Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
AL CENTRO DELLE INCHIESTE LE SPESE DI RAPPRESENTANZA DEL COLLEGIO… I SERVIZI DI REPORT
Ispezione e interrogatori della Guardia di Finanza negli uffici del Garante dalla Privacy. In seguito ai servizi di Report, la procura ha aperto un’indagine. Al centro delle inchieste ci sarebbero le spese di rappresentanza del Collegio, le spese per la carne comprata dal presidente Stanzione addebitate al Garante e la mancata sanzione di circa 40 milioni di euro nei confronti di Meta per il primo modello di smart glasses commercializzato dalla società di Mark Zuckerberg: i Ray-Ban Stories. A darne notizia è il conduttore di Report Sigfrido Ranucci su Facebook.
Chi sono gli indagati
Gli accertamenti rientrano nell’ambito di un’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco. Gli investigatori stanno procedendo al sequestro di telefoni cellulari e computer per acquisire elementi utili all’indagine. Secondo quanto scrive Repubblica il presidente dell’Autorità, Pasquale Stanzione risulta indagato. Anche altri commissari sarebbero indagati. I reati
ipotizzati sono peculato e corruzione. Gli altri indagati sono Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza.
Le tessere «Volare» di Ita Airways nell’inchiesta
Ci sono anche alcune tessere “Volare Classe Executive”, del valore di 6 mila euro ciascuna, tra le utilità contestate i quattro indagati, tutti componenti del collegio del garante della Privacy, dai pm di piazzale Clodio. È quanto emerge dal decreto di perquisizione e sequestro eseguito oggi dalla Guardia di Finanza. In particolare, nel capo di imputazione in cui si contesta la corruzione, si afferma che gli indagati «in concorso tra loro, quali pubblici ufficiali, omettendo un atto del loro ufficio, ovvero non erogando alcuna sanzione se non una meramente formale alla società Ita Airways (nella quale – si legge – per altro il responsabile della protezione dei dati era, per gli anni 2022 e 2023, un avvocato membro dello studio legale fondato da Guido Scorza e del quale è tutt’ora partner la moglie di questi), a fronte del riscontro di irregolarità formali e procedurali nel monitoraggio delle comunicazioni e nella tenuta della comunicazione relativa al trattamento dei dati nonché mettendo comunque a disposizione i propri poteri e la loro funzione in favore della società di volo, ricevevano come utilità tessere ‘Volare’».
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
INPS, RETRIBUZIONI MEDIE NON HANNO RECUPERATO POTERE ACQUISTO…I DATI INPS SMENTISCONO IL GOVERNO DEGLI SCAPPATI DI CASA
Le retribuzioni medie dei lavoratori privati (esclusi i domestici) sono cresciute nominalmente
tra il 2014 e il 2024 del 14,7% mentre quelle dei lavoratori pubblici sono salite dell’11,7% con un tasso inferiore a quello dell’inflazione.
Lo si legge nell’ “Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati” messa a punto dal Coordinamento statistico attuariale dell’Inps presentata oggi secondo il quale nel 2024 la retribuzione annuale media per i dipendenti privati era di 24.486 euro mentre quella dei dipendenti pubblici era di 35.350.
Se si guarda invece solo alle retribuzioni contrattuali e non a quelle effettive che tengono conto degli straordinari ecc tra il 2019 e il 2024 si è registrato un gap tra aumento nominale dei salari e quello dei prezzi di oltre nove punti.
Nel settore privato le donne continuano ad avere retribuzioni medie effettive molto più basse di quelle degli uomini. “Si conferma – si legge – la forbice tra le retribuzioni in base al genere. La retribuzione media annua delle donne, infatti, è circa il 70% di quella degli uomini.
Ad esempio, nel 2024 la retribuzione media delle donne è di poco sotto i 20 mila euro (19.833 euro), quella degli uomini quasi 28 mila euro, anche se rispetto al 2014 la retribuzione media delle donne è cresciuta di più (+17,5%) di quella degli uomini (+13,5%). Il gender pay gap è solo in parte spiegato dal minor numero di giornate retribuite per le donne (240) rispetto agli uomini (251)”.
Negli ultimi due anni comunque, sottolinea l’Inps, si è assistito a una crescita delle retribuzioni reali anche grazie alla bassa inflazione e al richiamato gap temporale dei rinnovi contrattuali. Occorre infine tener presente che gli incrementi salariali sono correlati alle dinamiche della produttività del lavoro che nel nostro paese è condizionata da fattori strutturali quali la composizione settoriale, la bassa innovazione tecnologica.
