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“TROPPO GRASSA PER CANDIDARSI”: CONSIGLIERA PD OFFESA DAI COLLEGHI

Marzo 18th, 2016 Riccardo Fucile

TULLIA MORETTO NON AVREBBE “IL FISICO ADATTO”: DALLA LOTTA DI CLASSE ALLA LOTTA CONTRO LE GRASSE

“Chiunque abbia usato discriminazioni basate sull’aspetto, per fare lotta politica, non è degno di restare nel partito e nell’amministrazione”.
Con questo giudizio, che sembra preludere alla caduta di qualche testa, il sindaco di Bologna Virginio Merola stigmatizza la vicenda dell’esponente dem Tullia Moretto, denigrata dai colleghi di partito perchè troppo grassa.
La cuperliana — presidente del circolo Fossolo e possibile candidata per la corsa alla guida del Quartiere Savena — ha riferito, durante la riunione del direttivo, di aver ricevuto delle offese sul suo aspetto.
Alcuni colleghi dem le hanno detto esplicitamente che non ha il fisico adatto per candidarsi perchè è troppo grassa.
“Ce lo ha raccontato durante il direttivo dell’altra sera — conferma Maurizio Ghetti, consigliere comunale del Pd —. Sono allibito dal fatto che, in un partito come il nostro, vengano fatte queste affermazioni sull’aspetto fisico. Non era mai successo. Da parte di tutti i consiglieri massima solidarietà  a Moretto”.
La consigliera oggetto di offese aveva inviato ai 15 componenti del direttivo del circolo Fossolo una convocazione urgente che faceva presagire nell’incipit l’argomento della serata, come conferma Ghetti: “Vista la situazione sempre più grave creatasi nel nostro quartiere, nella quale anche la sottoscritta è stata oggetto di affermazioni veramente basse, anzi per l’esattezza “grasse” etc…”
Sì, perchè in realtà  l’episodio è solo l’ennesimo atto di una guerra per le candidature nel Quartiere Savena e Tullia Moretto è finita nel mirino di alcuni colleghi di partito che hanno deciso di condurla senza esclusione di colpi.
Ad affrontarsi, come avviene spesso nel Pd, opposte correnti.
Da una parte i renziani che caldeggiavano la rielezione di Virginia Gieri, dall’altra i sostenitori del sindaco Merola che appoggiavano Maurizio Gaigher.
Alla fine è stata scelta la consigliera comunale uscente Marzia Benassi, scontentando le due fazioni, mentre altri candidati che avevano dato la loro disponibilità  — critica Ghetti — “non sono proprio stati presi in considerazione”.
“Nella riunione del circolo — aggiunge — ci sono state molte critiche sulle modalità  con cui si è arrivati ad esprimere la scelta sul Savena”. Soprattutto — sottolinea —   “riguardo i veti posti sull’attuale presidente Gieri che era sicuramente la soluzione più indicata in un momento così”.
“Non sapevo che al Quartiere Savena si fosse arrivati a tali livelli di conflittualità  — interviene preoccupata Donata Lenzi, deputata Pd appartenente all’Unione Savena che comprende sia il suo circolo (S.Ruffillo) che il Fossolo -.
È un episodio bruttissimo, segno di rapporti personali deteriorati. Io avrei visto con favore la candidatura di Moretto. Poteva rappresentare il territorio di S.Ruffillo che finora, nel Quartiere Savena, è stato poco rappresentato”. Lenzi si propone come paciere dell’infuocata situazione: “Se c’è bisogno d’aiuto per ristabilire un clima positivo, sono disponibile ad andare alle riunioni dell’Unione”.
Intanto il segretario del Pd di Bologna, Francesco Critelli, lancia un avvertimento chiaro ai suoi: “Discriminazioni basate sull’aspetto fisico non hanno mai avuto, non hanno e non avranno mai cittadinanza nella nostra comunità ”.
Prende posizione anche la responsabile della Conferenza delle donne Pd, Federica Mazzoni: “Piena vicinanza e solidarietà  a Tullia Moretto.
Gli attacchi denigratori che ha ricevuto sono miseri e denotano totale assenza di sostanza politica. La pochezza viene espressa nei soliti modi stereotipati e maleducati”.

Paola Benedetta Manca
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PRIMARIE CAOS ANCHE TRA I GIOVANI PD: URNE VUOTE E CONTESTAZIONI

Marzo 13th, 2016 Riccardo Fucile

CANDIDATO SI RITIRA: “NON C’E’ TRASPARENZA”

