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OLIMPIADI, VANCE SOMMERSO DAI FISCHI A SAN SIRO

Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile

OVAZIONE PER LA DELEGAZIONE UCRAINA E PER MATTARELLA, FISCHI PER ISRAELE E IL BURINO AMERICANO

Applausi per la delegazione americana, fischi per J.D. Vance. Così hanno reagito i 67mila spettatori presenti a San Siro alla sfilata degli atleti degli Stati Uniti. Quando le telecamere hanno inquadrato il vicepresidente, presente in tribuna d’onore per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina e in piedi per applaudire gli atleti americani, lo stadio gli ha tributati lunghi fischi e “buuu”. Tutt’altra accoglienza, invece, per gli atleti del Team Usa, che sono stati accolti con un lungo applauso.
Prima ancora che allo stadio, il vicepresidente Usa era stato criticato durante il corteo di venerdì mattina contro la presenza a Milano dell’Ice, la famigerata polizia anti-immigrazione americana finita al centro delle polemiche per i metodi brutali con cui conduce le deportazioni di migranti irregolari. Più in generale, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e le successive tensioni – commerciali e non solo – con l’Europa hanno fatto precipitare le relazioni diplomatiche tra le due sponde dell’Atlantico.
Come riporta il quotidiano inglese The Guardian, inizialmente i telespettatori negli Stati Uniti, che stavano guardando lo show, non se ne sono nemmeno accorti dei fischi riservati dal pubblico di San Siro al loro vicepresidente perché la NBC, l’emittente che segue i Giochi invernali, non ha fatto sentire nulla, né il momento è stato in qualche modo commentato dai giornalisti in onda. Ciò non ha, però, impedito che il filmato circolasse e venisse condiviso sui social media negli States.
Anche Donald Trump è intervenuto su quanto successo. Rispondendo alla domanda di una giornalista sui fischi a Vance, ha risposto: “È un fatto che mi sorprende perché lui piace alla gente. Beh, voglio dire, è in un paese straniero, per essere onesti, ma non viene fischiato qui da noi”, si è limitato a dire il tycoon.
(da agenzie)

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DALLA FIGLIA DI MATTARELLA AL SILENZIO SU GHALI: LO SCONCIO DELLA TELECRONACA DI TELEMELONI DELLE OLIMPIADI. “BENVENUTI ALLO STADIO OLIMPICO”, PECCATO CHE FOSSE SAN SIRO

Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile

LA CERIMONIA DI APERTURA E’ STATA AFFIDATA A PAOLO PETRECCA, IL SOVRANISTA DIRETTORE DI RAISPORT

Se la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina è stata definita da più parti «memorabile», lo stesso, ma per motivi diversi, si può dire anche della telecronaca Rai. La copertura dell’evento era stata affidata ad Auro Bulbarelli, volto ben noto del servizio pubblico, che però è incappato in una gaffe imperdonabile. Pochi giorni prima dell’evento, ha anticipato in conferenza stampa l’ingresso a sorpresa di Sergio Mattarella a San Siro, spingendo la Rai a togliergli la telecronaca. A prendere il suo posto è stato Paolo Petrecca, contestato direttore di RaiSport, che con le numerose gaffe fatte nel corso dell’evento è riuscito a superare – e di parecchio – il suo collega.
La confusione sullo stadio e su Mariah Carey
La serata, a dirla tutta, è cominciata male fin dai primissimi secondi. Al termine della pubblicità, non appena inizia il collegamento da Milano, Petrecca esordisce con un «Benvenuti allo stadio Olimpico». Peccato che la cerimonia sia a San Siro, non allo stadio di Roma, ma tant’è. Poco più tardi, le telecamere inquadrano l’ingresso di Matilda de Angelis ma il direttore di RaiSport dev’essersi già portato avanti con la scaletta e quindi esclama: «Ecco Mariah Carey!».
La figlia di Mattarella che in realtà è la presidente del Cio
Persino sui volti più noti delle istituzioni coinvolte nelle Olimpiadi, Petrecca non brilla. «Inquadrati ora Sergio Mattarella con la figlia». Ma in realtà la figlia del capo dello Stato non è lì: insieme a Mattarella, semmai, c’è Kirsty Coventry, presidente del Comitato olimpico internazionale.
Il telecronista Rai sembra anche non riconoscere molte icone dello sport italiano che, nelle vesti di tedofori, si passano la torcia olimpica a San Siro. L’unica che Petrecca chiama per nome è Paola Egonu, mentre su tutti gli altri – fra cui Anna Danesi, capitana della nazionale di volley e campionessa del mondo, e Simone Giannelli, capitano dell’italvolley maschile e anche lui campione del mondo – glissa.
Nessuna presentazione per Ghali
Ma tra le critiche ai telecronisti Rai ce n’è un errore che forse, a voler pensare male, potrebbe essere stato fatto di proposito. Sono in molti infatti a essersi accorti che Ghali, a differenza di tutti gli altri artisti che hanno preso parte alla cerimonia, non è stato nemmeno nominato o presentato da Petrecca durante la serata.
Il rapper, su cui è montata una piccola polemica nei giorni scorsi, ha interpretato a San Siro versi di Gianni Rodari accompagnati da una coreografia di ragazzi che hanno disegnato una colomba umana. «Indecenti i telecronisti che non nominano Ghali nella sua performance. Fate pena», scrive sui social un utente. «Non hanno inquadrato Ghali neanche un secondo e in completo playback…», scrive un altro.
(da agenzie)

