Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
“SCUSARMI? IO VADO AVANTI”
«Vogliono continuare a strumentalizzare ancora per settimane le mie parole? Facciano pure. Penso che in tanti abbiano capito». È una domenica in cui Nicola Gratteri vorrebbe staccare da tutto.
Ma il fuoco acceso sulle parole del procuratore di Napoli, nonché magistrato simbolo della lotta alle mafie, non accenna a diminuire mentre esplode, sul fronte contrario, il caso Nordio. «Se in Csm un magistrato non ha un “padrino” è finito, morto. Il sorteggio rompe questo meccanismo ‘para-mafioso’», le parole choc del Guardasigilli. Un affondo a cui Gratteri, sotto scorta da 37 anni per le minacce della ‘ndrangheta, fa fatica a replicare.
Procuratore Nicola Gratteri, il ministro che parla di sistema “para-mafioso” riferendosi al Csm, la colpisce?
«Per me, queste parole non si commentano per nulla. O si commentano da sole. In ogni modo, inaccettabili».
Andiamo alla sua intervista. Se tornasse indietro, comunicherebbe quei concetti allo stesso modo?
«Io ho chiarito subito. E ho specificato il contesto: si trattava di un frammento estrapolato, di pochi secondi, da un ampio dialogo. Un ragionamento inserito nell’ambito delle attività di contrasto alle zone grigie e al crimine organizzato. Chi ha seguito tutto non credo sia stato colto da dubbi».
Eppure il ministro Salvini, e tanti a destra, continuano a chiedere che lei “si scusi con milioni di italiani”.
«Ma scusare di cosa? Esprimendo la mia opinione in un paese democratico dove c’è la libertà di pensiero, ho detto che voteranno sì certamente le persone a cui il sistema, voluto dalla riforma, conviene. Un sistema che conviene a chi non vuole essere controllato dalla magistratura. Mentre non conviene a chi non teme la magistratura, e anzi vuole – chiede – il controllo di legalità sulle azioni di tanti che possono avere rilievi di carattere penale. Quindi, ripeto definitivamente: non ho detto, come strumentalmente vogliono fare credere, che quelli che votano sì sono tutti appartenenti a centri di potere oppure persone non perbene».
Lei era un po’ un’icona per molti della maggioranza. Come ci si sente a passare, perfino nelle parole di alcuni laici di destra nel Csm, da “magistrato capace e virtuoso” a toga da mettere sotto processo?
«Problema non mio. Va chiesto a loro, non a me».
Cosa cambia, ora? Continuerà a fare campagna per il no?
«Sì, fino all’ultimo giorno: con le mie forze, dicendo no a tanti inviti, andando anche da solo. Con la mia faccia e le mie idee, rispondendo a ogni domanda, parlando del merito della riforma. Di quello che cambia, di ciò che è messo in pericolo».
A destra obiettano: non sarà l’Armageddon, o la fine del mondo, è solo la separazione delle carriere. Per lei, invece, inciderà nella vita dei cittadini e del Paese?
«Assolutamente sì. Per i cittadini, per questo Paese, cambierà il rapporto di equilibrio tra i poteri. Stiamo parlando dello stato di diritto per il quale in tanti hanno combattuto. E questo, a dirla tutta, è il peggiore dei danni che si possa immaginare».
Ha pensato di tutelarsi dagli attacchi?
«Sì. Nello stesso modo in cui mi tutelo dal 1989. Lavorando. Tra l’altro, ogni volta che accadono cose del genere, noto che le manifestazioni di solidarietà aumentano. E questo dovrebbe far comprendere tante cose: come fa capire, a me, che la strada è giusta.
(da La Repubblica)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
“LA SUA VISIONE DELL’ORDINE MONDIALE STA GUADAGNANDO TERRENO PERCHÉ L’AMERICA, INVECE DI OFFRIRE UN’ALTERNATIVA FONDATA SU PRINCIPI E ATTRATTIVA, COMINCIA AD ASSOMIGLIARE SEMPRE PIÙ ALLA CINA”
La Cina sta vincendo la partita geopolitica? Gli Stati Uniti appaiono isolati mentre il presidente
Donald Trump attacca non solo i rivali ma anche alleati di lunga data. Il comportamento rozzo di Trump nei confronti degli altri Paesi consente ai leader cinesi di presentarsi come gli adulti responsabili nella stanza. La Cina vuole chiaramente assumere il ruolo di difensore del multilateralismo e del libero scambio, nonché perno di un ordine mondiale stabile.
La realtà è più complessa. Il resto del mondo guarda con diffidenza all’abbraccio di Pechino. La Cina ha beneficiato delle regole alla base del sistema multilaterale, piegandolo a proprio vantaggio. Per esempio, pur ottenendo accesso ai mercati globali per le sue esportazioni, ha mantenuto i propri mercati in gran parte chiusi.