“Senza immaginazione non c’è salvezza”, dice lo slogan dei Giovani democratici.
E di immaginazione ce ne vuole, guardando le foto dell’ultimo congresso romano di tre settimane fa, per convincersi che gli iscritti nella Capitale siano duemila.
La prova del nove, comunque, si avrà  oggi   quando l’organizzazione junior del Pd sceglierà  — ai gazebo — il nuovo segretario nazionale.
Così direbbe la logica, ma quello che inizia è di nuovo un weekend di voto destinato a fare polemica.
Cominciamo dai numeri: a Roma, dicevamo, ci sono 1.900 iscritti nel 2015, settecento in più dell’anno prima.
Un dato anomalo, visto che a livello nazionale le tessere dei Giovani democratici si sono dimezzate nel giro di pochi anni, passando dai 50 mila del 2012 ai 25 mila del 2015, in linea con l’emorragia di iscritti al Pd “adulto”.
Doppiamente anomalo, il baby-boom degli iscritti romani, se si considera che alle primarie per la scelta del candidato per il Campidoglio, domenica scorsa, il voto degli under 30 è stato quasi sconosciuto ai radar dei gazebo.
Quello che si conclude oggi   è un congresso scandito da accuse e veleni sulla scarsa trasparenza: inizialmente, il voto degli iscritti ai Gd valeva 1,5 punti e quello dei simpatizzanti soltanto 1, e questi ultimi per votare dovevano obbligatoriamente utilizzare una carta di credito intestata e pagare due euro.
Uno studente di Lodi ha fatto ricorso alla commissione di garanzia, che ha sentenziato: ogni voto deve avere lo stesso valore e l’uso obbligatorio della carta di credito discrimina i giovani senza una Visa in tasca.
Così, si è deciso di “aprire” le primarie. E pure troppo. Solo i simpatizzanti che si sono iscritti on line entro il 6 marzo devono presentarsi ai seggi con un documento di identità .
Agli altri, gli iscritti con tessera, basta semplicemente esibire il cartoncino di appartenenza ai Gd. È senza foto e la paura è che possa facilmente essere usato in serie: chi se ne accorge, se uno viola il regolamento e vota più di una volta?
Direte: andate ai seggi a controllare. Ma un’altra regola scritta delle primarie prevede che, escluso il presidente, gli scrutatori e i rappresentanti di lista, nessun altro possa “sostare nei pressi dei seggi e comunque a distanza inferiore di mt. 100”.
L’allarme è alto. E uno dei candidati, Dario Costantino — coordinatore della Federazione degli studenti e “erede” di Fausto Raciti — minaccia di ritirarsi dalla corsa se le primarie non vengono rinviate e le regole riscritte.
Non ci sono più, dice, “le condizioni minime per partecipare”: “Risultato a tavolino”. Gli indiziati sono i mentori del suo sfidante, Mattia Zunino: fedelissimo del segretario uscente, Andrea Baldini, e del commissario del Pd Roma Matteo Orfini, figlio dell’ex parlamentare Massimo Zunino (nominato durante il governo Renzi presidente di Mistral Air, la compagnia aerea di Poste Italiane), sostenuto da Davide Ragone, leader dei Future Dem e membro dello staff del ministro Maria Elena Boschi.
La corsa, sulla carta, è un po’ impari.
E il risultato di Roma è quello che può spostare il verdetto nazionale. I maligni arrivano a dire che nella Capitale sarebbero pronte delle “navette” per spostare gli elettori da un gazebo all’altro.
Ma il clima è di guerra ovunque. Alcuni congressi locali sono finiti in rissa: a Bari il segretario regionale uscente ha tirato lo statuto del partito colpendo un militante, a Napoli l’ex segretaria Antonella Pepe si è dimessa dopo aver denunciato anomalie nel tesseramento a Caserta e Salerno.
Ci sono Comuni con meno di 2 mila abitanti dove si sono registrati via web fino a 70 simpatizzanti.
Altrove succede l’opposto: sono stati dichiarati anomali 266 iscritti a Monreale, idem a Enna, in Molise e nella provincia di Barletta-Andria-Trani.
A Urbino, per dire, non è stata autorizzata l’apertura di un seggio, nonostante ci fossero 15 iscritti on line: quei 15, se vorranno, potranno farsi due ore di autobus e votare a Fano.

Antonio Monti e Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)

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BERSANI: “ORMAI SIAMO ALLA CASA DELLE LIBERTA'”

Marzo 1st, 2016 Riccardo Fucile

“IL NO DI RENZI AD ANTICIPARE IL CONGRESSO E’ ARROGANZA”

“Una risposta arrogante, tranciante”. Così Pierluigi Bersani ha commentato il ‘no’ ad un congresso anticipato arrivato dalla segreteria Pd all’indomani del voto in Senato sulle Unioni Civili.
“Mi spiace che non si veda un pò di gente che sta cercando di raffigurare un Pd ospitale per un’idea di sinistra – ha aggiunto Bersani – se non si apprezza questo sforzo vuol dire che non si sta capendo cosa sta succedendo”.
“Ci sono dei problemi – ha proseguito Bersani – che richiederebbero una discussione. Un congresso sarebbe più utile ma cercheremo comunque di far vivere una discussione nel partito, ci vediamo a Perugia per questo”, facendo riferimento alla convention della minoranza Pd che si terrà  l’11, 12 e 13 marzo.
Bersani ha poi affrontato il tema della maggioranza e dei voti del partito di Verdini: “Non è vero che abbiamo bisogno di Verdini come non era vero che avevamo bisogno di Berlusconi con il Patto del Nazareno. E’ una scelta, Renzi scelga se vuol fare quello che rottama o quello che resuscita e su questo bisognerebbe fare una discussione anche congressuale”.
“Se uno che vota la fiducia non è in maggioranza – ha aggiunto – uno che non la vota non è all’opposizione…Siamo fra aggiuntivi e disgiuntivi. Eccoci finalmente approdati nella casa delle libertà . Devo riconoscere a Renzi una straordinaria qualità : è riuscito a cambiare le papille gustative di un bel pezzo dell’area democratica e dell’informazione. Il mondo di Verdini risulta improvvisamente commestibile. Io continuo a trovare questa cosa sorprendente”.
“Se uno riesce a buttarmi fuori deve avere un gran fisico…” ha poi scherzato Bersani rispondendo ai cronisti che chiedevano conferme sull’eventualità  che, con l’avvicinamento di Verdini al Pd, la minoranza possa uscire dal partito.

