Dicembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
IL NUOVO SEGRETARIO È LORENZO BACCI, GIOVANE SINDACO RENZIANO DELLA PICCOLA COLLESALVETTI… ORA ATTESA LA NOMINA PER L’AUTORITà€ PORTUALE
A distanza di sei mesi, la Livorno che fu del Partito comunista celebra la sua seconda sconfitta: solo 2.200 persone che votano alle primarie per avere un segretario che il Pd non aveva più.
E non sono pochi, sono niente, se rapportati a quello che il partito e i suoi antenati sono stati per la città : hanno visto, nel 1921, nascere il partitone, lo hanno celebrato, hanno vissuto gli anni dove si sparava contro i fascisti, il dopoguerra degli americani dove le segnorine, così chiamavano le prostitute, ballavano il twist e coccolavano i soldati, hanno contribuito a far crescere il porto, visto nascere le prime cooperative.
Poi, d’un colpo, è finito tutto.
“Non avevamo nessuna voglia di diventare democristiani”, dice Giuseppe Mucci, ex iscritto al Pci, al Pds, ai Ds e poi anche al Pd. “Il corso renziano era la rinascita della Democrazia cristiana, quella che noi abbiamo sempre combattuto col coltello tra i denti”.
Tutto riassunto molto bene sulla locandina del Vernacoliere che spiega come Renzi se la sia fatta sotto.
È spiegato in termini più espliciti, alla Vernacoliere, insomma, ma il senso si capisce bene. Il mensile satirico non ama Renzi, nè lui nè la storia dalla quale proviene e nemmeno la sua città .
“Per noi i fiorentini” come dice il direttore e fondatore del giornale, Mario Cardinali, “sono quelli che l’estate vengono al mare e affogano”.
È bastato che Beppe Grillo proponesse un candidato alternativo perchè esplodesse la rinegoziazione del passato.
Che poi, a dirla tutta, neppure è stato Grillo a tirare la volata a quello che sarebbe diventato il nuovo sindaco, Filippo Nogarin, perchè il leader del Movimento cinque stelle non fece nessuna campagna elettorale a Livorno, non si affacciò neanche, tanto era certo di non vincere.
Oggi il Pd aveva riposto nelle primarie l’occasione per rialzarsi, anche perchè a breve c’è da scegliere l’uomo per l’autorità portuale, quello che muove lo scacchiere dei quattrini e che viene deciso dal governo, dunque dal ministro Maurizio Lupi, e, di conseguenza, da Matteo Renzi.
Ma la bocciatura delle urne è stata sonora: su una provincia di 343 mila abitanti hanno votato in tremila e seicento, meno dei diecimila che hanno votato nella provincia di Padova quindici giorni fa.
E Padova non è Livorno. Laggiù più che la sinistra hanno visto nascere e avanzare la Lega nord, e qualche differenza esiste.
Alla fine a Livorno ha vinto Lorenzo Bacci, giovane sindaco di Collesalvetti, comune che segna il confine con la provincia di Pisa.
“Vista la situazione nella quale il partito era non possiamo definirlo un flop. È vero che a malapena è stato superato il numero degli iscritti, ma questa elezione ci permette di ripartire con fiducia è un altro impulso”.
Bacci dimentica che, nonostante fosse il candidato dell’apparato, è uscito segretario grazie a 36 voti. Numeri da elezioni di condominio. E per la prima volta votavano anche i non iscritti e i ragazzi che hanno compiuto il sedicesimo anno di età .
È l’elezione del corso di Renzi, che ovviamente, non si esprime. L’emorragia di iscritti, dunque la partecipazione che poi si traduce anche quando c’è da votare per davvero e non solo alle primarie (leggere Emilia Romagna) non sembra essere uno dei suoi problemi
Ma Livorno riflette bene quello che accade in tutte le federazioni del Pd: un partito spaccato in diverse correnti, gli iscritti che non ci sono più, le casse di un partito rimasto senza il becco d’un quattrino.
Trattasi del nuovo corso, e non potrebbe essere altrimenti.
Neppure in una città che ha vissuto di falci e martello, dove i quartieri si chiamano Shanghai, Corea e dove qualche bandiera rossa, seppur sbiadita, ha sempre sventolato. Dovrà correre questo Bacci.
Ma correre forte assai, perchè a prescindere dall’esistenza o meno dei Cinque stelle, Livorno rischia di essere persa per sempre.
Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
“MA NEL PD UN DEGRADO IMPRESSIONANTE”
Onorevole Bettini, discutendo di come aggiudicarsi l’appalto di un centro per immigrati Salvatore Buzzi dice “a noi ci manda Goffredo”. E quel “Goffredo” sarebbe lei.
«Si esaltano notizie di carte che non hanno per la Procura rilievo nell’indagine. È il modo per salvare i corrotti e sporcare chi ha fatto della correttezza una ragione di vita. Querelo chi dovesse affermare che ho compiuto pressioni o ingerenze per favorire la cooperativa 29 Giugno. Non so neanche cosa sia quell’appalto».
Ma lei Buzzi lo conosceva o no?
