Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
220 STUDENTI DI MEDICINA AMMESSI CON L’UNIVERSITA’ TOR VERGATA DI ROMA SONO STATI ”ASSEGNATI” ALLA SEDE DI TIRANA E COSTRETTI A PAGARE RETTE ALTISSIME… MA LA NOSTRA E’ PUBBLICA, QUELLA ALBANESE E’ PRIVATA: CHI HA AVUTO LA FOLLE IDEA DI UNA SEDE DISTACCATA A PAGAMENTO?
Polemica sul caso dei 220 studenti del semestre-filtro a Medicina assegnati alla sede albanese
dell’Università di Roma Tor Vergata e costretti a pagare rette altissime, che raggiungono i 9.650 euro. La ministra dell’Università Anna Maria Bernini ha dichiarato di aver parlato con il rettore a cui ha chiesto di intervenire per risolvere la situazione.
Perché più di 200 studenti sono stati assegnati in Albania: cos’è successo
Ma partiamo dall’inizio. I 220 studenti in questione hanno superato il semestre-filtro e sono entrati nella graduatoria nazionale di Medicina, pubblicate nelle scorse settimane. Tuttavia, le sedi della facoltà dell’università Tor Vergata sono due: una a Roma e l’altra a Tirana.
Questa possibilità, spiegano dall’ateneo, è stata riconosciuta per l’anno accademico 2025-2026 grazie all’università di Nostra Signora del Buon Consiglio di Tirana, con cui è stato attivato un percorso congiunto (il cosiddetto Joint Degree) allo scopo di allargare il numero di posti disponibili per i futuri studenti.
Per i ragazzi e le ragazze assegnati alla sede albanese tuttavia, è arrivata una brutta sorpresa. Le rette da pagare per frequentare la facoltà albanese sono altissime: 9.650 euro l’anno. Questo perché si tratta di un’università privata, con costi più alti rispetto all’ateneo romano (che invece è pubblico).
La versione dell’ateneo romano
Da Tor Vergata si difendono sottolineando che le informazioni erano state chiarite al momento dell’iscrizione e quindi conoscibili dai futuri studenti. “Nella pagina web dedicata della facoltà di Medicina – affermano – sono evidenziati (addirittura in rosso per la sede di Tirana) i passaggi amministrativi successivi all’iscrizione in aggiunta a quelli già previsti dal MUR, per i candidati cittadini dei Paesi dell’Unione Europea, che hanno indicato tra le sedi scelte il Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Medicina e Chirurgia in joint degree con l’Università di Roma Tor Vergata presso la sede di Tirana – Università Cattolica Nsbc. il Joint degree prevede misure di accesso (i 3 esami del semestre filtro per questo anno accademico) proprie dell’ateneo romano, ma con le ulteriori formalità da espletare e soprattutto la retta da 9650 euro da pagare. Nella polemica di questi giorni sembrerebbe essere saltata da parte degli studenti la valutazione di questi passaggi amministrativi aggiuntivi legati alla sede di Tirana”.
L’intervento della ministra Bernini
Nel frattempo la ministra Bernini è intervenuta nella vicenda: “Considero sbagliata la scelta dell’università di Tor Vergata di applicare un livello di tassazione così elevato agli studenti assegnati alla sede di Tirana. Ho telefonato al rettore Nathan Levialdi Ghiron, che ho convocato per questa sera al ministero, e gli ho già evidenziato la necessità di un’immediata revisione di una richiesta che reputo incoerente con le finalità del semestre aperto e sproporzionata rispetto ai principi che devono guidare il sistema universitario pubblico”, ha dichiarato. “Un simile regime
di contribuzione è incompatibile con una piena ed effettiva attuazione del diritto allo studio, che deve essere garantito a tutte le studentesse e a tutti gli studenti, indipendentemente dalla sede di frequenza”.
Un primo compromesso sembra esser stato raggiunto. L’università infatti, ha annunciato di aver concordato con l’ateneo albanese la possibilità di una “rateizzazione in tre trance della retta annuale”.
L’appello degli studenti: “Aiutateci, rischiamo di perdere il posto”
Gli studenti però, chiedono aiuto. “Sono una studentessa del semestre filtro di medicina ,di Napoli e sono una dei 220 ragazzi che sono stati assegnati alla sede di Tirana dell’università Tor Vergata di Roma”. Il messaggio, condiviso dal deputato Francesco Emilio Borrelli su Facebook, è firmato da Gaia Gargiulo. “Ignara come tutti noi che quella sede universitaria fosse in realtà un campus privato che niente ha a che vedere con le politiche economiche universitarie italiane che devono seguire dei criteri di tassazione relativi alle possibilità finanziarie italiane, con una retta molto più onerosa che ammonta a 9.650 euro all’anno”, si legge.
La studentessa fornisce una versione differente da quella dell’ateneo. “Abbiamo avuto un brutto scherzo con Tirana perché era risaputo che l’università fosse privata, ma il nome è Nostra Signora del Buon Consiglio, mentre nella scelta delle sedi c’è scritto Tor Vergata – sede Tirana, che ha fatto pensare fosse una succursale dell’università di Tor Vergata. Tanto che nessuno dei miei colleghi era a conoscenza di queste tasse così alte. Non è stato capito il perché sia stata inserita così. Sembra una presa in giro perché adesso, personalmente, sono costretta a rinunciare al mio posto senza la possibilità di essere assegnata ad una sede italiana, venendo ingiustamente esclusa dalle liste nonostante l’idoneità raggiunta con fatica e studio”, scrive. Infine l’appello: “Vi chiedo se ci sarebbe la possibilità di intervenire a tutela di noi studenti per darci una mano a trovare una soluzione perché siamo stati privati del nostro diritto allo studio”.
