Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
PRESENTATO EMENDAMENTO IN DIFESA DELL’ART.18 SOTTOSCRITTO DA 40 SENATORI PD… AL SENATO IL MARGINE DELLA MAGGIORANZA E’ SOLI 12 VOTI
“Oltre le più rosee aspettative”. Quando lo zoccolo duro della minoranza del Partito democratico fa circolare fra i colleghi il testo degli emendamenti presentati sul Jobs act, i fogli che gli ritornano in mano sono pieni zeppi di firme. “Vanno dalle trenta alle quaranta”, spiega Miguel Gotor.
Una cifra confermata da Maria Cecilia Guerra. L’ex sottosegretario dei governi Monti e Letta, è la prima firmataria dei sette aggiustamenti richiesti alla delega del lavoro.
Modifiche che vanno dall’altolà alla sospensione dell’articolo 18, all’obbligo per l’esecutivo di emanare i decreti sulla riforma degli ammortizzatori sociali prima, o comunque contemporaneamente, a quelli che modificheranno le tipologie contrattuali. “Non si può tirare dritto su quel che non costa niente – commenta uno dei firmatari – e tirarla per le lunghe laddove le misure di riforma comportano oneri per le casse dello stato”.
Nessuna novità sostanziale nel dibattito interno ai Democratici. Nè si prospetta all’orizzonte un effetto ostruzionismo così come è stato per la riforma del Senato.
Da Sel sono in arrivo circa 300 emendamenti, dal Movimento 5 stelle un centinaio (“Tutti sul merito – spiega Nunzia Catalfo – quel che ci interessa è modificare un testo improponibile, che non è una vera riforma ma un semplice abbassamento delle tutele esistenti”), Forza Italia ne presenterà qualcuno di meno, il Nuovo centrodestra nessuno, “per favorire l’approvazione rapida del testo”.
Siamo lontanissimi dalle oltre settemila modifiche – e il conseguente caos parlamentare – avanzate sulle riforme costituzionali.
Il problema, in questo caso, agli occhi di Palazzo Chigi è tuttavia più grave.
Potendo contare su una dozzina scarsa di voti di maggioranza a Palazzo Madama, al governo basterebbe che la metà dei senatori dissidenti alzassero il semaforo rosso alla delega sul lavoro per andare sotto.
Rendendo così necessari – al jobs act come anche alla sopravvivenza stessa del governo – il soccorso di Forza Italia.
Uno scenario che non piace a Matteo Renzi, ancora meno alla minoranza interna, che nei giorni scorsi ha parlato di “conseguenze politiche” nel caso di maggioranze variabili.
La Guerra, la cui competenza sulla materia è ampiamente riconosciuta a Palazzo Madama, spiega che “l’obiettivo comune è quello di migliorare la delega, con un’ispirazione comune di tutti i firmatari ad un atteggiamento costruttivo”. Parole serafiche, volte a non alzare il livello dello scontro.
Ma i sette emendamenti parlano da soli, e si descrivono come mine inaccettabili nell’impianto immaginato da Renzi e da Giuliano Poletti.
“È sbagliata l’ipotesi che i nuovi assunti non arrivino mai a godere delle stesse tutele che ha chi ha già un contratto”, spiega la Guerra.
Niente modifica dell’articolo 18, dunque, come recita l’emendamento relativo: “Previsione che ai nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti le tutele del contratto a tempo indeterminato vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge siano riconosciute in relazione all’anzianità di servizio, con il pieno godimento delle stesse a partire dal quarto anno di assunzione”.
Dunque tre anni di apprendistato con tutele di tipo economico, poi entrata a regime dei paracaduti esistenti, inclusa la riassunzione in caso di licenziamento per giusta causa”.
Cruciale anche il passaggio in cui si chiede l’emanazione dei decreti che riformeranno le tipologie di contratto “comunque non prima dell’emanazione dei decreti di cui all’articolo 1, comma 1, e all’articolo 2, comma 1”.
Un linguaggio tecnico che tradotto significa: prima le misure per rinforzare gli ammortizzatori sociali e rendere efficienti i centri per l’impiego, solo poi mettere mano ai contratti dei lavoratori.
L’ex sottosegretario spiega anche che “c’è la necessità di chiarire gli interventi che semplificano i contratti precari. Serve una drastica riduzione, ma nella delega di questo non si parla, si accenna semplicemente a una ‘eventuale semplificazione'”. “Inoltre – prosegue – si vuole ampliare il ricorso ai voucher, ma il rischio è che questa formula sostituisca in questo modo le forme di contratti precari odierni”.
Insomma, solo sette emendamenti, ma che pesano come macigni.
E che hanno riscosso tra gli uomini del Nazareno un tale consenso da poter mettere seriamente in difficoltà la maggioranza a Palazzo Madama.
Anche per questo, Alfredo D’Attorre e Stefano Fassina hanno chiesto un incontro con la maggioranza renziana: “Si arrivi in direzione con un documento di sintesi, non si pensi chiedere un voto a maggioranza e, magari, utilizzare provvedimenti disciplinari per far valere la disciplina di partito”.