(da agenzie)

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RENZI, AL CONGRESSO CON LA PELLE GIA’ CAMBIATA

Febbraio 29th, 2016 Riccardo Fucile

NEL REFERENDUM NASCE IL PARTITO DI MATTEO CON IL VOLTO DI MARIA ELENA

Il cuore è già  oltre l’ostacolo. Batte già  su quella che Matteo Renzi considera la madre di tutte le battaglie, ovvero il referendum sulle riforme istituzionali.
Verdini, il dibattito sui suoi voti “sostitutivi”, “aggiuntivi” o più o meno determinanti, la richiesta formale di un congresso di partito, avanzata dal leader della minoranza Pd Roberto Speranza: tutti elementi che non incidono e non mutano il percorso “sostanziale”, immaginato a palazzo Chigi.
E cioè arrivare al congresso — quello formale — con la pelle del partito già  cambiata.
Ecco che le elezioni amministrative di primavera vengono vissute come un ostacolo da superare senza troppi danni e drammi e come l’ultimo voto col vecchio Pd, ormai un contenitore di apparati, notabili, signori delle tessere.
Poi, change, si cambia. Nelle urne del referendum, nasce nei fatti il partito di Renzi. “Contaminazione” è la parola d’ordine identificata dal super consulente di Obama, Jim Messina, chiamato da Renzi come guru per incassare un plebiscito al referendum. Il piano prenderà  forma ad aprile, dopo l’ultimo passaggio delle riforme alla Camera. Ma i titoli sono già  nero su bianco.
Lorenzo Guerini, vice segretario del Pd, dice all’HuffPost: “Fuori dalla discussione di questi giorni proiettata sulle nostre dinamiche interne il lavoro di coinvolgimento della società  che si dovrà  fare anche per il referendum dovrà  essere importante per un lavoro più ampio. Ovvero: costruire nel paese la base culturale e sociale, prima ancora che politica che faccia vivere nella società  l’orizzonte di cambiamento che Renzi sta proponendo all’Italia”.
Proprio il “comitati per il sì” saranno i principali luoghi della contaminazione e di quella che Guerini chiama costruzione della nuova “base sociale del Pd”.
L’idea fu accennata proprio dal premier nel discorso conclusivo della scorsa Leopolda: “Prima del referendum costituzionale organizziamo mille luoghi di incontro in cui andiamo a raccontare perchè l’Italia la stiamo facendo ripartire e vogliamo scommettere sui nostri valori più belli. Noi della Leopolda siam fatti così”.
Il partito di Renzi, il partito della Leopolda o delle mille Leopolde, il partito della Nazione, comunque lo si voglia chiamare, lo schema è quello di un congresso sostanziale che “rottami” in partenza lo schema del “congresso” formale che, proprio per questo, il premier non ha alcuna intenzione di anticipare.
Il referendum è sulle riforme, sul governo, sul premier rappresentano, insomma, l’atto fondativo di una soggettività  politica che ha la testa e la leadership di Renzi e un corpo che non coincide solo con quello del Pd. È chiaro, sussurrano in parecchi, che a quel punto non ci si può stupire se dai comitati usciranno il grosso dei capilista alle prossime elezioni: “Lo schema della minoranza — sussurra un renziano di rango — è congresso subito per prendere un 15 per cento e chiedere un 15 per cento di capilista. Quello di Renzi è congresso dopo, quando il congresso diventa il secondo plebiscito su di sè, dopo il plebiscito del referendum”.
Ed è altrettanto chiaro che su un progetto del genere torna il protagonismo di Maria Elena Boschi.
Si vedrà  come saranno composti i comitati per il sì, se separati o un tutt’uno con quelli del Pd. Il volto sarà  quello della Boschi. Un grande ritorno dopo la fase della comunicazione più sobria e defilata iniziata con la scandalo della Banca Etruria.
Si spiega anche la presenza più intensa sui media in questi giorni o l’intervento alla scuola di partito. Anche se, comunque, le prossime settimane sono piene di incognite. La protesta dei risparmiatori truffati praticamente sotto casa del ministro indica che la polemica sulle banche è un elemento con cui la madrina delle riforme dovrà  convivere. Ora e in futuro.
Negli ambienti giudiziari viene infatti data per scontata l’iscrizione nel registro degli indagati dei vertici di banca Etruria per bancarotta fraudolenta, dopo la dichiarazione dello Stato di insolvenza.
Sia come sia nel favoloso mondo renziano, caratterizzato dall’assenza di una robusta classe dirigente e dall’ossessione per i media e per le performance tv, a giudizio dei più Maria Elena “resta sempre la più efficace in tv”.
Gli altri sembrano vecchi, nel senso di vecchia politica, meno brillanti, poco si prestano, rispetto alla ministra, a incarnare la nuova pelle del partito e dell’Italia renziana.
Anche perchè l’altro elemento per niente irrilevante è che occorre “mobilitare” e non solo “contaminare”, affinchè il plebiscito possa apparire come l’inizio di una nuova era.
Gli ultimi sondaggi dicono che, al momento, il 50 per cento degli italiani starebbe a casa. Il cuore del paese, sul tema, batte meno di quello del cerchio magico.

