Ottobre 28th, 2013 Riccardo Fucile
CUPERLO: “MA IL SINDACO VUOLE CAMBIARE IL PORCELLUM?”
«Il primo requisito di Renzi, che si candida a ricostruire il paese, deve essere la serietà … invece fa una operazione culturalmente ambigua».
Stefano Fassina, vice ministro all’Economia, non risparmia attacchi al “rottamatore”.
Come del resto Gianni Cuperlo, lo sfidante del sindaco di Firenze che Fassina sostiene.
Cuperlo accusa Renzi di non volere davvero cambiare la legge elettorale: «Il Porcellum lo cancelliamo o no? Non l’ho capito dal discorso alla Leopolda».
E Fassina rincara. Un “caterpillar cappottato” che fa “proposte pari a zero sulla legge si stabilità ” sono le sue bordate contro Renzi.
Il disaccordo tra voi è sempre più profondo, Fassina
«Il primo requisito di una classe dirigente che si candida a ricostruire il paese deve essere la serietà , ripeto. Mi riferisco non solo a Renzi, anche a tutti quelli che, da Brunetta a illustri commentatori, chiedono coraggio sulla legge di stabilità , e poi fanno seguire proposte generiche e inutilizzabili. Adesempio, dovrebbero indicare quali sono le misure coraggiose per tagliare di 20 miliardi all’anno il cuneo fiscale. Quando si propongono come copertura le dismissioni o l’intervento sulla spesa in conto capitale, si deve sapere che sono entrate una tantum, che non possono essere utilizzate per riduzioni permanenti di imposte».
Le giudica sbagliate?
«Dico che il contributo di proposte di Renzi sul taglio del cuneo fiscale sono pari a zero. E non è serio nella situazione drammatica in cui siamo, fare propaganda».
Se Renzi diventa segretario del Pd, lei cambia partito?
«Assolutamente no. Ma mi impegnerei per fare cambiare rotta al Pd di Renzi».
Quella di Renzi è una vittoria annunciata alla guida del Pd?
«I conti li facciamo la sera delle primarie, l’8 dicembre, nonostante l’opportunismo di molti dirigenti. Con Cuperlo combattiamo una battaglia controcorrente, con uno schieramento mediatico straordinariamente sfavorevole e con la consapevolezza che una parte dell’elettorato del Pd è segnata da subalternità culturale al riformismo neo liberista e dalla personalizzazione della politica».
Accusa il sindaco di Firenze di essere un Berlusconi della sinistra?
«Sto dicendo che anche noi risentiamo del ventennio alle nostre spalle».
Sulla legge elettorale e la difesa del bipolarismo può esserci sintonia?
«Sulla legge elettorale il Pd è per il doppio turno. Dopo di che, per approvare la legge è necessaria una maggioranza possibilmente larga. A Norcia nel seminario della Fondazione “Magna Charta” con Gaetano Quagliariello e Maurizio Sacconi del Pdl, abbiamo discusso della necessità di condividere un quadro di principi senza i quali ricadiamo nel bipolarismo rissoso e inconcludente della Seconda Repubblica. Nel Pd siamo tutti convinti che le larghe intese siano un evento d’emergenza. E tutti puntiamo a un governo alternativo al centrodestra».
Il “basta larghe intese” di Renzi è un avviso di sfatto al governo Letta?
«Spero di no. È l’obiettivo da tutti condiviso per ripristinare un’alternanza tra schieramenti avversari. Comunque la durata del governo non la definiscono nè Berlusconi nè Renzi ma l’efficacia della sua attività »
Anche lei, come Cuperlo, critica l’assenza di bandiere del Pd alla Leopolda?
«Sì, mi preoccupa, Dobbiamo essere fieri della nostra identità di partito».
Meglio una bandiera in meno e una croce sulla scheda in più?
«Per avere una croce in più ci vuole una identità chiara e forte, non tentare di fare operazioni culturalmente e politicamente ambigue ».
Renzi è per lei ambiguo e poco serio?
«Vedo rischi. Sostengo Cuperlo perchè ha una proposta di innovazione radicale e culturalmente autonoma».
Giovanna Casadio
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Ottobre 25th, 2013 Riccardo Fucile
DE GREGORIO, IL CONSIGLIO DELL’ESPERTO: COME SI EVITA L’ARRESTO
Manuale per sopravvivere al voto segreto (e salvarsi). Destinatario: il Cavaliere Condannato a rischio decadenza dal laticlavio. Autore: Sergio De Gregorio. L’uomo che ha inguaiato Silvio Berlusconi per la compravendita dei senatori anti-prodiani è una miniera inesauribile. Non solo per i magistrati.
Questione di esperienza.
Era il 6 giugno 2012 e De Gregorio si salvò dalle manette per un’altra inchiesta napoletana, quella sui fondi pubblici all’Avanti! di Valter Lavitola.
Sulla carta, il 6 giugno, l’allora senatore era già ai domiciliari. A favore dell’arresto si pronunciarono Pd, Udc e Lega. Contro solamente il suo gruppo, il Pdl, 127 seggi.
Ma il voto segreto fece il miracolo. De Gregorio rimase libero grazie a 169 voti. Un boom garantista. Bipartisan.
Le sue prime parole, riconoscenti, furono: “Ringrazio i tanti colleghi che non conosco”.
