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“A DESTRA LA CLASSE DIRIGENTE È VERAMENTE SCARSA”: MARCELLO VENEZIANI CI HA PRESO GUSTO A STRONCARE L’ARMATA BRANCAMELONI

Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile

“NON C’È STATO NEANCHE UN TENTATIVO DI FAR NASCERE UNA CLASSE DIRIGENTE ADEGUATA. HANNO AVUTO COME UNICO ORIZZONTE QUELLO ELETTORALE. DOPO TRE ANNI NON POSSO DIRE DI ESSERE DELUSO PERCHE’ NON MI ERO MAI ILLUSO”

 

“Non sono deluso, e lo posso dimostrare. Già prima del voto avevo dato un’indicazione favorevole a questa coalizione, ma avevo detto di non farsi illusioni. Quando la destra arriverà al governo farà esattamente ciò che si faceva prima, perché non ha il potere per cambiare davvero. Sarebbe licenziata in un attimo se provasse una reale discontinuità con alcuni poteri internazionali e interni. Di conseguenza, non aspettatevi nulla”.
Lo dice, nel corso della sua partecipazione alla terza puntata del podcast “Diario di cittadinanza. Voci, storie e numeri delle diseguaglianze italiane” promosso dalla Svimez, il giornalista e scrittore Marcello Veneziani, tornando ad esprimere una valutazione sulla classe dirigente della destra italiana e sulle aspettative legate al suo arrivo al governo guidato da Giorgia Meloni.
Proprio per questa consapevolezza iniziale “dopo tre anni posso dire di non essere deluso semplicemente perché non mi ero illuso” afferma Veneziani che rivolge però una critica al versante politico di riferimento, sottolineando la mancanza di un progetto di rinnovamento interno.
“Non c’è stato neanche un tentativo di far nascere una classe dirigente adeguata. La classe dirigente è scarsa, veramente scarsa, e ha avuto come unico orizzonte quello elettorale”. E questo vale anche per il Sud. “Se guardo al ceto politico,
sindacale o a quei gruppi che un tempo componevano la leadership del Sud, trovo il silenzio assoluto. Oggi una classe dirigente del Sud non la vedo più”.
Infine, tra consigliare a un ragazzo del Sud se partire o restare, Marcello Veneziani propone ai giovani una terza via: la “tornanza”, partire per fare esperienza, ma con l’idea di tornare o mantenere una doppia presenza tra dentro e fuori, in modo fluido. Sottolinea poi il valore dell’eredità culturale del Sud, in particolare della formazione umanistica, che dovrebbe integrarsi con competenze tecniche, economiche e scientifiche. Per il futuro del Mezzogiorno, immagina figure “centauro”, capaci di unire visione filosofica e capacità manageriali, considerandole l’unica vera strada di rilancio per il territorio.
L’intera puntata si può vedere e ascoltare sul sito della Svimez e sulle principali piattaforme streaming. Il podcast Diario di Cittadinanza. Voci, storie e numeri delle diseguaglianze italiane, è curato da Stefano Di Traglia, Antonio Fraschilla e Patty Torchia.
(da agenzie)

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“L’ICE (L’AGENZIA AMERICANA ANTI-MIGRANTI) È LA GESTAPO DI TRUMP”: LO SOSTENGONO I MANIFESTANTI SCESI IN PIAZZA DOPO L’OMICIDIO DI RENEE NICOLE GOOD

Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile

L’ICE È CONSIDERATA LA NUOVA MILIZIA TRUMPIANA, FORMATA DA PERSONE DAL DUBBIO PASSATO E INSURREZIONISTI CHE PARTECIPARONO ALLA RIVOLTA DEL 6 GENNAIO GRAZIATI DA TRUMP. SPESSO SONO ADDESTRATI IN MANIERA SOMMARIA E HANNO PIENI POTERI”,,, “GLI AGENTI SONO DIVENTATI I PRETORIANI DEL PRESIDENTE, ARMATI FINO AI DENTI E DISPOSTI A TUTTO PUR DI SEGUIRLO”

