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INTELLIGENZA ARTIFICIALE, GUERRE COMMERCIALI E PROTEZIONISMO: L’ECONOMIA GLOBALE SI È IMPANTANATA NELLA “POLICRISI”

Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile

IL 2025 È STATO SEGNATO DA UNA SERIE DI “TERREMOTI” CHE HANNO STRAVOLTO IL CAPITALISMO MODERNO, CHE ORMAI HA RINUNCIATO ALLA SUA PRETESA DI NEUTRALITÀ PER FARSI STRUMENTO DEL POTERE … IL CONFINE TRA LIBERO SCAMBIO E SICUREZZA NAZIONALE È SVANITO, COSÌ COME QUELLO TRA INNOVAZIONE TECNOLOGICA E CONTROLLO SOCIALE

L’economia globale ha perso il nord. Il 2025 si chiude come l’anno della policrisi perfetta, un incrocio di tensioni dove i vecchi manuali di macroeconomia sono finiti al macero sotto la
spinta di dazi doganali, intelligenze artificiali sovrane e il ritorno dei tassi d’interesse nel Sol Levante.
In questo scenario di bussole impazzite, la finanza e la politica hanno smesso di viaggiare su binari paralleli per fondersi in una miscela esplosiva di pragmatismo e ideologia. Sei volti hanno dominato i dodici mesi appena trascorsi, figure capaci di muovere trilioni di dollari con una dichiarazione o di ridisegnare i flussi commerciali con un tratto di penna, ergendosi a protagonisti assoluti di un mondo che non riconosce più i suoi vecchi confini.
È il demiurgo dei cinquemila miliardi. Jensen Huang non è più soltanto il ceo di Nvidia. Nel corso del 2025 è diventato l’architetto della nuova infrastruttura industriale globale. Sotto la sua guida, la società di Santa Clara ha infranto ogni record di Wall Street, toccando in ottobre una capitalizzazione di mercato di 5.000 miliardi di dollari, una cifra superiore al Pil di quasi ogni nazione del pianeta, eccezion fatta per Stati Uniti e Cina.
Tuttavia, il 2025 ha mostrato anche le prime crepe nel muro della fiducia: il lancio del software cinese DeepSeek in gennaio ha innescato una volatilità brutale, sollevando lo spettro di una bolla dell’intelligenza artificiale pronta a scoppiare. Fantasma che è diventato ancora più evidente con la circolarità delle spese in conto capitale fra le Big Tech. Nonostante i ricavi trimestrali abbiano sfiorato i 60 miliardi di dollari, il dibattito sulla sostenibilità di questi investimenti ha diviso gli analisti.
Per Huang, la crescita è un ciclo virtuoso destinato a durare decenni; per il resto del mercato, Nvidia rimane l’ago della bilancia tra un progresso senza precedenti e un crollo finanziario
sistemico senza precedenti.
È l’ideologo del Grande Strappo. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riportato Peter Navarro al centro della stanza dei bottoni, conferendogli il ruolo di Senior Counselor per il Commercio e la Manifattura.
Navarro ha orchestrato la rivoluzione dei dazi: dopo l’imposizione di una tariffa globale del 10% in aprile, con il “Liberation Day”, il governo ha inasprito la pressione portando al 50% i prelievi sui prodotti cinesi e al 15% quelli sui beni provenienti dall’Unione Europea a partire da agosto. La sua tesi sostiene che i dazi siano lo strumento unico per ricostruire la base industriale americana e azzerare il deficit commerciale.
L’effetto è stato un terremoto: il costo della vita negli Stati Uniti ha risentito della pressione sui prezzi, mentre le catene di approvvigionamento globali sono state smantellate e ricostruite seguendo logiche di vicinanza politica piuttosto che di efficienza dei costi.
Elon Musk ha vissuto un 2025 di scontri frontali e vittorie legali che hanno ridefinito il concetto di governance aziendale. Il braccio di ferro con gli azionisti di Tesla si è concluso in novembre con l’approvazione di un nuovo, colossale piano di remunerazione: un pacchetto di incentivi decennale potenzialmente del valore di mille miliardi di dollari.