Infatti, ero fiducioso che sarebbero arrivati una ventina di voti in più, non così tanti.
Da dove?
Dal Pd e da dove se no? Ricordo la Finocchiaro (capogruppo all’epoca, ndr), era bianca in volto. Fu anche merito del mio intervento poco prima.
Molto accorato.
Quagliariello, che era vicecapogruppo, mi aveva scongiurato: “Non parlare, di solito in questi casi quando il protagonista interviene combina solo guai”.
Lei parlò.
E stimolai le coscienze.
Coscienze a parte?
Avevo fatto parecchie chiacchiere con tanti colleghi. Noi dobbiamo partire da una certezza.
Partiamo.
Al Senato non si consegna mai un senatore alle manette. È una logica ferrea, che accomuna tutti.
Quale fu il suo primo passo?
Andai da Gasparri (allora capogruppo del Pdl, ndr), una settimana prima. Gli chiesi: “Come siamo messi?”. Lui mi diede una risposta bruttissima: “Non è che possiamo salvare tutti”. Mi infuriai e mi rivolsi a Schifani.
Presidente del Senato nonchè presidente supplente della Repubblica.
E comunque punto di riferimento del nostro schieramento. Lui mi ricevette e gli spiegai i miei dubbi. Vedevo alcuni ex An fare strani giochini giustizialisti. Dissi a Schifani anche di avvisare Berlusconi.
Risultato?
Il giorno dopo ricevetti una telefonata da Gasparri che mi rassicurò: “Siamo tutti con te. Il presidente Berlusconi ha dato disposizione di fare il massimo per te”.
Iniziò la strategia delle chiacchiere.
Vede, al Senato, sul voto segreto c’è una consolidata tradizione. Quella della diplomazia d’aula. Si va o si manda qualcuno dal collega di commissione, di missione o altro ancora.
Senatore non mangia senatore.
Esatto. Contattai almeno venti colleghi del Pd che mi garantirono il loro voto. E sono certo che alla fine, da lì, me ne arrivarono tra i 15 e i 20, non di meno.
I nomi dei contatti?
Non voglio mettere in difficoltà nessuno. Erano metà ex Margherita e metà ex Ds. Uno di loro, molto autorevole, propose anche un patto al Pdl.
Quello dello “scambio” tra lei e Lusi, l’ex tesoriere della Margherita. Il Senato non lo salvò. Venne arrestato due settimane dopo.
Il Pd voleva far scorrere il sangue su Lusi e non voleva correre rischi in caso di voto segreto. Quell’autorevole senatore disse al Pdl: “Noi salviamo De Gregorio e voi non votate per salvare Lusi”.
Poi il Pd si salvò con il voto palese e fece scorrere il sangue di Lusi.
E Berlusconi rischia di fare la stessa fine.
Col voto palese.
Anche con quello segreto.
La diplomazia d’aula, le “chiacchiere” tra colleghi?
La salvezza di Berlusconi con il voto segreto significherebbe una sola cosa: la tomba del Pd. Perderebbero tutti i loro elettori.
Lei cosa pronostica?
Non mi interessa più di tanto. Berlusconi si può salvare dalla decadenza, non dalla Storia. È già condannato.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 25th, 2013 Riccardo Fucile
UNO DEI FONDATORI DELL’ULIVO RICORDA CHE LA COMPRAVENDITA IN PARLAMENTO NON RIGUARDA SOLO LA MAGISTRATURA, MA L’ETICA PERSONALE
«Qui si parla di venduti e comprati come se fosse una cosa da nulla. Questa è una questione
molto più che giudiziaria. È una questione che chiama in causa i fondamentali culturali comuni, che rendono possibile la stessa convivenza sociale, la comune idea di persona e della sua libertà ».
Arturo Parisi, uno dei fondatori dell’Ulivo e del Pd, amico di Prodi e soprattutto ex ministro della Difesa, è indignato. Ma non sorpreso.
E denuncia: «Di fronte a un episodio di questa portata mi attendo come minimo, minimo minimo la richiesta di un confronto esigente, un ripensamento profondo su come le larghe intese, prima che larghe, possano essere vere. Non ho sentito invece reazioni adeguate».
Intanto il governo Prodi è caduto per una compravendita di senatori?
«In genere capita che per cercare le cose nascoste si dimentichino quelle palesi. Non c’era bisogno di queste ultime rivelazioni per ricordarci come iniziò l’attacco di De Gregorio. Con la sua elezione a presidente della commissione Difesa, forse la più critica, e al Senato, dove la maggioranza era risicatissima. Una elezione resa possibile dal suo repentino passaggio dalla parte di Berlusconi, mentre in Parlamento era entrato con il centrosinistra e, per di più, dalla porta che sarebbe dovuta essere più stretta, quella di Di Pietro».
Un tradimento, quindi.
«Sì, difficile immaginarne uno maggiore. Ma innanzitutto il tradimento dell’impegno preso con gli elettori. Ho letto che il magistrato ha evocato al riguardo l’articolo 54 della Costituzione, quello che chiede ai cittadini investiti di funzioni pubbliche “il dovere di adempierle con disciplina e onore”. Onore! Se c’è una cosa che è mancata nel corso di questi anni èproprio l’onore, anche verso se stessi. Come vede, tutto iniziò da lì».