«Questo è il dramma, il paradosso: la 29 Giugno è stata fin dalla nascita un simbolo della sinistra. Tutti avevano rapporti con loro. Come si poteva immaginare quello che c’era dietro? È ridicolo dire: mai conosciuti! Il suo era un mondo con riferimenti lontani da me, come si evince da alcune intercettazioni. Ma io non ho mai pensato, e ancora oggi sono allibito, che lì dentro ci fosse corruzione. Ho già segnalato il rischio che si arrivi alla impraticabilità di campo per ogni tipo di impegno pubblico, perchè si arriva perfino a maledire un incontro, una chiacchierata, un consiglio. Non si sa più con chi si parla. Ma allora muore la democrazia, la politica».
Bettini, lei è stato il dominus del Pd romano per vent’anni. Recentemente ha parlato di un partito balcanizzato. Chi sono i “capibastone” a Roma?
«Ho parlato in termini politici ».
E in termini politici chi sono?
«È un sistema di vita complessivo del partito. Riterrei sgradevole utilizzare questo momento, di grande dolore e sconcerto, per lucrare qualche misero vantaggio politico. Posso dire che in tempi non sospetti, era il 2009, scrissi parole profetiche nel mio libro Oltre i partiti : “Il campanello d’allarme va suonato, non ci vogliono i giudici per comprendere che la corruzione è tornata e nessuno può pensare che si fermi sulla soglia del centrosinistra” »
Alle europee lei è stato molto combattuto da alcuni capicorrente. Chi erano? Gasbarra? Marroni? O chi altro?
«Che senso ha soffermarsi sui nomi? Con Gasbarra per anni ho avuto rapporti di amicizia. La verità è che, dopo la vittoria di Alemanno, molti dissero che era fallito il “modello Roma” anche per sbarazzarsi di una classe dirigente autorevole e capace, ma ritenuta soffocante, tant’è che io subito dopo lasciai ogni incarico politicoistituzionale e me ne andai all’estero a occuparmi di cultura e a scrivere libri».
È vero che qualsiasi persona può andare in un circolo Pd e comprare cento, mille tessere, che poi regala a chi vuole in cambio di un voto?
«Il Pd, non solo a Roma, ha raggiunto livelli preoccupanti di degrado della vita interna. Il tesseramento spesso si è fatto procurandosi tessere a 10 euro da distribuire. Anche a persone del tutto estranee. Le correnti non hanno quasi mai un significato politico ideale, ma sono gruppi spuri che mirano al potere. Da anni invoco un partito di persone che decidono in libertà contro la logica “proporzionale” delle correnti ».
Di Stefano, il deputato del Pd indagato per una tangente, in uno sfogo arriva a dire che le primarie del Pd sono state truccate e minaccia rivelazioni clamorose.
«Non so se il termine “truccate” sia giusto, so che quando le primarie non sono per ruoli di spicco, come un sindaco o un premier, che riguardano centinaia di migliaia di elettori, finiscono per esaltare il condizionamento interno delle correnti. Detto questo, il Pd rimane uno straordinario campo di energie positive e di persone perbene».
Paolo Boccacci
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 7th, 2014 Riccardo Fucile
PROBLEMA CAPITALE: DA SEI ANNI LA VECCHIA CLASSE DIRIGENTE E’ STATA MESSA DA PARTE A VANTAGGIO DI CORRENTI, BANDE E GRUPPI D’INTERESSE
Il male inizia a manifestarsi nella sua forma più acuta e prende il nome di Porcellum.
Quella legge elettorale riduce la passione politica a un sordo e inutile brusìo, un semplice rumore di fondo, trasforma il partito in un bel comitatone elettorale, le correnti in bande, gruppi d’interessi con vita parallela e autonoma.
A Roma il Porcellum sfregia il Partito democratico al punto che l’unione tra sinistra e popolari si converte in una lotta armata a suon di voti”.
Serve un Caronte per inoltrarsi nelle pancia cavernosa del Pd di Roma che pure ha nobili tradizioni e genitori illustri.
E noi lo troviamo in un dirigente di lungo corso, un osservatore non distratto che ha vissuto la stagione dei fasti fino a quella — attuale — dell’umiliazione.
“Dal 2008 le cose sono andate sempre più peggiorando. Walter Veltroni lascia Roma, viene bocciata la scelta di ripescare Rutelli nel confronto con Alemanno a sindaco e la classe dirigente del Pd, quella che ha dato lustro alla Capitale, è messa da parte.
Le seconde file si fanno avanti: qua ci siamo noi adesso.
Certo, esistono i dalemiani ma sono rappresentati da Umberto Marroni, figlio di Angiolo, dal carattere spiccatamente consociativo e una curva politica opaca.
Poi c’è Claudio Mancini, nome che illustrerò nel dettaglio più avanti.
Più vitale ma ancora un giovanotto è Matteo Orfini.
I veltroniani si sparpagliano perchè Walter non ha mai saputo tenere una corrente, qualcuno continua a far le veci (penso alla Melandri, a Leoni e Morassut).