La sua decisione di spostare la sede legale di Tesla in Texas e il suo ruolo crescente nel coordinamento dell’efficienza governativa hanno segnato l’addio a un sistema di regole percepito come ostile.
Il saggio inascoltato dell’autonomia europea. Mentre le potenze globali erigono muri, Mario Draghi è rimasto l’ultimo difensore di un’integrazione europea profonda e competitiva. Pur senza ricoprire cariche formali, l’ex presidente della Bce è stato la bussola tecnica per Ursula von der Leyen e Christine Lagarde nel corso del 2025.
Il suo rapporto sulla competitività è diventato il testo sacro dei policymaker a Bruxelles, invocando investimenti annuali da 800 miliardi di euro per colmare il divario con Stati Uniti e Cina.
Draghi ha avvertito che, senza una reale unione dei mercati dei capitali e una difesa comune, l’Europa rischia una lenta agonia economica. Tuttavia, i suoi messaggi si sono scontrati con le resistenze dei singoli governi nazionali, gelosi della propria sovranità fiscale proprio mentre il mondo chiedeva risposte unitarie.
La fine dell’illusione giapponese. A Tokyo, il governatore della Bank of Japan Kazuo Ueda ha compiuto l’impresa più difficile: chiudere un’era trentennale di denaro a costo zero senza provocare un collasso immediato del sistema finanziario. In dicembre, Ueda ha portato i tassi di interesse allo 0,75%, il livello più alto dal 1995, segnalando che il Giappone è uscito dal tunnel della deflazione.
La sua politica monetaria ha rappresentato il cambiamento più profondo dell’anno per i mercati valutari. Il rialzo dei tassi ha messo sotto pressione il carry trade sullo yen, la pratica degli investitori globali di prendere in prestito valuta giapponese a basso costo per investire in attività ad alto rendimento altrove. Ueda ha dovuto navigare in acque agitatissime, con lo yen che ha oscillato attorno a quota 156 contro il dollaro, cercando d
bilanciare la normalizzazione con il rischio di prosciugare la liquidità internazionale.
La voce della resistenza bancaria. Ana Botín, presidente esecutiva di Santander, si è affermata nel 2025 come la figura più influente del settore bancario europeo, ergendosi a baluardo del vecchio continente contro le turbolenze transatlantiche.
Al World Economic Forum di Davos, in gennaio, Botín ha lanciato un monito netto, definendo il ritorno di Trump e le sue politiche protezionistiche come un «pericolo diretto» per la stabilità economica dell’Europa.
Sotto la sua guida, Santander ha accelerato l’espansione digitale con il lancio globale di Openbank, cercando di bilanciare la redditività record — sostenuta da tassi d’interesse ancora elevati — con la necessità di finanziare la transizione energetica europea. Botín ha saputo navigare tra le minacce di nuove tasse sugli extraprofitti in Spagna e la volatilità dei mercati emergenti, confermandosi come l’unica leader capace di parlare con la stessa autorevolezza ai regolatori di Bruxelles e agli investitori di Wall Street.
Il 2025 lascia in eredità un sistema economico dove la stabilità non è più un valore acquisito, ma un obiettivo da inseguire tra le macerie del vecchio ordine. Questi cinque volti non hanno soltanto gestito capitali o istituzioni; hanno incarnato la metamorfosi di un capitalismo che ha rinunciato alla sua pretesa di neutralità per farsi strumento di potenza.
Il confine tra libero scambio e sicurezza nazionale è svanito, così come quello tra innovazione tecnologica e controllo sociale. In questo vuoto di certezze, le figure emerse quest’anno
rappresentano gli unici punti di riferimento in un panorama che attende ancora di scoprire le sue nuove regole fondamentali.
(da Repubblica)