(da “Huffingtonpost“)

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GRANDI MANOVRE NEL PD: SPERANZA PUNTA SULLA SCONFITTA ALLE AMMINISTRATIVE, RENZI A CANCELLARLI DALLE LISTE

Febbraio 26th, 2016 Riccardo Fucile

BERSANI: “MANCA IL RISPETTO”… SI DELINEA LA CANDIDATURA DEL MINISTRO, CAPACE DI COAGULARE LA MINORANZA INTERNA

Il clima è da separati in casa. Roberto Speranza ha preparato la sua uscita (“congresso subito”) con tutti i big della minoranza.
Ormai, raccontano, la questione è diventata quasi antropologica. Tanta è la familiarità  tra le nuove coppie, Renzi e Verdini, Lotti e Verdini — battute, telefonate, complicità  ostentata — tanto è la freddezza con la Ditta che fu.
È l’aspetto che colpisce di più quel vecchio sentimentale di Bersani: “Ma è possibile — ripete — che ai nostri non arriva neanche una telefonata e Verdini sa tutto in anticipo? Manca il rispetto, non è così che si sta nella stessa comunità ”.
Ecco il perchè dell’affondo su Verdini, nel day after delle unioni civili: “Ormai — dice Speranza nelle riunioni — un pezzo dei nostri se ne sta andando. È in atto un’emorragia silenziosa. Il partito è allo sbando completo”.
Poi l’intervista all’HuffPost e dichiarazioni ovunque.
E la richiesta del congresso, pur nella consapevolezza che, prima dell’inizio del prossimo anno è difficile celebrarlo. Sia come sia è un modo per lanciare la sfida in nome dell’alternativa a Renzi.
Poi verranno le alleanze congressuali, il gioco di correnti, i posizionamenti. Ma la richiesta sancisce l’avvio di fatto del congresso, perchè a questo punto alla candidatura di Speranza manca solo l’annuncio ufficiale che secondo alcuni dei suoi potrebbe avvenire già  a Perugia, all’iniziativa della minoranza il prossimo dieci marzo.
Un congresso, appunto, da separati in casa. Gli rispondono, in modo rude, i falchi del premier, a partire da Deborah Serracchiani: “Speranza insegue fantasmi. Forse più che al congresso del Pd vuole candidarsi a segretario di Ala. Avrebbe più chance”. “Condivido la Serracchiani”, dice il solitamente taciturno Luca Lotti.
Parole, sbrigative, che indicano che per Renzi è un non problema, anzi che quello di Speranza è quasi un autogoal perchè chiedere un congresso dopo l’approvazione delle unioni civili è roba incomprensibile nel paese.
L’obiettivo, dei falchi e del falco dei falchi, ovvero il premier, è chiaro sin da ora. La pulizia etnica della sinistra.
Un dirigente di rango del Pd, giovane turco, spiega: “Lo schema è chiaro. Speranza si candida con l’obiettivo di prendere un 15-20 per cento al congresso e negoziare un 15-20 per cento di posti in lista al prossimo giro. Matteo lo sa e proverà  a sterminarli. Si è candidato Rossi, l’opposizione di sua maestà  come Pittella la scorsa volta, ce ne saranno altri. Lotti ha fatto il pieno di tessere. Alle prossime liste non li vuole tra i piedi. L’unica variabile che può far cambiare qualcosa sono le amministrative”. Proprio sul default alle amministrative si fondano le speranze congressuali della sinistra.
A fine giornata l’ideologo della Ditta, Miguel Gotor su facebook inserisce un brano dei Quaderni di Antonio Gramsci, una lezione altissima di politica.
Questa: “Ciò che si chiamava ‘massa’ è stata polverizzata in tanti atomi senza volontà  e orientamento e una nuova ‘massa’ si forma, anche se di volume inferiore alla prima, ma più compatta e resistente, che ha la funzione di impedire che la primitiva massa si riformi e diventi efficiente”.
Il “politico realista”, per Gramsci, ha il dovere di partire da questa constatazione e fare lavoro politico nel tempo nuovo. Gli effetti della lezione? Si vedranno.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A SPERANZA: “SI E’ TOCCATA L’IDENTITA’ DEL PARTITO, ORA E’ NECESSARIO UN CONGRESSO”

Febbraio 26th, 2016 Riccardo Fucile

“AVEVAMO DETTO ‘MAI PIU’ CON LA DESTRA’ E CI RITROVIAMO VERDINI IN CASA”

