Destra di Popolo.net

CASO MINEO, NEL PD CI SONO ANCORA 13 SENATORI CON GLI ATTRIBUTI E SI AUTOSOSPENDONO: “VIOLATA LA COSTITUZIONE”

Giugno 12th, 2014 Riccardo Fucile

DOPO IL GOLPE DELL’IMPUTATO DI PONTASSIEVE CHE VUOLE FARSI RE, SUSSULTO DI DIGNITA’ NELL’EX PARTITO DI BERLINGUER… CENTRODESTRA CON MINEO E CHITI, CINQUESTELLE COL DITTATORELLO DELLA REPUBBLICA DELLE BANANE

Tredici senatori si autosospendono dal gruppo Pd dopo la sostituzione di Vannino Chiti e Corradino Mineo in commissione Affari Costituzionali.
Lo annuncia il senatore Pd, Paolo Corsini, in Aula a Palazzo Madama.
Corsini ha letto un documento in cui è scritto: “La rimozione dei senatori Chiti e Mineo decisa ieri dalla presidenza del gruppo rappresenta un’epurazione delle idee considerate non ortodosse”.
I senatori autosospesi sono Casson, Chiti, Corsini, Gadda, Dirindin, Gatti, Lo Giudice, Micheloni, Mineo, Mucchetti, Ricchiuti, Tocci, Turano.
“E’ una palese violazione dell’articolo 67 della Costituzione – prosegue il documento letto da Corsini -. Chiediamo alla presidenza del gruppo parlamentare il necessario chiarimento prima dell’assemblea del 17 giugno. Nel frattempo i senatori si autospendono dal gruppo Pd. Questo non potrà  non avere conseguenze sui lavori parlamentari”.
Parlando a Sky, lo stesso Corsini spiega che “altri colleghi che non abbiamo potuto contattare hanno manifestato la volontà  di aderire alla nostra iniziativa. Noi riteniamo che sia stato effettuato un vulnus all’articolo 67 della Costituzione, che dice che il parlamentare non ha vincolo di mandato e risponde alla sua coscienza”.
Per Corsini, “c’è tutto il tempo per ricomporre questa frattura. E’ possibile trovare un punto di mediazione e di soluzione del problema. Non è il caso di drammatizzare”.
A chi gli chiede della possibilità  che Mineo e Chiti non vengano reintegrati, Corsini la vede come “un’ipotesi che va tutta verificata. Noi riteniamo che il nostro gesto debba portare a un supplemento di responsabilità  in vista di una ricomposizione che tutti auspichiamo”.
Corradino Mineo e Vannino Chiti sono contrari all’idea di una riforma del Senato che lo renda composto di membri non eletti, espressione delle realtà  politico-amministrative territoriali attraverso la nomina da parte dei Consigli regionali, che è il cuore del progetto renziano – il testo Boschi – sposato dalla maggioranza del Pd.
Chiti è il primo firmatario di una proposta alternativa, il ddl Chiti appunto, che mantiene tra le sue colonne portanti esattamente l’eleggibilità  dei senatori.
La dialettica tra le due posizioni, quella della maggioranza Pd e quella guidata dai “dissidenti” Mineo e Chiti, è andata avanti per mesi.
Poi, ieri, la decisione di rimuovere Mineo e Chiti dalla commissione.
Con il primo sostituito dal capogruppo Pd al Senato, Luigi Zanda, mentre Luigi Migliavacca veniva confermato come effettivo al posto di Chiti, eletto all’Europarlamento.
Di fronte alle prime, dure reazioni all’interno del Pd, soprattutto di Civati e Fassina, Matteo Renzi da Pechino interveniva, senza fare nomi: “Non molliamo di un centimetro. Non lasciamo a nessuno il diritto di veto. Conta molto di più il voto degli italiani che il veto di qualche politico che vuole bloccare le riforme. E siccome conta di più il voto degli italiani, vi garantisco che andremo avanti a testa alta”.
“Apprezzo il Renzi politico e penso sia una risorsa – ribadisce oggi Mineo a Radio Popolare – ma il renzismo-stalinismo è grave. Non era mai successo che si violasse così l’articolo 67 della Costituzione. Da parte mia nessun veto, la mia colpa è quella di aver detto che i colonnelli di Renzi, Boschi, Zanda e Finocchiaro hanno gravemente danneggiato il progetto di riforma del Senato voluto dallo stesso governo”.
Poi, a RaiNews24, la testata che dirigeva, Mineo avverte: “Il partito è Renzi”.
E mette in guardia da un possibile “indebolimento” del Pd in seguito all’autosospensione dei senatori democratici.
Pippo Civati, a sua volta, riprende le parole del premier e controbatte sul suo blog. “Il premier dalla Cina, rinverdendo la tradizione bulgara, rivendica la decisione di ieri, che inizialmente era stata attribuita a Zanda e al gruppo del Senato. Dice che non accetta veti: benissimo. Il problema è distinguere i veti (che si confondono, come in questo caso, con i propri ricatti: o così o niente) dalla libera espressione di un’opinione in campo costituzionale. Dove tutti i parlamentari sono sovrani, di più: sovranissimi. Il premier non è stato eletto in Parlamento, ma dovrebbe ricordare che la Costituzione è cosa più importante. Anche di quello che legittimamente pensa lui. Con tutto il dovuto rispetto”.
All’esterno del Pd, le reazioni ovviamente non mancano.
Spicca, ad esempio, la posizione di Luigi Di Maio, deputato M5s e vicepresidente della Camera, scrive su Twitter: “Sulla sostituzione di Mineo e Chiti da parte del Pd dobbiamo essere intellettualmente onesti: se in un partito o gruppo parlamentare la linea politica si decide a maggioranza e successivamente in Parlamento un membro del gruppo vota in dissenso, addirittura rischiando con il suo voto di sabotare la linea decisa dalla maggioranza dei suoi colleghi, è giusto che vengano presi provvedimenti”.
Ma sono decisamente prevalenti le accuse a Renzi. Paolo Romani, capogruppo di Forza Italia al Senato, invece, vede nella “guida di Renzi” le “antiche tradizioni del centralismo democratico, che di democratico ha sempre avuto ben poco”.
Perchè vede “un leader che più che coinvolgere, e soprattutto convincere, con il proprio carisma applica serenamente l’epurazione del dissenso”.
Per la presidente del Gruppo Misto-SEL Loredana De Petris: “Non era mai successo che ai parlamentari venisse di fatto impedito di esprimersi liberamente, a maggior ragione su un tema così importante e delicato come le riforme istituzionali. Ancora più grave è che la direttiva di far tacere le voci scomode e dissenzienti sia partita direttamente dal Governo, oltretutto in una materia che è invece di stretta competenza parlamentare”.
Patrizia Bisinella, capogruppo in commissione a Palazzo Madama per la Lega Nord. “Mineo esattamente come Mario Mauro dei Popolari per l’Italia è risultato scomodo ai democratici e quindi silurato. La contrarietà  al testo delle riforme si paga cara alla faccia del dialogo e della democrazia dentro i partiti in particolare quello che dovrebbe essere ‘democratico’ e soprattutto dentro le aule parlamentari”.