L’Ice era nata come risposta al terrorismo dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, ma con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca gli agenti federali dell’immigrazione sono diventati i pretoriani del presidente, armati fino ai denti e ben pagati, disposta a tutto pur di seguirlo.
L’Ice, acronimo di Immigration and Customs Enforcement, è considerata la nuova milizia trumpiana, formata da persone anche dal dubbio passato, spesso con scarsi titoli di studio, addestrate in maniera sommaria, ma pagate più di un insegnante. E con pieni poteri.
Nonostante le immagini video dell’omicidio della donna di Minneapolis raccontino tutt’altro, Trump ha difeso l’agente sostenendo che la vittima avesse «cercato violentemente e brutalmente» di colpirlo e che lui era stato costretto a difendersi. «Sembra davvero un miracolo che sia ancora vivo, ma si sta riprendendo in ospedale», aveva aggiunto. In realtà un video girato subito dopo l’omicidio ha mostrato l’agente attraversare la strada dando indicazioni ai colleghi di sgomberare l’area.
Grazie al livello di impunità che il governo gli ha garantito, l’Ice negli ultimi mesi si è trasformato in una squadra di pretoriani senza confini: l’organico ha superato i 22 mila uomini, non si occupa più di indagini penali, ma di arrestare e deportare chi viene ritenuto immigrato illegale. Chi protesta, anche cittadini americani, viene aggredito con violenza. E nessuno ne paga le conseguenze. Al punto che ormai, sui social, gli agenti vengono
regolarmente paragonati alle camicie brune naziste.
Nel frattempo l’agenzia è diventata, tra le forze dell’ordine federali, quella con i finanziamenti più elevanti: il bilancio annuale è triplicato, arrivando a 30 miliardi di dollari. Pochi mesi fa il sito governativo per le assunzioni, Usa Jobs, ha offerto posti ben retribuiti per addetti alle deportazioni a Phoenix, Los Angeles, San Diego e San Francisco.
Non è chiaro, però, quanto tutte queste condizioni stiano attraendo candidati a entrare in un copro sempre più impopolare. Conoscerne nomi e storie è difficile. Gli agenti girano con il volto coperto e non dichiarano la propria identità. Il dipartimento spiega che è per motivi di sicurezza. Secondo i critici, è perché tra loro ci sarebbero anche persone con precedenti, o insurrezionisti che parteciparono alla rivolta del 6 gennaio graziati da Donald Trump.
(da La Repubblica)

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L’UOMO CHE TIENE I FILINI DELLA COMUNICAZIONE DI FRATELLI D’ITALIA : IL RITRATTONE BY FABRIZIO RONCONE DEL DEPUTATO IN ASCESA FRANCESCO FILINI, FIGURA CRUCIALE NELLA STRATEGIA COMUNICATIVA DEI MELONIANI E BRACCIO DESTRO DI FAZZOLARI

Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile

“LA SUA STRUTTURA SFORNA I DOCUMENTI CHE I PARLAMENTARI CONSULTANO PRIMA DI METTERE PIEDE NEGLI STUDI TELEVISIVI. RESTA NELL’OMBRA E DA’ POCA CONFIDENZA AI GIORNALISTI (BLANDISCE SOLO QUELLI CHE POSSONO SERVIRGLI). COMUNICARE AL PAESE È LA SUA MISSIONE. NON FACILE, IN ASSENZA D’UN ADEGUATO ESTABLISHMENT CULTURALE. E INFATTI SONO COSTRETTI A RACCONTARCI CHE PASOLINI ERA DI DESTRA… E ANCHE DANTE. E PURE TEX E PATTY PRAVO. PICCOLE FURBIZIE NECESSARIE A COPRIRE UN VUOTO”

Questa volta parliamo di Filini, ma non del mitico ragionier Filini, il collega di Ugo Fantozzi […] ma di Francesco Filini, il deputato che coordina la macchina della propaganda di Fratelli d’Italia. Un uomo g
La sua struttura, ogni giorno, sforna i documenti che parlamentari e dirigenti consultano prima di mettere piede in Transatlantico o negli studi televisivi. I dossier contengono lo schema strategico per costruire il racconto politico del nascente partito della nazione.
Stiamo realizzando cose belle. Anzi, meglio: cose giuste. Anche se sembra vada maluccio, va invece tutto benissimo. Inutile dire che la narrazione trionfale dei Fratelli è sovrapponibile, quasi sempre, con quella del governo. Per questo, l’ufficio studi al comando di Filini, che s’occupa anche di “nomine” nelle partecipate, è sotto la supervisione di Giovambattista Fazzolari.
Molto più d’un sottosegretario alla presidenza: l’unico ad essere ammesso nella stanza dove siedono le due sorelle d’Italia (Giorgia: «Lui è lapersona più intelligente che abbia mai incontrato»). D’istinto, Filini – romano, 47 anni, gli ultimi 32 trascorsi afare politica, dal FdG fino a Montecitorio – è a Fazzolari che si ispira. Pure Filini è secchione, appassionato, meticoloso fino all’ossessione, leale con la capa
E furbissimo. Anche a restare nell’ombra (il grande pubblico ne ignora l’aspetto fisico). E a dare poca confidenza ai giornalisti (blandisce solo quelli che pensa possano servirgli). Filini è persino capogruppo in commissione di Vigilanza Rai: insomma, consideratelo la prima sentinella del melonismo sul servizio pubblico. Perché comunicare al Paese è la sua fatale missione. Non facile, va detto, in assenza d’un adeguato establishment culturale.
Ad Atreju, ogni anno, sono infatti costretti araccontarci che Pasolini era di destra. Eanche Dante. E pure Tex e Patty Pravo. Piccole furbizie necessarie a coprire un vuoto. Che a Filini, ogni volta che varca il portone di via della Scrofa, appare come un abisso da risalire.
(da Corriere della Sera)

