Destra di Popolo.net

IL PEGGIO DI UN ANNO DI POLITICA: “BAU BAU”, LA MELONIANA AUGUSTA MONTARULI ABBAIA IN DIRETTA TV PER UN MINUTO, I TUFFI IN MARE DI VANNACCI, LA QUERELLE SANTANCHE’-PASCALE SULLE BORSE TAROCCHE, IL VALZER DEI RUTTI SU “TELE-MELONI”, FASSINO CHE S’INGUATTA UNA BOTTIGLIETTA DI CHANEL AL DUTY FREE, L’ORRIDA IMITAZIONE TV DI CORRADO AUGIAS A “VIVA PUCCINI”, PROGRAMMA RAI INCENTRATO SULLA FIGURA DI BEATRICE VENEZI

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

L’EX MINISTRO SANGIULIANO CHE INDOSSA IL CAPPELLO ROSSO “MAKE NAPLES GREAT AGAIN”; IL VIDEO CON I BIG DEL CENTRODESTRA CHE INGAGGIANO UNA SALTELLANTE DANZA DI GUERRA, “CHI NON SALTA” ECCETERA. LO SGUARDO È ATTRATTO SOPRATTUTTO DAL RITMICO BALZO DI TAJANI, TIPO ORSO YOGHI”

Dunque: l’anno 2025 s’inaugura con l’ormai rituale tuffo a mare del generale Vannacci; prosegue con orrida imitazione tv di Corrado Augias a Viva Puccini, programma Rai incentrato sulla figura di Beatrice Venezi; contempla quindi la card su X raffigurante Trump, Meloni e Musk in abiti imperiali da antichi romani.
Dopo di che, scorrendo il calendario civile dell’ordinaria impudicizia, si incontra il sindaco di Roma Gualtieri che, inebriato dai social, in versione sor Capanna con la chitarra accompagna prima Boy George e poi il duo Stereotipe in una parodia del Giubileo.
Se il linguaggio è lo specchio dei tempi, si nota subito l’uso massivo, in ambito politico, della parola “rosiconi”, benché anche “sfigati” incontri molti consensi. Interminabile il compleanno, con feste multiple, di Matteo Renzi che ha fatto 50.
Si scopre pertanto che Riccardone Bossi, figlio del Senatùr, ha usufruito del reddito di cittadinanza; mentre il premier albanese Edi Rama si sdilinquisce in doni, inginocchiamenti e complimenti nei riguardi di Giorgia Meloni, che pure ha compiuto gli anni e che lui chiama “Her Majesty”.
Non indispensabile, ma assai compiaciuto, s’impone un video del presidente del Senato La Russa su come comportarsi al tavolo di burraco; infine l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi, ex cinque stelle in purezza, è nominata “Speaker” dell’agenzia Celebrity.E tutto questo solo nel mese di gennaio
Ora, premesso che la nozione del Peggio è così relativa che per alcuni equivale al Meglio; e posto che fra i due poli esiste una complicata correlazione fatta di salti, spinte, incroci e rimbalzelli, con divertita malinconia si conferma che anche per l’anno trascorso la quantità del peggior materiale basta e “soverchia”, come già diceva l’indimenticabile Andreotti alzando gli occhi al cielo.
Quanto alla copiosa cernita di fatti, parole, immagini, fenomeni, atmosfere, personaggi, performance, oggetti e moti dell’animo, va da sé che si tratta di una scelta necessariamente soggettiva, o meglio personale. Da prendersi perciò come la più opinabile possibile, e tuttavia frutto di un diuturno e scrupoloso lavoro, certo degno di miglior causa, di spulciamento dell’infosfera che va avanti da più di un trentennio: beato il lettore che saprà coglierne lo spirito e assegnargli il peso che merita.
Messe in tal modo le mani avanti, ma con la convinzione che in Italia esiste anche il Peggio del Peggio, il cronicario dell
brutture prosegue annotando l’espressione “presidente del Coniglio” fiorita in Parlamento sulla bocca di Elly Schlein con il probabile contributo di un qualche suo stipendiato spin doctor.
A ridosso di tale uscita il lessico della segretaria del Pd si arricchisce d’altra parte con l’auspicio, per il Pd, di un “salto quantico”, formula di poco conforto per tanti desolati elettori e non più elettori. Merita un pensiero, sul fronte opposto, l’esibizione televisiva dell’onorevole sorella d’Italia Augusta Montaruli che ritenendo di dar maggior vigore alle sue parole ribatte sprezzante al suo antagonista producendosi in un ripetuto e inesplicabile latrato canino: «Bau! Bau! Bau! Bau!».
Ma siccome non sempre, purtroppo, il Peggio è lieto, allegro e straniante, ecco che nella categoria può farsi rientrare, purtroppo, la testimonianza vaga, farfugliante e imbarazzata dell’ex consigliere diplomatico del governo Renzi al processo per l’uccisione di Giulio Regeni. Dopodiché, stretto nella tenaglia produzione-consumo, il sistema mediatico ritrova la sua vocazione ridanciana nell’animosa disputa divampata tra la ex moglie morganatica di Silvio Berlusconi, Francesca Pascale, e la ministra del Turismo Daniela Santanchè a proposito di un paio di preziosissime borse che nell’anno 2014 la prima avrebbe ricevuto in dono dalla seconda e che, portate a riparare, già ai tempi sarebbero risultate false o taroccate, come si dice nel tempo idolatrico delle merci.
Santanchè ha querelato, con il che il Peggio è pronto a spalmarsi sui futuri sviluppi giudiziari – se mai ci saranno giacché di solito le cause sono solo minacciate.Ora, ci si rende conto che liste, elenchi e gallery stuccano e alla lunga annoiano: ma che vuoi
fare? Il consiglio è coltivare il più freddo e severo distacco dinanzi a questa pluralità di microeventi in forma di minutaglia, mucillagine, pulviscolo ad alto e straniante valore iper-kitsch. In questo senso la memoria selettiva aiuta, purgando la vita dai ricordi più inutili e nocivi
Ma gli archivi, e ancor più la particolare sensibilità dei loro tenutari, sopperiscono spietatamente a ogni necessaria rimozione, anche sonora.Per cui nel corso del 2025 è nato un movimento centrista che si chiama Drin Drin. L’influencer napoletana Rita De Crescenzo è sfilata in corteo con i movimenti per la pace. Il vicedirettore del Dis, roba di servizi segreti, è andato in pensione alla ragguardevole età di 51 anni: per specifico decreto ad personam della presidente del Consiglio. La quale ha regalato un barattolone di Nutella a Carlo d’Inghilterra allegando un biglietto in cui consiglia di farne uso dopo essersi messo un comodo pigiama.