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L’EGEMONE PUCCI, IL SEDICENTE COMICO CHE PIACE AI SOVRANISTI E CHE NON FA RIDERE

Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile

MOSTRARE LE CHIAPPE PER ARRIVARE A SANREMO: E’ L’EGEMONA CUL-TURALE DEI SOVRANISTI

Guardando la foto a natiche scoperte con cui il comico no-vax e no-gay Andrea Pucci annunciasui social il suo approdo a Sanremo in veste di co-conduttore, ci si sente sollevati.
Dopo avere sottratto alla sinistra il controllo della cultura, la destra espugna anche l’ultima casamatta di democristianità televisiva che resisteva dai tempi di Andreotti e Pippo Baudo. Il Festival della canzone italiana.
Ora la lunga marcia è davvero finita e il tempo degli intrattenitori moderatamente progressisti, o progressivamente moderati, volge al termine. La famigerata egemonia culturale di sinistra è battuta, divisa, sconfitta, e alle sue ipocrite truppe non resta che risalire in disordine le valli che per decenni avevano disceso con orgogliosa sicurezza: Benigni, Grillo, Littizzetto, Fiorello, Crozza, Amadeus. Il compagno Amadeus. E Checco Zalone, che fa battute in apparenza reazionarie, ma sotto sotto si sa come la pensa davvero.
Ora il terreno è sgombro, i tappi sono saltati e i talenti del melonismo, del salvinismo, del vannaccismo appaiono liberi di dispiegarsi in tutta la loro grazia e arguzia. Chissà quante idee originali e intuizioni folgoranti hanno tenuto in serbo per noi, durante questi decenni oscuri, passati al confino nei palazzetti, nei teatri e nelle tv commerciali. Ah, ma da oggi non saranno più costretti a soffocare i loro impulsi creativi e a marcire nell’ombra, vittime di complotti, esclusioni e congiure. Da oggi possono finalmente mostrarsi. Con le chiappe al vento.
(da Corriere della Sera)

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SE I SOVRANISTI AVVELENANO LA CAMPAGNA ELETTORALE

Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL CENTRODESTRA HA VOLUTO LA RIFORMA? CHE LA SPIEGHI, INVECE CHE PARLARE DI CENTRI SOCIALI… PIU’ LA BUTTANO IN CACIARA PIU’ IL FRONTE DEL NO RECUPERA CONSENSI

