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IN SICILIA SI PENSA A FARE IL PONTE, MA GLI OPERAI DELL’AUTOSTRADA NON VENGONO PAGATI DA TRE MESI

Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile

BLOCCO DEI LAVORI SULLA RAGUSA-CATANIA

Sciopero dei lavoratori e blocco dei lavori sul lotto 3 dell’autostrada Ragusa-Catania. Da tre mesi senza stipendi, gli operai hanno effettuato un presidio davanti al cantiere Achates Scarl-Consorzio C6, lungo la strada statale 514 all’altezza del vincolo di Vizzini, per “denunciare i mancati pagamenti da novembre 2025 a gennaio 2026 e l’assenza di certezze sul futuro occupazionale”.
Pd e M5s chiedono l’intervento del governo nazionale e della Regione. “La politica non può stare a guardare mentre il dramma umano di tante famiglie senza stipendio si compie e il lotto 3, asse nevralgico della Ragusa-Catania, rimane ancora tristemente fermo al palo con appena il 3 per cento dei lavori completati”, dicono le deputate regionali del M5S all’Ars Stefania Campo e Lidia Adorno.
“Chiediamo al governo nazionale di convocare con urgenza un tavolo tecnico sull’ennesimo blocco dei lavori di un’opera fondamentale”, sostiene Anthony Barbagallo, segretario regionale del Pd Sicilia e capogruppo in commissione Trasporti della Camera.
“E’ urgente che il governo si faccia carico di far sedere attorno a un tavolo tutti gli attori protagonisti, inclusi commissario e Anas, oltre ai sindacati affinché vengano garantiti i sacrosanti diritti dei lavoratori e contestualmente avviare in modo deciso i lavori”, conclude.
(da agenzie)

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LO SCONCIO ACCORDO IN EUROPA TRA PPE E SOVRANISTI: PARLAMENTO UE DA’ L’OK ALLA LISTA DEI PAESI SICURI

Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile

COSA CAMBIA PER I MIGRANTI CHE ARRIVANO IN ITALIA… PAESI IMPROBABILI DIVENTANO “SICURI” ANCHE SE NON LO SONO… ACCORDI PER HUB IN PAESI TERZI PER GESTIRE LE DEPORTAZIONI DI ESSERI UMANI

