Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
TRA LORO MOLTI NOMI NOTI, IL PEGGIO DI TUTTI E’ IL M5S
Dichiarazioni dei redditi e variazione ai patrimoni avrebbero dovuto essere pubblicate entro il 30
novembre scorso. Ma non ci sono quelle di 89 deputati e 10 senatori. Nessuna notizia della diffida che avrebbero dovuto inviare a ognuno i presidenti di Camera e Senato
Novantanove parlamentari su 605 non hanno ancora pubblicato la propria dichiarazione dei redditi e la variazione della propria situazione patrimoniale come impone la legge 441 del 5 luglio 1982. Avrebbero dovuto farlo secondo l’articolo 3 della stessa legge entro il 30 novembre del 2025, e quindi sono fuori dai termini da quasi un mese e mezzo.
Una mancanza che hanno avuto soprattutto i deputati: non hanno ottemperato agli obblighi di legge in 89 su 400, il 22,25% degli eletti. Più ligi al dovere invece i senatori, visto che mancano all’appello solo 10 di loro su 205 (anche i senatori a vita sono tenuti a rispettare la legge), quindi solo il 4,87% dei rappresentanti di palazzo Madama.
Matteo Renzi il più noto e il solo leader che tiene ancora nascosti i suoi redditi
Il nome più noto ed atteso di quelli a non avere rispettato fin qui la legge è quello di Matteo Renzi: è uno dei 10 senatori che non ha ancora pubblicato il loro reddito e le eventuali variazioni del patrimonio (immobili, azioni, auto e moto). È il solo leader politico a non averlo fatto, ed era anche quello verso cui c’era più curiosità: grazie alla sua attività privata, da qualche anno Renzi era entrato nella stretta cerchia dei milionari. Il suo reddito ancora non svelato è quello della dichiarazione 2025, relativa però all’anno 2024. Non era ancora entrata in vigore la norma anti-Renzi, che solo dal primo gennaio 2025 gli vieta di incassare più di 100 mila euro per consulenze fatte all’estero.
Quindi quella non ancora pubblicata dovrebbe essere una dichiarazione dei redditi milionaria.
Ma nella lista dei reprobi anche altri vip, dalla Piccolotti (Avs) alla Montaruli (FdI)
In Senato oltre a Renzi la lista di chi non ha rispettato i termini di legge comprende anche altri nomi noti, come quello del senatore a vita Renzo Piano, quello del capogruppo della Lega Massimiliano Romeo, del Pd Franco Mirabelli e degli esponenti di Fratelli di Italia Gaetano Nastri e Cinzia Pellegrino. Alla Camera ci sono anche due membri del governo fra i reprobi: sono i sottosegretari Gian Marco Mazzi (FdI) e Matilde Siracusano (Fi). Fra gli altri più conosciuti anche l’ex ministro Vincenzo Amendola (Pd), il capogruppo di Forza Italia Paolo Barelli, l’azzurra Deborah Bergamini, il Pd Gianni Cuperlo, il vicepresidente del M5s Michele Gubitosa, l’ex sottosegretaria Augusta Montaruli (FdI), il Pd Roberto Morassut, la Avs Elisabetta Piccolotti, la Pd Lia Quartapelle, il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli (FdI) e il Pd Arturo Scotto.
La forza politica che più ha violato la legge sulla trasparenza è a sorpresa il M5s
La forza politica che meno di tutti ha rispettato la legge sulla trasparenza delle dichiarazioni patrimoniali a sorpresa è il Movimento 5 Stelle: ligio alle prescrizioni normative il suo leader, Giuseppe Conte, ma “fuori” dalla legge il 36,73% dei parlamentari eletti. Ed è certamente una notizia, perché quella forza ha fatto grandi battaglie sulla trasparenza patrimoniale dei politici, salvo essere poi quella che viola di più proprio quelle norme. Al secondo posto delle maglie nere della trasparenza
patrimoniale Forza Italia con il 28,84% degli eletti che non hanno presentato la loro dichiarazione dei redditi. Terzo posto per Fratelli d’Italia (23,27%), seguita dal Pd (20%) e dalla Lega (10%), che dei grandi partiti presenti in parlamento è stata la più ligia alla normativa.