Tuttavia, sotto due aspetti importanti, la Cina sta vincendo la partita geopolitica. Primo: Trump sta allontanando l’America dagli ideali e dai principi che un tempo difendeva. Secondo: con la Cina, almeno gli altri Paesi sanno esattamente dove si trovano, a differenza dei continui cambi di rotta dovuti agli imprevedibili capricci del presidente americano.
Commercio e territorio contano in geopolitica, ma l’attuale competizione tra le due superpotenze riguarda qualcosa di più fondamentale: visioni del mondo contrastanti e modi diversi di organizzare le istituzioni di un Paese, nonché i suoi sistemi economici, politici e giuridici.
Il paradigma statunitense di una democrazia liberale orientata al mercato, con una magistratura indipendente, si contrapponeva nettamente al modello cinese di economia pianificata, con il Partito Comunista che controlla direttamente tutti i rami del governo e il sistema legale.
Ora però Trump sta avvicinando l’America alla visione del mondo di Pechino. È intervenuto direttamente nei mercati, favorendo aziende e settori che cercano il favore suo e della sua famiglia, e ha persino tentato di microgestire decisioni finanziarie come i tassi d’interesse delle carte di credito.
Ha attaccato i dati ufficiali definendoli inaffidabili invece di riconoscere la realtà economica che descrivono. Ha manifestato il desiderio di controllare le decisioni sui tassi della banca centrale, come fa il Partito Comunista in Cina. Ha licenziato funzionari che non dimostravano fedeltà a lui e alle sue politiche. E ha utilizzato il sistema giudiziario per colpire rivali politici.
Inoltre, la sua amministrazione ha mostrato disprezzo per una concezione più ampia dello stato di diritto, secondo cui anche il governo è subordinato alle leggi che crea. Finora ha attaccato i giudici che emettono sentenze sfavorevoli accusandoli di partigianeria, senza però ignorarne formalmente le decisioni. Tuttavia, alcuni membri dell’amministrazione sarebbero ben lieti di scavalcare del tutto i tribunali. Questo richiama il modo in cui il Partito Comunista Cinese si pone al di sopra del sistema giudiziario, che si limita a dirimere controversie su proprietà e contratti senza mettere in discussione le azioni e le politiche del governo.
La visione trumpiana di una stampa libera è quella di una stampa che celebri i suoi successi e attenui le critiche. Sotto l’attacco della sua amministrazione, il ruolo dei media come strumento di controllo dell’operato dei pubblici ufficiali si sta erodendo, mentre Trump sembra aspirare a qualcosa di simile alla stampa ufficiale cinese — che è l’unica esistente — limitata a esaltare le virtù del leader.
In breve, Trump sta svuotando proprio quelle istituzioni che distinguono Washington da Pechino.
I repentini cambiamenti della politica estera americana hanno lasciato disorientati i leader di altri Paesi. Trump ha indebolito la Nato e ha minacciato di trasformare il Canada nel 51° Stato.
Questi Paesi sono stati al fianco dell’America per decenni, anche se Trump non ha
torto nel sostenere che il resto della Nato debba contribuire maggiormente al bilancio della difesa dell’alleanza.
Alleati stretti come il Regno Unito e la Corea del Sud non sono stati risparmiati dalla sua offensiva tariffaria. Non sono solo le politiche muscolari degli Stati Uniti, ma anche i cambi di linea imprevedibili — che colpiscono tanto gli alleati che condividono i valori americani quanto i rivali che non li condividono — a spingere i Paesi lontano da Washington. La Cina, da parte sua, è dura con i suoi avversari, ma i suoi alleati possono generalmente contare su un sostegno affidabile.
Nonostante tutto questo tumulto, sarebbe eccessivo sostenere che i Paesi stiano abbracciando volontariamente la Cina come alternativa agli Stati Uniti: Pechino è ancora percepita come un partner rapace e inaffidabile. Ma la Cina potrebbe trionfare per inerzia. Anche se non sta conquistando i cuori degli altri Paesi, la sua visione dell’ordine mondiale sta guadagnando terreno perché l’America, invece di offrire un’alternativa fondata su principi e attrattiva, comincia ad assomigliare sempre più alla Cina.
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
AVRÀ L’INCARICO DI COORDINATRICE DEL GRUPPO DI FDI ALLA CAMERA, GUIDATO DA GALEAZZO BIGNAMI, CHE IN GIOVENTÙ SI TRAVESTIVA DA NAZISTA PER CARNEVALE (TUTTO TORNA)
New entry in Fratelli d’Italia alla Camera. Al gruppo arriva Roberta Nelly Spada, ex capa della segreteria del ministro dell’Ambiente, Pichetto Fratin.
Spada è balzata alle cronache, nel 2022, dopo un articolo di Repubblica. I fatti: nel 2019, come foto copertina di Facebook, aveva pubblicato un’immagine di un brano inneggiante al fascismo.
«Sei bella come le aquile di marmo sulle colonne antiche», era il verso della canzone “Roma LXXVIII Era fascista”, scritta dal gruppo 270bis, noto per posizioni di estrema destra. Le parole si riferiscono ai “combattenti eroi del fascismo”.