(da “La Repubblica”)

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GARANTISMO E VELENI, IL PD SI SPACCA

Giugno 12th, 2014 Riccardo Fucile

DIETRO IL VOTO DEI FRANCHI TIRATORI ANTI-TOGHE L’INSOFFERENZA PER IL GIUSTIZIALISMO… MA C’E’ CHI SOSPETTA ANCHE UNA VENDETTA CONTRO LE INCHIESTE O UN SEGNALE DELLA MINORANZA A RENZI

La spaccatura del Pd segnala che un pezzo consistente del partito, con Berlusconi alle corde e il nuovo corso, sogna il tramonto della stagione giustizialista a sinistra.
Il gruppo democratico si è trovato solo contro tutti ieri mattina.
Ma sarebbe bastato per respingere l’emendamento sulla responsabilità  civile dei giudici. Invece non ha retto dimostrando che il 41 per cento dei consensi tra gli elettori non è sufficiente per garantire il governo, Matteo Renzi, la maggioranza da incidenti parlamentari e divisioni interne. Resta però il problema di fondo: bisogna “cambiare verso” anche nel legame tra magistratura e politica.
C’è quindi un pezzo di Pd garantista che ieri ha deciso di farsi sentire.
«Il tema della giustizia c’è. Non si affronta così ma c’è», ammette il capogruppo alla Camera Roberto Speranza annunciando in pratica la fine di una fase durata vent’anni. C’è anche un pezzo di Pd che non vedeva l’ora di vendicarsi con le toghe dopo le inchieste sull’Expo e sul Mose.
Forse c’è un pezzo di Pd che vuole dimostrare al segretario di contare ancora molto, almeno nelle aule parlamentari, tanto più dopo le polemiche sui ballottaggi e la disputa vecchionuovo.
«Questo lo escludo. Come escludo una rivincita sui magistrati — spiega Speranza -. Per dire, Giachetti è un superenziano ma ha votato a favore del testo leghista. Anzi il suo intervento è stato una specie di tana libera tutti per il gruppo. E se si vota secondo coscienza, un gruppo di garantisti esiste anche nel Pd».
I numeri dicono che la questione non è affatto secondaria. Non è «una tempesta in un bicchiere d’acqua», come ha detto Renzi da Pechino.
I deputati democratici presenti al momento del voto erano 214. L’emendamento è stato approvato con 187 voti favorevoli.
Un Pd compatto lo avrebbe stoppato con non chalance. Secondo i calcoli più prudenti sono dunque 50 i dissidenti Pd che non hanno seguito le indicazioni del gruppo e del governo.
La confusione avvolge le motivazioni politiche di questa scelta.
Mentre l’esecutivo finiva sotto, tutto l’emiciclo ha assistito a una violenta lite tra il sottosegretario Sandro Gozi e la responsabile Giustizia Alessia Morani (dunque renziana) che aveva mancato l’appello perchè stava parlando a una trasmissione tv.
Comunque, un quarto dei presenti ha voluto mandare un segnale. In maniera trasversale, con tutte le correnti Pd coinvolte.
Puntando i magistrati, il governo, cavalcando la polemica sui ballottaggi. Nessuno si sente di escludere a priori alcuna pista. Anche perchè, come nella vicenda dei 101 di Prodi, il voto segreto mette al riparo volti, nomi e storie.
«La scorsa legislatura — dice ancora Speranza — i deputati del Pd si spaccarono alla stessa maniera. È la prova che la ragione sta solo nel tema giustizia. E nella sensibilità  presente nel Pd per il problema della responsabilità  civile».
Lo dice anche Walter Verini, capogruppo nella commissione Giustizia di Montecitorio: «È stata colpa   dell’improvvisazione. Un voto sbagliato. Bisogna trovare una soluzione che garantisca insieme l’autonomia della magistratura e i cittadini vittime di errori dolosi ».
Significa cambiare una linea storica della sinistra, legata al ventennio berlusconiano
Ecco, è arrivato il momento di voltare pagina nel rapporto sinistra- magistrati.
Chiudere l’era del «collateralismo», come lo definisce qualcuno. «Il tema garantista è molto presente tra di noi — spiega il bersaniano Alfredo D’Attore -. Ma esiste anche il problema della corruzione che in Italia appare ormai fuori controllo. Se non teniamo insieme i due aspetti perdiamo la bussola ».
È successo ieri nell’aula di Montecitorio. La rotta giusta è affidata alla riforma della giustizia che il ministro Andrea Orlando sta preparando e che nel crono- programma di Renzi va presentata entro fine mese. Il pasticcio è sotto gli occhi di tutti.