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JD VANCE, ANIMA NERA DEL MONDO “MAGA”, COSTRINGE LA CONFERENZA SULLA SICUREZZA DI MONACO A INVITARE I POST-NAZISTI DI AFD AL PROSSIMO INCONTRO, A FEBBRAIO

Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile

ALL’EVENTO DI QUEST’ANNO VANCE AVEVA SFERRATO UN ATTACCO SENZA PRECEDENTI ALL’EUROPA, CON IL PRETESTO DELLA CENSURA NEI CONFRONTI DEL PARTITO DI ESTREMA DESTRA… VANCE SOGNA DI ESSERE IL CANDIDATO REPUBBLICANO ALLA CASA BIANCA NEL 2028

La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ha invitato i parlamentari di Alternative für Deutschland a partecipare all’incontro di alti funzionari della difesa internazionale a febbraio, dopo aver escluso il partito di estrema destra negli ultimi due anni.
Il cambio di rotta è arrivato dopo che il vicepresidente Usa J.D. Vance aveva criticato l’esclusione dell’Afd in un duro discorso all’evento di quest’anno, in cui accusava la Germania di soffocare la libertà di parola emarginando il partito anti-migranti e filorusso.
Alla domanda se le critiche di Vance abbiano pesato sulla decisione, il portavoce della Conferenza ha risposto che gli eventi vengono decisi autonomamente.
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha confidato ad alcuni suoi stretti collaboratori che un ticket in compagnia di J.D.Vance per le presidenziali del 2028 non gli dispiacerebbe. . la scommessa di Rubio non appare casuale: è il tentativo di rivendicare, prima che altri possano avanzare simili pretese, la sua vicinanza a quello che sembra il naturale successore di Trump.
A confermare questa impressione c’è il cambiamento di postura dello stesso Vance. Fino a oggi Vance era relegato a un ruolo
che appariva analogo a quello esercitato durante la presidenza Nixon da Spiro Agnew, metaforico “poliziotto cattivo” dagli accenti populisti spedito in lungo e in largo a rampognare ex alleati recalcitranti, a umiliare presidenti in visita istituzionale, come nel caso di Zelensky, o a rivendicare terre, come in Groenlandia.
Ma qualcosa è poi cambiato, drasticamente. Se fino a pochi mesi fa Vance era solo quello dei meme, del “Have you said thank you once?” o delle lezioncine da poco prezzo sul free speech e sulla deregulation impartite agli europei nel febbraio 2025, ora c’è qualcosa di profondamente diverso.
Per Vance d’altronde mutare pelle è una caratteristica quasi esistenziale. Chiunque abbia letto la sua “Elegia americana” sa bene quanto e come l’ex marine, ex figlio degli Appalachi, ex studente di Yale, abbia cambiato nome, professioni e convinzioni religiose.
Convertito di recente al cattolicesimo dopo una vita sospesa tra misticismo rurale e ateismo, Vance è passato al trumpismo dopo aver definito Trump un “Hitler americano”. E questa conversione è costata cara al suo mentore Peter Thiel che per convincere Trump a farsi affiancare dal suo protetto ed ex dipendente in Mithril Capital è stato costretto a finanziare pesantemente il Partito Repubblicano di area Maga, dopo la cocente delusione dell’esperienza del 2016.
D’altronde passare dal considerare qualcuno un “Hitler” a definirlo un boss e una persona straordinaria non può essere semplicemente definito un ripensamento.
Il “nuovo” Vance, quello proiettato mentalmente all’idea di
succedere a Trump, è emerso in concomitanza con la morte di Charlie Kirk e con l’apertura delle ostilità in seno alla destra americana.
Dalla sera in cui ha condotto il podcast di Kirk, Vance si è trovato nel cuore tumultuante del conflitto ideologico che sta dividendo le varie sfumature del fronte conservatore. Ma, come sottolinea il Washington Post, l’attuale vice di Trump cammina sul ciglio del burrone perché deve tenersi in rigoroso equilibrio, senza scontentare troppo le varie sensibilità.
Ma l’equilibrismo è arduo quando si danza gravati dal peso enorme dell’antisemitismo, dalle posizioni di Tucker Carlson e dal fantasma inquietante dei groyper di Nick Fuentes. Molti conservatori chiedono a Vance di prendere posizione e di schierarsi, ma dal palco di Turning Point USA (l’organizzazione fondata da Kirk), lo ricorda Politico, Vance si è guardato bene dal farlo.
Il limite per lui invalicabile è il prendere le distanze da Carlson, figura sempre più indigesta per vasta parte dei conservatori. D’altronde uno dei figli di Carlson, Buckley, lavora nell’ufficio stampa del Vicepresidente e il rapporto tra i due è consolidato. Vance non ha il carisma di Trump, non ha nemmeno un’identità ben definita e la sua ideologizzazione radicale è strategia per riempire un vuoto evidente. Ma così facendo si relega nel mezzo, dove rischia di finire schiacciato.
Ha un altro problema, poi. E paradossalmente è legato al suo mentore Thiel e alla società da questi fondata, Palantir. Vance ha confidato di essere preoccupato dal modo in cui i Maga vedono la società di analisi dei dati. E in effetti, glielo ha
ricordato Joe Rogan, Palantir inquieta molti.
E, allora, ecco che Vance escogita nemici esterni, alzando sempre di più la posta e i toni: l’Unione europea da sanzionare come fosse uno stato canaglia, la Francia e l’Inghilterra potenze nucleari islamizzate, l’Ucraina, la Danimarca. E si può essere certi che, all’approssimarsi delle elezioni midterm, andrà sempre peggio.

(da Il Foglio)

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IL GOSSIP È IL RE CLANDESTINO DI QUESTO TEMPO LURIDO E SFARZOSO E SIGNORINI FU IL TELESCOPIO GOSSIP DEL CAV, INDISPENSABILE NELLA ROTOCALCHIZZAZIONE DELL”ALBUM DI FAMIGLIA’ DELLA REAL CASA DI ARCORE

Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile

QUANDO SCOPPIÒ IL CASO DI VERONICA, SIGNORINI FU PRELEVATO ALLE MALDIVE CON UN JET MEDIASET. QUANDO L’AFFAIRE DELLA PRIMA MINORENNE NON SI SGONFIAVA NE PROCLAMÒ L’ILLIBATEZZA, PURE ASSEGNANDOLE UN FIDANZATINO EX TRONISTA. QUANDO DIVAMPÒ LA VICENDA D’ADDARIO MISE IN COPERTINA IL PRESIDENTE COL NIPOTINO PER CONTROBILANCIARE ORGE E SATIRIASI. E QUANDO DOPO RUBY FU IL MOMENTO DELLA CONTROFFENSIVA, CHI SE NON SIGNORINI MANEGGIÒ IL VIDEO MARRAZZO? … IL MOTTO DI SIGNORINI: ‘MEGLIO STRONZO CHE ANONIMO’”