Faraone (Iv): “Tor Vergata in Albania? È Medicina off-shore”
Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva, ha commentato così l’accaduto: “Dopo i migranti in Albania adesso tocca agli studenti universitari, con una trovata geniale: ‘Roma Tor Vergata’ per alcuni significa ‘Tirana’. Pensavi di studiare a mezz’ora da casa, ti ritrovi oltre Adriatico. Una specie di ‘Medicina offshore’: non per scelta, per assegnazione”, ha scritto “I 220 finiti in Albania non sono figli del caso. Sono ragazzi e ragazze che occupano le posizioni più basse dell’elenco: sulle tre prove di Chimica, Fisica e Biologia hanno ottenuto la sufficienza in due materie o, nel 90% dei casi, in una sola”, ha aggiunto. “È la selezione che non dice di no, ma dice: ‘Vai piu’ lontano’. La ministra Anna Maria Bernini potrà dire che era tutto scritto, tutto pubblicato, tutto trasparente. Ed è vero. Il punto non è l’Albania, che non c’entra nulla e non ha colpe. Il punto è il riflesso automatico del governo: non costruire soluzioni, costruire spostamenti. Non fare capacità amministrativa, fare geografia. Così abbiamo inventato la nuova politica pubblica: la delocalizzazione dei problemi”, ha concluso.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
24 ANNI, 22 MESI DI PRIGIONIA, I CRIMINALI ISRAELIANI LO HANNO PICCHIATO FINO A ROMPERGLI LA SPINA DORSALE… DEDICATO A QUELLA FOGNA SOVRANISTA CHE VA A STRINGERE LA MANO A UN ASSASSINO A CAPO DI UNA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE
Ha un sorriso fragile, testimone della tenerezza di vivere o forse dall’essere ancora in vita. Il corpo di Mohammed Nasim Abulaz, 24 anni, viene trasportato dalla madre sulla sua sedia a rotelle nella stanza. Entra in soggiorno, dove un cartellone di buon compleanno colorato spezza la rigorosa eleganza dei divani.
Mohammed sorride, di nuovo, e con delicatezza inizia a raccontare. “Sedici, due, duemilaventiquattro. Era venerdì il giorno in cui mi hanno preso”, dice, tirando su con fatica la
mano sinistra di cui ha perso quasi completamente il controllo, “stavo tornando da Nablus e mi hanno fermato al posto di blocco. Mi hanno fatto scendere dalla macchina. C’erano altri tre ragazzi con me, li hanno lasciati andare e hanno preso me”.
Iniziano spesso così le storie dei prigionieri palestinesi: rubati alla loro stessa vita in un giorno qualunque, in un momento qualunque, con una ragione qualunque. Spesso senza alcuna ragione. È il caso di Mohammed che resterà per 22 mesi in detenzione amministrativa, senza accusa né processo, all’interno delle carceri israeliane.
“Mi hanno portato per un mese al centro di detenzione militare di Asyon. Poi mi hanno trasferito a Ofer per l’interrogatorio. Da Ofer mi hanno portato nel Negev e nel Negev mi è successa questa cosa”, continua indicando quel corpo non più suo, completamente paralizzato dal busto in giù. “Stavo tornando dalla visita con l’avvocato e mentre mi trasferivano mi hanno colpito sulla schiena. Ero bendato, con le mani legate dietro e i piedi incatenati. Mi facevano camminare con la schiena piegata. Uno ha usato dei guanti con del metallo dentro. Mi ha dato un colpo solo, ma io ero debole, non avevo difese. Il colpo è arrivato al midollo spinale, spaccandomi la colonna vertebrale e lesionando per sempre il midollo”.
I militari israeliani lo riportano in cella, così com’è, con il corpo rannicchiato e la schiena spezzata. Dentro quella cella Mohammed rimane per un mese, senza avere neanche un antidolorifico. “Sono stato lì dentro un mese intero senza che facessero nulla, nonostante il dolore. Piano piano ho iniziato a perdere la sensibilità, non riuscivo più a camminare. Loro
dicevano che stavo scherzando, che facevo finta. Dopo quel mese, per due settimane mi hanno fatto scendere ogni mattina in clinica sulla sedia a rotelle. A volte mi picchiavano, a volte no. Mi facevano l’esame del sangue e delle urine e dicevano: ‘Non hai niente’, e mi riportavano indietro. Mi alzavano dalle manette, con mani e piedi legati, e mi buttavano a terra o dalle scale”.
Nel Negev Mohammed resta detenuto per undici mesi. Da agosto 2024 a fine giugno 2025. “Una mattina mi sono svegliato e non sentivo più la mano sinistra. Si apriva e si chiudeva in modo involontario. In clinica dicevano che non era niente. Due giorni dopo, mi sono svegliato e non sentivo più nulla dalla vita in giù. Nessuna sensazione, nessun movimento delle gambe. Dato che non riuscivo a urinare, mi hanno messo un catetere interno, e solo il giorno dopo mi hanno trasferito d’urgenza in ospedale”.