Speranza e il vicesegretario Lorenzo Guerini sono arrivati sul filo di lana al momento del voto: erano sulla tomba di Berlinguer per i 30 anni della sua scomparsa.
Ben 80 deputati dem risultavano in missione, cioè assenti giustificati. Un po’ troppi.
Persino la presidente della commissione Giustizia Donatella Ferranti era impegnata in un convegno. Ma bastavano i presenti, senza la spaccatura inattesa
Rimane l’evidente frattura dentro il Pd. Le accuse a Giachetti si sprecano.
Vengono dagli alleati della maggioranza e dal suo partito. Il vicepresidente della Camera renziano invoca la disciplina del gruppo sulla legge elettorale ma fa come vuole su altre leggi, è l’accusa che circola negli ambienti dem.
Ma Giachetti ha scoperchiato il vaso.
All’interno c’è il tema, vasto, della giustizia. Materiale che scotta.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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RENZI SCHIERA IL PLOTONE D’ESECUZIONE: MINEO E CHITI FUCILATI SUL POSTO PER ECCESSO DI DEMOCRAZIA

Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile

IN COMMISSIONE SENATO FATTO SENZA PRECEDENTI: SOSTITUITI CHITI E MINEO (IERI ERA TOCCATO A MAURO): AVEVANO OSATO OSTACOLARE LA LEGGE TRUFFA DI RIFORMA COSTITUZIONALE

Saltano altre tre poltrone in nome delle riforme.
Il senatore ‘dissidente’ Corradino Mineo, ago della bilancia in commissione è stato sostituito con il capogruppo Luigi Zanda.
E’ la seconda sostituzione in due giorni, dopo quella del senatore di Per l’Italia Mario Mauro. Ma non solo.
L’Ufficio di presidenza del gruppo Pd del Senato ha deciso di nominare i tre membri permanenti in commissione Affari costituzionali di palazzo Madama al posto degli attuali sostituti.
I membri permanenti sono da oggi Luigi Zanda, Roberto Cocianich e Maurizio Migliavacca che prendono il posto di Marco Minniti, Luciano Pizzetti e Vannino Chiti.
Per effetto di tale decisione Corradino Mineo, a sua volta sostituto di Minniti, non farà  quindi più parte dell’organismo. La maggioranza ‘blinda’ così i suoi 15 voti in commissione, nell’attesa del ritorno dalla Cina di Matteo Renzi e del suo incontro con Silvio Berlusconi decisivo per capire se un’intesa più larga sulle riforme sarà  possibile.
“E’ un errore”, commenta Corradino Mineo, “non è utile nè a Renzi nè al governo nè al partito cercare di far passare in commissione le riforme con un muro contro muro. E’ un autogol per il governo e per il partito. Ho appreso la sostituzione solo in via informale da un collega. Non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale della mia sostituzione” nella commissione Affari costituzionali del Senato, racconta Corradino Mineo a chi lo interpella. “Me l’ha detto il collega Walter Tocci, che a sua volta l’aveva saputo da altri…”.
“Mi pare abbiano commesso un errore politico”, commenta a caldo il senatore civatiano del Pd, che è tra i firmatari del ddl Chiti e tra i sostenitori della necessità  di un Senato elettivo.
“E’ una decisione che non capisco e non approvo. Domani vedremo, per ora posso dire che non capisco la ratio di questa scelta. Non sono io il problema, il problema è uscire dall’impasse” che si è creata sul ddl del governo.
“È grave la sostituzione. È un errore politico. Una ferita all’autonomia del singolo parlamentare e al pluralismo interno del Pd. Un segno di debolezza per chi intende evitare di fare le riforme a colpi di maggioranza. Chiediamo alla presidenza del gruppo Pd del Senato di rivedere la decisione presa”.
Così Stefano Fassina in una nota.
Dopo che gli italiani hanno espresso un forte mandato per le riforme nelle urne, con il 40,8% dei voti al Pd, non è più tempo di rallentare o frenare, non si può ricadere nelle paludi parlamentari.
E’ questo il concetto che Matteo Renzi esprimerà  davanti all’assemblea del Pd di sabato.
Come se l’elettorato conoscesse i termini esatti della sua legge truffa, frutto dell’inciucio con l’ex Cavaliere e gliene fregasse qualcosa.
Ieri la sostituzione del ‘non allineatò Mauro con il capogruppo di PI Lucio Romano. Oggi le ‘misure estremè anche del Pd: via Mineo, firmatario del ddl Chiti e pasdaran della linea del Senato elettivo, cui il governo è nettamente contrario.
Peggio che nell’Urss comunista dove il dissenso portava ai gulag.

