Destra di Popolo.net

L’INCUBO DELLA TRAPPOLA DI GRILLO ALLARMA IL PD: “NEL SEGRETO VUOLE INCOLPARE NOI”

Settembre 15th, 2013 Riccardo Fucile

LA CONTROMOSSA, IL TRUCCO DELL’INDICE E FOTO SUL WEB

Rendere palese il voto segreto. Non con una nuova legge e la modifica dei regolamenti ma con un trucco. Bastano una mano, la sinistra; un dito, l’indice e un gruppo di fotografi compiacenti.
Può essere questa la strada scelta dal Partito democratico per affrontare il giorno chiave della legislatura, quando la decadenza di Silvio Berlusconi arriverà  nell’aula del Senato e ci sarà  il voto decisivo per espellerlo dal Parlamento.
L’appuntamento è lontano, preceduto dal voto della giunta mercoledì.
Intorno al 10 ottobre secondo i calcoli degli esperti, ma il Pd ha cominciato a discuterne. Perchè il clima nelle feste democratiche sparse per l’Italia è «brutto, brutto davvero », rivela Miguel Gotor, ex spin doctor di Bersani e senatore alla prima legislatura.
Pesa la maledizione dei 101 franchi tiratori che affossarono Prodi.
Un peccato mortale che i militanti non perdonano.
Continuano a chiedere ai dirigenti del Pdl i nomi, la testa dei traditori. E temono che la catastrofe possa ripetersi, in termini ancora più drammatici visto che in ballo c’è la sorte dell’avversario ventennale.
Il “trucco dell’indice” perciò racconta la drammaticità  del passaggio. Per il Pdl e anche per il Pd.
Sembra un modo per controllare i senatori, una mancanza di fiducia preventiva.
Ma la vera paura di Largo del Nazareno non è quella delle serpi in seno.
Il gruppo di Palazzo Madama appare compatto. Lo dice anche Felice Casson, ex magistrato, considerato il giustizialista della compagnia.
«Mai visti i miei colleghi così uniti – garantisce – . Non spunteranno traditori, la pensiamo tutti allo stesso modo».
La legge Severino dice che il condannato decade e la legge va rispettata. No, la grande paura è che Beppe Grillo voglia far saltare il pentolone Pd, suggerendo ai suoi senatori o a una parte di essi di votare a favore del Cavaliere.
Nel segreto del voto. Per dare la colpa al partito di Letta e Epifani.
«Io lo proporrò all’assemblea dei miei colleghi – annuncia Gotor – . I 108 senatori del Pd devono mettere nella buca dello scranno solo l’indice della mano sinistra. In quel modo è fisicamente impossibile esprimere un voto diverso dal “sì”.
Ci mettiamo d’accordo con alcuni fotografi che riprendono la scena, postiamo tutto sui social network ed evitiamo guai».
È uno stratagemma già  usato dal gruppo alla Camera durante la votazione per l’arresto di Alfonso Papa. Il presidente dei deputati era Dario Franceschini.
«Sapevamo che la Lega avrebbe votato contro il carcere per poi addossare la responsabilità  a noi. Fummo costretti», ricorda adesso il ministro dei Rapporti con il Parlamento.
“Processarono” i democratici per aver violato il segreto, si convocarono riunioni su riunioni. Ma l’onore era salvo, la base soddisfatta.
La replica potrebbe andare inscena a metà  ottobre.
È iniziata una guerra dei nervi tra il Pd, pilastro delle larghe intese, e il Movimento 5stelle.
La richiesta del voto palese e di una modifica dei regolamenti avanzata dal grillino Morra è il primo atto del conflitto.
«Sono sicuro che Grillo dirà  a 20 dei suoi di votare per Berlusconi. Vuole sputtanarci, farci esplodere. La Lega fece lo stesso per l’arresto di Craxi. Agitavano il cappio ma organizzarono i voti che salvarono il segretario socialista – spiega Gotor –. La Seconda repubblica crollò e giunse l’ora di Bossi ».
Venti senatori non bastano a evitare la decadenza. Ne servono almeno 43. Un numero enorme, difficile da organizzare. Ma sarebbero sufficienti a gettare nel panico il mondo dei democratici.
Anche Casson e il capogruppo Luigi Zanda si aspettano le provocazioni dei grillini. Mettono invece la mano sul fuoco per i colleghi Pd.
«Qualche scantonamento è fisiologico, anche tra i nostri – dice Casson –. Nulla di decisivo, però. Temo invece i grillini e la Lega».
E con i 101 di Prodi, come la mettiamo? «Il Pd al Senato ha già  votato l’arresto di Lusi…», risponde Casson.
Zanda para l’affondo dei 5stelle, chiedendo anche lui il voto palese. «Ma basterà  la richiesta di 20 del Pdl e verrà  autorizzata la votazione segreta. Per cambiare il regolamento ci vogliono mesi, i grillini non sanno di cosa parlano».
Eppure con il blog si può creare un alone di sospetto sul Pd.
Per questo alcuni, come Gotor, pensano alle misure drastiche, ad aggirare l’ostacolo. Sempre che non sia Berlusconi a farsi da parte prima evitando le forche caudine di Palazzo Madama.
«Il timore del Cavaliere – dice un senatore democratico – sono i franchi tiratori della sua parte, quelli che non vogliono mollare la poltrona. Il Pdl sta bollendo da mesi. Berlusconi farebbe bene a guardarsi dai suoi».