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DONALD TRUMP E’ OLTRE SE STESSO, OLTRE I SUOI LECCAPIEDI CHE PROVANO A COMPIACERLO: NON FINGE, NON SI TRAVESTE DA SANTARELLINO, DICE APERTAMENTE LE COSE PIU’ INDICIBILI

Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile

IN UN’INTERVISTA AL “NEW YORK TIMES”, CON LA SPOCCHIA DEL GUAPPO, CALPESTA L’ORDINE GLOBALE DEGLI ULTIMI 80 ANNI: “NON HO BISOGNO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE. MI LIMITA LA MIA STESSA MORALITÀ” (E QUALE SAREBBE? E SOPRATTUTTO, DOVE: A CASA DI EPSTEIN?)

“Non ho bisogno del diritto internazionale. Non ho intenzione di fare male a nessuno”. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista al New York Times, sottolineando che il suo potere di commander-in-chief è limitato solo dalla sua “stessa moralità”.
“Avere la proprietà” della Groenlandia è “molto importante”. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista al New York Times. A chi gli chiedeva perché avesse bisogno di possedere l’isola, il presidente ha risposto: “Credo che sia psicologicamente necessario per il successo. Penso che la proprietà ti dà qualcosa che non si può ottenere con un semplice contratto di locazione. La proprietà offre elementi che non si possono avere semplicemente firmando un documento”.
“Quello che dico ai leader europei è: prendete quello che dice Donald Trump sul serio”. Lo ha detto il vicepresidente JD Vance rispondendo a una domanda sulla Groenlandia. Vance ha ricordato che il segretario di Stato Marco Rubio dovrebbe incontrare la settimana prossima i leader di Danimarca e Groenlandia.
“La Groenlandia è molto importante non solo per la difesa missilistica americana, ma per la difesa missilistica mondiale. Sappiamo che ci sono avversari ostili che hanno mostrato molto interesse per quel particolare territorio, quella particolare fetta di mondo”, ha detto Vance. “Chiediamo ai nostri amici europei di prendere più seriamente la sicurezza di quella massa continentale, perché se non lo faranno, gli Stati Uniti dovranno fare qualcosa. Sul cosa sarà, lascio la decisione al presidente”, ha osservato Vance.
(da agenzie)

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ONG BANDITE DA GAZA: “CON IL DIVIETO DI ISRAELE UN MILIONE DI PERSONE RIMARRANNO SENZA AIUTI UMANITARI”

Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile

INTERVISTA A SHAINA LOW DEL CONSIGLIO NORVEGESE DEI RIFUGIATI

Nei giorni scorsi Israele ha revocato le licenze a 37 diverse Ong che operano a Gaza e nella Cisgiordania Occupata. Tra loro anche Ong quali Medici Senza Frontiere e Oxfam. Per il governo di Tel Aviv queste Ong non hanno rispettato la scadenza per conformarsi agli “standard di sicurezza e trasparenza”, in particolare per la divulgazione di informazioni sul loro personale palestinese, e per questo ha applicato un divieto sulle loro attività. Le Ong dovranno cessare le loro attività entro il primo marzo, il che, secondo le Nazioni Unite, aggraverà la crisi umanitaria nella Striscia devastata da più di due anni di bombardamenti e carestia imposta
A Gerusalemme abbiamo intervistato Shaina Low, consulente per la comunicazione del Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC), anch’essa nella lista delle Ong bannate da Israele.
Cosa è successo nelle ultime settimane?
All’inizio dell’anno scorso, nel marzo 2025, le autorità israeliane hanno emesso nuovi requisiti di registrazione per le ONG internazionali. In precedenza, una volta che un’ONG internazionale che operava nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) era registrata, lo era a tempo indeterminato. Israele ha invece introdotto nuove normative in base alle quali la nostra registrazione non sarebbe più stata gestita dal Ministero del Lavoro e dell’Assistenza Sociale, ma sarebbe stata valutata ogni tre anni da un comitato interministeriale guidato dal Ministero della Diaspora e della Lotta all’Antisemitismo. C’erano due problemi principali con questo nuovo sistema. Il primo riguardava i dati che ci chiedevano di inviare, tra cui le informazioni personali del nostro staff locale palestinese. Non
potevamo fornire queste informazioni per diverse ragioni, prima fra tutte la sicurezza, la protezione e il dovere di cura verso il nostro staff, dato che operiamo in un contesto in cui oltre 500 operatori umanitari sono stati uccisi in due anni a Gaza. Non consegneremmo questo tipo di informazioni a nessuna parte in conflitto. Anche quando Hamas ci chiese informazioni sensibili sul nostro staff e sulle operazioni nel 2016, ci rifiutammo. Ma inoltre violerebbe gli obblighi contrattuali, essendo noi beneficiari di fondi dell’UE che prevedono leggi molto rigide sulla protezione dei dati.
Il secondo problema riguardava i criteri di valutazione, altamente politicizzati. L’obiettivo era fondamentalmente quello di colpire le organizzazioni che denunciano le violazioni che vedono, chiedendo responsabilità e protezione per i beneficiari. Potremmo essere accusati di ciò che è stato definito in modo vago come “delegittimazione”.
Tuttavia, non siamo nemmeno arrivati alla fase di valutazione perché, il 30 dicembre, le autorità israeliane ci hanno inviato un messaggio dicendo che la nostra registrazione preesistente sarebbe scaduta il 31 dicembre e che avremmo avuto 60 giorni per chiudere le nostre operazioni nei Territori Occupati, non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania.
Quindi fondamentalmente vi hanno vietato di operare sia a Gaza che in Cisgiordania e a Gerusalemme Est?
Sì, ci hanno detto di cessare tutte le operazioni. La comunicazione che ci hanno inviato è andata oltre ciò che possono fare in base alla legge e alla nostra registrazione israeliana. Non dovrebbero avere autorità sulle operazioni umanitarie nelle aree controllate dall’Autorità Palestinese o nei territori occupati nel loro complesso. Capivamo che avrebbero cercato di chiudere il nostro ufficio a Gerusalemme Est, che Israele considera parte del suo territorio, ma il loro ban è andato oltre la giurisdizione che dovrebbero avere.
Quali erano le vostre operazioni principali in Cisgiordania e a Gaza?
Dal 7 ottobre 2023, abbiamo raggiunto più di un milione di persone a Gaza, circa metà della popolazione. Forniamo rifugi (tende e teloni), programmi idrici (consegnando acqua potabile a oltre 100.000 persone al giorno), installiamo latrine e lavoriamo sulla rimozione dei rifiuti e canali di drenaggio per mitigare il rischio di inondazioni.
Abbiamo un programma di assistenza legale per chi ha perso i documenti o deve registrare nuove nascite. Offriamo spazi temporanei di apprendimento con supporto psicosociale per i bambini che non vanno a scuola da due anni. Forniamo assistenza in denaro per permettere alle persone di acquistare ciò di cui hanno bisogno. Facciamo anche gestione dei siti di sfollamento informali per garantire l’accesso alle risorse e l’inclusione di persone con disabilità, giovani e donne. Infine, supportiamo i mezzi di sussistenza installando forni comuni e sovvenzionando i panifici per abbassare il costo del pane.
In Cisgiordania facciamo istruzione, programmi idrici, assistenza legale per prevenire lo sfollamento forzato e rispondiamo alla crisi degli sfollati nel nord (da Nablus, Tulkarem e Jenin). NRC guida anche lo “Shelter Cluster” per l’ONU e le ONG internazionali e coordina il consorzio di protezione della Cisgiordania.
Questo significa che oltre un milione di persone a Gaza rimarranno senza aiuti umanitari se non potrete più lavorare lì?
Sì, esatto. Non è ancora chiaro come procederemo, ma le nostre operazioni a Gaza sono eseguite quasi interamente da personale palestinese locale. La nostra intenzione è continuare a rispondere finché possibile. Il problema principale a Gaza ora sarà l’impossibilità di far entrare staff internazionale per supportare i team locali, che sono competenti ma esausti, sfollati e affamati. Lo staff internazionale porta capacità extra e un po’ di sollievo morale e protezione. Inoltre, non sappiamo se potremo ancora accedere al carburante distribuito dall’ONU per i nostri veicoli e per far funzionare le pompe d’acqua e i centri di desalinizzazione.
È una situazione critica che riguarda non solo noi, ma decine di organizzazioni. Settimana scorsa, 37 organizzazioni si sono trovate in una situazione simile alla nostra, ma ce ne sono altre già de-registrate. In totale sono più di 40 le organizzazioni colpite. Le ONG internazionali forniscono circa un miliardo di dollari di assistenza ogni anno nei territori occupati; perderle sarebbe un colpo enorme. La preoccupazione è: chi colmerà questo vuoto? Temiamo che se gli attori umanitari di principio vengono estromessi, lo spazio verrà riempito da chi non rispetta i principi umanitari, o semplicemente la gente rimarrà senza nulla.
Negli ultimi due anni abbiamo visto restrizioni crescenti per chi porta “occhi internazionali” a Gaza. Noi giornalisti non possiamo ancora entrare nella Striscia se non embedded con l’IDF, ed è sempre più complicato lavorare in Cisgiordania. Pensa che
questa nuova stretta sulle Ong serva anche ad allontanare gli occhi internazionali?
Esatto, noi siamo gli occhi e le orecchie della comunità internazionale, gli unici testimoni stranieri rimasti sul campo: operatori ONU e delle ONG internazionali. Bisogna riconoscere che tutto questo fa parte di un sforzo concertato, durato molti anni, per emarginare e delegittimare gli attori umanitari di principio, sia le organizzazioni non governative (ONG) che le agenzie delle Nazioni Unite, come abbiamo visto in precedenza con l’UNRWA.
(da Fanpage)