Di solito i colpi di cannone si sparano a ridosso dell’apertura delle urne, quando l’iperbole polemica serve a richiamare l’attenzione dell’elettorato più distratto. Stavolta il copione referendario contraddice la regola: la campagna non è neanche cominciata, ancora non abbiamo visto manifestazioni, comizi, duelli tv, e già si spara ad alzo zero utilizzando quel tipo di argomenti identitari e viscerali di solito riservati agli ultimi appelli.
Due “card” sintetizzano bene le opposte linee di propaganda. A destra, lo spettro Askatasuna («Se non sei come loro vota Sì») e un racconto che presenta la riforma come elemento salvifico contro ogni turbolenza sociale, ogni errore giudiziario, ogni cattivo preso e scarcerato. Interpellati nei talk show, i sostenitori del Sì non sanno spiegare quale sia la relazione tra sorteggio del Csm e domiciliari agli anarchici o accoltellamenti nelle scuole, ma non importa.
Allo stesso modo, a sinistra, agisce il fantasma Casapound: «Se non sei come loro vota No». Il sottotesto – chi approva la legge è fascista – finora ha provocato reazioni indignate più tra i progressisti “liberal” che a destra: ieri un fiume di dichiarazioni ha chiesto al Pd di darsi una regolata con questo tipo di provocazioni.
Entrambe le posizioni sono prive di qualsiasi collegamento con la riforma, con la realtà, con le conseguenze dell’approvazione o della bocciatura della legge costituzionale che potrebbe radicalmente cambiare l’autogoverno della magistratura. Ma presentare come simmetriche le due strategie sarebbe un errore.
È sulla maggioranza di governo che grava la responsabilità principale di dare un “tono” alla campagna referendaria. Ha voluto la legge, ha scelto di mandarla in porto senza concedere nulla al dibattito parlamentare e al confronto con gli interessati, era consapevole che quel testo sarebbe finito a referendum, e insomma: suo è il dovere di spiegare agli italiani con chiarezza perché dovrebbero pronunciare il loro sì definitivo alla modifica di un capitolo così rilevante della Costituzione.
L’uso di scorciatoie propagandistiche è incomprensibile. O meglio, può spiegarlo solo il timore che l’elettorato di centrodestra sia disinteressato alla battaglia e dunque sia necessario galvanizzarlo fin da ora con cose che nulla hanno a che fare con sorteggi e Alte Corti: la sicurezza, le piazze anarchiche, il presunto remar contro della magistratura rispetto all’azione di governo.
Gli squinternati argomenti che vengono spesi sulle piazze virtuali danno l’idea di una campagna appena cominciata e già sfuggita di mano, mandando al macero con leggerezza l’indicazione originaria di Giorgia Meloni che ai suoi aveva chiesto di «restare sul merito» ed evitare crociate politiche. Per di più, la foga irragionevole di certe dichiarazioni e i quotidiani anatemi contro i giudici per i più diversi motivi – l’ultimo è il tasso di delinquenza degli immigrati rilasciati dai Cpr – alimentano la sensazione che la destra non voglia semplicemente separare carriere e sorteggiare membri del Csm ma cerchi una rivincita definitiva su una magistratura giudicata ostile e renitente. Poi, certo, l’unica domanda che vale in politica è: funzionerà? A occhio, visto il repentino recupero del No nei sondaggi, i colpi di cannone del centrodestra stanno andando largamente a vuoto, il loro rombo mobilita più gli avversari che gli amici.
(da La Stampa)