Spada avrà l’incarico di coordinatrice del gruppo FdI. La nomina è stata voluta dal capogruppo a Montecitorio, Galeazzo Bignami: con Spada ha condiviso la militanza nei gruppi giovanili di destra. Al suo posto al Mase, va Alessio Serafia, già segretario particolare del ministro.
(da Dagoreport)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
“ORA FACCIO DEL BENE PER RIPAGARE IL MALE CHE HO FATTO”
“Tanti anni fa sono finito in carcere e mi sono fatto una lunga detenzione. Ero stato condannato
a 10 anni, ne ho fatti 8, più due di buona condotta. Quando sono uscito, ho provato a reinserirmi nella società, ma mi sono ritrovato senza niente. I miei genitori erano morti, le mie sorelle e i nipoti si vergognavano di me, sono rimasto solo”.
A parlare a Fanpage.it è Roberto Mirco, ex detenuto che una volta uscito dal carcere si è trovato solo, a vivere per la strada. In questa situazione però ha avuto la fortuna di incontrare Alfonso Di Nicola, fondatore del progetto ‘Sempre Persona’ che segue e aiuta detenuti, ex detenuti e le loro famiglie.
Oggi Roberto è un volontario dell’associazione che gli ha dato una seconda possibilità e cerca di restituire ciò che ha ricevuto. L’ingresso in carcere Roberto Mirco lo definisce “un colpo duro”. Prima della condanna, arrivata quando aveva circa 40 anni, era un cuoco apprezzato. Dopo un primo periodo nel carcere di Regina Coeli, è stato chiamato alla Gorgona.
“Quando sono uscito dal carcere, sono rimasto solo e vivevo per strada”
“Lì mi hanno messo a lavorare nella mensa, sapendo che ero un cuoco. – ci racconta – Mi guadagnavo da vivere, stavo con le persone e stavo bene, il momento più brutto è stato quando sono uscito. Ricordo di aver bussato a tante porte, ma
erano tutte chiuse. Per la gente ero un poco di buono, ero inaffidabile. Così mi sono trovato a vivere per strada, da senzatetto”.
Un giorno però un amico di Roberto gli parla di Alfonso e dice: ‘Se vuoi posso chiamarlo’. “Così ci siamo incontrati. – ricorda l’ex detenuto – E le parole di Alfonso sono state: ‘Se vuoi ricominciare, vediamoci domani, anche se non ti prometto niente'”.
Sono passati 12 anni da allora e Roberto è fiero di dire che la sua vita è cambiata: “Ho avuto di nuovo quella dignità che si perde stando in strada e sono riuscito a dare un senso alla mia vita facendo del bene per poter ripagare un po’ del male che ho fatto”.
“Non mi sarei mai aspettato che quel senzatetto che veniva allontanato, umiliato, insultato, potesse ricominciare”, aggiunge. Nel 2016 al Villaggio per la Terra, organizzato a Roma da Earth Day Italia e dal Movimento dei Focolari, di cui Alfonso fa parte, Roberto ha anche avuto la possibilità di incontrare e abbracciare Papa Francesco.
“Il Santo Padre mi ha detto: ‘Coraggio figliolo, Dio ti ama, voi siete quelli che possono trasformare il deserto in foresta’. È stato un colpo al cuore”. E aggiungo: “Non mi vergogno di dire quello che ero, oggi sono orgoglioso di quello che sono grazie a tutte le persone che mi hanno aiutato. Noi abbiamo sbagliato, ma possiamo non farlo più e ricominciare”.
Il fondatore del progetto: “Sono sempre persone, anche se hanno sbagliato”
“Io non volevo fondare niente, dico la verità. ‘Sempre Persona’ è nato grazie a un mio amico magistrato che anni fa mi ha chiesto di aiutare alcuni detenuti che avevano bisogno, ma per cui non poteva esporsi in prima persona. Così sono entrato in carcere”, ricorda invece Alfonso, 81 anni, che oggi come allora, con la stessa grinta, porta avanti il suo messaggio.
“Tanti mi parlavano delle famiglie, mi dicevano che loro non avevano colpa e mi chiedevano di fare qualcosa per aiutarle. Ho iniziato così. A un certo punto mi sono accorto che non ce la facevo da solo e in questi 30 anni tante persone mi hanno dato una mano”, aggiunge.
Alfonso ricorda una signora, mamma di un detenuto, alla quale il figlio gli chiese di portare un bacio: “Quando le ho detto questa cosa, ha pianto, mi ha detto che suo
figlio non era cattivo, ma che era cresciuto in strada, visto che lei doveva lavorare. Mi chiese di stargli vicino e di non abbandonarlo”.
L’idea alla base della sua iniziativa è proprio nel nome del progetto: “Per noi sono sempre persone, anche se hanno sbagliato. In tanti dicono che vanno chiusi in carcere e che va buttata la chiave, ma non è vero. Quando facevo i colloqui con i detenuti, e ne ho fatti tanti, piangevo con loro perché forse nelle loro stesse condizioni avrei fatto peggio”.