Altrimenti, il sottinteso, l’unico anello di congiunzione tra Renzi e il suo Jobs act rimarrà il soccorso azzurro.
Con tutte le conseguenze politiche che ne deriverebbero.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
L’ART. 27 DELLO STATUTO LO PREVEDE ESPRESSAMENTE SU TEMI RILEVANTI: RENZI RISCHIEREBBE DI ESSERE SCONFESSATO DALLA BASE
Come in Scozia, la frattura del Pd sulla riforma del lavoro potrebbe sfociare in un referendum. Gli iscritti
del Partito democratico verrebbero chiamati a pronunciarsi sull’abolizione del reintegro in caso di licenziamento previsto dall’articolo 18.
In questo caso l’appiglio è un altro articolo, il numero 27 dello Statuto del Pd, ovvero la consultazione vincolante dei tesserati su temi di grande rilevanza.
La possono chiedere il segretario, la direzione a maggioranza, il 30 per cento dei delegati dell’assemblea nazionale oppure il 5 per cento degli iscritti.
Una sfida tra il sì o il no che le opposizioni interne sono convinte premierebbe le loro ragioni sconfiggendo Renzi.
Se il premier cerca davvero lo scontro finale, il referendum può scattare davvero.
Avrebbe certo il sapore della rivincita, ma è uno strumento difficilmente criticabile dai renziani perchè rivolto direttamente ai cittadini.
Eppure la minaccia di questa arma finale contrasta con i tentativi per l’accordo che le due partiti stanno facendo in queste ore.
«È una extrema ratio », ammette il bersaniano Alfredo D’Attorre. Per il momento siamo di fronte alle prove muscolari.
Quelle del premier, sotto forma di video e lettere agli iscritti.
Quelle della minoranza che conferma gli appuntamenti di domani. Una riunione con Civati, Cuperlo, Fassina, Damiano, D’Attorre e forse il lettiano Boccia per valutare insieme la linea da tenere in Parlamento sulla legge delega.
In serata poi, al gruppo del Pd alla Camera, si riunisce l’assemblea dei parlamentari bersaniani di Area Riformista.
Circa 110 persone tra deputati e senatori. Nel mirino non solo il Jobs Act ma anche la legge di stabilità .
Sono messaggi di forza che gli sfidanti si lanciano e che scontano anche la futura assenza di Renzi, impegnato nel viaggio americano per una settimana.
In questa categoria rientrano anche l’annunciato voto contrario, a prescindere dalla disciplina di partito, di Stefano Fassina. E la dichiarazione di Pier Luigi Bersani che sentenzia: «Su questa materia esiste la libertà di voto».
In realtà , Renzi legge spiragli di apertura. Nelle prese di posizione della Cisl e della Uil che spaccano il fronte sindacale. Nel sostegno di Confindustria. Persino nelle parole di Bersani «che, al di là della questione personale, mi sembra pronto a ragionare», lascia detto il premier ai collaboratori prima di partire per gli States.
Non a caso nella trattativa, che per Largo del Nazareno conduce come al solito Lorenzo Guerini, Renzi ha fatto sapere che «lo strumento del decreto legge è escluso ».
Sta in piedi soltanto come arma di pressione, ma non è quello che cerca Palazzo Chigi. Sarebbe davvero una dichiarazione di guerra.
Renzi punta invece a marcare il confine tra vecchio e nuovo con il suo discorso di lunedì prossimo in direzione. Lo farà sottolineando che accanto alla flessibilità sui licenziamenti, cioè una riduzione dei diritti attuali, se ne guadagneranno altri per i precari attraverso un’indennità di disoccupazione universale (i soldi, 2 miliardi, verrebbero subito stanziati nella manovra) e le tutele per la maternità .
È possibile inoltre accorciare i tempi per il contratto a tutele crescenti. Ossia, l’assunzione a tempo indeterminato potrebbe essere anticipata da 3 anni a 2 anni. Dopo di che rimarrebbe il reintegro per discriminazione. «Mi pare ovvio. Quello non si tocca», spiega Renzi quando illustra il suo piano.
Togliendo il decreto dal tavolo, la discussione sulla legge delega potrebbe essere più semplice. Ma la minoranza chiede di definire bene i poteri del governo.
«La smetta con gli ultimatum e la propaganda – avverte Gianni Cuperlo – e chiarisca meglio cosa vuole mettere nella delega». Le riunioni di domani serviranno a fare il punto sugli emendamenti da presentare alla Camera e al Senato
«Non faremo una battaglia di conservazione – dice D’Attorre – . Cerchiamo di imporre il modello tedesco riscrivendo anche l’articolo 18. Pensiamo a dei miglioramenti e siamo sicuri che Renzi se ne renderà conto leggendo le nostre proposte. Così troverà un punto di sintesi».
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Settembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
E TORNA LO SPETTRO DELLA SCISSIONE: “GLI ELETTORI CI HANNO VOTATO PER UN PROGRAMMA CHE NON PREVEDEVA UNA POLITICA DI DESTRA”
La minoranza del Pd ha letto la mail di Renzi come una dichiarazione di guerra. 