E non si dica, per favore, che è solo gossip. O meglio, si dica pure, ma a patto di riconoscere che il gossip, Sua Maestà il Gossip, è il re clandestino di questo tempo lurido e sfarzoso, nel quale tuttavia la giustizia seguita comunque a fare il suo corso. Inutile adesso appigliarsi con il senno di poi alle mille opportunità che il personaggio Signorini ha offerto in pasto alla cronaca.
Per cui certo non hanno funzionato i mazzi d’aglio e peperoncino esposti contro l’invidia e le disgrazie; idem il vistoso acciaccamosche per proteggersi dai “fastidiosi”; e che dire dello specialissimo rosario al quale, sempre tenuto in tasca, si “formava un nodo” quando c’era qualche sgradevole impiccio?
Di nodi e snodi, anche nel paranormale, era già piena la vita di questo non più tanto giovane uomo colto e sensibile, laureato in filologia medievale. Si è scritto — e smentito, forse tardivamente — che fra i suoi meriti cortigiani c’era di aver presentato a Marina B. una maga.
Risuona in ogni caso beffardo l’inno che un coro femminile, sull’aria di Non sono una signora, andava in onda prima di una trasmissione radiofonica: “Un’ora surreale/ di fuga dal banale:/ Alfonso Signorini,/ il killer dei falsi divi e dei cretini”. Quello stesso personaggio che con due leggiadri assiomi aveva fotografato l’essenza dell’odierna società, che così oggi giorni lo ripaga. Primo: “Chi non c’è, s’incazza”. Secondo: “Meglio stronzo che anonimo”.
Ce ne sarebbe poi un terzo che recita: “Il pettegolezzo distrugge, il gossip costruisce”. Là dove, saltato il confine tra pubblico e privato, quella fatidica paroletta inglese è da intendersi come quel magma incandescente di spettacoli, affari, corpi, ricatti, chiacchiericcio, storytelling, potere, marketing e mitologia.
Tratteggiando un sommario ritratto di Signorini, la memoria […] costringe a ricordare quando — era la primavera del 2009 — l’allora presidente Berlusconi, con un sorrisone dei suoi, comunicò che le foto, peraltro irresistibili, del compleanno di Noemi a Casoria gliele aveva chieste “quel diavolo di Signorini”.
E’ bene segnalare che il direttore di “Chi” non fu solo il telescopio gossip del Cavaliere, ma che questi cercò di trascinarlo in politica e sempre premiò o suoi preziosi consigli su parecchi altri affarucci così delicati che certo contribuirono a ristrutturare le forme e la sostanza del potere in Italia tra il primo e il secondo decennio del secolo.
Con apparente avventatezza, si può sostenere che Berlusconi vide in Signorini la sconfitta definitiva della figura dell’intellettuale di partito e la sua conseguente sostituzione con quella di un consigliere strategico pronto uso, indispensabile nella costruzione di un immaginario funzionale alla rotocalchizzazione di quello che Silvione sognava come un regno. Alla guida dell'”album di famiglia” della Real Casa non pubblicò soltanto foto e noterelle che avvicinavano figli e figlie del sovrano alla mitologia, ai poemi epici, al mondo dei farao
Quando scoppiò il caso di Veronica, Signorini fu prelevato alle Maldive con un jet Mediaset. Quando l’affaire della prima minorenne non si sgonfiava ne proclamò l’illibatezza, pure assegnandole un fidanzatino ex tronista. Quando divampò la vicenda D’Addario mise in copertina il presidente col nipotino per controbilanciare orge e satiriasi.
E quando dopo Ruby fu il momento della controffensiva, chi se non Signorini maneggiò il video Marrazzo per le necessità del caso? Così come, nel momento in cui le cronache strabordavano di ruffiani e olgettine, fu suo il compito di farli fotografare in preghiera in fantastiche pseudo-paparazzate.
Insomma, va bene che tutto si scorda facile, ma guai a sorvolare sul ruolo centrale di Signorini e di “Chi” come astuto “accontentatoio” e ponte verso ambienti estranei od ostili. Vedi la provvisoria scelta tecnocratica, le pagine celebratrici dedicate alle “mogli di”, le missioni clandestine con Renzi, la scoperta e il lancio tv di Giambruno. A riprova che nazional-popolare, a volte, non è altro che fango e cenere.
Filippo Ceccarelli
per “la Repubblica”

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DITE AI PACIFINTI, AI PUTINIANI D’ACCATTO, A CHI RIPETE A PAPPAGALLO CHE NON BISOGNA RIARMARSI CHE PUTIN SCHIERA IN BIELORUSSIA, PUNTATI CONTRO L’EUROPA, I SUOI MISSILI “ORESHNIK”

Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile

SI TRATTA DI ARMI CAPACI DI TRASPORTARE TESTATE NUCLEARI E I LORO MODELLI INTERMEDI HANNO UNA GITTATA CHE RAGGIUNGE I 5 MILA CHILOMETRI… SONO IN GRADO DI COLPIRE QUALSIASI LUOGO DELL’EUROPA (ANCHE L’ITALIA) E DAL TERRITORIO RUSSO ANCHE LA COSTA OCCIDENTALE AMERICANA

