Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
A DENUNCIARLO LA BBC PERSIAN CHE HA RACCOLTO DIVERSE TESTIMONIANZE DEI PARENTI DELLE VITTIME
Le autorità iraniane chiedono somme di denaro molto elevate alle famiglie per la restituzione dei corpi dei manifestanti uccisi nelle proteste. A denunciarlo è la Bbc Persian, che ha raccolto numerose testimonianze dei parenti delle vittime. Le richieste arriverebbero fino a settemila dollari, oltre seimila euro. Cifre considerate proibitive per gran parte della popolazione iraniana, del tutto sproporzionate rispetto ai redditi medi. In molti casi, l’impossibilità di pagare ha impedito ai familiari di recuperare le salme dei propri cari, trattenuti dal regime in obitori e ospedali, in quella che sembra una vera e propria forma di riscatto.
Le testimonianze
A Rasht, nel nord dell’Iran, una famiglia ha raccontato che le forze di sicurezza hanno chiesto 700 milioni di toman, circa 5 mila euro, per restituire il corpo di un loro parente, trattenuto al Poursina Hospital insieme ad almeno altri 70 manifestanti uccisi. A Teheran, la famiglia di un operaio curdo si è invece vista
chiedere un miliardo di toman per recuperare la salma del figlio. Impossibilitati a pagare l’ingente somma, sono stati costretti a tornare a casa senza il corpo.
In alcuni casi, il personale ospedaliero ha avvisato in anticipo i parenti, invitandoli a ritirare i corpi prima dell’intervento delle forze di sicurezza, per evitare estorsioni. Bbc Persian ha raccolto la testimonianza di una donna, la cui identità resta riservata per motivi di sicurezza, che ha scoperto della morte del marito solo dopo una telefonata ricevuta il 9 gennaio. Le è stato chiesto di recarsi subito in ospedale per ritirare la salma prima dell’arrivo degli agenti. La donna, accompagnata dai due figli, ha caricato il corpo su un pick-up e ha viaggiato circa sette ore fino alla loro città natale nell’Iran occidentale per la sepoltura.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
NON SI PUO’ CHIUDERE NESSUNA SCUOLA, I GIOVANI NON SONO UNITA’ DI COSTO MA UN PRESIDIO DI CITTADINANZA ATTIVA
L’accorpamento delle scuole (tecnicamente chiamato dimensionamento scolastico) non è, come
sostiene il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, un atto obbligato, legato agli impegni presi dall’Italia con l’Unione europea. L’Europa chiede «riforme», ma non ha mai imposto di tagliare i presidi nei paesi.
La verità è che la scelta di chiudere scuole è politica, non tecnica. Giustificare i tagli con il calo demografico (meno studenti richiedono una riorganizzazione per evitare scuole troppo piccole e costose da gestire) appare del tutto coerente con la posizione del governo che considera il calo demografico e lo spopolamento una condanna definitiva, dal momento che «la popolazione può crescere solo in alcune grandi città e in specifiche località particolarmente attrattive».
Destino segnato?
Il destino delle aree interne, sotto tanti aspetti, sarebbe definitivamente segnato, al punto che l’Obiettivo Quattro della Strategia nazionale s’intitola: “Accompagnamento in un
percorso di spopolamento irreversibile”. In pratica un invito a mettersi al servizio di un “suicidio assistito” di questi territori
Si parla, infatti, di struttura demografica ormai compromessa, «con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività». E se lo spopolamento è presentato come inevitabile e inarrestabile e le aree interne non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza, il messaggio che arriva è che non si pensa di attuare politiche efficaci per arrestare il declino. Si demolisce ogni speranza di vita e di cambiamento.
Hanno buoni motivi le regioni (Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna), che si sono rifiutate di approvare i piani di accorpamento per l’anno scolastico 2026/2027, di temere che accorpare le dirigenze sia il primo passo verso l’abbandono delle scuole di montagna o dei piccoli comuni, aumentando la dispersione scolastica.
Lo spopolamento delle aree interne dipende da molti fattori locali e globali, da un abbandono durato decenni, da scelte urbanocentriche che hanno penalizzato i paesi, le campagne, le aree interne. La facilità e l’insensibilità con cui si parla di chiusure delle scuole sono il frutto di politiche decennali che hanno visto lo smantellamento della scuola pubblica, continui tagli alla sanità, alla cultura, all’istruzione, alla ricerca scientifica, alle Università.