Dopo undici mesi Mohammed non ha altra scelta che fidarsi dei suoi carnefici: “Mi hanno detto: ‘O fai l’operazione o muori o rimani paralizzato'”. Intanto Mira, la madre, è a casa sua, a Ramallah, e non sa niente. Ha scoperto per caso dove fosse stato portato il figlio grazie a un altro prigioniero che era stato rilasciato e le ha detto dove si trovava Mohammed.
“Hanno fatto l’operazione senza chiedere il permesso a nessuno. Non potevamo comunicare con la famiglia, nessuno sapeva niente. Poi mi hanno spostato a Ramla. Ramla è un ospedale e un carcere insieme. Nessun altro carcere accetta uno sulla sedia a rotelle, per questo mi hanno portato lì. Ci sono rimasto quattro mesi. Mi davano solo antidolorifici, le medicine erano così di bassa qualità che i detenuti le scioglievano e le usavano come
colla. Spesso le guardie carcerarie mi spezzavano le pillole e me ne lanciavano metà per terra. Io dovevo prenderla da li”.
Mohammed vede di nuovo la luce del sole il 23 ottobre 2025. Il momento in cui Mira è l’unica a riconoscere il corpo del figlio ridotto in quel modo, con 53 chili in meno rispetto all’ultima volta che lo aveva visto, 22 mesi prima, quel venerdì.
Ora Mohamed soffre di una paralisi della parte inferiore del corpo e ha una debolezza funzionale alla mano sinistra. Non può più fare niente da solo, e probabilmente non potrà mai più. Ha un catetere interno che la madre svuota con cura quattro volte al giorno.
Ma il calvario di Mohammed non è un episodio isolato, è il prodotto di un sistema carcerario che, pur essendo già durissimo prima del 7 ottobre 2023, da quel giorno ha subito una mutazione definitiva. Secondo il Public Committee Against Torture in Israel (PCATI), oltre 9.200 palestinesi vivono oggi in condizioni che ammontano sistematicamente alla tortura.
“Tutti i cosiddetti prigionieri di sicurezza soffrono di pessime politiche nutrizionali, celle sovraffollate e isolamento totale dal mondo esterno, inclusa l’impossibilità di ricevere visite della Croce Rossa”, spiega Noam Gelman Hofstadter del PCATI. In questo perimetro di oblio, la figura del medico militare si staglia tra le ombre più inquietanti. Se Mohammed è oggi bloccato dentro il suo corpo è anche a causa dei medici che lo visitavano in clinica. “È una complicità sistematica”, denuncia Hofstadter, “sappiamo che nei centri di detenzione i medici di solito non firmano mai con i loro nomi la documentazione. I reclami non vengono presi sul serio e c’è una politica che impedisce ai
prigionieri di essere visitati in strutture civili esterne”.
Ma se per i residenti della Cisgiordania come Mohammed lo strumento repressivo principale resta la detenzione amministrativa, per i palestinesi di Gaza il quadro è ancora più estremo. La Legge sulla carcerazione dei combattenti illegali, da poco estesa fino a fine marzo 2026, ha creato per i prigionieri gazawi una categoria di “non-persone”: né civili né combattenti, privati delle tutele del diritto internazionale umanitario. Questa legge stabilisce fondamentalmente uno status giuridico dei prigionieri, dei detenuti, che è diverso da quello di un civile o di un combattente, le due categorie riconosciute dal diritto internazionale. È stata istituita per permettere allo Stato di arrestare e detenere persone senza essere obbligato a rispettare i diritti previsti dal diritto internazionale umanitario o dalla normale procedura penale. Quindi da un lato non sono considerati civili, e dall’altro non sono considerati combattenti. Questa legge permette allo Stato di trattenere oggi oltre 1.200 persone in un limbo dove l’incontro con un avvocato può essere negato per settimane e il controllo giudiziario è quasi inesistente. “Le norme di deroga dei diritti e la detenzione amministrativa sembrano destinate a restare a tempo indeterminato”, avverte il Comitato.
Al vertice di questa piramide di violenza si colloca la discussione sulla pena di morte. Da mesi alla Knesset, il parlamento israeliano, si lavora per rendere la morte una politica ufficiale per i cosiddetti Mechabel “terroristi”, eliminando ogni discrezionalità per i giudici. Eppure, la morte è già una realtà nelle carceri israeliane: dal 7 ottobre, circa 100 prigionieri sono
deceduti sotto custodia israeliana. “La norma del disprezzo per la vita dei prigionieri palestinesi è già, in una certa misura, stabilita”, commenta Hofstadter.
Oggi il militare israeliano che ha tirato quel pugno non è stato individuato, né denunciato. Continua a marciare tra le celle, protetto da un sistema che – tra medici complici e leggi di emergenza bellica perenni – ha trasformato la tortura in una norma burocratica. Mohammed, invece, è qui, in questo soggiorno di Ramallah, prigioniero di una sedia a rotelle.