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RENZI: “FINITE LE ROCCAFORTI, NON SI VIVE PIU’ DI RENDITA”

Giugno 10th, 2014 Riccardo Fucile

SODDISFAZIONE PER I CAPOLUOGHI CONQUISTATI, MA PESANO LE SCONFITTE DI LIVORNO E PERUGIA

«Il risultato delle elezioni è una vittoria straordinaria, strepitosa. Io prima del voto ci avrei messo la firma». Matteo Renzi è volato in Vietnam, in missione asiatica, e così gli tocca commentare i risultati del voto di domenica al telefono.
E non riesce a nascondere la soddisfazione. Perchè aveva detto che si sarebbe vinto se si fossero conquistati 20 capoluoghi di provincia.
E ieri, con la vittoria a Caltanissetta, strappata al centrodestra, l’obiettivo è stato raggiunto. E a completare il successo siciliano il Pd conquista altri 4 comuni sugli otto in ballo. Mentre a Bagheria, grosso centro alle porte di Palermo, il giovane candidato grillino Patrizio Cinque (28 anni) batte l’altrettanto giovane (32 anni) uomo del Pd Daniela Vella.
Ma il premier sa che non si può nascondere dietro una valutazione soltanto quantitativa.
Perchè il Pd ha cedute alcune piazze di grande valore simbolico. A partire da Livorno, passata ai grillini. E allora dice ai suoi che il voto «segna la fine delle posizioni di rendita elettorale.
“È finito — spiega — il tempo in cui qualcuno sa che in quel posto lì vince di sicuro». Aggiunge però che se è vero che abbiamo perso in alcuni comuni, «è insostenibile» affermare che le sconfitte di Livorno Perugia, Padova o Potenza, segnano un arretramento del Pd.
Ma queste sono sconfitte che bruciano e hanno riacceso il dibattito nel Pd fra vecchia e nuova guardia.
Il premier però non vuole affogare quello che considera un quasi trionfo nelle beghe interne di partito.
E sul dibattito sulle responsabilità  avverte i suoi che «sarebbe sbagliato» aprire una discussione interna al Pd sul risultato: a vincere è stato tutto il partito, che è riuscito a vincere in Piemonte e in Abruzzo e a conquistare 20 Comuni su 27. Sulle sconfitte, prosegue Renzi, «ci faremo qualche domanda in più».
Ma, conclude, non è che se uno sta vincendo 20 a 0 e poi prende il 20 a 1, comincia a dare la colpa al difensore, al fuorigioco o al portiere: sempre di un «trionfo straordinario si tratta».
Dunque il segretario del Pd, anche in vista dell’Assemblea nazionale di sabato, ha un approccio soft verso la minoranza.
Pier Luigi Bersani dal canto suo, non alza i toni dello scontro: «La situazione va studiata a fondo. — dice l’ex segretario — In generale il Pd e il centrosinistra sono avanzati anche stavolta perchè abbiamo conquistato una trentina di Comuni in più. Ma ci sono delle spine, dei problemi. E Livorno è uno di questi».
E che il Pd sia in effetti andato avanti lo dimostrano tutta una serie di vittorie.
Per esempio quelle di Sanremo e di Ventimiglia, feudi da Claudio Scajola.
Nella seconda città  è stato eletto sindaco, dopo una spettacolare rimonta, Enrico Ioculano, un ragazzo di 28 anni.

