Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
HEGSETH AVEVA CERCATO DI SANZIONARE KELLY PER UN VIDEO, IN CUI ESORTAVA IL PERSONALE MILITARE A RIFIUTARE ORDINI CHE RITENEVANO ILLEGALI
Il senatore dem Mark Kelly ha intentato causa contro il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, accusandolo di aver violato la Costituzione per aver cercato di sanzionarlo a causa di un video in cui esortava il personale militare e dei servizi segreti statunitensi a rifiutare ordini illegali
La causa, che vede come imputati Hegseth, il Dipartimento della Difesa, il Segretario della Marina John Phelan e il dipartimento da lui diretto, afferma che le loro azioni “violano numerose garanzie costituzionali e non hanno fondamento giuridico. Non dovrebbero pertanto avere seguito”.
Kelly, veterano decorato della Marina ed ex astronauta, ha chiesto alla corte di dichiarare “illegale e incostituzionale” la lettera di censura inserita nel suo fascicolo, così come i tentativi di ridurre potenzialmente il suo grado militare in pensione e, di conseguenza, la sua pensione.
(da agenzie)
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Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
HALLISSEY HA PROVOCATO GLI AUTISTI MOSTRANDO, IN PIAZZA, LA COSA CHE PIÙ ODIANO: CIOÈ IL POS, CHE NON GLI PERMETTE INCASSARE A NERO … A QUEL PUNTO È SUCCESSO IL FINIMONDO: I MANIFESTANTI LO HANNO RINCORSO URLANDO “PEZZO DI MERDA”…ESILARANTE CHE SE LA PRENDANO CON LA MELONI DOPO CHE L’HANNO VOTATA IN MASSA
“Abbiamo deciso di manifestare pacificamente insieme a Ivan Grieco contro lo sciopero
nazionale taxi indetto dalla categoria oggi mostrando cartelli con scritto ‘basta lobby’ e con dei pos da offrire agli stessi tassisti. È inconcepibile che una delle lobby più tutelata d’Italia protesti chiedendo ancora più privilegi, scagliandosi contro le multinazionali invece di prendere atto della sostanziale assenza di concorrenza e degli enormi disservizi provocati ai cittadini – per non parlare dei redditi dichiarati bassissimi.
La risposta è stata un’aggressione pesantissima da parte dei tassisti che hanno sfondato la piazza e tentato di superare le forze dell’ordine per raggiungerci tra sputi e calci. La dimostrazione ancora una volta che non possiamo continuare a tutelare questa lobby vergognosa ai danni dei cittadini”. Lo afferma Matteo Hallissey presidente di +Europa e Radicali.
La protesta dei tassisti, nel giorno dello sciopero nazionale, arriva davanti alla sede del Parlamento. Con esplosione di petardi, slogan contro la premier Meloni definita ‘l’americana’. E tensioni quando Matteo Hallisey, presidente di +Europa e dei Radicali italiani, è arrivato in piazza Montecitorio con un pos in mano contro la schiavitù della “lobby” dei taxi.
La situazione appare sotto controllo ma resta tesa e la piazza davanti a palazzo Chigi è stata chiusa. “Le Iene uguale Mediaset. Forza Italia amici di banche e multinazionali “, si legge su un altro cartello.
(da agenzie)
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Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
TRA IL 2019 E IL 2022 HA AVUTO CONTRATTI CON LA DIFESA PER 12 MILIONI E NEL 2024 È ENTRATO NEL PROGRAMMA DA 200 MILIONI DI POTENZIAMENTO DEI MEZZI DELLE FORZE SPECIALI DELL’ESERCITO, GUIDATE DAL CAPO DI STATO MAGGIORE CARMINE MASIELLO … “DOMANI”: “PERCHÉ NONOSTANTE LE ‘CRITICITÀ GESTIONALI’ E I DEBITI CON BANCHE E ALTRI CREDITORI, TEKNE CONTINUA A OTTENERE FONDI PUBBLICI? COSA SI NASCONDE DIETRO AL BUSINESS DELL’AZIENDA CHE NON RIESCE A SUPERARE LA CRISI?”
Da un lato gli affidamenti diretti e le commesse milionarie ottenute nel corso del tempo. Dall’altro le procedure relative alle possibili acquisizioni da parte di grandi aziende. Sono numerosi gli aspetti che i pm di Roma stanno accertando su Tekne, l’azienda abruzzese specializzata nella produzione di autobus, blindati militari e camion.