Diverse le conclusioni se si analizzano le retribuzioni nette, dopo l’intervento delle agevolazioni contributive e fiscali, che per i redditi più bassi hanno consentito un recupero maggiore rispetto all’inflazione fino a raggiungere al livello mediano delle retribuzioni un recupero quasi completo.
“Una delle riflessioni da fare è che non è possibile rinnovare i contratti ogni tre-quattro anni, ma c’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale dei salari per il recupero certo dell’inflazione”. Lo ha detto il segretario della Cgil Maurizio Landini, a margine di un convegno dell’Inps sulle retribuzioni che conferma che i salari non hanno recuperato il potere d’acquisto rispetto all’inflazione registrata dopo la pandemia.
“I dati confermano che esiste una questione salariale – ha spiegato – non si è recuperata pienamente l’inflazione e c’è un aumento della precarietà che ha abbassato le retribuzioni. C’è una forte differenza tra uomini e donne e tra le aree territoriali del Paese.
Queste sono tutte distorsioni, questo pone un problema rispetto al modello contrattuale, la necessità di rafforzare i contratti nazionali di lavoro. I contratti nazionali devono avere la certezza di un recupero reale dell’inflazione e di redistribuzione della ricchezza prodotta. penso che una delle riflessioni da fare è che non è più possibile farei contratti ogni tre-quattro anni ma c’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annua del salario se voglio tutelare il potere d’acquisto. Oggi i contratti nazionali dirano durano tre/quattro anni. Io penso si possa avere una verifica del potere di acquisto anche annuale”.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
UBER PROSPERA PERCHE’ I TAXI NON SI TROVANO: AUMENTINO LE LICENZE E FINISCANO DI ROMPERE I COGLIONI
Per affrontare un gruppo di tassisti romani in sciopero bisogna essere vocati al martirio: se poi lo si fa brandendo, a scopo dimostrativo, una macchinetta per i pagamenti non cash, che hanno il temibile inconveniente di lasciare una traccia fiscale, come ha fatto il leader radicale Matteo Hallissey, il coefficiente di rischio è altissimo, e Hallissey deve essere molto felice di poterlo raccontare ai suoi cari.
Provando a semplificare una materia complessa, in attesa di una nuova regolamentazione da una trentina d’anni, i casi sono due: o i tassisti si attrezzano per migliorare la loro offerta e accettare che le licenze aumentino di parecchio, o diventa molto difficile maledire Uber e consimili. Se uno non trova un taxi, cosa che capita spessissimo a Roma e ultimamente anche a Milano, si arrangia con quello che trova: un’ovvietà che è penoso dover spiegare.
Uber prospera laddove mancano i taxi, e non per presa di posizione “politica” contro le auto pubbliche: per stretta necessità. Non è difficile da capire, ma è una ovvietà che
continua a sfuggire a una corporazione per la quale l’offerta non è necessariamente un dovere, ed è questa lacuna a rendere molto impopolare una protesta che sembra ignorare sistematicamente il disservizio pubblico.
Come è tipico di questo Paese, il problema si ripresenta, con pochissime varianti, da decenni. Con emotività in aumento costante, ragionevolezza in decrescita, malumori piazzaioli che non giovano alla causa dei tassisti, e anzi la danneggiano. Ma credo di avere già scritto amache identiche a questa, lungo gli anni, molte volte. La tengo da parte e la ripubblico, pari pari, una volta all’anno, nella certezza della sua perenne attualità.
(da Repubblica)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
L’OSSESSIONE DI RISOLVERE COMPLESSE QUESTIONI SOCIALI CON IL TINTINNIO DELLE MANETTE PERCHE’ SONO INCAPACI, DISUMANI E XENOFOBI
Esistono due letture possibili del nuovo disegno di legge sulla sicurezza plasmato dal governo.
La prima potremmo definirla come l’ammissione di un fallimento: guidano il paese da quasi quattro anni, con i sondaggi a favore, eppure dopo fiumi di decreti emergenziali, pacchetti sicurezza vari, nuovi reati introdotti, non hanno risolto un bel niente.
Che fare? Correre ai ripari, cioè proseguire nella bulimica produzione di leggi che si esauriscono in un esercizio repressivo. Che tuttavia ha il sapore di un insuccesso dichiarato. Come dire: ritenta sarai più fortunato. Ecco quindi l’ennesimo pacchetto sicurezza. E per quanto il ministro Matteo Piantedosi abbia
tentato di riequilibrare il panpenalismo imperante con misure amministrative, il disegno non si scosta dal principio che sorvegliare e punire sia meglio di educare per prevenire.
