Ottobre 25th, 2014 Riccardo Fucile
LA BINDI: “IMBARAZZANTE E’ LA LEOPOLDA, NON LA MANIFESTAZIONE DELLA CGIL
Polemiche tra le due anime della sinistra (e in particolare del Pd) tra la renziana «Leopolda» a Firenze e la manifestazione della Cgil a Roma.
«Penso che più imbarazzante della contro manifestazione della Leopolda non ci sia niente», ha detto Rosy Bindi, presente al corteo del sindacato.
«Sono qui per capire le ragioni di questo pezzo reale del Paese. Nessuna strumentalizzazione di tipo politico. Spero che Renzi ascolterà questa piazza, vorrei che il governo facesse cose migliori di quelle che sta facendo. Se la riforma del lavoro resta questa voterò la fiducia, ma non voterò il provvedimento».
L’ex ministro ha poi anche polemizzato in diretta su Sky con Debora Serracchiani alla quale ha detto che «è chiaro che con la Leopolda si vuole fare un altro partito» perchè «la dirigenza composta dal segretario, da due vicesegretari e da mezzo governo sceglie di discutere di futuro ad una manifestazione finanziata da imprenditori e finanzieri dove il simbolo del Pd neppure compare».
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Ottobre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
SABATO IL DOPPIO APPUNTAMENTO: LA MANIFESTAZIONE DEL SINDACATO A ROMA E LA KERMESSE RENZIANA A FIRENZE…E UN GRANDE DUBBIO: “MI SI NOTA DI PIÙ SE VADO O NO?”
Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme, sta lavorando notte e giorno per l’organizzazione, ma non sarà sul palco.
Lo stesso il sottosegretario a Palazzo Chigi, Luca Lotti, che da sempre preferisce lavorare nelle retrovie.
Il ministro della Pa, Marianna Madia interverrà dal palco, così come Roberta Pinotti, ministro della Difesa, in lizza per il Quirinale.
Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, sarà presente in modo “attivo”. Presente pure il ministro della Cultura, Dario Franceschini.
La prima Leopolda di governo vedrà arrivare mezzo esecutivo, più una nutrita schiera di sottosegretari, da Angelo Rughetti a Ivan Scalfarotto.
L’evento che fu il trampolino di lancio della rottamazione, diventa di governo. Di nome e di fatto.
In contemporanea sabato a San Giovanni nella manifestazione organizzata dalla Cgil contro il governo ci saranno delle figure non esattamente secondarie a partire da Guglielmo Epifani (“Sono iscritto alla Cgil, anzi allo Spi”), che è il presidente della Commissione Finanze e Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro, quella che sulla carta ha in mano le sorti della riforma del lavoro (anche se poi l’ultima parola — ma no? -è al governo con i decreti attuativi).
Ecco di nuovo il Pd di lotta e di governo. Anche se Renzi ha provato a disinnescare la miccia invitando tutti a Firenze: “Venite a vedere”, ha detto. “Non sabato, che avete altro da fare”. Seconda la regola del “non ti curar di lor, ma guarda e passa”.
I renziani di fede provata, antica e recente, ci saranno tutti. Alcuni faranno a gomitate per intervenire, altri aspettano un invito ufficiale.
Sul palco tre deputati più o meno sconosciuti: Luigi Famiglietti, Silvia Fregolent e Edoardo Fanucci.
Più Lorenza Bonaccorsi, un po’ più nota. Almeno un rapido passaggio lo faranno tutti i membri della segreteria.
Ma nella vecchia stazione di Firenze arriveranno franceschiniani doc, come Marina Sereni (che spera in un posto da ministro) e Ettore Rosato, renzianissimi come i parlamentari David Ermini, Andrea Marcucci, Simona Bonafè, giovani in ascesa, come Marco Di Maio, “convertiti” da un po’ e ora ultras convinti, come Alessia Morani e Alessandra Moretti, critici come Matteo Richetti.
Per molti altri, magari alla prima esperienza in Parlamento, sarà la prima volta: un’occasione imperdibile per condividere un’esperienza con “Matteo”.
E la prova generale di quello che sarà il “partito nazione”, aperto a tutti e poco interessato alle strutture tradizionali.
Pippo Civati, che fu sul palco degli esordi, andrà a San Giovanni e con lui tutti i suoi. In piazza, Stefano Fassina, Gianni Cuperlo, Alfredo D’Attorre.
