Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
I GIORNI “PASSATI NELL’ACQUARIO”: UNA GRANDE STANZA CIRCONDATA DA VETRI, ATTRAVERSO I QUALI NON SI PUÒ GUARDARE ALL’ESTERNO, MA TUTTI GUARDAVANO DENTRO: “NON POTEVO PARLARE CON NESSUNO, NÉ GUARDARE. SI RESTAVA SEDUTI DALLE 5 ALLE 21” – LA CELLA DI QUATTRO METRI PER DUE, DA DIVIDERE CON UN COMPAGNO, I MATERASSI LERCI BUTTATI PER TERRA, GLI SCARAFAGGI E I TOPI CHE CAMMINAVANO ACCANTO E LA PAURA DELLE TORTURE
I giorni «passati nell’acquario»: una grande stanza circondata da vetri, attraverso i quali non si può guardare all’esterno. Ma tutti guardavano dentro. «Non potevo parlare con nessuno, né
guardare. Si restava seduti dalle 5 alle 21, quando ti davano la possibilità di sdraiarti».
La cella: quattro metri per due, forse anche più piccola. Da dividere con un compagno. «Nel mezzo c’era un bagno alla turca, sopra la doccia. Dovevi fare tutto davanti a tutti, se eri fortunato, perché l’acqua arrivava soltanto poche ore al giorno».
I materassi lerci buttati per terra, gli scarafaggi che camminavano accanto, le zanzare che costringevano a dormire bardati, con il caldo torrido d’estate e il freddo gelido d’inverno. La paura delle torture, quelle che si raccontava fossero perpetrate in un piano della struttura.
L’isolamento dall’esterno: aveva una Bibbia in spagnolo. All’ambasciatore non è stato nemmeno concesso di portare i libri che gli aveva preparato, sull’intelligenza artificiale e su San Francesco. Le lunghe partite a scacchi, con i pezzi costruiti con la carta igienica.
Alberto Trentini è seduto sul Gulfstream G600 in uso ai Servizi per tornare a casa. Ha dormito in ambasciata nelle ore trascorse ad aspettare la partenza: era arrivato nella tarda serata di Caracas di domenica ed è rimasto lì fino alle sei del pomeriggio di lunedì. E nelle dieci ore di volo si appisola soltanto un paio di volte.
Accanto a lui c’è Mario Burlò, il compagno di prigionia. Ma soprattutto c’è il direttore dell’Aise, Gianni Caravelli, e altri quattro agenti del nostro servizio estero che hanno lavorato in questi mesi per la sua liberazione. E che sono partiti per andarlo a riprendereHanno davanti un piatto di pollo al limone e carciofi alla romana, che Alberto gusta con calma, per non perdersi alcun sapore. Chiede del parmigiano. Aprono una bottiglia di vino rosso.
La procura di Roma, trattandosi ufficialmente di un arresto e non di un sequestro, non ha aperto alcun fascicolo. E si è deciso di non sentirli per il momento, come invece accadde — tra non poche polemiche — in un caso simile, quello di Cecilia Sala. Ma non è affatto escluso che ascoltarli diventi prima o poi necessario.
Quello che emerge dai loro racconti assomiglia a vere e proprie torture durante la prigionia. Non «un buon trattamento», come era stato fatto emergere nelle prime ore, forse anche per non irritare il governo venezuelano.
«Non ho subito alcuna violenza fisica», ripete Alberto agli uomini dell’Aise mentre sono in volo. Niente botte, quindi. Nessuna tortura. Ha sempre mangiato — focaccia di mais a colazione, pranzo e cena — non sempre sono riusciti a prendere le medicine. Ma a travolgerlo è stata la capacità di El Rodeo «di non ucciderti in un giorno, ma di cambiarti in silenzio».
È la paura, l’alienazione, il degrado a cui viene costretto un essere umano. Alberto Faceva fatica a vedere, perché non aveva gli occhiali. Ma non faceva fatica a sentire, sul corpo nella testa. Alberto ha confermato ai nostri agenti di essere passato per «La Pecera», l’Acquario appunto, un luogo dove vengono portati i detenuti politici prima di El Rodeo. Una stanza, «con i condotti dell’aria condizionata», in cui tutti possono guardare dentro. Ma non si riesce a stare fuori.
Bisogna stare seduti su una sedia, immobili. Quasi nudi. Al
freddo. Per più di sedici ore senza poter fare nulla. Né parlare, né guardare. È una tortura bianca. Così come lo era la minaccia costante di essere portati nel piano «delle torture fisiche», di cui tutti parlavano: una zona in cui i detenuti sarebbero stati picchiati.
Trentini non c’è mai stato. Ma bastava il racconto a terrorizzare. «Alle volte spargevano la voce che dall’esterno fosse arrivato l’ordine di farci passare a un regime ancora più duro». Hitler, Diavolo, Squalo: così si facevano chiamare i secondini che giravano per i corridoi della prigione.