Goffredo De Marchis

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PD, ALLARME ISCRITTI: CROLLO D 500.000 A 250.000

Settembre 15th, 2013 Riccardo Fucile

“GIU’ PER LARGHE INTESE E VOTO ANTI-PRODI”… LA SEGRETERIA: “RECUPERO IN AUTUNNO”

Dimezzati. Rispetto al 2012 gli iscritti del Pd che finora hanno rinnovato la tessera sono 250 mila mentre alla fine dello scorso anno superavano il mezzo milione.
La tendenza non è omogenea, in Emilia le adesioni toccano il 70 per cento, in Piemonte e Liguria il 60, in Toscana, Veneto e Lombardia sfiorano il 50, in Sardegna arrivano al 40mentre dalle regioni del Sud ancora non sono neppure stati trasmessi i dati, visto che la campagna per il tesseramento sta partendo solo in questi giorni, in grandissimo ritardo rispetto al Centro-Nord.
Sulla carta geografica del Pd, già  piena di ombre, spicca la voragine di Roma, dove appena il 30 per cento dei quindicimila iscritti ha confermato l’adesione.
Numeri che indicano una disaffezione, che sarà  difficile da recuperare.
E invece la lettura del dato fornita dal vertice del Pd è tutt’altro che negativa, anzi.
«Ora si apre la fase dei congressi, la gente correrà  nei circoli a rinnovare la tessera, gli anni congressuali sono da sempre quelli in cui facciamo il boom degli iscritti», sostiene senza esitazioni Tore Corona, responsabile nazionale del tesseramento e dell’anagrafe, l’uomo a cui il capo dell’organizzazione Davide Zoggia ha affidato il compito di attaccarsi al telefono senza sosta per dare la sveglia ai segretari regionali e provinciali per riattivare la macchina del consenso appesantita dalle ruggini estive.
«Tradizionalmente il picco delle iscrizioni è tra settembre e novembre», spiega Corona, «quindi nessuna preoccupazione.
Le tessere sono arrivate nei circoli con un ritardo di mesi rispetto alla norma, tutto è andato lento a causa delle elezioni politiche e dopo, a marzo, il contesto era abbastanza depresso ».
Tra i 101 franchi tiratori di Prodi e il governo delle larghe intese, insomma, l’entusiasmo nei confronti del Pd si sarebbe parecchio raffreddato.
In Toscana (dove solo 25mila delle 58mila tessere sono al momento confermate) il segretario Ivan Ferrucci promuove due giorni di campagna per il tesseramento, con banchetti per le iscrizioni e circoli aperti non stop.
I prezzi sono invariati, 15 euro per il Pd e 5 per iscriversi ai Giovani Democratici.
Da qualche giorno è anche partita la novità  del tesseramento on line ma qui le cifre sono più alte: «Proponiamo un «pacchetto» che include l’abbonamento alle edizioni digitali di Europa, Unità , Left e Tam Tam», dice Corona, «il costo complessivo è di 50 euro (25 per chi ha meno di 30 anni) e abbiamo già  ricevuto duemila richieste».
Segna un calo anche l’Emilia, compresa la federazione di Bologna, sulla carta una delle più forti d’Italia.
Ad agosto nell’intera provincia il tesseramento è arrivato al 61%, 14.058 tessere contro le circa 23mila del 2012.
Dalla sede Pd di Bologna, già  arrivata all’89 per cento di conferme, il segretario Raffaele Donini è ottimista ma è difficile non notare come la tessera di Romano Prodi sia una tra le più illustri a mancare quest’anno all’appello.
L’esodo però non comincia adesso, basti pensare che nel 2009, l’anno del congresso che incoronò Bersani, gli iscritti della federazione erano 35mila, circa 12mila più del 2012.
E il confronto diventa impietoso se si va ancora più indietro: ai circa 65mila iscritti dell’era Pds, fino ai 120mila iscritti del Pci a Bologna.
Le cose vanno un poco meglio a livello regionale: «Siamo a circa 56mila iscritti e partivamo da 82mila», spiega il segretario Stefano Bonaccini, ex bersaniano di ferro oggi vicino a Renzi.
Torino ha rinnovato il 60 percento delle 12.500 tessere e in Piemonte la quota 2012 da raggiungere è di 19.835 iscritti.
«Siamo partiti tardi», dice il segretario regionale Michele Paolino, «con tutto quello che è accaduto, il tesseramento non è stato tra le priorità ».
Più ottimisti in Liguria e a Genova (oltre il 60% di riconferme), dove il Pd trae beneficio dalle oltre 500mila presenze della festa organizzata al Porto antico: tanto positiva che si sta pensando di mantenere Genova come sede fissa della kermesse nazionale.
Il sud è il fanalino di coda: «In Sicilia abbiamo dei tempi diversi ma siamo certi di superare i 37mila iscritti del 2012», dice il segretario Giuseppe Lupo, franceschiniano. Enzo Amendola in Campania, dove le tessere erano 41mila, ammette: «Trovarsi in coalizione col Pdl non ha aiutato. Molti dei nostri aspettano di capire quali scelte farà  il Pd sulla decadenza di Berlusconi e sul congresso».
Scadenze vicine ormai, che potrebbero fare la differenza.