Poi, c’è pure chi non va nè da una parte, nè dall’altra.
Il presidente del Pd Matteo Orfini va in Cina con una delegazione del partito.
Per i giovani turchi c’è un problema. A manifestare contro il governo, visto che sono una minoranza renziana, non ci possono andare.
Anche se la piazza sarebbe il loro luogo naturale.
E alla Leopolda? Discussione in corso. Decideranno per una delegazione, capitanata da Valentina Paris, in segreteria.
La regola è sempre la stessa, da Nanni Moretti in poi, “…mi si nota di più…”.
Se è per Enrico Letta sarà a Trieste per una lezione alla scuola di formazione politica, promossa da http://www.lab.it   di Francesco Russo (senatore Pd, anche lui lontano da Firenze).
E Roberto Speranza, capogruppo a Montecitorio, uno dei capi ufficiali della minoranza, ma pronto ad esaudire i desideri del premier? Sarà a festeggiare Matera.
Non a Firenze neanche l’ora fedelissimo capogruppo al Senato, Luigi Zanda.
Il dilemma non è solo esserci o non esserci, ma anche dove essere.
Francesco Boccia, uscendo in serata dalla Camera, alla domanda se va alla Leopolda, scherzando risponde “Non fumo”.
Wanda Marra
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Ottobre 18th, 2014 Riccardo Fucile
“I SOLDI RACCOLTI VADANO NELLA CASSE DEL PARTITO”
«Una parte dell’establishment italiano finanzia con 2 milioni di euro la Leopolda 2015 di Matteo Renzi”: è la denuncia di Stefano Fassina su Fb dopo l’articolo de “La Stampa” che dettaglia entrate da parte dei “poteri forti”.
Fassina continua: “Due domande mi permetto sommessamente di rivolgere al segretario Nazionale del Pd. Per ragioni di opportunità , non si potevano evitare i generosi e certo disinteressati contributi di chi è stato nominato dal Governo Renzi nel cda di importanti aziende pubbliche?”
E pone una domanda: “Le ingenti risorse da te raccolte, invece che per la tua corrente, non potevano essere utilizzate per tutto il Pd, ad esempio per aiutare tanti circoli che non riescono a pagare l’affitto e sono costretti a chiudere? Prima il Pd».
Così Stefano Fassina si rivolger al leader Pd in vista della manifestazione renziana che si svolgerà il prossimo fine settimana a Firenze.
(da agenzia)
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Ottobre 18th, 2014 Riccardo Fucile
MINEO: “CLIMA DA CASERMA, PROBLEMI LORO”
“Non amo le correnti e nessuno parla di espulsioni”, assicura il capogruppo del Pd alla camera Luigi Zanda.
Ma nel partito lo scontro tra minoranza e maggioranza renziana si acuisce.
A creare maretta interna è il possibile voto di fiducia su Jobs act e Sblocca Italia a Montecitorio.
Si parla di provvedimenti disciplinari in arrivo per chi vota contro.
Crea scompiglio anche la manifestazione del 25 ottobre della Cgil: “Protestare contro il governo è incorrente per chi fa parte della maggioranza”, dicono dai ranghi ben serrati del partito.
“Noi incorrenti? Possiamo fare un saggio sull’incoerenza della sinistra, sono disponibile”, ci scherza su l’ex segretario Pierluigi Bersani.
“Il problema non è Renzi, ma i renziani: esseri non pensanti, con una cultura stalinista-leninista, se vogliono un clima da caserma è un problema loro”, va giù duro il senatore Corradino Mineo.
E poi aggiunge: “Vorrei ricordare che senza i senatori indisciplinati, Ricchiuti, Casson, Tocci, il governo sarebbe andato sotto sulla nota del Def”.
Pippo Civati annuncia il suo no al decreto Sblocca italia, anche se verrà posto il voto di fiducia. “Se ne discuterà in assemblea di un eventuale comportamento del genere, il voto di fiducia è un voto politicamente rilevante”, ribatte Ernesto Carbone.
“Sarebbe terrificante per lui, spero non voglia finire in Sel o in un partito che faccia la fine di Rivoluzione civile di Ingroia, non glielo auguro”, aggiunge Ivan Scalfarotto. Sulla coerenza dei provvedimenti varati dal governo Renzi con le idee progressiste, il sottosegretario afferma: “La sinistra è stata per anni dedita alla sconfitta, oggi abbiamo il 40%, parliamo a tutto il Paese, oggi il Pd si ispira ai laburisti, e al partito democratico americano” .