«Dica quello che crede. Su questo piano io non mi ci metto», sibila Pier Luigi Bersani in una versione insolita: è furioso.
Il modo — un messaggio agli iscritti del Pd per additare i compagni di partito come nemici del partito e del Paese, le parole durissime contro «la vecchia guardia» che ha preso il 25 per cento e ora vorrebbe riconquistare il Pd sono il «piano» che ha offeso non solo Bersani ma tutto il blocco di opposizione al Jobs Act.
È già cominciata la conta, antipasto della battaglia.
Fra deputati e senatori la componente bersaniana unita alle altre anti-Renzi, può contare all’incirca su 110 dissidenti.
Martedì si riuniranno, dopo il vertice che vedrà allo stesso tavolo Fassina, Cuperlo, Bindi, Civati.
L’ex sfidante delle primarie pronuncia chiaramente la parola che altri non vogliono nemmeno sentire, ma che in caso di scontro nessuno può escludere.
«Se Renzi pensa di andare alle urne sulla riforma del lavoro credo che troverà una nuova forza di sinistra in campo – dice Pippo Civati –. È uno choc, lo capisco. Ma il fantasma della scissione aleggia e non solo dalle mie parti».
Stefano Fassina aiuta a capire qual è la strada che sta imboccando il Pd.
Ed è una strada che a un certo punto si divide in due.
«La posta in gioco è un partito progressista utile all’Italia o un PdR, ossia il partito di Renzi, incapace di un cambiamento progressivo», spiega l’ex viceministro. Lui ha già scelto, sa bene come comportarsi se il premier non tornerà indietro.
«Ho vinto le parlamentarie grazie a migliaia di consensi. Il mio mandato di deputato è chiaro: votare riforme diverse da quelle della destra come invece vorrebbe Renzi. La direzione può decidere ciò che vuole. Per me è prioritario l’impegno che ho preso con gli elettori».
Ecco, come in una fotografia, i contorni della spaccatura.
Il bersaniano Alfredo D’Attorre fa i conti: alla riunione convocata martedì dovrebbero essere presenti 110 parlamentari.
Tutti potenziali voti contrari alla riforma dell’articolo 18, se l’atteggiamento di Fassina sarà maggioritario. «Non voglio sentire richiami alla disciplina di partito da Renzi. Non può dare lezioni. Ricordo bene che fu lui a sabotare l’indicazione a maggioranza di Marini per il Quirinale. Con una pubblica dichiarazione », ricorda l’ex viceministro.
L’ipotesi scissione diventa tanto più concreta quanto più aumentano i sospetti sul vero obiettivo del premier.
«Penso che la sua sia una manovra politica. Andare alle elezioni accusando il Parlamento di impedirgli la rivoluzione del Paese», dice Fassina.
Ma proprio per questo la minoranza cerca di evitare strumentalizzazioni.
«Renzi sta trasformando un problema serio in un referendum. O me o Bersani e la Camusso. Ma non è questo il punto », dice D’Attorre.
Dice Civati: «Matteo ha grossi problemi con la legge di stabilità . Non sa dove trovare i soldi e in Europa non ha ottenuto niente. Allora prende tutti a pallonate e nasconde il suo fallimento».
Adesso la minoranza vuole organizzarsi, con alcuni argomenti a favore e a sfavore.
Sa che la Cgil è impopolare in larghi strati della società . Sa anche che il tema «vecchia guardia » può avere una certa presa.
Ma userà la legge delega per sostenere le sue tesi. «Lì l’articolo 18 non c’è e quel testo l’ha scritto il governo, non io», ricorda Fassina.
«Renzi era a favore del modello tedesco, ora ha cambiato idea. Noi presenteremo al Senato e alla Camera emendamenti che vanno verso quel modello e verso l’estensione degli ammortizzatori ai precari».
Il vertice di martedì serve anche a saldare la sfida sul Jobs Act alle proposte sulla Finanziaria, «il punto debole della strategia renziana», dicono gli oppositori.
La successiva riunione dei parlamentari dovrà fornire la consistenza della «fronda». Senza rinunciare alla battaglia nella direzione del 29 settembre. «Finora in quella sede non ci siamo mai contati davvero. Lo faremo questa volta. E se i contrari alla riforma del lavoro saranno il 40 per cento, Renzi dovrà scendere a patti», dice un bersaniano. Volutamente i giovani turchi di Matteo Orfini non stati invitati a questi appuntamenti. «Gliel’avevo detto — sottolinea Civati – . Il renzismo è totalizzante. È impossibile fare la sinistra di Renzi. Anche perchè uno dei suoi obiettivi è ammazzare i “comunisti”».
Sullo scontro peserà molto la possibile alternativa al governo attuale, che al momento non si vede.
Se l’obiettivo nascosto è il voto in primavera la minoranza sarà costretta a muoversi con maggiore cautela.