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SICUREZZA, IL PAESE FITTIZIO DEI SOVRANISTI

Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile

UN INTRUGLIO IDEOLOGICO, AVVELENATO DALLE MENTI DEL MELONISMO DA COMBATTIMENTO

Tutto si tiene, in questa incipiente “notte della Repubblica” paventata, più volte evocata e in fondo vagheggiata dai patrioti al comando. Le Brigate Rosse che rinascono e le milizie dell’Ice che sparano, le “zecche” di Askatasuna che martellano e le sinistre complici che giustificano, le toghe comuniste che scarcerano e le sfide referendarie che incombono. Questo fetido intruglio ideologico — cucinato e avvelenato dalle “menti raffinate” del melonismo da combattimento — viene servito agli italiani ogni giorno, per due ragioni convergenti e inquietanti.
La prima ragione è l’esigenza di raccontare un Paese fittizio: non sfiancato da un’economia che non cresce e da un salario che non basta, da una sanità che implode e da un carrello della spesa che esplode, ma impaurito e minacciato da un «terrorismo» che ritorna e che rende le nostre vite insicure e le nostre strade violente.
La seconda ragione è l’urgenza di affermare un dispositivo di potere autoritario e autosufficiente, che rifiuta il limite, manomette il contratto sociale e converte la forza del diritto in diritto della forza. Con intensità e velocità differenti, questo è il
“metodo di governo” che contraddistingue le destre moderne, in quest’era ormai post-occidentale forgiata e dominata da Trump.
Il terzo decreto sicurezza appena varato dal Consiglio dei ministri è a suo modo il paradigma di questo preteso “cambio d’epoca” imposto dai nuovi autocrati yankee style. Se non sono riusciti a picconare la Costituzione, a marciare sull’Habeas corpus e calpestare i diritti fondamentali dei cittadini, lo dobbiamo solo a Sergio Mattarella che ha impedito che questo provvedimento si trasformasse in un liberticidio da Junta cilena.
Avevano preparato un «fermo preventivo» che consentiva alle questure di trattenere per 24 o 48 ore chiunque fosse gravato solo da un «atteggiamento sospetto», come fanno l’Ice a Minneapolis, i cekisti a Mosca o i basiji a Teheran: Mattarella gli ha sbattuto in faccia l’articolo 13 della Costituzione, che considera «inviolabile» la libertà personale, e ora il fermo è limitato a 12 ore, si basa su indizi concreti come il possesso di armi ed è ammesso o revocato dalle procure.
Avevano previsto uno «scudo penale» per le sole forze dell’ordine: Mattarella gli ha sbattuto in faccia l’articolo 3 della Costituzione, che vuole tutti i cittadini «uguali di fronte alla legge», e adesso la protezione vale erga omnes e dispone l’iscrizione della persona coinvolta in un registro a parte e solo in presenza di elementi «evidenti» che giustifichino l’uso delle armi.
Pretendevano una cauzione preventiva, per poter organizzare una manifestazione: Mattarella gli ha sbattuto in faccia l’articolo 17 della Costituzione, che afferma il diritto di riunirsi pubblicamente e pacificamente, e questa norma è sparita. Dopo la cura del Colle, quel che resta è comunque un cattivo decreto, demagogico e inefficace, a metà strada tra Pinochet e Franceschiello.
Lo spiega bene a Repubblica l’ex capo della Polizia, Franco Gabrielli: la gestione dell’ordine pubblico «non è una formula da talk show, né da bar sport», le forze dell’ordine non si usano «come una bandiera propagandistica, promettendo scorciatoie miracolistiche che alla prova dei fatti non proteggono proprio nessuno».
Ma per le destre bisognava cogliere l’attimo, e l’hanno colto. I soliti 300 delinquenti da corteo gli hanno offerto il pretesto su un piatto d’argento. L’ennesimo rito tribale consumato dalla schifosa galassia black bloc, capace anche stavolta di mandare in vacca una manifestazione pacifica e di accanirsi su un poliziotto: che c’è di meglio, per costruirci sopra il macabro storytelling di un’Italia
sull’orlo della guerra civile e dunque bisognosa di rifugiarsi sotto il braccio violento della legge?
La premier parla di «tentato omicidio», Crosetto e Nordio evocano «i metodi da Br», Salvini urla «la galera non basta», Piantedosi vaneggia di «eversione». I Fratelli d’Italia — supportati da gazzettieri e conduttori di regime pronti a inscenare processi sommari in tv e sui giornali — accusano puntualmente le opposizioni di complicità e connivenza. Come se fossimo precipitati negli anni di piombo. Come se il pur orribile pestaggio dell’agente si iscrivesse nella tragica striscia di sangue che tra il 1970 e il 1980 fece più di 500 morti.
Ma questo è il modus operandi delle figlie e dei figli di Colle Oppio oggi traslocati a palazzo Chigi: moltiplicare il conflitto, mostrificare l’avversario, generare una risposta uguale e contraria. Era successo già nel 2023, dopo gli scontri di piazza per l’anarchico Cospito al 41-bis. Anche allora Meloni disse testualmente: «Lo Stato è sotto attacco, la democrazia è a rischio e dobbiamo reagire». Anche allora sembrava la vigilia di un’insurrezione armata. Sono passati tre anni, lo Stato è ancora lì e la democrazia pure, forse ammaccata più da quelli che dicono di volerla difendere che non dai rivoltosi.
L’emergenza permanente serve a dare una base psico-politica allo “stato d’eccezione” e alle leggi speciali. E, di qui al 22 marzo, serve anche a vincere il referendum, convincendo gli elettori che il vero inciampo del Paese non è chi lo governa male, ma le sinistre che sfasciano e le toghe che sabotano. Nel comodo salotto di Del Debbio, la premier ribadisce il suo sdegno per il «doppiopesismo della magistratura, che rende difficile la sicurezza dei cittadini».
Come i dottor Stranamore di via della Scrofa (che postano la foto dei picchiatori al corteo con un titolo «Questi votano no») anche la Sorella d’Italia usa la decisione del gip — che ha mandato ai domiciliari i tre ragazzi arrestati dopo la guerriglia urbana di sabato scorso — per gettare altro fango sulle toghe e suggerire così agli italiani di votare sì all’imminente ordalia referendaria.
Eppure basterebbe leggere l’ordinanza di convalida dell’arresto di quei giovani, per rendersi conto che si tratta di incensurati senza precedenti penali e che, trovandosi nelle retrovie del gruppetto di aggressori, nessuno dei tre ha colpito il poliziotto. Ma che volete che importi la verità, quando si tratta di screditare un nemico e di convincere il “popolo” a sconfiggerlo con un voto?
Vale per le toghe, e vale anche per le sinistre. Alle quali non si chiede la comune assunzione di una responsabilità, ma solo l’ammissione di una colpa. Chi sdottoreggia di una «borghesia fiancheggiatrice» dovrebbe fare nomi e cognomi, altrimenti viene il dubbio che fior di intellettuali democratici come Marco Revelli siano i nuovi Renato Curcio.
I casseur vicini ai centri sociali appartengono certamente all’album di famiglia della sinistra. Ma almeno quanto i picchiatori fascisti di Forza Nuova, che nel 2021 assalirono e distrussero la sede della Cgil, appartengono all’album di famiglia della destra. Con una differenza, purtroppo abissale. Oggi, dal Pd ad Avs, non c’è un solo parlamentare che abbia parlato di «compagni che sbagliano» e non abbia condannato le violenze di Torino: allora, di fronte alla furia con cui gli ex terroristi Fiore, Castellino e Aronica misero a ferro e fuoco il più importante sindacato italiano, Meloni non commentò, «bisogna prima capire qual è la matrice». Masha Gessen, sul New York Times, ha definito il trumpismo «terrore di Stato». Fermiamoci, noi, finché siamo in tempo.
(da Repubblica)