D’altro canto il ministro degli Esteri Tajani ha donato al vicepresidente Usa Vance una confezione di mozzarelle. Quest’ultimo, per chiudere il ciclo degli omaggi, è giunto in Vaticano con l’obiettivo di ricevere dal Papa una sorta di investitura carolingia, ma Francesco l’ha liquidato consegnando ai piccoli di casa Vance alcuni ovetti Kinder
Forse è la civiltà dell’immagine, con le sue visioni; forse è colpa della moltiplicazione degli schermi, che le trasforma in allucinazioni; forse pesa la fine del ridicolo, ma quasi tutto, anche ciò che non si vede, tende qui in Italia ad assomigliare a un sogno. E dunque: balletto in un liceo per il ministro Valditara; Fassino s’inguatta una bottiglietta di Chanel al duty free di Fiumicino; a sorpresa Fedez è invitato da Maurizio Gasparri al congresso dei giovani di Forza Italia; poi deve averci preso gusto e puntando al bersaglio grosso si fa riprendere, per la verità un po’ imbronciato, con una maglia gialla con su scritto Nesquirt al fianco di Tajani, che in foto viene sempre giulivo.
A Trento, nel frattempo, uno dei leader universitari indossa una t-shirt con “Barbie Brigate rosse”. Salvini cerca disperatamente di far passare il sempre più fantomatico Ponte sullo Stretto come un’opera strategica e militare per buscare i soldi che evidentemente non ci sono, ma la Nato rigetta la pensatona. Mario Sechi apre la festa di Libero declamando un pezzo dell’Amleto con un teschio in mano.
Nel programma che i dirigenti Rai si sono strenuamente sforzati di assegnare a Pino Insegno, come ospite si esibisce l’influencer Ruttovibe, che con le sue emissioni esegue il Valzer delle candele.E si capisce che non vale la pena di farla più grande e più grave di quello che è, inutile introdurre l’austera distinzione tra la cultura della colpa dei popoli del Nord e la cultura della vergogna dell’Europa mediterranea. Sono per lo più scemenze, ma tutte insieme fanno impressione, dal che si fatica a resistere dal citare: “Il cuore dei saggi è in una casa di lutto e il cuore degli stolti in una casa di festa” (Qo, 7,4).Il vero problema, semmai, è che le stoltezze finiscono per esercitare una qualche forma di attrazione. E dunque si ricomincia con la partita del Cuore e il gol fuorigioco di Schlein che riapre a Renzi le porte della coalizione. E si ri-prosegue con i costosi campi di concentramento d’Albania che hanno ospitato migranti in manette e ora vanno deserti e fungono da canile.
E ancora l’orrido monumento pesarese al casco di Valentino Rossi, i buoni benzina, le patatine fritte e i pacchi di pasta che tornano nelle campagne elettorali. Anche le istituzioni del resto stanno perdendo decoro, se è vero che la sottosegretaria Matilde Siracusano ha definito “orgasmica” la seduta del Parlamento in cui al Senato è approvata la riforma della Giustizia.Perché qui sempre si ammicca e si ride, ma in certi momenti di malumore viene da chiedersi se non sia proprio nel divertimento la vera spina dorsale d’Italia, tanto più riequilibrata, camuffata o ammantata dalla retorica che si sparge per assecondare le paturnie nazional-sovraniste del governo. Un notevole esempio è lo spot delle Ferrovie sugli italiani che sarebbero un popolo “d’acciaio”, un po’ meno la canzoncina-inno Vai, Italia! composta da Mogol e interpretata da Al Bano, con panama in testa, affinché la cucina nostrana venga riconosciuta quale patrimonio immateriale dell’Unesco.Intanto: risse fra extracomunitari al Festival dell’Unità di Lodi; duello Meloni-Schlein con rimpallo di citazioni alte, da una parte il conte Mascetti di Amici miei, dall’altra Wanna Marchi. Infuria nella notte fiorentina la LeopolDance.
Si fa strada nel mondo del cinema la coppia Giulio Base e Tiziana Rocca, la cui casa di produzione ha nome Agnus Dei.
Se l’estate era stata impreziosita dal generale Vannacci che immerso nell’acqua mostrava la testa di un pescione, l’autunno reca in dote alla Nazione il pasticcio dei santi orchestrato per legge a proposito della ripristinata festività di San Francesco a scapito di Santa Caterina da Siena.
Ma dopo neanche una settimana tocca registrare lo scambio di
persona per cui il premio Nobel Parisi è nominato in una commissione del ministero della Salute al posto di un altro Parisi; e a Roma, oltretutto nella galleria Alberto Sordi, non si trova di meglio che battezzare un’iniziativa gastro-governativa con il ministro Lollobrigida: Orgoglio Pasta.
Sempre a proposito di orgoglio le cronache riportano lo slogan elettorale del consigliere regionale di Fratelli d’Italia Emilio Tiero finito ai domiciliari: “Vota Tiero e vanne fiero”. Giunge intanto alla buvette di Montecitorio il gelato in coppetta, per iniziativa del deputato questore Trancassini che ha il cuore di presentare l’evento come «un atto di giustizia» perché nel bar dei dipendenti era già possibile consumarlo.
Il presidente della Lazio Lotito fa benedire da un sacerdote il campo degli allenamenti per i troppi incidenti della squadra. Elezioni in Campania: foto ricordo dell’ex ministro Sangiuliano che sullo sfondo del Vesuvio indossa il cappello rosso Make Naples great again; quindi video terminale di chiusura con i big del centrodestra che ingaggiano una saltellante danza di guerra, “chi non salta” eccetera.
Lo sguardo è attratto soprattutto dal ritmico balzo di Tajani, tipo Orso Yoghi. Dopo i brindisi, le solite lacrime di coccodrillo sul fatto che ormai un italiano su due non va a votare. In compenso il generale Vannacci, sempre lui, inaugura lo zaino-presepe – e se davvero al Peggio non c’è mai fine, qualche profonda ragione ci sarà pure (in ogni caso tanti auguri a tutti).
(da agenzie)

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PUTIN HA TENUTO GLI OLIGARCHI AL GUINZAGLIO: LE SANZIONI OCCIDENTALI HANNO FALLITO NELL’OBIETTIVO DI METTERE I MILIARDARI RUSSI CONTRO “MAD-VLAD”

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE È RIUSCITO, CON LA FORZA, A MANTENERLI SOTTO CONTROLLO. COME? USANDO BASTONE E CAROTA

