Febbraio 8th, 2026 Riccardo Fucile
“I VERTICI AZIENDALI, ANCORA IN SILENZIO DOPO TRE VOTI DI SFIDUCIA AL DIRETTORE, UNO A RAINEWS E DUE DA PARTE DEI GIORNALISTI DI RAISPORT, NON PUÒ FARE FINTA DI NULLA”
“La Rai sceglie il comportamento antisindacale pur di non pubblicare il comunicato
dell’Usigrai che chiede ai vertici dell’azienda di assumersi la responsabilità di quanto accaduto, per la credibilità, la difesa, il rispetto e la dignità della Rai e di chi ogni giorno ci lavora.
Non vuole il vertice della Rai che il sindacato difenda pubblicamente, con gli strumenti di legge, la professionalità e l’impegno di chi sta rendendo possibile il racconto delle Olimpiadi nonostante quanto accaduto nella telecronaca della cerimonia di apertura. Di seguito il comunicato che la Rai si è rifiutata di mandare in onda in violazione di quanto previsto dal contratto”. Lo rende noto l’Usigrai. “L’imbarazzante telecronaca del Direttore di Raisport per la cerimonia di apertura dei giochi olimpici colpisce la credibilità dell’azienda di servizio pubblico e di chi ci lavora si legge nel comunicato -.
L’Usigrai difende l’impegno e il lavoro di colleghe e colleghi della Rai che con professionalità stanno rendendo possibile il racconto di un evento sportivo di portata mondiale come le Olimpiadi e anche la dignità di chi, dopo le polemiche seguite alla conferenza stampa di presentazione, ha fatto un passo di lato rinunciando alla telecronaca. Il vertice aziendale, ancora in silenzio dopo tre voti di sfiducia al Direttore, uno a Rainews e due da parte dei giornalisti di RaiSport, non può fare finta di nulla e deve assumersi fino in fondo le responsabilità delle proprie scelte”.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2026 Riccardo Fucile
GUARDIANO SI DIFENDE: “LA DECISIONE ADOTTATA ERA TECNICA, NON INCIDE SUL MERITO DEL REFERENDUM, NÉ A FAVORE DEL SÌ NÉ A FAVORE DEL NO, COSÌ COME NON INCIDE SULLA PROCEDURA E SUI TEMPI DEL REFERENDUM, TANT’È CHE IL CONSIGLIO DEI MINISTRI HA CONFERMATO LA DATA” … “IL DEPUTATO COSTA MI HA ACCUSATO DI ESSERE NON ESSERE IMPARZIALE? MI RISERVERÒ DI AGIRE IN SEDE CIVILE” …A DIFESA DI GUARDIANO ANCHE MATTARELLA: “RISPETTARE LA CASSAZIONE E LE SUE DECISIONI”
«Anche il ministro Carlo Nordio ha riconosciuto, proprio in un’intervista al Corriere, che questa decisione non incide che marginalmente sullo svolgimento del referendum. Perché il centro della decisione è riconoscere un diritto costituzionale. Per quanti sforzi faccia, francamente non vedo nessun nesso con la mia partecipazione a un convegno contro la riforma».
Alfredo Guardiano è uno dei ventuno giudici chiamati a pronunciarsi per l’Ufficio centrale del referendum sul ricorso presentato dai 15 «Volenterosi». Eppure, il magistrato napoletano è stato oggetto di attacchi da parte di parlamentari della maggioranza ed è stato definito «non imparziale» prima da Enrico Costa, poi da Maurizio Gasparri, in virtù della sua partecipazione a un convegno sul «No» organizzato a Napoli per il prossimo 18 febbraio.
Cosa vuole dire su questa vicenda?
«Ci tengo a dire che tutti partecipano alla campagna referendaria, sia per il Sì sia per il No, e abbiamo numerosi magistrati che lavorano in diversi uffici e che fanno campagna attivamente per il Sì, così come anche componenti del Consiglio superiore della magistratura schierati in favore della riforma. La partecipazione a manifestazioni per il Sì o per il No non è certo vietata, non è mio esclusivo appannaggio».