Renzi del resto in privato ammette: «Voglio arrivare al 2018. Ma l’approvazione dell’Italicum mi può servire come strumento di pressione…».
Perchè non è solo Civati a pensare che il premier punti alla soluzione finale: cancellare la componente ex Ds dal Pd.
Goffredo De Marchis
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Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
“RENZI TROVERA’ DEI GIAPPONESI PRONTI A COMBATTERE”
Non è una guerra senza quartiere perchè il quartiere c’è, ed è il Pd.
E non è nemmeno di quelle che scoppiano così, quasi per caso, perchè ci si preparava da tempo, e la posta in palio è tanto chiara che di più non si può: innovazione contro tradizione.
E’ una sorta di guerra civile, quella che squassa il Pd, quasi uno scontro di religioni, e non è un caso che la miccia siano — a dirla in sintesi — il lavoro e il destino dell’articolo 18.
Qualcuno dovrà vincere e qualcun altro perdere, di qui non si scappa: e chi prevarrà potrà ridisegnare oppure restaurare profilo, valori e identità del sempre inquieto Pd.
Vincesse Renzi, quella sorta di mutazione genetica avviata con il suo avvento alla segreteria e poi al governo (41% tre mesi dopo) produrrebbe una nuova e forse decisiva trasformazione del partito: visto che la questione mette in discussione la sua stessa ragione sociale.
Vincessero gli altri — la «vecchia guardia», se vogliamo dir così — gli esiti potrebbero essere imprevedibili: e nemmeno il precipitare verso elezioni in primavera, sarebbe più da escludere.
La «vecchia guardia», dicevamo. In certi casi vecchissima e ancora amatissima tra i soggetti — i lavoratori dipendenti, per semplificare — in nome dei quali divampa la guerra civile.
Sergio Cofferati, animatore di manifestazioni oceaniche in difesa dell’articolo 18, quasi non ci crede: «Si punta alla cancellazione di diritti elementari che la sinistra, prima, e il Pd, poi, hanno sempre difeso. Buttiamo via i nostri valori in cambio di che?».
In cambio dell’ennesima legittimazione a governare, si risponde da solo: e sempre più spesso il destino di chi governa si decide in Europa.
«Se il Pd si spacca, se la tensione cresce, se i sindacati proclamano uno sciopero — annota Cofferati — Renzi pensa di poter poi andare in Europa e dire: “Avete visto che casino? Eppure la riforma io l’ho fatta”… Desolante. La sensazione è sempre più quella di una caduta verticale di professionalità , di capacità di governare».
Molte cose sono già andate di traverso alla «vecchia guardia» (a «quelli di prima», per dirla con Renzi): il patto con Berlusconi, una legge elettorale contestata, una riforma del Senato imposta a colpi di diktat e metodi di direzione (del partito e del governo) mai davvero digeriti. Il Pd trasformato in un qualunque «partito del leader».
Passo dopo passo, verrebbe da dire, la mutazione continua: ma il passo che il governo intende fare sul lavoro, stavolta, è di quelli capaci di richiamare alle armi anche chi — contro il proprio stesso temperamento — s’era messo mestamente d’un canto.
«Se Renzi va avanti, troverà dei giapponesi pronti a combattere — annuncia Rosy Bindi -. Si comporta come se stesse in un altro partito: non ha mica vinto le primarie promettendo la cancellazione dell’articolo 18! Comunque, se il presidente del Consiglio è tranquillo perchè è certo di avere i voti di Berlusconi, bene: vuol dire che saranno sostitutivi di alcuni dei nostri. Io ho partecipato e sostenuto le manifestazioni di Cofferati — conclude — e pensavo di aver fondato, col Pd, un partito di sinistra: se lo si vuol trasformare in qualche altra cosa, ci sarà tanta gente pronta ad opporsi».
Un partito di sinistra, o di sinistra-centro: che non deve cambiare nè collocazione nè ragione sociale.
«Se gli innovatori sono la destra, che pensa di uscire dalla crisi riducendo i diritti e la dignità di chi lavora — conferma Gianni Cuperlo — io penso per noi sia giusto stare dall’altra parte».
Un partito di sinistra, o di sinistra-centro, che non può trasformare la sua segreteria «in un completamento dello staff di Renzi» (Fassina).
Un partito di sinistra, o di sinistra-centro — però — che prima perdeva e adesso vince: allargando, appunto, i propri consensi non solo al centro ma, talvolta, perfino a destra. E questo è un fatto — frutto della mutazione — con cui si dovrà pur fare i conti.
Dice Pier Luigi Bersani — ultimo segretario «tradizionale» del Partito democratico — che quel che pare voglia proporre il governo gli sembra “surreale”.
E rincara: «Si descrive l’Italia come vista da Marte». Vien da chiedersi come descriverebbe il Pd qualcuno che lo osservasse da Marte. Un partito in trasformazione? In disfacimento? Un partito moderno, tanto moderno da sembrare americano?