Sognava di diventare dottore, di sanare le ferite degli altri. Oggi, il suo corpo paralizzato è la cicatrice più profonda di una terra dove la giustizia non esiste. “Desidero solo tornare a camminare”, conclude mentre con la stessa delicatezza con cui aveva iniziato mostra una sua vecchia foto: sorride, in piedi, in un giorno qualunque, in un momento qualunque.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
E’ UNA REALTA’ PRODUTTIVA CHE SI E’ ORMAI ACCORTA CHE SALVINI NON LA RAPPRESENTA… DA “PARTITO DEL FARE” A “PARTITO DEL CIANCIARE”
Il processo del Nord a Matteo Salvini è iniziato da un pezzo ma aspettiamoci che adesso, ai
blocchi di partenza di una campagna elettorale decisiva, si faccia più esplicito, quotidiano, insistente. Negli ultimi tre anni il Capitano si è perso per strada tutti gli atout che inorgoglivano il suo vecchio mondo di riferimento: efficienza, connessioni europee, rilevanza nelle sedi di governo. Lo ha fatto un po’ per inseguire il consenso, un po’ per incapacità di ripensarsi, ma comunque non sembra intenzionato a tornare indietro o a trovare soluzioni creative per recuperare i tratti identitari che hanno fatto le fortune della Lega.
L’idea del Carroccio come “partito del fare”, innanzitutto. Era quel mood pragmatico, risolutore di problemi, che aveva reso il leghismo credibile interlocutore delle aree più produttive del Paese. È affondato insieme al crash del progetto per il ponte sullo Stretto, all’impantanamento dei cantieri per cui si invoca un super-commissario, al disastro sistematico dei treni. Non è cosa da poco. Il dinamismo operativo ha cementato per decenni l’idea di sé del Nord: più europea che italiana, più in sintonia con la Baviera o la Vallonia che con la Calabria o la Campania.
Richiede impegno all’altezza, duro lavoro, cose che si vedono assai poco nel quotidiano del Capitano.
Ma anche quel tipo di sentimento generale, quel “sentirsi Europa” delle regioni di confine, è stato tradito dal populismo sovranista che Salvini ha scelto come cifra. Il Nord lo ha perdonato finché voti e sondaggi sorridevano e consentivano di dire: è solo grancassa, serve a prendersi Palazzo Chigi. Oggi che quell’ambizione è seppellita dai fatti e tutt’al più Salvini può aspirare al Viminale, l’imprenditore veneto o lombardo medio si chiede: ma come saremmo finiti se avesse comandato lui, uno che per compiacere Donald Trump ha definito i dazi un’opportunità e preferisce Viktor Orban ai nostri storici alleati e soci in affari?
E poi, il vero nervo scoperto del Nord: la scarsa capacità del leader leghista di incidere nei processi di governo. Se Umberto Bossi, benché minoritario, benché provocatorio, benché altamente rivendicativo, sedeva con Silvio Berlusconi davanti al caminetto di Arcore ogni settimana, Salvini non è riuscito a innescare un analogo rapporto con Giorgia Meloni. Anzi, il suo istinto competitivo lo ha reso una sorta di opposizione interna alla premier, che cerca luce contestandone in ogni sede le scelte.
In Europa sull’immigrazione, sul patto di stabilità, sul sostegno a Ursula von der Leyen. In Italia sugli aiuti all’Ucraina, sulla difesa, sugli accordi commerciali del Mercosur, sul Sud del mondo, e persino sul pacchetto d’ordine pubblico, con uno stucchevole braccio di ferro per assicurarsi il titolo del pugno di ferro più duro del reame.
Le contestazioni del Nord a Matteo Salvini sono alquanto quiete, ovattate, costruite con educate prese di distanza, ma hanno radici profonde e avranno effetti perché il Nord non è una categoria di pensiero o un vago segmento sociologico.
È una realtà produttiva, con interessi concretissimi, che in questa legislatura si ritiene mortificata e vuole avere più voce e rappresentanza nella prossima: lavorerà per ottenerle, con Salvini o a prescindere da lui.
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
ALLA FINE LASCIA SOLO MACERIE
Se il Cafone in Capo non avesse rapito e deposto Maduro, a quest’ora Alberto Trentini e gli altri prigionieri starebbero ancora marcendo nelle carceri venezuelane, scrive un lettore smanioso di ricordarci come la vita segua sentieri insondabili e anche la cattiveria possa produrre positivi effetti collaterali.
Senza dubbio Trump è un acceleratore di situazioni, l’interprete perfetto di questo nostro tempo consacrato al mito della velocità. Lui prima disfa e poi fa, prima maltratta e poi tratta. E, inseguendo senza scrupoli il suo interesse personale, talvolta finisce per fare, di rimbalzo, anche quello di persone di cui non gli importa assolutamente nulla.
Il suo blitz armato in Venezuela ha cambiato in meglio il destino di Trentini più di tanti appelli accorati e iniziative diplomatiche, al punto che qualcuno ne ha ricavato la conferma di quella linea di pensiero cinica e aggressiva, oggi particolarmente in voga, che esalta l’azione rispetto al dialogo e la spregiudicatezza rispetto alle lente fatiche del compromesso.
Ma la gratitudine che dobbiamo a quest’uomo per la liberazione del nostro connazionale non può farci dimenticare tutto il resto: il disprezzo delle regole, dei deboli, degli avversari e persino degli alleati.
Il fenomeno Trump va considerato alla stregua di un cataclisma. Un uragano che devasta l’ambiente, scoperchiando ogni cosa al suo passaggio: fogne e tesori. Anche se alla fine, di solito, gli uragani lasciano soprattutto macerie.