E come continuò?
«Come era iniziato. Guidato dall’idea che ha segnato il modo in cui Berlusconi è stato in politica, e cioè dalla convinzione che ognuno abbia il suo prezzo. È il lascito più pesante che ci portiamo appresso».
Il centrosinistra può governare con il “carnefice” politico di Prodi?
«In effetti la domanda su come si possa condividere una responsabilità al servizio della Repubblica muovendo da posizioni così distanti sul piano dei valori, è ineludibile. Parlo dei valori. Dei comportamenti si interessano i magistrati. E nessuno è al riparo nè da colpe nè da errori. Ecco perchè è necessario un ripensamento radicale. Dietro queste larghe intese esistono profonde divisioni a cominciare da un valore discriminante quale è quello dell’onore in politica».
Lei crede che nelle larghe intese il Pd perda l’anima?
«Se si pensa la profonda contrapposizione dalla quale eravamo partiti, e ancora più al modo in cui ci siamo arrivati, resto convinto che sarebbe stato meglio un governo istituzionale di scopo. Si è deciso per un governo politico e nel tempo si è perso di vista lo scopo: la ricostituzione delle condizioni che consentissero ai cittadini di scegliere e all’Italia di ripartire, cominciando soprattutto dalla modifica della legge elettorale».
Non la vede in vista?
«No. E meno che mai in un mese, prima cioè che la Consulta si pronunci il 3 dicembre. Come si può fare in pochi giorni quello che non si è fatto negli anni».
Una partita già persa?
«Una partita disperante. Pensi come sarebbero andate le cose se l’anno scorso la Consulta avesse accolto la richiesta sottoscritta da 1 milione e 200 mila firme, e avesse ascoltato l’appello dei cento costituzionalisti che l’avevano sostenuto. Siamo invece ancora all’alternativa di allora. Tra la sopravvivenza del Porcellum e il rischio di un Porcellum peggiore, una legge che priva i cittadini della possibilità di decidere del governo del paese senza restituire il diritto di eleggere i propri rappresentanti».
Il nuovo segretario del Pd farà la differenza?
«Già il fatto che su questo Renzi abbia aperto con chiarezza una sfida è un passo aventi».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 25th, 2013 Riccardo Fucile
DALLA SICILIA A TORINO PIOGGIA DI DENUNCE: INCREMENTI DEL 400% IN ALCUNI CIRCOLI
Un boom di tessere a dir poco sospetto, con punte d’incremento del 400 per cento rispetto
all’anno scorso, e la commissione nazionale per il congresso del Partito democratico invia ispettori da Torino a Catania per verificare «il rispetto delle regole», mentre fioccano i ricorsi che denunciano brogli nel voto dei circoli in vista dell’elezione dei segretari provinciali
A Lecce le tessere del Pd sono arrivate già a quota 15 mila, doppiando il numero d’iscritti degli anni scorsi: «Ma in alcuni circoli l’incremento ha raggiunto il 400 per cento in più, segno che forse qualcosa non va», dicono dalla commissione nazionale per il congresso, che in Puglia invierà adesso il deputato Roberto Morassut.
Altra situazione anomala che farà scattare un controllo da Roma è quella della provincia di Torino: qui gli iscritti degli ultimi anni al Pdnon hanno superato quota 10 mila, ma le tessere chieste dai circoli sono arrivate a 25 mila.
Troppe per la commissione nazionale, che in Piemonte manderà come osservatore Giovanni Lunardon
Tra i casi affrontati ieri in commissione ci sono inoltre quelli di Caserta, sempre per un numero elevato di tessere fatte in queste ore, e Piacenza.
Nella città emiliana il problema riguarderebbe la platea dei delegati: «Ai 100 componenti dell’assemblea provinciale da eleggere la direzione ha aggiunto 39 componenti di diritto tra i dirigenti uscenti, falsando così il risultato del voto », dicono dalla commissione nazionale per il congresso, che ieri ha discusso a lungo anche il dossier arrivato dalla Sicilia
A Catania il voto è stato annullato in tre circoli, dove era in testa il candidato renziano Mauro Mangano.
La decisione è stata presa dalla commissione provinciale che ha denunciato «come molte persone si sono presentate accompagnate al voto da soggetti terzi che hanno perfino pagato le tessere».
Nel mirino è finito anche l’ex deputato Gianni Villari, che ha ammesso di aver comprato delle tessere ma solo perchè le persone interessate avevano affidatoa lui i 15 euro per l’iscrizione.
«Vogliono solo danneggiarci, tutti conosciamo come vengono fatte le tessere, noi lo abbiamo denunciato ancor prima dell’indizione dei congressi, guarda caso il voto è stato annullato proprio nei circoli che mi vedevano nettamente in testa», dice Mangano.
Dal canto loro i renziani hanno presentato ricorso segnalando come «alcune tessere siano state distribuite dalla Cgil»: molti dirigenti del sindacato sostengono l’avversario, Jacopo Torrisi, appoggiato anche dal sindaco Enzo Bianco, che a livello nazionale vota Renzi ma nella sua città no.
A Catania adesso arriverà da Roma l’ex braccio destro di Bersani, Nico Stumpo.