Le sanzioni occidentali agli oligarchi russi, dal congelamento dei conti bancari alla confisca di mega yacht ormeggiati all’estero, dal divieto di residenza al sequestro di aziende, avevano un obiettivo politico non apertamente dichiarato: creare scontento tra i potentati economici di Mosca, in modo che questi premessero su Vladimir Putin per mettere fine alla guerra in Ucraina o addirittura lo rovesciassero.
Dopo quasi quattro anni di conflitto, si può dire che quella strategia, avviata da Joe Biden e proseguita da Donald Trump, entrambi con l’ausilio dell’Europa, non ha funzionato. Usando un misto di carota e bastone, il presidente russo è riuscito a tenere buoni i Paperoni del proprio Paese: dall’inizio dell’invasione sono diventati complessivamente più ricchi, come testimonia il fatto che in Russia il numero dei miliardari è aumentato a un livello record; e ogni parvenza di dissenso è stata immediatamente e severamente stroncata.
Per valutare l’effetto della carota su cui Putin ha potuto contare, la Bbc prende la classifica annuale della rivista americana Forbes sui più ricchi della Terra. Nel 2022, l’anno in cui è iniziata l’invasione dell’Ucraina, il numero dei miliardari russi era sceso da 117 a 83, con una perdita totale di 263 miliardi di dollari, pari a una media di un calo del 27 per cento nei patrimoni di ciascun oligarca, come effetto della guerra, delle sanzioni e del conseguente calo del rublo.
Ma nel 2023 e nel 2024, grazie ai massicci investimenti di Mosca nell’industria militare, nella quale più di metà degli oligarchi giocano un qualche ruolo, l’economia russa è cresciuta del 4 per cento annuo, permettendo loro di incrementare fatturato
e profitti, anche quando non investivano direttamente nel settore della difesa.
Risultato: nel 2025 il numero dei miliardari russi nella graduatoria di Forbes è salito a 140, il più alto mai raggiunto, con una ricchezza collettiva stimata in 580 miliardi di dollari, di appena 3 miliardi di dollari inferiore alla loro ricchezza massima, raggiunta nel 2021, l’anno prima della guerra.
Per avere un’idea del bastone usato da Putin, invece, basta citare il caso di Oleg Tinkov, il banchiere miliardario russo che, il giorno dopo avere definito “una pazzia” l’invasione dell’Ucraina in un post su Instagram, ha ricevuto una telefonata dagli emissari del capo del Cremlino.
Nella conversazione, gli è stato detto che la sua banca, in quel momento la seconda maggiore della Russia, sarebbe stata nazionalizzata, a meno che tagliasse tutti i ponti con lui. “Non ho potuto negoziare un prezzo”, ha raccontato al New York Times. “Ero come un ostaggio, dovevo accettare quello che mi veniva offerto”.
Una settimana più tardi, una società collegata a Vladimir Potanin, attualmente il quinto uomo più ricco di Russia e un fedelissimo del Cremlino (una delle sue aziende fornisce nickel ai motori dei cacciabombardieri), ha annunciato di avere acquistato la banca di Tinkov a un prezzo valutato il 3 per cento del valore reale di mercato.
In un colpo solo, l’oligarca che aveva osato criticare la guerra in Ucraina, anzi “l’operazione militare speciale” come è obbligatorio chiamarla a Mosca, se non si vuole rischiare una condanna a 5 anni di carcere, ha perso 9 miliardi di dollari
Subito dopo, l’ormai ex-banchiere ha lasciato la Russia
Si può dire che Tinkov è stato un ingenuo a esprimere una critica alla guerra. Da quando è salito al potere il 31 dicembre 1999 (fra un paio di giorni saranno passati ventisei anni), Putin non ha lasciato dubbi sul suo atteggiamento nei confronti degli oligarchi: potevano continuare ad arricchirsi, ma non avrebbero più potuto avere alcuna influenza politica
Gli esempi di cosa rischiassero con il nuovo leader del Cremlino i miliardari russi ribelli non sono certo mancati. Il petroliere Mikhail Khodorkovskji, nel 2003 l’uomo più ricco di Russia con un capitale di 15 miliardi di dollari e uno dei più ricchi del mondo, tra i primi a intravedere la deriva autocratica di Putin, ha pagato la sua infedeltà al presidente con dieci anni di carcere (nel 2013, appena rilasciato grazie a pressioni della Germania, è andato in esilio a Londra, dove vive tuttora sotto scorta).
Boris Berezovskij, in passato detto “l’eminenza grigia del Cremlino”, uno di quelli che avevano inizialmente spinto Eltsin a scegliere Putin come erede designato, per poi pentirsene rapidamente, è stato espropriato dei suoi beni ed è dovuto fuggire anche lui a Londra, ma gli è andata meno bene che a Khodorkovskij: nel 2013, stesso anno della fuga del suo collega, è stato ritrovato impiccato nella toilette della villa di un’amica nella campagna inglese, un suicidio che secondo alcuni potrebbe essere stato una messa in scena
Con precedenti simili, non meraviglia che Roman Abramovich, un altro degli oligarchi russi trasferitosi lungo le rive del Tamigi prima che la guerra in Ucraina lo rendesse persona non grata, abbia accettato senza alcun lamento le sanzioni occidentali che
lo hanno obbligato a vendere il Chelsea Football Club, la sua squadra di football, senza nemmeno potersi mettere in tasca i 4 miliardi e 250 milioni di sterline ricavati, e privato del permesso di soggiorno: ora vive in Israele, Paese del quale ha la cittadinanza in virtù delle origini ebraiche, e mantiene, almeno in apparenza, ottimi rapporti con Putin.
Il giorno dopo l’inizio dell’invasione in Ucraina, Putin convocò al Cremlino decine di oligarchi: “Spero che in queste nuove condizioni”, disse loro, alludendo alle prevedibili sanzioni e al boicottaggio occidentale, “continueremo a lavorare insieme bene come prima e con non meno efficacia”.
È verosimile che non siano troppo contenti della situazione, ma finora Putin, con un misto di carota e bastone, li ha tenuti a bada. E il piano di pace di Trump per l’Ucraina, contemplando come contropartita per Mosca la graduale fine delle sanzioni, potrebbe permettere agli oligarchi di Russia, prima o poi, di tornare a vivere in sontuose magioni a Londra e navigare su yacht da favola nel Mediterraneo, come ai vecchi tempi.
(da Repubblica)

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CHE TRISTEZZA IL CAPODANNO SU RAIUNO: SEMBRAVA LA PARODIA DELLA TV RUSSA