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UNA CENA PER PARTITO, COSI’ NASCE LA MARGHERITA 2.0

Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile

SALA, RUFFINI, DEL RIO, ASSENTE GIUSTIFICATO MANFREDI: TUTTI A CERCARE LA BENEDIZIONI DI PRODI PER UNA NUOVA LISTA MODERATA DEL CENTROSINISTRA CHE ESPRIMA IL CANDIDATO PREMIER

Bologna, prima di Natale. Cena di auguri e propositi per il nuovo anno, nientemeno che a casa di Romano Prodi. Ospiti, tra gli altri, il vicecapogruppo del Pd alla Camera Paolo Ciani, area Demos vicina a Sant’Egidio, il sindaco di Milano Beppe Sala,
l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini.
Un invitato manca all’appuntamento, scusandosi tanto: il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. Un altro, al contrario, c’è e non sarebbe mancato per niente al mondo: il senatore Graziano Delrio, ex ministro, ex renziano, anima inquieta del Pd.
Argomento della cena: fissare una road map dell’anno nuovo per dare corpo all’araba fenice del centrosinistra, costruire un luogo adatto a tutti quelli che non vogliono stare nel Pd di Elly Schlein, considerato troppo a sinistra, e nel M5S di Giuseppe Conte, considerato troppo variabile. Un obiettivo su cui i commensali sono uniti, anche se nell’ultimo anno si sono divisi sulle strade per arrivarci.
Il primo a muoversi, un anno fa, era stato Delrio. Organizzò a Milano un’iniziativa pubblica di Comunità democratica, con Prodi collegato e Sala in presenza, per lanciare la candidatura a federatore del centrosinistra (o perlomeno del centro) proprio di Ruffini.
L’assemblea si svolse il 18 gennaio, anniversario dell’appello di don Luigi Sturzo ai Liberi e forti che diede il via al Partito popolare. Insomma, le suggestioni c’erano tutte ma l’ascesa, nonostante l’avvio scintillante e l’attenzione mediatica, nel corso del 2025 si è un po’ persa per strada.
Anche Sala, nel suo peregrinare vasto quanto il suo secondo mandato da sindaco, nell’ultimo anno ha incrociato ambienti cattolici di vario conio.
Ve ne è una traccia pubblica: a metà maggio partecipò a un incontro a Matera, sul palco con Andrea Riccardi, ex ministro e fondatore della Comunità di Sant’Egidio (Ciani in prima fila), e
Angelo Chiorazzo, anima di Basilicata casa comune (11 per cento alle regionali 2024), candidato governatore mancato, adesso vicepresidente del Consiglio regionale lucano. Argomento della giornata: costruire un fronte moderato. L’incontro venne interpretato come la discesa del sindaco verso la politica nazionale. «Cattolici-laici, Sala lancia la “casa comune” al centro», titolò compiaciuto Avvenire. Poi è arrivata l’estate. Un po’ come per Ruffini.
Ora però, hanno concordato i commensali prima di Natale, è giunta l’ora di concretizzare qualcosa, anche perché l’esigenza resta, il tempo stringe e l’area continua a essere paurosamente sguarnita. Il perimetro delle ambizioni alla fine è sempre quello: costituire una lista, o addirittura un movimento politico di centro, in grado di mettere insieme gli erranti dentro e fuori il Pd, i cattolici e i laici, i moderati di vario conio purché legati al centrosinistra.
Solo questo? No. Lo schema di fondo, il modello, somiglia a quello che portò alla costituzione della Margherita. Quando nel 2001 la candidatura a premier di Francesco Rutelli, fin lì sindaco di Roma, aprì la strada alla federazione tra schegge vaganti negli anni tra il post Tangentopoli e il post primo Ulivo. Il movimento Democrazia è libertà, con simbolo appunto la margherita, nacque da quattro petali: i Popolari, l’Asinello di Prodi, la Lista Dini e l’Udeur di Clemente Mastella.
Funzionò: alle elezioni la candidatura di Rutelli a premier trascinò in alto anche la lista, che a sua volta conferì un peso politico al nome di chi la guidava (al proporzionale la Margherita arrivò due punti sotto ai Ds), evitando che il leader
diventasse ostaggio dei partiti che lo sostenevano, come invece era accaduto con Prodi (il quale pure, a differenza di Rutelli, le elezioni le aveva vinte).