Le scelte del governo
La responsabilità non è di questo governo, ma gli interventi recenti basati soltanto su calcoli economicistici, sull’ineluttabilità delle statistiche, su questioni burocratiche o di risparmio, sono di natura politica. Le parole «accorpamento»,
«dimensionamento», «efficientamento», non sono termini tecnici, ma la prova che il governo non intende adottare politiche efficaci per sostenere quanti non si rassegnano alla morte dei loro paesi.
Per chi governa non conta molto il fatto che quando una scuola chiude, i genitori devono scegliere se sottoporre i figli piccoli a lunghi viaggi giornalieri (spesso su strade dissestate) o trasferirsi più vicino ai centri urbani. Non conta molto che la scuola, oltre al comune e alla parrocchia, resta un luogo di aggregazione e di socialità, di ritrovo e di iniziative comunitarie.
Gli abitanti delle piccole comunità in spopolamento, come nel film Un mondo a parte di Riccardo Milani, capiscono che la chiusura della scuola significa la fine del loro mondo, e attuano le più fantasiose e attive pratiche di restanza e di resistenza, come ricorrere a qualche bambino immigrato nella zona.
Il film ricorda quanto gli immigrati sarebbero decisivi per tenere aperte anche le scuole, ma il problema dell’arrivo degli immigrati è stato spostato in Albania. In queste condizioni, non è facile risolvere le difficoltà di centinaia di paesi o di isole, ma forse per questo allora occorrono scelte coraggiose, radicali, in controtendenza con la pratica di desertificare i luoghi.
Servono altri racconti, bisogna invertire paradigmi e ribaltare lo sguardo (come ricordano gli studiosi di “Riabitare l’Italia”), ribaltare logiche neoliberiste. Ho vissuto un periodo in cui andare a scuola significava vivere, abbandonare antiche soggezioni, rendere vivibili i paesi, avere accesso alle superiori e all’Università.
I padri emigravano per anni per fare studiare i figli e le madri si
inventavano mille mestieri e mille saperi per fare crescere figli che andavano in classi con trenta bambini, locali umidi, portandosi da casa il piccolo “braciere” di latta con il carbone e le braci accese per riscaldarsi.
Erano gli anni di Albino Bernardini o di don Milani, dell’Unla, dei Centri di cultura popolare che trasformavano le scuole in luoghi di incontro, apprendimento, socialità, forme democrazia partecipata. In quel decennio, che non bisogna certo mitizzare, gli sforzi furono mossi da una visione pedagogica e sociale che oggi sembra quasi utopistica. Quel modo di intendere la scuola determinò forti miglioramenti economici e consentì una vita dignitosa in paesi che stavano conoscendo il grande esodo e il boom economico.
Piccole utopie realizzabili
Adesso, in una situazione molto diversa, forse occorre sostenere l’insostenibile, creare nuove piccole utopie realizzabili. Le aree interne non hanno bisogno di certificato di morte, ma di attenzione. Devono e possono acquistare una nuova centralità economica, produttiva, antropologica.
Hanno bisogno di collegamenti, strade, ospedali, centri culturali, musei, librerie. Sono quelle aree che forniscono al paese prodotti alimentari, acque, legna, altri possibili modelli di vita e di guardare e abitare il mondo. I paesi, per quanto in gravi difficoltà, non sono luoghi abitati da “selvaggi” e da “primitivi” (che, peraltro, amo), ma da persone che hanno studiato, conoscono mille mestieri, hanno il controllo dei nuovi saperi.
Basterebbe un piano di messa in sicurezza di centri urbani e paesi a rischio sismico (i loro beni archeologici, artistici,
culturali, i palazzi, le chiese, le abitazioni, le scuole) per creare grandi occasioni di lavoro per giovani, ragazze, laureati, tecnici, maestranze. La novità rispetto al passato è che, se i giovani continuano a fuggire in massa perché non sopportano più una vita in luoghi privi di servizi e con un’intollerabile qualità della vita, in realtà vorrebbero restare anche per il timore di vedere morire i luoghi di nascita e di appartenenza.
“Restanza” attiva
Gli atteggiamenti e le politiche “antipaese” stanno alimentando nei locali un nuovo senso dei luoghi, un attaccamento che si traduce in un fare produttivo e “rivoluzionario”. La novità su cui non si vuole investire è data da associazioni, movimenti, circoli che praticano una “restanza” attiva, mobile, concreta, tesa a cambiare lo stato delle cose.