È stato attaccato perché parteciperà a un convegno a Napoli. Non intravede un conflitto con la decisione di venerdì?
«Non esiste alcun conflitto. Il provvedimento non ha nessuna influenza sul contenuto del referendum ed era una questione strettamente tecnica. Poi in quella manifestazione io svolgerò il ruolo di moderatore».
Voterà «No»?
«È un evento a favore del No e non mi nascondo dietro un dito: come la stragrande maggioranza dei magistrati sono per il No, ma in questo caso io modero interventi altrui. A questa manifestazione partecipano magistrati, avvocati, professori universitari, giuristi. Non comprendo il collegamento con l’ordinanza adottata venerdì».
In che senso?
«L’ordinanza è stata adottata da un collegio composto da 21 giudici, quindi un grandissimo numero di magistrati. L’ordinanza, inoltre, è scritta dal presidente Frasca, che era al tempo stesso relatore».
Ma la decisione comporta conseguenze?
«Di certo non possiamo dire quando e cosa devono fare il governo o il capo dello Stato, tutto ciò non è minimamente affrontato nell’ordinanza e non poteva esserlo: non compete a noi dire come si devono comportare
La decisione adottata venerdì era squisitamente tecnica, non incide assolutamente sul merito del referendum, né a favore del Sì né a favore del No, così come non incide sulla procedura e sui tempi del referendum, tant’è che il Consiglio dei ministri si è riunito e ha confermato la data».
Cosa pensa delle accuse di parzialità?
«Il governo ha accolto la nostra impostazione. Questo dimostra come siano manifestamente infondate le censure sulla mia parzialità, che si traducono in censure sulla parzialità dell’intero organo».
E cosa risponde al deputato Enrico Costa?
«Mi riserverò di agire in sede civile. Di non essere terzo e imparziale è un’accusa gravissima per un magistrato».
(da Il Corriere della Sera)
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Febbraio 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL QUIRINALE E’ MOLTO PREOCCUPATO DALLA DERIVA VELENOSA CHE STA PRENDENDO LA CAMPAGNA DEL REFERENDUM … “LA STAMPA”: “ORMAI QUALUNQUE CORTE ITALIANA CHE ABBIA LICENZIATO UN PRONUNCIAMENTO O UNA SENTENZA NON TROPPO GRADITA ALL’ESECUTIVO E ALLA MAGGIORANZA, FINISCE NEL TRITACARNE DI ACCUSE, SOSPETTI, E RIVENDICAZIONE POLITICHE
La campagna del governo e della destra contro i giudici, in vista del referendum sulla
giustizia, sta assumendo un’intensità che preoccupa il Quirinale. Ormai qualunque Corte italiana che abbia licenziato un pronunciamento o una sentenza non troppo gradita all’esecutivo e alla maggioranza, finisce quasi matematicamente nel tritacarne di accuse, sospetti, e rivendicazione politiche.
Gli aspetti tecnici passano automaticamente in secondo piano: che si tratti di una semplice procura della Repubblica, di un tribunale, di un pm o di un giudice, o della Corte dei Conti, già oggetto di una proposta di legge ad hoc.
Ora tocca alla Cassazione, travolta dalla volontà di Giorgia Meloni di fare di tutto per non allungare ulteriormente i tempi della campagna elettorale, per una semplicissima paura, che è oggetto di confidenza tra la premier, i suoi collaboratori e i ministri: il No sta guadagnando terreno e altro tempo a disposizione potrebbe essere fatale ai sostenitori del Sì.
Al telefono con Meloni, Sergio Mattarella non si è limitato a darle conforto sulla data del referendum proprio mentre la premier stava entrando in Consiglio dei ministri per confermarla. Il presidente della Repubblica ha pure detto che «invita tutti a rispettare la Cassazione e le sue decisioni».