Il Parlamento europeo ha approvato oggi in via definitiva le modifiche al regolamento sulle procedure di asilo dell’Ue per velocizzare le procedure di valutazione delle domande di asilo: con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni l’Eurocamera ha dato l’ok alla creazione di un elenco Ue dei paesi di origine sicuri.
Gli eurodeputati hanno inoltre approvato il regolamento relativo all’applicazione del concetto di paese terzo sicuro, con 396 voti a favore, 226 contrari e 30 astensioni.
Le nuove norme permetteranno agli stati europei di individuare hub per migranti in paesi esteri dove espletare l’esame delle domande d’asilo. Il tutto avviene mentre il Consiglio dei ministri, previsto per domani, si prepara a varare il nuovo pacchetto immigrazione, al cui interno si troverà anche il provvedimento sul cosiddetto ‘blocco navale’, anticipato dal ministro Piantedosi. Il nuovo pacchetto di norme arriva in preparazione dell’entrata in vigore a giugno delle nuove norme europee: si parla appunto dell’interdizione delle acque territoriali in alcuni casi, per motivi di sicurezza (il concetto di ‘blocco navale’); tale misura si aggiunge alla possibilità di trasferire le persone in luoghi di versi dal territorio nazionale, per effettuare le procedure di richieste d’asilo in paesi terzi sicuri con i quali l’Italia ha stretto in precedenza accordi. Un modo per rendere finalmente operativi i centri in Albania, al momento sostanzialmente fermi.
Il nuovo Patto europeo sulla migrazione prevede procedure più rapide per l’esame e la valutazione delle domande d’asilo. Il nuovo sistema in pratica rivede il concetto di paese terzo sicuro e allarga le circostanze in cui una domanda d’asilo può essere respinta, perché inammissibile. Potranno essere respinte le domande delle persone che avrebbero potuto ricevere protezione internazionale in un paese terzo considerato sicuro per loro, e attraversato in precedenza.
Proprio il concetto di Paese terzo sicuro ha impedito fino ad ora il pieno funzionamento dei centri in Albania: i tribunali italiani fino ad ora hanno annullato il trattenimento dei migranti in quelle strutture, perché le persone che avrebbero dovuto essere detenute in Albania provenivano da paesi come Bangladesh ed Egitto.
Quali sono i paesi sicuri nella lista Ue: cosa dicono i due regolamenti
Il nuovo elenco Ue dei paesi di origine sicuri consentirà di accelerare l’esame delle domande di asilo presentate da cittadini di Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia, si precisa in un comunicato, sottolineando che in base alle nuove norme, spetterà al singolo richiedente dimostrare che tale disposizione non dovrebbe applicarsi nel suo caso, a causa di un fondato timore di persecuzione o del rischio di subire gravi danni in caso di rimpatrio.
Anche i paesi candidati all’adesione all’Ue saranno considerati paesi di origine sicuri – come ad esempio l’Albania – a eccezione di quelle situazioni in cui si registrano violenze indiscriminate nel contesto di un conflitto armato, oppure si riscontra un tasso di riconoscimento delle domande di asilo a livello Ue superiore al 20% o sanzioni economiche dovute ad azioni che incidono sui diritti e sulle libertà fondamentali.
Nella nota si precisa che la Commissione europea monitorerà la situazione nei paesi inclusi nella lista, e interverrà nel caso in cui le condizioni si modificassero. L’esecutivo Ue potrà decidere temporaneamente che un paese non è più considerato sicuro o proporne la rimozione permanente dall’elenco.
I paesi Ue potranno inoltre designare ulteriori paesi di origine sicuri a livello nazionale, ad eccezione di quelli rimossi dall’elenco Ue. Gli Stati membri potranno applicare il concetto di paese terzo sicuro a un richiedente asilo che non sia cittadino di quel determinato paese, e quindi dichiarare la sua domanda di protezione a livello Ue inammissibile. Per poterlo fare, una delle tre seguenti condizioni deve essere soddisfatta:
l’esistenza di un legame tra il richiedente e un paese terzo, come la presenza di familiari, una precedente permanenza nel paese o legami linguistici, culturali o simili;
il fatto che il richiedente sia transitato da un paese terzo prima di arrivare nell’Ue dove avrebbe potuto richiedere una protezione effettiva
l’esistenza di un accordo o intesa con un paese terzo, a livello bilaterale,
multilaterale o dell’Ue, per l’ammissione dei richiedenti asilo, ad eccezione dei minori non accompagnati.
Si precisa poi che questi accordi conclusi dall’Ue o dai suoi Stati membri con un paese terzo per applicare il concetto di paese terzo sicuro devono includere una disposizione che obblighi il paese terzo a esaminare nel merito qualsiasi richiesta di protezione effettiva presentata dalle persone interessate.
Inoltre, il ricorso contro una decisione di inammissibilità di una domanda di protezione non sospenderà automaticamente una decisione di rimpatrio. La designazione di un paese terzo come sicuro, sia a livello Ue che nazionale, potrà avvenire anche con eccezioni per specifiche parti del territorio o per categorie chiaramente identificabili di persone. Questa disposizione e quelle relative alle procedure accelerate di frontiera per i richiedenti la cui nazionalità presenta un tasso di riconoscimento dell’asilo inferiore al 20%, potranno applicarsi prima dell’entrata in applicazione della legislazione Ue sull’asilo, prevista per giugno 2026.
Nel comunicato diffuso dall’europarlamento si aggiunge che i due regolamenti devono ora essere formalmente adottati dal Consiglio. Entrambe le norme riguardano il trattamento delle domande di asilo e modificano il Patto su migrazione e asilo, adottato dal Parlamento ad aprile 2024, che entrerà in vigore a giugno di quest’anno.
Chi ha votato per i due regolamenti del nuovo Patto Ue sull’immigrazione
All’Eurocamera i due regolamenti del patto Ue sulla migrazione, sui Paesi sicuri e sui Paesi terzi, sono passati grazie a una maggioranza di destra composta da Ppe, Ecr, Patrioti ed Esn. La maggioranza si è ulteriormente allargata grazie anche al sostegno di 23 eurodeputati liberali e 25 socialisti, nel caso della lista dei Paesi sicuri. Le delegazioni socialiste che hanno deciso di sostenere i due testi sono state quelle danesi, maltesi, rumene e svedesi, più altri eurodeputati sparsi. Nel caso dei liberali, forte il sostegno di danesi, olandesi e belgi.

(da Fanpage)

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DANIELA SANTANCHE’ INDAGATA PER UN’ALTRA BANCAROTTA, NUOVI GUAI PER LA MINISTRA ATTACCATA ALLA POLTRONA

Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile

L’ESPONENTE DI FDI, GIA’ INDAGATA PER IL CRACK DI KI GROUP E’ FINITA NEL MIRINO ANCHE PER IL FALLIMENTO DI BIOERA

Non solo Ki Group srl, c’è un’altra azienda per cui Daniela Santanchè è indagata dalla procura di Milano con l’ipotesi di bancarotta. Si tratta di Bioera, società del gruppo del biofood di cui la ministra del Turismo è stata presidente fino al 2021. Era già emerso, a fine dicembre del 2024, che Santanchè è indagata da tempo per bancarotta dopo il crac del gennaio 2024 della srl del gruppo, assieme all’ex compagno Canio Mazzaro, al fratello Michele Mazzaro e ad altri ex amministratori.
La nuova ipotesi di bancarotta
Dall’aprile 2019 al dicembre 2021, la senatrice di FdI è stata presidente e legale rappresentante di Ki Group srl. Nei mesi scorsi, poi, sempre nelle indagini della procura di Milano, è stata depositata la relazione del liquidatore anche su Bioera, società fallita a fine 2024 di cui la parlamentare è stata presidente fino al 2021. Dopo il deposito di quella relazione, è stato aperto un altro fascicolo per bancarotta, che ha portato alla nuova iscrizione nel registro degli indagati, tra gli altri, della ministra. Nella sentenza della liquidazione giudiziale si parlava di un «patrimonio netto negativo», ossia un buco nelle casse di Bioera, pari a circa 8 milioni di euro.
Una nuova grana giudiziaria in vista
Il 5 giugno 2025 è fallita, sempre con annesse possibili grane giudiziarie, un’altra delle società del gruppo, la Ki Group Holding spa. Su questo fronte si attende il deposito della relazione del liquidatore e poi i tre casi dovrebbero essere riuniti in un unico fascicolo, con più indagati e imputazioni, in vista della chiusura delle indagini. Si indaga, in generale, per ipotesi di bancarotta da reati societari, come il falso in bilancio, e di bancarotta fraudolenta per operazioni dolose.
Le altre indagini pendenti su Santanchè
Quelle per bancarotta non solo le uniche indagini pendenti a carico di Santanché. La ministra del Turismo è già a processo per falso in bilancio sul caso Visibilia, gruppo editoriale da lei fondato e da cui ha dismesso cariche e quote. Inoltre, è in udienza preliminare – sospesa in attesa di un’udienza della Consulta – per l’accusa di truffa aggravata ai danni dell’Inps sulla cassa integrazione nel periodo Covid, sempre sul capitolo Visibilia.
(da agenzie)

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PERCHÉ SULLE FOIBE È CALATO PER TANTI ANNI IL SILENZIO? LA “GIORNATA DEL RICORDO”, LA COMMEMORAZIONE DELLA STRAGE DI SEIMILA ITALIANI, ELIMINATI DALL’ESERCITO JUGOSLAVO NEL 1945

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

LO STORICO GIANNI OLIVA: “LA SPIEGAZIONE DI QUESTA MEMORIA A LUNGO NEGATA RINVIA A TRE SILENZI. IL PRIMO È QUELLO INTERNAZIONALE: NEL 1948, QUANDO STALIN ROMPE I RAPPORTI CON TITO, LA JUGOSLAVIA DIVENTA PER L’OCCIDENTE UN INTERLOCUTORE E NON VA DISTURBATA. IL SECONDO È IL SILENZIO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO. E IL TERZO È IL SILENZIO DI STATO: APRIRE I CONTI CON IL PASSATO SIGNIFICA RISCHIARE RIVISITAZIONI DAGLI ESITI IMPREVEDIBILI E INDIVIDUARE LE CORRESPONSABILITÀ DI TROPPI”