Sarà , ma nessuno se n’e’ accorto…
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 17th, 2014 Riccardo Fucile
“HO GIA’ RIDOTTO LE SPESE, ANCORA COSI’ E ANDRANNO IN CRISI SANITA’ E TRASPORTI”
«Noi siamo stati eletti dai cittadini e abbiamo il dovere di segnalare gli effetti catastrofici che produrrebbe questa legge di stabilità ».
Non ha paura di essere ascritto alla categoria dei “gufi”, Nicola Zingaretti, presidente di una Regione, il Lazio, che da 8 anni viaggia con il fardello di una sanità commissariata.
Non è un renziano, ma schiva le voci che lo vedrebbero futuro competitor del premier: «Non l’ho votato al congresso – ricorda – ma lo sostengo e credo rappresenti uno shock positivo per l’economia e l’immagine dell’Italia».
Eppure…
«Eppure stavolta sta commettendo un errore: troppo facile tagliare le tasse con i soldi degli altri. È come se invito gente a pranzo e a cena, faccio bella figura, ma poi paga qualcun altro».
In questo caso le Regioni.
«Sì, ma a subire gli effetti sono i cittadini che si vedrebbero tagliare la sanità , i trasporti per i pendolari, le borse di studio. È matematica: la spesa delle Regioni è per l’80% sanità , per un 10% trasporto pubblico e per un altro 10% tutto il resto. Dire che vuoi tagliare 4 miliardi (che si andrebbe ad aggiungere al miliardo e 600 milioni delle precedenti finanziarie) significa per forza mettere mano ai servizi».
O aumentare le tasse?
«A dire il vero noi abbiamo previsto di diminuire Irap e Irpef dal 2016 se questo sforzo non viene vanificato da una sottrazione di risorse. L’aveva scritto anche il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli. Cito testualmente: “I risparmi ottenuti a livello locale dovrebbero essere usati per ridurre la tassazione locale”. La verità è che una manovra scritta in questo modo provocherebbe inevitabilmente uno spostamento del prelievo fiscale dal centro alla periferia. Un gioco delle tre carte».
Un’operazione di immagine? Governo buono, enti locali cattivi?
«No, non è una questione di immagine. L’obiettivo che vuole perseguire il governo è giusto e io lo condivido appieno ma non bisogna mettere in crisi i servizi che garantiscono la competitività del sistema, dai trasporti all’università ».
Renzi vi invita a cominciare dai vostri sprechi, i renziani le ricordano che nel Lazio c’è l’Irpef più alta d’Italia: possibile che non ci siano spese da tagliare?
«Noi in un anno e mezzo abbiamo tagliato 400 poltrone, eliminato le auto blu e vitalizi, dimezzato gli stipendi, chiuso oltre 12 società regionali, stiamo riducendo i primari di 400 unità , abbiamo messo in efficienza la macchina amministrativa e siamo stati i primi ad aver introdotto la fatturazione elettronica. Tagliare ancora è giusto, e infatti lo stiamo facendo, a volte più del governo».
Non trova singolare che le critiche maggiori alla legge di stabilità siano arrivate proprio dai governatori del Pd?
«I governatori del Pd in questi mesi hanno sostenuto con forza e coerenza l’azione del governo. Cito solo la decisione di co-finanziare la misura degli 80 euro in busta paga con il via libera a 700 milioni di tagli alle Regioni. Abbiamo però il dovere di segnalare gli errori».
Pronti a diventare i nuovi “gufi”?
«Non ce n’è motivo. Lo sforzo del governo è il nostro ma bisogna dirsi quando si sbaglia».
Mauro Favale
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 16th, 2014 Riccardo Fucile
L’OBIETTIVO È LA CANCELLAZIONE DELLA SINISTRA INTERNA, SI VA VERSO IL REGIME RENZIANO
“C’è un problema di coerenza nella classe dirigente del Pd”. Parola del responsabile economico
del partito, Filippo Taddei.
Che a Rainews24 la mette così: “Nel partito ci sono anime, correnti e culture politiche divergenti. C’è una difformità antropologica e una delle due componenti è destinata a sparire. È quella che prima era impegnata nell’antiberlusconismo e poi è stata travolta da Renzi”.
Mai dichiarazioni furono più esplicite di come la maggioranza renziana vede le minoranze.
Persino gli uomini del presidente si stupiscono: “Ha detto così?”