(da corriere.it)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
NON CI SI INDIGNA SOLO A SPICCHI, LE RAGAZZE IRANIANE MASSACRATE DEGLI INTEGRALISTI VALGONO QUANTO QUELLE DI GAZA ASSASSINATE DA NETANYAHU
A Teheran i manifestanti sono milioni e i morti sono centinaia, in gran parte ragazze e ragazzi, e
non sono scesi in piazza per Trump, per l’Occidente o quant’altro. Sono scesi in piazza per sé stessi, la loro libertà e il loro futuro, ben sapendo di rischiare la vita e la galera
Non so dire nel resto d’Europa, ma nei volonterosi presidi di piazza italiani (pochi, e non all’altezza della gravità della situazione) non c’era, ahimè, la travolgente mobilitazione, soprattutto giovanile, che nei giorni peggiori dello sterminio a Gaza ci ha dato la speranza di un ritorno di massa all’impegno politico per una causa giusta e, chissà, per tutte le cause giuste.
Azzardo una spiegazione: molti degli attivisti e dei centri di mobilitazione politica che vedono nella causa palestinese un punto alto e decisivo del conflitto tra neoimperialismo “bianco” e popoli oppressi, per loro limiti ideologici non sono in grado di rilevare quelle forme di oppressione, di repressione e di violenza di Stato che non rientrino in quello schema.
È come se gli mancasse un pezzo del radar. È per questa ragione che, almeno in Italia, non vedrete mai una bandiera palestinese a una manifestazione per la libertà delle donne iraniane.
Ho il sospetto aggiuntivo che nelle ragazze di Teheran disposte a morire pur di uscire di casa con i capelli sciolti, queste attiviste e questi attivisti non riconoscano loro sorelle in prima fila sul fronte della lotta al patriarcato; e vedano solo, o soprattutto, il pericolo di un “passaggio di campo” dell’Iran, che libero dall’orribile morsa teocratica che lo massacra potrebbe diventare un nemico in meno dell’odiato Occidente.
Posto che Occidente non significa più niente: varrebbe comunque, per tutte e per tutti, il principio che la libertà è meglio della tirannia, e il sangue sull’asfalto è sempre sangue.
Ma non sembra incidere, questo principio, nelle animose coscienze che si indignano solo a spicchi, a seconda che l’indignazione rientri oppure no nel loro orizzonte mentale.
(da repubblica.it)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
LA FERITA NON E’ SOLO LA RECLUSIONE, MA CIO’ CHE VIENE DOPO IL VUOTO, IL RIMORSO INUTILE, IL BISOGNO DI NON RICEVERE DOMANDE
Quando la prigione si apre la senti salire verso di te invisibile senza peso, dolce fiduciosa. Senti di nuovo il tuo sangue. Sale, sale è qualcosa di più: è la vita, mille volte mille volte perduta e mille volte benedetta, la vita perduta e riconquistata. Un’ora prima era un paesaggio brullo senza futuro. Ora è lì pulsante impetuosa vicina al misterioso momento in cui non avevamo creduto più. Eppure… eppure.
La cosa più terribile in un sequestro (è sempre un atto criminale, non politico) è che non sei mai veramente libero: perché il sequestro ti rimane dentro, ti occupa, ti avviluppa per sempre. Perché ti sei accorto di non poter vivere senza qualcuno e quel qualcuno è sparito nel momento in cui ti hanno stretto le manette o coperto il capo con un cappuccio, ti hanno portato via i vestiti, i documenti… quello che tu sei in fondo finisce di essere un pezzo di carta sgualcito con dentro una foto, inutili timbri, un passaporto… e non vale niente. Non è triste?
Quando sei di nuovo libero (che parola… la più misteriosa parola del mondo) invece senti quel malessere che dura, che pulsa, lo strano vuoto senso del poi. Allora dici in fondo è la prima notte è soltanto la seconda… la paura di quel che ho passato è ancora lì è naturale e il fascino di ciò che è familiare non c’è ancora… verrà… invece…. Puoi tornare alla vita di prima (ma il tempo perduto rubato evaporato chi te lo rende? Delcy Rodriguez?) puoi amare, odiare, realizzare le cose che sognavi avere successo… lui è lì, gli appartieni. Sarai per sempre «ma sì lui quello che è stato sequestrato… la prigioniera di… lo scomparso per… ». Il suo potere lo ritroverai nel modo in cui, anche dieci anni dopo! ti guardano, nelle domande affettuose gentili ma… È stata dura vero…. Come ti trattavano… perché ti hanno preso?
Dietro cui, inconsapevole in chi la pone ma egualmente crudele, occhieggia la più feroce delle compagne delle vittime, la compassione in cui c’è sempre una goccia di disapprovazione, di sospetto… e speri che il tuo racconto di avventuriero involontario santamente generi sbadigli. E che quello che hai patito in fondo non ha sfasciato il mondo.
Ve ne do testimonianza, mia, assoluta: dopo tredici anni sono solo quello riassunto nelle cinque righe su Wikipedia, quello che è stato cinque mesi prigioniero in Siria eccetera eccetera. Dovremmo rispondere, duramente: quello che ci ha salvato è
stato accettare quello che ci è accaduto con l’abbandono che è l’unica arma della impotenza. Fuori dalla tua cella il cielo era sempre lo stesso incurante di ordini di arresto, proteste diplomatiche, tradimenti, disperazioni speranze. E quelle ore e quei giorni ti divoravano come lupi.