Roberto Speranza arriva dritto al punto: “È inutile girarci attorno o far finta di non vedere. Siamo di fronte a un fatto politico enorme. D’un colpo solo è cambiata la maggioranza con l’ingresso di Verdini, perchè da che mondo è mondo se uno vota la fiducia entra in maggioranza. Ed è cambiato il Pd in cui prevalgono le spinte conservatrici. Di fronte a tutto questo, che tocca la natura e l’identità  del Pd, è necessario un congresso”.
Sta anche dicendo che si candida?
Non sto parlando di persone. Quelle verranno. Sto parlando di linea e di progetto politico. Avevamo detto “mai più con la destra” ed ora ci troviamo Verdini in casa. E quello che sembrava un compromesso parlamentare su singoli provvedimenti sta diventando un orizzonte strategico e identitario.
Il partito della Nazione.
Appunto. E vedo che non sono il solo a fare questa analisi: quando un renzianissimo della prima ora come Matteo Richetti parla di rottamazione tradita è un segnale non trascurabile. Glielo ripeto. Siamo a un punto di svolta: sui territori il Pd imbarca non voti, ma ceto politico che stava con Cosentino, con Cuffaro, riciclati di una stagione di destra e fallimentare nel paese; in Parlamento vota la fiducia Verdini, il più fedele collaboratore di Berlusconi ai tempi della compravendita parlamentare e delle leggi ad personam. È caduta la maschera: Renzi doveva compiere la rottamazione e invece siamo di fronte all’ennesimo capitolo del trasformismo italiano.
Il premier direbbe che coi voti non si deve essere “schifiltosi”.
Innanzitutto un conto sono i voti, un conto è il ceto politico. E quando Cuffaro dice “i miei sono tutti nel Pd e fanno tessere” io, francamente, un po’ schifiltoso lo sarei. Ma bisogna esserlo anche quando Cuffaro dice “il mio sistema di clientele e i miei voti hanno cambiato nascondiglio”. Ricorda, lei che è un cronista attento, quando Walter Veltroni, da segretario del Pd, girava per il Mezzogiorno dicendo “noi certi voti non li vogliamo”? Bene, secondo me il Pd deve essere anche il partito che “certi voti non li vuole”. E su questi temi suggerirei maggiore serietà  e meno slogan.
Secondo lei, Renzi non doveva mettere la fiducia?
Non c’è dubbio che le ambiguità  e i doppi giochi dei grillini hanno pesato, però si poteva comunque essere più coraggiosi portando la legge in Parlamento e affrontando un dibattitto libero e democratico. Secondo me ne sarebbe uscito un provvedimento più avanzato.
Ma se lei fosse stato capogruppo, che avrebbe detto su Verdini?
Mettiamola così: che cosa fissa il perimetro di una maggioranza di governo? Il voto di fiducia. Dunque c’è poco da fare sofismi dopo sui numeri, se sono più o meno aggiuntivi, più o meno determinanti. La sostanza resta che quando Verdini dichiara che vota la fiducia, il Pd avrebbe potuto e dovuto dire “no grazie, noi siamo un’altra cosa”.
Però nessuno l’ha detto. Ora, Speranza, parliamoci chiaro. Verdini non serve solo a garantire una navigazione tranquilla al governo. Ma la sua pattuglia rende innocua la vostra al Senato. Se domani Gotor si alza e chiede a Renzi di discutere sul prossimo provvedimento, Renzi ha Verdini che garantisce i suoi voti. È il buttafuori della sinistra, o no?
Francamente non so se Verdini ambisce a essere anche buttafuori, come coronamento della sua brillante carriera, con Berlusconi, Dell’Utri e Cosentino. Io dico: è tempo perso. Noi stiamo nel Pd e daremo battaglia, ascoltando il nostro popolo che vive certi personaggi come impresentabili ed è preoccupato per la direzione che ha preso il Pd. Per questo chiediamo un congresso per discutere e definire natura e identità  del Pd.

(da “Huffingtonpost“)

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“LASCIO IL PD, DELUSA DA RENZI”: INTERVISTA A MICHELA MARZANO

Febbraio 26th, 2016 Riccardo Fucile

LA DEPUTATA E’ DOCENTE DI FILOSOFIA A PARIGI: “UNA LEGGE CHE CREA NUOVE DISCRIMINAZIONI”