Si fa ancora più esplicita e muscolare la minaccia russa contro l’Europa. Come già programmato da tempo, Mosca ieri ha annunciato l’entrata in servizio attivo dei suoi missili balistici Oreshnik nelle basi della Bielorussia. Si tratta di armi capaci di trasportare testate nucleari e i loro modelli intermedi hanno una gittata che raggiunge i 5.000 chilometri.
La mossa s’inquadra nella politica di sfida aperta alla Ue voluta da Vladimir Putin: iniziata in toni minori al momento dell’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio 2022, è poi diventata sempre più aggressiva con l’insediamento di Donald Trump alla
Casa Bianca. La Bielorussia confina con Polonia, Lituania e Lettonia, tre Paesi Nato che più degli altri partner europei stanno rafforzando eserciti e difese lungo il confine orientalGli esperti di affari bellici sottolineano che a questo punto i missili russi sono in grado di colpire qualsiasi luogo dell’Europa e dal territorio russo anche la costa occidentale americana. Putin nel passato aveva spiegato con palese orgoglio che quest’arma vola a una velocità 10 volte superiore a quella del suono e dunque è impossibile da colpire
La mossa russa torna a sottolineare quanto la distensione resti un sogno lontano. A tre giorni dal summit di domenica tra Trump e Zelensky a Mar-a-Lago, lo spettro della guerra domina gli scenari europei. Gli ucraini hanno ordinato l’evacuazione di 14 villaggi nella zona di Chernihiv e intanto i droni russi hanno preso di mira due navi civili nel Mar Nero.
«Oreshnik» significa noce, nocciolina, dicono i russi in modo affettuoso, che però di gentile ha ben poco, visto che è il nome in codice del nuovo missile balistico ipersonico che Vladimir Putin sta piazzando in Bielorussia. Un’arma potenzialmente molto pericolosa, in grado di lanciare più testate atomiche contemporaneamente a oltre 5.000 chilometri di distanza, le quali si aprono a ombrello nell’ultima fase prima della caduta sull’obiettivo.
Il dittatore russo ne parlò pubblicamente al mondo la prima volta il 21 novembre 2024. Le sue unità specializzate lo avevano sparato su un quartiere industriale della città di Dnipro, apparentemente provocando danni non troppo gravi. Gli esperti occidentali affermarono che il modello andava ancora affinato e
non sembrava poi così diverso da altri missili russi utilizzati contro l’Ucraina come l’Iskander, i Kh-101 o il missile balistico intercontinentale Rs-26 Rubezh.
Ma le qualità dell’Oreshnik lo distinguevano per la velocità, oltre 10.000 chilometri orari (forse 12.000), cosa che lo rende molto difficile da intercettare. Gli ucraini ammisero di non possedere antimissili in grado di colpirlo. Allora Putin parlò in termini entusiastici: «Un missile ipersonico che nessuno può abbattere».
Va sottolineato il significato politico e militare degli Oreshnik schierati adesso in Bielorussia: come già in passato, la Russia utilizza il territorio del Paese vicino come una grande base e trampolino di lancio per le sue armi verso l’Europa e il fronte Nato. Questa logica dominava al tempo della Guerra fredda, quando Minsk era saldamente nel Patto di Varsavia e sul suo territorio erano piazzati i missili sovietici SS-4, SS-20 e SS-25 a testata nucleare. E ciò valeva anche per l’Ucraina, dove Mosca teneva quasi 2.000 atomiche.
Con l’implosione dell’Unione Sovietica nel 1990-91, l’Ucraina è diventata indipendente e nel 1994 ha reso le atomiche a Mosca grazie al patto di Budapest. Impegno che dal 2014 Kiev accusa Putin di avere violato, dato che contemplava l’impegno russo (oltre che cinese, americano ed europeo) a garantire i confini della nuova Ucraina indipendente. La Bielorussia è invece restata nell’orbita di Mosca avviando un processo di integrazione con l’esercito russo.
Ma nel 2020-21 questo rapporto di collaborazione impari è sfociato in una vera e propria sudditanza quando Putin è intervenuto militarmente a proteggere il regime di Lukashenko dalle masse popolari che volevano rovesciarlo. Da allora la Bielorussia è diventata la sentinella più attiva degli interessi russi
(da Corriere della Sera)

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IL MONDO SAREBBE UN POSTO MIGLIORE SE TUTTI AVESSERO ACCESSO ALL’ACQUA: VALE 6.500 MILIARDI DI EURO IL DIVARIO GLOBALE NELLE INFRASTRUTTURE IDRICHE

Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile

SECONDO UN REPORT DEL “WORLD ECONOMIC FORUM”, IL GAP DOVRÀ ESSERE COLMATO ENTRO IL 2040 PER EVITARE RICADUTE ECONOMICHE E SOCIALI ENORMI. PER FARLO, GLI STATI NON POSSONO FARE DA SOLI: SERVE UN’AZIONE COORDINATA TRA GOVERNI, INDUSTRIA E FINANZA, CHE COLMI IL SOTTOINVESTIMENTO CRONICO NEL SETTORE. UN’OPPORTUNITÀ ANCHE PER LA CRESCITA ECONOMICA E PER L’OCCUPAZIONE