Le ha chiesto, con parole impossibili da fraintendere, di far cessare il bombardamento contro la Suprema Corte in cui si è distinto non un parlamentare qualunque ma Galeazzo Bignami, capogruppo dei FdI alla Camera, ovvero un meloniano a 24 carati che mai si permetterebbe di prendere iniziative senza averne prima informato la premier come si era visto anche in occasione dell’aspra polemica col consigliere del Quirinale Francesco Saverio Garofani (Bignami ne aveva sollecitato due mesi fa le dimissioni sfidando l’ira del Colle).
Il primo presidente della Corte di cassazione Pasquale Dascola
Stavolta Bignami ha preso personalmente di mira due dei tredici magistrati che venerdì hanno ammesso il nuovo quesito referendario. Il primo è Alfredo Guardiano, accusato di aver accettato di moderare un convegno del No. L’altra è Donatella Ferranti, colpevole di essere stata fino al 2018 parlamentare Pd. Bignami e con lui un’intera batteria di parlamentari di FdI le hanno rinfacciato le «porte girevoli» tra politica e magistratura […] come se la Corte di Cassazione, in totale malafede, avesse tentato di far deragliare il referendum provocandone il rinvio a tutto vantaggio del No.
In realtà la Cassazione non ha bloccato niente: prova ne sia che il Cdm ha potuto serenamente confermare la data del 22-23 marzo, con l’avallo autorevole di Mattarella. In una nota Meloni ha anche precisato di aver «proposto» al presidente della Repubblica la soluzione poi adottata. Tutto nel pieno rispetto della forma istituzionale. […] Il presidente, assicurano al Quirinale, è davvero convinto che il nuovo quesito si limiti a integrare senza stravolgere quello già accolto in precedenza, dunque non vi sia motivo di rinviare il voto.
Gli attacchi della destra si fermano nel pomeriggio, solo quando sulle agenzie filtra il timore di Mattarella e la richiesta a Meloni affinché ogni attore istituzionale rispetti i «propri limiti» e le «competenze altrui»
Mattarella sulla data del referendum non ha concesso nulla di cui non fosse pienamente persuaso. Però lo preoccupa la deriva che sta imboccando la campagna referendaria. Ed è intervenuto sulla premier chiedendo «a tutti» compostezza in quanto teme che gli attacchi veementi di Bignami, ma anche di altri fedelissimi della premier come Giovanni Donzelli […] possano provocare danni incalcolabili alla credibilità del sistema giudiziario.
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2026 Riccardo Fucile
“LA CGIL CONDANNA OGNI VIOLENZA, SOLIDALI CON I POLIZIOTTI COLPITI, MA TRASFORMARE LE MOBILITAZIONI IN QUESTIONI DI ORDINE PUBBLICO NON E’ ACCETTABILE”
«La sicurezza non è repressione. Trasformare le mobilitazioni in questioni di ordine pubblico e di sicurezza non è accettabile. Anche la nostra sede, qualche anno fa, è stata assaltata. Ma non si risponde con provvedimenti che anziché colpire i violenti, mettono in discussione la libertà di tutti». Queste le parole del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, in un’intervista a Repubblica. Il leader della Cgil sostiene che i decreti del governo sono «pericolosi», ma «continueremo a scioperare e mobilitarci quando necessario, nonostante i veti di Salvini: non ci faremo togliere un diritto costituzionale».
«Torino? La Cgil condanna ogni violenza e ha espresso subito solidarietà ai poliziotti colpiti. Ma…»
«Siamo al terzo decreto in tre anni. E intanto aumentano femminicidi, morti sul lavoro, microcriminalità, violenza sugli anziani. Diciamola tutta: questi decreti non hanno come obiettivo la tutela reale delle persone. Ma di limitare la libertà di manifestare e difendere i propri diritti anche scendendo in piazza», insiste il sindacalista. Quanto agli scontri di Torino «la Cgil condanna ogni violenza e ha espresso subito solidarietà ai poliziotti colpiti. Detto questo, il metodo non può essere instaurare uno stato di polizia. Sta emergendo con chiarezza una logica autoritaria di chi pensa di comandare anziché governare. Una logica pericolosa che non condividiamo. Così come l’uso strumentale e cinico dei lavoratori in divisa. Dimenticati quando si tratta di affrontare i problemi di fondo: dalla carenza degli organici ai salari e alle pensioni. In questo Paese il movimento dei lavoratori ha sconfitto il terrorismo di ogni colore. E difeso la Costituzione. Continuerà a farlo».