Ma anche a Palermo si registrano numeri di votanti anomali, mentre a Ragusa non vengono riconosciuti due circoli nati in questo 2013, gli unici che non fanno riferimento al segretario uscente, e ricandidato, Giuseppe Calabrese: «Così annullano di fatto il voto in città », dice la civatiana Valentina Spata. L’unica provincia dove tutto è filato liscio e si ha già un vincitore è Enna: qui, manco a dirlo, ha vinto l’ex senatore Vladimiro Crisafulli, che ha ottenuto 2.150 consensi contro i 140 del suo avversario.
Antonio Fraschilla
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Ottobre 23rd, 2013 Riccardo Fucile
COMPRAVENDITA SENATORI, ORA BERLUSCONI VEDE NERO: “SULLA DECADENZA IL PD NON MI DARA’ SCAMPO”
“È un assedio. Non si fermeranno finchè non avranno il mio scalpo”. Adesso la morsa si stringe davvero. 
Silvio Berlusconi è provato. Colpo dopo colpo anche la rabbia lascia il posto alla paura. Perchè l’impatto politico di Napoli è devastante.
Quello politico, prima ancora di quello giudiziario dal momento che la prescrizione dovrebbe scattare a settembre del 2015 ed è complicato che per quella data si arrivi al terzo grado di giudizio.
Anche se non è tutto lineare e immune da rischi.
Gli avvocati del Cavaliere temono che l’impianto accusatorio sia costruito con l’obiettivo di “incastrare” Berlusconi nel corso del dibattimento.
E che per questo non hanno calato da subito gli assi che hanno in mano: “Se Berlusconi fosse già decaduto — è la tesi della cerchia ristretta — lo avrebbero già arrestato”.
Ma è il corno politico della vicenda l’incubo vero.
Perchè Napoli è un processo che brucia ogni speranza sulla questione della decadenza. Anzi sposta le lancette dell’orologio già a dopo il voto: “Se mi salvo col voto segreto — è l’analisi dell’ex premier — Renzi farà saltare il banco il minuto dopo. Ma vedrete che il Pd sarà compatto. Non mi daranno scampo ”.
Già , compatto. Perchè di tutti i processi quello di Napoli sulla compravendita di senatori è quello a più alto impatto politico.
Per il Pd è complicato giustificare il fatto che le larghe intese si fondano sulla convivenza con colui che ha organizzato una gigantesca operazione di corruzione di senatori per far cadere Prodi.
È diverso rispetto alle altre accuse che pendono sulla testa di Berlusconi. Gravissime, come nel caso dei due filoni del processo Ruby.
O come nel caso della condanna su Mediaset.
Ma che comunque non riguardano i rapporti col Pd. Ora la sinistra è al governo con il proprio killer del 2007.
E’ questa consapevolezza che spinge Berlusconi al pessimismo più cupo sulla questione della decadenza: “Non ci concederanno niente pur di farmi fuori”, ripete. L’ex premier ha deciso che farà ricorso in Cassazione sull’interdizione.
Ma è la partita del Senato a rappresentare un piano inclinato.
Le notizie che arrivano da palazzo Madama sono ansiogene: oltre alla seduta del 29, al massimo il Pd ne concederà un’altra per discutere di voto segreto o palese, poi l’affaire piomba in Aula.
È praticamente impossibile andare oltre l’ultima settimana di novembre o al massimo la prima di dicembre.
È in questo vortice che non c’è un solo elemento che dia al Cavaliere un appiglio di speranza.
Il calendario dice pure che a metà novembre arrivano le motivazioni della condanna in primo grado sul processo Ruby, per concussione e prostituzione minorile.
Altra benzina su un assetto già in fiamme. E sulla voglia di rompere della maggioranza del Pd, come emerso dalla votazione su Rosi Bindi all’Antimafia.
È un appuntamento che assomiglia sempre di più a una ghigliottina, il voto sulla decadenza: “Se Berlusconi si salva ed è difficile — dicono nell’inner circle — a quel punto lo tira giù il Pd il minuto dopo. Se non si salva e lo tira giù lui c’è la questione dei traditori pronti a stare con Letta”.
Una questione non banale. Perchè la verità è che il Pdl non è più un partito. Sono due. Va malissimo il “faccia a faccia” chiesto da Berlusconi a Fitto e Alfano.
Con Angelino che rimane su posizione filo-governative e Fitto che non retrocede dalla sua richiesta di azzeramento dei vertici: “Non sono d’accordo — scandisce — sull”idea di un Pdl subalterno alla sinistra”.
In serata arrivano separatamente a palazzo Grazioli. Ma non c’è intesa.
Neanche nel momento più difficile.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
LISTE PROVVISORIE E CONGRESSI SOSPESI PER IRREGOLARITà€ A NAPOLI… IL MIRACOLO DELLE ADESIONI CHE RADDOPPIANO… SI RIUNISCE LA COMMISSIONE NAZIONALE DI GARANZIA
La lettera dice così: “Ci corre l’obbligo di denunciare l’incresciosa situazione che si sta verificando nei
circoli Pd di Acri e Rossano, dove abbiamo notizia del fatto che il tesseramento si sta svolgendo senza alcuna verifica da parte degli organi regionali e provinciali, con dirigenti locali che arbitrariamente stanno procedendo alla compilazione di tessere operando con evidente squilibrio in favore di una delle componenti che concorre alla guida del partito”. Firmato Amedeo Valente e Luigi Gagliardi, membri della commissione di garanzia cosentina nonchè renziani entusiasti.