Quelli che li incappucciavano ogni volta che dovevano portarli fuori dalle celle, che stringevano le manette ai polsi fino a farli sanguinare, che li interrogavano con domande ripetute e ossessive, nella paranoia di complotti anti Maduro. Si ha paura di non uscire vivi.
Non perché una di quelle pistole che i secondini puntavano alla tempia durante gli interrogatori potesse sparare. Ma perché non si riusciva più a resistere alla tortura bianca del «non fare nulla», alle luci sempre accese, al dormire tra gli scarafaggi, ai topi che passavano a pochi metri dal volto.
«Come sto?» ha chiesto agli agenti, toccandosi la testa. Gli hanno tagliato barba e capelli prima di liberarlo. Hanno capito che qualcosa stava per succedere quando li hanno portati fuori dalla cella senza cappuccio. Era una delle prime volte.
«Dentro il carcere non sapevamo nulla, nessuno ci aveva detto che fosse caduto Maduro». Non sapeva nemmeno che temperatura ci fosse fuori. In borsa, lui e Burlò avevano soltanto magliette a maniche corte e pantaloncini. «In Italia fa freddo?»
ha chiesto, mentre un agente gli passava un pile e un giubbotto. Meno che in un acquario. La nuova vita di Alberto Trentini è cominciata così.
(da Repubblica)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
SEI PROCURATORI FEDERALI IN MINNESOTA SI SONO DIMESSI IERI PER PROTESTA CONTRO IL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA CHE SPINGE PER UN’INDAGINE PENALE A CARICO DELLA VEDOVA DI RENEE GOOD E OSTEGGIA LE INDAGINI SUL FEDERALE CHE HA SPARATO
Resta alta la tensione a Minneapolis, ad una settimana dalla morte di Renee Good uccisa da un
agente dell’immigrazione con tre colpi di pistola al volto.
Durante una manifestazione nella città del Minesota l’Immigration and Customs Enforcement ha fermato un’auto con una donna alla guida e l’ha trascinata fuori in modo violento, mentre lei cercava di liberarsi dalla presa degli agenti. La donna è stata portata via ammanettata, mentre altri manifestanti hanno cercato di bloccare le forze dell’ordine.
Sei procuratori federali in Minnesota si sono dimessi ieri per protesta contro il dipartimento di Giustizia che spinge per un’indagine penale a carico della vedova di Renee Good, la donna uccisa mercoledì scorso da un agente a Minneapolis.
Lo stesso dipartimento osteggia invece le indagini sul federale che ha sparato. A dimettersi è stato anche il numero due della procura del Minnesota, Joseph Thompson: non ha voluto cedere alle pressioni ad avviare un’inchiesta penale su Becca Good, che con la moglie partecipava al monitoraggio dei raid anti-migranti.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
LA STORIA DI ALESSIA: AFFITTI ALLE STELLE E STIPENDI BASSI RENDONO IMPOSSIBILE L’AUTONOMIA DEI GIOVANI
Caro vita alle stelle, instabilità del lavoro e stipendi inadeguati rendono ormai impossibile l’autonomia dei giovani. E così ecco che anche a Milano e dintorni, da sempre considerata in tutta Italia come la terra delle possibilità, per chi cerca di farsi strada nel mondo del lavoro e uscire dalla casa dei genitori la strada è ogni anno più in salita.
Alessia C., 25 anni, è una docente precaria di scuola primaria che oggi insegna a Inzago, provincia di Milano. “Ho iniziato come commessa in città. Dopo la scuola avevo necessità di mantenermi da sola, così ho cercato subito un impiego e ho fatto in modo di rendermi indipendente. Impossibile”.
Affitti alle stelle a Milano
L’ostacolo più grande? È quello dell’affitto. “Mi sono messa alla ricerca di una semplice stanza, e per mesi non ho trovato niente. C’è una competizione incredibile, e vedevo in giro solo prezzi folli. Poi ho trovato una soluzione a 600 euro più spese in via Padova, quindi 700 euro al mese. Con pagamento in nero, ovviamente: ogni primo del mese si presentava una donna a raccogliere i soldi, e poi spariva per i 30 giorni successivi. Con me c’erano ragazzi della mia età, studenti o giovani lavoratori appena trasferiti dal Sud”.
Giovani in cerca di un’opportunità che oggi, senza una famiglia alle spalle, il più delle volte sono destinati a essere espulsi dalla città, o al massimo confinati tra l’hinterland e le periferie.