La Russa e Fontana dovrebbero mettere in mora i 99, ma fin qui non l’hanno fatto
Che cosa rischiano i ritardatari? Secondo la stessa legge sulla trasparenza «nel caso di inadempienza degli obblighi imposti il Presidente della Camera alla quale l’inadempiente appartiene lo diffida ad adempiere entro il termine di quindici giorni. Senza pregiudizio di sanzioni disciplinari eventualmente previste nell’ambito della potestà regolamentare, nel caso di inosservanza della diffida il Presidente della Camera di appartenenza ne dà notizia all’Assemblea». Né il presidente del Senato, Ignazio La Russa, né il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, hanno comunicato alle assemblee i nomi di quelli che eventualmente avessero diffidato come impone la legge. Non sappiamo quindi se i “reprobi” hanno ricevuto quella lettera dai loro presidenti: certo fin qui comunque non avrebbero ottemperato nemmeno alla diffida. Ci sono state però le vacanze natalizie di mezzo e probabilmente qualcosa di più si potrà sapere nei prossimi giorni. Quando è presumibile che dopo la pubblicazione di questo articolo i 99 facciano una corsa a mettersi in regola
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
SOTTO ACCUSA PER LA RISTRUTTURAZIONE DELLE SEDE CENTRALE
La procura statunitense del distretto di Columbia ha avviato un’indagine penale nei confronti del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell. Sotto accusa per la ristrutturazione da 2,5 miliardi di dollari della sede centrale della Fed. Powell ha dichiarato che la settimana scorsa la Fed ha ricevuto citazioni in giudizio da parte della procura e una minaccia di incriminazione penale da parte del Dipartimento di Giustizia in relazione alla sua testimonianza al Congresso la scorsa estate sulla ristrutturazione. E ha affermato che l’azione legale era un pretesto per limitare l’indipendenza della Fed nel fissare i tassi di interesse.
Questo accade dopo che Donald Trump ha ripetutamente attaccato Powell, definendolo un «mulo testardo» per essersi rifiutato di tagliare i costi di indebitamento. «Questa nuova minaccia non riguarda la mia testimonianza dello scorso giugno o la ristrutturazione degli edifici della Federal Reserve», ha detto Powell. “La minaccia di incriminazione penale è una conseguenza del fatto che la Federal Reserve fissa i tassi di interesse in base alla nostra migliore valutazione di ciò che
servirà al pubblico, piuttosto che in base alle preferenze del presidente», ha aggiunto.
Cos’è la Federal Reserve
La Federal Reserve è la banca centrale americana. Opera con il mandato di favorire la stabilità dei prezzi e la piena occupazione. Lo strumento principale è il tasso di riferimento, che orienta il costo del denaro per famiglie e imprese. I membri del board, in genere, attraversano amministrazioni di diverso colore politico. Trump ha più volte sollecitato tagli dei tassi piu’ rapidi e ha alzato il livello dello scontro attaccando anche i costi della ristrutturazione della sede della Fed. Domenica il presidente ha detto di non sapere nulla dell’indagine del Dipartimento di Giustizia: «Non ne so niente, ma di certo (Powell, ndr) non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire edifici», ha dichiarato, citato da NBC. La notizia ha provocato reazioni bipartisan al Senato.
(da agenzie)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
LA REPRESSIONE AUMENTA E GLI AYATOLLAH FATICANO A CONTENERE LA PROTESTA
L’Iran è in fiamme. Ci sono state molte prove generali in cui sembrava che il regime crollasse, in
cui però gli ayatollah sono riusciti a riassorbire la spinta dell’opposizione. La maggior parte di questi tentativi sono stati almeno inizialmente opera delle donne, tanto marginalizzate e represse. Così nel 2009, nel 2017 e nel 2019, così in particolare nel 2022, quando l’uccisione in carcere della giovane curda Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale per aver portato troppo allentato l’hijab – il velo obbligatorio – aveva suscitato una grande ondata di proteste in tutto il Paese e la nascita di un movimento di opposizione che proprio sulle donne faceva leva, “Donna, vita, libertà”.