A nome di Rutelli c’è Riccardo Milana, ex dc, ex lista Dini, con lui Giachetti e Gentiloni.
Invece si piazza al centro del partito EnricoGasbarra che traghetta i popolari in città .
È l’uomo dal navigatore incorporato: avvista il potente sempre prima di una curva pericolosa. Allievo di Sbardella, quando lo Squalo è forte, poi di Rutelli, quando Francesco è il re, di Prodi al tempo dell’Ulivo, di Bersani e infine di Renzi.
Politicamente spento, ma con una agenda invidiabilissima.
Il suo sodale è Fioroni, che nel Lazio ha una notevole piattaforma di lancio e di controllo. Alle pendici di Gasbarra navigano in un terreno notevolmente paludoso parecchi esponenti che in seguito ritroveremo.
Ma di uno si può dir subito: Mirko Coratti, l’ormai ex presidente del consiglio comunale.
Il tempo passa e il Porcellum consegna tutti all’obbligo di macinare voti. Tessere e voti.
È una condizione di sudditanza al vizio capitale della politica : avere clienti non militanti.
Ma i voti costano e al tempo dello scandalo Fiorito, ricorderà , fu fatto osservare che tutti i consiglieri regionali avevano fatto incetta.
E i nostri avevano intascato 100mila euro sotto forma di rimborsi.
Ricordo che Nicola Zingaretti, figlioccio di Goffredo Bettini la cui mano dentro il partito si sente quando c’è, perchè lui — malgrado i difetti e diciamo così le simpatie con alcuni ceti affluenti — ha sempre avuto una visione della città .
Zingaretti è uomo suo, ma Bettini più avanti allenterà la presa o forse la perderà . Sta di fatto che Nicola, quando si candida, chiede che i consiglieri invischiati nei rimborsi non si ricandidino. Segretario regionale è Gasbarra. E che fa?
Li toglie dalla Pisana e li mette in Parlamento.
Bruno Astorre, commercialista di Frascati diviene senatore. Anche Carlo Lucherini, da Monterotondo, è senatore.
E a palazzo Madama vengono riversati i luogotenenti di Latina (Claudio Moscardelli) e di Frosinone (Francesco Scalia).
La decadenza dei costumi è tale che nel tempo ai vertici del Pd ritroviamo volti che hanno fatto la storia del generone romano.
Marco Di Stefano era un fanciullo al guinzaglio di Gerace, meglio noto come Luparetta, e di Baccini. Dal Ccd all’Udc, capogruppo perfino.
I suoi diecimila voti, trasferiti al Pd, gli consentirono di fare l’assessore regionale con Marrazzo e dopo, nel modo storto che avete visto, lo hanno condotto a Montecitorio.
Anche Matteo Orfini, al quale auguro di fare un ottimo lavoro, ricorderà di aver ottenuto alle primarie per la candidatura in Parlamento l’appoggio di uno dei consiglieri regionali ripudiati da Gasbarra, cioè Claudio Mancini. Che non si è ricandidato, ha offerto il suo pacchetto a sostegno di Orfini ma in cambio ha preteso che Matteo sostenesse la candidatura di sua moglie, Fabrizia Giuliani, alla Camera.
Appoggio dato, candidatura perfetta. Oggi Fabrizia è onorevole.
Il Porcellum ci ha mangiato l’anima e così ai nepotismi (Umberto deputato figlio di Angiolo Marroni, Claudio Mancini, già vicesegretario regionale e sua moglie Fabrizia, deputata, Micaela Campana, deputata, e il marito Daniele Ozzimo, coinvolto nello scandalo ed ex assessore comunale) si è aggiunto un tocco di colore finale che mi fa piangere.
Il vertice del Pd attuale era formato da nostri ex nemici. Coratti era di Forza Italia, poi dell’Udeur. Anche Zambelli è un ex di Forza Italia, Di Stefano dall’Udc e Baldi da An. Poi uno dice che perde la fede”.
Antonello Caporale
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
MICHELA CAMPANA SI GIUSTIFICA: “IO DICO SEMPRE COSI'”
Er Guercio , er cecato , maialetto .
Ma poi la storia del «Mondo di mezzo» è fatta anche di donne.
Mogli, amanti, socie, compagne. Ma in alcuni casi anche politiche.
Come Micaela Campana, ex moglie di Daniele Ozzimo, assessore alla Casa indagato (si è dimesso).
Viene citata per un sms («bacio grande capo») mandato a Salvatore Buzzi e per un finanziamento da 20 mila euro.
Campana è una giovane deputata Pd, area bersaniana, pugliese di nascita, romana d’adozione
Occhi azzurri, bella presenza, una «carriera» che parte da Casalbertone, periferia est della Capitale.
Poi l’ascesa è verticale: da consigliere municipale, diventa responsabile organizzativa del partito romano e anche della Festa dell’Unità .
Quando arrivano le elezioni, Micaela è ormai lanciatissima.
Alle primarie da parlamentare va in tandem con Umberto Marroni e la coppia dem sbanca: 6.800 preferenze lei, 5.400 lui.