L’incubo delle Br? «Pericoloso è continuare a ripeterlo. A evocare quello che non esiste»
Sulle dichiarazioni del ministro dell’Interno, che dice che chi sfila con i violenti offre loro impunità evocando l’incubo delle Br, replica: «Pericoloso è continuare a ripeterlo. A evocare quello che non esiste. Trovo inaccettabile che chi manifesta pacificamente venga associato alla violenza. Chi sfila con il volto coperto lo fa prima di tutto contro chi scende democraticamente in piazza. Si racconta un Paese che non c’è. Mentre cresce la rabbia e il disagio sociale, soprattutto tra i giovani». Il governo teme il dissenso? «Lo teme perché copre il disastro economico e sociale delle sue politiche. Non neghiamo che esista un problema di sicurezza nel Paese. Ma se vogliamo affrontarlo, dobbiamo andare alle radici delle insicurezze. E l’unica strada possibile è ridurre le disuguaglianze. Invece aumenta il lavoro precario, i salari non arrivano alla fine del mese, sale la cassa integrazione straordinaria, si moltiplicano le crisi industriali: auto, siderurgia, chimica. I giovani scappano. Le lavoratrici sono discriminate e il nuovo decreto sulla parità dei salari riesce non solo a peggiorare la direttiva europea, ma anche a legittimare i contratti pirata».
(da agenzie)
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Febbraio 8th, 2026 Riccardo Fucile
I SOVRANISTI CONTINUANO AD ATTACCARE I GIUDICI DELLA CASSAZIONE
Da settimane Giorgia Meloni tasta il polso dell’elettorato e il segnale che riceve non è
rassicurante. Il “No” al referendum sulla Giustizia è in rimonta nei sondaggi. Per la prima volta la premier riconosce che qualcosa nella comunicazione si è inceppato. Qualcosa nella strategia va rivisto. Ritirarsi un poco e però restare lì senza lasciarsi prendere la mano, non mettere la faccia, non basta.
Prima cosa da fare, dunque, non allungare i tempi. Su questo non ha neanche voluto perdere più di mezz’ora. La data del referendum sulla Giustizia non cambia.
Il Consiglio dei ministri si riunisce solo per 28 minuti dopo la richiesta della Corte di Cassazione di riformulare il testo che materialmente andrà riportato sulla scheda elettorale. Dal Cdm, presieduto dalla presidente Meloni e dal sottosegretario Alfredo Mantovano, quell’ordine viene vissuto con leggerissimo fastidio, ma è un velo di velluto che si scosta con la mano: il quesito può cambiare, la data no.
Atto di forza
«L’ufficio amministrativo ha preso quella decisione e noi abbiamo preso la nostra», dice il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani. Dall’opposizione attaccano. Parla di «prepotenza e mancanza di rispetto per le istituzioni», la responsabile giustizia e deputata del Pd , Debora Serracchiani. Ma dal Quirinale arriva il via libera al nuovo decreto, dopo una telefonata tra il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e Meloni. Decreto «giuridicamente ineccepibile» dicono fonti del Quirinale, che fanno anche scivolare un invito del Presidente a «rispettare la Cassazione e le sue decisioni».
L’ordinanza ha infatti dato vigore al fronte del Sì, segnalando un certo nervosismo malcelato. Post social, bufale, ma soprattutto attacchi verso la Suprema Corte. È il deputato di Forza Italia, Enrico Costa, a mirare per primo: «Dell’Ufficio elettorale della Cassazione fa parte il dottor Alfredo Guardiano. È lo stesso che il 18 febbraio modererà il convegno “Le ragioni del No” Questo sarebbe il giudice terzo ed imparziale?».
A incendiare la giornata anche il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, che mette all’indice, nell’Ufficio elettorale, anche Donatella Ferranti ex deputata Pd e presidente della Commissione Giustizia fino al 2018. «Serve altro per rendersi conto che non si può più attenere per ridare terzietà alla magistratura, rendendola indipendente dalla politica e dalle correnti e attuando l’articolo 111 della Costituzione?».