La procura capitolina ha infatti aperto un fascicolo d’indagine sulla spa i cui bilanci in rosso, come raccontato ieri da Domani, non ne hanno bloccato gli affari.
L’esposto
L’inchiesta è partita da un esposto, depositato sulle scrivanie dei magistrati romani, che descriveva un quadro dei conti economici della spa che, nonostante difficoltà finanziarie, continuava (e continua) a fare incetta di commesse da parte di regioni, comuni e altri enti pubblici. Timori sui conti di un gioiellino della nostra industria militare che sarebbero circolati anche all’interno del ministero della Difesa, che segue da vicino le vicende della società.
Ministero con cui Tekne, dal 2019 fino al 2022, tramite il segretariato generale della Difesa e la Direzione nazionale degli armamenti, ha sottoscritto contratti per un valore complessivo di 12 milioni. Negli anni successivi al 2022, tuttavia, la collaborazione è scemata: ad agosto 2025 l’azienda ha ottenuto un affidamento diretto di soli 30mila euro per la fornitura di materiale tipografico dal dicastero di via XX Settembre.
Non è stato così con l’Esercito, guidato dal capo di Stato maggiore Carmine Masiello. Solo nel 2024 Tekne, fondata nel 2002, è riuscita a entrare nel programma da 200 milioni di potenziamento dei mezzi della Brigata paracadutisti Folgore e delle Forze speciali dell’esercito, oggi guidato sempre dal generale Masiello
«Il programma permetterebbe di consolidare la posizione industriale della società Tekne con attesi impatti positivi sull’occupazione in un settore altamente specializzato», si legge nella determina di due anni fa. Un atto che, a vedere l’ultimo bilancio, non sembra però aver migliorato le sorti dei conti.
Il bilancio
«Perdite pari a 32,7 milioni» e un volume d’affari «sceso a euro 33,6 milioni rispetto ai 50,9 milioni del 2023», dicono i documenti presentati da Tekne. E poi «inefficienze operative, disallineamenti temporali nei flussi finanziari e un progressivo incremento dell’esposizione debitoria».
Perché, dunque, nonostante le «criticità gestionali» e i debiti con le banche e gli altri creditori, Tekne continua a ottenere fondi pubblici? Cosa si nasconde dietro al business dell’azienda che non riesce a superare la crisi? Le bocche, da parte di chi sta indagando da molto tempo, sono cucite.
La compravendita
Socio di maggioranza e amministratore delegato di Tekne è Ambrogio D’Arrezzo, imprenditore abruzzese che ha affari anche nel settore del turismo. È, ad esempio, amministratore unico di Compagnie delle isole srl, con sede legale a Olbia, in Sardegna. La srl, tra le altre cose, gestisce la costruzione e la vendita di immobili.
Proprio D’Arrezzo sperava di migliorare la situazione della sua azienda in crisi vendendola all’estero: all’americana Nuburu, che l’imprenditore, descritto come assiduo frequentatore dei salotti romani, aveva individuato come partner perfetto per rilanciare la società.
L’affare sembrava fatto. Ma su Tekne, ad agosto scorso, l’esecutivo Meloni ha esercitato il golden power e con un decreto ad hoc ha detto no alla cessione del 70 per cento agli americani, in nome del made in Italy da preservare e dell’«interesse strategico nazionale».
A golden power esercitata, la crisi aziendale tuttavia resta aperta. Da qui la nuova strategia del governo, che sta valutando l’ingresso attraverso Invitalia o insieme a un’altra azienda nazionale. La partita è aperta e in mano al ministero del Made in Italy e delle imprese guidato da Adolfo Urso, dove si stanno tenendo riunioni e confronti. La spa, che solo l’anno scorso ha chiuso la composizione negoziale della crisi con gli istituti bancari e gli altri creditori, verrà salvata? Di certo, l’inchiesta
che la riguarda potrebbe svelare nuovi elementi sul suo conto.