Già. Perché ti hanno preso? È lì il trucco terribile dei sequestratori dei carcerieri dei banditi. Loro lo sanno perché: denaro ricatti baratti pura manifestazione di potere. Tu no, non lo sai perché.
La prima domanda che ti sei posto quando la porta della prigione si è chiusa: che cosa ho fatto? E scavi nella tua innocenza, Alberto Trentin, operatore umanitario, uno che era lì solo per aiutare… all’inizio ti sembrava evidente: se hai adottato tutte le precauzioni, se sei stato prudente, se hai rispettato le regole anche quelle non scritte di quel Potere.
Inesorabilmente entra il dubbio: forse quando ho parlato quell’uomo che credevo fidato… il giorno che per lavoro sono andato lì in quella città che dicevano pericolosa… o quando ho inoltrato quel documento… perché non sono andato via prima quando potevo? Inizi a dubitare di te stesso, l’arbitrarietà crudele del regime o dei fanatici sfuma, il colpevole sei tu…. Bisognerebbe dimenticare. Ma si può? Il rimorso in certi casi è la cosa più inutile del mondo.
L’atteggiamento più onesto, umano che si può con chi ritorna è non chiedergli niente. È andata così. Nessuna spiegazione. Nel campo del dolore spiegazioni non ce ne sono. Ho parlato con molte vittime di regimi infami, egiziani, pachistani, tutte le sudicerie africane. Gente che meno di noi era abituata ad avere
fortuna. Solo dopo ho capito perché mi confidavano il loro segreto. Quando per miracolo il Potere li lasciava liberi la prima cosa che ordinavano ai loro cari, piangenti, stupefatti, era: non parlate mai di quello che è accaduto, mai. Ed erano sequestrati spariti nelle latomie dei regimi per anni.
Poi ho capito: non era prudenza per evitare nuove rappresaglie di chi pretende sempre il silenzio sui propri misfatti. Era una disperata richiesta di aiuto, suggerire l’unico modo per aiutarli a far sì che da tutti gli angoli il vuoto iniziasse a strisciar loro incontro.
Domenico Quirico
(da lastampa.it)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
LA CATTURA DEL DITTATORE SPACCA GLI ELETTORI DI CENTRODESTRA: SOLO LA METÀ DEGLI ELETTORI DI FRATELLI D’ITALIA (54,3%) E DELLA LEGA (41,8%) RITIENE LEGITTIMA LA CATTURA DI MADURO… TRA GLI ELETTORI DI FORZA ITALIA SOLO UN TERZO CONDIVIDE QUESTA VISIONE (33,3%)
Negli ultimi giorni, le dinamiche internazionali si sono spinte ben oltre il tradizionale confronto
diplomatico: l’azione militare degli Stati Uniti in Venezuela, culminata con l’arresto del Presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, ha diviso profondamente l’opinione pubblica mondiale.
Secondo un sondaggio di Only Numbers, il 56,9% degli italiani considera illegittimo l’intervento statunitense in Venezuela. Si tratta di una percentuale che oltrepassa la semplice critica, essa riflette invece un profondo sospetto nei confronti dell’uso della forza e dell’erosione del diritto internazionale in favore di dinamiche di potenza, anche a seguito del sequestro delle petroliere “ombra” venezuelane battenti bandiera russa.
I dati del sondaggio mostrano una spaccatura netta tra elettorati di centro-destra e di centro-sinistra. All’interno della coalizione di governo emerge una certa simpatia per l’azione americana: oltre la metà degli elettori di Fratelli d’Italia (54,3%) e una porzione significativa della Lega (41,8%) ritiene legittima la cattura di Maduro. Invece tra gli elettori di Forza Italia solo un terzo condivide questa visione (33,3%), mentre l’opposizione si allinea con il giudizio prevalente di illegittimità.
Particolarmente significativo è il dato dei giovani italiani che si rivelano i più critici verso l’intervento militare
Questo sentimento va oltre il singolo episodio: circa il 67,7% degli italiani ritiene che la politica estera di Donald Trump renda il mondo più instabile. Questo diffuso senso di precarietà è comprensibile se si considera sia la modalità della comunicazione “trumpiana”, sia la natura non convenzionale dell’azione in Venezuela: un’operazione che molti osservatori e commentatori dei media giudicano in contrasto con i principi fondamentali del diritto internazionale.
A tutto ciò si devono aggiungere le mire statunitensi sulla Groenlandia che contribuiscono a tenere tutti col fiato sospeso. L’Italia repubblicana, tradizionalmente “figlia dell’Occidente” e protetta dall’ombrello atlantico, avverte oggi un profondo senso di vulnerabilità.
Parallelamente, se si osservano i risultati dei sondaggi nei diversi Paesi della UE ci si rende conto che molti europei stanno iniziando a percepire gli Stati Uniti non più come “alleati privilegiati”, ma come “partner necessari”, con una volontà sempre più fondata su compromessi per interessi economici
specifici, anziché come garanti di un ordine collettivo condiviso.