In questi anni alcuni di loro gli hanno anche chiesto cosa fare per ‘essere come lui’: “Devi fare il bene, gli rispondevo. Se sei qui, in carcere, è perché hai fatto qualcosa che non va, ma se fai il bene, vedrai che starai bene tu e farai stare bene anche gli altri. Alcuni hanno capito, altri no”.
Ma per un detenuto sapere di poter contare su qualcuno è importantissimo, ci dice ancora Di Nicola: “Mi chiedevano: ‘Quando esco, ci sei?‘, e io gli rispondevo: ‘Certo che ci sono, basta che mi telefoni e ci sentiamo’, e gli parlavo dell’associazione. Sono contento di lavorare in questo campo e di poter raccontare quello che abbiamo fatto e facciamo”.
Il presidente di ‘Sempre Persona’: “Bisogna entrare nelle vite delle persone, sospendere il giudizio”
A raccogliere il testimone di Alfonso è Emanuele Fortuzzi, 30 anni, oggi presidente di ‘Sempre Persona’, che ha scoperto l’associazione anni fa. Ci racconta che con molte delle persone che ha incontrato grazie a quest’esperienza ha stretto amicizie vere, capaci di trasformare la sua vita.
Insieme a Emanuele parliamo dello stigma e del pregiudizio che spesso impedisce agli ex detenuti di reinserirsi nella società, come accaduto a Roberto Mirco. “Penso che l’unico modo per superare efficacemente lo stigma nei confronti di queste persone è entrare nelle loro vite, toccare con mano, stare loro vicino, ascoltarle”.
“Solo così ci si può allontanare dalle proprie convinzioni, entrando in empatia e comprendendo la loro situazione. Non c’è nessun tipo di giustificazione per quello che hanno fatto queste persone, ma bisogna sospendere il giudizio per fare questo servizio”, aggiunge.
Emanuele sottolinea ancora l’importanza di non far sentire sole queste persone, di dare loro una speranza dentro e fuori dal carcere: “Non si può pretendere che una persona ami, in senso generale, se prima non è stata amata. Bisogna fare un passo verso di loro”.
“Capisco che può essere difficile, – aggiunge – ma se non si silenziano tante voci che arrivano dall’esterno e non si entra con delicatezza nella storia di queste persone, le cose continueranno ad andare avanti nello stesso modo”.
(da Fanpage)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
LE RAGIONI PER NON FARNE PARTE
In fondo, cosa c’è di male nel Board of Peace di Donald Trump che si riunisce per la prima volta giovedì e a cui Giorgia Meloni e il governo italiano hanno deciso di partecipare, per ora come “osservatori”?
È solo un organismo partorito dalla mente di Donald Trump e annunciato a Davos, al World Economic Forum, nel contesto del più delirante discorso presidenziale di un leader democraticamente eletto che si sia ascoltato, scegliete voi da quando.
È solo un club il cui biglietto d’ingresso costa un miliardo di euro, per volontà esclusiva dello stesso Trump.
È solo un’organizzazione internazionale di cui Donald Trump è presidente a vita, col potere di decidere il proprio successore, e pazienza se il suo mandato da presidente scade tra tre anni e non si può ricandidare.
È solo un consesso di Stati, per ora una ventina, di cui fanno parte fulgidi esempi di democrazia come l’Argentina di Javier Milei, l’Albania di Edi Rama, l’Egitto di Al Sisi, la Turchia di Erdogan, e ovviamente l’Israele di Benjamin Nethnyahu. Tutti uomini di pace, accuratamente selezionati.
E quasi ci dimenticavamo l’Ungheria di Viktor Orban, la Slovacchia di Robert Fico e la Bulgaria di Rumen Radev – che si è appena dimesso per non precludersi la possibilità di un terzo mandato “quasi” consecutivo – gli unici tre Paesi filo russi dell’Unione Europea. Il caso, a volte.
È solo un consesso sovranazionale che nasce deliberatamente per seppellire l’Onu e il multilateralismo, in chiave anti-cinese e anti Unione Europea, non a caso fortemente osteggiato da Francia, Germania, Spagna e persino dal Regno Unito.
Ed è solo, infine, il luogo in cui si progetterà la Gaza Riviera, ossia la de-palestinizzazione della Striscia – e forse pure della Cisgiordania – in nome degli interessi immobiliari del genero del presidente a vita del Board, Jared Kushner in Trump.
Ciliegina sulla torta, ci sarebbe pure questo dettaglio dell’incostituzionalità a parteciparvi, visto che viola l’articolo 11 della nostra Carta.
A parte questo, tutto ok.