(da Domani)
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Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
DETTORI È STATO PER ANNI SUPERVISORE DEL BLOG DELLE STELLE E UNO DEGLI ARCHITETTI DELLA COMUNICAZIONE GRILLINA, PER POI DIVENTARE CONSULENTE DI LUIGI DI MAIO ALLA FARNESINA. ALLORA, PER IL SUO INCARICO, FINÌ NEL MIRINO DEI PARLAMENTARI DI FRATELLI D’ITALIA. CHE ORA LO CHIAMANO COME RESPONSABILE DELLA CAMPAGNA DIGITAL E SOCIAL DEL COMITATO PER IL SÌ
Giorgia Meloni arruola anche l’ex punta di diamante della comunicazione del Movimento 5 stelle
per la campagna elettorale del Sì al referendum sulla separazione delle carriere. Sta prendendo forma la macchina elettorale del comitato (FdI) in vista del voto.
L’ex direttore del Giornale Alessandro Sallusti sarà portavoce del comitato. Ma la novità è l’arrivo in squadra di Pietro Dettori, già braccio destro di Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo.
È stato per anni supervisore del blog delle Stelle.
Ora al fianco di Meloni sarà responsabile della campagna digital e social del comitato per il Sì, in accoppiata con il meloniano Andrea Moi, responsabile comunicazione di FdI. Dettori è stato inoltre in passato consulente (ben pagato) dell’ex ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
Finendo proprio nel mirino dei parlamentari FdI. Ma i tempi cambiano.
(da Domani)
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Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
LA LIBERAZIONE È POI ANCORA SLITTATA PER UNA SERIE DI “SCIATTERIE” E SCIVOLONI. L’ULTIMO È LA TELEFONATA DI MELONI A MARIA CORINA MACHADO, PRIMA C’ERA STATA LA DICHIARAZIONE CON CUI SI DEFINIVA “LEGITTIMO” L’INTERVENTO USA … DAL VATICANO A ZAPATERO, LULA E PERFINO BOBO CRAXI: TUTTI I “MEDIATORI”
All’inizio la moneta di scambio pretesa da Nicolás Maduro era l’ex ministro chavista Rafael Dario Ramirez, già responsabile dell’Economia e del Petrolio tra il 2002 e il 2014 e presidente della compagnia statale per l’estrazione del greggio, poi ministro
degli Esteri e rappresentante del suo Paese presso l’Onu. Battaglia persa in partenza. Dopo essere diventato un oppositore del successore di Chavez, infatti, Ramirez è riparato in Italia: nel 2020 il Venezuela ne ha chiesto l’estradizione, ma nel 2021 lui ha ottenuto lo status di rifugiato politico. Niente rimpatrio, quindi.
A quel punto Caracas ha avviato una partita giudiziaria italiana, tramettendo alla Procura di Roma carte che hanno fatto aprire un procedimento penale a suo carico con l’accusa di peculato e riciclaggio per presunti investimenti con denaro di provenienza illecita, ma a maggio 2024 i pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione. Accordata dal giudice a settembre.
Nel frattempo, a luglio Maduro era stato rieletto presidente per la terza volta, con elezioni contestate dall’opposizione e non riconosciute da gran parte dei Paesi occidentali, e a novembre 2024 — due mesi dopo il mancato processo a Ramirez — in Venezuela sono stati arrestati Mario Burlò e Alberto Trentini. A tre giorni di distanza l’uno dall’altro, senza accuse formali.
Di fatto un doppio sequestro come ritorsione per la protezione concessa all’ex ministro divenuto nemico del regime.
Il lavoro diplomatico e di intelligence sulla sorte dei due detenuti-ostaggi ha reso subito chiaro che cosa voleva in cambio il governo venezuelano, ma c’era l’ostacolo insormontabile di una magistratura indipendente che aveva già preso le sue decisioni. Non più revocabili o aggirabili.
Così le richieste mediate dai servizi di sicurezza si sono spostate sul piano politico: il riconoscimento italiano del governo Maduro.
L’informazione decisiva arriva nella serata di venerdì 9 gennaio. Dal Venezuela fanno sapere che lo spazio aereo può essere aperto, che un aereo italiano può atterrare a Caracas per riportare a casa i prigionieri.
È il segnale che a Roma aspettavano da mesi. Non una promessa, ma qualcosa che le assomiglia abbastanza da far capire che stavolta potrebbe essere davvero quella buona.