Queste forme di nuova “presenza” senza nostalgia ma rivolta al presente dovrebbero essere i punti fermi su cui basare la rigenerazione del paese e del Paese. In questo quadro controverso di richiesta di ascolto e di soggettività, che viene affermato fuori dai partiti (incapaci di interpretare i mille mutamenti che arrivano dal basso), anche il sistema delle pluriclassi (bambini di età diverse nella stessa aula). potrebbe essere riconsiderato
I docenti che arrivano nelle aree interne o nelle isole dovrebbero essere motivati e incoraggiati per non vivere la pluriclasse come una “punizione” o un ostacolo tecnico. Le Università (come sostiene l’economista Domenico Cersosimo) potrebbero creare percorsi di specializzazione mirati a una didattica multigrado. Potrebbero insegnare ai futuri docenti come gestire gruppi di
apprendimento eterogenei invece di lezioni frontali uguali per tutti, fornire loro gli strumenti per leggere e trasformare il paese in una “scuola diffusa”, istruire gli allievi all’uso del digitale per connettere la piccola pluriclasse con una classe di tutte le città italiane e del mondo.
Lo stato dovrebbe assumere migliaia di giovani docenti formati per le piccole comunità. Questo creerebbe posti di lavoro qualificati proprio dove servono, portando nuova linfa e nuove famiglie (quelle dei docenti) nei paesi. Il docente non è un “passante”, ma il custode della memoria e del futuro delle comunità.
La pluriclasse potrebbe non essere costruita necessariamente come una “scuola di serie B” da eliminare, ma andrebbe sperimentata come una scelta pedagogica d’avanguardia. In una classe tradizionale, la divisione per età è spesso artificiale, nella pluriclasse, i bambini più grandi potrebbero consolidare le loro conoscenze spiegandole ai più piccoli; i più piccoli forse sarebbero stimolati dal confronto con i più grandi.
Le pluriclassi o quelle “classi uniche” potrebbero essere i luoghi più tecnologicamente avanzati d’Italia, legati ai saperi e alle culture tradizionali e a quelle del presente. Gli adolescenti non sarebbero più degli “emarginati”, ma dei privilegiati che ricevono un’educazione su misura, che crescono nel loro ambiente, nei luoghi in cui sono nati, senza essere sradicati violentemente.
Illusione economicista
Forse sarebbe davvero un atto di ribellione contro la “dittatura dei numeri” che sta cancellando le persone e la loro unicità. Una
politica capace di affermare il diritto di restare, oltre a quello di tornare e di partire, dovrebbe affermare che non si può chiudere nessuna scuola, nemmeno quella che ha per alunni pochi bambini. Gli adolescenti e i giovani non sono unità di costo, ma presidio di cittadinanza attiva.
Chiudere la scuola è un atto di esproprio della cittadinanza e non offre, come dice la Costituzione, a ogni cittadino identiche possibilità di partenza. Chiudere una scuola per risparmiare lo stipendio di un maestro è un’illusione economicista.
Il costo sociale (disoccupazione, abbandono dei territori, dissesto idrogeologico, devastazioni ecologiche, incuria dei paesi, del paesaggio, della bellezza, costi enormi di urbanizzazione in metropoli per “ricchi” o che escludono, che ormai non attirano più come nel passato) è infinitamente superiore. Se la scuola di massa ha fallito cercando di rendere tutti uguali, la scuola degli “ultimi banchi” celebra l’unicità, le diverse sensibilità, crea responsabilità, agevola le scelte se è come restare o partire.
Un docente per pochi bambini non è uno spreco, è la massima espressione di cura civile. Forse bisogna affrettarsi a creare il maestro di comunità, come il medico di comunità, le edicole, le biblioteche, i musei di comunità, in un paese dove sanità, scuola, cultura sono state demolite o privatizzate.
Gli “ultimi abitanti” di paesi a rischio estinzione, in questo modo, non sarebbero considerati un cancro da asportare, ma essere trattati, curati e sostenuti nella vita (e non nella morte) come una grande risorsa, considerati i primi di nuove comunità, di cui ha bisogno un paese, sempre più omologato e sconosciuto a se stesso, senza orizzonte per il futuro.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL CONDUTTORE DI REPORT: “INCOMPETENTI E PRONI ALLA POLITICA,, IL GARANTE USATO COME BRACCIO ARMATO CONTRO I GIORNALISTI”
Sigfrido Ranucci è il primo a non credere alla possibilità che i componenti del Collegio del garante della privacy si dimettano.
«Se non ci sarà un blitz della politica, che non mi aspetto – dice il giornalista Rai e conduttore di Report – non se ne andranno mai. Tu rinunceresti a 250 mila euro all’anno per poi doverti cercare un altro lavoro?».
