto, mentre il 14% attribuisce la colpa all’amministrazione di centrodestra guidata da Alemanno e il 3% a quelle di centrosinistra
Risultano più diversificate le opinioni riguardo a quanto sarebbe meglio fare per Roma nell’immediato futuro: il 32% propende per elezioni il prima possibile (in particolare gli elettori di Forza Italia: 65%), il 29% ritiene opportuno lo scioglimento del consiglio comunale e il commissariamento della Capitale (45% tra gli elettori grillini) e il 26% vorrebbe che si continuasse con il sindaco Ignazio Marino ma si procedesse ad un profondo rinnovamento della giunta e dei dirigenti comunali (49% tra gli elettori del Pd).
Il clima di sfiducia tra i cittadini non aiuta il percorso di riforme intrapreso dal governo e il premier Renzi sembra esserne consapevole, tant’è che nel suo ruolo di segretario del Pd è intervenuto immediatamente commissariando il partito romano, dichiarando che farà  pulizia al proprio interno allontanando chi ha preso tangenti.
Nonostante le migliori intenzioni prevale nettamente la sfiducia nei risultati che si potranno conseguire: solo il 15% prevede che Renzi riuscirà  a fare pulizia nel suo partito, il 36% ritiene che Renzi sicuramente si impegnerà  ma non riuscirà  a fare molto e il 43% è convinto che nel Pd non cambierà  nulla.
Il pessimismo alberga anche tra gli elettori del Pd: solo il 30% infatti pensa che il partito riuscirà  a fare pulizia, il 48% non si aspetta risultati significativi e il 15% è decisamente rassegnato.
La situazione è anche peggiore sul fronte opposto: il 62% degli italiani ritiene che nel centrodestra non cambierà  nulla (è l’opinione prevalente tra tutti gli elettorati), il 22% che non cambierà  molto nonostante l’impegno dei partiti e solo l’8% è ottimista sulla possibilità  di fare pulizia.
Fa decisamente riflettere il fatto che i più scettici rispetto alle reali possibilità  di cambiamento siano i più giovani (18-30 anni).
La rassegnazione rispetto alle reali possibilità  di cambiamento è accompagnata dalla convinzione che i partiti abbiano avuto responsabilità  dirette in questi fenomeni di corruzione, traendone vantaggi significativi: è di questo parere il 67% degli italiani mentre il 29% ritiene che i partiti non siano stati in grado di vigilare sull’operato dei propri esponenti ma abbiano responsabilità  dirette.
Il quadro che emerge è decisamente preoccupante: i cittadini considerano la corruzione una malattia endemica nel nostro Paese e la loro esasperazione è acuita dallo stridente contrasto tra i sacrifici che sono chiamati a fare a causa della crisi e l’utilizzo dei soldi pubblici che escono dalle loro tasche.
È presto per capire se questi sentimenti si tradurranno in un aumento dell’astensionismo o favoriranno una o più forze politiche. Spesso si tratta di un’indignazione emotiva e superficiale, seguita più da rassegnazione e da mancanza di memoria che da comportamenti coerenti.
Ma questa volta, e i segnali dell’Emilia sono eloquenti, non è improbabile che la sfiducia e il distacco diventino davvero prevalenti.

Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)

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NESSUNA BATTAGLIA FINALE ALL’ASSEMBLEA PD, SOLO UNA GUERRA DI TRINCEA

Dicembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

COME IN TUTTI I MATRIMONI DI CONVENIENZA, ROMPERE E’ UN LUSSO

Io da piccolo volevo cambiare il mondo, non fare la moviola”. Assemblea Pd, Hotel Parco dei Principi a Roma.
Matteo Renzi, in maniche di camicia (bianca ovviamente), conia la metafora che è insieme rivendicativa nei confronti delle minoranze. Ma anche amara.
Perchè più che a passo di marcia, gli tocca andare al rallentatore.
E alla fine della giornata, all’attivo del segretario-premier, non ci sono espulsioni, nè sanzioni, ne per i “ribelli”.
Non c’è neanche la conta finale su una relazione, che dice poco.
Dalll’altra   parte, non c’è nè l’Aventino (D’Alema non è venuto per non farsi insultare, Bersani diserta a casa di un mal di schiena, ma gli altri sono presenti), nè strappi espliciti e definitivi.
Stefano Fassina si conquista applausi entusiasti della platea quando urla in faccia al leader: “È inaccettabile, non ti permetto più di fare caricature di chi non la pensa come te. Se vuoi andare a votare, dillo”. Ma non parla di scissione.
Non è una battaglia campale quella nel Pd, è una guerra di trincea.
Maggioranza e minoranza si muovono da separati in casa, costretti a rimanere insieme, per ragioni di opportunità  e di necessità .
La prima, l’elezione del presidente della Repubblica, ormai alle porte. Passaggio di basso profilo nell’intervento di Renzi: “Io non sono preoccupato, questo Parlamento sarà  nelle condizioni di eleggere il capo dello Stato quando sarà  il momento. Non è il momento per evocare paure e minacce”.
Ci pensa Berlusconi a metà  della riunione del Pd a farlo: “Il Colle è nel Patto del Nazareno”. Smentita ufficiale alle telecamere del vicesegretario, Lorenzo Guerini, presente a tutte le riunioni tra Matteo e Silvio.
E però, quello che suona come un altolà  da parte del Cavaliere arriva a compromettere un equilibrio delicatissimo: il premier ha bisogno della minoranza, con la quale sta trattando, a partire da Pier Luigi Bersani (al quale lascia persino coltivare qualche illusione sulla sua persona), finito su una inconsueta linea di dialogo negli ultimi giorni.
Tra critiche della magistratura alle nuove misure anti-corruzione, legge elettorale che questa settimana arriva al voto in Commissione al Senato nella più totale confusione, riforme costituzionali appena licenziate dopo un corpo a corpo estenuante tra renziani e “dissidenti”, la giornata di ieri è uno show, senza showdown.
Renzi apre i lavori parlando quasi per un’ora. Critiche al passato. Non si capacita di “come si possa aver perso venti anni di tempo senza aver realizzato le promesse” che l’Ulivo aveva indicato in campagna elettorale.
Filosofia chiave: “Siamo quelli che cambiano l’Italia, non quelli che si mettono a mugugnare su chi cambia l’Italia”. Ammonimento/avvertimento: “Tutti quelli che stanno nel Pd devono avere l’onestà  come elemento fondamentale”. Ironia ai danni della magistratura: “L’indignazione e lo schifo non ci bastano. Io chiedo ai magistrati di arrivare velocemente ai processi. Devono parlare un po’ di più con le sentenze e un po’ meno con le interviste”.
L’affondo interno arriva alla fine: “Il Pd non starà  fermo per i diktat della minoranza. Sia chiaro che si farà  ogni sforzo per il dialogo fino all’ultimo giorno, ma non staremo nella palude per guardare il nostro ombelico”.
Ma è un affondo di rito, lo stesso che il segretario replica ormai ad ogni riunione dem. Rimasta sul tavolo anche la pistola carica dei conti delle vecchie segreterie.
I dossier sono pronti, ma meglio non scaricare tutte le munizioni subito. E poi, a scoperchiare il vaso di Pandora, non si sa mai cosa si trova.
Attesa per la replica della minoranza. Anzi delle minoranze, che nella migliore tradizione procedono divise.
Per usare gli aggettivi di Fassina il “raffinato” Cuperlo si limita all’analisi ( “Le piazze non diventino il nostro nemico”) e il “diplomatico” D’Attorre vorrebbe un grazie per il lavoro fatto in Commissione alla Camera.
Fassina, appunto, è l’unico che va all’attacco. Civati non interviene e parla di una scissione. Ma futura. Se si vota.
La Bindi passa e poi va in tv a rivendicare la grande tradizione dell’Ulivo.
Nella replica Renzi si rimette la giacca. A Fassina risponde ribadendo l’orizzonte di legislatura: “Non ha senso votare a ogni intoppo”. Alla Bindi: “Contrasto il racconto mitologico e nostalgico dell’Ulivo quando quella esperienza è stata mandata a casa dai nostri errori e dalle nostre divisioni”.
Chiarisce: “Non sono affezionato a un principiodi obbedienza, in un partito sta insieme sulla base del principio di lealtà ”.
Chi si aspettava qualche cedimento è rimasto deluso. Più deluso ancora chi conoscendo Renzi vedeva maturo il tempo degli strappi.
Di questi tempi, come in ogni matrimonio di convenienza, rompere è un lusso.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ASSEMBLEA PD, FASSINA A MUSO DURO CONTRO RENZI: “SE VUOI ANDARE ALLE ELEZIONI PRENDITI LE TUE RESPONSABILITÀ”

Dicembre 14th, 2014 Riccardo Fucile

RENZI SMITIZZA L’ULIVO E BACCHETTA I MAGISTRATI… FASSINA: “SIAMO DIVENTATI IL PARTITO DELLA TROIKA, NON TI PERMETTERE DI FARE CARICATURE DI CHI DISSENTE DA TE”