Poche ore prima si era consumato il passaggio più delicato. Tra le 9.30 e le 10.30 di venerdì, a Palazzo Chigi arriva una valutazione chiara: la presidentessa Delcy Rodríguez non ha preso bene la telefonata di Giorgia Meloni a María Corina Machado. A Caracas è stata letta come un atto ostile.
La tensione è risalita, il dossier Trentini rischia di bloccarsi ancora una volta. È a quel punto che la presidente del Consiglio, d’accordo con il sottosegretario Alfredo Mantovano decide di cambiare passo. Viene scritta una nota che, nei fatti, offre il riconoscimento al governo venezuelano. È ciò che dall’inizio Caracas chiedeva. Ed è quello che di fatto dà il via all’operazione «Trentini libero».
Non basta subito a sciogliere tutto. Anche perché una situazione molto simile si era già verificata a fine ottobre. Repubblica è in grado di raccontare che, dopo il patteggiamento di Alex Saab — l’ex ministro venezuelano imputato in Italia per riciclaggio, reato per il quale ha patteggiato una pena insieme con la moglie — tutto sembrava pronto per la liberazione di Alberto Trentini.
I venezuelani avevano predisposto i passaggi operativi. Poi, all’ultimo momento, era intervenuto Nicolás Maduro in persona, bloccando tutto. Aveva avanzato richieste, con tanto di bozza di comunicati, che in quel frangente erano giudicate impossibili da accettare: si chiedeva all’Italia di prendere le distanze da Donald Trump, che in quei giorni aveva cominciato ad attaccare duramente il Venezuela
Si chiedeva all’Italia di disconoscere la posizione degli Stati Uniti, come in parte aveva fatto la Francia di Macron, che non a caso ottenne in quelle ore la liberazione di un prigioniero. Meloni, invece, resta sulla linea degli Usa.
Dopo la caduta di Maduro, Antonio Tajani — che con Maduro aveva avuto in passato rapporti difficili e che dal regime venezuelano aveva ricevuto anche minacce personali — chiede che vengano riaperti tutti i canali. Si rivolge al segretario di Stato americano Marco Rubio. È in quel contesto che il nome di Trentini viene inserito nella lista dei prigionieri da «liberare».
Nel frattempo si muovono altri livelli. Ha un ruolo importante l’ex ambasciatore venezuelano Rafael Lacava, oggi governatore dello stato di Carabobo, che in passato aveva lavorato come mediatore con Maduro e che vanta un rapporto diretto con Rodríguez.
Si cercano tutti coloro che hanno sponde in Venezuela. Bobo Craxi, per esempio, forte di vecchi rapporti con gli uomini di Maduro dai tempi dell’Expo. Si aprono i canali dell’intelligence: l’Italia si rivolge a servizi stranieri in buoni rapporti con Caracas per creare un ponte che viene costruito.
Capiscono che, caduto Maduro, è venuto meno il veto. Ci sono abboccamenti con José Luis Rodríguez Zapatero. Il presidente brasiliano Lula si muove in autonomia e spiega agli amici venezuelani che Trentini è ormai «un prigioniero globale», che
la sua liberazione può rappresentare un cambio di credibilità del Venezuela nello scenario internazionale. Si attiva anche la diplomazia ecclesiastica: in tanti si occupano del dossier senza passaggi risolutivi ma con una presenza costante.
In mezzo a questo groviglio di fatti va registrata una lista di «sciatterie», come le definiscono fonti vicine al dossier, o forse meglio veri e propri scivoloni che hanno causato non pochi intoppi in questa vicenda.
La telefonata di Meloni a Machado è solo l’ultimo. C’è stata la dichiarazione con cui si definiva «legittimo» l’intervento Usa, circostanza che tra l’altro ha causato anche mal di pancia nella maggioranza, con la Lega assai perplessa.
Ma andando indietro nel tempo, prima c’erano state dichiarazioni durissime contro il Venezuela, alle quali poi si è cercato di porre rimedio con altri interventi riparatori — per esempio dei sottosegretari agli Esteri Cirielli e Silli — ma tardivi. Nel percorso che ha portato alla liberazione di Alberto Trentini tutto viene registrato, tutto ha pesato. E l’aereo che ieri notte è partito da Caracas ne è il più felice finale.