(da Fanpage)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL RITORNO A CASA DOPO UN ANNO DA RIFUGIATA IN EGITTO
“Mi chiamo Rotana, ho 31 anni e sono una casalinga”: inizia così il racconto di una delle
migliaia di vite spezzate e ricomposte lungo il confine di Rafah. Rotana è una delle “fortunate” che è riuscita a varcare il valico per mettersi in salvo in Egitto, ad El Arish, durante le fasi più acute della guerra su Gaza. Ma la vita da profuga, seppur al sicuro, è stata segnata da un’attesa logorante: “Ho vissuto quel periodo in uno stato di costante ansia e paura, un sentimento profondo che non mi ha mai abbandonata. Vivevo nell’attesa di tornare”, confessa la donna a Fanpage.it in collegamento telefonico.
Il primo giorno di apertura del valico di Rafah, dopo quasi due anni da quando Israele l’ha occupato, Rotana torna a Gaza. Tutto poteva immaginare, però, tranne quello che le si è presentato di fronte agli occhi una volta valicato il confine di Rafah. Il ritorno a Gaza è stato un impatto violento con la realtà. La casa di Rotana si trovava nella “zona gialla”, un’area che le mappe militari israeliane hanno indicato come obiettivo e zona di operazioni intense. Il risultato è una tabula rasa: “Il mio appartamento è stato completamente distrutto”, racconta con la voce spezzata.
Non sono solo le mura a essere crollate ma anche i corpi delle persone che Rotana oggi può finalmente riabbracciare: “I miei cari e i miei amici sono cambiati molto. La carestia ha spogliato i loro corpi e la mancanza di alloggi indipendenti ha trasformato i rapporti umani. Oggi nessuno ha più un proprio spazio, si vive ammassati”, continua la donna, “le famiglie che erano partite quando la distruzione era ancora limitata, oggi soffrono nel tornare. Non sono rimaste né case, né città. È un dolore immenso”.
Da due settimane da Rafah passano solo sessanta persone al giorno, trenta in entrata e trenta in uscita. Riuscire a essere inseriti nelle liste e approvati da Israele per rientrare a Gaza è molto difficile, e tanti stanno ancora aspettando di poter tornare mentre le evacuazioni continuano a essere effettuate con il contagocce e solo per ragioni mediche. Più di trenta studenti che hanno vinto delle borse di studio in Italia sono ancora bloccati a Gaza e rischiano di perdere la loro possibilità di studiare per sempre: il secondo semestre è già iniziato e se non verranno evacuati prima della fine di febbraio per loro sarà troppo tardi.
Ma nonostante tutto, per chi è fuggito il ritorno alla madrepatria è un sogno che si avvera, che salva dal terrore del non-ritorno, dall’incubo di essere profughi per sempre, come è già successo alle migliaia di rifugiati palestinesi in tutto il mondo e ai quali Israele ha vietato per sempre il ritorno a casa.
Nonostante le macerie, nonostante la fame che ha scavato i volti dei suoi amici, Rotana parla di “sollievo psicologico”.
“Dopo il ritorno, sento un senso di sollievo psicologico per aver riabbracciato la mia famiglia e i miei cari, e per essere tornata in patria. Sento il cuore in pace”, conclude la donna .
Non è la tregua a dominare i discorsi tra le rovine di Gaza, ma quel cancello di ferro che separa la Striscia dal resto del mondo. Per la popolazione palestinese, la riapertura del valico di Rafah è un evento che eclissa il dolore dei bombardamenti e la rabbia per la continua violazione del cessate il fuoco: Rafah è l’unica “ancora di salvezza”, l’unico cordone ombelicale tra casa e l’esterno, tra l’esterno e casa.
(da Fanpage)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
LA VEDOVA DI ALEXEI, ECONOMISTA E ATTIVISTA PER I DIRITTI UMANI: “E’ UN’INDAGINE CHE SI BASA SU FONTI SCIENTIFICHE”
«Vladimir Putin ha ucciso mio marito». Ne è convinta Yulia Navalnaya, economista, attivista per i diritti umani, vedova di Alexei. In un’intervista al Corriere della Sera la vedova commenta i risultati dell’inchiesta che conferma l’avvelenamento con la tossina della rana freccia: «Naturalmente io lo sapevo già: aveva meno di 50 anni. E sebbene avesse vissuto in condizioni dure, fosse stato torturato, io ero sicura che si prendesse cura di sé, che pensasse alla salute. Lo avevamo visto solo un giorno prima in video collegamento, sembrava stare assolutamente bene. Quindi era evidente che gli fosse successo qualcosa di orribile ed ero sicura che fosse stato Vladimir Putin».
Il precedente
La vedova spiega: «Tutti sanno che nel 2020 Alexei è stato avvelenato con il Novichok. Anche noi abbiamo fatto la nostra indagine, mostrando tutti questi ufficiali dell’Fsb che lo seguivano da anni e che poi l’hanno avvelenato durante il viaggio in Siberia. Quindi, per me era evidente che fosse stato ucciso nella colonia penale: solo non sapevamo esattamente come. Sapevamo che ci sarebbe voluto un lungo tempo per scoprirlo. Per questo sono molto grata ai governi di Regno Unito, Svezia, Paesi Bassi, Francia e Germania, che hanno collaborato e hanno appena provato tutto. Le incertezze sono state dissipate: non si tratta solo di una nostra inchiesta. È un’indagine che si basa su fonti altamente scientifiche».