L’ultimo step è anche quello più significativo: nel «rimpastino» di segreteria, Matteo Renzi la chiama nella sua squadra, per il Welfare.
Lei, ieri, è andata a confrontarsi al Nazareno, per capire il da farsi.
Magari lascia, chissà .
Con i pochi che sono riusciti a parlarle, si giustifica: «L’sms? Ma io dico sempre così, che c’entra?».
E ancora: «Mi dispiace solo che non c’è anche l’altra parte. Quella in cui Buzzi mi chiede di fare un’interrogazione alla Camera, e io gli dico di no».
Ernesto Menicucci
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
PAURA PER UNA PROSSIMA VALANGA DI INDAGATI… IL SISTEMA APPARE TROPPO PERMEABILE: A CHI TOCCHERà€ ADESSO?
Salvatore Buzzi, il gestore degli affari della cupola, colui che aveva il libro paga di ‘mafia capitale’, alla cena
di fundraising del Pd di Roma c’era.
Portato dal partito cittadino. Magari da Mirko Coratti, allora presidente dell’assemblea capitolina, e ora dimissionario, perchè tra gli indagati. Anche lui seduto a uno dei tavoli del Salone delle Tre Fontane di Roma.
“Un parlamentare magari portava due o tre ospiti. I quali a loro volta ne portavano altri. La segreteria nazionale aveva un elenco parziale, dei primi ‘invitati’. Non di tutti”. Classico sistema di scatole cinesi per le cene di fundraising del Pd, organizzate una a Milano, l’altra a Roma, il 6 e il 7 novembre.
Evento in grande, con comizio del premier e 1000 euro minimo di sottoscrizione per i partecipanti. Un migliaio e più a serata.
Controllo su chi entrava? Sostanzialmente, nessuno. Organizzazione a cura del tesoriere, Francesco Bonifazi e della responsabile Comunicazione del Pd, Alessia Rotta.
Con gli elenchi che si aggiornavano ora dopo ora e nessun filtro particolare. “Ci sarà di tutto. Meglio restare fermi al proprio posto e non muoversi. Non sai mai chi ti avvicina, con chi rischi di farti fotografare”, confidavano i dem, prima dell’appuntamento . Soprattutto quello romano, dove ci si aspettava in blocco l’arrivo di palazzinari e personaggi dubbi.
A Roma, il misto affari-politica è sempre stato molto presente e molto scivoloso.
Timori e preoccupazioni un mese dopo sembrano più che giustificati. “Non ne ho la più pallida idea”, rispondeva Matteo Renzi a Bersaglio Mobile alla domanda se ci fossero alla cena dell’Eur personaggi coinvolti nell’inchiesta “Mondo di mezzo”.
Dallo stesso Salvatore Buzzi, in poi.
Ma poi assicurava: “Ci sono gli elenchi. È tutto trasparente”. Ecco, tutto trasparente non è. Il giorno dopo trovare la lista completa è sostanzialmente impossibile. I vertici dem in blocco fanno muro. La lista non si può dare perchè serve la liberatoria dei contribuenti, secondo la legge della privacy.
Ma gli organizzatori stessi ce l’hanno? Loro provano a dire di sì. Ma per deduzione: perchè, i bonifici devono essere stati fatti. “Tutti prima? E davvero da tutti? L’elenco completo non ce l’avrai mai. Se qualcuno si è comprato tutto il tavolo, il tavolo è a nome di un altro. E chi c’era non si sa”, confessavano ieri i renziani.
“Buzzi c’era? Non lo so, non so neanche com’è fatto”, la risposta standard a metà giornata. Qualcuno la buttava in politica: “In realtà , essendo il capo delle Cooperative non ci sarebbe neanche stato motivo di tenerlo fuori”.
Renzi, per parte sua, ha difeso la necessità e l’opportunità del fundraising: perchè, ha spiegato in diretta tv, le cene servivano a evitare la cassa integrazione per i dipendenti democratici.
Ma a bubbone scoppiato, dimostrano sostanzialmente una cosa: che il segretario e i suoi non avevano il controllo di chi entrava. E di chi pagava.
Non c’erano Luca Odevaine e Eugenio Patanè, assicurano adesso dal Pd.
Altre presenze scomode, note e ignote, non si possono escludere. Riccardo Mancini? “Non lo so — dicono dai vertici cittadini — chiedete al Pd Roma”. Un modo per sottolineare la distanza, per marcare la differenza. Renzi e i suoi erano consapevoli che lì in mezzo c’erano tante cose che non tornavano. Ma sono arrivati prima i magistrati. Per esempio, in extremis fu cancellato un tavolo di Marco Di Stefano, indagato dell’ultima ora. Che infatti alla Leopolda moderava un tavolo.Il nervosismo ieri serpeggiava tra dem di vario ordine e grado. Perchè — peraltro — l’inchiesta non è finita qui. E tutti si aspettano, che arrivino nuovi indagati e nuovi arrrestati. Dopo il Commissariamento del Pd Roma, si ragiona anche su quello del Pd Lazio.