I loro elettori potrebbero legittimamente parlare di tradimento delle promesse elettorali. Chi ha votato Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia, Matteo Salvini e la Lega, lo ha fatto perché bombardato dalla propaganda degli imprenditori della paura, che ora siedono al governo.
Chi ha votato i sovranisti e i postfascisti lo ha fatto perché sedotto dalla favola securitaria dove regna la legge e l’ordine nelle stazioni, nelle piazze, nei quartieri. Ha dato loro fiducia per via di quel brutale slogan dei «porti chiusi» per chi fugge da guerre, fame e violenze di ogni genere. Un regime in cui il carcere assurge a unico baluardo di legalità.
I casi di cronaca delle ultime settimane, dalle aggressioni notturne nelle stazioni delle grandi città ai furti negli appartamenti, agli omicidi, di certo potenziano la percezione dell’insicurezza, che non per forza di cose è legata alle statistiche dei delitti commessi nell’ultimo anno. Lo sanno bene gli imprenditori della paura: sulla percezione hanno guadagnato una fortuna, hanno investito e capitalizzato alle elezioni politiche per finire a palazzo Chigi.
A questa interpretazione è possibile affiancarne una seconda. I fallimenti sul tema identitario della destra sono prodotti dall’idea stessa con cui il governo intende garantire la sicurezza ai cittadini. Un’idea di Stato e società da regolare solo attraverso la repressione.
Alcuni articoli del disegno di legge in cantiere confermano
l’ossessione di risolvere complesse questioni sociali con il tintinnio delle manette. E così, per dirne una, all’articolo 4 è previsto, per i minorenni imputati, l’arresto in flagranza o la misura cautelare nel caso posseggano «strumenti atti a offendere». Non la comunità dove tentare percorsi di allontanamento da contesti criminali, ma il carcere, luogo dove ogni speranza è lasciata fuori dall’uscio.
Come per ogni decreto Sicurezza che si rispetti, il legislatore compie un salto pericoloso: lega l’inasprimento delle norme sulla microcriminalità a quelle sulle manifestazioni in piazza. In pratica se il disegno del governo dovesse mai diventare legge, le forze dell’ordine potranno perquisire in un regime di deregolamentazione i manifestanti e persino trattenerli, seguendo solo l’istinto del sospetto, fino a 12 ore in caserma.
Dunque, dopo aver dato mano libera ai servizi segreti, si scivola rapidi verso uno stato di polizia. È previsto peraltro un ampliamento della tutela legale per gli agenti coinvolti in fatti sui quali occorrerà fare luce.
Tutelati dal divieto di iscriverli nel registro degli indagati in caso di «cause di giustificazione» delle loro azioni. Ma nessuno dalle parti del governo si è posto una semplice domanda: se non si indaga come si può essere certi delle «cause di giustificazione» che legittimano l’azione del poliziotto coinvolto?
«Sulla sicurezza i risultati per me non sono sufficienti». Parola della presidente del Consiglio durante la conferenza stampa di inizio anno, per poi aggiungere: «Questo è l’anno in cui si cambia passo e si fa ancora di più». Sono noti i riferimenti culturali e politici nella giovinezza della leader di Fratelli
d’Italia. Il codice Rocco del 1930, asse portante della repressione di Mussolini, è probabilmente ai suoi occhi una buona cosa. Per non essere da meno anche lei ha voluto lasciare il segno con il codice Meloni del 2026.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
OBIETTIVO PUNIRE CHI MANIFESTA DISSENSO, MIGRANTI E ONG… SCUDO PENALE AGLI AGENTI COME NEGLI STATI UNITI DI TRUMP
Il governo Meloni si prepara a varare un’altra legge per punire chi lo contesta in piazza. Il nuovo ddl Sicurezza, nella versione che Fanpage.it ha potuto leggere e che deve ancora passare al vaglio del Consiglio dei ministri, contiene gli interventi che Giorgia Meloni aveva anticipato contro le ‘baby gang’ – in molti casi un allargamento delle norme introdotte con il decreto Caivano. Ci sono il preannunciato scudo penale per gli agenti (e non solo), norme che rendono più difficile la vita alle persone migranti, e moltissime disposizioni che mirano a sanzionare le manifestazioni pubbliche di protestPerquisizioni e accertamenti su chi manifesta, più poteri alla polizia
La parte più corposa del disegno di legge è quella dedicata alle manifestazioni. Per esempio, si dà il potere a sindaci e questori di colpire con il Daspo urbano non solo i condannati in via definitiva, ma anche chi è stato solamente denunciato per reati che prevedono l’arresto in flagranza, se sono stati commessi durante una manifestazione. Per chi danneggia qualcosa scatta la possibilità di arresto in flagranza differita, quindi anche dopo l’evento, solo sulla base di video o foto.