Il processo
Navalnaya aveva detto che Putin avrebbe dovuto finire davanti alla giustizia: «Siamo sulla buona strada. Sono sicura che due anni fa molti di voi, che hanno partecipato a questa Conferenza, o in tutto il mondo, erano certi che sarebbe stato impossibile trovare la verità. Invece ora abbiamo le prove che Vladimir Putin è l’assassino, che ha ucciso mio marito, e io sto lavorando molto duramente perché un giorno ci sia giustizia per lui». E sulle aspettative: «Ci sono certamente questioni geopolitiche, quando i Paesi trattano con Putin. Non è la prima legge che infrange. È la storia della mia vita. A volte, purtroppo, serve molto più sforzo e molto più tempo. Ma io ho apprezzato che questi Paesi abbiano trovato la forza, una visione politica e l’abbiano fatto insieme».
L’Occidente troppo debole
Secondo Navalnaya l’Occidente è troppo debole con lo Zar: «A volte trattano Putin come se fosse il male in persona, pure evil . Ma non lo è. Chi è il signor Putin? Tutti si fanno questa domanda da anni. Per me, è molto evidente che Vladimir Putin è un semplice dittatore. Non è niente di speciale. Ha iniziato ovviamente rubando soldi al suo stesso popolo, poi con la repressione nel suo stesso Paese, con la censura. Poi ha avviato la guerra. E ha cominciato a uccidere i suoi oppositori politici. Molte persone sono in prigione. E siccome fa quello che fa ogni dittatore, dobbiamo comportarci con lui come con un dittatore».
L’Ucraina e la repressione
Sull’Ucraina «la guerra dovrebbe essere fermata immediatamente. No, non sarebbe mai dovuta iniziare, naturalmente. Ma è anche molto importante capire che saremmo dovuti essere più forti contro Putin prima — non parlo del 2022, ma del
2011, quando noi cercavamo di portare già l’attenzione su di lui…». Mentre un sollevamento della popolazione russa è improbabile: «Quando c’è un tale livello di repressione, naturalmente è molto difficile alzare la voce. Noi siamo seduti qui in questo posto molto bello, le persone stanno bevendo caffè o fanno cose interessanti, o vanno ogni giorno in ufficio. Ma immagini che lei metta un “mi piace” a qualcosa sui social media e il giorno dopo finisca in prigione. E non sarà in grado di incontrare la sua famiglia per anni. Io capisco che è molto difficile comprenderlo qui, nell’Europa occidentale, in Germania, in Francia, dove avete la democrazia da tanti anni, da molto più che in Europa dell’Est».
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL POTERE DEL DOLLARO CHE TIENE IN SCACCO L’EUROPA
Il 21 agosto il telefono di Nicolas Guillou ha smesso di funzionare: impossibile prenotare
una corsa con Uber, un biglietto di treno, o fare un acquisto online. Le sue carte di credito sono state bloccate, impedendogli di pagare in supermercati e ristoranti o operare sul proprio conto corrente. Persino Expedia ha respinto la sua richiesta di riservare una camera di hotel in Francia. La «colpa» di Guillou e di altri quattro giudici della Corte penale internazionale dell’Aia è aver autorizzato l’emissione di un mandato di arresto per crimini di guerra contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ministro della difesa Yoav Gallant. Per questa decisione i cinque giudici sono stati sanzionati dall’amministrazione Trump, che ha proibito a ogni azienda americana o con interessi negli Stati Uniti di prestar loro qualsiasi tipo di servizio. Stessa sorte a luglio 2025 era già toccata alla relatrice speciale Onu sui territori palestinesi occupati Francesca Albanese, «rea» di aver invitato la Corte a indagare su aziende e manager a suo giudizio complici dei crimini commessi dall’esercito israeliano a Gaza. PayPal è arrivata a bloccare i pagamenti che contenevano nella causale il nome «Francesca Albanese» che oggi non può aprire un conto neanche presso le banche italiane, preoccupate per le ritorsioni americane.
Il circuito obbligato
Questo avviene perché buona parte delle transazioni elettroniche nell’area euro sono gestite dai circuiti americani Visa, Mastercard, American Express. Vuol dire che se un domani i circuiti Usa decidessero, su ordine di Trump, di spegnere l’interruttore noi europei non potremmo più effettuare pagamenti con carta di credito. Del resto, i Paesi dell’Eurozona non sono mai riusciti a mettersi d’accordo per creare una rete europea di pagamenti; mentre le banche europee sono sempre state felici di incassare le laute commissioni versate dalle americane Visa e Mastercard. Sta di fatto che le sanzioni statunitensi equivalgono a una «pena di morte finanziaria» per chi le subisce. E la mannaia è quello che l’ex presidente
della Repubblica francese Valery Giscard d’Estaing definì negli anni ’60 «il privilegio esorbitante» del dollaro.