(da Corriere della Sera e Repubblica)
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Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
LA CONDANNA DELLA UE
“Almeno 12mila persone, molte under 30, sono state uccise” nelle proteste in Iran. A riportarlo è
Iran International, in quello che la testata di opposizione basata a Londra definisce “il più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran, avvenuto in gran parte nelle notti dell’8 e 9 gennaio”.
La stima del comitato editoriale di Iran International si basa “su un’analisi esclusiva di fonti e dati medici” e la sua diffusione è stata “ritardata fino alla convergenza delle prove”: è stata fatta su un’analisi in più fasi di notizie da più fonti, “tra cui una vicina al Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale”.
Le vittime secondo il regime
Un funzionario iraniano ha riferito invece alla Reuters che sarebbero circa 2mila le persone uccise nelle proteste, precisando che nel bilancio sono compresi anche membri delle forze di sicurezza e attribuendo le morti all’azione di “terroristi”. Le ultime stime dell’ong statunitense Human Rights Activists News Agency riferivano di almeno 646 vittime, ma il blackout di internet che da giorni colpisce il Paese rende difficile ottenere dati completi e verificare in modo indipendente le informazioni.
Le reazioni internazionali
La repressione provoca la dura condanna internazionale. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha detto di essere “inorridito”: “L’uccisione di manifestanti pacifici deve cessare ed è inaccettabile etichettare i manifestanti come ‘terroristi’ per giustificare la violenza contro di loro”, ha affermato in una dichiarazione.
E il cancelliere tedesco Friedrich Merz dichiara: “Quando un regime si mantiene al potere soltanto con la violenza è di fatto alla fine. Io ritengo che stiamo assistendo alle ultime giornate e alle ultime settimane di questo regime”.
Dura anche la presa di posizione della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, che su X scrive: “Il crescente numero di vittime in Iran è terrificante. Condanno inequivocabilmente l’uso eccessivo della forza e le continue restrizioni della libertà. L’Unione Europea ha già inserito l’intero Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica nel suo regime di sanzioni per violazione dei diritti umani. In stretta collaborazione con l’Alta rappresentante Kaja Kallas saranno rapidamente proposte ulteriori sanzioni ai responsabili della repressione. Siamo al fianco del popolo iraniano che sta coraggiosamente marciando per la propria libertà”.
(da agenzie)
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Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
IN PRIMO GRADO, IL TRIBUNALE HA RITENUTO LE PEN RESPONSABILE DI AVER ARCHITETTATO UN SISTEMA PER METTERE LE MANI SUGLI STIPENDI VERSATI DAL PARLAMENTO EUROPEO AI SUOI EURODEPUTATI – LA NUOVA SENTENZA E’ PREVISTA PER QUEST’ESTATE… MA BARDELLA RACCOGLIE MAGGIORI CONSENSI DI LEI
Si apre oggi alle 13:30 nel palazzo di Giustizia di Parigi il processo in appello nei confronti di Marine Le Pen, del Rassemblement National e di altri 11 accusati nel caso degli assistenti del partito all’Europarlamento, una vicenda nella quale la leader di estrema destra si gioca la possibilità di presentarsi alle presidenziali 2027 e il suo futuro politico. Il processo dovrebbe durare fino all’11 febbraio, la sentenza è attesa per la prossima estate, lasciando così, nel migliore dei casi per la Le Pen, una finestra molto breve per l’ipotesi di una candidatura all’Eliseo.
Tre volte sconfitta alle presidenziali, Marine Le Pen, 57 anni, è stata condannata per appropriazione indebita di fondi pubblici lo scorso 31 marzo dal tribunale di Parigi a 4 anni di carcere di cui due senza condizionale (con il braccialetto elettronico), 100.000 euro di ammenda e 5 anni di ineleggibilità con “esecuzione provvisoria”, cioè da scontare immediatamente, come nel caso dell’ex presidente Nicolas Sarkozy. Una condanna che Le impedirebbe di presentarsi alla corsa all’Eliseo, dove i sondaggi la danno al momento favorita qualunque sia il suo avversario.
I giudici di prima istanza hanno ritenuto Marine Le Pen colpevole di aver messo in piedi un “sistema”, fra il 2004 e il 2016, per mettere Le mani sugli stipendi versati dal Parlamento europeo ai suoi eurodeputati, somme destinate a remunerare gli assistenti del partito (allora Fn, Front National) nel quadro delle loro funzioni a Bruxelles e a Strasburgo. Secondo l’accusa, invece, gli assistenti lavoravano in realtà unicamente per il partito o addirittura per i loro dirigenti.