La risposta giunge puntuale dal comitato pro Cuperlo di Catanzaro: “Le candidature alla segreteria provinciale del Pd evidenziano impietosamente il tentativo velleitario di saltare su un carro, quello del “rottamatore” Renzi, ritenuto vincente e pertanto affidabile e foriero di positive ricadute”.
Candidature furbesche, commercio di tessere, un viatico congressuale spinoso da sud a nord.
In Sicilia il caso è noto: su Renzi stanno convergendo nomi grossi, come il sindaco di Catania Enzo Bianco, e tutti si danno da fare.
Gabriele Centineo, sindacalista Cgil, ha criticato “l’appoggio offerto dalla segreteria Cgil catanese a uno dei candidati alla segreteria provinciale del Pd”.
Trattasi di Jacopo Torrisi, giovane talento lanciato da Bianco e caso-simbolo della guerra per tessere: domenica doveva ricevere i voti per diventare segretario provinciale nel circolo di Misterbianco, ma è andata buca: i tesserati in città sono 100, all’apertura del seggio se ne sono presentati 300 accompagnati da esponenti Pd carichi di elenchi con nominativi e date di nascita da registrare al volo, e quota associativa in mano (15 euro).
Natale Falà , segretario del circolo, ha bloccato tutto. Scrivendo su Facebook: “Adesso tocca a Voi dirigenti provinciali cambiare rotta, perchè a Misterbianco avete tentato di sacrificare la base vera di questo partito in nome di una contesa che è solo Vostra”.
Spiega la civatiana Valentina Spata: “In Sicilia sta succedendo di tutto. Domenica a Palazzolo Acreide, nel Siracusano, hanno fatto votare i tesserati 2012 perchè le iscrizioni del 2013 non ci sono ancora. E nessuno dice niente”.
In realtà stasera è prevista a Roma una riunione della Commissione nazionale di garanzia per esaminare il caso Sicilia.
Peccato che solo quattro giorni fa la stessa commissione abbia emesso una delibera inventandosi la “tessera provvisoria”, cioè un pezzo di carta dove c’è il nome dell’aspirante iscritto ma non il vero cedolino che attesta l’appartenenza.
Perchè quando il mazzo delle nuove tessere arriva dal partito centrale ai singoli circoli, dovrebbe starsene chiuso in un cassetto, a disposizione dei cittadini che si presentano per il rinnovo o l’iscrizione. Invece spesso finiscono in mano ai dirigenti che manovrano liste e listarelle.
Pratiche che stanno agitando l’Italia tutta. Che hanno bloccato un congresso a Lecce. Che smuovono persino il posato Pd torinese. Fassino ha deciso di puntare su Renzi per riposizionarsi, e conta sull’esperienza di Salvatore Gallo, già ras craxiano e oggi signore delle tessere.
Alcuni candidati anti renziani minacciano di abbandonare polemicamente la corsa ma Pino Catizone, ex Ds ora renziano, se la ride quando gli avversari lamentano una corsa sporca al tesseramento con adesioni possibili fino all’ultimo secondo: “Lo sanno tutti, è un compromesso : Renzi aveva chiesto congressi aperti a tutti i livelli per evitare le degenerazioni legate alla gestione delle tessere. Si è preferito un sistema che legasse i segretari locali e provinciali alle vecchie logiche politiche, in modo da creare una sorta di cordone sanitario contro Renzi. Non solo. I congressi regionali e nazionali sono stati (per la prima volta dalla storia del partito) artatamente scissi. C’è chi ha letto anche questo come misura anti Renzi”.
Come dire: la nomenklatura voleva fregarlo, lui fregherà loro.
In realtà , a vincere facile saranno le vecchie volpi disseminate sul territorio italiano, gente che sfrutterà il gioco per dominare localmente il partito, come sempre.
Però, per farsi eleggere (al circolo, in provincia o in regione), tocca curarsi gli elettori uno per uno.
A Napoli, solo nell’ultima settimana, è accaduto un vero prodigio: i 7mila iscritti cittadini sono diventati quasi 10mila.
Precisa il Mattino: Frattamaggiore passa da 252 a 500 iscritti, Castellammare da 400 a 650, Torre Annunziata da 280 a 470.
Miracoli precongressuali.
Chiara Paolin
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 17th, 2013 Riccardo Fucile
DA UN BRANO DEL LIBRO DI DAMILANO LA RICOSTRUZIONE DELLA GENESI DEI 101 FRANCHI TIRATORI CHE IMPALLINARONO PRODI
La carica dei 101 suona tenero e disneyano, ma questi non sono simpatici cuccioli dalmata, è stato il giorno degli sciacalli al riparo del voto segreto (…)
Nei mesi successivi solo una parlamentare ha sollevato la questione nell’assemblea del partito: la deputata Sandra Zampa, portavoce di Prodi.
E solo un giovane deputato di Forlì, Marco Di Maio, ha formalmente chiesto con una lettera al segretario Epifani l’apertura di un’inchiesta interna.
La reazione? Nessuna risposta.