Si parla sempre della supremazia militare degli Stati Uniti, ma la loro egemonia monetaria e finanziaria è ancor più rilevante e pervasiva. Dai dati della Federal Reserve gli asset in dollari (titoli di Stato, depositi, fondi, azioni) detenuti fuori dagli Usa ammontano a 70 mila miliardi, e sostengono circa un terzo dei 38 mila miliardi di debito pubblico di Washington.
Da 80 anni l’architrave dell’impero finanziario americano è il dollaro, e la sua ubiquità aumenta enormemente la capacità di indebitamento Usa perché le banche centrali, i fondi e le aziende «parcheggiano» i dollari in eccesso derivanti dai loro investimenti o dai loro commerci sui titoli di Stato americani. E sono tanti.
Un impero globale
Il dollaro rappresenta infatti il 58% delle riserve valutarie delle banche centrali contro il 20% dell’euro, il 6% dello yen giapponese, il 5% della sterlina e il 2% del renminbi cinese. Ancor più centrale è il ruolo del biglietto verde nel commercio mondiale.
Circa il 50% dei pagamenti internazionali è effettuato in valuta statunitense. Se si escludono le rimesse degli immigrati e gli scambi interni all’eurozona, nelle esportazioni vige un monopolio di fatto: è in dollari il 96% delle fatture commerciali nelle Americhe, il 74% nella zona Asia-Pacifico e il 79% nel resto del mondo. Significa che tutte le aziende che fanno affari all’estero devono avere un conto in dollari per pagare i fornitori e incassare dai clienti: non a caso, il 60% dei depositi bancari internazionali è in dollari. Per gestire i pagamenti delle imprese, a loro volta, le banche sono obbligate ad aprire un conto presso un istituto statunitense, poiché ogni transazione in dollari deve avvenire all’interno del sistema bancario americano. Di conseguenza le informazioni su tutti i pagamenti in dollari – ammontare, ordinante, destinatari – sono tracciate dalle autorità americane, anche quando l’operazione non ha alcun altro legame con gli Stati Uniti.
Arma di pressione e ricatto
Questa egemonia monetaria assicura leve di pressione formidabili alle autorità statunitensi. Per un’azienda o per una banca essere esclusi dal circuito del dollaro equivale a una condanna al fallimento. Ne sa qualcosa l’istituto bancario letton
Ablv: accusato dagli Usa nel 2018 di complicità con il regime nordcoreano, è bastata la minaccia di sanzioni per scatenare una corsa allo sportello da parte dei correntisti. E così la terza banca della Lettonia è saltata nel giro di pochi giorni. Ne sa qualcosa anche un nutrito gruppo di banche europee che hanno effettuato per conto dei loro clienti pagamenti in dollari verso Cuba, Iran, Sudan e Libia. Paesi sotto embargo americano, ma all’epoca non oggetto di sanzioni europee. Gli Usa non hanno gradito. Ebbene, Unicredit, Bnp Paribas, Deutsche Bank, Hsbc, Barclays, Credit Suisse, Commerzbank e altre, per non uscire dal circuito del dollaro hanno accettato, fra il 2010 e il 2020, di pagare al Dipartimento di Giustizia Usa multe per un totale di 18 miliardi di dollari. È anche per questo che nessuna banca osa aprire un conto ai funzionari Onu sanzionati dagli Usa e, anzi, congela i loro fondi, nonostante tali sanzioni, in teoria, non trovino applicazione automatica in Ue.
Anche per molti Stati l’accesso al dollaro è questione di vita o di morte economica: durante le crisi finanziarie, infatti, è la Federal Reserve a prestare dollari alle banche centrali degli altri Paesi per affrontare l’emergenza e «calmare» gli investitori. Cosa accadrebbe se questi flussi dovessero arrestarsi o se la Fed dovesse minacciare di negarli a chi si oppone alle pretese americane? Sarebbe il caos.
Segnali di fuga
La Cina ha da tempo avviato un programma per affrancarsi dal giogo del dollaro e nel 2025 circa il 40% dei suoi commerci è stato effettuato in yuan. Il ruolo globale della valuta cinese resta però limitato a causa dello stretto controllo del governo di Pechino sull’economia, sui capitali e sulle politiche monetarie. In Cina non si applica lo stato di diritto, e la mancanza di certezze sulle regole genera scarsa fiducia internazionale nei confronti dello yuan. Ma qualche serio dubbio ora sta emergendo anche verso gli Usa, alla luce delle instabili decisioni di Trump in politica estera. Motivo per cui la Bce sta accelerando il progetto di euro digitale che, intanto, consentirebbe di liberarsi dalla dipendenza dal circuito americano di carte di credito nei pagamenti interni, e di fornire un conto a tutti, anche agli individui sanzionati dagli Usa.