Lo stipendio, più la carta di credito del Garante, il cui uso sarebbe stato piuttosto allegro, secondo l’accusa di peculato ipotizzata dai magistrati…
«Il presidente Stanzione ha speso seimila euro dal macellaio, per portare la carne a casa sua a Salerno. Quanti sono in famiglia? La vicepresidente Feroni Cerrina, invece, ha pagato il conto dal parrucchiere. Ma, secondo me, non è questo il principale motivo per cui si dovrebbero dimettere».
E quale, allora?
«Per quello che c’è dietro al peculato: Ghiglia ha usato impropriamente l’auto di servizio per fare cosa? Per andare nella sede di Fratelli d’Italia a prendere istruzioni da Arianna Meloni. È la dimostrazione della loro non indipendenza dalla politica, della totale mancanza di imparzialità».
Per questo la maggioranza di governo glissa e non agisce per azzerare il collegio del Garante?
«Capisco l’imbarazzo e il silenzio. Ma chi è silente è complice, ha usato il Garante come braccio armato per colpire i giornalisti e la libertà di stampa. E, forse, è anche ricattabile, visto ci sono alcune decisioni dell’Autorità chiaramente pilotate dalla politica, a cominciare dalla sanzione inflitta alla Rai per l’inchiesta di Report sul caso Sangiuliano».
Quella multa da 150 mila euro è stata una ritorsione perché voi avevate in cantiere inchieste proprio sull’attività del Garante?
«Questo non posso dirlo, ma il sospetto c’è. Mentre lavoravamo all’inchiesta sulle spese irregolari dei componenti del collegio, ci è stata negata una richiesta di accesso agli atti con questa motivazione: “Perché state indagando su di noi”. Comunque, quella multa nasce soprattutto dai rapporti tra il presidente Stanzione e l’avvocato Sica, legale dell’ex ministro Sangiuliano».
Uno dei vari esempi di conflitto di interesse?
«Abbiamo ricostruito vari episodi che mostrano il condizionamento della politica e la non terzietà del Garante. Se ne può uscire solo con una riforma complessiva dell’Autorità, per preservare l’istituzione in quanto tale. Ma serve la volontà politica di azzerare e ripartire».
§Il governo potrebbe imporre le dimissioni ai componenti del collegio?
«Potrebbero tagliare i fondi: dal ministero dell’Economia arrivano ogni anno al Garante 50 milioni di euro: se quel finanziamento viene fermato, l’attività si paralizza e il collegio decade. Tanto più che pare ci sia stato un uso non dignitoso di questi soldi pubblici».
Nessuno controllava le spese di servizio?
«Questo è uno degli aspetti da approfondire, per capire come ha lavorato chi si è occupato della gestione contabile. L’ex segretario generale Angelo Fanizza, l’unico che si è dimesso dimostrando almeno un po’ di senso dello Stato, sta parlando con i magistrati e, da quello che mi risulta, sta raccontando dettagli interessanti».
Lui si è dimesso, i componenti del collegio resistono. Il
presidente Stanzione dice di essere «tranquillissimo».
«Buon per lui, si sentono intoccabili e impuniti. Si sono appropriati di un ente istituzionale, trasformandolo in un braccio armato della politica e sperperando denaro pubblico, anche a causa di decisioni rivelatesi errate».
Cioè?
«Provvedimenti e sanzioni, che sono stati poi annullati dalla Cassazione, con tutte le spese legali da pagare. Spese doppie, nel caso in cui la controparte fosse, ad esempio, la Rai, che ha dovuto attivare l’ufficio legale per difendersi fino al terzo grado di giudizio. E la Rai ha le risorse per farlo, ma pensate a piccole emittenti o testate, su cui pende la spada di Damocle di questo Garante fuori controllo».
Quindi non c’è solo subordinazione alla politica, ma anche incompetenza?
«È un mix tra incapacità di valutazione e posizione prona alla politica. Prendiamo il caso di Meta, la multa da 44 milioni, più volte tagliata e rinviata, infine annullata: lo Stato non ha incassato un euro; quindi, si configura il danno erariale. Poi noi abbiamo raccontato dell’incontro tra Ghiglia e un rappresentante di Meta».
State continuando ad occuparvi del Garante?
«Ci sono vari altri aspetti da chiarire, poi abbiamo ricevuto centinaia di segnalazioni. Come all’inizio, anzi voglio sottolineare che tutto nasce dall’interno del Garante: gli stessi dipendenti non ne potevano più di vedere quello scempio davanti ai loro occhi. Stefano Rodotà (primo presidente dell’Autorità trent’anni fa, ndr) si starà rivoltando nella tomba».