Silvio Buzzanca
(da “La Repubblica”)

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QUI PD, I RENZIANI: “ORA ROTTAMARE I QUADRI LOCALI”

Giugno 9th, 2014 Riccardo Fucile

VIA ALLA RIORGANIZZAZIONE DEL PARTITO SUL TERRITORIO

Quella «stanchezza» che contagia gli elettori ai ballottaggi, Matteo Renzi l’aveva prevista.
Il premier aveva messo nel conto il crollo dell’affluenza, ma certo non si aspettava che il terremoto giudiziario veneziano avrebbe avuto un tale impatto sul secondo turno, guastando con un tocco amaro il sapore della vittoria di maggio.
Da ieri notte sulla roccaforte rossa di Livorno, che fu la «culla del Pci», sventolano i vessilli del M5S. «Una ferita», titola L’Unità  .
Il Pd è sconfitto a Urbino e Civitavecchia e perde due forzieri di voti come Perugia e Potenza.
L’effetto-Renzi è mancato anche a Padova, conquistata dalla rinata alleanza tra Lega e Forza Italia.
«Siamo amareggiati per Livorno – ammette a caldo il vicesegretario Lorenzo Guerini -. Le sconfitte bruciano, ma il Pd è passato da 15 a 19 capoluoghi amministrati».
Hai voglia a dire che i Comuni al ballottaggio erano pochi e che, dunque, il valore nazionale della competizione è scarso… La frenata del Pd c’è stata e le conseguenze arriveranno presto.
Quando tornerà  dalla missione tra Vietnam e Cina, Renzi metterà  la testa sui problemi del territorio e i suoi prevedono una rivoluzione che fa rima con rottamazione.
«Ci vuole gente nuova, anche nelle città » è il leitmotiv intonato ieri notte dai renziani del giro ristretto. «La rottamazione è solo iniziata», conferma Francesco Nicodemo.
Guerini assicura che la polemica tra vecchia e nuova guardia non ha avuto ripercussioni sulla campagna elettorale, nè effetti sul risultato: «Si sono impegnati tutti, vecchi e nuovi».
Eppure il tema aleggia. Di chi sono gli aspiranti sindaci sconfitti? «Renziani non sono», rispondono nell’entourage del leader buttando la croce sulla sinistra del Pd. L’arresto di Giorgio Orsoni a Venezia ha diviso i «dem», già  provati dai fatti dell’Expo e dall’arresto del deputato siciliano Francantonio Genovese per associazione a delinquere.
Ma, anche qui, Guerini smentisce che i ballottaggi siano stati un test sulla tenuta di Renzi dopo gli scandali: «Il Mose non c’entra nulla».
Sfumato l’en plein, niente foto di gruppo al Nazareno. I dirigenti hanno atteso i risultati nei vari comitati, su e giù per l’Italia. E anche Stefano Bonaccini parla di «amarezza per le sconfitte a Perugia, Padova e Livorno».
I numeri intaccano lo straordinario risultato del 25 maggio, quando le Europee hanno consentito a Renzi di trainare il Pd anche nei comuni. Alfredo D’Attorre cerca il termine giusto: «È un cappottino… Il Pd amministrava 14 Comuni capoluogo, ora siamo a 20 su 28».
A Livorno il M5S ha giocato duro ed è riuscita a spingere i Democratici verso l’autogol, in una città  simbolo per la sinistra da sempre.
Le liti fra correnti hanno indebolito il Pd locale e bruciato candidati anche validi. Renzi ha scelto di non farsi vedere al secondo turno in nessuna piazza d’Italia e così a Livorno, in rappresentanza del leader, sono andati Lotti e Nardella.
Risultato: il candidato di Grillo, in asse con la sinistra-sinistra, si è preso la città  umiliando Marco Ruggeri, primo candidato sindaco nella storia della sinistra livornese ad aver subìto l’onta dello spareggio e poi della dèbà¢cle.
«Sconfitta pesante – ammette deluso – Ci saranno riflessioni e fortissimi cambiamenti da fare».
Per riorganizzare e svecchiare il partito anche sul territorio, Renzi ha affidato a Guerini il compito di avviare una ricognizione campanile per campanile, con l’obiettivo di dirimere contrasti e spazzar via correnti.
Anche a Modena il Pd ha tremato. Nella città  della Ghirlandina, dove la sinistra aveva sempre vinto al primo turno, il colore rosso sembrava essersi scolorito.
Gian Carlo Muzzarelli, braccio destro del «governatore» bersaniano Vasco Errani, ha dovuto lottare fino all’ultimo per trionfare sul grillino Marco Bortolotti.
A Padova invece, dove i venti burrascosi del Mose soffiano forte, il leghista Massimo Bitonci ha avuto facile gioco nel finale di partita, potendo mettere in carico all’ex sindaco reggente Ivo Rossi i «legami del Pd con gli arrestati».
A Bergamo, per portar via la poltrona al sindaco Franco Tentorio, Giorgio Gori si è visto costretto a combattere contro i tabù della sinistra, che gli rimprovera di aver lavorato a Mediaset.
A Bari, infine, la vittoria di Antonio Decaro era già  scritta nei 24 mila voti di scarto con Domenico Di Paola, il candidato del centrodestra.
«Abbiamo battuto in maniera sonora Fitto e tutto quel che rimane del centrodestra», esulta Michele Emiliano.

Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera”)

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LE FERITE NELLE CITTÀ ROSSE RIAPRONO LA SFIDA DEI RENZIANI ALLA VECCHIA GUARDIA

Giugno 9th, 2014 Riccardo Fucile

“PERDIAMO DOVE CI SIAMO CHIUSI, DOVE HA PREVALSO LA LOGICA DEL VECCHIO, VINCIAMO DOVE ABBIAMO SAPUTO ESPRIMERE VOLTI E PROGRAMMI NUOVI”

Renzi è partito per il Vietnam alle otto di sera con lo schema preparato da Stefano Bonaccini, il capo dell’organizzazione del Pd.
Previsioni, numeri, l’ipotesi del record di 20 capoluoghi vinti su 28 ma anche il realismo delle contese in bilico. Alla fine il bilancio mostra qualche città  simbolo ceduta, alcune conquiste significative.
Ma è una frenata rispetto al trionfo di 15 giorni fa.
«Del record mi è sempre interessato poco – è il ragionamento del premier –. Il risultato delle Europee unito a quello delle amministrative non può essere messo in discussione. Non dimentico le regioni Piemonte e Abruzzo, le vittorie del primo turno. E le riforme vanno avanti, abbiamo la forza per farle».
Sono parole indirizzate a Forza Italia, ai suoi ultimatum sulla riforma del Senato. Ma anche e soprattutto al Partito democratico.
Si sta già  aprendo infatti il confronto tra vecchio e nuovo al Nazareno. Come sulle inchieste di Venezia. C’è il rischio di una resa dei conti.
Il corso renziano, lì dove si è perso, ha fatto fatica a farsi largo. Anzi, ha dovuto cedere il passo. Questa è la versione dei fedelissimi. La stessa che ispira il premier. «Perdiamo dove ci siamo chiusi, dove ha prevalso la logica del vecchio. Vinciamo dove ci siamo presentati con nuovi volti e nuovi programmi», è l’analisi dei renziani in contatto comunque via telefono con l’aereo in volo per l’Asia.
Come dire che l’effetto Renzi deve ancora fare breccia nel Pd.
Ci sono le ferite di Padova, Perugia, la sconfitta simbolo di Livorno con la rivincita dei 5stelle.
Attenzione dunque a un Partito democratico dove neanche il 40 per cento mette al riparo da dissidi intestini.
Al Nazareno si fanno i conti con alcune realtà  «dove il Pd del passato ha mostrato la corda, dove dobbiamo ancora rinnovare».
È chiaro il riferimento a Padova, la città  del bersaniano Zanonato che ha visto la corsa perdente del suo vice Rossi. E a Perugia, dove i renziani puntano l’indice contro il sindaco uscente Wladimiro Boccali, cuperliano, esponente di una sinistra «legata a una logica vecchia».
Come tutta l’Umbria democratica, dicono al Nazareno, una regione rossa che rischia di cambiare verso nel senso di una rendita di posizione ormai logora.
È un colpo duro da digerire la Livorno perduta dopo 70 anni ma, dicono, «in Toscana abbiamo vinto al primo turno Firenze e a Prato strappandola al centrodestra ».
È uno choc anche Perugia, altro simbolo di un potere decennale. Non saranno indolori questi insuccessi, in particolare per i rapporti interni, alla vigilia dell’assemblea dem, se il ragionamento è “i nuovi vincono, i vecchi perdono”.
Ma Renzi ha lasciato detto ai suoi fedelissimi che non si cambia strategia. Basta un niente per mettere in difficoltà  le accelerazioni volute da Palazzo Chigi. Serve dunque la spinta finale per non avere ostacoli sulla strada del governo.
Questa poi è la settimana decisiva per chiudere la partita con le correnti in vista dell’assemblea nazionale di sabato dove si sceglierà  anche il presidente del partito.
Già  venerdì, nel consiglio dei ministri, andranno in porto la riforma della pubblica amministrazione del ministro Madia e il pacchetto anticorruzione in cui saranno compresi i poteri di Raffaele Cantone.
Sono anche sette giorni importanti per l’abolizione del Senato.
Per dare spazio alla discussione e per non forzare, il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi ha fissato la nuova scadenza per l’approvazione in prima lettura della riforma: «Prima della pausa estiva».
Non a fine giugno ma entro luglio dunque. La partita però sarà  più chiara da subito. Questa settimana verranno illustrati gli emendamenti.
Va valutata la posizione di Roberto Calderoli relatore di minoranza e di Anna Finocchiaro.
Dalle scelte della Finocchiaro si capirà  quali sono le aperture del governo a modifiche. Il no al Senato elettivo rimane.
Di Forza Italia Palazzo Chigi continua a fidarsi. «Semmai – dicono – vediamo come reagirà  il Pd dopo i ballottaggi e di fronte a un primo passaggio istituzionale ». Non dimentica, Renzi, che sull’Italicum ha dovuto cedere: fissando la riforma solo per la Camera in attesa dell’abolizione del Senato.
Le resistenze sono state solo seppellite per le elezioni e grazie al risultato straordinario delle Europee ma nessuno scommette sulla loro scomparsa definitiva.
A partire dalla discussione tra vecchio e nuovo destinata ad aprirsi fin da oggi. Dice già  in serata Bonaccini: «Il successo generale rimane. Ma sulle ferite delle città  simbolo dovremo aprire una riflessione».

Goffredo De Marchis

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CHIARA GELONI: “CARO LOTTI, COME FAI A DIRE CHE ORSONI NON E’ DEL PD?”