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LA DESTRA RINGHIA MA SENZA PIU’ BERSAGLI DA COLPIRE

Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile

DISMESSI I PANNI DA PSEUDOSTATISTA MELONI TORNA A FARE L’ARRABBIATA, LA PARTE CHE LE RIESCE MEGLIO

È cominciata la campagna elettorale per le prossime elezioni politiche. Sì, è vero, di mezzo c’è il prossimo referendum costituzionale sulla riforma della giustizia ma quando Giorgia Meloni decide di andare in televisione a invocare un “approccio più duro” e ad attaccare i magistrati sta già pensando al 2027.
L’ex generale Roberto Vannacci sta apparecchiando il suo partito con molta foga e poca organizzazione per aprire uno squarcio a destra. La combriccola per ora è piuttosto scassata (sono inciampati su nome e simbolo, per dire) ma l’obiettivo è chiaro: rastrellare i delusi dalla presidente del Consiglio “troppo diplomatica” e dal ministro dei treni in ritardo. Lui, Matteo Salvini, sembra convinto di inseguire il suo ex amico del cuore sul terreno della remigrazione, del gender e del solito mazzo della propaganda sovranista. Per questo la presidente del Consiglio ha deciso di dismettere temporaneamente i panni della statista per tornare l’arrabbiata di qualche anno fa.
Sarà una gara a chi ha il pugno più duro, a chi pesta più forte, a chi ha la mascella volitiva. E così sberle contro i magistrati, sberle contro i professori, pugni contro i manifestanti, pugno duro con la sinistra, botte ai migranti. Tutto simbolico, per carità: basta una legge ben fatta per fare più male delle mani. Solo che il Paese non
è quello di quattro anni fa, quello incattivito e arrabbiato che ha votato il governo più a destra della storia repubblicana. Ci sono 5,7 milioni di persone che vivono in povertà. I salari sono ancora sotto quelli del 2008 e aumentano i lavoratori che lavorano, sì, ma restano comunque poveri. L’inflazione accumulata è più alta dell’aumento degli stipendi.
Il “pugno” presuppone un nemico visibile, mobilitante, vivo. Ma il Paese reale è fatto di lavoratori stanchi, famiglie impoverite, giovani che emigrano o si ritirano e cittadini che si sfilano silenziosamente dalla partecipazione. Qui non c’è più una massa da eccitare, c’è una platea che si ritrae. E quel pugno lì sembra la mano che rimane vuota perché non ha più presa sulla realtà.
(da lanotiziagiornale.it)