La polizia aveva sparato sulla folla, c’erano stati centinaia di manifestanti uccisi, arresti, aumento della repressione da parte della polizia religiosa, appunto la “polizia morale”, e tentativi
invece da parte del regime di calmare gli animi con qualche concessione. Qualcosa, a detta degli oppositori fuorusciti, sembra tuttavia essersi rotto nel 2022. A fianco della repressione, cresceva il numero delle manifestazioni spontanee di protesta, donne che uscivano a capo scoperto, rifiuti anche individuali di obbedire alle regole del regime.
Quando la protesta cresce capillarmente dal basso in questo modo, anche la repressione diventa più difficile. È vero che l’Iran non è mai stato simile all’Afghanistan, dove alle donne è proibito tutto, non solo studiare, e che in Iran è sempre esistita una sorta di doppio regime, di spinta alla libertà da una parte e di dura repressione dall’altra. Basta leggerne la letteratura per rendersene conto. Le donne hanno potuto studiare, diventare medici, avvocati, scrittrici. Il Premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi, la prima donna musulmana a riceverlo nel 2003, è stata più volte arrestata, ha subito persecuzioni, è stata costretta infine all’esilio ma ha anche potuto in alcuni momenti esercitare la sua professione di avvocato in favore dei perseguitati dal regime e vivere in Iran.
Dopo la breve guerra con Israele, che sembrava poter dar nuovamente fuoco alle polveri, la repressione in Iran è aumentata. Ma qualcosa di nuovo è emerso: la rivolta stavolta è partita non dalle donne ma dai commercianti, un ceto molto ampio che finora non aveva manifestato attivamente contro il regime. Da oltre due settimane, sono scesi in massa nelle piazze a fianco degli altri manifestanti, delle donne e dei giovani. Il regime ha bloccato i telefoni e Internet per evitare che il mondo venga a conoscenza di quanto sta accadendo. Dalla televisione di
Stato si mostrano solo manifestazioni a sostegno del governo, del resto si tace. Il figlio dello scià deposto dalla rivoluzione islamica nel 1979, Reza Pahlavi, ha invitato tutti a unirsi alle manifestazioni e si è detto disposto a guidare il Paese nella transizione verso la democrazia.
Anche gruppi politici che non erano favorevoli a una qualsiasi forma di ritorno alla monarchia si sono a questo punto rassegnati a questa soluzione. Molto meno favorevoli gli oppositori iraniani sono invece a un intervento degli Usa minacciato da Trump, gravido di incognite proprio sulle sue motivazioni e i suoi risultati. Lo stesso si può dire a proposito di Netanyahu, come è stato dichiarato dalle opposizioni durante la guerra del giugno 2025. In realtà ciò che finora è mancato all’Iran, data la decennale dittatura che ha caratterizzato il Paese, è stato un gruppo dirigente che potesse guidare e orientare la resistenza.
È possibile che il figlio dello scià, monarca che pure ai suoi tempi non ha brillato per democrazia, possa invece dimostrarsi all’altezza di questo compito? Intanto, la rivolta divampa senza la necessità di interventi esterni, anche se il numero dei morti cresce, così quello degli arresti. I rivoltosi sono definiti dalle autorità «nemici di Dio» e «terroristi», il che implica la pena di morte. Ed è ancora quello di una giovane donna, la studentessa curda Rubina Aminian, uccisa l’8 gennaio, il volto del primo manifestante assassinato. Se questa rivolta non riuscirà a diventare una rivoluzione, si aprono giorni molto oscuri per il popolo iraniano. Ma sembra difficile che il regime possa continuare a lungo a sopravvivere.