Il tribunale ha quantificato il danno arrecato alle casse delle istituzioni europee in 3,2 milioni di euro dopo aver sottratto 1,1 milioni già rimborsati da una parte dei 25 imputati. Dodici dei
quali hanno rinunciato a ricorrere in appello nonostante la condanna subita, e fra questi la sorella della leader del Rn, Yann Le Pen. Sul banco degli imputati, invece, accanto a Marine Le Pen, ci saranno, fra gli altri, il suo ex compagno Louis Aliot, sindaco di Perpignan, il deputato Julien Odoul, l’eurodeputato Nicolas Bay e il dirigente Bruno Gollnisch.
La sua difesa insiste sulla “non intenzionalità” di commettere i reati di cui è accusata, senza negare in blocco i fatti. Anche se la leader del Rn non ha abbandonato la speranza di essere assolta, esiste anche la possibilità che una condanna non Le impedisca di presentarsi candidata. Ma a condizione che sia inferiore a 2 anni e che non Le venga imposto il braccialetto elettronico, idealmente incompatibile con la campagna elettorale.
L’imputata ha comunque già dichiarato che la decisione della Corte d’appello stabilirà qual è il suo futuro, senza attendere l’eventuale decisione della Cassazione. Dopo la condanna in prima istanza, i suoi sondaggi di popolarità in vista delle presidenziali sono peggiorati, a favore del presidente del partito e suo “delfino”, Jordan Bardella.
Nell’ultima indagine, pubblicata domenica, il 49% dei francesi affermano che è proprio Bardella ad avere Le maggiori possibilità di vincere Le presidenziali, mentre soltanto il 16% pensa la stessa cosa della Le Pen. Bardella sarebbe anche “un miglior presidente della repubblica rispetto a lei” per il 30% degli interrogati nel sondaggio, contro il 22% che pensano il contrario.
(da agenzie)
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Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
DALL’EX PRESIDENTE RAI PETRUCCIOLI ALL’EX MINISTRO CESARE SALVI FINO ALLA RIFORMISTA DEM PINA PICIERNO E AL PROFESSOR CECCANTI, C’E’ UNA SINISTRA CHE VOTERA’ SI’ AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA
Sul palco ci sono tanti esponenti storici di una sinistra un po’ âgée , rigorosamente a filiera corta
Pci-Pds-Ds, che però, all’unanimità, rivendicano «coerenza». Il Pd dice di votare No al referendum sulla Giustizia? «Questa riforma appartiene a un patrimonio del centrosinistra: è il completamento ineludibile della riforma Vassalli», va subito al punto Augusto Barbera.
Il presidente emerito della Corte costituzionale, già 4 volte deputato con Pci e Pds, è il profilo più alto tra le decine di persone arrivate a Firenze per «La Sinistra che dice sì», l’iniziativa lanciata dal costituzionalista Stefano Ceccanti e da Enrico Morando, il tandem che guida i riformisti di Libertà eguale, con il professor Carlo Fusaro.
Barbera pesa ogni parola, ma è deciso: «A marzo non si vota né a favore del governo Meloni né contro — avverte —. Ci saranno altre occasioni per poter giudicare questo governo, a partire dalle elezioni politiche del prossimo anno».
Parole che fotografano meglio di altre il conflitto irrisolto all’interno della sinistra e del Pd, la cui anima garantista fatica ancora a prevalere rispetto a quella più giustizialista. «La riforma della corte disciplinare per i magistrati era nel programma del
2022 del Pd», incalza infatti Ceccanti, ex senatore dem riformista. In sala arriva anche Cesare Salvi, ex ministro che dopo una storia a sinistra rifiutò di confluire nel Pd: «Chi dice di votare No per mandare a casa Meloni ha un atteggiamento sbagliato. E lo dice uno che è nettamente all’opposizione di questo governo — riflette —. Io dico no al derby della premier contro i magistrati. Oggi dobbiamo assumere il punto di vista del cittadino, il suo diritto alla difesa, che con questa riforma sarà ancora più garantito».