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A 17 ANNI UCCISA E GETTATA IN UN CANALE DOPO UNA SERATA DI AMICI, FERMATO UN AMICO ITALIANO MA GLI ABITANTI CERCANO DI LINCIARE UN RAGAZZO IMMIGRATO CHE NON C’ENTRA UN CAZZO: COMPLIMENTI ALLA FECCIA LOCALE

Febbraio 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL GIOVANE FERMATO SAREBBE UN RAGAZZO ITALIANO CHE ERA STATO RESPINTO DALLA RAGAZZA, IN CASERMA AVREBBE CERCATO DI ADDOSSARE LA COLPA AL GIOVANE STRANIERO

Dramma nella notte a Nizza Monferrato, nell’Astigiano, dove una giovane di 17 anni è stata trovata morta, in un canale. Si chiamava Zoe Trinchero e l’ipotesi più probabile è che sia stata strangolata. Un amico della giovane si trova al momento in caserma, interrogato dal sostituto procuratore di Alessandria Giacomo Ferrando. Dopo qualche ora ha fatto arrivare un avvocato.
Secondo quanto ricostruito finora, a dare l’allarme sarebbe stato un abitante del posto, che verso mezzanotte da casa ha visto il corpo nel rio Nizza in un tratto in cui il corso d’acqua passa in mezzo alle case. Quando si è avvicinato si è imbattuto in un gruppo di amici che avevano passato la serata con lei e che la stavano cercando. Hanno provato a estrarla dall’acqua e hanno chiamato il 118 ma per la ragazzina non c’era più nulla da fare.
Il primo esame del medico legale ha riscontrato sul corpo lesioni che hanno subito fatto pensare a un omicidio. Le indagini dei carabinieri e della procura di Alessandria stanno cercando di fare luce sull’accaduto, partendo dalle testimonianze degli amici.
Zoe Trinchero lavorava come cameriera al bar della stazione con un contratto a tempo determinato ma proprio ieri sera, alla fine del turno, aveva parlato con il barista che le avrebbe rivelato l’intenzione di trasformarlo a tempo indeterminato. All’uscita dal bar la ragazza, verso le 21, ha incontrato degli amici in una birreria nella zona dei locali di Nizza Monferrato. Un’oretta più tardi pare si è presentato un amico, che aveva un interesse per la ragazza ma che lei aveva rifiutato. I due, stando al racconto degli altri amici, si sono allontanati di poco per parlare. Poco più tardi gli amici si sono accorti che i due non erano più lì e si sono messi a cercarli. Ed è stato a quel punto che hanno visto il cadavere, non lontano dalla birreria, in un cortile privato accanto al canale, a cui si accede da un cancello che è sempre aperto
Subito sono andati a casa dell’amico e sarebbe stato lui a sviare le indagini addossando la responsabilità a un ragazzo immigrato, che da molti anni vive lì e che soffre di disturbi mentali. Così nella notte diversi abitanti della cittadina piemontese si sono ritrovati sotto la sua abitazione e si è sfiorato il linciaggio, fino all’intervento dei carabinieri: dopo alcuni accertamenti è stato ritenuto totalmente estraneo all’accaduto.
Invece in caserma è stato portato l’amico che per ultimo era stato visto con Zoe. Entrato come testimone, dopo alcune ore di interrogatorio ha chiesto l’assistenza di un’avvocata.
(da agenzie)