(da La Stampa)
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Gennaio 12th, 2026 Riccardo Fucile
PER FORTUNA MELONI NON HA FATTO ALTRE GAFFE, DECISIVA LA MEDIAZIONE USA
Dopo 423 giorni, Alberto Trentini è libero. È stato scarcerato nella notte, sta bene e ora si trova «nella sede dell’ambasciata d’Italia a Caracas», ha annunciato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Insieme a Trentini c’è anche l’altro italiano che si trovava a El Rodeo, il torinese Mario Burlò. L’aereo che li riporterà a casa è già partito da Roma.
La scarcerazione è stata decisa dalla presidente venezuelana Delcy Rodriguez, grazie al lavoro diplomatico e alla mediazione degli Stati Uniti, ed è arrivata dopo giorni di grande tensione. Sono stati avvertiti della loro liberazione verso le 15 ora di Caracas. Sono stati trasferiti all’ambasciata d’Italia per la prima volta senza essere incappucciati, come invece avveniva in ogni passaggio all’interno del carcere.
L’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito li ha accolti e ha fatto preparare due stanze per loro per farli riposare e attendere l’aereo in partenza dall’Italia.
Dopo la caduta di Maduro, gli Usa, così come gli altri Paesi occidentali, avevano chiesto a Rodriguez la liberazione dei detenuti politici come gesto di discontinuità rispetto al governo
Maduro. In cambio avevano offerto un riconoscimento del governo, fino a quel momento mai arrivato.
La premier Giorgia Meloni aveva inviato un messaggio pubblico a Delcy Rodriguez chiedendo la scarcerazione e, di fatto, legittimando il suo governo come interlocutore del nostro Paese. Esattamente quello che il Venezuela aveva chiesto sin dalle ore successive all’arresto di Trentini.
La svolta per la liberazione è maturata solo nelle ultime settimane, dentro un quadro completamente cambiato. La caduta di Nicolás Maduro e l’ascesa di Delcy Rodriguez hanno aperto una fase nuova, ancora instabile, in cui il nuovo governo ha cercato legittimazione internazionale. Washington ha assunto un ruolo centrale, ponendo come condizione la liberazione di una parte dei detenuti politici e degli stranieri.
Caracas ha annunciato una prima lista di scarcerazioni, presentandole come un gesto unilaterale di «pacificazione», ma in realtà frutto di un equilibrio delicatissimo tra pressioni esterne e resistenze interne, in particolare degli apparati di sicurezza guidati da Diosdado Cabello.
Trentini non compariva nella prima tranche di rilasci. Il suo nome, però, era inserito in una seconda lista, su cui si sono concentrate le trattative più difficili. Nei giorni scorsi, mentre dal carcere di El Rodeo I uscivano i primi detenuti, a Roma e a Caracas si moltiplicavano i contatti riservati.
In parallelo, l’Italia ha cercato di evitare nuove frizioni politiche dopo le tensioni provocate dalla telefonata della premier Meloni a María Corina Machado, poi rientrate con un messaggio diretto a Rodriguez, quel riconoscimento istituzionale che il Venezuela chiedeva sin dall’inizio della vicenda. Fino a ieri sera tutto restava appeso a un equilibrio fragile. Poi, nella notte, la decisione. Dopo 423 giorni di carcere senza accuse, senza processo e senza una data, per Alberto Trentini l’ostaggio è finito.
(da agenzie)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
ALL’APERTURA DELLA CAMPAGNA REFERENDARIA PER IL NO RIPRENDONO LE PROVE D’INTESA TRA SCHLEIN E CONTE CHE DENUNCIANO IL “TRUMPISMO” DELLA DUCETTA
«La democrazia non è un assegno in bianco per cinque anni nelle mani di chi prende un voto in
più». Elly Schlein dal palco del Centro congressi Frentani amplia la battaglia sul referendum a una lotta a tutto campo a Giorgia Meloni. Il Comitato della società civile per il No, presieduto da Giovanni Bachelet, offre il pubblico perfetto per aprire la campagna di primavera delle opposizioni.
La scommessa sulla politicizzazione della sfida sulla separazione delle carriere ha bisogno di un fronte più ampio, lo sanno tutti i
protagonisti della campagna, primi fra tutti i leader del campo largo. Di conseguenza si punta forte sul disegno complessivo delle riforme meloniane, che per le opposizioni porta. Insomma, in gioco c’è il futuro della democrazia.