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

CAST VECCHIO, COVER IMBARAZZANTI E LOCATION INSPIEGABILE

Ricordate Večernij Urgant? Quell’artista che tutti consideravamo geniale prima di inserire la Russia nella lista dei cattivi, che qualche anno fa mandò in onda “Ciao 2020”, un finto capodanno italiano talmente trash da diventare virale in tutto il mondo? Ecco, martedì sera su Rai1 è andata in scena la versione non ironica di quella parodia. E stavolta non c’era nemmeno la scusa dell’essere russi.
L’Anno che Verrà da Catanzaro è stato il trionfo del déjà-vu televisivo, quel tipo di programma che ti fa chiedere se per caso hai accidentalmente acceso una vecchia VHS del 1992. Cast vecchio, solito, stanco. Gente costretta a fare le cover dei grandi pezzi come se fossimo a una sagra di paese e non sulla rete ammiraglia del servizio pubblico.
La serata delle cover
Cristiano Malgioglio che canta Annalisa. Sal Da Vinci che si cimenta con “Gloria” di Umberto Tozzi. E qui scatta il paradosso tragicomico: mentre su Rai1 c’è Da Vinci che fa il karaoke di Tozzi, il vero Umberto Tozzi se ne sta bellamente in diretta da Bari, davanti al magnifico Teatro Petruzzelli, al capodanno di Canale 5.
Ma il momento apicale, quello che merita di entrare negli annali della tv del disagio, è stato Ivan Cattaneo. Da “Una Zebra a pois” a “St Tropez”, sempre rigorosamente fuori tempo a ogni strofa e
sbiascicando le parole. Praticamente incomprensibile. Uno spettacolo nello spettacolo, se vogliamo essere generosi. Altrimenti, semplicemente imbarazzante.
E poi arriva la mezzanotte, il momento clou. E cosa ti ritrovi sul palco di Rai1? Gigi Marzullo e Rosanna Fratello con i bicchieri in mano, accanto a Orietta Berti, Malgioglio, Sal Da Vinci e il povero Marco Liorni. Non esattamente un belvedere, diciamo. Una scena che aveva più il sapore di una rimpatriata di pensionati dello spettacolo che di un evento nazionale.
“Sei mai stato a Catanzaro?
Ma la vera domanda è: perché Catanzaro? Cosa ha fatto di male il capodanno italiano per meritarsi tre anni consecutivi di esilio calabrese? Mi viene da citare Giuseppe Cruciani in un’iconica puntata de La Zanzara: “Sei mai stato a Catanzaro, amico mio? Non aggiungo altro: sei mai stato a Catanzaro?”, rivolgendosi a Parenzo.
La location scelta? Piazzale Maestri del Lavoro sul lungomare di Catanzaro. Inspiegabile. Ma ormai è chiaro: è il terzo anno che L’Anno che Verrà si fa nella Calabria di Occhiuto, che dalle location (pagate carissime) di Sandokan fino a Forza Italia sembra voler essere sempre più al centro della scena. Dalle riprese aeree, poi, si vedeva chiaramente che la piazza era piena di buchi. Gente ce n’era poca, diciamocelo. Ma va bene così: anche il pubblico aveva capito che era meglio stare a casa.
Salvate il soldato Marco Liorni
Salviamo dalla debacle Marco Liorni. Chi dimostra di saper traghettare una nave sbandata come L’Anno che Verrà – una trasmissione complicata, che si basa soprattutto sull’imprevisto
(anche se quest’anno di imprevisti non ce ne sono stati, purtroppo, perché avrebbe movimentato le cose) – sa fare tutto. Marco Liorni è ormai un pezzo pregiato del servizio pubblico. Chi passa dalle forche caudine del Capodanno, si merita di meglio.
Salviamo Massimo Ranieri, che ha cantato dal vivo il suo repertorio con classe e professionalità. Non salviamo, però, il suo vestito gessato. Salviamo Rocco Hunt e Clementino, artisti veri che hanno fatto ballare quel pubblico sparuto di Catanzaro. E salviamo Samuray Jay, che ieri ha fatto le prove tecniche per Sanremo 2026.
Gli altri? Tutti rimandati. Speriamo non al prossimo anno che verrà. Perché se questa è la Rai del futuro, allora forse è il caso di tornare alla tv russa. Almeno loro quando fanno la parodia, lo sanno.
(da Fanpage)

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PIANTEDOSI SI VANTA DEL CALO “NETTO” DEGLI SBARCHI DI MIGRANTI, MA NON E’ VERO. LO SMENTISCONO I DATI STESSI DEL VIMINALE

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

NEL 2024 ARRIVI 66.617, NEL 2025 SONO STATI 66.296 (STESSA PERCENTUALE) A FRONTE DI MENO DI 7.000 RIMPATRI CON UN SALDO NEGATIVO DI 60.000 IN UN ANNO

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in chiusura dell’anno, rivendica i risultati ottenuti nel campo della lotta ai trafficanti e all’immigrazione irregolare, ma volutamente gioca con i numeri, provando a truccare i dati degli arrivi.
Vediamo esattamente cosa dice nel video che ha postato sui social ieri sera, tracciando un bilancio sul tema dell’immigrazione illegale: “I metodi e le strategie innovative messe in campo dal nostro Governo hanno permesso di raggiungere significativi risultati. Abbiamo colpito i traffici di esseri umani fin dai Paesi di partenza. Abbiamo stipulato accordi con i Paesi di origine per creare opportunità e rafforzato i canali
regolari di ingresso. Ribadendo un principio chiaro e non negoziabile: in Italia si entra solo attraverso canali regolari. In Europa abbiamo svolto un ruolo da protagonisti, anticipando nuovi percorsi di gestione dei flussi poi condivisi dagli altri Stati membri”.
Quindi ha aggiunto: “Sono aumentati i rimpatri: quasi 7mila quest’anno, il 55% in più rispetto al 2022. In parallelo gli sbarchi sono diminuiti in modo netto: -58% nel 2024 rispetto all’anno precedente, e lo stesso andamento si registra anche quest’anno. Un cambio di passo evidente rispetto agli anni degli arrivi incontrollati”.
Dunque, prendendo alla lettera quello che dice il ministro, potrebbe sembrare che il calo registrato l’anno scorso, cioè -58%, si sia mantenuto costante. Parlando di “andamento”, il titolare del Viminale sembra alludere al fatto che a fine 2025 ci sia stato un calo delle stesse dimensioni di quello dell’anno scorso. Ma guardando i dati si nota subito il magheggio: sono stati infatti 66.296 i migranti irregolari approdati via mare sulle coste italiane nel 2025, ma la riduzione rispetto al dato dell’anno precedente è appena dello 0,48%. Nel 2024 infatti gli arrivi di migranti furono 66.617, con un calo rispetto al 2023 del 57,95% (allora gli approdi furono 157.651). Dunque, ricapitolando: nel 2024 il governo Meloni poteva vantare una contrazione degli arrivi significativa, quasi del 58% appunto. Ma non si può assolutamente parlare a fine 2025 di trend, o “andamento”, perché da allora il numero di arrivi si è stabilizzato e si osserva solo una leggerissima variazione. Analizzando bene il quadro quindi, sembra evidente che il ministro abbia cercato di far apparire i numeri attuali come un ulteriore traguardo del governo Meloni: perché se no parlare di sbarchi diminuiti “in modo netto”, se quest’anno la situazione sembra essersi cristallizzata rispetto a 12 mesi fa?
Per quanto riguarda i Paesi di partenza, fa sapere sempre il Viminale, dall’Algeria sono arrivate via mare 1.812 persone, con un aumento del 31% rispetto all’anno scorso quando furono 1.383 e del 192,3% del 2023 quando arrivarono in 620.
Dalla Tunisia i migranti arrivati sono stati 4.841, con un calo del 75,1% rispetto al 2024 (19.460) e del 95% rispetto al 2023 (97.667).
Dalla Libia gli arrivi sono stati 58.408, con un aumento del 38,1% rispetto al 2024 (42.279) e del 12,4% del 2023 (51.986).
Cresce il numero dei cittadini bengalesi sia rispetto al 2024 (+41%) che al 2023 (+58%). Gli egiziani sono in aumento rispetto al 2024 (+108%) e in calo sul 2023 (-21%). In aumento anche i cittadini eritrei sia rispetto al 2024 (+251%) che sull’anno precedente (+80%). Infine i migranti provenienti dal Pakistan sono aumentati rispetto all’anno scorso (+27%) e in calo sul 2023 (-44%).