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IL NUOVO STROMBAZZATO DECRETO SICUREZZA È SOLO FUMO NEGLI OCCHI DEGLI ALLOCCHI: SE IL GOVERNO MELONI AVESSE DAVVERO A CUORE IL TEMA, INVECE DI FANTOMATICI “FERMI PREVENTIVI” E “SCUDI PENALI”, SI OCCUPEREBBE DI ASSUNZIONI E STIPENDI DELLA POLIZIA

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

A DISPETTO DEGLI ANNUNCI, INFATTI, LE FORZE DELL’ORDINE DA ANNI SONO SOTTO ORGANICO, E GLI AUMENTI DI SALARIO PREVISTI DAL CONTRATTO NAZIONALE TRA 2022 E 2024 (+5,67) SONO STATI ANNULLATI DALL’INFLAZIONE, CHE CUMULATA HA RAGGIUNTO QUASI IL 15%

Il decreto sicurezza è solo fumo negli occhi. Se il governo di Giorgia Meloni avesse davvero a cuore il tema, invece di “fermi preventivi” e “scudi penali”, operazioni di propaganda buone per tenere a bada l’elettorato ex Msi in fuga verso il generale Roberto Vannacci, si occuperebbe della vera questione: organico e stipendi degli agenti.
Se infatti Giorgia Meloni oggi annuncia trionfalmente 35.000 assunzioni nelle forze dell’ordine nel triennio 2023-2025, i dati ufficiali e le parole dei sindacati denunciano da tempo un sotto-organico che ha dell’indecente: per 109.271 posti organici, mancano almeno 11.340 agenti, in aumento dai 10.271 del 2023.
Ogni anno 8.000 pensionamenti lasciano buchi che non vengono compensati dai nuovi ingressi. E quando si assume, lo si fa in fretta e male, come ha spiegato Franco Gabrielli, che del tema se ne intende (è stato Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica e capo della Polizia): “Sentiamo, nel dibattito pubblico: vogliamo più poliziotti, assumiamo più poliziotti, e le forze dell’ordine sono in una tempesta perfetta. Siccome le grandi immissioni sono avvenute tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, adesso stanno andando in pensione.
Quando ero capo della polizia dicevo che tra il 23 e il 30 sarebbero andati in pensione solo nella Polizia di Stato 40.000 persone. E che cosa sta succedendo? Sta succedendo che questa sorta di necessaria, quasi bulimia assunzionale sta restringendo i corsi. Quindi, in un tempo nel quale la realtà esterna è una realtà più complicata, noi immettiamo gente meno formata, con concorsi ordinari che sostituiscono appena i vuoti senza incrementi netti.
Capitolo stipendi: l’incremento previsto dal Contratto nazionale 2022-2024 vale il 5,78% (circa 196-198 euro netti mensili da 2024, retroattivi), che sale al 6% nel 2026, ma viene surclassato dall’inflazione cumulativa che ha raggiunto quasi il 15% (8,1% nel 2022, 5,7% nel 2023, 1% nel 2024), che erode il potere d’acquisto
reale. Infine, ciliegine sulla torta: non è stato introdotto nessun blocco dell’età pensionabile né una previdenza dedicata agli agenti.
Ulteriore dimostrazione che la sicurezza, per Giorgia Meloni, è uno slogan da brandire per fare campagna elettorale. A proposito: che al corteo di Askatasuna ci sarebbe stato un migliaio di criminali con bombe carta, spranghe e martelli, era prevedibile e ampiamente previsto.
Perché il governo di destra, in carica da più di tre anni, e che aveva promesso di riportare “legge e ordine”, non è riuscito a intercettare i picchiatori, arrivati anche dall’estero, prima che mettessero a ferro e fuoco la città?
Possibile che i servizi segreti e la Digos, capaci oggi di “attenzionare” chiunque (compresi preti e giornalisti) non avessero un “orecchio” tra i black bloc e gli antagonisti, arci-noti alle forze dell’ordine e già attenzionati da anni, per anticipare le loro mosse?
Curiosa, come abbiamo scritto su questo disgraziato sito, anche la coincidenza con la scissione dalla Lega di Roberto Vannacci: l’incontro tra il generale e il segretario del Carroccio, Matteo Salvini, si è tenuto lunedì 2 febbraio al Ministero dei Trasporti.
È in quel momento che è partita un’accelerazione del centrodestra sul tema sicurezza: il giorno successivo il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, alla camera ha tenuto un discorso insolitamente duro, a sancire una svolta sullo stile della stretta impressa da Donald Trump negli Stati Uniti.
Che si tratti della solita, cara, vecchia “strategia della tensione”, per far dimenticare tutte le magagne degli ultimi mesi (il mancato rafforzamento delle forze dell’ordine, il flop dei centri in Albania, l’economia reale che arranca, gli stipendi al palo e la insidiosa vicinanza della Ducetta allo svalvolato Trump)? Ah, non saperlo…
(da Dagoreport)