Le forze di polizia potranno perquisire i manifestanti sul posto. Non solo – come oggi – in casi eccezionali di necessità e urgenza, per verificare se ci siano armi o esplosivi. No, le perquisizioni potranno servire anche solo per verificare se si hanno “strumenti o oggetti atti ad offendere”, non meglio definiti. Il potere di perquisire, peraltro, sarà esteso anche al di
fuori delle manifestazioni, nelle operazioni di polizia svolte dalle undici di sera alle quattro del mattino, in luoghi considerati particolarmente ‘sensibili’ per l’ordine pubblico.Tornando alle piazze, gli agenti potranno portare nei propri uffici chi manifesta e trattenerlo fino a 12 ore, per accertamenti, se è “sospettato” di essere un pericolo per il pacifico svolgimento dell’evento, o se ha “strumenti atti ad offendere” (torna la definizione generica), o caschi o altre cose che possono rendere difficile riconoscerlo.
Multe fino a 20mila euro e possibile divieto di partecipare a manifestazioni
Pugno duro anche contro le manifestazioni spontanee, non comunicate preventivamente in questura. Qui si passa da una sanzione penale, con arresto fino a sei mesi e ammenda fino a 413 euro, a multe salatissime. Per chi promuove, anche online, una riunione pubblica senza preavviso alla questura, minimo 3.500 euro e massimo 20mila euro di sanzione.
Lo stesso vale per chi non segue le indicazioni dell’autorità e chi non segue l’itinerario previsto per i cortei causando un qualche pericolo: in questo caso la multa minima è di 10mila euro. Fino a 20mila euro per chi non obbedisce all’ordine di sciogliere una riunione, fino a 5mila euro per chi turba le attività delle forze di polizia che vigilano sulle manifestazioni.
Infine, i giudici avranno addirittura il potere di vietare a una persona di partecipare a manifestazioni o assembramenti pubblici. Lo potranno fare con una sentenza anche non definitiva, se la persona è condannata per alcuni delitti violenti commessi proprio in occasione di manifestazioni
Scudo penale per gli agenti e non sol
Arriva anche una tutela in più per carabinieri e poliziotti. Oggi, se un agente commette un atto violento – ad esempio, spara – nell’esercizio delle sue funzioni, viene automaticamente iscritto nel registro degli indagati da parte della procura che si occupa di accertare cosa è accaduto. È una procedura dovuta, che non implica colpevolezza, ma garantisce al poliziotto o carabiniere di potersi tutelare al meglio sul piano legale.
Ma il governo prevede, con questo ddl, che se c’è una apparente “giustificazione” per la violenza, con la legittima difesa, o l’adempimento di un dovere, e così via, la persona non venga nemmeno inserita tra gli indagati. Prima si procede con le indagini e poi, solo se viene fuori che per qualche motivo la giustificazione non c’è, la persona è ufficialmente indagata.
È una norma su cui la destra lavora da tempo, finita in più di un provvedimento per poi essere ritirata. Uno dei problemi era la possibile incostituzionalità di una regola che favoriva un certo gruppo (le forze di polizia) rispetto al resto della popolazione. Per questo, nel nuovo ddl lo scudo penale – anche se è pensato per poliziotti e carabinieri – si applica a tutti i cittadini.
Dopo il caso Ramy, scappare dai posti di blocco diventa reato
Una delle norme contenute nel ddl richiama una proposta della Lega, e ha un evidente legame con il caso di Ramy Elgaml, 19enne morto il 24 novembre 2024 dopo un inseguimento con i carabinieri. Elgaml si trovava alla guida di uno scooter, e aveva continuato a guidare nonostante un posto di blocco. Ora, diversi militari sono indagati con l’accusa di omicidio stradale.