Ma spingere fuori dal partito chi si ostina a opporsi è un obiettivo. Ultimo terreno di scontro, la fiducia sul jobs act.
Prossimo, la manifestazione della Cgil a Piazza San Giovanni, con mezzo partito (da Civati a D’Attorre, passando per Fassina e Damiano) che sarà in piazza.
“Chi nel Pd sceglie di manifestare contro il governo dovrà prendersi la responsabilità di spiegare questa scelta ai cittadini”, commentano duri dagli alti piani dem. Perplessità e rabbia nelle minoranze: “Ma che me la deve mettere in mezzo Taddei l’antropologia? Posso discutere con Levy Strauss”, dice Bersani.
E D’Attorre: “Questo partito è più mio che loro”. Idem, Cesare Damiano.
A proposito di difformità antropologica, i renziani ragionano più o meno così: tranne che nello Spi, nelle organizzazioni territoriali del sindacato ormai i dirigenti Pd sono minoranza rispetto a quelli di Sel e Prc. E pronosticano sconfitte della Cgil come accadde al sindacato con la marcia dei quarantamila nell’80, o con la scala mobile nell’85.
Polemizza Dario Parrini, renzianissimo segretario toscano: “C’è una sinistra molto acrimoniosa, e per fortuna molto minoritaria, che ha sempre cercato di indebolire il riformismo di governo”.
E alla Cgil: “Polemizzate col Pd; polemizzate con Renzi. Ma mantenetevi fermi contro questa misera demagogia”. Che “la sparizione” di un certo dissenso (antico, marginale, “piccolo” ) la vorrebbe Renzi è chiaro.
Per schiacciarlo, la strategia è raffinata quanto diabolica.
Sconvocata l’Assemblea dei senatori prevista per oggi che deve valutare il non voto sul lavoro di Ricchiuti, Mineo e Casson. I tre non saranno espulsi (“figuriamoci se Matteo gli regala lo status di martiri”, spiegano i renziani), ma “avvertiti”. Un ammonimento. Ci sarà martedì, dopo la direzione in programma lunedì per discutere la forma partito.
Una richiesta della stessa minoranza che Renzi ha accolto. E che sfrutterà a suo vantaggio. I gruppi parlamentari sono sollecitati a serrare i ranghi. Nessun nuovo regolamento immediato. Ma un percorso verso un partito più aperto, in cui contino tanto gli elettori, quanto i tesserati.
Un partito funzionale al governo (lo raccontano così).
Nel frattempo, si pensa a modifiche dello Statuto, per rendere meno larghe le maglie in cui si può votare in dissenso dalle decisioni della maggioranza (per ora, si parla di questioni etiche e principi fondamentali della Costituzione).
E poi, si ricorda la circolare di Bersani, che ai futuri candidati fece sottoscrivere l’impegno a votare secondo mandato. Sanzioni possibili? Se si vota no alla fiducia, l’espulsione è automatica, ragionano i renziani.
E chi non partecipa al voto? Misure allo studio. Tra cui quella di cancellare i ribelli ostinati dall’anagrafe degli iscritti e togliergli la tessera.
La minaccia, sotterranea, per Renzi, è quella che funziona di più.
E la principale è la condanna all’irrilevanza. Ancora i renziani. “Ma Civati perchè non va in Sel? Perchè nel Pd da oppositore ha un palcoscenico maggiore”. Poi, c’è la certa espulsione dalle liste future. Quanto future? Nella strategia di Renzi, il voto è un’opportunità sempre aperta.
Nella road map che partirà con la direzione di lunedì, l’approdo è un’Assemblea nazionale (in programma tra 3 o 4 mesi, ma chissà ). Che voterà un Pd a immagine e somiglianza del leader.
Pronto all’uso per eventuali elezioni.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 16th, 2014 Riccardo Fucile
PIOVONO CRITICHE SULLA FINANZIARIA: “TAGLIARE I SOLDI A REGIONI E COMUNI VUOL DIRE AUMENTARE LE TASSE”
“Con i nuovi tagli da 4 miliardi della legge di stabilità ci troviamo in una situazione che è insostenibile a meno
di non incidere sul capitolo della spesa sanitaria o di compensare con maggiore entrate”.
Lo dice il presidente della conferenza delle regioni Sergio Chiamparino, sintetizzano la posizione “unanime” dei governatori.