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CARLO CONTI ANNUNCIA COME CO-CONDUTTORI DEL FESTIVAL LILLO E PUCCI E SUI SOCIAL ESPLODE LA POLEMICA: “PUCCI, QUELLO MISOGINO, RAZZISTA E FASCIO? LA VOGLIA DI SEGUIRE QUESTO SANREMO È PARI A ZERO”, “È IL PUNTO PIÙ BASSO DEL FESTIVAL MELONIANO”, “CARLO CONTI È DAVVERO L’UOMO NERO”

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

“COMPLIMENTI A CARLO CONTI, ABBIAMO ANCHE ANDREA PUCCI, QUELLO CHE FA BODYSHAMING SU ELLY SCHLEIN, BATTUTE OMOFOBE E FINEZZE VARIE”

“Carlo Conti è davvero l’uomo nero”, si legge su X, e sotto al testo parte un video del Duce impegnato in una delle sue arringhe a mento alto.
“Chiamare Pvcci” – scritto proprio così, con la v al posto della u, a richiamare il Lvi mussoliniano – “è il punto più basso raggiunto da questo Festival meloniano, punto di non ritorno.
Imbarazzo, mestizia. Conti un burocrate, altro che direttore artistico. Non mi sorprende però, mai piaciuto, sempre stato sopravvalutato”, dice un altro.
Ma il social network dei messaggi telegrafici in poco tempo diventa un unico papiro di parole che si scagliano molto aspramente contro la rivelazione mattutina di Carlo Conti, conduttore e direttore artistico di Sanremo, quella di avere il cabarettista Andrea Pucci come co-conduttore sull’ambitissimo palco dell’Ariston giovedì 26 febbraio.
“Negli anni in cui c’è una bellissima spinta dal basso nella stand up italiana, con comiche e comici incredibili, a Sanremo invitano il solito cafone che faceva ridere forse nel 1996. Forse. E non solo in questa edizione. Boh, raga, capito che è TeleMeloni, ma avete istinti suicidi”, osserva una utente.
“Pucci, quello misogino, razzista e fascio? La voglia di seguire questo Sanremo è pari a zero” e “Anche il comico Pucci a Sanremo. Pucci, quello che ‘ti infilavano il tampone in una narice, se erano stronzi anche nell’altra, se erano ancora più stronzi
in bocca, se invece ti chiamavi Zorzi, nel culo”, messaggio che ripropone l’indelicata (eufemismo) battuta con la quale il comico, nel 2022, attaccò in uno dei suoi spettacoli l’influencer, vincitore del Grande Fratello Vip, Tommaso Zorzi.
Non ultima, anzi probabilmente è stata tra i primi, c’è la giornalista e personalità televisiva Selvaggia Lucarelli che ha dato il via a una sequela di repliche al vetriolo sotto al suo post: “Complimenti a Carlo Conti, dopo quella che non canta Bella ciao e lo stalker canterino amico di Giorgia, sul palco di Sanremo abbiamo anche Andrea Pucci, quello che fa bodyshaming su Elly Schlein, battute omofobe e finezze varie. È un bel presidente!”.
La sfilza di tweet è arrivata dopo che nella mattinata, con un video pubblicato sui social, Carlo Conti ha confermato le voci della co-conduzione di Lillo e l’aggiunta di un nuovo nome, quello appunto di Pucci voluto, ma ancora non è ben chiaro da chi, sul palco della 76ª edizione del Festival di Sanremo.
Intanto, Pucci dimostra tutta la sua caratura di comico con un post sul proprio profilo Instagram che lo ritrae nudo
(da agenzie)

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