Il governo, però, vuole intervenire. E da qui, con tutta probabilità, nasce la proposta di un nuovo reato. Punizione fino a cinque anni di carcere per chi non si ferma all’alt degli agenti di polizia e fugge in modo “pericoloso”. Oltre alla prigione, prevista anche la sospensione della patente e la confisca dell’auto o del motorino.
Contro le ‘baby gang’: vietati coltelli, multe ai genitori se il figlio delinque
C’è spazio anche per le norme che la presidente del Consiglio aveva anticipato contro il fenomeno delle cosiddette baby gang. Si aggiungono nuovi reati per i quali il questore può ‘ammonire’ i minori da 12 a 14 anni: tra questi rissa, violenza privata e minaccia, se vengono commessi con armi di cui è vietato il porto, ma anche atti persecutori o cyberbullismo. Se scatta l’ammonimento per questi reati, c’è anche una multa per i genitori: fino a mille euro.
E a proposito di armi vietate, nasce il divieto assoluto di porto per gli strumenti che hanno una lama flessibile, acuminata e tagliente lunga più di cinque centimetri, a scatto o a farfalla. Il porto è vietato, se non per giustificati motivi, anche per tutti gli strumenti che hanno una lama lunga più di 8 centimetri.
Chi ha un coltello illegamente durante una manifestazione, oppure vicino a scuole, banche, parchi, stazioni, subisce una pena più grave. Se a farlo è un minorenne, il genitore paga una multa fino a mille euro. Viene punito anche chi vende armi improprie ai minorenni: non si parla di coltelli, ma di strumenti che possono essere usati come armi. Fino a 3mila euro di sanzione.
Migranti, governo può impedire alle Ong di entrare in acque italiane
Il ddl contiene anche l’ennesima stretta per rendere più difficile il lavoro delle Ong che soccorrono in mare e più difficile la vita delle persone migranti che arrivano in Italia. Si dà al governo, su iniziativa del ministro dell’Interno, la possibilità di vietare l’ingresso nelle acque territoriali a delle imbarcazioni, per un periodo fino a sei mesi. Il blocco può scattare se c’è una “minaccia grave per l’ordine pubblico”, cosa che però include anche una “pressione migratoria eccezionale” o il “rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale”. Insomma, c’è un’ampia discrezionalità.
Contro i giudici, per far funzionare i centri in Albania
Se a bordo della nave interdetta ci sono già delle persone soccorse in mare, poco male: queste non possono essere trasportate in Italia, ma possono andare nei Paesi terzi con cui l’Italia ha un’intesa – come nel caso dei centri migranti costruiti in Albania.
A proposito di questo, alcuni articoli sono dedicati in modo quasi esplicito a far funzionare il meccanismo creato con i centri albanesi, finora sempre bloccato perché non rispetta le leggi nazionali e internazionali esistenti. Si limita, ad esempio, la possibilità dei giudici di non convalidare la detenzione nei centri. E si introduce il concetto di “Paese terzo sicuro”, per anticipare le normative europee che dovrebbero – almeno, il governo lo spera – rendere legale il sistema Albania.
Stretta su ricongiungimenti familiari e minorenni non accompagnati
Anche per gli stranieri che già si trovano in Italia peggiorano le cose. Se sono detenuti oppure internati in un Cpr, e non cooperano con le autorità per farsi identificare, commettono un reato e possono essere espulsi anche solo per questo. Si restringe la possibilità di ricongiungimento familiare: è più corta la lista di legami familiari ammessi. Ad esempio, se c’è un matrimonio effettuato all’estero questo deve essere trascritto in Italia. E per i minorenni non accompagnati si accorcia il periodo in cui lo Stato li sostiene: fino a 19 anni, invece di 21.
(da Fanpage)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
L’ISTAT LANCIA L’ALLARME: L’ECONOMIA DEL NOSTRO PAESE DOVRÀ FARE I CONTI CON IL CAOS GENERATO DALLE OPERAZIONI MILITARI DI TRUMP (VEDI IL VENEZUELA), I RISCHI SISTEMICI PER LA POSSIBILE “BOLLA FINANZIARIA” DELL’AI E LE INCERTEZZE SULLA POLITICA MONETARIA DELLA FEDERAL RESERVE … GIÀ I DATI DI NOVEMBRE E DICEMBRE ERANO PREOCCUPANTI: CALA LA PRODUZIONE INDUSTRIALE E RISALE L’INFLAZIONE. E SENZA PIÙ LA “SPINTARELLA” DEL PNRR
Dalla crescita debole della fine del 2025 ai nuovi focolai di instabilità che segnano l’inizio del
2026. E’ in questo quadro, secondo un nuovo focus dell’Istat, che si muove l’economia del nostro Paese.
Perché se è vero che negli ultimi mesi del 2025, «l’attenuazione delle tensioni commerciali e il taglio dei tassi d’interesse hanno
ridotto l’incertezza e favorito la liquidità, contenendo in parte le pressioni al ribasso sulla crescita dell’economia mondiale», con l’inizio anno si fanno più netti i rischi di un nuovo rallentamento.