Anche se il voto quasi unanime con cui nel 2004 il Parlamento ha istituito la “giornata del ricordo” ha contribuito a sottrarre il tema dal cono d’ombra dell'”indicibile”, la vicenda del confine nordorientale resta una pagina ancora
parzialmente irrisolta, stretta tra l’ignoranza dei molti (troppi) che continuano a non sapere di che cosa si tratta, i retropensieri dei negazionisti e dei riduzionisti, le esasperazioni opposte di chi parla di genocidio e di pulizia etnica.
La storiografia più avveduta ha fatto chiarezza da tempo: nella primavera 1945 nelle foibe (le fenditure naturali tipiche del paesaggio carsico) stati gettati i cadaveri di cinque/seimila cittadini italiani eliminati dall’esercito partigiano jugoslavo.
Le spiegazioni del fenomeno riconducono ad una duplice realtà: da un lato, gli antagonismi nazionali alimentati dall’italianizzazione forzata perseguita dal fascismo ed esasperati dalle violenze dell’occupazione militare italo-tedesca del 1941-’43, quando il Regio Esercito si rese responsabile di esecuzioni sommarie, deportazioni di cittadini slavi, incendi di villaggi; dall’altro, la politica espansionistica del nazionalcomunismo di Tito e il progetto di annettere alla nuova Jugoslavia comunista le terre mistilingue dell’Istria e della Venezia Giulia.
Nel maggio-giugno 1945, quando le forze titoiste arrivano per prime a Trieste, si scatena una repressione brutale nella quale si mescolano risentimenti nazionali e volontà epurativa politica. Perché al tavolo delle trattative di pace venga riconosciuta la sovranità di Belgrado su tutto il territorio giuliano, bisogna infatti eliminare le persone che possono difenderne l’italianità, impedire l’affermarsi di autorità antifasciste capaci di legittimarsi agli occhi degli Alleati, sopprimere le personalità di orientamento moderato o anticomunista.
E da qui il fenomeno successivo: l’esodo di circa 300mila italiani dalle regioni che il trattato di pace del 10 febbraio 1947 ha assegnato al controllo jugoslavo, cittadini che lasciano le loro terre d’origine e raggiungono la penisola, ospitati in 109 campi di raccolta sparpagliati in tutte le regioni.
Perché per tanti decenni non si è parlato di tutto questo? La spiegazione di questa memoria negata rinvia a tre silenzi, pesanti come macigni. Il primo è il silenzio internazionale.
Nel 1948, quando Stalin rompe i rapporti con Tito accusandolo di deviazionismo, la Jugoslavia diventa per l’Occidente un interlocutore e la prima regola della diplomazia è che gli interlocutori non si mettono in difficoltà con domande imbarazzanti: da quel momento, non c’è più interesse a far chiarezza né sugli infoibati, né sulle ragioni dell’esodo dall’Istria e dalla Dalmazia.
Il secondo è il silenzio di partito. Per il Partito comunista parlare di foibe significherebbe esplicitare la posizione di Togliatti sulla questione di Trieste e mettere in evidenza le contraddizioni di un movimento che in Parlamento opera come partito nazionale, ma in politica estera conserva la visione internazionalista e la subalternità alle indicazioni di Mosca.
Il terzo è il silenzio di Stato. L’Italia fascista ha scatenato la seconda guerra mondiale insieme alla Germania nazista e l’ha persa, ma la nuova Italia del 1945 si sforza di autorappresentarsi come Paese vincitore e utilizza l’esperienza della Resistenza partigiana (nobile e determinante per il futuro del Paese, ma minoritaria) come alibi per autoassolversi e cancellare in un colpo il periodo 1922-1943.
Questa rielaborazione rassicurante del passato, che scarica le colpe della dittatura e della guerra esclusivamente su Mussolini e sul Re, giova tanto alla sinistra comunista (che nella Resistenza trova la propria legittimazione) quanto alle forze moderate, che puntano alla normalizzazione dello Stato e alla continuità della classe dirigente.
Aprire i conti con il passato significa rischiare rivisitazioni dagli esiti imprevedibili e individuare le corresponsabilità di troppi, pregiudicando gli equilibri del Paese: meglio fingersi vincitori e garantire a tutti una ritrovata verginità politica e morale. Perché questa autorappresentazione possa funzionare, occorre però rimuovere dalla memoria collettiva ciò che ricorda la sconfitta. Nascono così i silenzi.
“Indicibili” sono i prigionieri di guerra perché rinviano all’idea della sconfitta; “indicibili” sono i crimini di guerra italiani e i presunti criminali di cui si nega l’estradizione; “indicibili”, soprattutto, sono le foibe e l’esodo, perché nessun Paese vincitore subisce, dopo la fine del conflitto, la strage di migliaia di cittadini e l’esodo di centinaia di migliaia di altri.
La “giornata del ricordo” è stata una scelta politica (tardiva ma importante) per trasformare la tragedia del confine nordorientale in coscienza collettiva: dopo oltre vent’anni dalla sua istituzione, è però evidente che la strada da percorrere è ancora lunga. Sarà percorsa solo il giorno in cui si riconoscerà che gli infoibati e gli esuli non sono né di destra né di sinistra, ma solo cittadini italiani, vittime estreme di quella follia nazionale che fu la guerra 1940-’45.
Gianni Oliva
per “la Stampa”

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PAOLO PETRECCA NON PUÒ RESTARE AL SUO POSTO: TRA QUANTO SI DIMETTE? FINISCE SUI GIORNALI INTERNAZIONALI LA COLOSSALE FIGURACCIA DEL DIRETTORE DI RAISPORT

