Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
IL CIO HA AFFITTATO IL LOCALE PER TRASFORMARLO, DURANTE LE GARE CHE SI TERRANNO A CORTINA, IN UNA “LOUNGE” ESCLUSIVA CON MUSICA, SPETTACOLI, INCONTRI, APERITIVI, PRANZI, CENE E TANTI BRINDISI, IN BARBA ALL’ORDINANZA DI DEMOLIZIONE DI UNA TERRAZZA GIUDICATA ABUSIVA DEL RISTORANTE
Ha ragione Daniela Santanché, ministra del Turismo, a riempirsi di orgoglio per le imminenti Olimpiadi di Milano-Cortina: sono un’occasione straordinaria per il territorio e per la bella Italia. Come darle torto, per una volta. Le Olimpiadi sono un’occasione straordinaria anche per la famiglia Santanché e, soprattutto, per il ristorante dei vip El Camineto di proprietà di Dimitri Kunz, compagno di vita e di affari della ministra del Turismo.
L’Espresso ha scoperto che per cinque giorni la delegazione del Comitato olimpico internazionale – circa 200 membri provenienti da tutto il mondo – sarà ospitata sulla mitica terrazza di El Camineto.
Il Comitato olimpico internazionale (Cio) ha affittato El Camineto per trasformarlo, durante le gare che si terranno a Cortina, in una “lounge” esclusiva con musica, spettacoli, incontri, aperitivi, pranzi, cene e tanti brindisi. Ingresso vietato al pubblico. […]El Camineto sarà la “sede” del Comitato olimpico internazionale a Cortina: una sorta di “casa Cio” per palati fini e portafogli gonfi.
Ben nutrito da spirito olimpico, il Cio non avrà badato al recente disguido edilizio che ha coinvolto il ristorante. Difatti il Comune di Cortina d’Ampezzo, alla Vigilia di Natale, ha ordinato a Kunz «la demolizione della terrazza di nuova costruzione, posizionata a sbalzo rispetto al prato in pendenza sottostante e delle due strutture in legno riportanti dei camini in metallo sul tetto».
(da .lespresso.it)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
DIFFICILE SOSTENERE CHE COMUNE (IL SINDACO MASSIMILIANO CONTI È IN CARICA DAL 2017) E REGIONE (MUSUMECI) NON AVESSERO BEN CHIARA LA SITUAZIONE VISTO CHE IL DOCUMENTO NASCE DA UN UN SOPRALLUOGO CONGIUNTO DI TECNICI REGIONALI E COMUNALI FATTO NEL 2021
A Niscemi «il movimento è ancora attivo e rappresenta l’evoluzione di un dissesto
già gestito…Ha un livello di pericolosità elevata (P3) e di rischio molto elevato (R4)»: è il marzo del 2022 e la diagnosi su quanto stava avvenendo nel comune siciliano dove è crollata la collina, era già chiarissima.
È contenuta in un documento della Regione Sicilia frutto di una serie di sopralluoghi effettuati con i tecnici del comune di Niscemi. Tutti sapevano tutto, insomma, ma nessuno è intervenuto.
Il cortocircuito e lo scambio di accuse tra Nello Musumeci (ministro della protezione civile, governatore dell’isola proprio nel 2022) e il sindaco di Niscemi si complica ulteriormente. Il documento in questione si chiama «Aggiornamento del Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico (P.A.I.)» ed è cristallizzato da una delibera datata 16 marzo 2022. In pratica occorreva aggiornare la mappa del rischio idrogeologico nella zona, da cui discende la possibilità di effettuare interventi ed accedere a finanziamenti ad hoc.
Il dossier parte con una cronologia degli eventi. Il comune di Niscemi il 27 febbraio e il primo marzo del 2019 «segnalava una frana verificatasi in prossimità della strada provinciale 12» a cui seguivano sopralluoghi. Sempre il comune inviava la richiesta di aggiornamento del piano regionale il 15 aprile dello stesso anno. A
novembre, in occasione di piogge abbondanti sempre il municipio segnala altre frane questa volta sull’altra provinciale che attraversa Niscemi, la numero 10.
Per arrivare però a un sopralluogo congiunto a cui partecipano tecnici regionali e comunali occorre attendere il 4 maggio del 2021, due anni e due mesi dopo i primi segnali di instabilità. Ed è qui che la situazione emerge in tutta la sua gravità. «Si è constatato – riportano gli estensori del documento – che le aree in dissesto sono ubicate lungo il versante occidentale della collina L’azione erosiva delle acque incanalate risulta aggravata dallo scarico dei reflui lungo le incisioni ».