In primo piano, le recenti operazioni militari degli Stati Uniti in Venezuela, che per fortuna non hanno avuto effetti sui prezzi del greggio, ma soprattutto i nuovi rischi sistemici dovuti alla possibile «bolla finanziaria» dell’intelligenza artificiale e alle incertezze sulla politica monetaria della Federal Reserve nella seconda parte del 2026 posto che il mandato dell’attuale presidente scadrà a maggio. E’ altamente probabile che riparta la volatilità dei mercati
Quanto al nostro Paese, dopo che nel terzo trimestre 2025 si è registrato un contenuto incremento congiunturale che ha portato il Pil a crescere dello 0,6% rispetto a 12 mesi prima, «i dati ad alta frequenza più recenti» secondo il nostro istituto di statistica segnalano un indebolimento generalizzato dell’economia a ottobre, dopo la ripresa nel mese precedente.
«Si evidenzia – prosegue l’Istat nella sua nota sull’andamento dell’economia nei mesi di novembre e dicembre 2025 – un quadro di crescita debole rispetto alla media dell’area euro, con andamenti differenziati tra i diversi settori».
Nel trimestre agosto–ottobre, in particolare, la produzione industriale ha registrato una variazione negativa (-0,9%) essenzialmente per il calo di beni durevoli e beni di consumo. A ottobre è scesa sia la produzione del settore delle costruzioni che il fatturato dei servizi. In positivo c’è invece l’aumento degli scambi con l’estero, ma con rilevanti differenze a livello settoriale.
Per quanto riguarda gli altri indicatori i dati sull’occupazione, dopo due mesi di crescita, sono definiti «contrastanti» col numero degli occupati che a novembre é sceso a quota 24 milioni 188 mila unità, coinvolgendo le sole donne e tutte le classi d’età a eccezione dei 25-34enni. Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,7% con un calo dello 0,1 contro il 6,3% che si è registrato nell’Area euro, mentre quella giovale si attestata sul 18,8% (-0,8 punti).
Allarmante, rispetto a ottobre, la crescita al 33,5% (+0,2 punti) del tasso d’inattività delle persone che non lavorano nè cercano una occupazione che resta tra i più elevati nell’Ue 27.
A dicembre il potere d’acquisto delle famiglie italiane è migliorato dell’1,8% ed aumentata anche la fiducia dei consumatori, che in prevalenza (43,2%), per l’anno in corso si aspettano un calo dei prezzi.
In media nel 2025 il nostro tasso di inflazione è stato pari all’1,7% (+1,1% nel 2024), contro il 2,1% registrato per l’area euro (+2,4% nel 2024), ma a dicembre l’indice armonizzato dei prezzi è tornato a salire dall’1,1 di novembre all’1,2% (coi prezzi degli alimentari cresciuti però del 2,4% (+3,7% nel trimestre).
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2026 Riccardo Fucile
PIÙ PROBABILE, PER ORA, CHE GLI “AIUTI” PROMESSI DA WASHINGTON SIANO ATTACCHI CYBER E SABOTAGGI ENERGETICI, IN GRADO DI INDEBOLIRE IL REGIME DI KHAMENEI … LA DURA REALTÀ: BUTTATO GIÙ KHAMENEI, NON C’È UN’OPPOSIZIONE PRONTA A PRENDERE IL POTERE O UNA FIGURA FANTOCCIO PER LA SUCCESSIONE
Donald Trump non sa che fare con l’Iran. Ieri il presidente americano ha promesso alla popolazione, in rivolta contro il regime di Khamenei, che “gli aiuti stanno arrivando”. Ma quali aiuti può dare, realisticamente?
L’opzione “cinetica”, come dicono gli esperti di geopolitica per evitare l’uso della parola “militare”, è difficile da mettere in pratica, e piena di ostacoli; più probabile una serie di attacchi cyber o raid mirati in caserme e infrastrutture militari o energetiche per mettere in difficoltà il regime.