(da La Stampa)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
È LA CIFRA CHE COSTEREBBE IL PASSAGGIO LEGALE DA DIPARTIMENTO PER LA DIFESA A DIPARTIMENTO DELLA GUERRA, VOLUTO DA QUEL BELLIMBUSTO DI PETE HEGSETH E DONALD TRUMP…FINORA IL CONGRESSO SI È SEMPRE RIFIUTATO DI APPROVARE UNA LEGGE CHE RENDESSE UFFICIALE IL CAMBIO
Cambiare legalmente il nome del Pentagono da dipartimento per la difesa a dipartimento della
guerra costerebbe ai contribuenti americani 125 milioni di dollari.
E’ quanto emerge da un nuovo rapporto del Congressional Budget Office, citato dal New York Times.
Finora, il Congresso si è rifiutato di sostenere la causa promossa da Donald Trump e dal segretario alla difesa Pete Hegseth. L’organo legislativo dovrebbe infatti redigere e approvare una legge che renda il cambio di nome ufficiale e legalmente vincolante.
Il rapporto rileva che il Pentagono si è rifiutato di rispondere alle richieste del Congressional Budget Office in merito all’ammontare delle spese già sostenute e previste per il futuro per il cambio di nome.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
L’EXPORT VERSO GLI USA TRACOLLA, MA XI JINPING COMPENSA INONDANDO DI PRODOTTI IL MERCATO UE, LA “DIVERSIFICAZIONE” CINESE: PARTE DELLA PRODUZIONE DELLE FABBRICHE CINESI VIENE DIROTTATA NEL SUD-EST ASIATICO O IN AFRICA (ORMAI UNA SUCCURSALE DI PECHINO). DA LÌ ARRIVA AI CONSUMATORI AMERICANI
Aveva già superato lo scorso novembre il trilione di dollari. Ora Pechino certifica che è cresciuto ancora, stabilendo un nuovo record: la Cina ha concluso il 2025 con un surplus commerciale di 1.189 miliardi. Un aumento del 20% rispetto al 2024.
Ragione principale: le esportazioni, che restano il motore dell’economia cinese, nonostante i mesi di guerra commerciale combattuta con l’America di Donald Trump a colpi di dazi e contro-dazi.
L’export verso gli Usa continua a registrare il segno meno (diminuito del 20% nel 2025), ma a Pechino poco importa: ha compensato continuando a diversificare, spedendo ciò che produce sempre più verso altri mercati. Europa (+8,4%), blocco
Asean dei Paesi del Sud-Est asiatico (+13,4%), Africa (+25,8%).
Contrariamente alle aspettative, le esportazioni hanno registrato un significativo aumento il mese scorso: +6,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A determinare l’aumento del surplus commerciale cinese non c’è solo l’export che inonda i mercati esteri, ma anche la cronica debolezza delle importazioni del Paese, anche se a dicembre sono aumentate del 5,7%.
In una nemmeno troppo velata critica agli Stati Uniti, ieri Wang Jun, vicedirettore dell’Amministrazione generale delle dogane, ha affermato che le importazioni della Cina sono state limitate dai controlli sull’export imposti da altri Paesi «altrimenti, avremmo importato ancora di più»
Il massiccio afflusso di esportazioni e l’enorme surplus suscitano però preoccupazioni, in particolare nel Vecchio Continente. «L’aumento delle eccedenze commerciali cinesi potrebbe aumentare le tensioni con i partner, in particolare quelli che dipendono essi stessi dalle esportazioni manifatturiere», affermano gli esperti di Hsbc.
L’export è sempre stato il motore della crescita cinese, compensando negli ultimi anni una domanda interna fiacca e un mercato immobiliare che non vede la fine della crisi. Un surplus del genere sottolinea comunque lo squilibrio tra la forza manifatturiera della Cina e il consumo interno che rimane debole, anche nel 2026.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2026 Riccardo Fucile
LA CONTEMPORANEA PRESENZA DEL CONSOLE GENERALE D’ITALIA A MADRID E DELLA SUA COMPAGNA DIPLOMATICA NELLA STESSE SEDE STA TRAVOLGENDO LA FARNESINA: IN GIOCO LA CREDIBILITA’ DELL’INTERO SISTEMA DELLE ASSEGNAZIONI DIPLOMATICHE
Madrid, una delle sedi diplomatiche più importanti e strategiche d’Italia. È qui che si consuma
un caso che già da mesi fa discutere nei corridoi della Farnesina. Al centro della vicenda: Spartaco Caldararo, console generale dal 1 luglio 2024, e la sua compagna Simona Battiloro, nominata il 26 agosto 2024 vice dell’ambasciatore italiano.