C’è un numero che sintetizza la portata della sfida: 6.500 miliardi di euro. È il divario globale nelle infrastrutture idriche che, secondo il nuovo Report del World Economic Forum realizzato con Acea e l’Università di Cambridge, dovrà essere colmato entro il 2040 per evitare ricadute economiche e sociali sempre più rilevanti.
Ma è anche un numero che racconta un’opportunità. Lo studio, intitolato «Bridging the €6.5 Trillion Water Infrastructure Gap» e pubblicato in vista del prossimo appuntamento di Davos, stima che un’azione coordinata tra governi, industria e finanza potrebbe generare 8.400 miliardi di euro di Pil aggiuntivo e sostenere oltre 206 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, equivalenti a circa 14 milioni ogni anno.
Il report parte dalla constatazione che il sottoinvestimento cronico nel settore idrico sta diventando un fattore limitante per la crescita economica globale e per la capacità dei Paesi di affrontare gli effetti del cambiamento climatico. Ridurre il gap infrastrutturale avrebbe, secondo le analisi del modello sviluppato per lo studio, impatti socio-economici significativi grazie a un effetto moltiplicatore degli investimenti.
Ogni euro investito nel miglioramento delle infrastrutture idriche genera infatti 2,7 euro di attività economica, di cui 1,3 euro contribuiscono direttamente al Pil.
Sul fronte occupazionale, ogni miliardo di euro investito è associato alla creazione di circa 32mila posti di lavoro a tempo pieno. Questi effetti sono legati alla natura estesa e radicata della
catena di fornitura del settore idrico, che coinvolge un ampio indotto e milioni di lavoratori.
Nel report il World Economic Forum e Acea sottolineano come le infrastrutture idriche siano centrali non solo per la crescita economica, ma anche per la resilienza climatica. Garantire a tutti sistemi di approvvigionamento idrico e servizi igienico-sanitari equi, resilienti, sostenibili e tecnologicamente avanzati richiederà un raddoppio della spesa globale entro il 2040.
In Europa, in particolare, il fabbisogno di investimenti supera 1.700 miliardi di euro, con un gap di circa 695 miliardi rispetto agli attuali livelli di spesa. Una distanza attribuita in larga parte alla necessità di modernizzare infrastrutture obsolete e di potenziare e adeguare gli impianti di trattamento delle acque reflue.
Il paper propone una roadmap degli investimenti basata su quattro driver strutturali della domanda che, nel loro insieme, definiscono il percorso di trasformazione del settore idrico globale. Il primo riguarda l’accesso equo all’acqua e ai servizi igienico-sanitari: oltre 3 miliardi di persone nel mondo ne sono ancora prive.
Il secondo è la resilienza delle infrastrutture, con un’attenzione all’ammodernamento di asset obsoleti che a livello globale disperdono circa il 30% dell’acqua distribuita e al rafforzamento dei sistemi per proteggere quasi 4 miliardi di persone dagli shock legati al clima.
Il terzo driver è la circolarità, che passa attra- verso l’efficienza energetica, il controllo dell’inquinamento e il riuso dell’acqua, oggi limitato al 12% dei prelievi globali di acqua dolce.
Il quarto è l’innovazione, che include l’adozione di strumenti digitali, automa- zione e intelligenza artificiale, ma anche l’evoluzione dei meccanismi finanziari, con l’utilizzo di blue bond, finanza mista e partenariati pubblico-privati basati sulle performance.
A supporto dell’analisi, il report presenta ventisette casi internazionali che mostrano come il progresso nel settore idrico sia possibile e replicabile. Tra questi figura l’esperienza di Acea a Roma, dove Acea Ato2 gestisce una rete di 17mila chilometri caratterizzata da infrastrutture obsolete e da una morfologia complessa. In questo contesto, le perdite avevano raggiunto quasi il 50% della produzione, mentre il cambiamento climatico aveva ridotto la disponibilità d’acqua fino al 20%.
Acea ha avviato un programma da 850 milioni di euro basato sull’implementazione di sensori e valvole intelligenti integrati con un sistema di gestione idrica capace di prevedere le per- dite e ottimizzare la pressione.
Dal 2017 le perdite idriche sono diminuite del 10%, con un risparmio di 80 milioni di metri cubi di acqua non fatturabile e l’estensione del servizio a 150mila nuovi residenti. Sempre in Italia, il report cita l’impianto di trattamento delle acque reflue di Punta Gradelle, nella Penisola sorrentina.
Qui un consorzio pubblico-privato ha investito 46 milioni di euro per realizzare un impianto sotterraneo completamente automatizzato, in grado di garantire risparmi energetici del 15%, un incremento del 20% dell’efficienza dei processi e una capacità flessibile per gestire i picchi stagionali, proteggendo al contempo gli ecosistemi costieri e le attività locali.
Secondo il report, colmare il divario globale delle infrastrutture idriche è possibile, ma richiede coordinamento e leadership. I governi sono chiamati a posizionare l’acqua come asset strategico nei portafogli nazionali, creando quadri normativi prevedibili, incentivando efficienza e riuso e mobilitando capitale pubblico o garanzie per attrarre investimenti privati.
L’industria dovrebbe sviluppare pipeline di progetti solidi e misurabili, in grado di migliorare la bancabilità, mentre la finanza potrebbe ampliare l’uso di strumenti innovativi e considerare l’acqua come una classe di investimento separata. In questo scenario si colloca il ruolo di Acea, che intende porsi come leader della transizione idrica non solo a livello nazionale ma anche europeo.
Negli ultimi anni il gruppo ha lavorato per aumentare la consapevolezza sull’importanza e sulla scarsità della risorsa idrica e ha contribuito al dibattito europeo sulla resilienza dell’acqua.
Presso il World Economic Forum è stata inoltre istituita la Water Industry, presieduta dal ceo di Acea Fabrizio Palermo, una community settoriale dedicata all’acqua che riunisce imprese e stakeholder con l’obiettivo di definire una strategia comune per la tutela e la valorizzazione della risorsa.
(da agenzie)

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SE UN POLITICO FA DANNI, PAGHI TU: IL BOTTO DI FINE ANNO DEL GOVERNO E’ LA RIFORMA DELLA CORTE DEI CONTI

Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile

MENO CONTROLLI SUI LAVORI PUBBLICI E BUONA PARTE DEL DANNO ERARIALE LO PAGA CHI LO SUBISCE, NON CHI LO COMMETTE… COSI’ I GIUDICI IMPARANO A ROMPERE LE SCATOLE SUL PONTE SULLO STRETTO E SUI CENTRI IN ALBANIA