Come scrive Guido Olimpio sul “Corriere della Sera”, ci sono diversi impedimenti all’intervento militare: il primo e più importante è l’assenza di una portaerei nell’area.
La USS Gerald Ford, la più grande del mondo, è stata spostata nel Mar dei Caraibi a novembre, per supportare l’operazione in Venezuela che ha portato all’arresto di Nicolas Maduro. La “Lincoln”, invece, è nel Mar Cinese Meridionale.
Secondo guaio, ricorda Gianluca di Feo su “Repubblica”: “Il Pentagono dispone di molte squadriglie di cacciabombardieri ma sono schierate in Paesi arabi che difficilmente daranno l’autorizzazione a un’azione offensiva.
Temono infatti di essere esposti a una rappresaglia, come accaduto alla base di Al Udeid in Qatar, la più grande di tutte, presa di mira da una raffica di missili nello scorso giugno”.
Gli alleati arabi degli Stati Uniti (Arabia, Qatar, Oman) e la Turchia si oppongono all’attacco: la regione è già nel caos, non c’è bisogno di aggiungere instabilità.
Khamenei non piace a nessuno, ma il suo potere, grazie ai bombardamenti israeliani, è fragile. Meglio un ayatollah indebolito della presa di potere da parte dei pasdaran, pronti a trasformare l’antica Persia in uno stato canaglia militarizzato.
Senza considerare gli scazzi tra gli stessi alleati: sauditi e emiratini, qualche settimana fa, hanno rischiato un’escalation in Yemen, dove i raid di Bin Salman hanno colpito navi partite da Abu Dhabi per portare armi ai separatisti del Southern Transitional Council, nel porto di Mukalla.
Lo stesso Yemen in cui Bin Salman da anni combatte contro i ribelli Houthi, foraggiati dall’Iran (è l’unico gruppo rimasto più o meno saldamente in piedi: Hamas e Hezbollah sono stati decimati dai raid di Israele).
Nel frattempo MBS si sta muovendo per un’alleanza militare con Pakistan (potenza nucleare) e Turchia (secondo esercito della Nato), un patto di difesa e “autonomia strategica” tra potenze sunnite che ridisignerebbe la mappa del Medio Oriente.
(da Dagoreport)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
GASPARRI, MESSO NEL MIRINO DAI FIGLI DI SILVIO IN QUANTO “CACICCO”. QUANDO I FIGLI DI SILVIO PARLANO DI “RINNOVAMENTO” E “FACCE NUOVE” È LUI UNO DEI PRINCIPALI INDIZIATI PER ANDARE A CASA (IN TAXI?)
Lo sciopero dei tassisti, in scena ieri in tutta Italia, si chiude con una vittoria e una chiara
sconfitta. Le 18 sigle sindacali, artefici della muscolare agitazione, giurano di aver ottenuto un’altissima adesione complicando gli spostamenti degli italiani da Torino a Palermo. Eppure, a fronte di questa forte mobilitazione, i tassisti accusano anche una vistosa battuta d’arresto sul fronte politico.
Si sgretola il consenso intorno alla loro turbolenta categoria nella maggioranza di centrodestra che li ha sempre difesi.
Dentro Forza Italia, la crepa si è fatta voragine. Maurizio Gasparri, presidente dei senatori forzisti, continua ad appoggiare i tassisti: «Troppe volte dimentichiamo – dice l’ex ministro – che questa categoria svolge un servizio pubblico, tra tariffe, vincoli di turno e tutta un’altra serie di oneri. Sono gravati, ad esempio, da impegni fiscali che invece le grandi multinazionali possono eludere».
Su posizione opposte si colloca la corrente liberale di Forza Italia, che fa capo al vicesegretario nazionale del partito e presidente della Calabria. Lui, Roberto Occhiuto, bolla come «anacronistica» la protesta dei tassisti «non solo perché la categoria si chiude a riccio, con l’unico obiettivo di tutelare una corporazione, ma soprattutto perché nega l’evidenza. Questo servizio di trasporto pubblico non funziona più. Basta fare un giro nelle grandi città, alle stazioni o agli aeroporti per rendersene conto».
Non aiuta i tassisti in sciopero l’atteggiamento aggressivo di alcuni tra loro. La manifestazione davanti alla Camera dei deputati, ieri pomeriggio a Roma, viene “vivacizzata” dal lancio di fumogeni e bombe carta.