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PERCHE’ NEL 2026 AUMENTERA’ IL PREZZO DI QUASI TUTTO

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

DAI TRASPORTI ALLE ASSICURAZIONI, FINO AI PRODOTTI DA FUMO

Il 2026 si apre con una certezza per le famiglie italiane: il costo della vita salirà ancora. Non si tratta di rincari episodici o legati a emergenze improvvise, ma dell’effetto combinato di scelte già scritte nelle norme, automatismi fiscali e aggiornamenti tariffari programmati da tempo. Mobilità, auto e consumi quotidiani saranno i settori più colpiti, con aumenti che, sommati, rischiano di pesare in modo significativo sui bilanci familiari.
Carburanti: cambia l’equilibrio tra benzina e gasolio
Uno dei primi effetti concreti riguarda i carburanti. Entra infatti in vigore la rimodulazione delle accise, che sposta il carico fiscale dal consumo di benzina a quello di gasolio. Il risultato è un aumento di poco più di 4 centesimi al litro per il diesel, compensato da una riduzione della stessa entità sulla benzina; per chi guida veicoli diesel, ancora molto diffusi, soprattutto tra pendolari e lavoratori, l’impatto sarà immediato, mentre il beneficio per chi usa la benzina rischia di essere meno percepibile.
Autostrade: pedaggi in rialzo quasi ovunque
Viaggiare in auto costerà di più anche per chi utilizza le autostrade. Dal 2026 scattano infatti adeguamenti tariffari per gran parte delle concessionarie. Gli aumenti variano da tratta a tratta, ma si collocano mediamente intorno all’1,5 per cento. Alcuni collegamenti, come la Salerno–Pompei–Napoli, registreranno rincari ancora più marcati. Restano poche eccezioni, con pedaggi invariati solo su alcune reti specifiche; è un aumento che, preso singolarmente, può sembrare contenuto, ma che incide su milioni di viaggi quotidiani.
Assicurazioni auto: colpite le garanzie accessorie
Un altro fronte caldo è quello delle assicurazioni. La Rc Auto obbligatoria non viene toccata direttamente, ma cresce la tassazione su una delle coperture più diffuse: l’assicurazione per l’infortunio del conducente. L’aliquota fiscale passa dal 2,5 al 12,5 per cento, un salto netto che si rifletterà sul premio finale. Per lo Stato significa maggiori entrate, per gli automobilisti una polizza complessivamente più cara, anche a parità di coperture.
Fumo ed elettroniche: tasse più alte per scoraggiare i consumi
Nel 2026 aumentano anche le imposte sui prodotti da fumo, in una strategia che punta sia a incrementare il gettito sia a ridurre i consumi. Non solo sigarette tradizionali, ma anche tabacco trinciato, sigaretti, tabacco riscaldato e sigarette elettroniche. In particolare, per i liquidi da inalazione delle e-cig cresce l’imposta di consumo: aliquote più elevate sia per i prodotti con nicotina sia per quelli senza. L’effetto atteso è un rincaro dei prezzi sugli scaffali, che coinvolgerà una platea sempre più ampia di consumatori.
Un filo comune: aumenti programmati, non improvvisi
La caratteristica che accomuna questi rincari è la loro prevedibilità. Non sono il frutto infatti di un’emergenza improvvisa, ma di scelte politiche e fiscali già definite e ben precise. Proprio per questo, però, il 2026 rischia di essere l’anno in cui molte famiglie si accorgeranno che “quasi tutto” costa di più: muoversi, assicurarsi, viaggiare e consumare diventerà gradualmente più oneroso, senza un singolo aumento clamoroso, ma con tanti piccoli rincari che, sommati, fanno la differenza.
(da agenzie)

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PENSIONI, IL GOVERNO MELONI HA RESO LA VITA MOLTO PIU’ DIFFICILE A CHI VUOLE LASCIARE IL LAVORO

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

DOPO TRE ANNI E QUATTRO LEGGI DI BILANCIO, IL GOVERNO MELONI NON HA MANTENUTO LE PROMESSE: LA LEGGE FORNERO E’ ANCORA PIU’ RIGIDA DI PRIMA, GLI ANTICIPI PENSIONISTICI SONO SPARITI, L’ETA’ PENSIONABILE AUMENTERA’