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

IL “GUARDIAN” DEDICA UN ARTICOLO AL CASO E DÀ RILEVANZA ALLO SCIOPERO DELLE FIRME DEI GIORNALISTI DI RAISPORT

I giornalisti sportivi della televisione pubblica italiana stanno mettendo in atto forme di protesta in risposta alle clamorose gaffe commesse dal direttore sportivo durante il commento della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina Winter Olympics.
Paolo Petrecca, nominato nel 2025 alla guida di Rai Sport, ha dapprima dato il benvenuto agli spettatori allo Stadio Olimpico di Roma invece che a San Siro di Milano, dove si è svolta la cerimonia di venerdì, per poi scambiare l’attrice italiana Matilda De Angelis per Mariah Carey e Kirsty Coventry, presidente del Comitato Olimpico Internazionale, per Laura Mattarella, figlia del presidente della Repubblica.
Le gaffe sono state immediatamente derise dagli spettatori sui social media e sfruttate dai partiti di opposizione, anche alla luce della presunta vicinanza di Petrecca al governo di estrema destra di Giorgia Meloni. De Angelis ha scherzato: «Mariah Carey e io a quanto pare siamo la stessa persona».
Il Cdr, l’organismo sindacale interno che rappresenta i giornalisti Rai, ha dichiarato lunedì che i giornalisti sportivi dell’emittente daranno vita a proteste, tra cui la rinuncia alla firma dei servizi dedicati ai Giochi e uno sciopero di tre giorni al termine dell’evento, in risposta alla “disastrosa copertura” della cerimonia inaugurale da parte del direttore sportivo.
«Per tre giorni ci siamo tutti sentiti imbarazzati», si legge nella nota del Cdr. «E senza colpa. È arrivato il momento di far sentire la nostra voce, perché stiamo
assistendo alla peggiore performance di sempre di Rai Sport durante uno degli eventi più attesi di tutti i tempi, le Olimpiadi invernali di Milano Cortina».
Secondo il Cdr, il commento errato ha danneggiato la Rai, i cittadini che pagano il canone e i giornalisti che lavorano per il servizio pubblico. La dichiarazione aggiunge: «Non è una questione politica, come qualcuno vorrebbe far credere, ma una questione di rispetto e dignità del servizio pubblico».
Esponenti dell’opposizione hanno sostenuto che l’episodio rappresenti l’ennesimo esempio di presunto orientamento di destra della Rai. Sandro Ruotolo, del Partito democratico, ha parlato di un ulteriore segnale di «occupazione politica e dilettantismo» di quella che ha definito «TeleMeloni».
In un’azione senza precedenti nel 2024, i conduttori dei telegiornali dei tre principali canali Rai lessero in diretta un comunicato di Usigrai che accusava il governo Meloni di «trasformare la Rai in un megafono del governo».
(da Guardian)

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“PETRECCA HA MESSO IN CAMPO TUTTA LA SUA INADEGUATEZZA: SI DEVE DIMETTERE”: GIANLUIGI PARAGONE, CHE NEL 2013 LASCIO’ LA VICE-DIREZIONE DI RAI2, VA GIÙ DURISSIMO CONTRO IL DIRETTORE MELONIANO DI RAI SPORT CHE RIMANE IMBULLONATO ALLA POLTRONA

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

“UN DIRETTORE DI RAI SPORT CHE NON CONOSCE GLI ATLETI… MA STATTENE A CASA O VAI A DIRIGERE ‘RAI YOYO’ E TI PRENDI LO STIPENDIO”… È STATO DI UNA SCIATTERIA IMPRESSIONANTE, PETRECCA PENSAVA DI POTER ANDARE A FARE LA TELECRONACA SENZA PREPARARSI”

Il vero problema della Rai è il direttore di Rai Sport Paolo Petrecca. È di una sciatteria impressionante. Oltre che di superbia. Pensava di poter andare a fare la telecronaca dell’inaugurazione delle Olimpiadi senza prepararsi. Allora vale tutto, ha messo in campo tutta la sua inadeguatezza: si deve dimettere!
L’azienda deve invitare Petrecca a mettere le dimissioni sul tavolo. Lo dico anche agli amici di centrodestra che farebbero più bella figura. Se Petrecca rimane i vertici della Rai mostrano di essere della stessa sua pasta. I direttori, da regolamento, non possono condurre. Ha bisogno di una delega. Un direttore di Rai
Sport che non conosce gli atleti… è una figura pazzesca. Ma stattene a casa, fai più bella figura. Vai a dirigere “Rai Yoyo” e prendi lo stipendio.
(da agenzie)

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IN UN’AMERICA DIVISA, ANCHE LA LINGUA DIVENTA UN’ARMA . L’ASCESA DI BAD BUNNY, IL CANTANTE PORTORICANO CHE DOMENICA SI È ESIBITO ALL’HALF TIME SHOW DEL SUPERBOWL: IL 31ENNE, CHE NEL 2025 È STATO L’ARTISTA PIÙ ASCOLTATO DELL’ANNO SU SPOTIFY, CANTA SOLO IN SPAGNOLO, AL CONTRARIO DI DIVERSI COLLEGHI LATINI CHE SCELGONO LA LINGUA INGLESE PER RAGGIUNGERE UN’AUDIENCE MONDIALE