Silvia Bignami e Simona Poli

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INDAGATI PRESIDENTE ORDINE GIORNALISTI E ASSESSORE PD IN EMILIA

Settembre 14th, 2013 Riccardo Fucile

ACCUSATI DI CONCORSO IN TRUFFA AGGRAVATA PER UN CORSO DI FORMAZIONE MAI TERMINATO

Il presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna Gerardo Bombonato è indagato per falso in atto pubblico e concorso in truffa aggravata insieme all’assessore democratico all’Integrazione di San Lazzaro di Savena (Bologna) Raymond Dassi.
L’indagine, partita da un esposto anonimo arrivato alla Procura di Bologna nel 2012, riguarda l’attività  del presidente dell’Ordine quando lavorava come capo dell’ufficio stampa del Consiglio regionale. I fatti risalgono ai primi mesi del 2009.
Secondo il sostituto procuratore Morena Plazzi, che ha inviato gli avvisi di fine indagine nei giorni scorsi, Bombonato pagò Dassi, esperto web e allora collaboratore informatico della Regione, per un corso di formazione indirizzato ai giornalisti e agli impiegati dell’ufficio.
Un progetto che doveva portare alla costruzione del software e del sito del Consiglio regionale e alla sua successiva utilizzazione da parte dei dipendenti stessi dell’ufficio.
Secondo l’esposto, e ora secondo l’accusa, dopo le prime lezioni il corso non fu mai portato a termine.
Nonostante ciò Bombonato firmò perchè comunque i 10mila euro fossero pagati.
“Abbiamo saputo dell’indagine solo pochi giorni fa, con la notifica. Ora chiederemo di essere sentiti dal pm, pensiamo di preparare una memoria difensiva e depositeremo della documentazione. Abbiamo gli strumenti per dimostrare che il corso di formazione è stato fatto, tutto per intero”, ha spiegato Maria Grazia Tufariello, legale di Bombonato.
L’equivoco, secondo l’avvocato, sarà  molto semplice da risolvere: “Era un corso che comprendeva una serie di attività  e non solo la parte relativa alle lezioni in aula. Secondo me nell’interpretazione della Procura si confonde un corso con le ore di lezione in aula di un corso. Ma erano previste anche attività  pratiche di applicazione e sperimentazione su un sito internet che si andava a costruire”, spiega la legale del presidente dell’Ordine. “Il monte ore è stato rispettato”.
“Il corso fu fatto eccome — ha detto anche lo stesso Bombonato, intervistato dal Resto del Carlino — anche se ovviamente io non partecipavo alle lezioni personalmente. Comunque Dassi non doveva fare solo il corso, ma anche collaborare a realizzare il sito. E ha onorato entrambi gli impegni. L’avviso del pm mi ha sorpreso, ma sono tranquillo. Tramite il mio avvocato, chiederò di essere sentito quanto prima dal pm”.
Bombonato è stato recentemente rieletto presidente dell’Ordine dei giornalisti. Dassi invece, originario del Camerun, è stato il primo assessore di origine straniera in Emilia Romagna ed è membro del Forum nazionale del Pd per l’integrazione.

David Marceddu
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LA MELINA DEI PARTITI PER NON PERDERE IL FINANZIAMENTO PUBBLICO