“Abbiamo dato intesa sul Patto per la Salute e il Fondo sanitario – continua Chiamparino -: il Patto viene così meno. Il Governo fa delle legittime manovre di politica economica ma usando risorse che sono di altri enti: l’elemento incrina un rapporto di lealtà istituzionale e di pari dignità “.
Dello stesso avviso è il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.
“Semplice abbassare le tasse con i soldi degli altri – afferma-. Le Regioni sono chiamate ora a condividere il raggiungimento di obiettivi di finanza pubblica dettati dall’Ue, a finanziare scelte che non abbiamo preso noi ma il governo”.
Infine a un giornalista che sottolinea come, secondo Renzi, è la manovra più di sinistra che si potesse fare interviene Fassina: “ma che manovra di sinistra, è una manovra che, unita all’intervento sul mercato del lavoro, sta nel solco del mercantilismo liberista che ha portato l’Europa a una recessione sempre più grave”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 16th, 2014 Riccardo Fucile
“NELLA LEGGE DI STABILITA’ PIU’ OMBRE CHE LUCI”…”RENZI COLPISCE LE MENSE SCOLASTICHE, I PENDOLARI, CHI HA BISOGNO DI CURE, LE BORSE DI STUDIO, GLI ASILI NIDO”
«Sono insostenibili i tagli che riguardano la spesa sociale. Vanno corretti». 
Per Stefano Fassina, ex vice ministro all’Economia, esponente della sinistra dem, nella legge di stabilità sono più le ombre che le luci.
Fassina, non è convinto dalla manovra di Renzi? Non crede ci siano novità positive?
«Ci sono molti aspetti da chiarire. E novità positive sono sul fronte della riduzione delle imposte. Ma il segno espansivo della manovra che già sulla carta era modesto rispetto alla gravità della situazione del paese e con i tagli pesanti alla spesa, viene cancellato ».
Alle Regioni si chiede un risparmio di 4 miliardi e 1,2 miliardi ai Comuni, 6 allo Stato. Una cura da cavallo?
«Sono tagli insostenibili, non si chiedono alle Regioni ma alle famiglie per le mense scolastiche; si chiedono ai pendolari che utilizzano il trasporto pubblico; alle persone che hanno bisogno di assistenza; agli studenti che avevano le borse di studio. Si chiedono alle mamme e ai papà per gli asili nido dei figli. Significano anche minori prestazioni nella sanità . E l’impatto recessivo degli interventi sui servizi sociali fondamentali supera l’impatto espansivo connesso alla minore tassazione».
Quindi vede il rischio che il welfare sia in pericolo?
«Non un rischio, ma la certezza. I tagli previsti per gli enti territoriali e per lo Stato colpiscono i servizi fondamentali. Sono un ulteriore colpo all’equità che avrà inevitabilmente effetti recessivi sull’economia ».
Per Renzi è la manovra più di sinistra che si potesse fare nelle condizioni date.
«No, non lo è. È una manovra che, unita all’intervento sul mercato del lavoro, sta nel solco del mercantilismo liberista che ha portato l’Europa a una recessione sempre più grave».
Ammetterà tuttavia che gli imprenditori non avranno più alibi per le assunzioni, anche grazie alla decontribuzione per i neoassunti?
«Singolare che il governo reintroduca la stessa misura che aveva previsto nel 2013 il governo Letta ed era stata poi archiviata dal governo Renzi. Ma le imprese non assumono perchè non c’è domanda. Il limite della manovra appena approvata dal consiglio dei ministri è che non è concentrata sul sostegno alla domanda, agli investimenti in particolare dei comuni in piccole opere».
Cosa si sarebbe dovuto fare?
«Si sarebbe dovuto allentare il deficit di un punto in più rispetto a quello previsto dal governo e concentrare le risorse sul patto di stabilità interno per i Comuni, su misure di contrasto alla povertà , si sarebbero dovuti pagare i debiti in conto capitale alle imprese… Inoltre il taglio dell’Irap si sarebbe dovuto concentrare per venire in aiuto ai piccoli imprenditori, mentre ne beneficiano in larghissima misura le grandi aziende».
Lei pensa a modifiche?