Un’altra legge di bilancio chiusa, per il governo Meloni. È la quarta dall’inizio della legislatura. L’ultimo esecutivo che ebbe a disposizione quattro manovre finanziarie per mettere in atto le sue idee e mantenere le promesse elettorali fu il secondo governo Berlusconi, in carica dal 2001 al 2005. Negli ultimi vent’anni, nessun’altra coalizione ha avuto la stessa possibilità. Tuttavia, nonostante i proclami fatti prima del voto del 2022, oggi andare in pensione è diventato molto più difficile.
È stata la Lega, più di tutti gli altri partiti, a insistere con
veemenza in campagna elettorale sull’impegno a cancellare la riforma Fornero. Il progetto dichiarato del partito di Matteo Salvini era Quota 41: tutti in pensione con 41 anni di contributi, a prescindere dall’età. Un progetto infattibile, presto affondato e definitivamente messo da parte dal Carroccio, ben attento a non parlarne più nell’ultimo anno. E dal 1° gennaio 2026 anche Quota 103 sparirà.
Non che Fratelli d’Italia e Forza Italia, da parte loro, abbiano mantenuto le promesse fatte. L’aumento delle pensioni minime, ad esempio, dopo il salto in avanti dovuto alla fortissima inflazione del 2022-2023 è tornato a essere nell’ordine dei pochi euro (cresceranno di circa tre euro al mese nel 2026). Opzione donna, l’unica misura che offriva flessibilità in uscita specificamente alle lavoratrici, è stata prima limitata e poi cancellata del tutto.
Il governo che ha cancellato le pensioni anticipate
Cosa è cambiato, davvero, negli ultimi tre anni? Nel 2022, il modo più utilizzato per lasciare il lavoro erano le pensioni anticipate. Era in vigore Quota 102, che richiedeva 64 anni di età e 38 anni di contributi versati. E c’erano ancora gli strascichi di Quota 100 (62 anni di età e 38 di contributi), introdotta dal governo giallo-verde nel 2019.
Certo, Quota 100 è stata un disastro dal punto di vista dei conti pubblici. E si può dire che, quindi, fosse giusto allontanarsi da quel sistema. Ma non era questa la posizione del centrodestra che vinse le elezioni quell’anno, anzi.
Eppure, nel 2026 tutte le ‘quote’ sono state eliminate dopo una lunga agonia. Quota 103, in vigore fino a fine 2025 in forma
ridotta, con requisiti più stringenti e assegno più basso, non è stata rinnovata. Lo stesso è successo a Opzione donna, che negli ultimi anni aveva subito una stretta così radicale da interessare ormai poche centinaia di lavoratrici in Italia.
La legge Fornero è più solida che mai
Resta solo la legge Fornero. Quella stessa norma che il centrodestra, la Lega soprattutto, dicevano di voler abolire. Pensione di vecchiaia a 67 anni, pensione di anzianità (o ‘anticipata’) con 42 anni e 10 mesi di contributi, un anno in meno per le donne.
Su questo, nel 2026 i requisiti non sono diversi rispetto al 2022. Il governo aveva provato a peggiorarli, con un maxi emendamento alla manovra che è poi saltato per scontri interni. Invece, per ora restano gli stessi e saliranno dall’anno prossimo. Nel 2027 l’età pensionabile crescerà di un mese, e nel 2028 di altri due.
L’aumento dell’età pensionabile non è una decisione del governo Meloni venuta dal nulla: è un meccanismo automatico previsto proprio dalla legge Fornero. Avrebbe dovuto essere di tre mesi, nel 2027. Il governo ha detto più e più volte che avrebbe fermato quell’incremento. E invece non l’ha fatto. L’ha solo ‘diluito’ su due anni.
Ciò che resta di quelle promesse è un ordine del giorno della Lega con cui la Camera ha “impegnato” l’esecutivo a “valutare”, nel corso del 2026, se c’è un modo per sospendere del tutto il rialzo di tre mesi. Niente di vincolante, niente di certo. Solo un vago impegno per cercare un colpo di coda elettorale con la prossima manovra, dato che sarà l’ultima prima delle elezioni
Insomma, i paletti della riforma Fornero sono più rigidi che mai dopo quattro leggi di bilancio del governo Meloni. Mentre tutte le principali forme di anticipo pensionistico sono sparite, con l’eccezione dell’Ape sociale, che comunque non è una pensione e riguarda una platea ristretta.
Cosa è cambiato per i giovani lavoratori
Il governo Meloni ha detto di essersi impegnato a favore dei giovani. Si può sottolineare che il numero di espatriati è aumentato, e che il boom dell’occupazione rivendicato più volte dal governo ha interessato soprattutto gli over 50. Ma restando sulle pensioni, cosa è cambiato in prospettiva per chi oggi ha meno di trent’anni?
Chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995 rientra nel cosiddetto regime contributivo – ovvero, la sua pensione sarà calcolata in base a quanti contributi versano, e non ai suoi ultimi stipendi. In compenso, ha una possibilità di pensionamento anticipato: servono 64 anni di età e 20 anni di contributi. Soprattutto, bisogna aver messo da parte abbastanza contributi da avere una pensione che valga almeno tre volte l’assegno sociale (circa 1.638 euro lordi, nel 2026).
Come è noto, però, per i giovani avere un lavoro continuativo e ben pagato, che permetta di arrivare a fine carriera con un assegno medio-alto, è spesso difficile. Per questo, il governo ha deciso di puntare sulla cosiddetta previdenza integrativa, ovvero le pensioni private. Dal 1° luglio 2026, quando un dipendente viene assunto, avrà sessanta giorni di tempo per decidere cosa fare del suo Tfr; se non dà indicazioni, i soldi andranno automaticamente a un fondo pensione privato.
Eppure lo stesso governo, nella stessa manovra, ha tolto la possibilità ai lavoratori in regime contributivo di usare quei soldi per lasciare il lavoro in anticipo.
Come detto, per farlo bisogna avere una pensione che valga almeno tre volte l’assegno minimo. Chi non ci arriva con i contributi che versato all’Inps, però, può contare anche la pensione privata per raggiungere il requisito. O meglio, poteva. Era una possibilità introdotta con la scorsa manovra, ma il governo l’ha cancellata dopo solo un anno, per risparmiare. Così, i giovani potranno versare fondi nei fondi privati, ma non li potranno far valere per andare in pensione a 64 anni.
Verso la pensione a 70 anni
Non è un caso che, secondo le ultime statistiche raccolte dall’Ocse (ancor prima dell’ultima legge di bilancio, che come detto non ha migliorato le cose), un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2024, all’età di 22 anni, in Italia si può aspettare di andare in pensione a 70 anni. La media Ocse, invece, è a 66,1 anni, quasi quattro anni prima.
Si vedrà cosa farà il governo Meloni nella prossima legge di bilancio – che, come accennato, sarà l’ultima prima delle elezioni. Ma resta il fatto che, a legislatura quasi finita, con quattro leggi di bilancio alle spalle, la situazione per i pensionati è peggiorata, e non di poco.
La riforma Fornero non è stata cancellata, né superata, né ammorbidita. Le ipotesi di anticipo pensionistico sono sparite, l’aumento dell’età pensionabile è stato solo rinviato in parte. E non c’è ancora nessuna visione chiara su come il sistema delle pensioni possa migliorare.
(da Fanpage)

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CAPODANNO A GENOVA, MAI COSI’ TANTA GENTE IN PIAZZA, SILVIA NON PERDE UN COLPO: OLTRE 30.000 GENOVESI E TURISTI AL CONCERTO DEI PINGUINI TATTICI NUCLEARI, ALBERGHI ESAURITI, PREMIATA LA SCELTA DELLA SINDACA

Gennaio 1st, 2026 Riccardo Fucile

UN MARE DI POPOLO IN FESTA HA STIPATO PIAZZA DELLA VITTORIA FINO AI GIARDINI DI BRIGNOLE, NESSUN INCIDENTE, TANTI TURISTI E GIOVANI, MA ANCHE FAMIGLIE