Politicamente, c’è un filo rosso che unisce la mancanza di rinnovamento e il mancato controllo del partito a livello locale, che va da nord a sud.
E mette insieme varie storie e varie questioni.
Dall’Emilia Romagna, dove è rimasto in piedi il sistema politico di Errani, al Pd romano, alla Campania, dove trovare un candidato per le primarie spendibile, diverso da personaggi come Andrea Cozzolino e Vincenzo De Luca è molto difficile.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO AVEVA DENUNCIATO DA TEMPO L’IMPASTO ROMANO TRA MALAFFARE E POLITICA
«Nessuno sospettava niente? Come si fa a dirlo quando io ci ho scritto sopra due libri?». 
Roberto Morassut, deputato pd che è stato assessore a Roma con Veltroni, non è lieto di aver gridato al vento per denunciare l’impasto lurido tra malaffare e politica romana
È una vittoria per lei?
«Per me questa inchiesta è dolorosa, ma non mi sorprende. La qualità della nostra vita interna si è molto abbassata ed era chiaro da tempo».
Colpa delle primarie?
«Un confronto tra tribù, si reggono solo sul potere. Nel tempo si sono incrostate di elementi di inquinamento».
Renzi lo affronterà il 14 all’assemblea nazionale.
«Dobbiamo riscrivere le regole. Ci vuole l’analisi patrimoniale degli eletti e dei nominati. Non mi sorprende che in questa inchiesta ci siano pezzi del Pd, non sono casi isolati».
Luca Odevaine?
«Pronto ed efficiente. L’ho conosciuto così, fino al 2008. Poi l’ho perso di vista».
Di chi è la colpa?
«Dopo la sconfitta nel 2008 nel Pd tutto è scaduto sul piano del potere. Dobbiamo azzerare il tesseramento e le assemblee elette col porcellum interno».
Ma il cuore del malaffare è a destra. O no?
«Con la destra di Alemanno abbiamo avuto un atteggiamento consociativo».
Problema solo di Roma ?
«No. Le primarie in Emilia dimostrano lo scollamento del nostro rapporto col territorio. Col trentennale di Berlinguer abbiamo perso un’occasione».
I suoi colleghi la ringraziano per le sue denunce ?
«C’è chi apprezza e chi mi accusa di infangare il partito. Do fastidio, ma non importa».
Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
PRIMARIE IN VENETO: ALLE URNE SOLO 35.000 VOTANTI CONTRO I 177.000 DELL’ANNO SCORSO… VA MEGLIO IN PUGLIA DOVE REGGE IL SISTEMA DEI POTENTATI MERIDIONALI
Le primarie del centrosinistra per la carica di governatore in Veneto e Puglia restituiscono al Pd la
stessa fotografia delle regionali in Emilia Romagna e Calabria. In Veneto vince la renziana Alessandra Moretti con il 64 per cento, ma su un totale di soli 40mila elettori, ben lontani dai 177mila veneti che solo un anno fa parteciparono alle primarie dell’Immacolata per eleggere il segretario Pd.
In Puglia va meglio: votano in 92mila rispetto ai 123mila delle primarie 2013.
Al sud dunque sembrerebbe prevalere un istinto di conservazione che si traduce in una conferma dei noti ‘caudilli’ della politica locale.
Il Nord invece è già sintonizzato sulla nuova onda di sfiducia verso i partiti: è l’onda che non conserva, bensì travolge, cambia, scioglie le appartenenze.
E viaggia in direzione ostinata e contraria rispetto al ‘cambio verso’ di Matteo Renzi. Con questo ha a che fare il premier, mentre cerca di tessere la sua tela per l’elezione del successore di Giorgio Napolitano al Colle.
E’ il passaggio più cruciale della legislatura, quello più difficile da quando è al governo.
Perchè la sfiducia della base produce sfilacciamento nei partiti rappresentati in Parlamento: nel Pd, come nel M5s e in Forza Italia.
Complicato mettere insieme in pezzi per eleggere un capo dello Stato o magari per proseguire nel cammino delle riforme.
Le regionali hanno indebolito il Patto del Nazareno e ora, ammette Renzi a ‘In mezz’ora’ su Raitre, “Berlusconi non dà più le carte”.
Al premier non è piaciuta affatto l’intervista dell’ex Cavaliere al Corriere della Sera, nella quale Berlusconi chiedeva di posticipare il voto sull’Italicum dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato.
In un’intervista a Repubblica oggi, Renzi chiede l’opposto: la legge elettorale prima delle scelte sul Quirinale.
Ma di fatto si tratta di un balletto già concluso a sfavore del premier, il quale a ‘In mezz’ora’ ammette che il suo Italicum non potrà essere approvato dal Senato entro Natale: al massimo si arriverà all’ok della commissione.
Stesso timing per le riforme costituzionali all’esame della Camera. Dopodichè, a gennaio, l’attività politica riprenderà con l’elezione per il Colle.
Il resto finirà in stand-by. Il premier si dice certo che le riforme non ne risulteranno bloccate, ma questo — e il destino della legislatura – dipenderà da come andrà la partita quirinalizia.