Settembre 13th, 2013 Riccardo Fucile

DOPO TRE MESI SI RIPARTE DA ZERO

Il gioco dell’oca nel quale da tre mesi è impegnato il Parlamento sulla legge che dovrebbe abolire (così ce l’hanno curiosamente presentata) il finanziamento pubblico alla politica riparte dal via.
Nessuno si poteva illudere che il cammino del provvedimento filasse liscio.
Ma la decisione di ricominciare l’iter dalla commissione Affari costituzionali almeno un risultato l’ha ottenuto, oltre a quello di alzare l’ennesimo pallonetto a Beppe Grillo che dal suo blog accusa: «Restituite il malloppo».
Finalmente è caduto il velo di ipocrisia che ha circondato fin dall’inizio la proposta del governo di Enrico Letta. E si è finiti, com’era ipotizzabile, nel pantano.
La verità  è che questa presunta abolizione del finanziamento pubblico, dopo il sacrificio imposto ai partiti scorso anno con il dimezzamento degli scandalosi rimborsi elettorali, risulta indigesta a tutti.
Indigesta per il centrosinistra, che pure ha fatto culturalmente passi da gigante dal punto di partenza, per esempio affidando la certificazione dei bilanci a un revisore esterno, principio poi reso obbligatorio per legge: i problemi economici a mantenere strutture come quelle del Pd ci sono eccome.
E non va affatto giù neppure al centrodestra, nonostante il suo leader Silvio Berlusconi sia stato il più lesto a cavalcare l’onda dell’abolizione del finanziamento in campagna elettorale.
Sotto i suoi governi il finanziamento pubblico dei partiti è cresciuto a dismisura, con leggine approvate da tutti quelli che ora le hanno bollate come vergognose.
Per una curiosa coincidenza, proprio mentre il parlamento era alle prese con questo provvedimento, procedeva in pompa magna l’allestimento della nuova sontuosa sede di Forza Italia in piazza San Lorenzo in Lucina, a Roma.
Con descrizioni da Mille e una Notte.
Così l’obiettivo di ciascuno è diventato quello di limitare i danni, se non mettere in difficoltà  l’avversario.
O magari salire sul trenino di quella legge per portare a casa qualche indecente furbizia.
Ecco quindi spuntare dal fronte del Popolo della libertà  un emendamento per depenalizzare il reato di illecito finanziamento ai partiti, la buccia di banana sulla quale sono scivolate legioni di parlamentari e di piccoli ras locali azzurri.
Un’idea che ha però fatto insorgere i deputati del Partito democratico, i quali la considerano semplicemente irricevibile: anche perchè i suoi elettori, già  poco inclini alla comprensione di qualche umana debolezza democratica, li spellerebbero vivi. Allora è il Pd che insiste perchè venga messo un tetto ai finanziamenti privati, con la motivazione che senza un limite ai contributi i partiti possano essere preda dei condizionamenti: fosse di una multinazionale, di qualche finanziaria, o semplicemente di un riccone.
E come sempre capita, appena fanno una mossa i democratici trovano subito qualcuno pronto a scavalcarli a sinistra.
Spunta così, dalle parti di Sinistra, ecologia e libertà , la proposta di vietare di contribuire finanziariamente alla vita politica di un partito a coloro che hanno riportato una condanna in via definitiva per reati gravi.
Emendamento «ad personam», visto che individuare l’obiettivo è un gioco da ragazzi. Trattasi di Silvio Berlusconi, reduce dalla mazzata che gli ha appena assestato la Cassazione: quattro anni per frode fiscale, con tutto ciò che ne consegue.
Inutile dire che nessuna di queste proposte ha la minima possibilità  di passare.
Perciò si riparte dal via, per un altro giro che dà  speranze solo agli inguaribili ottimisti.
Nell’attesa che il tempo passi, e che magari con tutto quello che c’è da fare (e soprattutto da dire) quella legge già  pasticciata in partenza finisca definitivamente spiaggiata.
La lista dei precedenti è lunghissima: il dimezzamento dei parlamentari, l’abolizione delle Province…
Anche su quelle cose, alla pari della presunta abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, non giuravano (quasi) tutti di essere d’accordo?

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)

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LITE EPIFANI-RENZI, NIENTE INTESA SUL CONGRESSO

Settembre 13th, 2013 Riccardo Fucile

RISCHIO CONTA ALL’ASSEMBLEA NAZIONALE… GIU’ IL TESSERAMENTO, IN MOLTE REGIONI MENO 50%

«Una conclusione unitaria sulle regole del congresso è nell’interesse di tutti, dobbiamo trovare questo accordo».
Epifani pesa le parole dopo l’incontro con Renzi. Ma l’accordo non c’è.
E nell’Assemblea nazionale del Pd del 20 settembre quella che dovrebbe decidere data e modi per l’elezione del nuovo segretario democratico si potrebbe andare alla conta.
Un’ora e mezza di colloquio tra il sindaco fiorentino e il leader non sono serviti a dissipare le nuvole che sia addensano sia sul congresso che sul governo.
«Abbiamo parlato di regole sì, e non solo…», dice Epifani a incontro appena terminato.
Quel “non solo” riguarda le ultime uscite del “rottamatore” su Letta.
Il segretario gli ha rimproverato gli attacchi al governo.
Ribadisce in tv, al Tg3: «Renzi mi ha confermato che non creerà  problemi al governo in una fase così difficile per il paese. Del resto sarebbe un gravissimo errore mettere in difficoltà  un esecutivo che sta affrontando le condizioni dei nostri cittadini, non possiamo chiedere al centrodestra un atto di responsabilità  e non farlo innanzitutto noi…».
È l’altolà  al sindaco.
Parla Epifani di un’intesa sulla data, che in realtà  non c’è.
Oggi si riunisce il “comitatone” per il congresso per tentare un compromesso.
Renzi è disponibile alla fine dell’automatismo tra segretario del partito e premiership (come del resto fece Bersani per permettergli di sfidarlo alle primarie del 2012), ma non vuole allungamenti dei tempi.
Chiede restino le regole di sempre.
I congressi locali perciò vanno fatti dopo le primarie nazionali.
È l’opposto della proposta di Epifani. Ed è difficile che su questo il sindaco ceda, perchè ritiene sia uno dei tanti trabocchetti disseminati lungo la strada della sua candidatura.
Teme di diventare il segretario di un Pd che non controlla, che nei territori esprime altre maggioranze.
I Democratici del resto sono in acque agitatissime, con un crollo dei tesseramenti. In Toscana è stato registrato un meno 50%; non è la sola regione.
Epifani avrebbe insistito per un congresso con tempi più lunghi, che coinvolga i circoli, che apra un dibattito approfondito.
Però anche Gianni Cuperlo, lo sfidante di Renzi e candidato della sinistra, è per non prendere tempo.
D’Alema, che appoggia Cuperlo, attacca: «Renzi sicuramente anche sull’onda di un enorme trascinamento mediatico è il candidato che appare come il vincitore annunciato.
Ma a me non interessano i vincitori, mi interessano i principi … e le idee, le proposte di Cuperlo sono indubbiamente superiori ».
Mentre il “rottamatore”, aggiunge, si candida a segretario parlando d’altro, come se stesse facendo una campagna per governare il paese: «Non ci sono però elezioni, e al governo del paese c’è un membro del nostro partito». Insiste anche sulla divisione tra la leadership del partito e la premiership: «Una regola che non ha più senso».
I renziani a loro volta contrattaccano. «D’Alema ha questa idea, quasi fosse la separazione delle carriere dei giudici», ironizza Paolo Gentiloni.
Dario Nardella invita ad avere «calma e serenità : gli attacchi a Renzi, dopo la sua intervista a “Porta a porta” sono una polemica inesistente».

Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)

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MONTE DEI PASCHI: COSI’ PD E PDL SI DIVIDEVANO LE NOMINE

Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile

I PM APRONO UN’INCHIESTA SUI RAPPORTI TRA BANCA E POLITICA

Una spartizione tra Pd e Pdl dove la sinistra ha sempre prevalso e poi è scesa a patti.
Accordi su nomine e affari che venivano discussi a livello locale e avallati dai vertici nazionali del partiti, passando per la presidenza del Consiglio.
Nell’inchiesta sulla gestione del Monte dei Paschi di Siena, si apre il capitolo di indagine più delicato.
È quello che porta direttamente nelle stanze della politica romana.
Sono le deposizioni degli amministratori locali, di coloro che per statuto devono indicare i nomi da sottoporre alla scelta per la composizione dei consigli di amministrazione, a delineare quanto è accaduto negli ultimi anni.
Svelando come alla fine ci fosse sempre la necessità  di trovare un’intesa che potesse garantire le varie parti.
Spesso ignorando quali fossero le reali esigenze finanziarie e soprattutto le garanzie per gli azionisti.
La maggior parte dei verbali sono stati depositati all’inizio di agosto scorso, quando i pubblici ministeri Antonio Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso hanno chiuso la prima istruttoria sull’acquisizione della banca Antonveneta avvenuta alla fine del 2007 per 9,3 miliardi di euro, con una plusvalenza calcolata in almeno tre miliardi di euro rispetto a quanto era stata pagata tre mesi prima dalla banca Santander.
«Le anime dei Ds»
Era stato il presidente della Fondazione Gabriello Mancini il più incisivo nel delineare i meccanismi di designazione in un interrogatorio del 31 gennaio 2013: «Era il presidente Giuseppe Mussari che decideva le nomine e mi informava. Il suo riferimento era Franco Ceccuzzi, di area dalemiana. Posso dire che aveva un cordiale rapporto anche con Walter Veltroni quando divenne segretario del Pd. Il punto di riferimento nel Pdl era l’onorevole Denis Verdini. Altra persona con cui aveva rapporti era Gianni Letta. Ricordo che Letta affermava che Mussari era il suo riferimento in banca, mentre io ero il suo riferimento in Fondazione».
Altri importanti dettagli li ha forniti ai magistrati Maurizio Cenni, sindaco di Siena dal 2001 al 2011.
Viene ascoltato come testimone il 4 ottobre 2012 e dichiara: «Devo dire che le diverse anime dei Ds erano fortemente interessate alla gestione di Banca Mps. È sufficiente leggere i giornali dell’epoca per ricordare ciò che l’onorevole Vincenzo Visco o l’onorevole Massimo D’Alema, ad esempio, pensavano della banca. Affermavano che era antistorico che una realtà  di soli 60 mila abitanti potesse gestire, attraverso gli enti locali, un gruppo bancario importante comne Mps. Affermavano che la banca doveva crescere, doveva acquisire altri gruppi bancari, essere più presente sul mercato italiano e internazionale. L’acquisizione di Antonveneta avviene anche in ragione della pressione psicologica che vi era sulla banca».
I cinque componenti
In uno stralcio di verbale reso noto qualche settimana fa, Fabio Ceccherini il presidente della Provincia di Siena dal 1999 al 2009, chiarisce che nel 2006, per le nomine di Mancini a presidente della Fondazione e Mussari a presidente della banca, di averne parlato «con Cenni, Ceccuzzi e con Franco Bassanini che era stato eletto nella circoscrizione di Siena e assieme all’onorevole Giuliano Amato erano quelli maggiormente attenti al territorio e alla banca. Ebbi colloqui anche con D’Alema che esprimeva perplessità  sulla governance»
Altri dettagli sono stati aggiunti dal politico nel corso di quell’interrogatorio del 4 ottobre 2012. In particolare Ceccherini specifica che «il presidente nomina cinque componenti della deputazione» e sostiene di aver cercato sempre «di privilegiare il territorio per la nomina degli stessi». Secondo lui «c’era interesse, ma non ingerenza da parte dei responsabili nazionali dei Ds in ordine alle scelte riguardanti la banca». Ma specifica come proprio D’Alema «riteneva il sistema di nomine medievale perchè troppo legato agli enti locali e auspicava un’apertura, un suo maggior radicamento sul territorio nazionale e una politica industriale che fosse più attenta alle esigenze del mercato»
L’accordo con il Pdl
Agli atti dell’inchiesta c’è la bozza di un patto siglato tra Ceccuzzi e Verdini predisposto il 12 novembre 2008 per la spartizione delle nomine. In calce ci sono i nomi, ma non le firme ed entrambi hanno dichiarato che «si tratta di una bufala».
In realtà  le «regole» fissate in quel documento sono le stesse poi ripetute a verbale da numerosi protagonisti come il senatore del centrodestra Paolo Amato che ai magistrati, parlando della nomina di Alberto Pisaneschi nel Cda di Mps in quota Pdl, aveva dichiarato: «Pisaneschi non è stato nominato da Verdini, ma è stato il frutto del “groviglio armonioso” senese. Poi Verdini lo ha gestito».
Una linea confermata da Mancini secondo il quale «per questa scelta è stato necessario l’avallo di Gianni Letta e il via libera finale di Silvio Berlusconi».
Non solo. Chiarisce Mancini: «Dopo l’acquisizione, la presidenza di Antonveneta venne affidata a Pisaneschi su indicazione di Mussari. Egli motivava questa sua indicazione con opportunità  politica poichè Antonveneta aveva i suoi maggiori interessi in Veneto, regione a forte connotazione politica di centrodestra e dunque era opportuno che il presidente fosse della medesima area politica. Mussari mi disse di aver informato il presidente della Regione Giancarlo Galan dell’acquisizione di Antonveneta».

Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera“)

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GAETANO, DARIO, RENATO E LUCIANO: CHIAMALI SE VUOI…INCIUCIONI

Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile

A FRASCATI, ALLA SCUOLA DELLA FONDAZIONE MAGNA CHARTA: MINISTRI ED ESPONENTI DEL PD E DEL PDL CELEBRANO LE LARGHE INTESE

Sono loro i nuovi padri costituenti, almeno così dicono di sentirsi: “Se tornassero in vita benedirebbero ciò che stiamo facendo: rendere la Costituzione più snella, più moderna, al passo con i tempi”.
Quattro le voci del dibattito della Fondazione Magna Charta, “Le riforme per una Carta sempre giovane”: Dario Franceschini e Luciano Violante del Pd, Gaetano Quagliariello e Renato Schifani del Pdl. Un solo afflato: “Cambiare la Costituzione è la madre di tutte le battaglie”.
Ma per vincerla Violante non smette di invocare la pacificazione: “Fare politica è sforzarsi di capire le ragioni degli altri. Occorre superare le divisibilità , recuperare il valore positivo dell’eresia perchè l’affermazione di un principio diverso da quello che si combatte non è sintomo di subalternità , dobbiamo fare lo sforzo di capire cosa pensa l’altro. Questo Governo che molti elettori del Pd e del Pdl considerano una sciagura è la sola occasione per uscire dall’immobilismo e mettere in campo una grande riforma”.
E prima di terminare, riferendosi alle firme raccolte dal Fatto, si toglie un sassolino dalla scarpa: “Chi ha firmato contro, anche intellettuali di tutto rispetto, lo ha fatto per mettersi in mostra”.
E aggiunge: “Da molti anni le legislature durano in media non piu di 18 mesi ed è una sciagura”. Raccoglie Quagliariello che assicura con una battuta: “Noi dureremo fino alla fine”. Applauso corale dei laureandi, dottorandi della Summer school della fondazione — costo 300 euro per 4 giorni vitto, alloggio al Grand Hotel Villa Tuscolana, claque compresa.
Per Violante, “i partiti vivono un rapporto difficile con la società  mentre all’interno ci sono persone che hanno coraggio, capacità  e respiro nazionale. Occorre liberarsi del fantasma del tradimento: se parlo con Renato (Schifani, ndr) sono un traditore e viceversa, invece con l’avversario si parla perchè chi mi impedisce di farlo è debole, non ha la forza di sostenere la propria idea”.
E Violante per Quagliariello “è un uomo con idee forti e principi profondi, diversi dai miei che rispetto ed è anche un amico personale”.
Tant’è che i due prima del dibattito si concedono una passeggiata solitaria nel parco. “Ho appena deciso con l’amico Gaetano (Quagliariello, ndr)”, rivela a chiusura del suo intervento Violante, che “sul frontespizio del testo di riforma della Costituzione scriveremo una frase di Machiavelli: ‘In ogni nostra deliberazione si debba considerare dove sono meno inconvenienti e pigliare quello per miglior partito perchè tutto netto, tutto senza sospetto non si trova mai’”.
Ecco il manifesto delle larghe intese: secondo Dario Franceschini “è l’amore per il Paese a tenere insieme. Usciremo con più cicatrici che medaglie — prosegue — ognuno delle due parti pagherà  i suoi prezzi con il proprio elettorato ma alla fine la missione (tiene a sottolineare Schifani: “Ci è stata affidata da Napolitano sceso in campo a richiamare tutti all’equilibrio”) sarà  compiuta”.
“Questa che molti lettori del Pd e del Pdl vedono come una sciagura è un’occasione da non perdere. C’è grande rispetto tra noi” dice Schifani. E quando gli chiediamo di commentare le parole di Mara Carfagna intervenuta nel dibattito precedente, che ha definito Massimo D’Alema e Rosy Bindi “due vecchi tromboni”, risponde: “Ma queste sono solo parole”, dice, come a sottintendere che invece i fatti li vedono uniti: cambiare la Costituzione, seppure “l’attuale struttura dei partiti non sia la situazione migliore” ammette Violante perchè “c’è un partito carismatico (il Pdl) in crisi e un altro (il Pd) confuso per motivi interni ed esterni e il M5S a sfasciare il telaio”. Grillini che la Carfagna definisce “mediocri” mentre sbirciando da un foglietto declama Einstein: “I grandi spiriti hanno sempre incontrato l’opposizione dei mediocri”.