«Sì, sulla parte che riguarda i tagli alla spesa sociale. Ripeto: quei tagli non sono sostenibili e quella parte va corretta».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 14th, 2014 Riccardo Fucile
LA METAMORFOSI CONFORMISTA DELLA SERRACCHIANI
Il 21 marzo 2009 la pallosa e sonnacchiosa assemblea nazionale dei Circoli del Pd viene improvvisamente scossa da un piccolo tsunami: una giovane minuta e timida, che non riesce neppure a dare del tu al segretario Franceschini, conquista la platea con un intervento iniziato fra il distratto brusio generale che ben presto ruba l’attenzione di tutti e cambia le facce dei brontosauri pidini: dai sorrisetti di superiorità di fronte a una ragazzina impertinente alle smorfie sempre più nervose e imbarazzate per la sfrontata freschezza che processa le ambiguità , le doppiezze e gli inciuci del partito neonato, anzi mai nato: 12 minuti interrotti da 35 standing ovation, centinaia di migliaia di visualizzazioni su Youtube.
Quella ragazza, che pare anche più giovane dei suoi 39 anni, è Debora Serracchiani, avvocato e segretario del Pd a Udine, “la città lontana che ha accolto Eluana Englaro”. Dice basta ai compromessi con B. che “hanno costretto molti nostri elettori a votare Di Pietro per disperazione, perchè gli abbiamo fatto fare da solo l’opposizione su temi che ci appartengono, come il conflitto d’interessi e la questione morale”.
Invoca una legge sul testamento biologico contro le resistenze interne sui diritti civili e la laicità : “La Costituzione è chiara, basta quella”.
Chiede che le candidature non calassero dall’alto, ma salissero dalla base.
Dice che “non possiamo non tassare i ricchi solo perchè sono troppo pochi”.
Da allora, per un bel po’, la Serracchiani non sbaglia una mossa.
Candidata al Parlamento europeo, è eletta in Friuli con più preferenze di B.
Quando Grillo si candida alle primarie per la segreteria Pd, anzichè scomunicarlo tenta di dialogare: “Caro Beppe, quando parli di Pdmenoelle tu hai in mente i vertici e quello che hanno fatto. Quando io penso al Pd, penso alla base, al partito che possiamo costruire. Stiamo lavorando per uno stesso obiettivo, solo che lo facciamo con modalità differenti. Concedimi il beneficio del dubbio. Non ti chiedo tanto: solo di lasciarmi provare. Magari insieme e ognuno a modo suo ce la facciamo”.
Nel 2011 chiede le dimissioni del senatore Alberto Tedesco, indagato a Bari.
Nel 2012, pur avendo sostenuto i primi passi di Renzi, lo critica duramente per la sfida a Bersani alla segreteria: “Meglio se resta sindaco di Firenze”.
Nel 2013 è eletta governatore del Friuli dopo una campagna elettorale tutta incentrata sulle “liste pulite”: fuori gl’inquisiti e dimissioni in bianco dei candidati per poter estromettere gli eventuali indagati: “Per le persone che mi appoggiano io non voglio avvisi di garanzia: tecnicamente si può sapere se una persona è sotto indagine”.
E quando alcuni neoeletti finiscono sotto inchiesta per i soliti rimborsi regionali, chiede “un passo indietro”: “È un richiamo alle forze politiche, alla responsabilità e all’onestà , e su questo non voglio assolutamente arretrare: sono valori non negoziabili”.
Poi non succede niente e gli inquisiti restano al loro posto.
Intanto la Serracchiani è tornata con Renzi, che l’ha promossa vicesegretario.
Ma è già un’altra Serracchiani.
Minaccia con piglio da kapò il presidente del Senato Grasso che osa contestare la controriforma costituzionale (“si ricordi chi l’ha fatto eleggere”) e chiunque dissenta dallo stravolgimento della Costituzione che lei sventolava.
Esalta il Patto del Nazareno con B. che manda in soffitta il conflitto d’interessi, la questione morale e il diritto dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti.
Difende i quattro sottosegretari inquisiti di Renzi.
Spalleggia gli indagati Bonaccini (candidato in Emilia Romagna) e Bruno (alla Consulta) con la supercazzola “massimo rispetto per le indagini, ma anche per i diritti degli indagati”.
E tanti saluti al testamento biologico, ai diritti civili, alla laicità e alla patrimoniale. Chissà la Debora prima della cura che direbbe della Debora dopo la cura.
Qualcuno sostiene che, una volta arrivati al potere, diventino tutti uguali.
Altri ritengono che Debora fosse già così nel 2009: aspettava solo il suo turno per prendere il posto dei “vecchi” e fare le stesse cose.
In entrambi i casi, che tristezza.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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