Oggi, invece, non essendoci né nome né lista, il rebus somiglia a quello dell’uovo e della gallina. Da quale parte cominciare? Vista l’imperante disaffezione alla politica, si tende a virare verso la gallina: è ritenuto più conveniente cominciare dal nome. L’uovo, il movimento, la lista, la federazione, seguiranno.
Gallina, quindi. Come ai tempi di Rutelli. La Margherita è del resto un precedente considerato più illustre rispetto all’altro, pure simile, di Scelta civica. Anche lì, con Mario Monti appena uscito da Palazzo Chigi, c’era un leader senza partito che se ne costruì uno federando i movimenti esistenti: Italia futura di Luca Cordero di Montezemolo, Andrea Romano e Carlo Calenda, l’Unione per il Trentino di Lorenzo Dellai, il mondo di Sant’Egidio (che c’è anche oggi).
Scelta civica fu anche il perno che coalizzò Futuro e libertà di Gianfranco Fini e l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Le similitudini sarebbero parecchie, ma per Scelta civica tutto finì nel giro di poco: dopo sei mesi Monti si era già dimesso da capo partito. Insomma, non proprio un percorso da citare come esempio.
Il problema è intanto individuarla, questa gallina. I riflettori, al momento, sono puntati soprattutto su Manfredi. Primo cittadino di Napoli, sindaco dei sindaci in quanto presidente dell’Anci, ministro col Conte giallorosso e primo esempio di candidato condiviso dal campo largo, ex rettore e capo dei rettori, sempre prudentemente un passo indietro rispetto agli eccessi da
sovraesposizione, abile nell’usare i fondi del Pnrr e nel farlo sapere, Manfredi è stato sotto coperta fino all’elezione del fratello Massimiliano a presidente della giunta regionale della Campania di Roberto Fico.
Per poi rilasciare un’intervista al Foglio, pubblicata il giorno in cui in Consiglio regionale votavano l’altro Manfredi, che può essere letta come un segnale positivo ai commensali della cena prenatalizia di Bologna.
È in effetti una vera intervista da candidato premier, dove parla di «modello Napoli» e del sogno di un nuovo Titolo V, dove dice no alle primarie salvo che non siano meramente «confermative» (altrimenti meglio un bel «tavolo di coalizione») e parla di Prodi e Gentiloni come di modelli.
Su Prodi: «Mi onoro della sua amicizia e dico che l’Italia ha bisogno dei suoi consigli». Su Gentiloni: «Paolo lo conosco da tanti anni. Ha una credibilità europea e il futuro dell’Italia si giocherà sempre più in Europa. Abbiamo bisogno di queste personalità e non di un partito monolitico».
Al momento, sulla strada verso la costruzione del fronte moderato, si intravedono almeno due problemi.
Il primo si chiama Matteo Renzi. Il leader di Italia viva è considerato troppo ingombrante per qualsiasi parte nella commedia del centro. Che lui non ha alcuna intenzione di lasciare: al passo coi tempi, ha già archiviato la Casa riformista e ormai parla solo di Margherita 2.0. Mentre, in chi dovrebbe costruirla, il solo evocarlo suscita sentimenti che vanno dal panico al terrore, ma anche la sofferta consapevolezza che di lui non si possa fare a meno.
Né del resto c’è alcuno che possa dire di non averlo in bio: fu il governo Renzi a nominare Ruffini ad di Equitalia, fu Renzi a fare Sala ad di Expo e poi a sceglierlo per la corsa su Milano. Quanto a Delrio, non solo Renzi lo volle ministro ma lo chiamava direttamente Mosè. Tutti ci hanno prima o poi litigato: ritrovarsi alla fine con l’ex premier dentro casa suscita sentimenti indicibili.
L’altro problema si chiama Silvia Salis. La sindaca di Genova non è stata invitata al conciliabolo, forse perché appartiene ad altri giri. O forse perché la modalità «maschi adulti nella stanza» con cui è stata fin qui trattata Elly Schlein si abbatte anche su di lei. Ma la sua sola presenza sulla scena politico-mediatica segnala il problema: davvero il nome del candidato del centrosinistra, il più concorrenziale, può essere solo quello di un maschio di una certa età? O la questione di battere Giorgia Meloni è solo una fra le tante?
Non è dato sapere se la riflessione si sia spinta fin qui. Per adesso, dopo essere andati a cercare benedizione da Prodi, gli erranti in cerca di un centro hanno stabilito di rivedersi a gennaio. E di lanciare qualcosa di pubblico in aprile. Forse una costituente, brivido.
(da lespresso.