In questo clima surriscaldato, Matteo Hallissey, presidente di +Europa, si presenta al corteo insieme al blogger Ivan Grieco. Ha un cartello con la scritta “basta lobby” e un pos per i pagamenti, ad alludere alle presunte elusioni fiscali delle macchine bianche. Racconta Hallissey di aver ricevuto minacce verbali e una copiosa pioggia di sputi, mentre alcuni tassisti cercavano di superare il cordone delle forze dell’ordine per picchiarlo. Autisti Ncc avrebbero subito lanci di uova e danneggiamenti alle vetture, per mano di tassisti milanesi.
Le 18 sigle sindacali dei tassisti protestano contro i troppi abusivi e i privilegi di cui godrebbero le aziende internazionali del trasporto come Uber. Soprattutto la categoria, che minaccia di scioperare nuovamente nei prossimi giorni, si sente ormai priva di solidi paracadute.
Il ministro Matteo Salvini ha provato ad aiutare i tassisti, in particolare con il decreto interministeriale 226 del 2024 che ha imbrigliato l’attività concorrente dei Noleggi con conducente (Ncc). Ma a novembre 2025 la Corte costituzionale ha demolito tre pilastri del decreto (su ricorso proprio della Regione Calabria a guida Occhiuto). È lo stesso decreto già affondato dalla sentenza del Tar del Lazio di agosto 2025 perché contrario alla concorrenza e alla libertà economica.
Spetterà proprio a Matteo Salvini placare la rabbia dei tassisti, nell’incontro di oggi al ministero. Lo salutano con sarcasmo le opposizioni.
(da La Repubblica)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
SI VOTA IL 12 APRILE E I SONDAGGI VEDONO IL PARTITO GUIDATO DA PETER MAGYAR (EX DELFINO DI ORBAN CHE MEDITA VENDETTA) IN VANTAGGIO DI 12 PUNTI
Giorgia Meloni parla in inglese, Matteo Salvini «con il cuore» in italiano, salvo lo slancio nel finale, in cui azzarda un incitamento ungherese: «Fel, gyozelemre!». Avanti fino alla vittoria. Il destinatario dell’esortazione è Viktor Orbán, primo ministro magiaro a tempo quasi indeterminato, oggi un po’ meno eterno del solito.
I sondaggi ballano, e non è un valzer. Così il capo di Fidesz, in vista delle elezioni del 12 aprile, ha pensato di chiedere una mano agli amici stranieri. Alla chiamata, Meloni e Salvini hanno risposto presente. Hanno girato il loro filmino nei giorni scorsi: il leghista al ministero dei Trasporti, la premier fuori dall’ufficio.
La compagnia di sovranisti assemblata dal capo di Fidesz per la carrellata di endorsement internazionali è però un acquario in cui Meloni, molto più di Salvini, naviga con qualche imbarazzo. Nello spot di due minuti, la premier compare insieme ad Alice Weidel, gran capa dell’Afd tacciata di neo-nazismo, che Meloni non ha mai voluto imbarcare nei suoi Conservatori europei che preferiscono dialogare con il Ppe.
Non solo: la leader dell’ultradestra tedesca nel video ringrazia Orbán per l’impegno «per la pace in Ucraina», sforzo che nel grosso delle cancellerie del continente traducono come comprensione per Putin. Nel filmato c’è pure il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu
Più comodi altri compagni di clip: il presidente argentino Javier Milei il capo di Vox, lo spagnolo Santiago Abascal, con cui Meloni ha condiviso vacanze madrilene e la celebre Mini rossa, e la francese Marine Le Pen, gemellata con la Lega
I sondaggi per Orbán non sono però buoni come in passato. Secondo Politico, il partito di centrodestra Tisza guidato da Péter Magyar sarebbe in vantaggio di 12 punti (49 a 37%) su Fidesz di Orbán. L’endorsement di Meloni in compagnia dell’ultradestra
globale è una scommessa che non paga sicuro.
Nel filmato la premier sostiene che sia per lei «un grande piacere portare i saluti» agli elettori orbaniani, prospettando una battaglia assieme «per un’Europa che rispetta la sovranità nazionale e che è fiera della sua cultura e della sua religione». Salvini appare più a suo agio. Con Orbán è in sintonia anche sulla Russia. Facile, per il segretario lumbard, chiosare così: «Se vuoi la pace, vota Fidesz». Se il premier magiaro riuscisse ad acciuffare un nuovo mandato a Budapest, a via Bellerio è pronto l’invito per la manifestazione dei Patrioti il 18 aprile.
(da agenzie)
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