E se il Patto del Nazareno non è in salute, il timore è che la minoranza Dem possa costruire un asse con i ‘ribelli’ di Raffaele Fitto sull’elezione del successore di Giorgio Napolitano.
Anche questo ammette il premier: “Altri del Pd parlano con Fitto, persone elette in Puglia in passato…”.
Il riferimento è a Massimo D’Alema, lascia capire Renzi. Si tratta di una riflessione ben matura tra i renziani.
Dal giorno della fronda dei trenta Dem sul Jobs Act, al quartier generale del premier è scattato l’allarme e il sospetto che la stessa fronda possa ripetersi sull’elezione quirinalizia, con agganci dentro Forza Italia per remare contro il Patto del Nazareno.
Di fronte ad una minoranza che evidentemente si è già messa in moto, il premier e i suoi non stanno fermi.
Ufficialmente, la speranza è che Berlusconi vada incontro a Fitto per ricompattare Forza Italia. “Se la deve vedere Berlusconi”, dice una fonte renziana.
Però, proprio perchè “Berlusconi non dà più le carte”, anche il vicesegretario del Pd, il renzianissimo Lorenzo Guerini, ha aperto un ponte di dialogo con Fitto.
Sono le precauzioni da prendere. Naturalmente, il tutto è in una fase di pre-riscaldamento: si entrerà nel vivo, con nomi e candidati, solo dopo le dimissioni di Napolitano che, secondo i calcoli renziani, dovrebbero cadere per la metà di gennaio. A quel punto, scatterebbero i 15 giorni di reggenza della seconda carica dello Stato Piero Grasso.
E febbraio dovrebbe essere il mese dell’elezione del nuovo inquilino del Colle.
A seconda di chi sarà e delle alleanze che scatteranno sulla scelta del successore di Napolitano, si capirà se la legislatura potrà continuare o se, come sostiene Berlusconi, si andrà al voto.
Del resto, il sospetto di un ritorno anticipato alle urne agita anche la minoranza del Pd che potrebbe chiedere lumi anche domani nella direzione nazionale convocata a Nazareno per le 17.30.
I partiti si sfaldano, la fase è incerta, è iniziata la corsa per il Colle e con essa il fuggi fuggi di tutti per conquistare la posizione politica più promettente.
E’ una corsa che non conosce confini di partito, anzi punta a costituire aree trasversali che si possano muovere dietro il voto segreto previsto per l’elezione del presidente. Un terno al lotto per Renzi.
Ma anche il premier cerca di muoversi oltre i confini dell’attuale maggioranza di governo.
E’ per questo che ripone molte aspettative nella diaspora nel M5s. “Quello che sta accadendo dentro i Cinquestelle non credo che resterà senza conseguenze nei prossimi mesi per l’andamento della legislatura”, sono le sue parole.
La speranza è di annettere nuovi numeri alla maggioranza di governo al Senato, dove la prossima settimana sarà approvato il Jobs Act e dove la prima commissione è impegnata nella discussione sulla legge elettorale.
E poi chissà che non ci siano frutti anche sull’elezione del presidente della Repubblica: su questo passaggio, Renzi ha tutto l’interesse a spezzare il filo che potrebbe connettere la minoranza Pd con i grillini nel nome di Romano Prodi.
E’ per questo che già da ora il premier lascia filtrare il suo no a candidati già bocciati dal Parlamento nelle altre elezioni quirinalizie: il professore, appunto.
Ma l’ostacolo più duro resta quell’onda di ‘cambiamento e sfiducia’ che si è messa in azione ‘malgrado Renzi’.
E’ l’onda che marca le distanze da leader e partiti tradizionali e premia solo chi la cavalca: Matteo Salvini e la sua Lega. E non a caso in Veneto sarà il leghista Luca Zaia, attuale governatore, a sfidare ‘ladylike’ Moretti.
Ragion per cui nel Pd renziano non si fanno troppe illusioni sulle regionali in Veneto. E’ la stessa onda che sgretola anche i gruppi già eletti in Parlamento.
Un dato che preoccupa, ammette il premier, pur restando convinto che l’affluenza alle urne sia un problema “secondario”, magari con la segreta speranza che per una volta il nord non anticipi il trend anche per il sud.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
MINORANZA PD: “RENZI STAVOLTA DOVRA’ ASCOLTARCI, CONTIAMO PIU’ DI FITTO”
La minoranza del Pd giocherà la partita del Quirinale di rimessa, aspettando che sia Matteo Renzi a fare la prima mossa, a indicare al partito un nome su cui discutere.
Il coordinamento dei dissidenti continua a vedersi praticamente ogni giorno alle 9 di mattina a Montecitorio.
Ne fanno parte Gianni Cuperlo, Pippo Civati, Stefano Fassina, Francesco Boccia e Alfredo D’Attorre. Tutte le aree sono rappresentate.
Da questo nucleo è nata la rivolta che ha portato alle 30 uscite dall’aula durante la votazione del Jobs Act.