«Aspetterò la fine dell’iter di questa legge, dopo di che lascerò il Pd». Michela Marzano, deputata Pd, una cattedra di filosofia morale a Parigi e autrice di «Papà , mamma e gender», è delusa dal modo in cui il suo partito ha condotto la partita sulle unioni civili.
«Sono molto delusa e anche arrabbiata perchè ci ritroviamo con un testo di legge nato con lo scopo di correggere un’ingiustizia, di promuovere l’uguaglianza e che invece umilia le persone omosessuali – spiega -. Quindi non corregge nulla e addirittura secondo me aggiunge una discriminazione ulteriore»
Quale?
Si è talmente insistito sulla differenza che doveva esserci tra le unioni civili e il matrimonio che di fatto si è ricondotto tutto a diritti individuali. Tant’è vero che è scomparso qualunque aggancio all’articolo 29 e sono rimasti solo i riferimenti agli articoli 2 e 3 della Costituzione, che riconoscono appunto i diritti individuali. Ma quello che le persone omosessuali stanno aspettando da trent’anni sono i diritti familiari. Lo stesso statuto riconosciuto e dato alle loro coppie, al loro amore, alla loro vita comune. E non è questo che c’è nella legge. Si insiste sul fatto che si tratta di una speciale formazione sociale, rendendo fra l’altro anche difficile la decisione da parte del giudice nel momento in cui si tratteranno questioni legate alla stepchild. Finora i giudici avevano le mani libere perchè, non essendoci nessuno statuto per le coppie omosessuali, potevano applicare le norme previste dall’articolo 44 della legge sulle adozioni.
E non sarà  più così?
Io ho qualche dubbio. Resta la legislazione vigente, ma come si applica a una specifica formazione sociale? La legislazione vigente riguarda la famiglia così come è riconosciuta all’interno del matrimonio e ammette delle eccezioni quando si ha a che fare con una persona single oppure nel caso in cui c’è il decesso del padre o della madre. Ma sempre all’interno della famiglia. Qui però si sta parlando di una specifica formazione sociale. Spero che non ci saranno conseguenze peggiori.
Una specifica formazione sociale per la quale non è obbligatorio essere fedeli.
E’ l’esempio di quanto dicevo prima. Si è voluto specificare, attraverso l’assenza di determinati concetti, il fatto che si tratta di coppie di serie B, che l’amore tra due persone dello stesso sesso non è come quello eterosessuale, è un amore minore. Questa legge sancisce che le persone omosessuali sono figlie di un dio minore. Tutto è meno, tutto non è all’altezza, è meno importante, è meno profondo. Si insiste sulla precarietà 
Per il filosofo Gianni Vattimo la fedeltà  è un termine etico e non giuridico, quindi non ha senso inserirla in una legge.
Peccato che ci sia già , che sia presente all’interno del quadro e della definizione del matrimonio. Quando ci si sposa ci si promette fedeltà . Poi ci si può interrogare sul suo significato, su cosa vuol dire promettere amore eterno. Però o si fa una riflessione sul significato della promessa in amore, indipendentemente dall’orientamento sessuale delle persone, oppure negarlo alle persone omosessuali è un modo per delegittimare queste relazioni e l’amore omosessuale.
Lei venne chiamata nel Pd da Bersani per seguire le questioni legate ai diritti. Adesso lascerà  il partito?
Più che essere io a lasciare il Pd, è il Pd che mi ha lasciata, probabilmente ha smarrito il significato stesso del termine uguaglianza che dovrebbe essere la stella polare della sinistra.
Anche a maggio del 2015 si disse molto delusa dal Pd e dichiarò al sua intenzione di voler uscire dal partito.
Avevo a cuore determinate leggi. Nel frattempo è stata approvata almeno in prima battuta alla Camera la legge sul doppio cognome, quella per l’accesso alle origini da parte dei bambini nati da madri che hanno mantenuto l’anonimato e si è affrontato il tema della continuità  affettiva, anche se io ho votato in dissenso perchè anche lì si è introdotta una discriminazione. C’era comunque una serie di battaglie che si annunciavano e che pensavo di poter fare meglio e bene all’interno del Pd. Fino ad oggi. In futuro resterò in parlamento, forse nel gruppo misto. Poi quando finirà  la legislatura tornerò a tempo pieno con i miei studenti, i miei libri, i miei lettori.
Si aspettava di più da Renzi?
Molto di più. L’ho appoggiato alle primarie perchè pensavo che sarebbe potuto essere una ventata di aria fresca. E’ una persona brillante, intelligente, intuitiva e capace. Si sarebbe potuto fare tanto di più e bene. Oggi penso che sia stata sprecata una grande opportunità .

Carlo Lania

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SEZIONI STORICHE PD IN VENDITA, REGGIO EMILIA: “TROPPO GRANDI E SEMPRE MENO ISCRITTI”

Dicembre 30th, 2015 Riccardo Fucile

“MA LA COLPA NON E’ SOLO DI RENZI”