In questa visione, l’Unione Europea viene letta dalla maggioranza degli italiani -e da molti europei- come lenta, burocratica e divisa. Tale percezione alimenta l’idea che la sicurezza europea sia costantemente in balia di soggetti esterni e non di una forza autonoma in grado di proteggere interessi condivisi.
Il vero nodo non è soltanto l’azione militare in sé, ma il modello di politica estera che essa incarna: rapido, unilaterale e orientato al risultato immediato, più che negoziale, multilaterale e fondato su norme condivise. In contrasto con questo approccio, l’Europa, pur con tutte le sue imperfezioni, continua a rappresentare un laboratorio di regole, istituzioni e cooperazione.
Tuttavia, se continuerà a presentarsi ai propri cittadini come schiacciata tra i monopoli della forza – economica e non solo – di Stati Uniti, Cina e Russia, senza dotarsi di una strategia autonoma di difesa e, se necessario, di proiezione offensiva, né di un ruolo politico chiaramente definito, la Ue rischia seriamente di scivolare nell’irrilevanza in un mondo sempre più dominato da grandi potenze rivali.
Alessandra Ghisleri
per “la Stampa”
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI NAPOLI MANFREDI NON DISDEGNEREBBE PER NULLA DI CORRERE… SE IL CAMPO LARGO VUOLE PERDERE BASTA DIRLO PRIMA E SI EVITA ANCHE DI ANDARE A VOTARE, C’E’ UN SOLO NOME CHE PUO’ BATTERE I SOVRANISTI
Ci sono i sondaggi riservati su un ipotetico turno di elezioni primarie tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, che per la stragrande maggioranza premiano la prima, anche se i rapporti di forza non sono quelli del divario abbastanza ampio tra Pd e 5 Stelle
C’è un braccio di ferro invisibile tra i due leader, destinato a durare a lungo. Ma soprattutto, sulla scelta definitiva di chi sarà il candidato premier del centrosinistra destinato a sfidare Giorgia Meloni alle elezioni politiche, c’è la «variabile Giorgia», nel senso della presidente del Consiglio in persona; perché la tempistica sulla scelta definitiva del leader unico dell’opposizione sarà determinata, e sul punto convergono a microfoni spenti sia i vertici del Pd che il gotha pentastellato, proprio da Palazzo Chigi.
Non a caso ieri mattina, quando ha iniziato a rimbalzare di smartphone in smartphone l’editoriale di Paolo Mieli (sul Corriere ) sulla necessità di accelerare la scelta del candidato
premier per consentire anche alla sinistra italiana di giocarsela e vincere come ha fatto Pedro Sánchez in Spagna, dentro Pd e 5 Stelle c’è chi ha messo in fila i puntini di un percorso a ostacoli. Partendo, per l’appunto, da Meloni.
Perché, come spiega una delle personalità che fa da anello di congiunzione tra Schlein e Conte, che raramente si parlano, «se la legge elettorale rimane questa, allora il problema è contemporaneamente rinviato e risolto: il candidato premier si sceglierà dopo le elezioni, nel senso che tutti i partiti del campo largo, in caso di vittoria, si impegneranno ad andare al Quirinale col nome del leader del partito che ha preso più voti». Com’è accaduto a Giorgia Meloni e al centrodestra nel 2022.
Ma è un’opzione che praticamente nessuno prende più in considerazione, vista l’accelerazione di Palazzo Chigi su una riforma col premio di maggioranza che finisca per aggirare anche le resistenze della Lega (circola uno schema secondo cui i seggi aggiuntivi, quelli del «premio», verrebbero assegnati tramite un «listino di coalizione»).
Con la riforma, è quello che si sentono dire un giorno sì e l’altro pure sia Schlein che Conte, ci sarebbe l’obbligo di indicare il candidato premier prima del voto.
E quindi tocca sbrigarsi. Optando per le primarie, che Schlein vorrebbe ma su cui Conte temporeggia, in attesa di capire se può vincerle oppure no, magari agevolandosi sulla presenza di due candidati del Pd che si ostacolino tra loro (la persona a cui tutti pensano, la sindaca di Genova Silvia Salis, continua a smentire in tutti i modi un suo interesse per la competizione); o magari, come qualcuno dentro i 5 Stelle comincia a far trapelare, proponendo un candidato terzo «che costringa anche Schlein a ritirarsi in nome dell’unità del campo largo» e che si faccia benedire da una consultazione senza rivali che non siano di bandiera.
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI NON HA INTENZIONE DI REGALARE AL VICEPREMIER IL PALCOSCENICO DEL VIMINALE… LE TENSIONI SULLE ARMI, LO SCAZZO SU STRADE SICURE E L’OPPOSIZIONE AL MERCOSUR: TUTTI I FRONTI APERTI
Le frizioni sul decreto Ucraina e sui soldati nelle città, quindi le gelosie sulla sicurezza e lo
scontro sul Mercosur. È suonata la sirena in via Bellerio, la Lega si è stufata di subire le “imposizioni” dei meloniani. “Serve più lavoro di squadra, così non va”, sbotta chi dai piani alti ricorda la promessa mancata: “Perché non si parla più del ritorno di Salvini al Viminale?”.
Per capire da dove nascono i dissidi in maggioranza di questo inizio d’anno bisogna tornare all’aprile scorso. Fortezza da Basso, Firenze. Al congresso della Lega una mozione fra tutte ha scaldato l’animo dei militanti.