Ok, proviamo a dirla così. Immaginiamo che ti affidino del denaro da spendere. Tu, per motivi non meglio precisati, quel denaro lo spendi male, e alla fine c’è un conto da pagare. Chi lo paga quel conto? Tu che quei soldi li hai spesi male? O chi quei soldi te li ha affidati?
Mentre provi a rispondere a questa domanda, ti racconto come ha risposto la maggioranza che ci governa. Che, con la riforma della Corte dei Conti approvata definitivamente al Senato il 28 dicembre scorso, ha deciso che no, una buona parte di quel conto, circa il 70%, non lo deve pagare chi ha sprecato quei soldi – detta in termini tecnici, chi ha creato un “danno erariale”- ma lo Stato. Cioè noi, con le nostre tasse.
Se la cosa ti sembra assurda, non sei solo al mondo. E fino a ieri, infatti, pagava chi aveva fatto il danno. Ma siccome, a quanto pare, c’è una crisi di vocazione per chi vuole amministrare la cosa pubblica, terrorizzato di mettere una firma per paura di ricevere un avviso di garanzia, il governo ha deciso di alleviare questa tortura. Prima, abolendo il reato di abuso d’ufficio. Poi, cioè oggi, alleggerendo la responsabilità economica di qualunque danno erariale un amministratore possa commettere.
Non solo, però. Perché nella riforma della Corte dei Conti, organo costituzionale italiano col compito di controllare la nostra spesa pubblica, ci sono anche altre chicche che meritano menzione.
La prima: che da domani la Corte dovrà effettuare controlli preventivi sulle opere, e non successivi come accade oggi.
La seconda: che la Corte avrà trenta giorni per farlo: se dopo trenta giorni non dice nulla, è tana libera per tutti, e nessuno potrà più indagare su quell’opera.
Di fatto, dice chi se ne intende, più che una riforma è un colpo di spugna: la Corte sarà ingolfata di richieste di controlli preventivi, avrà pochissimo tempo per farli e finirà per far passare qualunque cosa.
Difficile trovare un provvedimento che definisca meglio questa maggioranza di governo: si fa di tutto per rendere la Corte incapace di fare le pulci a chi spende troppo per un’opera, o a chi
fa lavorare gli amici, gli amichetti, o peggio ancora i clienti o gente poco raccomandabile. E nel caso si riesca nell’impresa di dimostrare un danno erariale, a pagare non è più chi commette il danno, ma – al 70% – chi lo subisce. Cioè lo Stato, cioè noi e le nostre tasse.
Ops, quasi dimenticavo: indovinate chi recentemente ha fatto le pulci al governo riguardo al Ponte sullo Stretto e ai centri per migranti in Albania, per i quali abbiamo speso 13 volte in più rispetto a quel che avremmo speso costruendoli in Italia?
Scommettiamo che azzeccate la risposta al primo tentativo?

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UNA SPILLA CONTRO BEATRICE VENEZI: LA PROTESTA DEGLI ORCHESTRALI DEL TEATRO LA FENICE AL CONCERTO DI CAPODANNO

Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile

NESSUNO SCIOPERO IL 1° DELL’ANNO MA CORO E ORCHESTRA INDOSSERANNO UNA SPILLA SIMBOLICA … ANCHE IL PUBBLICO ESPRIMERA’ LA PROPRIA SOLIDARIETA’ ALL’ORCHESTRA

Sarà una protesta silenziosa quella messa in scena al Teatro La Fenice di Venezia durante il concerto di Capodanno, diretto da Michele Mariotti e trasmesso in diretta su Rai1. Coro e orchestrali, pur avendo deciso di non scioperare per «onorare l’impegno con il pubblico», si appunteranno una spilla per esprimere la loro contrarietà alla nomina a direttore musicale di Beatrice Venezi.
La spilletta
In una nota ufficiale, la Rsu ha dichiarato che attraverso questo gesto, finanziato dagli stessi lavoratori del teatro, si vuole rendere visibile «l’unità e la determinazione» dei lavoratori nel difendere «la dignità del lavoro e il futuro del Teatro». Nonostante le forti critiche alla nomina di Venezi, che ha diviso l’opinione pubblica e gli stessi dipendenti, l’iniziativa si prefigge di ribadire l’importanza di un futuro condiviso per La Fenice,
mettendo in luce le preoccupazioni riguardo a una gestione artistica che non rispecchi le tradizioni e le esigenze degli interpreti del teatro. L’iniziativa non coinvolgerà solo gli orchestrali, ma anche il pubblico presente in sala, che riceverà una spilla come segno di solidarietà e partecipazione.
(da agenzie)

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LA PROVA CHE NON PROVA UN BEL NIENTE: IL MINISTERO DEGLI ESTERI RUSSO PUBBLICA SU TELEGRAM UN VIDEO IN CUI SI MOSTRANO I ROTTAMI DI UNO DEI DRONI CHE AVREBBE ATTACCATO LA RESIDENZA DI PUTIN DUE NOTTI FA

Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile

IL VELIVOLO POTREBBE ESSERE STATO ABBATTUTO OVUNQUE IN RUSSIA, DOVE OGNI GIORNO CI SONO RAID DI KIEV … IL VIDEO NON FA VEDERE DOVE E’ STATO RIPRESO E IN CHE DATA