Dalle notti tutti insieme a presidiare le sedi del partito, alla vendita perchè l’affitto costa troppo.
William Orlandini, animatore del circolo Pd di via Marsala a Reggio Emilia, aveva 16 anni quando insieme ai compagni dormiva in sezione. Ora ne ha 61 e sa che tra pochi giorni quello stesso locale sarà  venduto perchè inutilmente grande.
“Ero quasi un bambino”, spiega a ilfattoquotidiano.it, “ma ricordo in quelle notti del 1970,   ai tempi del tentato golpe Borghese, che le tante sedi reggiane del Pci furono illuminate a giorno e il presidio fu continuo. Anche se la mattina dopo si andava a lavorare, si stava a dormire in sezione”.
Il partito perde i pezzi anche nell’Emilia un tempo rossa e i militanti storici si ritrovano a   fare i conti con una struttura che si attiva solo vicino alle elezioni e che non ha più bisogno di sale grosse ed economicamente difficili da mantenere.
Ma non per questo William scarica tutte le colpe sul segretario presidente del Consiglio: “Gli iscritti si sono iniziati a perdere ben prima dell’avvento di Renzi”.   Se a livello nazionale gli iscritti sono passati da 831mila nel 2009 a 366mila e 641 nel 2014, in provincia di Reggio Emilia nel 2013 erano 9mila e nel giro di due anni sono diventati 5mila.
A diminuire sul territorio sono state di conseguenza anche le sezioni: nella città  emiliana le decine di sedi degli anni ’70 si sono ridotte a 8 e di queste ad esempio, la zona di via De Gasperi che contava circa 2500 tessere annue, ora ne registra poco più di 300.
In Emilia, come in tutta Italia, a piangere sono le casse e per questo la Fondazione Tricolore, che ha in proprietà  i beni che furono della federazione comunista provinciale, ha messo   sul mercato diversi edifici che ospitano i circoli Pd. Che fanno fatica a stare dietro agli affitti (peraltro bassi) da pagare e così trovare locali più piccoli con costi inferiori è diventato un imperativo.
La sezione di via Marsala è certamente una delle più importanti tra quelle messe in vendita, perchè custodisce un pezzo di storia della sinistra reggiana.
William indica il simbolo della falce e martello intarsiato sul pavimento. È qui dal 1944, quando da queste parti c’era ancora l’occupazione nazifascista.
“Le nuove generazioni non vengono più in sede a farsi dettare la linea politica. Con i nuovi mezzi di comunicazione la gente si informa a casa”.
E così la dismissione dei locali non è una sorpresa: “La sede è sovradimensionata rispetto al numero degli iscritti. Facciamo fatica a tenerla aperta tutti i giorni. E i militanti si fanno vedere soprattutto quando ci sono le elezioni. Questo Partito democratico si avvicina sempre più a un comitato elettorale piuttosto che a un partito strutturato”.
Per ora a frenare la vendita dell’immobile sembra essere stata solo la crisi immobiliare che tiene a distanza possibili acquirenti. Ma di questo passo è solo questione di tempo.
Gianni Prati, prima tessera Pci nel 1966, è tra i dirigenti del circolo al numero 5 di via De Gasperi, anche questo dato in affitto dalla Fondazione Tricolore.
“Paghiamo 1800 euro l’anno e mi sembra un affitto basso. Se tutte le sezioni pagassero quanto devono, forse la Fondazione non avrebbe problemi”.
Gianni non vuole fare un dramma della crisi della militanza ai tempi delrenzismo. Del resto quella dove ci accoglie, nella zona sud della città , è una sede piccola, affittata pochi anni fa, e non è tra quelle che rischiano di essere vendute.
È piccola e funzionale a un partito dove i volontari sono ormai decimati. “In questa zona avevamo cinque sezioni con 2500 iscritti, oggi siamo in 300, forse 400”.
Il calo degli iscritti è legato anche a una questione strettamente anagrafica: “Negli ultimi anni sono venute a mancare persone che andavano casa per casa a fare tessere”.
Il tema non è nuovo e arriva da lontano. Già  anni fa molti circoli furono accorpati e dalle decine degli anni Settanta si è passati agli ottoattuali in tutta Reggio.
“Il problema non è ridimensionarli per motivi organizzativi. L’importante è che questi spazi rimangano e che le persone continuino a frequentarli”, spiegaRoberta Pavarini, consigliera comunale Pd con 25 anni di militanza.
Oggi è responsabile del coordinamento dei circoli per la federazione di Reggio Emilia.   Il   suo circolo non è in vendita, ma solo perchè non è di proprietà  della Fondazione.
Si trova in via Candelù dove c’è anche un palazzo che una volta veniva chiamato “Cremlino”. E la famiglia di Roberta aveva l’appartamento proprio là  dentro: “Quando avevo 12 anni i nostri genitori d’estate ci mandavano in colonia nella Ddr, la Germania orientale comunista . Eravamo in tanti, persino l’attuale sindaco Pd Luca Vecchi c’era stato”.
Il circolo è di proprietà  di una cooperativa di abitazione nata oltre 100 anni fa per dare una casa agli operai delle officine Reggiane che dopo la guerra erano ancora migliaia.
Nella grande sala riunioni c’è un quadro del pittore Nello Leonardi che li celebra: hanno fatto la storia di Reggio e di tutta la sinistra italiana. Lavoravano alle Reggiane i nove massacrati all’indomani del 25 luglio 1943, pochi giorni dopo la caduta del fascismo. E lavoravano alle Reggiane i morti del 1960 uccisi dalla polizia ai tempi del governo Tambroni. In ogni circolo c’è almeno una loro foto in bianco e nero ingiallita dal tempo.
Erano operai delle Reggiane anche quelli che edificarono il circolo di via Marsala e che incassarono quella falce e martello sul pavimento. William la guarda quasi con un po’ di commozione: “Se questi locali saranno venduti voglio che la falce e martello venga incorniciata e portata nella nuova sede che sarà ”.
Nonostante la sua fedeltà  al Pd, lui dice di non poter essere un renziano e che in questo partito non si sente “esattamente a suo agio”.
E che il clima non sembra essere dei migliori per chi non è allineato: “Indubbiamente anche all’interno del Pci c’erano le mozioni, non è un problema. Come non è un problema stare in minoranza. L’importante è che ci sia una agibilità  politica nel partito. Eppure — ammette William — Oggi qualche elemento di disagio c’è”.
Gianni Prati non ha voglia di lamentarsi. Piuttosto fa un appello a Renzi: “Se vuole ancora che ci sia un partito deve coinvolgere di più la base”.
Non è molto diversa la richiesta di Roberta Pavarini: “Ci sono persone che mostrano segni di disaffezione e non si sentono a casa loro: questo allarme deve arrivare dritto al cuore del nostro segretario”.

David Marceddu
(da “il Fatto Quotidiano“)

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PD, BASSA FEDELTA’ E POCHE TESSERE, MA FA IL PIENO DI VOTI

Dicembre 9th, 2015 Riccardo Fucile

LA PARTECIPAZIONE CONTINUA A CALARE, MA IL 10% DEGLI ELETTORI DI RENZI E’ DI DESTRA

Il weekend passato ha visto due giorni di “orgoglio Pd”: secondo gli organizzatori sono stati allestiti 2113 banchetti, con la partecipazione di oltre 30mila volontari e 5 milioni di volantini distribuiti.
Ciò implicherebbe un banchetto ogni tre circoli del partito (erano circa 6.500 a inizio anno), un militante in piazza ogni dodici iscritti, e circa 2.400 volantini a postazione. Ma questo cosa ci dice dello stato di salute del partito di Renzi?
La mobilitazione crolla in tutta Europa
Se i circoli erano 7.221 nel 2009 ai tempi della fondazione, e sono ormai diminuiti di oltre mille unità , chi anima questi luoghi di partito?
Abbiamo raccolto i dati degli iscritti ai Ds e Margherita, e poi dal 2009 i dati inerenti al Pd.
I dati testimoniano un andamento ormai consolidato: un calo degli iscritti.
Dagli 831.042 comunicati dal Pd nel 2009 ai 366.641 del 2014, la diminuzione è del 55%. Un leggero aumento (più 80.000 unità ) si è avuto solo con il congresso 2013, secondo un trend tipico della Margherita, con l’aumento dei tesserati prima degli eventi della democrazia interna.
Questo delle tessere è comunque solo uno degli aspetti, e vede peraltro i democratici in buona compagnia: sul fronte della sinistra europea l’Spd tedesca l’anno scorso registrava 459.902 iscritti, il Labour inglese è intorno a 200.000 dal 2010, mentre il Partito Socialista francese ha 133.000 tesserati.
Da Berlinguer a Rignano
Restando in Italia, le cifre disponibili raccontano di poco più di 100.000 iscritti a Forza Italia, con la Lega a 122.000 mentre il Movimento 5 Stelle a giugno 2014 ne contava 87.654.
La dinamica generale sembra aver a che fare, più che con le leadership contingenti, con un più radicato fenomeno di dissoluzione dei partiti come “corpi intermedi” in atto almeno da vent’anni.
Il Pci, per esempio, non riuscì a eguagliare mai il picco di 2 milioni di iscritti raggiunto nel ’56 neanche ai tempi di Enrico Berlinguer(dati Istituto Cattaneo).
Negli ultimi anni, poi, il livello di fiducia eidentificazione con i partiti è andato precipitando. Insomma: le scelte di voto, specie a livello nazionale, hanno sempre meno a che fare con l’appartenenza e l’adesione. Sembra passato anche il tempo della “fedeltà  leggera”, quando la mobilità  del voto esisteva, ma si esprimeva all’interno di uno stesso schieramento.
È anche per questo che, come evidenzia il grafico, l’andamento degli iscritti al Pd e il suo consenso elettorale sembrano rispondere atrend completamente differenti. D’altra parte, è vero che il Pd è diventato, specie negli ultimi anni, un soggetto con un bacino elettorale molto fluido.
La trasformazione dei “pigliatutto”
Su 100 elettori del Pd di Veltroni 23 si definivano di sinistra, 42 si definivano di centrosinistra e ben 31 di centro; ai tempi di Bersani, alle Politiche 2013, il quadro era cambiato, con 33 su 100 che si collocavano a sinistra, 51 a centrosinistra e appena 14 di centro (dati Itanes).
Nel 2014, quando Renzi sale a Palazzo Chigi, Demos misura ben il 10% degli elettori Pd che si dichiarano di centrodestra o destra (erano il 2% con Bersani), più un 11% di “esterni”, che rifiutano cioè di prendere posizione sul tradizionale asse sinistra-destra. Dato confermato dal sondaggio pubblicato in questi giorni dal Cise, che fotografa un 9,2% di elettori Pd di destra.
A queste evoluzioni sul profilo “ideologico” dell’elettore democratico si accompagnano cambiamenti anche dell’identikit sociale e demografico.
Alle Europee del maggio 2014, quelle del trionfo renziano con il 40,8% dei voti, il Pd riesce a raccogliere — secondo l’analisi di Emg — il 31% dei consensi fra i lavoratori autonomi e il 42% fra le casalinghe.
Due segmenti che avevano sempre premiato il centrodestra e in particolare Berlusconi.
I dati di Ipsos di un anno fa confermavano l’appeal del Pd a guida Matteo Renzi presso gli imprenditori e i liberi professionisti, un tratto tutto all’opposto del Pd di Pier Luigi Bersani che, secondo le stime Lapolis, doveva molto del suo consenso ai pensionati e ai dipendenti pubblici.
Le comunali della Nazione
Questo parziale spostamento verso destra dell’elettorato Pd è confermato dagli studi del Cise di maggio 2015: il governo riscuote l’apprezzamento del 33,2% degli elettori che si definiscono di centro, e del 26,9% di quelli di destra.
Per le riforme del Jobs Actl’apprezzamento sale al 37,8% per il centro e al 39,2% per la destra. In attesa di capire se davvero il Pd stia diventando il Partito della Nazione, il test delle Comunali di maggio ci dirà  molto sulla capacità  dei democratici di trovare candidati competitivi sul territorio e di mantenere una struttura organizzativa solida.

Andrea Piazza e Lorenzo Pregliasco
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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