Il prezzo pagato da Alessia per un posto letto, del resto, è in linea con la media cittadina, visto che Milano si è confermata anche quest’anno come la realtà più cara d’Italia per affittare una stanza, con una spesa di ben 732 euro al mese. E non sempre il già salato affitto corrisponde a un reale comfort abitativo. Anzi, troppo spesso le condizioni dell’appartamento pagato a caro prezzo sono ai limiti dell’agibilità. “Era terrificante. La cucina un corridoio strettissimo, ci si entrava a malapena, con due fornelletti da campeggio. In mezzo alle due stanze da letto, proprio all’ingresso, si trovava un tavolo da bar, di plastica, dove mangiare e studiare. Il tutto senza riscaldamento, non c’erano proprio i termosifoni. Per scaldarci c’erano solo delle piccole pompe di calore in camera, ma il resto della casa era freddo. Il bagno, d’inverno, era ghiacciato”.
Il tentativo di andare ad abitare fuori casa per Alessia, così, si interrompe dopo qualche tempo. “Il mio era un contratto a chiamata, con orari sempre diversi. Facevo più o meno 20-25 ore a settimana e, se andava bene, lo stipendio non superava comunque i mille euro. Solo per la casa ne spendevo 700… la mia era pura sopravvivenza, non vita. Ho chiesto con difficoltà una mano ai miei genitori, poi mi sono rassegnata. Mi sono detta: non vale la pena stare qui per vivere in questo modo, nascosta in una topaia, senza riuscire a mettere nulla da parte”.
Gli stipendi troppo bassi e la precarietà del lavoro
Del resto la questione riguarda anche gli stipendi medi, fermi da 20 anni e di conseguenza ormai troppo bassi per stare al passo con i costi di una metropoli come Milano, che mentre attira milionari, star e manager lascia indietro la maggior parte della popolazione. Offrendo loro, oltre a case a costi proibitivi e svaghi pagati a caro prezzo, un mercato del lavoro che prevede troppo spesso stage non pagati, continui contratti a termine o a chiamata. Il risultato? Niente casa propria, niente figli e famiglia, progetti personali rimandati a data da destinarsi. In poche parole, niente autonomia per i cittadini e niente crescita per il Paese, destinato in questo modo a stazionare sempre in fondo alle classifiche europee.
“Trovare un lavoro qui non è difficile, solo che poi non ti permette comunque di sostenerti davvero economicamente. Così dopo aver cambiato altri impieghi simili, sempre a scadenza, ho da poco deciso di provare a intraprendere la strada dell’insegnamento. La vedevo più sicura, un posto garantito, con orari che consentono una miglior qualità di vita e non che cambiano ogni settimana con turni fino alle 21, nel weekend o durante i festivi. Ma in realtà si è rivelata molto, molto difficile. Ho iniziato con le messe a disposizione e le supplenze alle elementari, quando mi chiamano prendo sui 1300/1400 euro al mese. Studierò per avere più titoli e tenterò il concorso, quando uscirà. Ma sarà un percorso lungo e complicato. Ora come ora non posso fare progetti a medio o lungo termine, vivo alla giornata, senza certezze o prospettive”.
Una vicenda emblematica, visto che stando ai dati di Adesso!, l’età media dell’uscita di casa è oltre 30 anni (in Svezia, Danimarca o Finlandia è 21), mentre il 67 per cento degli under 35 vive ancora sotto il tetto dei genitori, in perenne attesa di costruire il proprio futuro visto che i salari medi si aggirano intorno ai 1200 euro al mese, con il 70 per cento dei contratti a tempo determinato e un affitto medio che a Milano pesa il 76 per cento sullo stipendio.
L’autonomia impossibile dei giovani lavoratori
“Intanto sto comunque cercando casa in provincia, dove adesso lavoro. Anche qui, però, i costi sono proibitivi. Per trovare degli affitti accessibili bisogna allontanarsi da Milano, spingersi verso Lodi o Treviglio, ma l’offerta inizia a scarseggiare. Nel mio caso poi, da precaria senza garanzie familiari alle spalle, non è facile. Senza contare che per un monolocale non arredato a Cassano d’Adda mi hanno appena chiesto 600 euro, la metà del mio stipendio. Non è un caso raro, anche in provincia i bilocali arrivano a costare fino a 800/900 euro. Da sola senza genitori alle spalle è impossibile, dovrei trovare per forza un compagno o qualcuno con cui divedere le spese”. Senza agevolazioni o detrazioni statali per i giovani sul primo affitto, insomma, non tutti riescono a mettere le basi per la propria vita.
“Sono davvero avvilita, soprattutto quando sento puntare il dito contro i giovani che escono di casa tardi. Quando studiavo non vedevo l’ora di essere indipendente, vivere la mia vita… ora guardo i miei compagni di classe, e vedo che nessuno è ancora riuscito a costruirsi una vera e propria strada. Bisogna necessariamente alzare gli stipendi, che in Italia sono bassissimi, e adeguarli a un costo della vita ormai altissimo. Soprattutto a Milano”.