Il ministero degli Esteri russo sul proprio canale Telegram ha diffuso un video in cui si mostrano i rottami di uno dei droni presumibilmente diretti la notte tra il 28 e il 29 dicembre alla residenza di Putin nella regione di Novgorod.
Nel video un militare spiega che si tratta di un “drone ucraino “Chaklun-V”, abbattuto durante l’attacco terroristico da parte del regime di Kiev”.
Il militare specifica che “portava 6 chili di esplosivo, con diverse componenti per arrecare danno”.
In realtà il filmato non dimostra nulla perché ogni giorno centinaia di droni ucraini vengono abbattuti in Russia in decine di località diverse, nel video farlocco manca completamente ogni riferimento sia logistico che temporale: non ci sono prove di quando è stato abbattuto e dove.
Non solo: vari stati occidentali hanno certificato che nessuna operazione è stata rilevata in prossimità della villa di Putin.
Il solito pretesto per far saltare i negoziati.
(da agenzie)

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MIGRANTI, 108 PERSONE BLOCCATE DA QUATTRO GIORNI NEL MEDITERRANEO: L’EUROPA NON INDICA UN PORTO SICURO

Dicembre 31st, 2025 Riccardo Fucile

L’ENNESIMA VERGOGNA: NONOSTANTE IL DIRITTO INTERNAZIONALE IMPONGA LO SBARCO IN UN PORTO SICURO, ITALIA E MALTA NON HANNO ANCORA RISPOSTO

Da quattro giorni 108 persone si trovano a bordo di una nave commerciale nel Mediterraneo centrale, senza che nessuno Stato europeo abbia indicato un porto sicuro. È il 30 dicembre 2025 e, mentre l’anno si chiude, l’Europa conferma ancora una volta la propria assenza davanti a un obbligo che non è politico ma giuridico: soccorrere e sbarcare le persone salvate in mare.
La vicenda comincia il 26 dicembre. Alarm Phone, la linea di emergenza che riceve richieste di aiuto dalle imbarcazioni in difficoltà, avvisa le autorità italiane e maltesi. La Maridive 703, una nave di supporto offshore impegnata presso piattaforme petrolifere nel Mediterraneo, ha soccorso 34 persone alla deriva, tra cui tre bambini piccoli; non si tratta di un’operazione facoltativa né di un atto di buona volontà: il diritto internazionale del mare stabilisce chiaramente che chi viene salvato deve essere condotto senza ritardo in un porto sicuro. Ma, da quel momento, nessuna risposta arriva né da Roma né da La Valletta
Il numero dei soccorsi sale a 108 persone
Nei giorni successivi la situazione si aggrava: la Maridive 703 presta ulteriore assistenza a un’altra imbarcazione in difficoltà e il numero delle persone a bordo sale a 108. Secondo le informazioni raccolte da Alarm Phone, due persone avrebbero perso la vita e altre sarebbero ferite. Una nave commerciale, progettata per operazioni industriali e non per accogliere decine di naufraghi per giorni, si ritrova così a gestire un’emergenza umanitaria prolungata, mentre gli Stati costieri restano immobili.
Quattro giorni senza coordinamento europeo
Sono passati quattro giorni dalla prima segnalazione. Quattro giorni senza che una guardia costiera europea assuma il coordinamento delle operazioni, senza che venga indicato un luogo di sbarco, senza che venga applicato un principio elementare del diritto internazionale. Le persone soccorse
restano sospese in mare, invisibili, come se il salvataggio non producesse alcuna responsabilità.
Negli ultimi giorni del 2025, il Mediterraneo continua così a essere il luogo in cui le norme valgono solo sulla carta e i soccorsi diventano un problema da evitare. E mentre le navi commerciali suppliscono alle mancanze degli Stati, uomini, donne e bambini restano in attesa di un porto sicuro che, per legge, dovrebbe già essere stato indicato.
Il naufragio di Natale al largo della Libia
La vicenda della Maridive 703 non è certo un caso isolato, ma si inserisce in una sequenza di tragedie che ha segnato il Mediterraneo negli ultimi mesi, e anche nei giorni immediatamente precedenti al Natale. Il 24 dicembre Alarm Phone ha confermato un naufragio al largo della Libia in cui avrebbero perso la vita 116 persone partite da Zuwarah la sera del 18 dicembre. Di un barcone con 117 migranti a bordo si erano perse le tracce poche ore dopo la partenza: nonostante le segnalazioni alle autorità competenti e i tentativi di localizzazione, nessuna operazione di soccorso era stata avviata in tempo. L’unico sopravvissuto sarebbe stato recuperato giorni dopo da pescatori tunisini e trasferito in ospedale in condizioni gravissime. Secondo Alarm Phone, per giorni si è consumato lo stesso schema già visto troppe volte: contatti senza risposta, rimpalli di responsabilità tra guardie costiere, giustificazioni legate al meteo e nessuna ricerca sistematica dopo la scomparsa dell’imbarcazione. Anche i sorvoli aerei, inclusi quelli di Frontex, non hanno portato a comunicazioni pubbliche su eventuali avvistamenti. Sulla tragedia è intervenuta anche la
Commissione episcopale italiana per le migrazioni; il presidente di Migrantes ha parlato di una ferita che interroga direttamente l’Europa: “Con che coraggio possiamo difendere i confini prima delle persone?”, chiedendo un rafforzamento reale del soccorso in mare e una collaborazione tra Stati e società civile.
I 116 morti di dicembre si aggiungono a un bilancio già drammatico: oltre 1.700 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo nel corso dell’anno. Numeri che trasformano ogni singola vicenda, compresa quella delle 108 persone ancora bloccate in mare, in parte di un sistema che continua a produrre morte e attesa.
(da agenzie)

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