Alle 11.15, con circa tre quarti d’ora di ritardo rispetto all’orario previsto, si è aperto all’hotel Parco dei Principi di Roma l’assemblea nazionale del Partito democratico. Parte l’Inno di Mameli e sul banco della presidenza tutti si mettono in piedi a cantarlo, a partire dal segretario e presidente del Consiglio Matteo Renzi, che indossa una camicia bianca senza cravatta.
“Pretendo lealtà ” è il messaggio di Renzi al suo partito, tra voglia di resa dei conti, la scissione minacciata da Pippo Civati (“Se si va alle elezioni, vedremo di creare qualcosa di diverso” ha dichiarato entrando) e la tentazione dei renziani di andare allo scontro finale.
Niente beghe, cambiamo l’Italia. “Grazie al Pd Grillo è sparito – esordisce il segretario nel suo discorso – Anche i Forconi potrebbero andare solo a Chi l’ha visto”.
E   invita il partito a pensare al posto dell’Italia nel mondo e a non perdersi “nelle beghe interne”: “Questo partito vuole bene all’italia e non si accontenta di vedere i sogni dell’italia stuprati da anni di mal governo e da politiche assurde. Vi rendete conto – chiede all’assemblea – che stiamo affrontando la più gigantesca trasformazione? Voi siete qui non per discutere tra una corrente e l’altra. Siete qui per cambiare l’Italia”.
“Noto un certo richiamo all’Ulivo molto suggestivo e nostalgico – prosegue Renzi – ricordo cosa diceva l’Ulivo sul bicameralismo, quello che non ricordo è come si possa aver perso 20 anni di tempo senza aver realizzato le promesse delle campagne elettorali. Noi allora stiamo realizzando quelle promesse”.
La polemica con l’Anm.
E, riferito allo scandalo di mafia capitale, precisa: “Deve essere chiaro che chi è disonesto, non può camminare con noi. Non tutti gli onesti votano il Pd, ma tutti quelli che stanno nel Pd devono avere l’onestà  come elemento fondamentale. Niente sconti su questo”.
Rivolto ai magistrati, attacca: “Quando leggo numerose interviste di magistrati che commentano le leggi che stiamo facendo, vorrei ringraziarli, ma credo che debbano parlare un po’ di più con le sentenze e non con le interviste”.
Frase, quest’ultima, che scatena la reazione di Rodolfo Sabelli, presidente dell’Anm (Associazione nazionale magistrati): “Parliamo per avere leggi migliori”.
No ai diktat della minoranza.
Poi, rivolto ai dissidenti, parla chiaro: “Non facciamo le riforme a colpi di maggioranza, ma non ci facciamo nemmeno bloccare le riforme dai diktat della minoranza. Non staremo fermi nella palude per guardare il nostro ombelico”.
E risponde a chi punta su nuovi equilibri nel partito (come Gianni Cuperlo e Stefano Fassina) e a chi vorrebbe un nuovo esecutivo (come Massimo D’Alema e Rosy Bindi, che a Sky Tg 24 dichiara: “Non siamo gufi e nessuno vuole lasciare il paese nella palude, ma il Parlamento non è uno scendiletto del governo”.): “Chi vuole cambiare segretario si metta il cuore in pace – ribadisce Renzi – ha tempo da qui al 2017. Chi vuole cambiare il premier si metta il cuore in pace: ha tempo da qui al 2018”.
Gli risponde il bersaniano Alfredo D’Attorre, che in assemblea chiarisce: “Non si deve parlare di trucchetti o giochini. Stiamo parlando della Costituzione. Nessuno ha lavorato per frenare, anche se capisco che il topos dei frenatori può far comodo. Basta nemici immaginari, segretario devi ringraziarci”.
Mentre Francesco Boccia taglia corto: “La conta non conta perchè i numeri sono quelli. L’assemblea di oggi dirà  se siamo un partito riformista”.
Gli fa eco Gianni Cuperlo: “Saremo leali, ma pretendiamo autonomia. Nessuno cerca il fallimento delle riforme, nessuno vuole la palude. Il punto è aiutare il Paese con le riforme giuste. Non si tratta di mugugnare, ma di migliorare – conclude Cuperlo nel suo intervento dai toni concilianti – Dobbiamo indicare tutti insieme una via d’uscita a un’Italia lacerata dalle divisioni sociali”.
L’attacco di Fassina.
Durissimo l’intervento di Stefano Fassina che parte dallo sciopero generale di venerdì scorso per arrivare ad affermare che il Pd è diventato il “partito della Troika”: “Milioni di lavoratori venerdì hanno perso una giornata dei loro stipendi per dire al governo che la politica economica che porta avanti non va bene. E’ grave che il segretario non abbia detto una parola sullo sciopero – afferma Fassina –   Significa che al Pd non importa nulla di quelle persone che hanno scioperato. Stiamo cambiando idendità , stiamo cambiando funzione politica. Stiamo diventando il partito dell’establishment che mette in atto l’agenda della Troika, non il partito della nazione”. E, rivolto al segretario, gli intima: “Non ti permetto più di fare le caricature di chi la pensa diversamente da te. E’ inaccettabile. La minoranza non fa diktat: se vuoi andare a elezioni dillo chiaramente e smettila di scaricare le responsabilità  sulle spalle di altri”.
Assente la vecchia guardia.
E’ l’assemblea dei grandi assenti: manca D’Alema, che ha dichiarato alla stampa di non avere intenzione “di farsi minacciare da Renzi”. E non c’è nemmeno Pier Luigi Bersani, bloccato a casa dal mal di schiena.
Proprio con la minoranza meno oltranzista dell’ex segretario e di Roberto Speranza i renziani stanno tentando di trovare un accordo per portare a casa le riforme nei tempi previsti. Il voto finale di ieri notte in commissione dovrebbe allontanare una rottura drammatica.

(da “La Repubblica”)

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