Giugno 6th, 2014 Riccardo Fucile

L’EX DIRETTRICE DI YOUDEM RISPONDE ALLO SCARICA BARILE DEL SOTTOSEGRETARIO

Caro Luca Lotti, scusami tanto.
Ma come fai a dire che Giorgio Orsoni non è del Pd? Orsoni, il sindaco di Venezia. Quello che ha vinto le primarie, sostenuto dal Pd.
E poi le elezioni, al primo turno, sostenuto e festeggiato da tutto il Pd.
Uno dei mitici sindaci del Pd, hai presente? Quelli che volete fare senatori, per il cambiamento. Ma ora lungi da me rinfacciartelo, figuriamoci.
Non eri tu, scusa, il Luca Lotti che in segreteria (segreteria Epifani) da responsabile Enti locali caldeggiava “primarie aperte, apertissime”, sottintendendo che “quelli di prima” l’altra volta non le avevano aperte abbastanza?
Ecco, volevo chiederti: chi è del Pd allora scusa? Solo chi ha la tessera è del Pd adesso?
E come mai allora anche chi non ce l’ha, la tessera, partecipa alle primarie per eleggere il segretario del Pd, dove uno vale uno, e il voto di Orsoni conta come il mio, e come il tuo?
Orsoni, ricorderai, ha partecipato da sindaco di Venezia alle primarie per il segretario del Pd, schierandosi apertamente per Matteo Renzi, ma ora lungi da me rinfacciartelo, figuriamoci. È che mi domando, e non capisco, se ora improvvisamente per essere del Pd si debba essere iscritti, e allora perchè mai chi non è iscritto decide chi dev’essere il nostro segretario, se non è del Pd.
Hai detto che non è del Pd perchè “non è mai venuto alla direzione”, ma ti ricorderai che anche Matteo, quando era sindaco di Firenze, alla direzione non ci veniva, pur avendone diritto. Alla “seduta di autocoscienza” anzi. Non ci veniva.
Eppure Matteo era un sindaco del Pd no?
Il fatto è, vedi Luca, che non solo arriva un momento, quando si assume la responsabilità  di qualcosa, in cui continuare a dare la colpa agli altri, a quelli che c’erano prima, diventa un esercizio odioso, patetico e inutile.
Il fatto è che penso che la tua dichiarazione sia una palese violazione dello statuto del Pd.
Quello che recita, articolo 1: “Il Partito Democratico è un partito federale costituito da elettori ed iscritti, fondato sul principio delle pari opportunità , secondo lo spirito degli articoli 2, 49 e 51 della Costituzione”.
Nonchè, articolo 2: “Il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico, l’elezione delle più importanti cariche interne, la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali”.
Ecco volevo chiederti, non per polemica ma proprio perchè mi interessa: chi è del Pd e chi non lo è?
Te lo chiedo, vedi, perchè tu sei un dirigente importante e molto vicino al nostro segretario. E perchè oggi in tanti ci dicono che “bisogna fare formazione”, “bisogna fare selezione della classe dirigente”, anzi lo dice proprio anche Matteo, e io son d’accordo. E però volevo sapere: come si fa?
Non è che voglio fare la rompiscatole, vorrei davvero discutere di questo.
Mi piacerebbe tanto, ma da tanto eh.
E visto che ora non ci sono le primarie e nemmeno le elezioni alle porte, ti andrebbe se ne parlassimo un po’?
Laicamente, serenamente, fuori dalla retorica e senza evitare qualche argomento un po’ scomodo e impopolare, una volta tanto.
Senza dar sempre la colpa a qualcun altro, anche quando proprio dare la colpa a qualcun altro non è una cosa sostenibile.
Perchè dobbiamo fare in modo che questo partito funzioni no? Lo vogliamo tutti, giusto? E con questo statuto non funziona mica. Dillo a Matteo.
Perchè vedi, lui “faremo pulizia” in questi giorni non l’ha detto, anche se in tanti gli chiedono di dirlo.
E io sospetto di sapere perchè non l’ha detto: perchè non può.Nessun segretario può “fare pulizia” in questo Pd. Nemmeno lui.
E vedi Luca, purtroppo (per me, eh) alla luce dei fatti i numeri per cambiare lo statuto non ce li hanno avuti nè Bersani nè Epifani. Voi sì invece, ce li avete.
Per cui la mia domanda è: che pensate di fare?
Perchè alla fine, o “le primarie sono aperte”, oppure “Orsoni non è del Pd”.
Tutt’e due le cose no, è impossibile.