Due incarichi chiave, a poche settimane di distanza, nello stesso organigramma. Una coincidenza che ha subito acceso l’allarme tra i colleghi: chi decide le destinazioni dei diplomatici può favorire se stesso e il partner? Nei corridoi ministeriali si parla già di un precedente pericoloso, che potrebbe minare la trasparenza e l’equità delle nomine future.
Dal cuore della Farnesina al vertice di Madrid
Il nodo centrale della vicenda è la sequenza temporale delle nomine. Fino a pochi mesi prima, Caldararo era a capo dell’Ufficio Movimenti Esteri (DGRI II), la struttura che decide le destinazioni dei diplomatici italiani nel mondo. Chi guida quell’ufficio stabilisce chi va a Parigi, chi a Tokyo, chi resta a Roma, chi parte per sedi ‘difficili’.
Oggi, lo stesso funzionario guida la rete consolare spagnola, mentre la compagna occupa una posizione di vertice nello stesso organigramma. Fonti interne parlano di malumori e di colleghi ‘scavalcati’, con anni di esperienza in sedi complesse o curriculum più robusti. “Chi gestisce le assegnazioni non dovrebbe incidere sulla propria destinazione né su quella del partner”, spiega un diplomatico. Il rischio di conflitto di interessi non è solo teorico: molti temono che la doppia nomina possa compromettere la credibilità della Farnesina nelle sedi estere più delicate.
Madrid non è una sede qualsiasi. È una capitale europea con un
numero altissimo di italiani residenti, un ruolo economico crescente e un budget significativo destinato ad attività culturali e rappresentanza istituzionale, promozione commerciale e rapporti con sponsor privati oltre a eventi ufficiali e relazioni con enti locali.
Secondo fonti ministeriali, il console generale gestisce direttamente una parte rilevante dei fondi, mentre la vice dell’ambasciatore interviene nella gestione della rete consolare in assenza dell’ambasciatore. Una convivenza ai vertici, con ruoli interconnessi e accesso parallelo a fondi pubblici, richiederebbe controlli rigorosi e trasparenza totale.
Economie interne: stipendi e indennità
Le cifre circolano nei corridoi della Farnesina e alimentano discussioni: gli stipendi combinati supererebbero 20.000 euro netti al mese. L’indennità abitativa si aggirerebbe intorno a 4.000 euro mensili. Ai rimborsi per eventi e attività culturali si aggiungono spese ufficiali gestite direttamente dalla sede. Il problema, secondo diversi funzionari, non è il compenso in sé, ma la condivisione del controllo sulle risorse pubbliche da parte di due conviventi nella stessa catena di comando.
Cosa dicono le norme
Il DPR 18/1967 stabilisce che conviventi o familiari non dovrebbero operare nella stessa catena di comando, per evitare interferenze, pressioni e conflitti di interesse. Nel caso di Madrid, la doppia nomina ricade esattamente in quella struttura gerarchica.
Fonti interne sottolineano che non è stata resa pubblica alcuna valutazione sulla situazione, né sono stati chiariti i criteri adottati. Questo alimenta sospetti. “Non è solo un caso personale”, spiegano fonti ministeriali. “Riguarda il futuro delle assegnazioni. Se una cosa del genere passa senza regole chiare, domani potremmo ritrovarci altre coppie in sedi strategiche senza trasparenza”.
Malumori interni e il rischio di precedenti
Nei corridoi della Farnesina cresce il timore che la vicenda diventi un pericoloso precedente. Londra, Parigi, New York o Bruxelles: tutte sedi in cui la gestione del personale e dei fondi pubblici è ancora più delicata. Funzionari con anni di esperienza avvertono che, se la situazione non verrà chiarita, altre coppie potrebbero seguire lo stesso modello, occupando posizioni decisive senza criteri trasparenti. “È un problema istituzionale”, spiega un diplomatico. “La credibilità del ministero e la fiducia dei colleghi sono a rischio”. Finora alla Farnesina nessuna indagine, nessuna contestazione formale. Ma la tensione tra i corridoi è palpabile.
(da Fanpage)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
PATRIOTI DISERTORI: IL DISIMPEGNO ITALIANO DALL’ARTICO, SULL’ONDA DI QUELLO IN UCRAINA
Per Giorgia Meloni, che ha scommesso da sempre sulla convinzione che in Groenlandia Donald Trump non andrà mai fino in fondo – fino a rompere l’architettura della Nato – è un dilemma non indifferente.