La deriva del governo, spiegano Schlein e Giuseppe Conte, s’incastona perfettamente nella visione del mondo degli amici sovranisti di Giorgia Meloni. Dove l’esecutivo usa la forza sui cittadini come a Minneapolis nel caso di Renee Nicole Good ci vuole un giudice, dice Schlein. «Siamo di fronte a un diritto internazionale che non esiste più, sostituito dalla legge del più forte» aggiunge Conte. Tradotto: non esiste più il diritto internazionale, figurarsi quello nazionale.
Dopo il gelo di dicembre, quando i due leader si erano allontanati dopo lo screzio sull’invito al triello ad Atreju da parte di Meloni e le divergenze sulla leadership, l’apertura della campagna referendaria è stata l’occasione di riaprire un canale diretto. Dopo un breve colloquio con Nicola Fratoianni, quando il leader M5s è sceso dal palco, in conclusione del suo intervento, Schlein è andata da lui, lo ha salutato e gli ha rivolto un «bravo».
Nel merito, la parola d’ordine è “contestualizzare”, allontanarsi dal merito e mobilitare l’elettorato sulla contrapposizione a Meloni. Per la segretaria dem, la riforma non migliora l’efficienza della giustizia né separa davvero le carriere. «Serve a chi sta già al governo che vuole le mani libere perché si ritiene al di sopra delle leggi e della Costituzione» continua Schlein, che stigmatizza gli attacchi di Meloni alla magistratura. «Loro gridano al complotto ma mi sento di dire che non è colpa dei
giudici se questo governo non sa scrivere le leggi».
Una riforma improntata come le altre norme meloniane alla «mania di controllo». All’orizzonte, standard ungheresi, polacchi o americani. «Quando l’abuso della forza da parte dello Stato arriva ad uccidere poeti, come è successo con Renee Nicole Good, e quel governo parla di legittima difesa, ci vuole un giudice indipendente e imparziale che possa far giustizia. È proprio l’esempio del perché questa riforma è rischiosa per le cittadine e per i cittadini e non per altri».
Conte nel suo intervento insiste sul principio della legge uguale per tutti. La riforma «è il ritorno della casta dei politici, degli intoccabili, di chi vuole avere le mani libere per poter agire e non rispondere a nessun contropotere» ha detto il presidente del Movimento 5 stelle.
«Dovremo far capire che i cittadini diventeranno tutti di Serie B rispetto invece ai “privilegiati” della giustizia che sono politici, colletti bianchi e imprenditori amici». Anche Conte insiste sul desiderio di Meloni di eliminare i contropoteri e veleggiare verso l’impunità. Inaccettabile, per Conte: «Anzi, io che sono un politico e ho un incarico pubblico sono investito di una maggiore responsabilità e devo rendere conto dell’operato e del rispetto delle leggi in modo ancora più trasparente»
A scaldare la platea c’è anche Maurizio Landini. Il segretario della Cgil è preoccupato dall’astensione e ribadisce in ballo c’è la difesa del futuro della democrazia. Per lui il rischio è nell’astensionismo, mentre da parte del governo per il segretario «una gestione autoritaria del governo del nostro paese è già in campo». Sul palco sfilano le associazioni che si sono già
espresse a sostegno del Comitato della società civile per il No: Acli, sindaci, associazioni studentesche, Udu, Legambiente e tanti altri.
E poi, le voci dei singoli: il magistrato Gherardo Colombo, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci, il premi Nobel Giorgio Parisi, lo scrittore Maurizio De Giovanni e il sindaco di Benevento Clemente Mastella. Sul futuro della democrazia torna anche Tomaso Montanari, il rettore dell’Università per stranieri di Siena, che raccomanda di non lasciare «a chi ha il monopolio della forza anche quello sulla verità». Anche perché, spiega, la riforma equivale a una richiesta di «pieni poteri». Il Papeete di Meloni.