Sandra Amurri

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IL VOTO SEGRETO SU BERLUSCONI? IL PD TEME I KILLER CHE COLPIRONO PRODI

Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile

DELRIO AVVERTE: “SE CI DIVIDIAMO SUL DESTINO DI QUELLO SIAMO MORTI E SEPOLTI”… FASSINA: “IL SOSPETTO È INEVITABILE”

La paura è che questo partito possa di nuovo debosciarsi. Tradire e tradirsi.
Come un alcolista che malgrado gli sforzi cade nel vizio.
Il terrore è giungere a metà  ottobre al punto di non ritorno: contarsi ancora una volta nel nome di Silvio Berlusconi.
Provare a essere rapiti persino nella valutazione della sua condanna. Essere trascinati nell’aria zozza di chi pugnala alle spalle, di chi vende l’onore altrui senza la forza di consegnare alle stampe il proprio viso.
È il terrore di annotare, nel buio fitto del voto segreto, il numero di chi ha osato dire no alla decadenza.
“Posso garantire la nostra determinazione, e la puntualità  con cui la Giunta emetterà  il suo verdetto. Lei però mi parla del dopo: dell’aula del Senato, dell’ipotesi che il voto da palese divenga segreto e che la segretezza porti quella robaccia con sè. Il Pd ha conosciuto i 101 che hanno votato contro Prodi, quindi la possibilità  esiste, anche se il rischio è remoto. Temo, certo che sì”.
Tremano tutti, e anche a Felice Casson, che è stato un giudice integro e oggi resta il teorico della linea della fermezza, tocca ponderare l’eventualità  che Berlusconi sia così abile e così spericolato da condurre il Pd e grappoli di senatori di ogni altra foggia e misura (da Scelta civica ai terribili grillini) a condurlo alla salvezza, portarlo nella nebbia fitta e da lì fuori pericolo.
Come nuvole che in cielo si riallineano e si ritrovano improvvisamente vicine, il destino di Berlusconi si coniuga al destino del governo, la sua morte alla fine delle larghe intese, la corsa verso le elezioni al blocco di tante singole carriere, piccole e grandi. E così, quando gli umori cambiano repentinamente come le nuvolette in cielo, il clima generale subito ne risente: ieri nervoso, oggi rilassato.
Ieri contrapposto oggi compiaciuto. Ieri tutti sulle barricate, oggi tutti sui sofà .
Di nuovo Berlusconi e di nuovo quella parola, campagna acquisti, che terrorizza solo a pronunciarla e impone uno scatto immediato per respingerla, trascinarla lontana da sè con il tacco della scarpa come fosse una cicca di sigaretta spenta.
“Il partito sarebbe morto e sepolto se si mostrasse diviso sul destino di quello lì. Non ci sarebbe più. Punto e basta”. Vero, fa paura pensarci, e neanche vorrebbe farlo Graziano Delrio, ministro per gli Affari regionali, ma soprattutto amico di Matteo Renzi, dunque parte dell’enorme pentolone in cui bolle l’acqua del partito.
Renzi ha fretta di conquistare il partito, di contarsi dentro e poi fuori. Renzi annuncia lo sfratto a Enrico Letta, ma deve notificarglielo.
E come si fa se la strada delle elezioni è sbarrata e quella del congresso pure? Michele Anzaldi è della sua falange: “Ancora non abbiamo una data per decidere il nome del nuovo segretario, ed è ragionevole pensare che la dilazione significhi ostruzione, che il contrasto venga aiutato dai cavilli, dalle eccezioni, e da piccole o grandi novità ”.
Se Berlusconi cade per mano del Pd, il governo cade per mano di Berlusconi.
Dunque è più probabile che si voti, ed è più probabile che Renzi conquisti, con il partito, anche il governo.
È questa l’ipotesi ancora più accreditata, malgrado Napolitano aggiunga moniti ai suoi già  pressanti consigli di non fare di un destino personale il destino della Repubblica.
Ma è anche vero che sul destino di Silvio si srotola il destino dei suoi oppositori, le velleità  di singoli, le speranze di molti.
E la battaglia sul fronte esterno può pericolosamente intersecarsi con quella interna. Se le lingue si confondono, gli animi si incupiscono, le diagnosi si complicano e ciascuno guarda a sè.
L’idea di fregare l’amico anche al costo di salvare il nemico atterrisce ma non è esclusa. E si somma all’eventualità  che rasenta la perdizione: ogni carriera è in vendita e l’intelligenza col nemico, per profitto personale, è già  consuetudine nella storia della Repubblica, già  riempie pagine di un processo che si sta per aprire a Napoli.
Il terrore è che malgrado le urla dei militanti, gli inviti alla schiena dritta (e alle mani a posto) qualcuno possa procedere come prima.
“Un partito che ha combinato quel poco a maggio porta con sè il sospetto che in quell’occasione una resistenza sia stata organizzata e ancora oggi conservi una possibile vitalità  e un interesse a proseguire nell’opera di denigrazione. Ma dobbiamo trovare il modo per scongiurare alla radice anche la possibilità  teorica che questo assunto possa ritenersi plausibile, e immaginare modi, se la votazione dovesse essere segreta, in cui il voto del singolo abbia un suo vestito, una propria faccia. Se c’è gente che ha in mente di distruggere l’immagine del Pd, deve sapere che esistono modi per sterilizzare questo sciagurato tentativo”, dice Stefano Fassina, vice ministro all’Economia.
O solo spera.