Le prospettive dell’euro
Per quel che riguarda la proiezione internazionale dell’euro la strada è lunga, ma possibile. Secondo la presidente della Bce, Christine Lagarde, l’euro potrebbe diventare un’alternativa credibile al dollaro se la Ue si dotasse di capacità di difesa autonome, se cominciasse ad emettere più debito comune per far capire agli investitori che l’euro è un progetto stabile, e se allargasse la sua influenza commerciale.
I trattati di libero scambio appena firmati con India e Paesi del Mercosur vanno in questa direzione, soprattutto se d’ora in poi l’import-export fra i due blocchi si svolgerà più in euro che in dollari. E poi il tema dei temi: il mercato unico dei capitali, ovvero la trasformazione delle 27 piazze finanziarie europee in una unica in grado di competere con Wall Street, dove ogni anno vengono investiti 300 miliardi di risparmi europei. Denaro che, invece di arricchire il nostro tessuto produttivo, va a sostenere il mercato Usa, il suo debito pubblico e i mega piani di spesa sulla difesa e tagli delle imposte promessi da Trump. Per fare tutto questo i 27 Paesi membri devono però marciare in un’unica direzione. Un rafforzamento che il Presidente americano sta tentando in tutti i modi di impedire, anche raccattando complici fra gli euroscettici, per avvelenare i pozzi lungo la strada.
Francesco Bertolino e Milena Gabanelli
(per corriere.it)
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Febbraio 16th, 2026 Riccardo Fucile
L’IDEA DI STERILIZZARE UNA EVENTUALE SCONFITTA AL REFERENDUM E’ UN’ILLUSIONE … E ANCHE SE PREVALESSE IL SI’ SARA’ DI FRONTE A UN’ITALIA SPACCATE IN DUE
La sindrome dell’ultima spiaggia è il rischio vero dell’ultimo tratto di campagna referendaria ed è un problema notevole. La destra, per la prima volta, si rende conto che l’idea di sterilizzare una eventuale sconfitta (il famoso «non ci saranno conseguenze» di Giorgia Meloni e molti dei suoi) è un’illusione.
Al minimo, pagherà un alto dazio il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che si è assunto il ruolo di frontman della contesa con la magistratura: se vincerà il No diventerà il primo bersaglio anche dei suoi, con l’accusa di aver favorito più la mobilitazione degli avversari che il voto degli amici. Anche per questo a quaranta giorni dal voto siamo già all’ordalia, con una totale perdita di lucidità su quelle che, all’inizio, sembravano le due principali linee strategiche della propaganda referendaria.
Primo, non politicizzare la campagna (FdI aveva addirittura deciso di non usare il suo simbolo, a differenza di FI e Lega). Secondo, tenersi stretto quel pezzo di sinistra orientato a votare Sì, rassicurandolo sul carattere tecnico della consultazione.
Ma anche in caso di vittoria la sindrome dell’ultima spiaggia avrà conseguenze negative, perché il governo si troverà a gestire un rapporto con la magistratura in macerie e un elettorato diviso in due, con metà del Paese lacerato dal sospetto che il fronte del Sì coltivi progetti autoritari.
I decreti attuativi diventeranno un calvario, e non si capisce come l’esecutivo potrà gestire il necessario dialogo con giudici e pm dopo averli accusati per settimane di essere complice di scafisti, anarchici, sabotatori, e da ultimo di aver utilizzato metodi para-mafiosi nella distribuzione degli incarichi.
Lo stesso Nordio aveva ben presente il problema prima che la campagna degenerasse, quando dichiarava che subito dopo il voto, in caso di vittoria del Sì, avrebbe aperto un tavolo di confronto «per definire le norme di attuazione in uno spirito di dialogo». È sicuro, adesso, che sarà possibile? Il tono attuale del confronto fa pensare piuttosto al contrario, a una sorda guerriglia che ostacolerà qualsiasi soluzione condivisa anche dopo, anche se per il governo andasse nel migliore dei modi.
Chiedersi perché la maggioranza si sia infilata in questo tunnel non è esercizio inutile. L’attuale vicenda referendaria è l’opposto di quella vissuta durante il governo di Matteo Renzi, che vide il referendum costituzionale partire in salita, bersagliato da autorevoli ex-capi della sinistra, perdente o quasi nei sondaggi fin dall’inizio.
Sulla Giustizia, al contrario, il consenso sembrava solidissimo, una vittoria facile: nel luglio scorso, poco prima della conclusione dell’iter parlamentare sulla separazione delle carriere, il Sì era dato al 44 per cento, il No al 21: un abisso. Cinque mesi dopo era già testa a testa. Ha contato lo spirito vagamente vendicativo ostentato nelle feste di piazza. Ha contato l’eccesso di sicurezza nelle dichiarazioni pubbliche. Hanno contato, forse, i nuovi allarmi arrivati dall’America, col timore di contagio della dottrina Maga che vede i giudici non allineati come ostacoli da licenziare, indagare, scacciare. E si capisce che questo repentino cambiamento alimenti confusione e irrazionalità nella maggioranza, ma la sindrome dell’ultima spiaggia è una cattiva consigliera, comunque vada a finire.
(da lastampa.it)
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