Questi movimenti provocano fratture nelle due provinciali di accesso al centro abitato, nei muri di sostegno, e «trascina verso valle parte del collettore fognario». «In prossimità dell’ingresso nel centro abitato è presente un nuovo dissesto di dimensioni molto più ridotte che ha coinvolto sempre la strada provinciale n. 12. Il dissesto è sempre dovuto a fenomeni di erosione accelerata ad opera delle acque di ruscellamento».
Difficile, alla luce di questo documento, sostenere che l’emergenza di Niscemi non fosse nota; resta da capire come mai le opere di prevenzione siano rimaste lettera morta.
(da Il Corriere della Sera)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
FESTE IN CUI IL TYCOON PAGAVA PER FARE SESSO, PARTY IN CUI “JEFFREY EPSTEIN PORTAVA LE BAMBINE E TRUMP LE METTEVA ALL’ASTA”: “LUI MISURAVA LA VULVA E LA VAGINA DELLE BAMBINE INFILANDO UN DITO E VALUTANDO LE BAMBINE IN BASE A QUANTO LE AVESSERO STRETTE. GLI OSPITI ERANO UOMINI ANZIANI E INCLUDEVANO ELON MUSK” – MA LE TESTIMONIANZE NON SONO PROVATE – LO SCAMBIO DI MESSAGGI TRA MELANIA TRUMP E GHISLAINE MAXWELL DEL 2002 E L’AMERICA CHE SE NE FOTTE DEL CASO EPSTEIN
Il nome di Donald Trump appare più di 3200 volte nei 3 milioni di file sul caso Epstein rilasciati dal dipartimento di Giustizia. E alcune testimonianze, non verificate, pubblicate dal governo, cancellate (per l’amministrazione a causa di un boom di clic) e poi rimesse in rete, gettano ombre inquietanti sul passato del presidente degli Stati Uniti.
Nella nuova infornata di file sulla rete di pedofili messa in piedi da Jeffrey Epstein, morto in carcere nel 2019, ci sono anche 2.000 video e 180 mila immagini, di cui molte pornografiche e oscurate per rispetto delle vittime. Eppure altri tre milioni di documenti potrebbero non vedere la luce.
I nuovi file sono stati annunciati a sorpresa non dalla ministra della Giustizia, Pam Bondi, ma dal vice, Todd Blanche, ex avvocato del presidente. Nel giro di pochi minuti le redazioni dei grandi giornali americani hanno schierato squadre di reporter alla ricerca di riferimenti a Trump. Non sono state trovate prove documentate, ma testimonianze, non si sa quanto attendibili, rese a Fbi e polizia di New York anni dopo i fatti descritti.
In un file si parla di una ragazzina di 13-14 anni che, 35 anni fa, avrebbe «morso» Trump mentre era stata costretta a fare sesso orale con lui. In un altro, una tredicenne era rimasta incinta e costretta ad abortire. Un terzo file descrive «un’asta di minorenni» a cui aveva partecipato il tycoon.
«Donald Trump, il presidente – si legge – faceva party a Mar-a-Lago chiamati “calendar girls”. Jeffrey Epstein portava le bambine e Trump le metteva all’asta». «Lui – continua – misurava la vulva e la vagina delle bambine infilando un dito e valutando le bambine in base a quanto le avessero strette. Gli ospiti erano uomini anziani e includevano Elon Musk».
«Noi venivamo tenute nelle stanze, forzate a fare sesso orale con Donald Trump, costrette a farci penetrare. Avevo 13 anni quando Donald Trump mi ha stuprata. Era presente anche Ghislaine Maxwell».
Nei file si parla di feste in cui testimoni affermano che il tycoon pagasse per fare sesso. Di orge al Trump Golf di Rancho Palos Verde, California, «in cui alcune ragazze sparivano, qualcuno dice uccise e seppellite». Nell’87 una ragazza era finita al Trump Plaza perché voleva incontrare il tycoon.
Uno sconosciuto si era offerto di presentarla a lui e le aveva dato da bere. La ragazza, secondo il file, si era risvegliata «nuda e indolenzita e con 300 dollari sul letto». «La vittima non ricordava come fosse finita lì, ma aveva avuto un flash con il volto di Trump. Aveva telefonato a qualcuno e raccontato di essere stata stuprata».