Sono stati i dalemiani, i giovani turchi, i franceschiniani, i fioroniani, i veltroniani, i renziani? Impossibile inseguire le voci e le complicate geografie correntizie del partito (…) Nessuno dei 101 ha sentito nei mesi successivi il bisogno di assumersi pubblicamente la responsabilità del suo gesto, di spiegarlo di fronte ai suoi elettori (…)
“Non esistono i traditori: è un concetto integralista che non condivido. Ed è vergognoso fare una distinzione nelle votazioni tra Marini e Prodi. Quando si è scelto Prodi, al di là delle ovazioni e delle alzate di mano, avrei voluto discutere con quale maggioranza si andava ad eleggerlo, visto che Scelta civica non ci stava e il M5S non si sarebbe spostato da Rodotà . Avremmo potuto votare Rodotà forse, ma nel frattempo la valanga era partita”, ha detto la deputata calabrese Enza Bruno Bossio, dalemiana, in un’assemblea dei deputati Pd qualche settimana dopo il voto per il Quirinale.
Ma certo, figuriamoci, non esistono i Traditori, nel girone infernale del Pd.
Ci sono però i Dubbiosi. Gli Scettici. I politicamente Lucidi.
Come il senatore Nicola Latorre, già braccio destro di D’Alema, due ore dopo il misfatto, uscendo dal teatro Capranica dimostrava una serenità invidiabile e idee molto chiare: “Che succede ora? Che saremo nelle condizioni di completare il lavoro iniziato in questi giorni eleggendo un nuovo presidente della Repubblica… ”.
Una deputata, la romana Fabrizia Giuliani, dalemiana, è stata sentita dire all’ingresso in aula: “Se Prodi per caso non dovesse farcela, cambia tutto”.
Come lei un’altra dalemiana, la romana Micaela Campana.
Un deputato della corrente di Letta, il campano Guglielmo Vaccaro, è stato ancora più preciso. Incontrando alcuni colleghi il 19 aprile in Transatlantico prima del voto si lasciò andare a una previsione: “Come finisce? Stasera salta Prodi, sarà rieletto Napolitano che incaricherà Letta di fare il nuovo governo”.
Nel girone dei Delusi la più delusa di tutti in quella giornata era la dalemiana Anna Finocchiaro, prima stoppata nella corsa verso il Colle dall’attacco di Renzi, poi bloccata mentre stava per parlare per candidare il suo leader D’Alema. Ma delusi, molto delusi erano anche i mariniani (…). E gli uomini di Dario Franceschini.
Nel girone degli Speranzosi, almeno in apparenza, si agitavano i sostenitori di Stefano Rodotà .
I deputati più giovani, più a sinistra, più spostati su posizioni vicine al Movimento 5 Stelle, che preferivano votare il giurista laico rispetto al cattolico Prodi, ma anche i parlamentari dalemiani.
Alla quarta votazione Rodotà aveva raccolto 213 voti, 51 in più del previsto: uno su due, la metà dei 101 aveva votato per lui (…) alla quinta votazione scese a 210, due voti in meno della somma 5 Stelle-Sel che era tornato a sostenerlo, 217 nell’ultimo scrutinio.
Insomma, Rodotà fu usato per eliminare Prodi.
Nel girone degli Ostili c’erano i gruppi regionali: gli emiliani spingevano per Prodi, i toscani al contrario volevano frenarlo, temevano che con la sua elezione si sarebbe rafforzato eccessivamente Renzi, il suo king maker, preoccupazione che tormentava il presidente della Regione Enrico Rossi.
Per fermare o rallentare la corsa di Prodi (e di Renzi) i toscani si riunirono e si consultarono.
Il segretario regionale Andrea Manciulli, il numero due della corrente di Dario Franceschini, il pratese Antonello Giacomelli, il fedelissimo di Manciulli Luca Sani, deputato di Grosseto, poi nominato presidente della Commissione Agricoltura della Camera, la deputata di Campiglia Marittima Silvia Velo, bersaniana, che prima delle votazioni confidò ai colleghi, compresi alcuni deputati e senatori leghisti, che lei non avrebbe mai votato per Prodi.
E dire che era appena stata nominata vice-presidente del gruppo Pd. Sicuramente ci avrà ripensato e nel segreto dell’urna si sarà allineata alle direttive del partito
Come i parlamentari del Sud fedeli a D’Alema: il deputato pugliese Michele Bordo, che comunicò la sua ostilità ai suoi capicorrente, poi promosso presidente della Commissione Politiche europee, oppure il molisano Danilo Leva, nominato in seguito responsabile Giustizia del Pd.
Tutti si sono sfogati prima del voto sulla scelta di Prodi. Tutti, poi, non c’è nessun motivo di dubitarne e nessuna prova del contrario, avranno certamente obbedito alla linea ufficiale.