Sferzanti le parole di Claudio Petruccioli, altro volto storico del Pci ed ex presidente della Rai, che la mette così: «È vero che chi vota Sì rischia di confondersi con Meloni, ma chi vota No oggi rischia di mettere il timbro sulla sinistra che si organizza sull’asse Landini-Conte». Applausi.
Pina Picierno, prima linea dei riformisti dem, i conti con il suo partito dovrà farli nel 2029 e da Bruxelles va ancora una volta controcorrente rispetto alla sua segretaria Elly Schlein: «Occorre uscire dalla tenaglia ideologica che soffoca il dibattito italiano, quella fra garantismo e giustizialismo — incalza la vicepresidente del Parlamento Ue —. La stagione delle riforme del processo penale è stata una battaglia della sinistra riformista da sempre. Perché senza giustizia credibile non c’è coesione sociale e non c’è democrazia».
A sposare le ragioni del “sì”, infatti, ci sono anche Più Europa (a Firenze ci sarà Benedetto Della Vedova), il Partito socialista di Enzo Maraio e un bel pezzo di Italia Viva: Matteo Renzi ufficialmente lascia libertà di voto per non indispettire gli alleati, ma oggi all’iniziativa fiorentina arriverà la sua capogruppo al Senato, Raffaella Paita, che dice di sentirsi «coerente con quello che ho sempre sostenuto e che la sinistra ha sempre sostenuto». Parole che lasciano pochi dubbi sull’orientamento dei renziani e certificano, dunque, la divisione della coalizione che ha stravinto, ad esempio, le ultime elezioni regionali in Campania: Pd, M5s e Avs da una parte, IV, Più Europa e Psi dall’altra.
(da agenzie)
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Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
L’ACCELERAZIONE IMPRESSA DA FRATELLI D’ITALIA PER INTRODURRE IL SISTEMA PROPORZIONALE CON PREMIO DI MAGGIORANZA SI È INFRANTA CONTRO IL MURO DEGLI ALLEATI CHE TEMONO DI FINIRE CANNIBALIZZATI DAL PARTITO DELLA PREMIER… TEMONO CHE, UNA VOLTA APPROVATA LA RIFORMA, LA DUCETTA CEDA ALLA TENTAZIONE DI ANDARE A ELEZIONI ANTICIPATE
«Non è una priorità». L’altolà della Lega sulla legge elettorale rischia di scombinare i piani di Giorgia Meloni. L’accelerazione impressa dai Fratelli per introdurre il sistema proporzionale con premio di maggioranza si è subito infranta contro il muro degli alleati. Impegnati in una dura trattativa interna per evitare di finire cannibalizzati dal partito della premier, che con l’abolizione dei collegi uninominali punta a fare il pieno dei seggi a scapito loro, Matteo Salvini e Antonio Tajani si son messi di traverso.
Spinti anche dal timore che, una volta approvata la riforma, la capa del governo ceda alla tentazione di anticipare le politiche.
Da giorni Giovanni Donzelli, numero due di FdI, è in pressing per depositare il testo entro febbraio e chiudere la partita prima dell’estate. Un colpo di freno addirittura più brusco di quello preannunciato dalle opposizioni, che Meloni ha comunque in animo di consultare, dopo aver sciolto tutti i nodi che però a destra faticano ancora a districare.
È in questo quadro di forti tensioni che si inscrive l’avvertimento lanciato ieri da Stefano Candiani, deputato fra i più vicini al segretario federale: «Per noi la legge elettorale non è una priorità, man mano che ci si avvicinerà alla scadenza della legislatura diventerà un tema», rallenta ai microfoni di Start.
«Se verrà affrontato con le minoranze sarà una cosa auspicabile e che chiediamo anche noi al governo», aggiunge, «a patto che la prospettiva non sia di mettere l’Italia ancora in stallo per i giochi di palazzo e far eleggere un presidente di sinistra», attacca per dissimulare la zeppa leghista. Ragionamento speculare a quello fatto da Tajani ai suoi: «In cima all’elenco delle nostre priorità c’è il referendum», spiega ai forzisti riuniti in vista della consultazione del 22 e 23 marzo: «Se serve più tempo per la legge elettorale prendiamocelo, l’importante è non litigare durante la campagna per il sì alla separazione delle carriere». La madre di tutte le battaglie per i berlusconiani.
(da Repubblica)
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