Gli attacchi del centrodestra si susseguono per tutta la giornata con Guardiano che si difende: «Su di me accuse infondate». E l’azzurro Gasparri che annuncia «una interrogazione» per chiedere un’ispezione proprio su Guardiano.
L’ordinanza è in realtà il risultato di una scelta collegiale, l’ufficio costituito presso la Corte di Cassazione è composto da 13 magistrati indipendenti, ma l’attacco è già partito. Chiara Braga, capogruppo del Pd alla Camera, definisce «inqualificabili» le parole di Bignami: «Dovrebbe scusarsi pubblicamente. Anche la presidente del Consiglio Meloni prenda le distanze». Segue anche Angelo Bonelli, deputato di Avs: «Dalla vicenda della famiglia nel bosco fino ai fatti di Torino, tutto viene piegato a una narrazione tossica: la colpa è sempre dei giudici o delle opposizioni. La destra meloniana non governa per risolvere i problemi reali del Paese, ma per occupare potere, spazi e poltrone».
Meloni in campo
Ma proprio sulla «narrazione» qualcuno dentro Palazzo Chigi ci starebbe ripensando. E con il “No” in recupero di posizione nei sondaggi e un risultato sempre più in bilico, qualcuno a pensarci si incupisce anche un po’.
L’idea di rinunciare alla forza trascinatrice della premier, lasciando tutto in mano a Tajani, Salvini ma soprattutto Nordio potrebbe rivelarsi un clamoroso autogol. Una campagna per il sì che procede tra casi di cronaca e presentazioni di libri, quello del Guardasigilli (Un’altra giustizia) ma anche quello di Alessandro Sallusti, in coppia con Luca Palamara (Il sistema colpisce ancora), non sembra scaldare l’elettorato.
La premier è vigile, ora che anche i sondaggi che le presentano segnalano uno stacco minimo e che il discorso comincia con «sono tutti ancora con noi», accento su ancora, quello che serve è una bella esibizione di forza e non un disastro di immagine. Non subito, fuorigioco l’idea di finire come Matteo Renzi che nel 2016 commise l’errore di accettare lo scontro, facendo del referendum costituzionale un sondaggio su di sé, perdendo.
Meloni attende e, pur ribadendo che non è un referendum sul governo, starebbe pensando di scendere in campo sul rush finale e incassare. Come sempre in politica, stare fuori campo è un rischio: anche quando il gioco non piace è sempre meglio restare in partita. E torna l’eco delle parole pronunciate a ottobre dal presidente del Senato Ignazio la Russa proprio sulla riforma: «Forse il gioco non valeva la candela».
(da Editoriale Domani)
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Febbraio 8th, 2026 Riccardo Fucile
PER OCCUPARE MILITARMENTE LA RAI SERVONO FORZE CULTURALI CHE MELONI NON HA
La goffa telecronaca olimpica di Petrecca non aggiunge né toglie nulla alla situazione della Rai sotto questo governo: per occupare militarmente un territorio tutto sommato vasto come l’informazione pubblica, servono forze delle quali i meloniani non dispongono, né per quantità né per qualità.
Per produrre una mole così notevole di giornalismo, di spettacolo, di divulgazione intellettuale, di informazione popolare, non basta arrivare freschi freschi da una militanza politica spesso molto periferica, e dire “adesso qui comandiamo noi”.
Bisogna, poi, saperlo fare, tenendo conto che la Rai ante-Meloni, con tutti i suoi limiti e i suoi difetti, era comunque una fabbrica di contenuti spesso decenti, a volte buoni, qualche volta ottimi. Perché la lottizzazione era sicuramente uno sgradevole criterio di carriera, ma intanto era estesa a molti, dunque plurale; e poi non era sempre ostativa del merito e delle capacità professionali. L’occupazione militare è ben altro, in tutti i sensi: intollerante politicamente, desolante professionalmente.