(da Fanpage)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
LA SCENA DURANTE UNA VISITA DI TRUMP ALLA FORD DI DETROIT
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha mostrato il dito medio a un contestatore
durante una visita a uno stabilimento della Ford a Detroit. In un video dell’episodio rilanciato dal tabloid statunitense Tmz, si vede Trump rivolgere un insulto e mostrare il dito medio a una persona fuori campo, che lo accusa di essere un “protettore di pedofili”.
§Il riferimento riguarda con ogni probabilità il caso di Jeffrey Epstein e il rapporto del tycoon con l’ex finanziere, condannato per abusi sessuali e traffico internazionale di minori, morto in carcere.
Cos’è successo
Trump si trovava nello stabilimento per una visita prima di tenere un discorso presso il Detroit Economic Club nel Michigan, sull’economia statunitense. Lo scambio di insulti è stato documentato da un video pubblicato online e rapidamente diffuso sui social. Nel filmato, qualcuno – probabilmente uno degli operai dell’impianto, urla contro il presidente statunitense anche se non è ben chiaro cosa gli dice. Le uniche parole che si riescono a sentire sono “protettore di pedofili”. Un’accusa a cui Trump risponde con rabbia. “Vaffanculo”, replica l’inquilino della Casa Bianca prima di mostrargli il dito medio.
Il commento dell’azienda
Interpellata sull’accaduto, Ford ha affermato tramite il portavoce David Tovar di aver preso visione del filmato, ribadendo che il rispetto è uno dei valori fondamentali dell’azienda e che non vengono tollerati comportamenti inappropriati all’interno dei propri impianti, senza però entrare in dettagli specifici. “Abbiamo avuto un evento fantastico oggi e siamo orgogliosi di come i nostri dipendenti hanno rappresentato Ford. Abbiamo visto il video a cui ti riferisci. Uno dei nostri valori fondamentali è il rispetto e non tolleriamo che nessuno dica cose inappropriate del genere all’interno delle nostre strutture. Quando ciò accade, abbiamo una procedura per gestirlo, ma non entriamo in questioni specifiche relative al personale”, ha dichiarato a Tmz.
(da Fanpage)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
MA CHE BELLA COMPAGNIA AL SERVIZIO DI UN INFAME
Viktor Orbán ha scelto di aprire la sua campagna elettorale guardando oltre i confini ungheresi, come spesso accade quando il consenso interno non basta più a raccontare una storia di forza. In vista del voto di aprile, infatti, il leader di Fidesz (partito politico di orientamento nazional-conservatore e di destra) e Primo Ministro dell’Ungheria ha diffuso sui social un video che raccoglie una serie di messaggi di sostegno da parte di leader
stranieri, una sorta di passerella internazionale pensata per ricordare agli elettori che Fidesz resta il perno di una rete politica in grado di attraversare l’Europa e oltre
Tra i volti che scorrono nel breve filmato compaiono anche quelli di Giorgia Meloni e Matteo Salvini. I due leader italiani partecipano con due stili e toni diversi, che però finiscono per riflettere proprio il ruolo che ciascuno ricopre oggi sulla scena internazionale: la Presidente del Consiglio parla in inglese, con tono istituzionale, collocandosi nel registro di una leader che dialoga con l’estero. Salvini sceglie invece l’italiano, poi chiude con un’incitazione in ungherese, quasi a voler stabilire un contatto diretto e simbolico con il pubblico di Orbán. Nel suo messaggio, Meloni richiama i temi a lei più familiari quando parla di Europa: la difesa della sovranità nazionale, l’orgoglio per le radici culturali e religiose, l’idea di una collaborazione tra governi che non rinunci alla propria identità. Salvini è invece più diretto e più allineato alla linea di Orbán, soprattutto sul terreno internazionale. Il suo appello al voto per Fidesz passa attraverso il tema della pace, con una sintonia che da tempo lo lega al premier ungherese anche nelle letture più controcorrente della guerra in Ucraina.
Ma il contesto in cui questo endorsement prende forma, è tutt’altro che neutro. Il video costruito dal leader di Fidesz mette insieme una compagine politica che rappresenta oggi il lato più controverso della destra internazionale; accanto a Meloni e Salvini, infatti, compaiono anche Alice Weidel, leader dell’AfD, partito tedesco di estrema destra spesso criticato per posizioni considerate vicine al neonazismo, Marine Le Pen, Santiago
Abascal, il presidente argentino Milei e, per finire, il premier israeliano Benjamin Neanyahu su cui pende niente meno che un mandato di cattura internazionale, emesso dalla Corte Penale Internazionale, per crimini di guerra e contro l’umanità. Una galleria di figure accomunate dall’attrito con i grandi equilibri europei più che da un progetto condiviso, figure però profondamente utili a Orbán per disegnare un fronte alternativo e compatto, almeno nell’immagine.
Ed è propria questa cornice a rendere l’operazione delicasoprattutto per la premier italiana: Meloni si ritrova infatti nello stesso spazio mediatico con leader da cui, in parte, ha cercato di tenere una certa distanza, in particolare con l’AfD di Weidel, esclusa dai Conservatori europei, per non compromettere il dialogo con il Partito popolare. Nel video, però le distinzioni politiche sembrano quasi attenuarsi, lasciando spazio invece a una scena che diventa collettiva, senza troppe gerarchie né distinguo espliciti.
In questo contesto, il momento scelto da Orban non sarebbe casuale: dopo anni di dominio quasi incontrastato, i sondaggi in questo periodo raccontano un’Ungheria molto meno prevedibile. Il partito di opposizione Tisza guidato da Péter Magyar, viene infatti dato in vantaggio, dunque la campagna elettorale si apre davvero in un clima di competizione reale. La parata di sostegni internazionali appare insomma allora come un tentativo di compensare le incertezze interne con una dimostrazione di solidità esterna, affidando così ai volti noti della destra globale il compito di rafforzarne la narrazione.
Insomma, lo spot che ne esce sembra andare oltre il semplice gesto di solidarietà politica. Racconta un’Europa che si muove ai margini dei circuiti tradizionali e una destra italiana che, pur mantenendo registri e ambizioni diverse, accetta di comparire nello stesso fotogramma: per Orbán è certo una scommessa necessaria in una fase più incerta del solito. Per Meloni e Salvini, una scelta invece che guarda al proprio elettorato, ma che inevitabilmente si deposita anche nei rapporti con Bruxelles e con le altre capitali europee, dove ogni immagine a volte, conta più delle parole.
(da agenzie)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO ANNI PASSATI A NEGARE DIRITTI E A REPRIMERE IL DISSENSO SI SPACCIANO PER AMICI DEI GIOVANI
Finalmente Donald Trump dice di continuare a manifestare contro un potere autoritario e
repressivo ai ragazzi nelle piazze.
Ragazzi iraniani, s’intende.
Finalmente Matteo Salvini dice che sta dalla parte dei diritti e della libertà delle donne, contro le ingerenze della religione e dei suoi sacerdoti.
Donne iraniane, s’intende.
Finalmente i media fanno la conta dei morti di chi si ribella all’oppressione, mostrando i segni della violenza e i sacchi neri dei cadaveri per strada, senza mettere in dubbio la versione dei manifestanti e degli oppressi.
Finalmente Ursula Von der Leyen parla di sanzionare economicamente, come minimo, chi opprime e reprime brutalmente i più deboli e gli indifesi.
Deboli e indifesi iraniani, s’intende.
Finalmente sentiamo parlare della bellezza di una civiltà secolare in cui la religione non deve avere ingerenze di alcun tipo nella vita politica.
Vita politica iraniana, s’intende
Finalmente nei talk show di Retequattro parlano con empatia e compassione di coloro i quali scappano dal loro Paese a causa di condizioni materiali devastanti. Migranti economici, insomma
Migranti economici venezuelani, s’intende.
Finalmente la destra dopo anni di prigioni “di cui buttare via le chiavi”, di decreti sicurezza, di migranti “da rimandare a casa loro”, di dissenso da reprimere, di blocchi stradali da sanzionare col carcere, di radici cattoliche e cuori immacolati di Maria da difendere con la cappa e con la spada, ha deciso di cambiare registro.
Ovunque, ma non da noi. S’intende.
(da Fanpage)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
SCATTA L’INDAGINE SUI SUPERMERCATI
I prezzi dei beni alimentari sono sempre più alti e l’Antitrust ha deciso di avviare un’indagine conoscitiva sul ruolo della grande distribuzione organizzata (Gdo), ovvero la rete di supermercati, nella filiera agro-alimentare. Secondo i dati Istat, tra ottobre 2021 e ottobre 2025, i costi dei beni alimentari hanno registrato un aumento del 24,9%, superiore di quasi 8 punti rispetto all’indice generale dei prezzi al consumo (pari al 17,3%). L’indagine dell’Antitrust nasce dal grande divario, che si è creato negli ultimi anni, tra l’inflazione generale e l’inflazione dei generi alimentari e dal forte squilibro di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della Gdo.
Le motivazioni dell’indagine dell’Antitrust
L’Antitrust sottolinea che l’ambito della filiera agro-alimentare, nonché la fase di scambio tra i distributori finali e i fornitori «rappresenta uno snodo cruciale, sia per la determinazione del livello di remunerazione dei fornitori, e, di conseguenza, dellaredditività delle attività produttive a monte, sia per la definizione dell’andamento dei prezzi al consumo».
Per questo, l’indagine conoscitiva punta a chiarire «le modalità di esercizio del potere di acquisto da parte delle catene della Gdo, anche attraverso diverse forme di aggregazione non societaria (cooperative, centrali e supercentrali); la richiesta ai fornitori, da parte delle catene distributive, di corrispettivi per l’acquisto dei servizi di vendita – come l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti, ovvero il cosiddetto trade spending) – il crescente rilievo dell’incidenza dei prodotti a marchio del distributore (le cosiddette Private Label)».
In particolare, quest’ultimo punto è considerato significativo. «La gestione degli acquisti e della vendita dei servizi ai fornitori, come quella dell’approvvigionamento e del posizionamento dei prodotti Private Label, rappresentano un’importante leva strategica di competizione a valle tra gli operatori della Gdo e incidono direttamente sulle dinamiche di formazione dei prezzi finali», spiega l’autorità sottolineando così il ruolo nella concorrenza.
(da Open)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
COME FUNZIONA LA PMA
Nel 2024 in Italia abbiamo toccato il minimo storico: il numero di figli per donna è stato di 1,18.
Ancora più bassa la stima Istat per il 2025: 1,13. I motivi sono noti: emancipazione della donna, precarietà, politiche di sostegno alle giovani coppie vicine allo zero, tendenza a fare il primo figlio sempre più tardi. E poi sorgono i limiti imposti da madre natura. Di tutto questo si fa un gran parlare. Si discute molto meno invece dei progressi della scienza che, con la procreazione medicalmente assistita, consentono di fronteggiare l’infertilità totale e parziale di uomini e donne, di realizzare il desiderio di genitorialità di individui e coppie e di allungare l’orologio biologico della donna. Una discussione che dovrebbe accompagnare anche la consapevolezza: i rischi biologici aumentano con l’età, e i centri privati, al contrario del Servizio Sanitario nazionale, tendono ad essere più «flessibili». Ciò premesso, gli investimenti in questo tipo di trattamenti non saranno in grado da soli di invertire la tendenza della curva negativa della natalità, ma potrebbero rallentarla.
Nel 2024 in Italia, secondo il rapporto sulle nascite del ministero della Salute (Cedap), è nato grazie alla Pma il 4,2% dei bambini. Nel 2023 era il 3,9%. La fonte di riferimento istituzionale è in realtà la relazione dello stesso ministero basata sul Registro Pma
dell’Istituto superiore di Sanità, che però è inspiegabilmente fermo al 2022, quando la percentuale era del 4,3%. Ma di che trattamenti parliamo?
Tecniche di procreazione assistita
Con il macro-termine «procreazione medicalmente assistita» si fa riferimento alle tecniche usate per aiutare persone e coppie a procreare, usando gameti propri (ovociti della donna e spermatozoi dell’uomo) o gameti donati. Si parla di tecniche di primo livello quando la fecondazione avviene nell’utero della donna (inseminazione intrauterina), di secondo livello quando avviene in laboratorio (fecondazione in vitro: spermatozoi e ovociti vengono prelevati e messi in coltura) e di terzo livello quando è necessario un prelievo chirurgico di spermatozoi od ovociti. I gameti possono essere iniettati a fresco o dopo una crioconservazione.
Secondo la relazione del ministero della Salute, nel 2022 era emersa la stragrande predominanza dei trattamenti di II e III livello, che hanno riguardato il 91,9% dei bimbi nati con la Pma omologa, e la crescita dell’eterologa, 22,8% del totale dei nati da Pma. Maurizio Bini, responsabile della struttura Diagnosi e Terapia della Sterilità e Crioconservazione del Niguarda di Milano, conferma che la direzione è quella: «Abbiamo visto un’esplosione dell’eterologa, siamo vicini al raddoppio anno su anno. L’omologa invece è incrementata in modo leggero». In Italia questi trattamenti sono regolati dalla legge 40 del 2004.
Legge 40: chi esclude
Sono escluse a priori le donne single o non coniugate, che secondo le stime Istat nel 2025 quelle di età compresa fra i 30 e i 46 anni sono circa 2,4 milioni, e le coppie di donne omosessuali. È permesso invece in molti altri paesi Ue, dove le escluse aspiranti mamme si recano pagando di tasca propria. Ma quanto si può arrivare a spendere? Prendiamo due dei Paesi europei più gettonati e altrettante cliniche: Spagna e Danimarca, che garantiscono rispettivamente l’anonimato dei donatori e la possibilità di scegliere donatori aperti e rintracciabili alla maggiore età dei bambini. L’inseminazione con seme donato può partire da 1.500 euro in entrambi i Paesi. La fecondazione in vitro con seme donato può partire da 5.850 e 4.600 euro. La fecondazione in vitro con ovulo donato e seme donato può partire da 5.850 e 8.000 euro. Queste cifre possono variare da clinica a clinica, in base ai cicli necessari e ad eventuali esami aggiuntivi. Oltre al costo dei viaggi e farmaci.
Chi può accedere
In Italia possono accedere ai trattamenti, e a carico del Servizio Sanitario nazionale, solo le coppie eterosessuali dove la donna non abbia superato i 46 anni. I trattamenti vengono proposti alle coppie che abbiano provato per un anno ad avere un figlio con rapporti mirati, che scendono a 6 se la donna ha più di 35 anni. Questa valutazione viene fatta dal ginecologo/a di riferimento, poi si passa a uno specialista o a un centro specializzato. E non sempre le cose vanno come dovrebbero: secondo la Società Italiana di riproduzione umana, in Italia le coppie infertili impiegano mediamente 4-5 anni per iniziare un percorso terapeutico adeguato. Il possibile impatto sull’efficacia dei trattamenti è quantificato da uno studio di Human Reproduction del febbraio 2021, come spiega Paola Piomboni, direttrice del
laboratorio Pma, azienda Ospedaliero Universitaria Senese: «Il ritardo riduce le possibilità di successo: bastano 6 mesi nelle donne di età pari a 36-37 e le nascite si riducono del 5,6%; fra i 38-39 anni del 9,5%, mentre fra i 40-42 dell’ 11,8%. Con dodici mesi di ritardo queste percentuali si raddoppiano».
Dove si fanno i trattamenti e come
Sempre secondo i dati del 2022, più della metà dei 333 centri è concentrato in quattro regioni (Lombardia, Campania, Veneto e Lazio). Le strutture pubbliche sono soprattutto nel Nord Italia, quelle private convenzionate sono quasi esclusivamente in Lombardia e Toscana, mentre i centri privati sono presenti in numero maggiore soprattutto al Sud. Dunque succede che ci si debba spostare: il 26,5% dei cicli di omologa e il 38,4% di eterologa è stato fatto fuori dalla Regione dalle pazienti. I motivi sono di tipo economico (nel privato si può partire da cifre superiori ai 5.000 euro per l’omologa e 8.000 per l’eterologa), o per il tipo di trattamento, che si interseca con i tempi d’attesa. Infatti nel pubblico si arriva ad attendere 9 mesi per un’omologa e un anno e mezzo per un’eterologa con gameti femminili donati, a causa di strutture inadeguate, mancanza di personale e difficoltà a reperire i gameti.
Tariffe non adeguate ai costi
La Pma è entrata nei Livelli essenziali di assistenza, quindi si paga solo il ticket per un massimo di 6 tentativi. Le tariffe previste da un decreto ministeriale del 2017 vengono però considerate da cliniche e associazioni di categoria troppo basse rispetto ai costi reali (2.750 euro a ciclo per l’omologa e 3.100 per l’eterologa). Avverte Maria Paola Costantini, avvocata esperta di diritto sanitario: «Anche il numero di tentativi,
ndrebbe rimodulato: sei di omologa e sei di eterologa sono troppi per singola donna. Così rischi di restringere a poche coppie». In sostanza il budget del Servizio sanitario non è infinito, e quindi avrebbe senso fornire la copertura ad un numero minore di tentativi, ma a più coppie. Intanto le regioni si devono allineare alle nuove tariffe: Sicilia, Toscana, Emilia-Romagna, Puglia, Campania e Sardegna sono a posto. La Lombardia dovrebbe passare dal regime chirurgico a quello ambulatoriale e ancora non lo ha fatto. E occorre poi ampliare l’offerta perché intere province sono ancora scoperte. Sta di fatto che in assenza di nuovi investimenti la via del privato in molti casi resta l’unica percorribile. In un caso soprattutto: quello dell’eterologa con gameti femminili. In Italia mancano donatrici, inoltre la legge 40 vieta qualunque forma di remunerazione. Ovunque in Europa la donazione di ovuli è considerata un atto altruistico e non è previsto alcun compenso, però viene riconosciuto un rimborso per il disagio, per esempio in Spagna viene quantificato tra gli 800 e i mille euro.
Il congelamento degli ovociti
Un’opportunità potrebbe essere quella di consentire la donazione degli ovociti già congelati da altre donne. Ma anche qui ci sono ostacoli: la crioconservazione è coperta dal Servizio sanitario nazionale solo per le pazienti oncologiche, mentre le donne con altre problematiche o le giovani che vogliono preservare la propria fertilità – evitando così di dover affrontare negli anni successivi concepimenti difficili o «assistiti» – devono pagare il trattamento di tasca propria, arrivando a spendere fino a 5 mila
ùeuro. E quando decidono di scongelare devono sottostare alla legge 40 e presentarsi con un compagno.
Se non lo hanno trovato e vogliono fecondare il loro ovulo con seme donato, devono trasferire l’ovocita in una clinica all’estero. Eugin fornisce questo servizio, ma lo spostamento effettuato solo da corrieri autorizzati è carico della donna e costa tra i mille e i 1.500 euro
Gli ovuli inutilizzati o in eccesso non possono essere donati a meno che la donna da cui provengono non si registri anche come donatrice
Embrioni inutilizzati: che fine fanno?