(da Domani)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
PER HEAKEY, PUTIN MERITA DI ANDARE IN GALERA PER “CIÒ CHE HO VISTO A BUCHA (DOVE I CIVILI SONO STATI MASSACRATI DALL’ESERCITO RUSSO)” E PER IL RAPIMENTO DEI BAMBINI UCRAINI” – “PUTIN È UN UOMO CHE DEVE ESSERE FERMATO”
Il ministro della Difesa britannico John Healey ha dichiarato che “rapirebbe” Putin e lo riterrebbe responsabile dei crimini di guerra in Ucraina. Le dichiarazioni sono state rilasciate venerdì durante la sua visita a Kiev, dopo che Mosca ha lanciato ulteriori attacchi missilistici su Kiev e altre città ucraine.
Alla domanda del Kyiv Independent se rapirebbe qualche leader mondiale, Healey ha risposto che “prenderebbe Putin in custodia e lo riterrebbe responsabile dei crimini di guerra”.
Ha citato “ciò che ho visto a Bucha durante una delle mie prime visite in Ucraina” e il rapimento di “alcuni dei bambini ucraini che ho incontrato nella [città di] Irpin”.
Nel 2022, dopo la ritirata delle forze russe dalla loro iniziale avanzata verso la capitale Kiev, a Bucha sono state scoperte fosse comuni. Indicando gli edifici distrutti in Ucraina, Healey ha affermato che “questo la dice lunga sul presidente Putin e sulla sua determinazione non solo a dichiarare guerra all’Ucraina, ma anche a prendere di mira i civili, le città e le
infrastrutture da cui la popolazione dipende in modo assolutamente cruciale in pieno inverno.
“Questo è un uomo che deve essere fermato. Questa è una guerra che deve essere fermata. E la nostra missione è sostenere l’Ucraina nella sua lotta odierna e contribuire a garantire la pace per il momento”.
(da agenzie)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
SCOPPIA LA RIVOLTA IN FORZA ITALIA E LEGA. LA MARETTA CRESCE ANCHE DENTRO FRATELLI D’ITALIA ANCHE SE ALLA FINE NESSUN MELONIANO SI RIBELLERÀ ALLE RICHIESTE DELLA SORA GIORGIA … LA RIVOLTA DEI PARLAMENTARI DI MAGGIORANZA FARÀ SÌ CHE LA RICHIESTA DI AUTOTASSARSI SARÀ SOLO “VOLONTARIA”
Mille euro. A testa. Chiesti a tutti i 360 parlamentari di centrodestra per finanziare il comitato del
“Sì” alla riforma sulla separazione delle carriere coordinato da Palazzo Chigi e guidato dall’ex direttore del Giornale Alessandro Sallusti e dall’ex giudice costituzionale Nicolò Zanon.
Obiettivo: racimolare mezzo milione di euro per pareggiare la campagna dell’Anm. È questa la principale preoccupazione che in queste ore circola tra gli eletti di maggioranza di centrodestra: nessuno vuole versare la quota da mille euro una tantum per la campagna referendaria, che si aggiunge a quella che ogni mese
gli eletti versano ai rispettivi gruppi parlamentari (mille Fratelli d’Italia, 1.845 la Lega e 900 di Forza Italia). Il “no” ufficioso è già arrivato da Forza Italia: i parlamentari azzurri non hanno intenzione di autotassarsi per finanziare un comitato sostanzialmente guidato da Fratelli d’Italia che punta a evitare esponenti politici ed escludere gli alleati dalle scelte del comitato.
Giovedì mattina il segretario di Forza Italia Antonio Tajani ha riunito i colleghi di partito, a partire dai responsabili dei comitati azzurri Giorgio Mulè, Enrico Costa e Pierantonio Zanettin, ed è stata ipotizzato un contributo di 500 euro ma solo per sostenere il comitato azzurro che ha tra le principali testimonial Francesca Scopelliti, già compagna di Enzo Tortora.
I forzisti organizzeranno anche cene ed eventi di autofinanziamento e un sostegno economico per la campagna referendaria arriverà anche dal partito, senza escludere un contributo della famiglia Berlusconi (magari anticipato rispetto ai 500 mila euro che arrivano ogni anno dai figli prima dell’estate).