Difficile dirlo. Visto dalla Terra, invece, comincia a ricordare — dopo qualche mese di calma piatta — certi attualissimi e terribili scenari medio-orientali: califfi, ribelli, annunci di vendette e guerre sante di cui pochissimi avvertivano la mancanza.
Non potrà durare a lungo, così. «E infatti Renzi è lì che osserva e decide il da fare — conclude Rosy Bindi -. Con la pistola delle elezioni sempre lì, sul tavolo, pronta a sparare…».
Federico Geremicca
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Settembre 19th, 2014 Riccardo Fucile
NEL 2002 IL CENTROSINISTRA MANIFESTAVA AL CIRCO MASSIMO ASSIEME A COFFERATI… D’ALEMA FIRMAVA CAPPELLINI ROSSI, RUTELLI RIDEVA E UN BEL PO’ DI “RENZIANI” SFILAVANO COMPATTI
È stata la manifestazione più grande di sempre, il “lungo fiume rosso” che parlava di “speranza” e di
“futuro”.
Questi i titoli dell’Unità il giorno dopo il grande corteo della Cgil al Circo Massimo, il 23 marzo 2002, quando il sindacato di Sergio Cofferati portò in piazza tre milioni di persone per difendere l’articolo 18.
Allora era minacciato dal governo di Silvio Berlusconi e tutto il centrosinistra si ritrovò in quella piazza per difendere i diritti dei lavoratori.
Massimo D’Alema, allora presidente dei Ds, si spinse a dire che per il Cavaliere “la sfida con questo sindacato sarà perdente”.
Ma le parole di sdegno anti-padronale e di solidarietà operaista riguardavano tutti, Ds e Margherita (scontato il sostegno della Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti). Tutti, anche i più fieri avversari di Cofferati si misero dietro il “cinese” della Cgil e si piegarono alla sua dimostrazione di forza.
Quel giorno D’Alema autografava cappellini rossi e si appuntava rose rosse sul petto.
Il presidente dei Ds guidava la delegazione del suo partito insieme a Piero Fassino, il segretario nazionale, oggi sindaco di Torino e sponsor indefesso di Matteo Renzi. Mentre allora affermava con nettezza che “sull’articolo 18 il governo ha fatto una sciocchezza” e si compiaceva per una “manifestazione serena e compatta” segno di un “grande movimento di opposizione”.
Insieme ai due dirigenti principali c’erano tutti gli altri esponenti del centrosinistra: Walter Veltroni, nel frattempo sindaco di Roma, Rosy Bindi oppure un capogruppo dei Ds che oggi sta manovrando per essere eletto alla Corte costituzionale: Luciano Violante.
C’era tutta la sinistra di quel partito, Pietro Ingrao, Fabio Mussi, ma anche i suoi esponenti liberisti tra cui un Enrico Morando che sfilava in difesa dell’articolo 18 mentre oggi lo affossa da viceministro dell’Economia del governo Renzi.
Quella manifestazione rappresentò l’avvio della riscossa del centrosinistra nei confronti di Berlusconi che portò poi allavittoria elettorale, sia pure di misura, del 2006. In quella piazza il centrosinistra c’era tutto. Se avesse avuto ruoli di primo piano ci sarebbe stato anche Renzi.
C’era, ad esempio, il suo partito di allora, la Margherita. Il presidente, Francesco Rutelli, ritornò apposta da Parma, dove era alle prese con le beghe del congresso nazionale, per poi ritornarci la sera stessa.
Una navetta obbligata da “una manifestazione immensa, forte e serena”.
Non si spostò invece, Dario Franceschini, che però dal congresso di Parma sottolineo che quella di Roma era “una rivolta morale sacrosanta” anche se precisava che non tutto quello che si diceva in piazza era condivisibile al 100%.
Più coraggioso di lui, invece, un democristiano di lungo corso come Giuseppe Fioroni, oggi messo un po’ in disparte da Renzi, che attaccava a testa bassa il governo Berlusconi: “Tre milioni di cittadini che liberamente manifestano il dissenso sono stati additati come sovversivi. Ora il governo fa marcia indietro. Delle due l’una: o il governo mentiva quando parlava o mente ora che scrive. O forse mente tutte e due le volte perchè, dal suo insediamento, non ha fatto altro”.
Franco Marini, ex sindacalista e padre nobile dei popolari nella Margherita era ancora più schietto: “Gratta, gratta, dietro alla faccia del presidente-operaio viene fuori quella del padrone”.
Mentre il più morbido Paolo Gentiloni, anche lui margheritino e oggi al fianco di Renzi, sosteneva, dal congresso del suo partito che “la manifestazione di Roma non è lontana da Parma, non è in contrasto con il nuovo riformismo”.
Anzi: “Quella di Roma è una manifestazione straordinaria”.
Entusiasmo a piene mani di un gruppo dirigente che presagiva la rivincita anche se, quel giorno, doveva accettare di mettersi sulla scia del “massimalismo” della Cgil e dietro la forza di un segretario sindacale, Cofferati, che dopo quella prova di forza, vinta, tentò di incassare un risultato politico prendendo la testa dell’Ulivo.