Ma loro giurano di essere molti di più e al momento dell’elezione del presidente della Repubblica il loro peso si farà sentire.
Tra Camera, Senato e delegati regionali contano circa 100 grandi elettori. «Forse 101», scherzano evocando il voto su Romano Prodi che provocò un terremoto nel centrosinistra, un anno e mezzo fa.
Prodi è ancora nei discorsi dei ribelli in questi giorni.
Ancora oggi è il nome che mette d’accordo tutti. Civati in testa. Ma lo appoggiano anche i bersaniani e il lettiano Boccia. Persino Cuperlo non nega una chance al Professore.
Del resto, lui, nella squadra dalemiana, è sempre stato un tifoso dell’ex premier, certamente il meno denigratorio, tanto da immaginare una pace tra D’Alema e Prodi qualche anno fa, attraverso la nomina di quest’ultimo alla presidenza della Fondazione Italianieuropei.
Il percorso di Prodi appare fin d’ora accidentato, reso difficile dalla sua sbandierata indisponibilità e dal veto di Berlusconi.
In più adesso la sponda grillina non è molto sicura vista la tempesta che scuote i 5stelle.
Comunque il coordinamento si prepara anche a un piano B.
Sul profilo di Prodi: ossia autorevolezza assoluta, nome alto, autonomia dai partiti. Perchè il timore è che nel patto del Nazareno si possa realizzare una soluzione al ribasso, con una candidatura debole.
«Il capo dello Stato dev’essere libero e forte. Libero dai condizionamenti delle forze politiche e forte nelle istituzioni», spiega Boccia.
«Va cercato un garante per il Paese, non un garante di Renzi, una specie di stampella del governo», insiste D’Attorre. Naturalmente, secondo la minoranza, questo risultato si ottiene solo ribaltando l’intesa del Nazareno e depotenziando il potere di scelta di Berlusconi.
Per neutralizzare il dissenso interno e i franchi tiratori Renzi però ha bisogno di patto blindato o con Berlusconi o con Grillo.
Dalla quarta votazione basteranno 500 e rotti voti per eleggere il presidente. Se sono veri i 100 della minoranza, è necessario avere la sponda garantita di Forza Italia e dei centristi oppure del comico.
Perchè nemmeno i dissidenti grillini saranno sufficienti. La via d’uscita più semplice è trovare un nome talmente alto da impedire a chiunque di battere ciglio.
Come avvenne ai tempi di Carlo Azeglio Ciampi. Questo nome è unico: Mario Draghi. Berlusconi dovrebbe inchinarsi e la minoranza dem non avrebbe alternative.
Draghi tuttavia è out almeno per il momento. Girano le candidature di Roberta Pinotti e Paolo Gentiloni in cui i dissidenti non riconoscono l’identikit della personalità autorevole e autonoma che invece corrisponde a Walter Veltroni.
Più insidiosa, per l’intero Pd, sarebbe l’indicazione di Dario Franceschini. Il ministro della Cultura, nel toto-Quirinale, è ai margini, «ma non va sottovalutato – dice Boccia – . Può avere i voti di Berlusconi e di tutti i centristi sparsi».
I dissidenti cercano di autonomizzarsi dalla vecchia guardia, eppure non negano che Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema vorranno avere voce in capitolo.
«Esiste una necessità di condivisione, anche con noi. Non cerchiamo una situazione di stallo e la titolarità della proposta spetta a Renzi. Poi però si discute», spiega D’Attorre. Non sarà una discussione semplice, intrecciata com’è con la legge elettorale e la riforma costituzionale, oggi osteggiate dalla minoranza.
Senza contare la prospettiva del voto anticipato. Renzi e i suoi devono ancora trovare l’interlocutore giusto nel fronte dei ribelli.
Per ora regna la massima diffidenza e sospetti nemmeno molto celati a Palazzo Chigi di complotti per far inciampare il premier.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Novembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX SINDACO DI FORLI’ BALZANI HA PROMOSSO L’EVENTO PER RIFLETTERE SUL RISULTATO DELLE REGIONALI IN EMILIA
“Renzi sbaglia a dire che conta il risultato non l’astensione. Le elezioni non sono una partita a poker: chi
vince deve governare 5 anni e farlo con un deficit di legittimità non è una buona cosa. Dopo arrivano le conseguenze”.
Roberto Balzani, sfidante di Stefano Bonaccini alle primarie per la corsa alla Regione, e renziano deluso, attacca senza esitazioni il premier, il nuovo governatore e l’establishment del Pd.
Parla dal raduno dei ribelli renziani: L’Ubalda. Si chiama così l’appuntamento fissato da Balzani dopo il voto, in una sala a pagamento.
“L’Ubalda quel gran pezzo dell’Emilia e della Romagna”, un titolo che è un omaggio a Edmondo Berselli, al film degli anni ’70 con la Fenech ma soprattutto è un modo di contrapporsi ironicamente alla Leopolda di Matteo Renzi.
La vera notizia, però, è la partecipazione.