Il 2025 di Genova si è chiuso sulle note di Pastello Bianco, Islanda, Rubami La Notte e tante altre hit: oltre 30mila persone nonostante il freddo pungente, hanno voluto festeggiare il Capodanno in piazza Della Vittoria con il concerto dei Pinguini Tattici Nucleari.
Oltre ai tanti genovesi, molti turisti: per il concerto e non solo il tasso di occupazione delle strutture alberghiere su un portale come Booking ieri faceva segnare il 99%.
Un pubblico eterogeneo per provenienza ed età. Esauriti quasi all’inizio della serata gli spazi a disposizione del pubblico, estesi tra i giardini della Stazione Brignole e il palco davanti all’arco di trionfo. Trentamila persone era, appunto, la capienza massima considerata per l’evento di piazza.
Notevole colpo d’occhio di folla e moltissimi “fortunati” ad assistere allo show anche dai balconi e dalle finestre dei palazzi storici che circondano la piazza.
Al countdown la sindaca di Genova Silvia Salis è salita sul palco per stappare lo spumante e brindare insieme ai PTN e insieme ai cittadini. Un successo indubbio di Silvia Salis che ha fortemente voluto l’evento, spostando da Piazza De Ferrari a Piazza della Vittoria più capiente il tradizionale appuntamento di fine anno. Una scommessa premiata da cittadini e turisti, giovani e famiglie: mai a Genova si erano raggiunte cifre di partecipazione del genere.
(da agenzie)

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MATTARELLA, IL DISCORSO INTEGRALE: “L’ITALIA REPUBBLICANA, UNA STORIA DI SUCCESSO. AI GIOVANI DICO; SIATE ESIGENTI E CORAGGIOSI, NON RASSEGNATEVI”

Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile

IL MESSAGGIO DI FINE ANNO DEL CAPO DELLO STATO

Care concittadine e cari concittadini,
si chiude un anno non facile. Tutti ne abbiamo ben presenti le ragioni e, come sempre, speriamo di incontrare un tempo migliore.La nostra aspettativa è anzitutto rivolta alla pace. Di fronte alle case, alle abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine, di fronte alla distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori, di fronte alla devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati, il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte.
La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio.
Il modo di pensare, la mentalità, iniziano dalla vita quotidiana. Riguardano qualunque ambito: quello internazionale, quello interno ai singoli Stati, a ogni comunità, piccola o grande. Per ogni popolo inizia dalla sua dimensione nazionale.
Leone XIV – cui rivolgo gli auguri più affettuosi del popolo italiano – nei giorni di Natale, in prossimità della conclusione del Giubileo della Speranza, ha esortato a “respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”. Ha richiamato alla necessità di disarmare le parole.
Raccogliamo questo invito. Se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica, non si esprime una mentalità di pace, non se ne costruiscono le basi.
Di fronte all’interrogativo: “cosa posso fare io?” dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimere ciascuno.
L’affermazione della libertà, la costruzione della pace sono nell’atto fondativo della nostra Repubblica, che esprime la volontà di realizzare il futuro insieme, attraverso il dialogo. Raffigura la responsabilità di essere cittadini.
Nell’anno che si presenta ricorderemo gli ottant’anni della Repubblica.
Ottant’anni sono pochi se guardati con gli occhi della grande storia ma sono stati decenni di alto significato.
Sfogliamo velocemente un album immaginario della storia della Repubblica, come talvolta si fa quando ci si ritrova in famiglia.
Il primo fotogramma del nostro viaggio è rappresentato dalle donne. Il segno dell’unità di popolo, infatti, fu simbolicamente impresso dal voto delle donne, per la prima volta chiamate finalmente alle urne.
Quel segno diede alla Repubblica un carattere democratico indelebile, avviando un percorso, ancora in atto, verso la piena parità.
L’Assemblea costituente, eletta contestualmente al referendum che sancì la scelta repubblicana, fu capace di trovare una sintesi di alto valore mentre la dialettica politica si sviluppava tra convergenze e contrasti, anche molto forti.
Di mattina i costituenti discutevano – e si contrapponevano – sulle misure concrete di governo, nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale. La Costituzione italiana, che ha ispirato e guidato il Paese per tutti questi decenni.
La Repubblica è uno spartiacque nella nostra storia.
Non uno Stato che sovrasta i cittadini ma uno Stato che riconosce i diritti inviolabili, la libertà delle persone, le autonomie della comunità.
La democrazia italiana che muove i suoi primi passi nel dopoguerra è giovane, dinamica, mette radici, dialoga nel mondo.
Le immagini della firma dei Trattati di Roma, nel 1957,
consegnano un successo e un altro momento decisivo, con l’Italia in prima linea nella costruzione della nuova Europa.
Proprio l’Europa e le relazioni transatlantiche, con il piano Marshall, sono i due pilastri della ricostruzione. L’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica hanno coerentemente rappresentato – e costituiscono – le coordinate della nostra azione internazionale.
Una grande stagione di riforme cambia il profilo dell’Italia. La riforma agraria, il Piano casa, il cui ricordo richiama le difficoltà delle giovani coppie a trovare casa oggi nelle nostre città.
Gli anni del miracolo economico ci presentano in primo piano i volti degli operai delle fabbriche e di quelli impegnati a realizzare le grandi infrastrutture che modernizzano il Paese.
Il lavoro come leva fondamentale dello sviluppo. Lo statuto dei lavoratori è stato lo strumento che riconosce e sancisce diritti, dignità e libertà sindacale. Valori che richiamano al pieno rispetto della irrinunziabile sicurezza sul lavoro e all’equità delle retribuzioni.
Così come l’istituzione del servizio sanitario nazionale, che garantisce universalità e gratuità delle cure, rappresentando un’altra decisiva conquista dello stato sociale, che pone al centro la dignità della persona e l’idea di una piena uguaglianza. Accanto ad esso il sistema previdenziale esteso a tutti. Condizioni da preservare di fronte ai cambiamenti di ogni tempo.
Fondamentale alla crescita della identità nazionale è stato – e rimane -il contributo della cultura, dell’arte, del cinema, della letteratura, della musica. Il ruolo del servizio pubblico affidato
alla Rai, a garanzia del pluralismo, presupposto essenziale di un largo coinvolgimento popolare attorno alle istituzioni della Repubblica.
Altre immagini, questa volta drammatiche. Le stragi. Il terrorismo. Ricordiamo i volti e i nomi delle vittime. Magistrati, giornalisti, uomini delle istituzioni, esponenti delle forze dell’ordine. E poi tanti, troppi giovani che cadono per mano di ideologie che fanno della violenza il loro unico strumento. Verrà definita la notte della Repubblica.
Ma l’Italia prevale. Le istituzioni si dimostrano più forti del terrore. E lo sono grazie all’unità delle forze politiche e sociali, capaci di difendere i principi fondativi della Repubblica.
Anche lo sport ha un posto di grande rilievo nel nostro album. Storie e atleti indimenticabili. I protagonisti delle Olimpiadi di Roma del ‘60, nelle quali l’Italia, per prima, introduce la partecipazione paralimpica. Lo sport, dunque, ha contribuito alla crescita del Paese, a regalarci momenti di gioia, di orgoglio, di appartenenza. Così come accade sempre ascoltando risuonare l’inno italiano in una premiazione. Tutto questo si rinnoverà ancora una volta con i giochi di Milano – Cortina.
La diffusione dello sport, oltre al messaggio di pace, amicizia, inclusione che esprime, è un potente antidoto alla violenza giovanile e alle droghe.
Il film della memoria scorre. Due volti che non possiamo dimenticare: quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, simboli della legalità e della lunga lotta contro la mafia. Protagonisti anche dopo il loro assassinio: il loro esempio continua a ispirare – non soltanto in Italia – le nuove generazioni
e tutti coloro che non si rassegnano alla prepotenza della criminalità.
Anni di tensioni, di grandi mutamenti che ci hanno accompagnato nel passaggio al nuovo secolo. Al nuovo millennio. I cambiamenti sono profondi: dal linguaggio, agli stili di vita, alla moneta.
Questi ottanta anni sono come un grande mosaico, il cui significato compiuto riusciamo a cogliere soltanto allontanandoci dalle singole tessere che lo compongono.
Non vanno ignorate, ovviamente, lacune e contraddizioni ma eravamo una società con un basso livello di istruzione, con alti tassi di emigrazione. Siamo diventati uno dei Paesi più forti nella manifattura e nell’esportazione, capace di esaltare il genio della creatività in tantissimi settori. Siamo apprezzati in tutto il mondo per i nostri stili di vita, per la bellezza dei nostri territori, per i tesori artistici che custodiamo. Per la cultura del cibo e del vino, che diventa patrimonio internazionale.
L’Italia è un attore di grande rilievo sulla scena internazionale, anche grazie al contributo che i nostri militari hanno dato e danno alla costruzione della sicurezza e della pace. Anche qui un cammino con alti prezzi, a partire dal sacrificio dei nostri aviatori in missione umanitaria a Kindu, in Congo, nel 1961.
L’Italia della Repubblica è una storia di successo nel mondo. Possiamo e dobbiamo esserne orgogliosi.
Possiamo perché questa storia è frutto del sacrificio, dell’impegno, della partecipazione di tante generazioni di italiane e italiani. Ognuno ha messo la sua tessera in quel mosaico. In ogni casa, in ogni famiglia c’è una storia da
raccontare.
Spesso diciamo che i principi e i valori che le madri e i padri costituenti ottanta anni fa incisero nella Costituzione vanno vissuti, testimoniati ogni giorno: è questo che li ha fatti diventare realtà nelle scelte quotidiane di ognuno di noi.
La nostra vera forza, la coesione sociale nella libertà e democrazia, ci ha consentito di fare dell’Italia il grande Paese che è oggi. Le legittime dialettiche tra le varie posizioni hanno contribuito a concrete realizzazioni che hanno cambiato in meglio la vita delle persone. Diritti e doveri sono diventati progressivamente fatti e non sono rimasti astratte affermazioni.
Riflettere su ciò che insieme abbiamo conquistato è la premessa per poter guardare al futuro con fiducia e con rinnovato impegno comune. La consapevolezza di questa storia può conferirci forza per affrontare con serenità le sfide e le insidie del nostro tempo.
Vecchie e nuove povertà – che ci sono e vanno contrastate con urgenza – diseguaglianze, ingiustizie, comportamenti che feriscono il bene collettivo come corruzione, infedeltà fiscale, reati ambientali: crepe che rischiano di compromettere proprio quella coesione sociale che consideriamo un bene prezioso di cui disponiamo.
Un bene che, tuttavia, non è mai acquisito definitivamente. Un bene per cui siamo chiamati a impegnarci, ognuno secondo il suo livello di responsabilità, senza che nessuno possa sentirsi esentato. Perché la Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi.
Abbiamo di fronte problemi vecchi e nuovi, accresciuti dall’incertezza del contesto internazionale che attraversiamo. Entriamo, inoltre, oggi, in un tempo in cui tutto diventa globale e
interdipendente, dall’economia, all’ambiente, al clima, alle rivoluzioni tecnologiche che investono le nostre vite, ai rischi delle pandemie, alle reti del terrorismo integralista.
Ma nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia.
Desidero ricordarlo a tutti noi e rivolgermi, particolarmente, ai più giovani.
Qualcuno – che vi giudica senza conoscervi davvero – vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi.
Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro.
Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna.
Auguri!
Buon 2026!
(da agenzie)