Ci sono poi quelli che in seguito non hanno dimostrato particolare dispiacere per l’affondamento del Professore per motivi personali (…)
Però il senatore bolognese Gian Carlo Sangalli, noto disistimatore della famiglia Prodi (qualcuno dice che il voto per Vittorio Prodi porta la sua firma), di certo non si è messo in lutto. Anche lui ha replicato ai sospetti: “La mia è stata perfetta disciplina di partito”. (…) “Prodi chi? ”, rideva in Transatlantico già il giorno dopo Michele Anzaldi, deputato di prima nomina in quota Renzi, a lungo portavoce di Francesco Rutelli negli anni degli scontri più duri con il Professore.
da “Chi ha sbagliato più forte” di Marco Damilano
265 pp., Laterza, 15 euro
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Ottobre 17th, 2013 Riccardo Fucile
NELL’ANTICIPAZIONE DEL NUOVO LIBRO DI MARCO DAMILANO
«I primi tre girotondi a Roma furono intorno al Palazzo di Giustizia, poi alla Rai, poi al ministero della Pubblica Istruzione. Giustizia uguale per tutti, contro il monopolio dell’informazione, scuola pubblica: erano temi che riguardavano tutti, non solamente una parte dell’elettorato. Manifestazioni non di parte, ma dalla parte di tutti i cittadini. Ancora oggi sono fiero quando penso che nelle nostre manifestazioni siamo riusciti a coinvolgere anche una parte degli elettori del centrodestra.
Il «Corriere della Sera » scriveva che non si governa con le manifestazioni, ci accusavano di avere una mentalità minoritaria.
Non capivano: noi non volevamo affatto stare per sempre all’opposizione, non ci sentivamo per niente realizzati in quel ruolo.
Nel 1996 ero felice per la vittoria del centrosinistra e mi piaceva il governo Prodi, finalmente un ceto politico di cui non vergognarsi. Volete sconfiggere Berlusconi per via giudiziaria, ci hanno ripetuto per anni, lo ripetono anche ora.
Noi, in realtà , volevamo che la legge fosse uguale per tutti e che non si facessero leggi apposta per evitare processi a uno solo.
I girotondi li facevamo per ricordare, anche a noi stessi, che ci stavamo ormai abituando a considerare normali cose che in una democrazia non sono affatto normali: per esempio che un uomo possa essere proprietario di tre reti televisive e in più che possa fare politica, e in più che possa diventare capo del governo» (…)
Più volte Berlusconi è rientrato in gioco grazie alla sinistra, per esempio nell’ottobre del 1998.
Non sono d’accordo con chi sostiene che ci sia stato un complotto di D’Alema e di Marini. Il responsabile della caduta del governo Prodi fu Bertinotti.
Il gesto dissennato di Rifondazione comunista ha fatto perdere molti anni a questo Paese. In quel periodo Berlusconi era percepito come perdente anche dal centrodestra, che timidamente stava cercando un altro leader.
Prodi aveva una sua credibilità e il governo non era impopolare. Se Rifondazione non avesse fatto cadere quel governo, l’Ulivo avrebbe governato per dieci anni con Prodi e dal 2006 con Veltroni.
Se invece si fosse andati a votare subito dopo la caduta di Prodi, l’Ulivo avrebbe vinto da solo, senza Rifondazione» (…)
L’unica volta che nel periodo dei girotondi ho parlato con D’Alema fu alla manifestazione della Cgil al Circo Massimo, un mese dopo piazza Navona. Sul grande palco quadrato c’erano molte persone, naturalmente molti politici.
D’Alema mi dava le spalle, improvvisamente si voltò e senza nemmeno dire buongiorno, come continuando un discorso interrotto un minuto prima, mi corresse: «No, guarda, ti sbagli, nel ’98 non si poteva andare a votare».
Mi spiegò che non si potevano fare le elezioni perchè c’era la guerra in Kosovo e la legge di bilancio da approvare. Mi raccontò che furono proprio Veltroni e Mussi a bussare alla sua porta chiedendogli di fare il presidente del Consiglio.
Molti lo hanno criticato per delle scemenze, ma i suoi errori sono tutti politici, tutti visibili, tutti mai riconosciuti.
Non era tra gli elettori per il presidente della Repubblica lo scorso aprile, ma non credo sia stato triste il giorno in cui i 101 non hanno votato per Prodi».
«In questi anni ai vertici del Pd ci sono stati personalismi senza personalità e soprattutto una grande confusione.
Dopo le elezioni del 2013 pochi avevano già deciso che dopo quei risultati il governo con il Pdl fosse l’unico possibile, erano pochi ma sono stati decisivi. Gli altri, Bersani per primo, erano confusi.
Poi sono arrivati i 101 elettori che nel segreto hanno votato contro Prodi, che sembra avere l’unico torto di averli fatti vincere due volte. E qui non è una questione politica o generazionale: alcuni di questi campioni hanno trent’anni, altri sessanta, alcuni sono moderati, altri più di sinistra, no, quello che mi interessa è il peso specifico umano di quei 101, che è vicino allo zero.
Il governo Letta, per come è stato messo insieme, sembra la realizzazione dei peggiori luoghi comuni e pregiudizi del Movimento 5 Stelle sul Partito democratico.
Mi sembra che sia vissuto dai più come qualcosa di transitorio. L’elettorato e i militanti si sono messi in letargo per tornare in tempi abbastanza rapidi al voto». (…)
«C’è stata nel 1994 – con un monopolista televisivo che si candidava a guidare il governo – una straordinaria rottura delle regole democratiche. Per fronteggiare questo fatto straordinario c’era bisogno da parte della sinistra di una risposta straordinaria, anche sul piano simbolico.