Stipata la sala, posti tutti occupati e gente in piedi, almeno 150 i presenti. Un’affluenza, a urne ormai chiuse, che stride con il dato dell’astensionismo.
La protesta contro la “ditta” che ha sostenuto Bonaccini alle elezioni è evidente. Balzani, in apertura, legge, riadattandolo satiricamente all’Emilia-Romagna del dopo flop alle regionali, un racconto del 1957 di Italo Calvino, rivolto polemicamente al Pci di Palmiro Togliatti.
Titolo: “La grande bonaccia”, un evidente riferimento a Bonaccini “inviato dalla capitale”. Si parla ironicamente della gestione del partito post -regionali e delle grane della Regione, a partire dalla questione Hera.
“Sfortunatamente per voi non sono Italo Calvino. Fortunatamente per noi — è la chiosa di Balzani- Bonaccini non è Palmiro Togliatti”. “L’ironia e lo sfottò — commenta prima di iniziare — sono un atto d’amore verso la politica”.
La serata è condotta da Piergiorgio Licciardello, presidente del Pd bolognese. Intervengono Paola Bonora (Laboratorio urbano) su ambiente e consumo di suolo e Mauro Moruzzi (ex Cup 2000) sulle partecipate.
In platea, tra gli altri, i consiglieri regionali Giuseppe Paruolo e Valentina Ravaioli, il presidente dell’Istituto Beni culturali Angelo Varni e l’ex assessore regionale Gianluca Borghi.
Arriva anche il segretario del Pd di Bologna, Raffaele Donini, che parla di un “contributo ad una fase politica nuova che dobbiamo costruire”, certo che il primo segnale di cambiamento arriverà dalla composizione della nuova giunta (di cui ha forti possibilità di essere assessore) anche se — ribadisce — “ho piena fiducia nelle scelte che farà Bonaccini”.
E proprio sulla nuova giunta, Balzani oggi ha posto un out out: “Se il tasso di innovazione sarà basso credo che sarà necessario il congresso per capire dove andare”, prospettando una conta nel partito.
L’ex sindaco di Forlì, o chi per lui, è pronto a dare battaglia per il congresso regionale Pd d’inizio 2015, dove favorito è il braccio destro di Bonaccini, Paolo Calvano.
Ad ascoltare Balzani anche il numero due del Pd di Bologna, Marco Lombardo, altro grande sostenitore di Bonaccini alle primarie di settembre e indicato come uno dei possibili successori di Donini alla guida del partito.
All’ “Ubalda” sono diverse, cosa non facile da sentire in questi giorni, le dichiarazioni di chi riconosce la dèbacle del Pd, sottolineata dall’astensione alle urne.
“Il filo tra gli elettori e chi si occupa di politica — scandisce Balzani — è stato reciso. Non è accettabile rimettere insieme i pezzi come se nulla fosse successo. Abbiamo organizzato quest’incontro per ricominciare a parlare di politica a partire dallo sciopero del voto del 23 novembre”.
“Il Pd originario — denuncia — era un partito aperto, c’era pluralità e dibattito. Tutti elementi che sono mancati”.
“Sulla partita delle primarie — scandisce — Renzi ha fatto un accordo con il Pd in cui io non ero previsto”.
Balzani riconosce che l’“effetto Renzi”, cioè l’astensione come protesta alle politiche del premier, è stato “uno dei fattori della scarsa affluenza”, precipitata al 37%.
Gli altri due: “l’inchiesta sulle “spese pazze” e l’insufficienza dell’offerta politica dei candidati”.
Ma Giuseppe Paruolo renziano della prima ora, riconfermato consigliere regionale, smentisce, come del resto fa quasi tutto il Pd in un fronte compatto, che ci sia stato un “effetto Renzi”. Non si sottrae comunque ad un’analisi del voto.
“La gente ha voluto mandare un segnale di rigetto verso dei politici che sono stati percepiti come persone che, in Regione, pensavano solo a se stessi” ma l’astensione — spiega — non è partita dalla categoria dei lavoratori iscritti al sindacato e “la Fiom ha solo voluto mettere il cappello ad un fenomeno che ha altre ragioni”.
Paruolo chiede a Bonaccini una giunta dove gli assessori siano scelti perchè “capaci” e non personaggi dello “star set” (si è parlato, in questi giorni di un incarico a Nicoletta Mantovani, già assessore della giunta comunale di Delbono, mentre la sociologa Elisabetta Gualmini ha rifiutato un eventuale assessorato).
“Più rinnovamento ci sarà meglio è” sottolinea Paruolo.
“Non è certo colpa di Renzi se c’è stata scarsa affluenza — protesta convinta Raffaella Santi Casali, consigliera comunale renzianissima — su tantissime schede nulle c’era scritto “ladri” affianco al simbolo del Pd. Gli elettori erano disgustati e i circoli sono vuoti. E Renzi con questo non c’entra niente”.
Il Pd la prossima settimana riunirà la sua segreteria e la direzione per fare un’analisi del voto che, in questi giorni, è già iniziata nei circoli.
Paola Benedetta Manca
(da “il Fatto Quotidiano“)
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