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DAL VATICANO A LULA LA RETE DEI CONTATTI PER ARRIVARE ALLA SVOLTA

Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile

LA INOPPORTUNA TELEFONATA DI MELONI ALLA OPPOSITRICE MACHADO NON FACILITA LA LIBERAZIONE DI TRENTINI

Un contatto diretto tra due governi: quello guidato da Giorgia Meloni e quello venezuelano di Delcy Rodríguez. Una lista di quattro prigionieri consegnata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani al segretario di Stato americano Marco Rubio.
Alberto Trentini al primo posto. E poi le pressioni degli altri Paesi europei — e non soltanto. Quarantotto ore fa è intervenuto direttamente anche il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, perché Trentini è forse diventato il simbolo dei prigionieri politici dell’era Maduro. E liberare lui significherebbe, nelle parole di uno degli uomini politici più influenti di questa fase di transizione in Venezuela, «liberare un pezzo di storia del Paese, quella che ci fa apparire così male agli occhi del resto del mondo».
Accanto alla diplomazia ufficiale si sono mossi i canali informali: i contatti a livello di intelligence, una serie di segnali indirizzati a Caracas per chiarire che non esisteva alcuna ostilità preconcetta. Tra questi, il patteggiamento concesso — nei limiti previsti dal codice penale — ad Alex Saab, uomo chiave della finanza venezuelana e figura centrale del sistema Maduro.
E poi il Vaticano. Un lavoro paziente e parallelo, tessuto per mesi dal sottosegretario Alfredo Mantovano, nel tentativo di giocare ogni carta possibile: quella dei prelati che meno di un mese fa hanno accolto la comunità venezuelana in occasione della canonizzazione di due figure simbolo, José Gregorio Hernández Cisneros e María Carmen Rendiles Martínez; e quella della Comunità di Sant’Egidio, che ha attivato tutti i contatti a sua disposizione.
Nelle ultime settimane sono stati molti i tavoli aperti per la liberazione di Alberto Trentini. Un’attesa che in queste ore si è caricata di «speranza e paura», per usare le parole dei familiari.
È il senso delle «azioni poste in essere per garantire una soluzione favorevole per ogni singolo detenuto», come ha spiegato la Farnesina nella notte, mentre cercava conferme sulla sorte degli italiani detenuti.
In tarda serata, da quel fronte sono arrivate notizie considerate rassicuranti sugli altri tre italiani inseriti nella lista consegnata da Tajani a Rubio: Gasperin — che non era in carcere, ma sottoposto a una forma di restrizione assimilabile agli arresti domiciliari — Burlò e Pilieri. Per Alberto Trentini, invece, nessuna conferma. Né ufficiale né ufficiosa. In qualche modo, se lo aspettavano. Il dossier Trentini, lo sanno bene gli apparati italiani, è il più delicato
Perché è il più esposto mediaticamente e perché di fatto non gli è mai stata fatta mossa alcuna accusa formale.
Se non uno status da «prigioniero politico» che rende ogni
trattativa più complessa, ogni apertura più lenta, ogni segnale più ambiguo.
Gli atti di «buona volontà», però, sono stati numerosi. Due sottosegretari agli Esteri — Edmondo Cirielli prima e Giorgio Silli poi — hanno avuto contatti diretti con il governo Maduro, arrivando anche a dichiarazioni pubbliche di ringraziamento quando erano state concesse alcune aperture a Trentini: le telefonate a casa, la visita dell’ambasciatore.
C’era stata poi la nomina di Luigi Vignali, diplomatico di grande esperienza, a cui però era stato riservato un vero e proprio tranello: arrivato in Venezuela con la promessa di alcuni incontri, era stato costretto a tornare in Italia a mani vuote.
Il precedente più emblematico resta però il patteggiamento concesso il 30 ottobre scorso. I venezuelani avevano chiesto la caduta delle accuse, come avevano fatto anche gli americani. In Italia questo non era possibile, trattandosi di un procedimento giudiziario. Era invece possibile — a riprova dell’assenza di una volontà punitiva verso il Venezuela — arrivare a un patteggiamento che consentisse a Saab una maggiore libertà di movimento. È accaduto. Doveva essere il segnale di una svolta imminente, l’apertura di una fase nuova.
Non è successo nulla. Perché — avevano spiegato da Caracas — nel frattempo Trump aveva lanciato i primi segnali di guerra. Dopo la caduta di Maduro erano arrivati nuovi spiragli di luce. Poi, quasi subito, si erano fatti più opachi, a detta dei mediatori, dopo la telefonata di Meloni al premio Nobel María Corina Machado, gesto che non sarebbe stato apprezzato da Rodríguez. Poi, ieri, di nuovo la fiducia. E la speranza che sia l’ultimo atto di
una storia con un lieto fine.
(da Repubblica)

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NON C’E’ SOLO ALBERTO TRENTINI: GLI ITALIANI (E ITALO-VENEZUELANI) IN CARCERE A CARACAS SONO 28 . IL COOPERANTE È IL PIÙ ESPOSTO MEDIATICAMENTE

Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile

SONO STATI LIBERATI L’IMPRENDITORE LUIGI GASPERIN, L’ATTIVISTA BIAGIO PILIERI, E SI SPERA PER MARIO BURLÒ… IL PATTEGGIAMENTO CONCESSO IN ITALIA AD ALEX SAAB, MINISTRO DELL’INDUSTRIA DI MADURO, E DELLA MOGLIE CAMILLA FABBRI, HA CONTRIBUITO A SBLOCCARE LA SITUAZIONE, INSIEME ALLA TELA DIPLOMATICA DEL VATICANO, CHE MANTIENE NEL PAESE SUDAMERICANO UNA FITTA RETE DI CONTATTI