Di certo, però, gli azzurri non sosterranno economicamente il “comitatone” governativo.
Anche nella Lega in queste ore non hanno apprezzato la richiesta – per il momento ufficiosa – che è arrivata dai vertici di Fratelli d’Italia. I leghisti possono contare sulla consigliera del Csm Claudia Eccher (già avvocata di Matteo Salvini) che è una delle testimonial principali del “Sì”, ma si sono visti bocciare alcuni nomi che avrebbero voluto tra i “costituenti” del comitato. Maretta che in queste ore sta crescendo anche dentro Fratelli
d’Italia anche se alla fine nessun meloniano si ribellerà alle richieste della “capa”. La rivolta dei parlamentari di maggioranza quindi farà sì che la richiesta di autotassarsi sarà solo “volontaria”, cioè chi vuole darà una somma.
Ed è proprio la questione dei soldi che sta frenando in queste ore il comitato del “Sì” governativo alla riforma sulla separazione delle carriere.
Per gli spot, i manifesti e gli eventi della campagna referendaria servono i finanziamenti e senza il contributo dei parlamentari i promotori sono alla ricerca di contributi di privati, a partire da imprenditori vicini al governo e al fronte del “Sì” alla riforma.
Una questione non secondaria perché la decisione di anticipare la data al 22-23 marzo – annunciata venerdì in conferenza stampa dalla premier Giorgia Meloni e che sarà ufficializzata domani in Consiglio dei ministri – ha creato un paradosso: i comitati dovranno accelerare la campagna referendaria che si svolgerà tutta tra inizio febbraio e inizio marzo rispettando le regole della par condicio (che scatterà dall’indizione dei comizi referendari da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella).
Dunque i maggiori investimenti per eventi, spot e manifesti dovrà essere fatta a inizio febbraio per permettere al comitato del “Sì” di far partire la comunicazione referendaria. Finora, invece, tutto è stato fatto a costo zero con post e video di propaganda gestiti da Fratelli d’Italia.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
POI LA TENNISTA UCRAINA ACCUSA: “OGNI GIORNO VIVO CON IL DOLORE NEL CUORE. CI SONO MIGLIAIA DI PERSONE SENZA LUCE E ACQUA CALDA IN QUESTO MOMENTO. FUORI CI SONO -20 GRADI. MIA SORELLA DORME SOTTO TRE COPERTE A CAUSA DEL FREDDO CHE FA A CASA. SONO STATA INCREDIBILMENTE COMMOSSA E FELICE DI VEDERE COSÌ TANTE BANDIERE UCRAINE”
Sul campo ha vinto ancora Aryna Sabalenka, ma il gelo fra la numero 1 al mondo e Marta Kostyuk prosegue. La finale del Wta Brisbane ha premiato la bielorussa, anche se a fine match le due non si sono strette la mano e non si sono fatte fotografare assieme, come da precisa volontà di Kostyuk che nel suo discorso post-partita ha toccato temi commoventi come la situazione della sua Ucraina, senza però complimentarsi con l’avversaria per la vittoria.
Brisbane non è altro che un nuovo episodio nella particolare sfida Sabalenka-Kostyuk. Nel suo discorso al termine della finale la tennista ucraina non ha citato la propria avversaria, ma ha approfondito il doloroso tema della guerra nel suo Paese: “Ogni giorno vivo con il dolore nel cuore. Ci sono migliaia di persone senza luce e acqua calda in questo momento. Fuori ci sono -20 gradi. È molto doloroso vivere questa realtà ogni giorno. Mia sorella dorme sotto tre coperte a causa del freddo che fa a casa. Sono stata incredibilmente commossa e felice di vedere così tante bandiere ucraine questa settimana”.
Applausi a scena aperta, ma nessun complimento alla tennista che l’aveva appena sconfitta.
(da agenzie)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
ELON MUSK RETWITTA IL CEO DELL’AZIENDA, MATTHEW PRINCE E METTE NEL MIRINO L’AUTHORITY: “CHI C’È IN QUESTO COMITATO?”