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

NELL’ULTIMO TOUR SI È RIFIUTATO DI ESIBIRSI NEGLI STATI UNITI PER IL TIMORE CHE L’ICE POTESSE FARE RETATE FUORI DAI SUOI CONCERTI E HA CONQUISTATO LE CLASSIFICHE CON IL SUO ALBUM “DEBÍ TIRAR MÁS FOTOS”

Nel 2025 è stato l’artista più ascoltato su Spotify grazie al suo album «Debí Tirar Más Fotos» e pochi giorni fa è entrato nella storia della musica diventando il primo artista che canta in spagnolo a vincere il premio al Miglior album ai Grammy Award. Quello di Bad Bunny — al secolo Benito Antonio Martínez Ocasio — è un’ascesa da sogno americano.
Nato il 10 marzo 1994 a Vega Baja, cittadina di Porto Rico, inizia a scrivere brani a 14 anni. Il 2025 è l’anno della consacrazione globale. Eppure il suo trionfo è stato definito insieme meritato e sorprendente.
Il motivo? È un artista che non ha paura di esprimere il suo pensiero in un’America sempre meno aperta e accogliente. Lo ha fatto sul palco del Super Bowl e prima ancora su quello dei Grammy, dove si era scagliato contro l’Ice. «Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni. Siamo esseri umani e siamo americani».
Mesi fa, all’annuncio del tour mondiale, aveva spiegato di aver scelto di non esibirsi negli Stati Uniti per il timore che l’Ice potesse fare retate fuori dai suoi concerti, preferendo una residency di 30 date a San Juan, capitale di Porto Rico.
Bad Bunny canta solo in spagnolo, segnando una cesura con tutti gli artisti latini che lo hanno preceduto. Molti hanno dovuto scegliere l’inglese per raggiungere un’audience mondiale (come Enrique Iglesias), mentre altri hanno rivendicato la loro americanità
Lui no: è portoricano e vuole che si sappia, parla in spagnolo anche quando ritira i
premi o sul palco dell’Halftime del Super Bowl e, soprattutto, non sente la necessità di cambiare la propria lingua per esprimere la propria arte.
Ma non è solo questo: è tutto il suo ultimo lavoro a contenere un messaggio politico: una lettera d’amore alla sua Porto Rico che parla delle note dolenti della globalizzazione, della malinconia di chi se ne va per inseguire i propri sogni e, tornando, non riconosce i luoghi della propria infanzia, trasformati dal turismo di massa.
Temi complessi, eppure universali come la nostalgia della famiglia e della casa in cui si è nati, che sono forse una prova del cambiamento culturale in atto, con le nuove generazioni di latini che non vogliono più rinnegare le loro radici, ma le rivendicano con orgoglio.
(da agenzie)

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IL LICEO “AUGUSTO RIGHI” DI ROMA È STATO VANDALIZZATO NELLA NOTTE DA UN GRUPPO DI MILITANTI DI ESTREMA DESTRA, CHE HA ROTTO VETRI, SVUOTATO GLI ESTINTORI, DISTRUTTO ARREDI E SCRITTO SUI MURI “RIGHI FASCISTA, LA SCUOLA È NOSTRA”, COSTRINGENDO LA CHIUSURA DELL’ISTITUTO

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

ELLY SCHLEIN PUNTA IL DITO CONTRO GIORGIA MELONI: “PERCHÉ QUANDO SI TRATTA DI CONDANNARE ALCUNE VIOLENZE INTERVIENE SUBITO, MENTRE SU ALTRE SCEGLIE IL SILENZIO? UN SILENZIO CHE RIVELA CHE L’UNICO DOPPIOPESISMO È IL SUO”