In Italia non è inoltre disciplinata l’embriodonazione, che permetterebbe di donare gli embrioni già formati, ad altre coppie o alla scienza. Questo sta portando a un accumulo di embrioni inutilizzati sotto azoto liquido a -196°, temperatura che ne scongiura il deterioramento biologico per un tempo indefinito. Secondo la nostra legge gli embrioni, se non utilizzati dalla coppia che li ha generati, restano lì, inutilizzati nei congelatori delle biobanche. In Spagna, un trattamento di embriodonazione costa tra i 1.700 e i 3.000 euro, cifra che con le varie aggiunte può arrivare anche a 8.000 euro.
A diverse velocità corre anche la diagnosi pre-impianto, potenzialmente decisiva per individuare alcune patologie o alterazioni genetiche nell’embrione appena formato ed evitare interruzioni spontanee di gravidanza. A livello nazionale non è coperta dal Snn, Regioni come la Lombardia o la Toscana la coprono nel caso in cui nella coppia ci siano mutazioni genetiche note
La diagnosi pre-impianto
«Se vogliamo vedere se l’embrione è affetto da una mutazione nel gene della fibrosi cistica è la tecnica migliore che abbiamo per ora (la tecnica si chiama Pgt-m, ndr)» spiega Mariabeatrice Dal Canto, responsabile dei laboratori di Eugin in Italia.
Esiste anche la possibilità di indagare possibili anomalie cromosomiche (Pgt-a), rischio che aumenta con l’età della donna. Molti esperti sono scettici perché è un esame invasivo che mette a rischio la sopravvivenza dell’embrione, e quindi il tasso di successo del ciclo, a fronte di un rischio rilevante di falsi positivi, perché non è detto che l’errore cromosomico non si corregga in corsa. «Noi facciamo la Pgt-a quando la donna ha avuto ripetuti aborti o fallimenti di impianto. Essendo l’età media di 39 anni, in Italia coinvolge circa il 20% delle coppie » dice Dal Canto. Sta di fatto che la proposta cambia da pubblico a privato, da clinica a clinica, e la confusione porta nella direzione che la comunità scientifica vorrebbe evitare: trasformare la diagnosi pre-impianto in una tecnica opzionale, con un costo aggiuntivo anche importante e la generica promessa di risparmiare tempo selezionando l’embrione migliore. L’obiettivo invece dovrebbe essere la tutela della salute fisica e mentale della donna, come ha sentenziato nel 2015 per due volte la Corte costituzionale.
Considerazione finale
Se una donna che si è sottoposta ad un trattamento all’estero, arrivando a spendere anche decine di migliaia di euro, quando torna in Italia ha una interruzione di gravidanza, l’intervento di raschiamento uterino è ovviamente a carico del Servizio
Sanitario Nazionale. In parole povere: siamo un Paese solerte quando una gravidanza finisce male, ma non fa tutto quello che potrebbe perché inizi bene.
Milena Gabanelli e Martina Pennisi – corriere.
(da corriere.it)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ANALISTI DEL MONDO OCCIDENTALE CE LO RICORDANO SPESSO, UN CINISMO DA BOTTEGAI SPACCIATO PER LUCIDITA’
Sono un po’ stanchino, direbbe Forrest Gump, di vedere le atrocità internazionali sempre incasellate alla voce «il mondo funziona così». I lucidi analisti del declino occidentale ce lo ricordano di continuo, con un tono di sarcastico compatimento per chiunque si illuda che il mondo possa funzionare anche altrimenti. Ma lo volete capire, ripetono tra gli applausi della loro curva, che il diritto è una finzione e i valori una truffa? Contano solo la forza, la geografia, gli interessi. Perché mai dovremmo manifestare in piazza contro gli ayatollah? Sono troppo lontani per ascoltarci. Che si liberino da soli, gli iraniani, se ne sono capaci. E comunque qualunque altro governo, se avesse centomila contestatori in piazza, sparerebbe loro addosso. Sono le regole del potere, le uniche funzionanti perché basate sui rapporti di forza.
Questo cinismo da bottegai spacciato per lucidità e persino per anticonformismo potrà forse sedurre un algoritmo, ma mi rifiuto di credere che possa far breccia in chi non è accecato dalla faziosità. Siamo fatti anche d’altro: emozioni, slanci, ideali. Scendere in piazza contro un regime bigotto e sanguinario aiuterebbe comunque gli oppositori: li farebbe sentire meno soli. Di sicuro aiuterebbe chi scende in piazza a ricordarsi che il mondo e la vita funzionano in tanti modi diversi. Come una scatola di cioccolatini, direbbe sempre Forrest Gump, l’unico esperto di geopolitica di cui, a questo punto, mi fido.
(da Corriere della Sera)
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