Antonello Caporale

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“IL PD NON PUO’ LASCIARE AL M5S LA BATTAGLIA SULLA DECADENZA”

Settembre 11th, 2013 Riccardo Fucile

LA POLITOLOGA GUALMINI: “L’ELETTORATO E’ VOLATILE, BASTA UN ERRORE E SI PAGA CARO”… “I SONDAGGI CON DUE PARTITI SENZA LEADER SONO INAFFIDABILI”

Il Pd è in una sorta di vicolo cieco.
La legge impone una scelta e i Democratici non possono che prenderne atto, votando la decadenza di Berlusconi”.
Elisabetta Gualmini, presidente dell’Istituto Cattaneo, docente di Scienza Politica all’Università  di Bologna, parla da un osservatorio privilegiato.
E spiega: “L’elettorato è molto mobile, volatile. Non esistono più i criteri di fedeltà  di una volta, per cui si tende a votare sempre lo stesso partito”.
Uno scenario, dunque, molto poco prevedibile.
“I sondaggi, con due partiti senza leader (Berlusconi è praticamente in esilio, e Renzi non è stato ancora eletto) sono del tutto inaffidabili”.
Professoressa, in una situazione come questa una mossa sbagliata sembra particolarmente grave, potenzialmente letale
Il Pd non può sbagliare. E questa volta sembra averlo capito.
Si va verso un allungamento dei tempi. Non è un errore?
Sì, se i tempi si dilatano troppo, e questo rinvio è solo l’inizio di altre giravolte, si avrebbe subito l’impressione che il Pd sta tergiversando.
I Democratici sentono anche elettoralmente il fiato sul collo dei Cinque Stelle?
Nella Giunta il Movimento sta dicendo che “il re è nudo”. Il Pd non può perdere la faccia di fronte ai grillini. E rispetto alla base a questo punto dovrebbe votare la decadenza di Berlusconi. Di fronte al suo elettorato deve giocare la carta della coerenza.
Che senso ha questo continuo alzare il tiro da parte del Pdl, se poi il 19 ottobre comunque arriva l’interdizione dai pubblici uffici a Berlusconi?
Il Pdl continua a fare minacce sapendo di non poterle mantenere. È un modo per allungare il brodo: non sanno se far saltare il banco, o stare lì senza Berlusconi. Tra l’altro, la questione dell’eccezione di costituzionalità  sulla legge Severino non sta in piedi, visto che loro non solo l’hanno votata, ma hanno anche insistito per accelerare.
Il governo quante possibilità  ha di resistere?
Premetto che per me la stabilità  non può essere un alibi. Sono tre settimane che un giorno sì e un giorno no si dice che il governo deve cadere. È evidente che non viaggia su basi solide, e non è certo in grado in questa situazione di fare le grandi riforme istituzionali. Trovo paradossale anche il fatto che il Pd dica che le vicende giudiziarie di Berlusconi vanno distinte da quelle del governo.
Come si incrocia la situazione del governo con quella del congresso?
Mentre sulla decadenza di Berlusconi il Pd è stranamente compatto, rispetto al congresso le cose sono più complesse. a data ancora non c’è. Nonostante il salto collettivo sul carro del vincitore, Matteo Renzi, assuma fattezze tragicomiche. È abbastanza normale che alcuni vedendo la possibilità  di vincere cambino bandiera, ma questi voltafaccia di 360 gradi sono pericolosi per chi li fa e per lo stesso Renzi.
Il congresso alcuni vorrebbero evitarlo
C’è una parte del partito che spera si arrivi alle elezioni, così si saltano le primarie per la segreteria e si arriva direttamente a quelle per la premiership. Questo sarebbe un boomerang, dopo il risultato elettorale che c’è stato.
Qual è lo scenario che lei vede più probabile?
Il voto subito mi sembra un’ipotesi remota. La possibilità  più concreta mi pare — se questo esecutivo cade — un altro governo del Presidente, un governo di scopo, non guidato da Enrico Letta. Napolitano per le larghe intese si è speso moltissimo, non permetterebbe maggioranze diverse. Le urne si aprirebbero in primavera
E questo converrebbe al Pd e a Renzi?
Questo sarebbe per loro lo scenario migliore: permetterebbe ai Democratici di fare un congresso vero e a Renzi di stabilizzarsi alla guida del partito. Non fare il congresso sarebbe sbagliatissimo.

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