Non ci riuscì. Fu ingabbiato dalle manovre dei D’Alema e Fassino e alla fine scelse di fare il sindaco di Bologna.
Poi venne la seconda volta di Prodi, vennero altrigoverni di centrosinistra fino all’avvento di Renzi che l’articolo 18, forse, lo cancellerà davvero.
Di quella giornata, della foto-ricordo della sinistra che fu, resta oggi un po’ di mal di pancia nel Pd che proverà a strappare qualche risultato.
Restano scene come quella che andò in onda sotto il palco del Circo Massimo con la “iena” Enrico Lucci che mette il microfono davanti alla faccia di D’Alema: “Perchè uno è di sinistra?” “Perchè crede nella propria dignità ”, fu la risposta. “E perchè un giovane dovrebbe essere di sinistra?” chiede ancora Lucci. “Se non si è di sinistra da giovani…”, rispose D’Alema.
Matteo Renzi non avrebbe certamente sottoscritto.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
AL TAVOLO ANCHE SPERANZA E I DUE NEO COMPONENTI DELLA SEGRETERIA
Metti un lunedì sera, a cena, con Massimo D’Alema. Metti che a quel tavolo ci siano tutti o quasi gli esponenti
della minoranza del Partito democratico.
Anche quelli che, formalmente, hanno siglato la cosiddetta «pax renziana», come, tanto per fare qualche nome, il capogruppo alla Camera dei deputati Roberto Speranza e i neo-componenti della segreteria, «plurale e non unitaria», per dirla alla Cuperlo, Enzo Amendola e Micaela Campana.
Non ci sono solo loro ovviamente: a quel tavolo c’è un folto gruppo della rappresentanza parlamentare del Pd, che, come è noto, è stata nominata dalla precedente segreteria.
In quell’incontro conviviale si parla di come arginare il segretario nonchè premier. Che Massimo D’Alema sia arrabbiato con l’inquilino di Palazzo Chigi non è una novità .
L’ex ministro degli Esteri, nei suoi conversari privati con i compagni di partito a lui più fedeli, lo dice senza troppi infingimenti: «A me aveva detto determinate cose, sia sulla composizione del governo che sulla nomina europea dell’Alto rappresentante e poi non ha tenuto fede alla parola data. Prima o poi qualcuno dovrà raccontare le bugie che dice quello lì»
Ed è stato proprio D’Alema a volere la cena, il 15 settembre scorso. Per vedere cosa ne pensino i deputati e i senatori del Partito democratico che fanno parte della minoranza (che poi, nei gruppi parlamentari, è praticamente maggioranza).
C’è chi propone di andare giù duri sull’articolo 18, approfittando della protesta dei sindacati. E questo è un fronte che, di fatto, si è già aperto.
Ma ce n’è un altro, che diventa di stringente attualità , visto che Matteo Renzi e Silvio Berlusconi hanno dato una «registrata» al patto del Nazareno sulla riforma elettorale. «Le preferenze, ci vogliono le preferenze e su quello bisognerà incalzare il premier. E poi le soglie. Sono troppo alte, così non vanno bene», viene detto da più parti.
Si discute persino di Quirinale. La successione a Giorgio Napolitano non è al momento all’ordine del giorno, ma la minoranza del Partito democratico vuole giocare d’anticipo sul presidente del Consiglio.
Nel timore che Renzi possa spiazzare tutti puntando su una donna, viene fatto il nome di Paola Severino, ministra della Giustizia del governo Monti.
È vero che si deve a lei la legge che ha portato fuori dal Parlamento Berlusconi, ma il suo nome non dispiace al centrodestra: Severino, tra l’altro, è in buoni rapporti con Gianni Letta.
Non è una cena di congiurati, quella di lunedì scorso. Anche perchè tutti a quel tavolo sanno che non è possibile ribaltare la maggioranza interna al Pd.
Il tentativo, piuttosto, è quello di condizionare il leader, che, finora, è andato avanti senza assoggettarsi a troppi vincoli.
Ma anche le altre minoranze del Partito democratico non sembrano propense a rendere la vita facile al premier.
Pippo Civati, che di tutti gli oppositori del presidente del Consiglio è quello che parla più chiaramente, non nasconde il suo fastidio.
Ed è arrivato al punto di siglare un’alleanza interna con Beppe Fioroni, ex Ppi, ex Margherita, leader dei cattolici del Pd, figura quanto mai lontana da lui.
Eppure i due, proprio ieri, assisi su un divanetto del Transatlantico di Montecitorio, confabulavano tra di loro.
Oggetto dei loro discorsi, la decisione di prendere a breve, già a ottobre, delle iniziative comuni. Sulla scuola e sulla pace. Iniziative formalmente asettiche che, però, mirano a stanare il premier e a metterlo in difficolt�
Insomma, nel Pd della «segreteria plurale», le diverse minoranze interne, si tengono le mani libere e puntano a minare la «pax renziana».