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“IL MIO TEMPO NON È ANCORA VENUTO, IO SONO POSTUMO”: L’AMARO POST DI FINE ANNO DI BEPPE GRILLO DAVANTI AL SUO DOPPIO FALLIMENTO, SIA POLITICO CHE FAMIGLIARE

Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile

“LA POLITICA CONTINUA A RECITARE, CAMBIANO LE SIGLE, I SIMBOLI, GLI ACCORDI, E LE FACCE SONO SEMPRE LE STESSE, CHE COME ZOMBIE SI TRASCINANO CON LA SCORTA TRA I PALAZZI”

“Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo”. La giustizia “usata come clava”. Le facce della politica che “come zombie si trascinano con la scorta tra i palazzi”. Sono i passaggi più rilevanti del post di fine anno di Beppe Grillo che ritorna a dire la sua dal celebre blog.
Toni dolenti e qualche stilettata. Il comico e fondatore del Movimento 5 stelle rompe il silenzio sul web elogiando il suo, di silenzio, definito “la forma più elevata di presenza”, scelto
“perché arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore”.
Sulla giustizia, come detto, le parole più significative. A poche settimane dalla condanna a otto anni per il figlio del comico e gli amici genovesi per violenza sessuale di gruppo. Giustizia, definita “quella parola ‘solenne’ agitata da tutti come una bandiera e usata come una clava”.
“Ci sono cose – continua Grillo – che non entrano nei bilanci di fine anno, esistono ferite che non fanno notizia e cambiano il modo di guardare il mondo, insegnano che la verità segue percorsi tortuosi e che la giustizia spesso procede con tempi e logiche lontane da ciò che appare davvero giusto”.
Mentre “la politica continua a recitare, cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le facce sono sempre le stesse, che come zombie si trascinano con la scorta tra i palazzi”. Un’immagine, quella degli zombie, già usata in precedenza dal comico per definire in un apposito album sarcastico i fuoriusciti dai 5stelle, da Luigi Di Maio all’ex fedelissimo Davide Crippa, da Laura Castelli a Federico D’Incà. Era il primo agosto del 2022, un governo e un’epoca
(da Repubblica)

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