Chiara Geloni

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ACHILLE OCCHETTO: “LASCIAI IL PDS PER COMPLOTTI, D’ALEMA E’ UN MAESTRO DI QUESTI GRUPPI D’APPARATO”

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

E PARLA DEI FINANZIAMENTI AL PARTITO

“Sono stato io a scegliere di andarmene dal Pds perchè già  da allora era iniziata la linea dei complotti, avevo visto il partito dei 101 che ha fatto fuori Prodi ultimamente dalla Presidenza della Repubblica. D’Alema era maestro dell’organizzazione di questi gruppi di apparato“.
Lo rivela a “Lo schiaffo” (Class TV) Achille Occhetto, che ripercorre gli anni passati della sinistra italiana, dalla svolta della Bolognina alla gioiosa macchina da guerra fino alla sconfitta elettorale del 1994.
E spiega: “Quei gruppi si misero contro di me non tanto per la prima quanto per la seconda Bolognina, quando ci furono alcuni pochi casi che lambirono anche noi a Milano e io chiesi scusa agli italiani. Dissi che ci voleva un partito che non dipendesse più da finanziamenti esterni e che il rapporto con le cooperative doveva cambiare. Ma in Emilia mi ritrovai in isolamento totale, c’era un sistema di potere intorno a me: cominciarono a pensare che ero pericoloso perchè io volevo semplicemente attuare la politica di Enrico Berlinguer“.
Occhetto aggiunge: “Me ne sono andato perchè la maggioranza stava in un’altra direzione. Non è un caso che i miei successori scrissero libri e articoli in cui elogiavano Craxi, considerandolo moderno, e denigravano Berlinguer, considerandolo quasi un fratacchione moralista. Solo oggi, in occasione della celebrazione della sua morte, vedo lacrime di coccodrillo”.
E conclude: “Prima di dare le mie dimissioni, fummo costretti a licenziare una parte notevole dell’apparato perchè non avevamo più soldi. Dopo che sono andato via, i soldi sono di nuovo tornati“

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SI SCRIVE PD, SI LEGGE DC

Maggio 26th, 2014 Riccardo Fucile

CON RENZI STRAVINCE UN PARTITO MODERATO E DI GOVERNO, TUTT’ALTRA COSA DA QUELLO DI ANNO FA…ERA QUESTA LA FAMOSA VOCAZIONE MAGGIORITARIA?

L’aveva detto subito, tra generali smorfie di disgusto, che sarebbe andato a cercare i voti anche a destra: e ci è riuscito.
Così, come Star Trek, Matteo Renzi è arrivato dove nessun Pd era mai giunto prima. Sfondando non solo la soglia psicologica del 35 per cento — quella mancata da Walter Veltroni — ma addirittura superando quella immaginifica del 40 per cento.
Oltre il record del Pc di Berlinguer.
Oltre il miglior risultato storico raggiunto nelle Europee: quello del 36, 5 per cento della Democrazia Cristiana nel 1979.
Partito democratico, ultima frontiera: quella di una nuova Dc, appunto.
Partito che governa, che bene o male prende la bandiera delle riforme, che dialoga, e dunque che attrae il voto moderato.
Ancor prima che si possa fare l’analisi dei flussi, e capire esattamente quali voti hanno traslocato dove, è chiaro infatti che Renzi ha intercettato l’anima moderata dell’Italia: più attraente rispetto al centrismo in dissoluzione e al grillismo in esagerazione. Incarnando un’alternativa: una speranza che non fa paura.
Insomma l’operazione che l’altra volta, le altre volte, non era riuscita: “Il Pd sta realizzando la sua vocazione maggioritaria”, dice infatti compunto Davide Faraone. Ma per farlo, con Renzi, il partito ha cambiato pelle.
Lo dice anche Ivan Scalfarotto, nella notte: “Il Pd dell’anno scorso e quello di quest’anno sono due partiti diversi”.
Il Pd di Bersani, apoteosi dell’identitarismo post comunista dopo le declinazioni di Veltroni e Franceschini, solo un anno fa si era inchiodato al 25 per cento dicendo no a Berlusconi e “magari” ai Cinque Stelle.
Il Pd di Renzi ha detto sì, fino in fondo, al Cavaliere e in fondo un deciso no a Grillo. E ha vinto trattando l’alleanza col centrodestra — anche quella di governo con l’Ncd — come una propria creatura, più che come il frutto controvoglia di larghe intese. Manovrando il compromesso, piuttosto che subirlo.
Ci voleva un capo svezzato coi diccì, per riuscirci? Può darsi.
Ci voleva anche, però, un quarantenne cresciuto a pane e berlusconismo, con quel senso personalistico della leadership.
Bastava guardare il tavolone della sede del Nazareno attorno a cui si sono riuniti i vincenti vertici democratici: ministri, capigruppo, renziani di punta.
Tutti sorridenti e tutti in fondo intercambiabili: mancava giusto lui, il regista e prim’attore.
E dopo aver stravinto il referendum sulla propria legittimazione a governare — andando in questo oltre Massimo D’Alema, che nel 2000 fu azzoppato dalle regionali — Renzi adesso dovrà  scegliere se continuare a governare col centrodestra in disarmo, o farsi prendere dalla voglia di incassare presto alle urne un raccolto così generoso.
Il suo Pd, al momento, vale poco meno del doppio dei Cinque stelle, oppure di Fi, Ncd e Fratelli d’Italia messi insieme.
Il voto dunque è una tentazione: “Si potrebbe averla, ma abbiamo l’impegno delle riforme da approvare”, ha dichiarato nella notte Maria Elena Boschi.
Già , le riforme.
Se l’Italicum fosse legge, con questi risultati il Pd vincerebbe al primo turno.

Susanna Turco
(da “L’Espresso”)

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