Dispiace far notare, tra gli altri evidenti segni di decadenza, il romanesco sciatto che dilaga anche a Radiorai, un tempo scuola indiscussa di buona dizione italiana.
Non lo si sottolinea per fare speach shaming, ognuno parla come sa e come può. Lo si dice perché conferma la striminzita e compatta provenienza delle truppe di occupazione meloniane.
Si fanno scoprire, insomma. Simulino, almeno, la compresenza di truppe ausiliarie venete o calabresi o piemontesi. Dicano “ocio”, ogni tanto, o “neh”, almeno per confondere le carte.
(da Repubblica)
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Febbraio 8th, 2026 Riccardo Fucile
LE OPPOSIZIONI E USIGRAI: “TV PIEGATA ALLA FEDELTA’ POLITICA”
San Siro che diventa lo stadio Olimpico, Matilda De Angelis confusa con Mariah Carey,
addirittura la presidente del Cio Kirsty Coventry scambiata per la figlia di Sergio Mattarella. Senza considerare cinque campionesse e campioni del mondo dell’Italvolley rimasti nell’anonimato e la ‘cancellazione’ di Ghali che recitava Gianni Rodari hanno scatenato una bufera sui social.
Ma la polemica sulla telecronaca Rai della cerimonia di inaugurazione di Milano-Cortina ha valicato le bacheche di X e Facebook, arrivando dritto negli uffici di viale Mazzini e in Parlamento. Inevitabile, vista la caratura dell’uomo alla conduzione, il direttore di RaiSport Paolo Petrecca.
Meloniano di prim’ordine, già sfiduciato dalla redazione ma rimasto in sella, criticato aspramente dai suoi giornalisti alla vigilia delle Olimpiadi per alcune scelte, Petrecca si è autoassegnato il racconto della serata inaugurale dopo la gaffe di uno dei suoi vice, Auro Bulbarelli, che aveva spoilerato il ruolo attivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, irritando lo stesso Quirinale. Accompagnato da Stefania Belmondo e Paolo Genovese, il direttore ha inanellato una serie di sfondoni che hanno portato l’esecutivo Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, a prendere posizione insieme al Comitato di redazione di RaiSport: “L’importante è partecipare, ma fino a un certo punto. Petrecca e vertici aziendali sono responsabili della figuraccia“, hanno attaccato.
“Ai vertici dell’azienda non sarà sfuggita l’impressione generale offerta dalla telecronaca. Autoassegnarsi un incarico e poi rivelarsi completamente inadatti a portarlo a termine è solo l’ultima fallimentare iniziativa di un direttore sfiduciato dalla sua precedente testata e, nonostante questo, premiato dalla Rai in vista dell’importantissimo appuntamento olimpico affidandogli la guida di RaiSport, dove è stato sfiduciato altre due volte”, sottolineano Usigrai e Cdr.
“Se i Giochi hanno come motto ‘L’importante è partecipare’, non così dovrebbe essere per chi, invece di premiare il merito, con la sua iniziativa ha causato una bruciante sconfitta per l’immagine del servizio pubblico e di chi ci lavora”, continuano specificando che i vertici aziendali “da tempo continuano a difenderlo
nonostante le ripetute mobilitazioni delle redazioni” e si chiedono: “Sono consapevoli dei danni causati alla reputazione della Rai da questa iniziativa?”. Quindi l’ennesimo invito a farsi da parte: “Alla vigilia della cerimonia di apertura dei Giochi, a fronte dei dubbi del Cdr per la sua auto assegnazione dell’incarico di telecronista, Petrecca ha risposto ‘io ci metto sempre la faccia’. Sarebbe ora di farlo fino in fondo”.
La performance del direttore di RaiSport ha spinto anche Pd e M5s a chiedere un intervento. “Che altro deve accadere ancora per mandare a casa TeleMeloni? Si è superato ogni limite. Una serata che avrebbe dovuto rappresentare un momento altissimo per il servizio pubblico è stata trasformata nell’ennesima dimostrazione di occupazione politica e dilettantismo. Non è un incidente. È una scelta. Una televisione piegata alla fedeltà politica invece che alla competenza. Alla propaganda invece che alla professionalità. Questo non è servizio pubblico. È occupazione”, dicono Sandro Ruotolo, responsabile Informazione nella segreteria nazionale Pd, e Stefano Graziano, capogruppo Pd in commissione di Vigilanza Rai.