Alberto Trentini è il nome più conosciuto fra gli italiani tenuti prigionieri per mesi nelle carceri venezuelane. Oltre a lui, altri 27 connazionali, alcuni con doppio passaporto italo-venezuelano, hanno subito l’arresto, quasi sempre arbitrario, sotto il regime di Nicolás Maduro. Le loro storie e le loro «colpe» sono diverse: finiti dietro le sbarre perché coinvolti in attività politiche o professionali considerate «ostili», o semplicemente perché hanno espresso opinioni contrarie al regime.
Nel famigerato El Helicoide, l’abnorme struttura carceraria che Donald Trump ha definito «una camera di tortura nel centro di Caracas», nota per essere il teatro dei brutali interrogatori del Servizio di intelligence Sebin.
Da lì, ieri, sono usciti i primi prigionieri. Tra loro Biagio Pilieri, figlio di immigrati siciliani, ex sindaco del comune di Bruzual, arrestato il 28 agosto 2024 per le sue attività politiche.
È stato scarcerato l’imprenditore Luigi Gasperin, che in passato aveva gestito numerosi appalti della compagnia petrolifera di Stato.
E si spera per Mario Burlò, che era partito da Torino nel 2024 per andare a caccia di nuove opportunità imprenditoriali in Venezuela. Non è più tornato.
Hugo Marino è l’italo-venezuelano che da più anni langue nelle carceri del regime.
Scomparso nel 2019, per lungo tempo non è riuscito a comunicare con la sua famiglia.
Daniel Enrique Echenagucia, imprenditore di Avellino, fu invece arrestato con la famiglia il 2 agosto 2024. I parenti vennero rilasciati dopo poco, lui è rimasto desaparecido per varie settimane prima della sua ricomparsa nel carcere di El Rodeo, lo stesso di Trentini.
Fiato sospeso anche per Gerardo Coticchia Guerra, Juan Carlos Marruffo Capozzi e Perkins Rocha.

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“GRAZIE DONALD TRUMP”. MA I VENEZUELANI CHE RINGRAZIANO IL PRESIDENTE USA PER LA CATTURA DI MADURO NON ESISTONO

Gennaio 9th, 2026 Riccardo Fucile

“OPEN” FA IL DEBUNKING DI UN VIDEO VIRALE CHE RAFFIGURA UN’ANZIANA DONNA IN LACRIME CON IN MANO LA BANDIERA VENEZUELANA: IL FILMATO FAKE CONDIVISO ANCHE DA ELON MUSK PRESENTA I TIPICI ERRORI DELL’AI. AD ESEMPIO, LA BANDIERA SVENTOLATA DIETRO L’ANZIANA SIGNORA SEMBRA LEGATA A UN’ASTA CHE SPARISCE IMPROVVISAMENTE”

Circola un video dove diversi venezuelani starebbero ringraziando Donald Trump, tra gioia e pianti, per la cattura di Nicolás Maduro. Tra le prime persone raffigurate troviamo un’anziana donna in lacrime con in mano la bandiera venezuelana. Le scene, però, non sono reali.
Il video è stato condiviso il 4 gennaio 2026 su Facebook e poi rilanciato anche da Elon Musk.
Il filmato è stato creato con l’intelligenza artificiale.
La clip proviene da un account TikTok che pubblica contenuti generati artificialmente.
Analisi
Il video viene condiviso con la seguente narrazione:
I venezuelani piangono in ginocchio ringraziando Trump e l’America per averli liberati da Nicolas Maduro Ho aggiunto i sottotitoli in inglese così puoi capirli
“Il popolo piange per la sua libertà, grazie agli Stati Uniti per
averci liberato”
“L’eroe, grazie Donald Trump”
Il video risulta ripreso dall’account X Wall Street Apes, condiviso anche da Elon Musk.
Gli errori dell’Intelligenza Artificiale
C’è chi ha chiesto a Grok, l’AI di Elon Musk, di verificare le scene riprese nel video, ottenendo un fact-check del tutto scorrett
In realtà, già dai primi fotogrammi sono presenti i tipici errori dell’AI. Ad esempio, la bandiera sventolata dietro l’anziana signora sembra legata a un’asta che sparisce improvvisamente, per poi comparire staccata dalla bandiera stessa.
Inoltre, ad un certo punto, i colori blu e giallo della bandiera vengono improvvisamente invertiti.
Un’altra bandiera viene erroneamente generata dall’AI, mostrando numerose stelle bianche (troppe) nella fascia blu.
Le targhe delle auto presenti nelle scene contengono caratteri privi di significato, incoerenti con quelle venezuelane.
La fonte del video
Il video è stato inizialmente pubblicato dall’account TikTok @curiousmindusa. Attualmente, risulta rimosso.
Conclusioni
Il video dei presunti venezuelani che ringraziano Trump per la cattura di Nicolás Maduro risulta creato con l’Intelligenza Artificiale.

(da Open)

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