È quella portata sul palco dai due capigruppo, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. “Da questo congresso deve uscire la richiesta di un lavoro straordinario sulla sicurezza che soltanto Matteo Salvini tornando al Viminale potrà fare”.
Parole di Molinari condivise anche dai governatori leghisti. Soprattutto, evocate dalla base. Anche in questi giorni di maretta tra alleati.
Il vicepremier non poteva ritornare al ministero dell’Interno, dove siede il suo ex capo di gabinetto Matteo Piantedosi, perché nel 2022 era coinvolto nel caso Open Arms.
Ora che l’accusa di sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio è caduta e il leader leghista è stato assolto, nel partito molti si chiedono: “Perché non se ne parla più? La mozione congressuale è sempre lì. Noi sulla sicurezza non siamo contenti di come stanno andando le cose, a Fratelli d’Italia chiediamo più gioco di squadra”.
Ragionamenti spiegati a HuffPost da un alto dirigente leghista. Ma sono tutti i quadri del Carroccio a pensare che sulla sicurezza “così non va”. Il vecchio pallino della destra legge&ordine si scontra, più che con i dati, con i casi mediatici. Come l’uccisione del capotreno a Bologna.
Un evento ricordato anche da Giorgia Meloni, che in conferenza stampa ha ammesso la necessità di un cambio di passo e ha anche annunciato una stretta sui coltelli per i minorenni.
Bene la stretta “anti-maranza”, ma non basta: è il refrain in casa Lega, dove la pressione aumenta. Prima, con un decreto sicurezza nuovo di zecca, a cui sta lavorando il sottosegretario salviniano Nicola Molteni e da approvare quanto prima. Poi, con una proposta di legge per affidare alle guardie giurate l’esecuzione degli sfratti, avanzata da Molinari.
“Vedremo il testo, però non ci hanno avvisato”, replicano stizziti i Fratelli. Che fiutano l’agitazione leghista. Sul ritorno di Salvini al Viminale la porta sembra chiusa, almeno per questa legislatura. E comunque non l’unico fronte aperto. Su Strade Sicure, l’intenzione in casa Meloni è nota: i soldati “tornino a fare i soldati”.
Una posizione che innervosisce Romeo, collega leghista al Senato, che ricorda come tutto sia iniziato durante il governo Berlusconi, nel 2008, “con il ministro della difesa di allora
Ignazio La Russa”. Anzi, “Malan dimentica l’effetto deterrenza dei militari nelle strade, che vale più di mille norme che possiamo scrivere” e “ci chiediamo perché, oggi, nella maggioranza ci sia chi cambia idea e si comporta come i governi di centrosinistra”.
Un vero missile contro FdI, che fa quadrato attorno a Crosetto. Il ministro della Difesa è il bersaglio preferito dell’ala salviniana. Che è da tempo sulle barricate rispetto al nuovo invio di armi in Ucraina. Crosetto ne parlerà il 15 gennaio alla Camera. Durante le feste, il testo del decreto di autorizzazione per il 2026 è stato ritoccato più volte, proprio per volere della Lega, che ha chiesto di sottolineare la priorità agli aiuti civili su quelli militari.
Sottolineature accettate, anche se non tutte (non è stato tolto l’aggettivo “militari” dal titolo del decreto). Al momento del voto non mancheranno le defezioni, come quella del senatore Claudio Borghi, uscito soddisfatto dalla rimodulazione ma fedele alla promessa di “non votare più un decreto armi” per Kiev. Nello stesso senso va la richiesta di Roberto Vannacci, vice di Salvini, che chiede ai suoi di votare no. Potrebbe seguirlo un gruppetto di neo-fedelissimi, come il pugliese Rossano Sasso.
Salvini non torna sull’argomento, a rispondere però è stata la stessa Meloni, che si è detta “stupita” del fatto che proprio un generale come Vannacci non capisce l’importanza di quel decreto. Una frecciata, arrivata dopo qualche carezza in conferenza stampa, che ha colpito l’alleato leghista di fronte.
Forse anche per questo Salvini rilancia, pancia a terra sui suoi temi. Proprio mercoledì prossimo, ma “è una casualità”, è attesa una riunione dei deputati alla Camera. Si discuterà di misure da
inserire nel pacchetto sicurezza da approvare a Palazzo Chigi.
Ma potrebbero soffermarsi su altri dissapori di questo inizio anno. Nella maggioranza sta esplodendo anche la grana Mercosur. L’Italia firmerà l’accordo di libero scambio tra Ue e alcuni Paesi dell’America Latina. Il ministro meloniano Francesco Lollobrigida ha incassato “le garanzie per gli agricoltori”. Tutele non sufficienti, replicano i trattoristi scesi in strada anche in Italia, sostenuti dalla Coldiretti e, ci risiamo, dalla Lega.
Per dirla con Gianmarco Centinaio, senatore leghista ed ex titolare all’Agricoltura, “uno schifo” di accordo. Borghi invece ne fa una questione di metodo. Su X non definisce il Mercosur “un’apocalisse” ma contesta i “trucchi dell’Ue”: “La cosa che oggettivamente mi fa MOLTO inquietare è che queste decisioni non possono essere prese senza un dibattito parlamentare in cui le posizioni dei vari partiti vengano pubblicamente esplicitate e messe a verbale”. Altro capitolo, altro litigio.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »