Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
GLI SCONTRI DI TORINO SONO LA TEMPESTA PERFETTA
Dopo la manifestazione di sabato a Torino, il governo Meloni ha trovato la tempesta perfetta
per parlare di terrorismo ed eversione, giustificando così il nuovo Decreto Sicurezza che verrà votato dopodomani in Consiglio dei Ministri.
Quando tra noi addetti ai lavori abbiamo visto che la data del provvedimento era stata fissata al 4 febbraio, il pensiero è stato immediato: arriva subito dopo il corteo di Torino contro lo sgombero di Askatasuana e a soli due giorni dall’inizio delle Olimpiadi di Milano-Cortina. È il momento perfetto per la repressione e per la limitazione dei diritti individuali e collettivi, con un focus specifico sulla libertà di manifestazione.
Quello che è accaduto sabato è l’esempio di una pessima gestione della piazza: migliaia di agenti, elicotteri, droni e una città militarizzata che insieme non sono riusciti a gestire gli scontri qualche decina di manifestanti. Perché è questo che fanno le Forze dell’Ordine: gestire la piazza per evitare che la violenza sia preponderante in una manifestazione, non lanciare lacrimogeni prima di qualsiasi contatto, aumentando in questo modo la tensione.
Askatasuna e la deriva ungherese del governo
Questa situazione è bene ricordarlo è iniziata con lo sgombero del centro sociale Askatasuna, che ha trasformato il quartiere Vanchiglia in una zona blindata dove è stato persino impedito ai bambini di andare a scuola, perché i mezzi delle forze dell’ordine bloccavano il passaggio ai residenti.
Un clima di tensione crescente, necessario a innescare quello scontro di piazza cercato da una piccolissima parte dei partecipanti, ma che ha finito per oscurare le 50.000 persone scese in strada per chiedere il ritorno della legalità.
Una legalità intesa in senso opposto a quella del governo: il ritorno a quel percorso di regolarizzazione dell’immobile che il centro sociale stava portando avanti insieme al Comune. Un progetto per dare stabilità a una realtà che non era solo un collettivo politico, ma un riferimento per l’intero quartiere attraverso il doposcuola,
lo sport popolare e le attività sociali. Ieri la Procuratrice di Torino ha parlato di associazione a delinquere, un’accusa mossa contro Askatasuna in passato e per la quale sono stati prosciolti i militanti, eppure l’obiettivo politico sembra sia proprio quello di trovare una rete eversiva, attaccando quella che la procuratrice chiama zona grigia della borghesia colta, ovvero chi era in piazza per chiedere il ritorno alla legalità in città.
Invece, si è scelto di aumentare la pressione con le identificazioni preventive per chi arrivava in città, segnando un’ulteriore svolta antidemocratica. È una deriva ungherese che, mese dopo mese, si concretizza attraverso i decreti sicurezza. Ma se c’è una cosa chiara, è che questo modello basato esclusivamente sulla repressione non ci rende più sicuri: ci rende solo tutti più deboli nei nostri diritti.
(da Fanpage)
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Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
SCONTRO CON IL QUIRINALE SULLA CAUSA DI GIUSTIFICAZIONE PER LA LEGITTIMA DIFESA… L’IDEA RIDICOLA DELLA CAUZIONE PER CHI MANIFESTA
Stop alla vendita di coltelli ai minori, scudo penale per poliziotti e altre categorie, fermo preventivo di 12 ore per chi ha precedenti specifici e va a manifestare.
Il decreto sicurezza
L’obiettivo è di fare il punto prima del Consiglio dei Ministri di mercoledì 4 febbraio. Dove dovrebbe arrivare l’approvazione del piano. Piantedosi aveva detto che tra decreto e disegno di legge l’esecutivo puntava a modificare una sessantina di norme. Ora il conto è aumentato. Adesso è anche pronto il «giro di vite contro chi dichiara guerra allo Stato», perché «serve una risposta ferma per evitare un’escalation, figlia di un brutto clima», fa sapere Repubblica.
Sul tavolo di Meloni ci sono da tre settimane 65 norme suddivise in due bozze. La prima riguarda un decreto (25), la seconda un disegno di legge (40). La scelta del «veicolo» sarà fondamentale perché cambieranno i tempi di entrata in vigore delle norme e la loro ricaduta. Venerdì 6 febbraio iniziano le Olimpiadi invernali, si temono manifestazioni e scontri dopo l’annuncio della presenza di alcuni agenti americani dell’Ice.
Il Daspo
La riunione di oggi servirà a decidere cosa mettere nel decreto e cosa nel disegno. Il Quirinale aspetta per esprimersi. Attende di leggere le carte. Nelle scorse settimane però erano emersi dubbi sullo scudo penale e sulla stretta alla piazza. Mentre dopo Torino arriverà il daspo per le manifestazioni per chi negli ultimi cinque anni è stato denunciato o condannato, anche con sentenza non definitiva, per reati contro la persona o il patrimonio. Nella bozza del ddl si apre alla possibilità di procedere alle perquisizioni sul posto anche in occasione di manifestazioni in luogo pubblico. Potrebbe, invece, essere non percorribile la proposta di inserire l’obbligatorietà di una cauzione per gli organizzatori delle manifestazioni a copertura di eventuali danni, richiesta da Salvini: secondo il Viminale aumenterebbe il rischio di iniziative a sorpresa invece che servire da deterrente.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
ECCO I DOCUMENTI RISERVATI
La storia che ci viene raccontata è sempre la stessa: siamo costretti a pagare di tasca nostra
10 miliardi di euro l’anno perché le liste d’attesa sono troppo lunghe. E infatti una visita su due e un esame diagnostico su tre sono a carico dei cittadini,
Quello che nessuno spiega è il motivo per cui queste liste d’attesa non si riducono mai, anzi aumentano, e quali interessi economici contribuiscono ad alimentarle.
La legge e la realtà
Per legge, la libera professione intramoenia — cioè l’attività privata svolta dai medici dentro o per conto dell’ospedale pubblico — non può superare l’attività istituzionale garantita dal Servizio sanitario nazionale. Lo stabilisce il decreto legislativo 229 del 1999 (riforma Bindi): «Al fine anche di concorrere alla riduzione progressiva delle liste di attesa, l’attività libero professionale non può comportare, per ciascun dipendente, un volume di prestazioni superiore a quella assicurato per i compiti istituzionali» (art. 13, comma 3 qui). L’obiettivo dichiarato è chiaro: le liste d’attesa vanno tenute sotto controllo. Accade esattamente il contrario.
Vediamo con esempi estratti da documenti riservati del ministero della Salute cosa succede tra gennaio e settembre 2025 per gli esami diagnostici. Cardarelli di Napoli, colonscopia: al 98% in libera professione. Ospedale Besta di Milano: ecografia osteoarticolare al 90%. Istituti fisioterapici ospitalieri di Roma, risonanza magnetica: 85%. Sulle visite mediche abbiamo i dati aggiornati a tutto il 2025. Azienda ospedaliera universitaria di Padova prima visita cardiologica 84%. Azienda Usl Toscana Sud-Est prima visita ginecologica 70%. Ospedale Policlinico San Martino di Genova prima visita neurologica 66%. Nei grafici in pagina tutta la lista.
Il circolo vizioso
Questo accade perché ci sono storture di sistema che creano un circolo vizioso che agisce su due livelli.
Primo livello. Il Servizio sanitario nazionale non riesce a soddisfare il bisogno di cure, pertanto le liste d’attesa si allungano. A quel punto la domanda viene catturata a pagamento dagli stessi medici pubblici, che fanno libera professione ovunque: dentro l’ospedale, negli studi privati, perfino fuori Regione. Il paziente paga la
visita o l’esame diagnostico in libera professione. Se poi serve l’intervento chirurgico, si rientra nel Servizio sanitario nazionale, ma non è una novità che il canale privilegiato aperto con la visita privata consenta spesso di saltare la fila. E questo aumenta l’intasamento dell’ospedale pubblico.
Secondo livello. Gli ospedali privati accreditati ricevono metà dei loro ricavi dal Servizio sanitario nazionale. Pur sorretti dal pubblico, però, orientano sempre più la loro attività verso le prestazioni più redditizie e a pagamento. E per ampliare il business privato arrivano a utilizzare in libera professione gli stessi medici del Servizio sanitario nazionale.
Per rendere più chiaro il circolo vizioso prendiamo due esempi: quello di un ospedale pubblico, e quello di un privato accreditato, entrambi d’eccellenza.
Il caso del Rizzoli di Bologna
L’ospedale Rizzoli è ai vertici mondiali per l’ortopedia: primo in Italia, quarto in Europa, undicesimo nel mondo. Ha 374 posti letto, oltre 150 mila pazienti e 20 mila ricoveri l’anno (qui).
Sul suo sito si legge: «Libera professione: medici del Rizzoli nella tua regione». Tradotto: tre primari e 19 équipe (con specialisti che ruotano a turno) vanno a fare visite a pagamento in libera professione in 77 ambulatori privati di 57 città in mezza Italia (qui). Chi poi deve essere operato tende a fare l’intervento a Bologna. Tra gennaio 2024 e agosto 2025, su 27.613 ricoveri in ortopedia e traumatologia, 14.795 pazienti arrivano dall’Emilia Romagna (54%) e 12.818 dal resto d’Italia (46%).
Quel 46% rispetta i criteri con cui vengono programmati e finanziati i posti letto ospedalieri nelle regioni? Il decreto ministeriale 70 del 2015, che definisce gli standard dell’assistenza ospedaliera, stabilisce siano attribuiti su base regionale 3 posti letto per acuti ogni mille abitanti, tenendo conto della mobilità interregionale solo come fattore marginale (articolo 1, comma 3, lettera b qui). Il presupposto è che il bacino principale di riferimento resti quello dei residenti e che i flussi da fuori regione abbiano dimensioni fisiologiche.
Quando invece quasi un ricovero su due riguarda pazienti extraregionali, come accade al Rizzoli, salta il meccanismo su cui quei 374 posti letto sono stati assegnati. Va però fatto un distinguo: il Rizzoli è un Irccs e, in virtù dell’alta specialità, attrae molti pazienti da fuori Regione, pertanto questi parametri sono
meno stringenti. Ma se poi i medici del Rizzoli vanno anche a cercarsi capillarmente i pazienti in tutta Italia, e non per interventi di alta complessità, l’intasamento diventa inevitabile.
Il risultato per i cittadini della regione è questo: tra gennaio 2024 e agosto 2025, oltre la metà dei 2.482 interventi di anca e dei 1.743 di ginocchio sfora i tempi previsti. Per gli interventi da eseguire entro 180 giorni, le attese arrivano a oltre un anno per la sostituzione d’anca (con punte a 490 giorni) e a un anno e mezzo per il ginocchio.
Il 7 novembre 2025 il governatore Michele de Pascale denuncia a 24 Mattino: «Il nostro problema principale è l’enorme pressione di persone che si vengono a curare qui da fuori Regione. Il sistema si sta intasando, e non riusciamo più a soddisfare i nostri cittadini».
Il caso di Humanitas a Milano
Il gruppo dell’imprenditore Gianfelice Rocca è ai vertici della Sanità privata della Lombardia, secondo per fatturato solo al Gruppo San Donato della famiglia Rotelli. Il suo gioiello è l’ospedale Humanitas a Rozzano (Milano), con 759 posti letto, 2,3 milioni di visite e 45 mila ricoveri l’anno. Il fatturato complessivo 2024 è di 627 milioni di euro, con un aumento di 35,7 milioni rispetto al 2023: 303,5 milioni provengono dall’attività per il Servizio sanitario nazionale (+4,9 milioni), 208,3 milioni dall’attività privata (+15,5 milioni). La parte privata cresce tre volte più di quella pubblica .
Il 26 giugno 2025 Humanitas compra dalla famiglia Cremascoli una partecipazione al 47,5% nella società Columbus Clinic Center S.r.l., che dal 2014 conduce in regime d’affitto d’azienda la clinica milanese di proprietà dell’Istituto delle Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. Con il 19,5% intestato alla fiduciaria Eurofinleading spa, che fa capo sempre a Humanitas, il gruppo di Gianfelice Rocca detiene la maggioranza della Columbus. Da fine giugno, su otto membri del consiglio di amministrazione, cinque sono indicati da Rocca, compreso l’amministratore delegato Alex Carini.
La Columbus è una clinica interamente privata, senza nessuna convenzione con il Servizio sanitario nazionale. Sul sito di Humanitas c’è il rimando diretto per prenotare alla Columbus, dove lavorano almeno 137 medici dei più importanti ospedali pubblici di Milano. Lo possono fare perché la legge prevede: «Al fine di
garantire l’esercizio dell’attività libero-professionale intramuraria, in caso di carenza o inidoneità degli spazi aziendali, le aziende sanitarie possono acquisire, anche mediante convenzioni, spazi ambulatoriali esterni» (L. 120/2007 art. 1, comma 4). L’attività a pagamento fuori dall’ospedale pubblico dovrebbe però essere un’eccezione, qui invece diventa d’ordinaria amministrazione e finanzia il business di una clinica privata.
La commistione pubblico-privato
Per legge quando i tempi di attesa indicati sulla ricetta con le «classi di priorità» (Urgente, Breve, Programmata, Differita) non possono essere rispettati dal Servizio sanitario nazionale ci sono due opzioni (Decreto-legge 7 giugno 2024, n. 73 art. 3 comma 10). La prima è che il direttore generale dell’ospedale si rivolga ai suoi medici che fanno attività a pagamento dentro l’ospedale in modo che la riducano a vantaggio del Sistema sanitario nazionale. La seconda opzione la deve esercitare la Regione, ed è quella di farsi aiutare dai privati accreditati. Ma, alla luce di questo scenario, chi davvero può rispettare la legge? In ogni caso il cittadino ha diritto in caso di mancato rispetto dei tempi di attesa a utilizzare la libera professione dentro l’ospedale pubblico e pagare solo il ticket (Decreto-legge 124/1998, art. 3 comma 1). Ma è una legge ancora troppo spesso sconosciuta e, nella maggior parte dei casi, portata avanti tramite gli sportelli «SOS liste d’attesa» che si sono specializzati nella materia (come per esempio quelli delle Acli qui).
Diciamolo, allora, senza ipocrisie: le liste d’attesa sono un serbatoio enormemente redditizio, e abbatterle non conviene a nessuno. E i pazienti o pagano o non si curan
di Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da corriere.it)
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Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
UN ITALIANO SU QUATTRO CREDE CHE IN ALCUNE CIRCOSTANZE SIA MEGLIO UN REGIME, OVVIAMENTE VOTANO CENTRODESTRA
La maggioranza degli italiani ritiene che «il Paese ha bisogno di essere guidato da un leader forte». Non è una novità, ma la conferma di un orientamento rilevato dai sondaggi di LaPolis-Università di Urbino Carlo Bo (con Demos e Avviso Pubblico) da molti anni. E confermato da un’indagine recente (qui le tavole).
L’ampiezza del consenso verso questa idea è costante nel tempo. Sempre intorno al 60%, con variazioni limitate. Nell’ultima rilevazione, infatti, la sua misura è il 57%, in ambito nazionale. E oltre. Con una precisazione: “il” leader è divenuto “la” leader. Una donna. A presiedere il governo italiano, infatti, è Giorgia Meloni. Alle guide dei Fratelli d’Italia. Mentre a capo dell’opposizione è Elly Schlein, segretaria del PD. Se guardiamo oltre i nostri confini, l’Unione Europea è presieduta da Ursula von der Leyen.
La domanda di un(a) leader forte si riflette nel timore che la “personalizzazione del potere” genera sul destino della democrazia. Un sentimento di inquietudine che coinvolge circa 4 italiani su 10. Per la precisione: il 38%.
D’altra parte, si tratta di una tendenza di lungo periodo. Corrisponde alla crisi dei partiti, che, a loro volta, si sono “personalizzati”, “leaderizzati”. In quanto la loro immagine coincide con quella del – o della – leader. Un orientamento avviato, com’è noto, da Silvio Berlusconi, negli anni Novanta. E, successivamente, ri-prodotto in tutto il sistema politico. In quanto la “personalizzazione” è divenuta una svolta condivisa da tutti i partiti. Favorita soprattutto dai “media”, in quanto la “mediazione” fra politica e società non si è più affidata ai partiti e alla loro organizzazione, ma … ai “media”. Anzitutto, alla televisione e, in seguito, al digitale. Così, l’immagine ha rimpiazzato le ideologie, mentre la comunicazione si è imposta sulla partecipazione. Questa tendenza si è diffusa rapidamente e oggi è visibile in tutte le forze politiche. Di ogni orientamento. Il ruolo del leader è divenuto, quindi, determinante. E coincide, spesso, con il partito.
Fabio Bordignon ha riassunto questa situazione con una definizione efficace: la “democrazia del Capo”. Una cornice ai dati del sondaggio di LaPolis. Nel quale si
conferma l’indebolirsi del sentimento democratico, già emerso da altre indagini precedenti. Oggi, infatti, il 23% degli italiani ritiene che “in alcune circostanze un regime autoritario può essere preferibile al sistema democratico”. Una quota che supera il 30 fra coloro che evocano (e invocano) l’avvinto di “un leader forte”. In altre parole, una “democrazia del capo”. Del-la leader. Questo orientamento riflette soprattutto le preferenze politiche delle persone intervistate. Raggiunge, non per caso, il massimo livello, il 75%, 3 elettori su 4, fra gli elettori dei Fd’I. Dunque, di Giorgia Meloni. E ciò conferma come i Fd’I siano divenuti, a loro volta, un “partito personale”. Il PdGM: il Partito di Giorgia Meloni.
Una domanda di “leadership forte” si osserva, non per caso, nella base di Forza Italia. L’artefice del “partito personale”. Nonostante il suo fondatore non ci sia più. A breve distanza, segue la Lega. Divenuta, a sua volta, LdS, Lega di Salvini. Un partito non più “territoriale” ma “personale”. Più indietro è il M5s. Non per caso, in quanto, nonostante nel corso degli anni sia cambiato in modo significativo, è sorto anch’esso, nella prima fase, come un “partito personale”, quanto meno, “personalizzato”, intorno alla figura di Beppe Grillo, che lo ha creato e definito come “anti-partito”. Un modello seguito da molti altri soggetti politici. Compresi i Fd’I. La cui affermazione è stata favorita in quanto, alla fine dello scorso decennio, erano esterni ai governi. Passati e recenti. Lontani da tutte le altre forze politiche, nel sondaggio di LaPolis-Università si Urbino (con Demos), vi sono i partiti di Centro Sinistra e, soprattutto, il PD. Un dato “significativo”. Riflette e “dà significato” alla sua “distanza” dal governo. E dalla “personalizzazione politica”. In quanto è, sicuramente, un “partito impersonale”. Non rappresentato dalla figura del Capo. Ciò sottolinea la distanza del PD dal modello dominante. E lo propone come “partito”, oltre e al di là della figura del leader. Ma, al tempo stesso, in questi tempi, lo penalizza. Perché i partiti sono ormai un participio passato. In quanto… sono “partiti”.
(da Repubblica)
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Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“SONO RAGAZZI NON OMOLOGATI CHE RIFIUTANO UN MODELLO PERVERSO”
«Colto lo spero, borghese non vorrei: la nostra ricchezza deriva da cinque secoli di
colonialismo e stragi. E questi ragazzi rifiutano quel modello perverso che porta, inevitabilmente, alla guerra».
Così Piergiorgio Odifreddi, matematico e intellettuale, già docente di logica all’Università di Torino e alla Cornell University, risponde alle parole della procuratrice generale del Piemonte Lucia Musti. Il giorno dopo il corteo di Askatasuna e la guerriglia, ci tiene a fare una distinzione: «Un conto è la manifestazione pacifica di migliaia di persone, un altro sono quelle frange più violente e ristrette, che potrebbero anche essere state mandate da dei provocatori. D’altronde le pietre, le botte sono un danno al movimento. Ma io sono felice di vedere i giovani protestare, cercare di farsi sentire».
La procuratrice Musti ha parlato di una «area grigia colta e borghese» che normalizza o giustifica la violenza. Da intellettuale, si sente chiamato in causa?
«Un magistrato fa il suo lavoro, è chiaro che quella sia la sua posizione ufficiale. Ma chiediamoci: se c’è un antagonismo, se una parte non è d’accordo, mentre l’altra è armata fino ai denti, come si può manifestare e dissentire? Mandela, quando fece il suo famoso discorso al processo che poi lo condannò all’ergastolo, disse chiaramente: “Noi dell’African national congress all’inizio abbiamo protestato in maniera pacifica, e non è successo niente. Poi abbiamo fatto disobbedienza civile, nulla. Alla fine siamo diventati terroristi”. E infatti l’hanno arrestato e condannato, poi però è diventato presidente del Sudafrica e ha preso il nobel per la Pace. In Palestina, la violenza è stata l’altra faccia di quella subita. Solo che non si può dire».
Parla del 7 ottobre?
«Le azioni di quel giorno gli israeliani le hanno fatte costantemente. Nel ’48, prima che nascesse lo Stato di Israele, gli ebrei espatriati in America, tra i quali c’erano personaggi dal calibro di Albert Einstein e Hanna Arendt, parlarono di “deriva nazifascista”. Solo che ci sono i doppi pesi e le doppie misure. Gaza ha scosso e mosso i ragazzi. E dico per fortuna, perché se no diventiamo complici di quello che ci circonda – e il governo di oggi non brilla dal punto di vista democratico, pensiamo al rapporto di Meloni con Trump. Ogni generazione ha avuto la sua battaglia, la mia il Vietnam, poi l’Iraq».
È giusta anche la violenza, le pietre, la guerriglia?
«Ovviamente va sottolineata la distanza tra il corteo pacifico di decine di migliaia di persone e le frange più violente e ristrette. Io non sono sceso in piazza sabato, ma ho conosciuto questi ragazzi, dal liceo Cavour a Palazzo Nuovo, e ti fanno respirare. Poi certo, ci sono questi gruppetti, ma chi li manda? Queste azioni mettono in forse il movimento stesso, come accadde durante la rivoluzione di Maidan in Ucraina. Si rischia di porre in essere condotte senza consapevolezza. Detto questo, io gioisco dei movimenti di opposizione, perché qualunque sia il governo, i plebisciti non sono mai positivi, anche fosse l’esecutivo migliore del mondo».
E quindi lei si sente uno di quei colti borghesi di cui parlava la procuratrice Musti?
«Colto non so, probabilmente sì. Poi chi non è borghese ora? Anche se mi piacerebbe non esserlo. Sicuro non lo sono come postura mentale. In Occidente siamo il 10% del mondo e consumiamo il 90%. Ci sentiamo più avanzati, ma dietro di noi ci sono 5 secoli di colonialismo, da lì deriva la nostra ricchezza; l’Italia ha smesso di essere una potenza coloniale nel 1960. Nelle Americhe in cui c’erano 400 milioni di persone, Spagna e Portogallo in un secolo ne hanno fatte fuori 80 milioni. Quando l’Inghilterra o la Francia guardano al conflitto ucraino dicendo che non è concepibile appropriarsi del territorio di altri, hanno un re che regna anche sul Canada. Ci arrabbiamo con Trump, ma invece di dire che la Groenlandia è di chi la vive, diciamo che vuole essere rubata alla Danimarca. E le zone di influenza? Pensiamo alla Libia per l’Italia».
Era d’accordo con il progetto su Askatasuna voluto dal sindaco Stefano Lo Russo?
«Io sì, mi sembra che lui invece si sia tirato indietro. Ma quanti erano quelli che vivevano nell’immobile prima dello sgombero? I numeri erano piccolissimi. E il dispiegamento di forze arrivato dopo nel quartiere sembrava da assetto di guerra. Vicino a casa mia c’è una casa occupata da persone migranti, sono quasi certo che lo facciano per necessita. Questi ragazzi invece rifiutano il modello di vita occidentale: se uno decide di non entrare negli ingranaggi del lavoro, del consumo, noi ci scandalizziamo, ma questo non è democratico».
Che ragazzi sono?
«Sono giovani che hanno studiato, hanno vissuto quella borghesia e ora rifiutano un modello che accumula ricchezza e, inevitabilmente, porta alla guerra. Noi occidentali abbiamo invaso l’intero mondo, fatto stragi. Per me non fare figli è stata una scelta ideologica: l’educazione è sempre una violenza, perché significa imporsi e vietare».
(da La Stampa)
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Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LA PASSIONE PER GLI ARCANGELI: BERLUSCONI NE ERA DEVOTO, MELONI HA UNA COLLEZIONE DI 300 STATUETTE
Andreotti collezionava campanelli, Craxi cimeli garibaldini, D’Alema civette, Renzi spillette da bavero. Ma forse non tutti sanno che Giorgia Meloni fa collezione di angioletti. In un articolo uscito su Il Tempo dieci anni orsono la sua raccolta ammontava già a 300 pezzi. Pare di ricordare anche una foto in cui gli angioletti facevano da sfondo a qualche intervista. Di uno di questi certamente si è privata nel gennaio del 2023 per farne dono a Papa Bergoglio.
Forse tutto ciò non ha nulla a che fare con l’apparizione dell’angelo meloniano di San Lorenzo in Lucina, raffigurato con un cartiglio dell’Italia fra le mani. Forse invece, proprio perché nota solo nell’inner circle o cerchio nero di Fratelli d’Italia, la passione collezionistica della premier potrebbe giustificare un omaggio pittorico e cortigianesco. Si tratta comunque di una coincidenza che doverosamente si pone all’attenzione del gentile pubblico della perenne commedia italiana.
Sempre in tema di coincidenze e sincronie, argomento a cui uno studioso serio come Giorgio Galli ha dedicato gli ultimi anni della sua vita, si avrebbe qui il cervellotico ardire di far presente che proprio nel giorno dell’angelica scoperta la premier ha pensato bene di far la sua inaspettata comparsa, con ovvio corredo di selfie, presso i due mezzi militari blindati di ferina denominazione “Puma” che da qualche giorno le autorità di pubblica sicurezza hanno dislocato alla Stazione Termini per intimidire borseggiatori e maranza.
Sul ruolo di custodia e vigilanza esercitato fra cielo e terra da angeli e arcangeli esiste del resto un’ampia letteratura che serenamente, però anche forzatamente s’intreccia con gli usi e costumi del potere.
A casa Berlusconi, per esempio, essendo Silvio nato il 29 settembre, ricorrenza dei santi Gabriele, Michele e Raffaele, si coltivava il culto dell’Arcangelo, ciò che in parte può spiegare la provvida amicizia con don Verzè e il suo svettante policlinico. Per non lasciare nulla d’intentato, su un terreno assai meno filantropico e affaristico, tocca ricordare tuttavia anche la famigerata Legione dell’Arcangelo Michele fondata cent’anni fa in Romania con l’intento di “purificazione” ultranazionalista da Corneliu Zelea Codreanu. Ribattezzata poi, assai poco angelicamente, “Guardia di Ferro”, ebbe ammiratori qui in Italia nell’estrema destra e un po’ anche nelle organizzazioni giovanili del Msi, pure ai tempi dell’apprendistato di Giorgia.
Nota bene. Non per nascondere la manina dopo aver tirato il sassetto, ma sarebbe assurdo stabilire il benché minimo collegamento fra Codreanu e Meloni attraverso l’angioletto di San Lorenzo in Lucina. Basterebbe d’altra parte l’inconfondibile ambientazione capitolina della vicenda e in particolare dell’autore-sacrestano del restauro creativo, quel Valentinetti che parla della “Magica”, di una sua giovane amica voluta per un film dai “registi di Cecchi Gori” e di un frate (!) da Velletri apparsogli in sogno per anticipargli una commessa a Macherio.
Sennonché, e non da oggi, le immagini hanno spesso una genesi ineffabile, misteriosamente rispondono all’inconscio collettivo, vivono di vita propria e non di rado, sempre per vie traverse, sfuggono di mano, specie in momenti di incertezza. Con tali e vaghi presupposti, ma purtroppo con il soccorso della storia — dalle scuole di Mistica Fascista al culto di Stalin fino a certe usanze dall’Africa alla Corea del Nord — accade che la leadership venga in vario modo sacralizzata. Angelica o meno che sia, la trasfigurazione rafforza il carisma del prescelto presentandolo come eterno e infallibile — anche se nel caso di Meloni, pensando a Salvini, Tajani, Lollo o Donzelli, non appaiono necessarie investiture celesti. Meglio senz’altro un potere che colleziona i suoi graziosi angioletti, ma al dunque resta provvisorio, modesto e faticoso. A San Lorenzo, oltre a un busto scolpito dal Bernini e a due quadri di Guido Reni, sono conservati un pezzo di graticola e le catene del martire. Di vincoli, dubbi e pericoli, per forza di cose, è fatta non solo la democrazia, ma anche la politica di buon senso.
(da Repubblica)
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Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
SU 29 CARRETTE DEL MARE SOLO DUE SONO RIUSCITE A RESTARE A GALLA … REFUGEES IN LIBIA: “I GOVERNI DI ITALIA E MALTA NON HANNO MOSSO UN DITO”
La Guardia costiera aveva parlato di 380 dispersi. Ma secondo le ong “porebbero essere
almeno mille le persone spinte in mare nei giorni del ciclone Harry e mai arrivate sull’altra sponda del Mediterraneo”.
“Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito”, denuncia Laura Marmorale di Mediterranea Saving Humans, sulla base delle testimonianze raccolte da Refugees in Libya, la rete di supporto di rifugiati e richiedenti asilo sulle due sponde del Mediterraneo.
Da quando le prime notizie sul naufragio si sono diffuse, gli attivisti di Ril in Europa hanno iniziato a raccogliere dati, storie, a contattare chi dall’altra parte del mare aspetta di partire. E il quadro emerso è sconcertante: almeno ventinove barchini, molti dei quali in ferro, tristemente noti come le “bare galleggianti” per l’estrema precarietà anche in condizioni meteo favorevoli, secondo le testimonianze raccolte sono stati spinti in mare. Uno è riuscito a tornare indietro, uno è miracolosamente arrivato a Lampedusa, sfidando onde alte come palazzi che sono costate la vita a due gemelline di appena un anno o poco più e un ragazzo crollato poco dopo essere arrivati sull’isola. Di tutti gli altri rimane solo il ricordo, che dà forma a quella che con il passare dei giorni appare come una strage.
Le partenze chilometro per chilometro
Secondo le testimonianze raccolte un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, avrebbe costretto a partire cinque barchini con a bordo tra le 50 e le 55 persone cadauno. Dal chilometro 19 al chilometro 21, ne sarebbero salpate altre dieci, sette dal chilometro 30, fra cui l’unica carretta del mare riuscita ad arrivare nei pressi di Lampedusa e soccorsa da Finanza e Guardia costiera. Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato a riva, con i sopravvissuti arrivati sotto shock fra gli uliveti vicino a Sfax. Con loro Refugees in Libya afferma di aver parlato, tutti raccontano di barche capovolte o distrutte e decine di salme tra le onde.
L’unico sopravvissuto soccorso dal mercantile Star
Anche Ramadan Konte, ragazzo della Sierra Leone trovato aggrappato a un relitto dalla nave mercantile Star, quella strage l’ha vista e ne può parlare. Era su un barchino con altre 47 persone partito da Sfax, a bordo c’erano anche suo fratello, sua cognata, il nipote. Nessuno è sopravvissuto.
Quando la nave lo ha trovato, da almeno ventiquattro ore cercava di resistere al freddo e alle onde aggrappato a un pezzo della barca che il mare aveva distrutto. Attorno a lui – si vede nel video diffuso dal comandante del cargo Ahmed Omar Shafik, decine di cadaveri.
Un cadavere recuperato da Ocean Viking, dodici dalle autorità maltesi
Circa dodici corpi sono stati trovati e portati a terra dalle autorità di La Valletta. Quello di una donna, che galleggiava da sola fra le onde nella zona di salvataggio di competenza maltese, è stato recuperato due giorni fa dalla Ocean Viking di Sos Méditerranée. “Lo abbiamo fatto per garantirgli dignità. Dietro i numeri di chi annega in mare ci sono persone. Anche se potrebbe essere difficile identificarla, questa donna aveva un nome, una famiglia, una storia”, dice da bordo l’equipaggio, che ha accompagnato la salma fino a Siracusa perché abbia almeno degna sepoltura. “Queste morti si possono evitare. Gli Stati devono rispettare il diritto marittimo e garantire operazioni di ricerca e salvataggio efficienti e umane. Il Mediterraneo non può restare un mare di vergogna”, tuona l’ong francese.
La straziante attesa di amici e parenti
Sulla sponda Sud, rimangono le domande, la paura e la rassegnazione che progressivamente erode la speranza. Il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche auto organizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti. Anche di un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, non si ha più traccia. Inutilmente, da giorni amici e parenti aspettano notizie, fosse anche un video o un messaggio d’aiuto da un centro di detenzione.
“Rifugiati spinti verso le spiagge dalle autorità”
E c’è un dato che emerge come una costante nei racconti di tutti. In quei giorni i trafficanti avevano fretta, persone che attendevano da mesi sono state contattate per
partire al più presto, giusto qualche giorno dopo una serie di raid della Garde Nationale tunisina negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax.
“Nessuna autorità ha confermato il numero di mille dispersi. Ma sappiamo che il 24 gennaio 380 persone erano ufficialmente dichiarate tali, che decine di corpi sono già riemersi, che interi convogli sono scomparsi durante un ciclone e che il monitoraggio della comunità suggerisce un numero di partenze molto più elevato di quello riconosciuto negli avvisi SAR ufficiali”, riassumono da Refugees in Libya prima di affermare, sulla base di centinaia di testimonianze raccolte, che “sì, inequivocabilmente possiamo affermare che almeno mille persone sono sparite nel Mediterraneo. Stiamo assistendo non solo a una mancanza di informazioni, ma anche di soccorso”.
Mediterranea: “Silenzio agghiacciante”
La richiesta rimane quella che troppo spesso deve arrivare dopo i fin troppo frequenti naufragi: “Fate partire le ricerche, restituite almeno i corpi alle famiglie, un’identità alle vittime”. Agli attivisti di Ril fanno eco le ong attive nel soccorso in mare e Mediterranea, che attacca: “Il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà”.
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2026 Riccardo Fucile
“LA POLIZIA HA SPARATO LACRIMOGENI AD ALTEZZA D’UOMO (PRASSI VIETATA) SU UNA TRENTINA DI MANIFESTANTI, POI UNA VENTINA DI AGENTI LI CARICA, QUINDI PARTE DA SOLO UN AGENTE CHE PERCORRE 15 METRI IN AVANTI PER MANGANELLARE DUE GIOVANI, UNO CADE A TERRA. UNA DECINA DI MANIFESTANTI TORNA INDIETRO IN LORO SOCCORSO E SPINGONO VIA L’AGENTE, POI LA SEQUENZA RIPORTATA NEI VIDEO, LA SQUADRA DI AGENTI HA VISTO TUTTO MA NON INTERVIENE SUBITO, POI GLI AGGRESSORI SI RITIRANO E FINALMENTE INTERVIENE UN COLLEGA DELL’AGENTE CHE LO SOCCORRE (PS NON ERA UN MARTELLO MA UN MARTELLETTO)
Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.
La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.
Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.
Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.
In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un’altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.
A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.
Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).
Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.
Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”.
Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (anche fotografi, che non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada.
Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.
Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli, o nei commenti
Rita Rapisardi
giornalista di Espresso
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Febbraio 1st, 2026 Riccardo Fucile
“IL GIUDICE ESAMINERÀ OGNI PROIETTILE SPARATO CONTRO ALEX PRETTI: MAGARI ARRIVERÀ ALLA CONCLUSIONE CHE 9 ERANO GIUSTIFICATI, MA SE IL DECIMO NON LO ERA PUOI FINIRE IN PRIGIONE
«L’uccisione di Alex Pretti finirà davanti a un Grand Jury». Eric O’Denius ha
lavorato per 24 anni come deportation officer dell’Ice a Minneapolis, oggi fornisce consulenze legali, e non ha dubbi: «Ogni proiettile sparato dovrà essere giustificato in tribunale. Magari passeranno 12 o 24 mesi, ma casi così finiscono sempre in giudizio».
Gli agenti dell’Ice hanno abbattuto le porte delle case, rotto i finestrini delle auto. Sono comportamenti giustificabili?
«No, non sarebbe professionale da parte di qualsiasi agenzia. L’uso della forza nel nostro distretto era molto raro, ora avviene ogni giorno. Alcuni agenti verranno rimandati nelle sedi di provenienza, ma prima o poi dovranno rispondere delle loro azioni davanti a una corte distrettuale».
Perché?
«Ogni volta che un agente usa la forza deve redigere una relazione che viene archiviata e inviata a un supervisore. A un certo punto qualcuno la esaminerà e si chiederà cosa diavolo sia successo. Si è responsabili delle proprie azioni, e questo concetto viene inculcato a fondo durante la formazione, che si ripete ogni trimestre. Si è responsabili di ogni proiettile sparato, di ogni colpo inferto col manganello».
Nel caso di Pretti i proiettili sono stati dieci.
«Il giudice li esaminerà uno per uno. Magari arriverà alla conclusione che 9 erano giustificati, ma se il decimo non lo era puoi finire in prigione. Oltre al processo penale, poi, ci saranno anche i procedimenti civili».
La Casa Bianca ha detto che hanno l’immunità assoluta.
«La legge è chiara. Tutto si ridurrà alla domanda se il comportamento degli agenti è stato ragionevole. Se il tribunale giungerà alla conclusione che non lo è stato deciderà di conseguenza».
Sono stati arrestati anche cittadini americani, è legale?
«Ci sono condizioni in cui l’Ice è autorizzata ad arrestare i cittadini americani senza un mandato, se li vede commettere reati federali tipo il traffico di droga o persone, se falsificano documenti o aggrediscono agenti. Poi però deve consegnarli appena possibile al Marshals Service o alla magistratura, in uno o due giorni».
In Italia è polemica per l’impiego dell’Ice alle Olimpiadi.
«Ho lavorato mol
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