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
CHIESTO DI FARE LUCE SU COME SONO STATE UTILIZZATE LE RISORSE DESTINATE ALL’ATTIVITA’ POLITICA OLTRECONFINE… NESSUNO SA COME SIANO STATI SPESI I SOLDI
“Trasparenza totale sulle risorse finanziarie e sul loro utilizzo all’interno del Pd”. 
A chiederlo i componenti della circoscrizione Estero dell’Assemblea nazionale del Partito democratico che, in una nota formale indirizzata al segretario Matteo Renzi, al vice Lorenzo Guerini, al tesoriere Francesco Bonifazi e alla Commissione di garanzia, denunciano senza mezzi termini la violazione delle norme statutarie del partito. Quali?
La mancata rendicontazione e conseguente pubblicazione on line delle spese sostenute dal Pd per le ultime campagne elettorali della circoscrizione Estero, quella che, fra i connazionali residenti Oltreconfine, elegge dodici deputati e sei senatori.
Alle politiche 2013, mentre in patria Pier Luigi Bersani non riusciva a smacchiare il Giaguaro, Oltreconfine il Pd vinceva facendo eleggere quattro senatori e cinque deputati a fronte di una spesa di 100mila euro.
Tutto bene quindi? No, perchè quelle spese non sono mai state rendicontate, così come tutte le altre uscite a partire dal 2010 che, secondo il documento, ammontano a oltre 400mila euro.
Così la nota, firmata trasversalmente dai membri delle tre correnti che si diedero battaglia alle Primarie 2013 (Civati, Cuperlo e Renzi), chiede formalmente di fare chiarezza nella gestione delle risorse che “appare contraddittoria rispetto allo statuto del Pd e gestita in forma discrezionale”.
Sul banco degli imputati la gestione dell’ex responsabile nazionale Pd Italiani nel mondo Eugenio Marino che, secondo i firmatari della nota, continua a non voler spiegare come siano stati impiegati quei fondi.
“Ora dovrà essere la Commissione di garanzia a spiegarci perchè in questi anni non è stato rispettato lo Statuto per quanto riguarda la trasparenza e la correttezza della gestione finanziaria”, attacca Roberto Parrillo, primo firmatario della nota, che sottolinea come in questi ultimi cinque anni non siano mai state presentate le rendicontazioni nè sia mai stato costituito il Comitato di tesoreria come invece prevede il regolamento interno del partito.
In realtà la questione non riguarda solo la trasparenza, l’etica e le regole del Pd, ma le scelte politiche che sottendono la decisione di finanziare un candidato piuttosto che un altro.
Sì, perchè dentro il Pd non sanno nemmeno quali candidati hanno potuto beneficiare di quelle risorse nè tantomeno come siano stati spesi i soldi.
E godere o meno di risorse economiche può fare la differenza fra chi viene eletto e chi no, soprattutto in una circoscrizione divisa in aree immense, grandi come uno o più continenti.
Eppure lo statuto del Partito parla chiaro.
Ecco cosa c’è scritto al comma 7 dell’articolo 17 della parte VIII: “Il Comitato di tesoreria della Circoscrizione estero, a inizio anno e non oltre il 31 gennaio, informa l’Assemblea della Circoscrizione estero sulle risorse finanziarie disponibili.
Entro il 15 dicembre successivo, lo stesso Comitato presenta una relazione su come sono state utilizzate le risorse dell’anno trascorso”.
Sullo sfondo di questa nuova lotta interna al partito, più che una battaglia fra aree e minoranze, è in atto uno scontro generazionale: i “vecchi”, legati all’emigrazione tradizionale e ai patronati italiani all’estero e i “giovani” che invece guardano alla fuga dei cervelli e meno alle braccia.
E che ora, dopo il cambio della guardia al Nazareno vogliono nuova musica e suonatori.
Anche a migliaia di chilometri da Roma.
Eleonora Lavaggi
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Settembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
LA REPLICA: “C’ERANO MEMBRI NON PARLAMENTARI E BISOGNAVA PAGARLI”
Pare destinata a non finire mai, la polemica tra partito pesante e partito leggero. Tra una formazione
politica che per sopravvivere ha bisogno di strutture a tempo pieno, e un’altra che se la cava tranquillamente tra whatsApp, telefonini e riunioni di segreteria saltuarie.
Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd targato Renzi, ha detto ieri – dal palco della festa dell’Unità di Firenze che la segreteria di Pier Luigi Bersani costava al Pd un milione di euro all’anno.
Si parlava del buco di bilancio di 11 milioni di euro, ed è stato a quel punto che Bonifazi ha tirato fuori i numeri: «Tutti i componenti della segreteria Bersani godevano di 3.500 euro di indennità -rimborso. Due avevano anche appartamenti». Solo per le auto blu, «sono stati spesi nel 2012 450mila euro. Scesi a 124mila nel 2013».
Per il sito web «servivano 373mila euro».
E i costi complessivi del partito, quindi non solo della segreteria, compresi viaggi, bar e ristoranti, «sono stati di 1 milione e 62mila euro».
Ma il predecessore di Bonifazi, l’ex tesoriere Antonio Misiani, non ci sta: «Le spese le abbiamo tagliate noi già nel 2013, dopo il dimezzamento dei rimborsi elettorali. Nel 2011 la segreteria costava 863mila euro, passati a 462mila nel 2012 e 100mila nel 2013. Io ho lasciato a chi è arrivato dopo di me 9 milioni in cassa».
Certo, prima era diverso: «L’attuale segreteria è composta solo da parlamentari, il team di Bersani era invece fatto da persone che lavoravano al partito a tempo pieno. Non avevano alcuna carica istituzionale, venivano retribuiti come quadri in un’epoca in cui c’era un budget per l’attività politica. E se ne faceva tanta».
Quel budget era dato dai 60 milioni di rimborsi elettorali che il Pd incassava prima del taglio: «Era un partito che faceva i conti su risorse enormemente superiori a quelle attuali – spiega Misiani – e che chiudeva il bilancio in pareggio. Di auto blu non ne avevamo neanche una, usavamo il noleggio con conducente quando era necessario». «Non è che arrivi ovunque in treno», gli fa eco Chiara Geloni, già direttrice di YoudemTv e tra i più fidati collaboratori dell’allora segretario.
«Le auto si prendevano per andare nei paesini e lo facevano tutti, non solo la segreteria. Matteo Orfini, Stefano Fassina, Francesca Puglisi allora non erano parlamentari e avevano bisogno di rimborsi per fare attività politica, a Roma e in giro per l’Italia. Io di sprechi non ne ho visti»
Del resto, chi era a fianco di Bersani ricorda che la segreteria precedente costava anche di più, «ma non è che abbiamo passato quattro anni a dire quanto spendeva Veltroni, o a vantarci di aver tagliato volantini e manifesti. È una questione di stile». Quanto alla segreteria Epifani, Misiani ricorda che era anche quella costo zero, «perchè una volta intervenuti i tagli ci siamo adeguati. I numeri sono pubblici e certificati, le polemiche senza senso lasciano il tempo che trovano, il punto vero per il Pd oggi è l’autofinanziamento. Bisognerà capire che fine fa la raccolta fondi, ormai indispensabile. Bisognerà avere un’idea di che fine fanno L’Unità ed Europa».
Sulla prima, Bonifazi ieri ha detto: «Sono ottimista, c’è un interessamento di più solidi soggetti economici italiani, con tre proposte più credibili».
Se la trattativa andrà in porto, «in 120 giorni l’Unità potrebbe tornare in edicola».
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Settembre 13th, 2014 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI FORLI’: “NON VIVO DI POLITICA COME GLI ALTRI: SE PERDO ALLE PRIMARIE VUOL DIRE CHE TORNERO’ A INSEGNARE ALL’UNIVERSITA'”
Fosse un campionato di calcio — come a molti piace considerare la politica in tempi renzisti — il suo nome finirebbe tra le sorprese.
Roberto Balzani, già repubblicano di famiglia mazziniana, poi iscritto al Pd e, alla fine, sindaco di Forlì, si candida alle primarie per la presidenza della Regione in totale solitudine.
Non ha nessuna corrente che lo sostenga, non piace alle cooperative e, soprattutto, non piace nè a Matteo Renzi nè a Pier Luigi Bersani.
È sempre dell’idea di andare a una battaglia quasi impossibile?
Assolutamente si, io non ho nulla da perdere. Non sono come gli altri.
Che vuol dire non sono come gli altri?
Che non vivo di politica. Ho una cattedra all’università , se perdo le primarie torno al mio posto.
È un male vivere di politica?
È il male estremo. Forse non saremmo finiti in questa situazione se non ci fosse stata la politica a mescolarsi con le questioni personali.
Lei descrive il Pd come la peggiore Forza Italia.
Siamo diventati anche questo.
E qual è stato il momento della svolta? Renzi segretario?
Non direi. Semplicemente quando abbiamo smesso di discutere. Quando è iniziata la bufera sui consiglieri regionali, culminata con l’iscrizione al registro degli indagati di Matteo Richetti e Stefano Bonaccini, avevo chiesto attraverso la federazione di Forlì di aprire un dibattito. Nessuno ha risposto. Lo stesso è accaduto due mesi fa.
Si riferisce alla condanna di Vasco Errani?
Sì, quello è il momento peggiore che il Pd in Emilia Romagna ha vissuto. Non giudico la condotta di Errani che si è dimesso, ma il comportamento partito, tutti hanno preferito reagire personalmente, senza che ci fosse stata una riflessione. Non è da partito sano reagire così, si è perso il senso della politica.
Bonaccini dovrebbe dimettersi?
Non credo per l’indagine o, almeno, non dovrebbe farlo fino al rinvio a giudizio. Dovrebbe dimettersi per la deriva nella quale il partito, in Regione, è finito. Era il segretario regionale e con responsabilità doveva farsi da parte. Ha prevalso la ragione personale. E l’ambizione. Non ha ascoltato interesse politico se non il suo. Imperdonabile.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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