Sui muri la scritta “Righi fascista, la scuola è nostra”, svastiche, e poi estintori svuotati e vetri rotti, carte buttate per terra, arredi distrutti, atti vandalici che costeranno alla Città metropolitana almeno 10mila euro per essere riparati e hanno costretto il preside, Giovanni Cogliandro, a sospendere le lezioni nella sede succursale dell’Istituto, in via Boncompagni, a due passi da via Veneto. Si è presentata in questo modo, questa mattina, a docenti, personale Ata e studenti la sede del liceo romano.
“Ignoti durante il fine settimana, probabilmente ieri notte, si sono introdotti a scuola e hanno creato dei danni notevoli – ha detto il dirigente scolastico -. hanno sporcato pesantemente tutte le classi del plesso, creando danni al materiale scolastico, e francamente questo è il gesto più grave. Contiamo di poter autorizzare la ripresa delle lezioni mercoledì mattina. Siamo tristi, io, i docenti e le famiglie per questo clima di tensione immotivata che continua in queste settimane”.
Già durante l’occupazione dello scorso novembre, il Righi era finito nel mirino di attivisti di estrema destra che al grido di ‘duce, duce’ e ‘Boia chi molla’ hanno tentato per ben due volte di entrare dentro il liceo occupato. La devastazione della scuola è subito stata messa al centro dei riflettori dalla politica.
“Perché quando si tratta di condannare alcune violenze interviene subito, mentre su altre sceglie il silenzio? Non ha proferito una parola sull’attacco fascista al liceo Righi di Roma, che ha costretto l’istituto alla chiusura: un silenzio che rivela che l’unico doppiopesismo è il suo”, ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein rivolgendosi alla premier Meloni ed è dura la condanna di molti esponenti del Pd nei confronti del raid.
I Cinque Stelle hanno annunciato una interrogazione al ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara. Anche Azione, con il segretario romano Alessio D’Amato e gli Under30 hanno avuto parole di forte condanna: “Le scritte fasciste e le svastiche comparse al liceo Righi di Roma non sono un episodio marginale né una semplice azione vandalica. Sono un atto intimidatorio deliberato, un segnale allarmante che va fermato subito, senza ambiguità e senza minimizzazioni”.
La Flc Cgil e la Cgil di Roma avvertono: “a chi usa la svastica come simbolo e la devastazione come linguaggio, rispondiamo che non ci faremo intimidire. La scuola della Costituzione è antifascista, inclusiva ed egualitaria”. E’ costernato il delegato del sindaco all’edilizia scolastica, Daniele Parrucci il quale assicura che tecnici e squadre specializzate sono già al lavoro per far tornare l’edificio al più presto nuovamente fruibile.
(da agenzie)

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“ABBIAMO LA BORSA DI STUDIO PER LASCIARE GAZA MA L’AMBASCIATA ITALIANA NON RISPONDE”

Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile

L’APPELLO DI 38 STUDENTI VINCITORI DI BORSE DI STUDIO NEI NOSTRI ATENEI, MA I CORRIDOI UNIVERSITARI DA GAZA SONO CHIUSI DA MESI