I soldati francesi, tedeschi, norvegesi e svedesi inviati sull’isola dei ghiacci a segnare una linea rossa che gli Stati Uniti non potranno oltrepassare, pongono l’Italia nella difficile posizione di dover decidere.
La risposta, da quanto è stato possibile ricostruire, è no: il governo Meloni non ha intenzione di integrare con militari italiani il contingente europeo presente in Groenlandia, territorio autonomo che è parte della Danimarca.
Per il momento è così, e la presidente del Consiglio ne spiegherà i motivi da Tokyo dove è atterrata oggi, giorno del suo quarantanovesimo compleanno. Domani incontrerà la premier Sanae Takaichi a Kantei, residenza ufficiale del capo del governo, per un bilaterale che è stato preparato per consolidare e far salire di grado il partnerariato strategico tra Giappone e Italia.
L’esercitazione “Arctic Endurance” è la prima risposta dell’Europa agli atteggiamenti da bullo di Trump: un’operazione aperta ad altri potenziali contributi degli Stati membri. Meloni, come continuamente le sta accadendo da un anno – da quando cioè Trump è tornato alla Casa Bianca – dovrà decidere come esporsi.
E individuare il punto che la fa rimanere in perfetto equilibrio tra Bruxelles e Washington. Come è successo per la missione internazionale in Ucraina da cui Meloni si è sfilata, conterà anche il peso della variabile leghista: il partito di Matteo Salvini è sempre più riluttante a impegnarsi militarmente all’estero. Un duello a destra che la premier vuole evitare di far esplodere nell’anno che porterà alle elezioni.
(da La Stampa)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
BILANCIO DI PREVISIONE DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO LIEVITA DI 32MILA EURO L’ESBORSO PER TENDAGGI E PULIZIE STRAORDINARIE
Il governo di Giorgia Meloni migliora un altro record: quello delle spese per gli uffici dei
consulenti a palazzo Chigi. Nel 2026, secondo il bilancio di previsione, i costi per gli uffici di diretta collaborazione (la schiera di consulenti ed esperti, assunti su base fiduciaria da premier, vicepremier e ministri senza portafoglio) viene sfondato il tetto dei 23 milioni di euro.
Un aumento di 390mila euro rispetto ai 22,6 milioni di euro dello scorso anno destinati agli uffici dei fedelissimi legati al mandato governativo.
Il raffronto con il primo anno di legislatura è ancora più emblematico: la presidenza del Consiglio, sotto la guida di Meloni, aveva messo in conto un esborso di 20,9 milioni di euro
appena si era insediata, peraltro scaricando le responsabilità sui predecessori, un grande classico della propaganda meloniana. «Le previsioni sono state effettuate considerando la spesa teorica prevista per le strutture del governo Draghi», si leggeva in quella nota.
Dal 2023 al 2026 palazzo Chigi, a trazione Fratelli d’Italia, si è spinto oltre le colonne d’Ercole: la cifra è cresciuta di poco più di 2 milioni di euro. La spending review non si applica sulle consulenze. Altrettanto lampante è il rapporto con gli esecutivi della precedente legislatura. Proprio in merito a Mario Draghi: con 18,8 milioni di euro, il suo esecutivo aveva messo in programma una spesa di circa 4,2 milioni in meno rispetto a Meloni.
L’incremento di costi in confronto al secondo governo di Giuseppe Conte si aggira sui 6,5 milioni di euro, mentre rispetto alla compagine gialloverde la distanza è di 6,2 milioni di euro. Insomma, l’attenzione ai collaboratori della destra è davvero da record. Nel lungo periodo si nota ancora di più.
In dieci anni i costi per gli staff sono esplosi: i 23 milioni di euro stanziati per il 2026 sono quasi il doppio rispetto al governo presieduto da Matteo Renzi, che era arrivato a spendere 12 milioni di euro. Paolo Gentiloni, invece, aveva previsto una spesa complessiva di 15,9 milioni di euro.
Tagli spaziali
Nel bilancio di previsione, che vale in totale 5,7 miliardi di euro, c’è un diluvio di altri capitoli dedicato alle uscite. Come anticipato dal Fatto quotidiano, ci sono altre voci che saltano all’occhio: lo stanziamento per il noleggio di veicoli (tra cui le
cosiddette auto blu) resta di 100mila euro così come per lo scorso anno, mentre lievita di 32mila euro l’esborso per tendaggi e pulizie straordinarie.