Per il M5s, invece, Petrecca “conquista senza rivali la medaglia d’oro della sciatteria televisiva” e colleziona “una figuraccia olimpica”. Gli esponenti pentastellati in Vigilanza Rai ricordano che “sarebbe bastato non prepensionare Franco Bragagna per avere un commento all’altezza dello spettacolo”. E aggiungono: “In un Paese normale si sarebbe già dimesso, purtroppo invece Giampaolo Rossi continuerà a difendere Petrecca demolendo la reputazione della Rai. Quand’è che questo amministratore delegato deciderà di assumersi la responsabilità dei suoi errori? L’amichettismo è lo strumento per dimostrare che il privato sia meglio del pubblico”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile
PER LEI SI STAREBBE CERCANDO UN POSTO ALTERNATIVO, MAGARI ALL’ESTERO: MAI VISTA TANTA GENTE DARSI TANTO DA FARE PER TROVARE UN INCARICO A QUALCUNO’ SI IRONIZZA… LA FIGURACCIA FATTA DAL GOVERNO DIVENTA PLANETARIA. L’AUTOREVOLE RIVISTA ‘OPERNWELT’: “LE RAGIONI ARTISTICHE PER LA NOMINA DI VENEZI SI CERCANO INVANO'”
Oltre a quelli che si è autoinflitta la destra, l’affaire Venezi a Venezia sta causando dei danni collaterali a tutti i teatri lirici italiani. Il governo è infatti in rotta di collisione con un mondo che ha avuto l’ingratitudine di ribellarsi al suo amichettismo. E le conseguenze potrebbero anche essere pesanti.
Intanto, gli aggiornamenti. Alla Fenice è stallo. Né minacce né blandizie e nemmeno lo scippo di una parte della loro retribuzione hanno fatto arretrare i professori dell’Orchestra che non ce l’hanno né con la persona né con le sue idee politiche, ma con una nomina indifendibile nel merito e indecente nel metodo.
Le spillette simbolo della resistenza al sopruso vanno a ruba in tutta Italia e ne sono appena state ordinate altre diecimila. Se la situazione non si sblocca, il peggio deve ancora venire. Appare infatti evidente a chiunque sappia come funziona un teatro che non si può imporre un direttore musicale che nessuno vuole: è come se qualcuno volesse a tutti i costi entrare in un club i cui soci gli hanno votato contro all’unanimità.
Forse per questo girano voci insistenti di una possibile rinuncia di Beatrice Venezi, per la quale si starebbe cercando un posto alternativo, magari all’estero: «Mai vista tanta gente darsi tanto da fare per trovare un incarico a qualcuno», si ironizza nell’ambiente. Chissà. Di certo c’è che la figura di beeep! fatta dal governo diventa sempre più planetaria.
Ultima arrivata, giovedì, la Neue Zürcher Zeitung che titola: «In Italien gerät die Oper in die Fänge der Politik», in Italia l’opera finisce nelle grinfie della politica, citando l’autorevole rivista Opernwelt: «Le ragioni artistiche per la nomina di Venezi si cercano invano». E dire che, nella sua conferenza stampa di Pisa che ha versato ulteriore benzina sul fuoco, la direttrice aveva assicurato che il mondo intero è invece scandalizzato perché la Fenice «è in mano ai sindacati».
Nel frattempo, fra teatri e ministero è scontro. Sulla questione, il ministro, Alessandro Giuli, a parte le sue ridicole assicurazioni che Venezi diventerà «la principessa di Venezia», come se la Fenice fosse un cartone Disney e non una delle principali istituzioni culturali italiane, risulta non pervenuto.