Non c’è stata nemmeno una risposta ordinaria, semplice, piccola. E invece traccheggiare, sottovalutare il conflitto di interessi, ritenersi più furbi dell’avversario, assuefarsi lentamente a una costante, incredibile anomalia per un paese democratico.
Il centrosinistra in questi anni si è lasciato convincere che anche solo parlare di Berlusconi significava «spaventare i moderati» e «fare autogol». Ormai, anche il solo fatto di esistere, per la sinistra è diventato un autogol.
La vera vittoria di Berlusconi è stata di far sentire chi continua giustamente a parlare di conflitto di interessi, come una persona triste che dice cose ovvie, banali, meste».
«Chi vincerà ? Ci vuole un cambiamento di costume, culturale. Vincerà chi capisce che il gioco è cambiato e che bisogna farne uno completamente nuovo. Ci volevano altri strumenti per contrastare Berlusconi, un altro tipo di persone, un altro modo di fare politica. Un’altra solidità , un altro rigore. Un’altra integrità ».
(da “Repubblica“)
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Ottobre 17th, 2013 Riccardo Fucile
“DOPO IL VOTO, PIERLUIGI HA PERSO LUCIDITA'”… “PRODI? L’ERRORE DI UNA SCELTA IMPOSTA”… “RENZI E’ FIGLIO DEL NOSTRO TEMPO, DI UNA POLITICA ESTERIORE”
Dopo le elezioni Pier Luigi Bersani “ha perso lucidità , era dominato dall’idea che senza avere la maggioranza avrebbe comunque potuto fare il governo, cosa palesemente infondata”.
Lo ha detto Massimo D’Alema, intervistato nell’ultimo libro di Marco Damilano “Chi ha sbagliato più forte”, edito da Laterza.
“Ne parlammo e gli dissi di stare attento, era il segretario del partito che aveva la maggioranza alla Camera ed era la chiave della maggioranza presidenziale, era in una posizione di forza, insistere per farsi dare l’incarico di formare il governo lo avrebbe invece seriamente indebolito. Gli consigliai di fare un gesto, di cambiare lo scenario, di candidare Rodotà alla guida del governo”, ha spiegato l’ex premier secondo anticipazioni del libro che saranno pubblicate domani dall’Espresso.
“Il Movimento 5 Stelle sarebbe stato messo in difficoltà e forse la legislatura sarebbe cominciata diversamente”, ha aggiunto.
D’Alema parla anche della mancata elezione di Prodi al Quirinale. “Nelle ore che precedettero le votazioni per il presidente della repubblica ho parlato al telefono con Prodi, era ancora in Africa, è stata una conversazione molto sincera e amichevole. Lo avvertii che il modo in cui si era giunti alla sua candidatura, dopo la liquidazione di Franco Marini, rischiava di esporlo a una vera e propria trappola. Non è vero che quella mattina tutti applaudirono Prodi, nessuno si è dato pena di sapere cosa è successo quella mattina. Non c’ero, ma me l’hanno raccontato in tanti: i parlamentari si sono trovati di fronte a quella che è stata da molti vissuta come una scelta imposta, come una decisione contraddittoria, non discussa. In sala c’era la metà di chi avrebbe dovuto partecipare, c’è stato l’applauso di alcuni, c’è stato l’errore grave di chi non era d’accordo, avrebbe dovuto parlare e non lo ha fatto”.
“Trovo grave – aggiunge D’Alema – che dopo il disastro che era accaduto con Marini la segreteria non abbia sentito il dovere di aprire una discussione politica: si poteva votare scheda bianca e intanto riflettere su cosa fare”.
D’Alema parla anche delle ambizioni di Matteo Renzi alla guida del Pd e della coalizione. “Ritengo sbagliata la pretesa di Renzi di impadronirsi del partito con l’idea di farne il tramite per la presidenza del consiglio. E’ un errore grave, destinato a creare una ferita seria e rendere il suo cammino verso la premiership non più agevole ma più difficile. Non so che cosa possa accadere, c’è una parte del nostro mondo che per protesta adesso lo sostiene, vedo anche episodi di opportunismo. Non so se Renzi abbia davvero voglia di impegnarsi a fare il segretario del partito e comunque temo che lo guiderebbe in un quadro di fortissima conflittualità . Rischia di logorarsi, e per non logorarsi ha una sola via d’uscita: logorare il governo Letta. Ma non è il Pd che può assumersi la responsabilità di far cadere il governo Letta per la fretta di qualcuno”.
Aggiunge D’Alema: “Renzi è figlio del nostro tempo. Di un’idea della politica molto esteriore, non so quali capacità effettive di governo abbia. Letta viene da una scuola più robusta e ha esperienze di governo che Renzi non ha. Il suo compito non è la pacificazione con Berlusconi, ma creare le condizioni per cui il confitto sia più civile e produttivo per il paese. Un compito transitorio. La verità su questo governo si vedrà quando usciranno le proposte di riforma costituzionale e elettorale: se il progetto ha un senso allora il governo andrà avanti, ci sarà il semestre di presidenza europeo e si potrà votare nel 2015, altrimenti si deve fare una legge elettorale di tre righe in cui si abolisce il porcellum e si ripristina il mattarellum e poi tornare a votare”.
(da “Huffingtonpost“)
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