“Quando ho saputo di aver vinto la borsa di studio mi trovavo come al solito nella tenda, soffrivo per il caldo e la stanchezza, ma appena ho letto sono balzato in piedi e ho abbracciato forte mio padre, mi sembrava un sogno che si avverava. Adesso però l’ambasciata italiana non risponde alle mail, e al telefono dicono che la linea è riservata solo alle emergenze. È un muro di silenzio”. A parlare da Gaza a Fanpage.it è Mohammed Al-Ashi, 22 anni, portavoce della rete dei 38 studenti bloccati nella Striscia.
Mohammed ha vinto una borsa di studio per l’Università di Roma Tor Vergata ma nonostante questo non è riuscito a partire, e come lui anche i suoi colleghi accettati in altri atenei italiani. Mesi fa, il Ministero degli Esteri ha attivato i corridoi universitari per permettere a studenti e ricercatori di Gaza di usufruire delle borse di studio vinte nelle nostre università. Secondo quanto riferisce la Farnesina a Fanpage.it, sono 157 gli studenti arrivati nel nostro paese, e oltre 1.500 quelli evacuati per altri motivi, come ragioni mediche o ricongiungimenti. La differenza è che questi ultimi corridoi non si sono mai chiusi, l’ultimo volo umanitario è partito nella notte del 9 febbraio, mentre quelli per gli studenti sono stati interrotti a novembre, nonostante ci siano ancora decine di giovani vincitori in attesa.
Mohammed è tra loro e ha deciso di fare rete con i suoi colleghi: “La maggior parte dei borsisti è partita mesi fa, ma 38 di noi continuiamo a essere bloccati a Gaza, anche se abbiamo borse di studio complete che coprono tutte le spese. Siamo stati lasciati indietro. E la cosa più dolorosa è la totale assenza di comunicazione”.
Come apprendiamo, le università interessate sono in tutta Italia: l’università di Milano attende 8 studenti; quella di Bologna 7; l’università della Calabria 5; poi ci sono Camerino; Trieste; Insubria e altre. Per un totale di 18 diversi atenei.
Mohammed ha saputo di essere stato accettato il 14 novembre 2025: “A me come ad altri è stato fatto promettere di ‘restare vicini al telefono’, e per noi in questi mesi è diventato un ricordo ossessivo. Da quel momento abbiamo provato in tutti i modi a ottenere informazioni, ma abbiamo ricevuto solo silenzio. Quando proviamo a chiamare ci rimandano alle stesse e-mail a cui non risponde nessuno”.
Gli studenti di Gaza credevano che la loro vita sarebbe cambiata per sempre, invece sono entrati in un limbo dal quale non riescono a uscire a causa della speranza delusa due volte, la prima dalla guerra e la seconda dal silenzio dell’ambasciata: “Dall’inizio della guerra siamo stati privati di tutto, abbiamo perso il diritto all’istruzione per quasi due anni e mezzo. Questo è un disastro per una generazione che valorizza l’apprendimento sopra ogni altra cosa. Per noi l’istruzione non è solo una scelta, è la nostra identità ed è anche l’unico strumento che ci rimane per costruirci un futuro”.
Prima del 7 ottobre 2023 Mohammed era uno studente modello: “Mi sono laureato con lode nel tempo record di 3 anni invece di 4 all’Università Al-Azhar. Era il settembre 2023, un mese prima dello scoppio della guerra. Volevo fondare una mia
startup e intanto davo lezioni private agli altri studenti. Con l’arrivo della guerra tutto è stato distrutto”.
Le ragazze e i ragazzi di Gaza hanno avuto nuova speranza quando in tutta Europa sono stati adottati dalle università programmi appositi per dare loro una nuova possibilità per studiare. E l’Italia ha fatto lo stesso: a maggio 2025 la CRUI (Conferenza dei rettori delle università italiane) ha creato lo Iupals, il progetto di borse di studio dedicato proprio ai giovani palestinesi attraverso l’esonero dalle tasse universitarie, i finanziamenti per l’alloggio, per i pasti e per l’assicurazione sanitaria.
Gli studenti di Gaza però non possono partire e basta. C’è bisogno che i Ministeri degli esteri dei singoli paesi di arrivo attivino dei corridoi appositi in accordo con Israele e con i paesi di transito, come più volte ha sottolineato la Farnesina.
Mohammed ha seguito un corso di laurea in lingua inglese e avrebbe potuto fare domanda per Regno Unito e Irlanda, ma ha preferito l’Italia per amore del nostro paese: “Studiare in Italia è un sogno per molti, ma il primo giorno in cui ho iniziato a desiderarlo è stato quando ho visto il film Il Padrino con mio padre in televisione quando ero piccolo. All’inizio del film, quando la famiglia era riunita, ballava e cantava al matrimonio della sorella, sono rimasto molto colpito dalla cultura perché mi sembrava molto simile alla nostra. Da quel momento, il mio sogno è diventato quello di visitare l’Italia. Dopo essere cresciuto un po’ e aver fatto ricerche approfondite, ho scoperto che l’Italia è molto interessata alla scienza e ha molto prestigio nel campo dell’istruzione, quindi mi sono impegnato e ho lavorato sodo per poter studiare lì”.
Dopo tanto impegno è riuscito a rientrare nel gruppo di 97 vincitori del progetto Iupals, ma per lui non è stato predisposto nessun volo, e non sa perché.
L’appello degli studenti lasciati a Gaza: “La Farnesina rompa il silenzio”
Mohammed e gli altri palestinesi vincitori delle borse di studio hanno scelto di lanciare un appello all’Italia: “La nostra speranza continua a essere riposta nel governo italiano affinché continuino i loro sforzi per salvare il nostro futuro. Facciamo appello al Ministero degli Affari Esteri italiano affinché rompa questo silenzio e includa i restanti studenti nella prossima evacuazione. Non lasciate che il nostro percorso accademico finisca prima ancora di iniziare”
E si rivolgono anche ai cittadini che in questi mesi sono scesi in piazza a più riprese per la causa palestinese: “Non dimenticatevi di noi. Vi chiediamo di far sentire la
vostra voce a nostro nome e di chiedere che ci sia permesso di iscriverci alle nostre università prima che il secondo semestre vada perso”.
La volontaria: “Riattivare i corridoi per studenti provenienti da contesti di guerra”
Secondo i dati forniti a Fanpage.it dai volontari che in questi mesi stanno facendo da ponte tra le università italiane e Gaza, sono oltre 50 gli studenti ancora in attesa di essere evacuati verso l’Italia. Si tratta di giovani vincitori di borse di studio IUPALS, AFAM e del programma Erasmus+.
“Si tratta di ragazze e ragazzi che hanno già superato selezioni e ottenuto lettere di ammissione, e che dovrebbero essere qui, nelle nostre università, a studiare e costruire il proprio futuro – spiega Annette Palmieri, la volontari che in questi mesi ha accompagnato in Italia decine di studenti – L’istruzione non è un privilegio, è un diritto fondamentale e in questo caso anche uno strumento di protezione. I corridoi universitari hanno salvato molte vite e hanno garantito la continuità accademica a studenti provenienti da contesti di guerra, per questo devono essere riattivati con urgenza”.
Palmieri in questi mesi ha perso i contatti con diversi studenti, con alcuni è successo perché hanno accettato borse in atenei di altri paesi, ma altri sono semplicemente spariti. “Le università e le istituzioni hanno una responsabilità chiara: non voltarsi dall’altra parte”, conclude l’attivista.
(da Fanpage)

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