Chi mena la danza è il suo sottosegretario, Gianmarco Mazzi, che descrivono irritatissimo perché i sindacati «non sono riconoscenti» per i dieci milioni di euro trovati per chiudere il contratto nazionale del triennio 2019-22. Adesso ci sarebbe da sanare quello del 2022-24, ma i fondi sono misteriosamente svaniti. I sindacati hanno chiesto al ministero un incontro per ben due volte, senza ottenere risposta. Di conseguenza, denunciando «l’assordante silenzio» del Mic, bloccano gli straordinari e annunciano lo stato di agitazione.
In generale, la destra di governo appare curiosamente schizofrenica. Al debutto del Meloni I, sembrava di capire che avesse individuato nell’opera un elemento chiave per fare una politica culturale vera (che è cosa leggermente più complessa che piazzare amici, sodali e camerati vari su ogni poltrona disponibile), anche perché fortemente identitario e “nazionale”.
Lo stesso Mazzi, che viene dal pop, confessava candidamente di non saperne molto, ma assicurava studio, ascolto e buona volontà. Seguirono l’ottenimento del bollino blu dell’Unesco per il canto lirico, in pratica inutile ma prestigioso, e il rinnovo del primo contratto scaduto. Poi con la sciagurata operazione Venezi(a) che ha scatenato il finimondo e incartato una politica (mal)destra che non sa assolutamente come uscirne, la buona volontà è finita.
Oltretutto, il governo ha appena piazzato in una serie di fondazioni (Genova, Trieste, Bologna, Venezia, Napoli, Bari) degli uomini «d’area», o almeno non ostili, e incredibilmente, in alcuni casi, perfino competenti. Eppure fa la guerra a un mondo che avrebbe voluto sedurre.
(da La Stampa)
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Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL GIORNALISTA, IN UN ARTICOLO INTITOLATO – “COME I RUSSI HANNO USURPATO LA MIA IDENTITÀ DI GIORNALISTA A LE PARISIEN PER ATTACCARE EMMANUEL MACRON”, RACCONTA DI ESSERSI ACCORTO DOPO QUALCHE ORA CHE IL SUO FALSO PEZZO CIRCOLAVA SUI SITI ON LINE, MOLTIPLICATI DA NOTIFICHE E DA RIPRESE SUI SOCIAL. IN POCHE ORE, IL FALSO ARTICOLO È STATO LETTO MILIONI DI VOLTE SUI SOCIAL
“Come i russi hanno usurpato la mia identità di giornalista a Le Parisien per attaccare
Emmanuel Macron”. Questo il titolo di un articolo in cui il giornalista del quotidiano francese, Victor Cousin, racconta la sua disavventura: hacker russi che la notte scorsa, utilizzando la sua firma e la sua fotografia, hanno scritto un articolo su un falso sito di attualità in cui inventano gravi accuse contro Macron legate al caso Epstein.
Il giornalista racconta di essersi accorto dopo qualche ora che il suo falso pezzo circolava sui siti on line, moltiplicati da notifiche e da riprese sui social. In poche ore, il falso articolo è stato letto milioni di volte sui social.
Nel testo, la falsa notizia che il nome del presidente francese circolerebbe sui file di Epstein perché menzionato dal complice francese del miliardario russo, Jean-Luc Brunel, ritrovato impiccato nel febbraio 2022 nel carcere della Santé. Brunel, nella falsa comunicazione a Epstein inventata dagli hacker, avrebbe scritto nel 2017 dopo l’elezione di Macron: “Il nuovo presidente francese organizzerà una festa ad avenue Foch…ci porterò qualche ragazzo…a lui piacciono più giovani”.
Falsa anche la risposta di Epstein: “Troppo giovani. Io direi che va bene. Sappiamo quello che gli piace”. “Tutto è falso – scrive oggi il giornalista – l’articolo in quanto tale, ma anche il sito di attualità sul quale è pubblicato, francesoir.net, una copia contraffatta di francesoir.fr. In poche ore, una gran quantità di account complottisti si sono impadroniti della fake news su X. L’articolo che io non avevo mai scritto viene accompagnato on line da un video che prende di mira Macron, con post cliccati oltre un milione di volte”.
(da agenzie)
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