Google e Cloudflare, due giganti del web e due decisioni opposte. La prima ha scelto di adeguarsi
recependo i blocchi della piattaforma antipirateria Piracy Shield, la seconda invece ha deciso di combattere per la libertà di internet, definendo il blocco di IP e DNS una forma di censura.
Una scelta che le è costata 14 milioni di euro di multa da parte di Agcom per violazione della legge antipirateria.
Cloudflare, nelle scorse ore, ha risposto per mano del suo CEO e fondatore Matthew Prince alla sanzione con una dichiarazione molto polemica diretta soprattutto ad Agcom, nella quale minaccia non solo battaglia ma anche di ritirare investimenti e servizi dal’Italia.
Una scintilla che ha fatto scoppiare una bomba: tantissimi, da Elon Musk a David Heinemeier Hansson, creatore di Rails e nome molto noto in rete hanno dato supporto a Prince che ha provato, nella sua dichiarazione, a coinvolgere anche l’amministrazione Trump tramite il vicepresidente Usa Vance per trasformare la multa in un vero e proprio caso diplomatico.
Ci sono due aspetti da chiarire: la dichiarazione di Prince è contro Agcom, che tuttavia non ha fatto altro che applicare una legge italiana. Il problema va quindi risolto alla fonte: la legge antipirateria, con i diversi emendamenti pubblicati successivamente, ha allargato il suo raggio di azione dai soli provider alle CDN e ai DNS, includendo quindi negli organismi che devono effettuare i blocchi anche colossi come Cloudflare o Google.
Il secondo è che la critica è rivolta non tanto alla piattaforma, perché lo stesso Prince dice che “Crediamo che l’Italia, come tutti i paesi, abbia il diritto di regolamentare i contenuti sulle reti all’interno dei propri confini” ma al modo in cui verrebbe chiesto che fosse applicata, quindi con un blocco che varrebbe ovunque, anche fuori dai confini italiani.
Va detto tuttavia Google ha applicato i blocchi, ma lo ha fatto gestendo la provenienza della richiesta in modo tale che solo chi risiede in Italia e usa i suoi DNS vede certi siti bloccati.
Cloudflare tecnicamente potrebbe fare qualcosa di simile a Google, ma ha scelto di non farlo perché le conseguenze sarebbero molto più gravi, sia sul piano giuridico sia su quello strutturale di Internet.
Google, nel rapporto con Piracy Shield, ha adottato una strategia di contenimento del danno: eventuali interventi sono stati limitati
come abbiamo scritto sopra al solo territorio italiano, senza modificare il comportamento globale del DNS pubblico 8.8.8.8, senza accettare automatismi ciechi e senza applicare blocchi validi fuori dalla giurisdizione nazionale.
In altre parole, Google ha operato come fornitore di servizi, già abituato a filtrare contenuti su base nazionale (Search, YouTube, Ads), e ha mantenuto una separazione netta tra Italia e resto del mondo.
Cloudflare, invece, opera a un livello completamente diverso. Non è solo un fornitore di servizi, ma un’infrastruttura globale condivisa: CDN, DNS (1.1.1.1), protezione DDoS, reverse proxy e terminazione TLS convivono sullo stesso stack.
Accettare blocchi DNS, anche solo “per l’Italia”, su segnalazione amministrativa e senza supervisione giudiziaria, significherebbe creare un precedente valido per qualunque Paese. Una volta accettato il principio, Cloudflare non avrebbe più basi solide per rifiutare richieste analoghe da governi autoritari.
La differenza fondamentale è sul modello. Google accetta da anni compromessi regolatori perché il suo business non si fonda sulla neutralità assoluta. Cloudflare, invece, si presenta come una sorta di common carrier di Internet: proteggere un sito non significa approvarne i contenuti, e la sua credibilità dipende proprio dal non discriminare. Cedere una volta significherebbe cedere per sempre. La sua posizione non è una quindi una questione di arroganza, ma di sopravvivenza del modello di Internet globale.
(da agenzie)
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