Ci sono organismi che devono rinunciare a cospicui trasferimenti di risorse. Prosegue così la sforbiciata alle politiche aerospaziali, già “colpite” dai tagli dello scorso anno: la riduzione dei finanziamenti, come riporta la nota, «all’Agenzia spaziale italiana (Asi), all’Agenzia spaziale europea, al Fondo complementare Pnrr – Sviluppo delle tecnologie satellitari nonché alla partecipazione italiana al programma spaziale Artemis» ammonta a 29,8 milioni di euro.
Anche il Dipartimento per la disabilità subisce una riduzione dei fondi di oltre 30 milioni di euro, ma la somma più sostanziosa – oltre 28 milioni di euro – riguarda la spesa per la formazione prevista per il 2025. In due anni la riduzione è stata in totale di 400 milioni di euro, andando in controtendenza rispetto alle necessità.
Diminuiscono di 14,7 milioni di euro i finanziamenti anche per il sottosegretario all’Innovazione, il meloniano Alessio Butti. A pesare, tuttavia, è la fine del Piano nazionale di ripresa e resilienza che per l’anno scorso ha garantito fondi per 14,3 milioni di euro
Di sicuro perde 2,4 milioni di euro per l’innovazione tecnologica e digitale, pareggiato in parte dal finanziamento di 2 milioni di euro elargiti per la celebrazione del bicentenario della morte di Alessandro Volta, che è stata affidata al Dipartimento di Butti.
La scure si è abbattuta in parte sulle politiche per gli affari regionali di Roberto Calderoli, che devono rinunciare a poco meno di 2 milioni di euro. Soprattutto diminuiscono di 1,6 milioni di euro gli investimenti per la compensazione degli svantaggi dell’insularità
Nella partita di giro delle deleghe, 2,6 milioni delle politiche per la Coesione vengono trasferiti alle politiche per il Sud, affidate all’ex segretario della Cisl, Luigi Sbarra. A brindare è invece il ministro dello Sport, Andrea Abodi, che vedrà aumentare di 47 milioni di euro la dotazione a disposizione, in virtù dei 50 milioni di euro destinati al Fondo per la realizzazione dell’Olimpiade invernale di Milano-Cortina.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
EFFICIENZA SOVRANISTA: IL 60ENNE HA RICEVUTO LE PRIME ATTENZIONI DOPO TRE ORE, CON L’INSERIMENTO DI UN CATETERE, E SOLO DOPO CINQUE ORE L’ECOGRAFIA … LA MOGLIE DELL’UOMO: “NON SONO ARRABIATA SOLO PER LUI MA ANCHE PER TUTTE LE PERSONE CHE STAVANO ASPETTANDO LÌ, QUALCUNO ANCHE DAL GIORNO PRIMA. C’È POCO PERSONALE E CHI LAVORA LO FA CORRENDO”
Costretto ad attendere oltre otto ore per una barella in pronto soccorso, nonostante un grave tumore che gli causa un dolore che gli impedisce di stare seduto a lungo. È quanto accaduto a Franco, un 60enne residente a Senigallia (Ancona), che lunedì scorso, dopo ore di attesa nel pronto soccorso della città marchigiana, è stato costretto a stendersi a terra nell’attesa di una barella su cui sdraiarsi.
Ad accompagnarlo in ospedale la moglie, Cecilia, 56 anni, che ha preferito andare autonomamente in pronto soccorso, senza fare ricorso all’ambulanza. “Franco soffre di un grave tumore e io non sono arrabbiata solo per lui, – ha detto all’ANSA la donna – Ma anche per tutte le persone che stavano aspettando lì, qualcuno anche dal giorno prima. C’è poco personale chi lavora lo fa correndo. I dirigenti dovrebbero fare qualcosa per evitare tutto ciò”.
Secondo il racconto della moglie del paziente, dopo l’accettazione avvenuta alle 8.20 in pronto soccorso, nonostante la grave cartella clinica presentata, Franco ha ricevuto le prime attenzioni dopo tre ore, con l’inserimento di un catetere, e solo dopo cinque ore l’ecografia. Costretto a stare seduto su una sedia e a sdraiarsi in terra su una coperta recuperata dalla moglie, con la flebo applicata, in attesa di una barella, consegnata da un’infermiera intorno alle 16.
Il caso è stato portato all’attenzione da Paolo Battisti, ex consigliere comunale di Senigallia dal 2010 al 2015 e capolista del Movimento 5 stelle per le elezioni comunali che si svolgeranno in primavera: “il personale dell’ospedale di Senigallia fa un grande lavoro – sottolinea Battisti – ma è sotto organico, mancano le Tac necessarie e deve essere ancora ù
indetto un concorso per il primario del Pronto soccorso”.
(da agenzie)
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