Infine nelle carte figura un modulo dell’Fbi che «parla della denuncia nel 1994 di una donna che accusa Donald Trump di averla violentata quando era minorenne». La donna – il cui nome non viene pubblicato – «ha poi ritirato l’accusa» nei confronti dell’attuale presidente.
La Casa Bianca ha spiegato che alcuni documenti contengono «accuse false fatte all’Fbi prima delle elezioni del 2020». Tra i documenti c’è anche lo scambio di messaggi tra la futura first lady, Melania Trump, e Maxwell, socia di Epstein. Risale al 2002. Melania si complimentava per il servizio sul finanziere pubblicato da un magazine. «E tu stai alla grande in foto», aveva scritto all’amica, mettendoci un “Love, Melania”.
(da Repubblica)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
“REMIGRAZIONE È LA DEPORTAZIONE IN MASSA DEI MIGRANTI. LA MELONI NON HA DETTO NULLA, IL SUO VICE SALVINI HA PARLATO DI UNA VIOLENZA CONTRO LA LIBERTÀ DI PENSIERO. OBIEZIONI IRRICEVIBILI”
Dopo una mattina ad alta tensione emotiva a Montecitorio, Gianni Cuperlo è a
Milano per organizzare l’evento del Pd “L’alternativa nel mondo che cambia”, con la segretaria Schlein e il sindaco Sala, il primo di sei incontri d’ascolto in tutto il Paese.
Perché avete impedito la conferenza dei neofascisti alla Camera?
«Perché era giusto essere lì, testimoniare, anche con una presenza fisica, la necessità di preservare la dignità delle istituzioni repubblicane. Un deputato della Lega, Furgiuele, ha provato a farsi scudo della sua condizione di parlamentare per organizzare una conferenza stampa sul tema della remigrazione, che significa la deportazione in massa di migranti. Non potevamo fare finta di niente».
Furgiuele le ha dato dello stupido, l’ha sentito?
«Certo e visto che l’insulto veniva da Furgiuele, mi sono ispirato a Forrest Gump e ho pensato: stupido è chi lo stupido fa».
Da parte del governo non ci sono state reazioni, se non quelle negative di Matteo Salvini contro di voi. Che ne pensa?
«Mi sarei atteso, da parte dei massimi vertici del governo, una presa di posizione consapevole dello sfregio che veniva fatto alle istituzioni. Non solo la presidente del Consiglio non ha detto nulla, ma il suo vice Salvini ha parlato di una violenza contro la libertà di pensiero. Obiezioni irricevibili».
Anche il portavoce di Forza Italia, Raffaele Nevi, pur contrario alle idee dei neofascisti, vi ha criticato per non averli fatti parlare. Come risponde?
«Non ho visto la sua dichiarazione. Ma so che dentro Forza Italia ci sono persone di assoluta lealtà ai valori dello spirito repubblicano. Mi auguro che quella parte di Forza Italia sia così autonoma da potersi esprimere nella maniera giusta».
All’esterno della Camera il comitato remigrazione avrebbe anche minacciato Riccardo Magi, che innalzava un cartello con la foto di Matteotti. Il leader socialista fa ancora paura?
«Massima vicinanza a Riccardo Magi. Gli hanno gridato “Matteotti sta bene dove sta”, una frase che conferma l’assoluta giustezza della posizione che abbiamo tenuto. Loro forse non lo sanno, ma il banco dell’aula della Camera nello spicchio sinistro dell’emiciclo, due banchi sotto il mio, è un banco vuoto: è intestato a Giacomo Matteotti, che da quel posto pronunciò il discorso che gli costò la vita».
Lei conosce il paradosso di Karl Popper: se la democrazia vuole sopravvivere, deve diventare intollerante con gli intolleranti. L’avete messo in pratica?
«Noi non siamo stati intolleranti, abbiamo semplicemente garantito la dignità dell’istituzione. Portare in Parlamento figure che rivendicano la supremazia della razza bianca è uno sfregio alla matrice della nostra Costituzione».
(da La Repubblica)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
MA ALZARE L’ASTICELLA HA UN COSTO. PERCHÉ QUELLA SOGLIA AL 3 PER CENTO È STATA PENSATA ANCHE PER CONSENTIRE A CARLO CALENDA DI RESTARE IN PISTA DA SOLO, FUORI DAL CAMPO LARGO. SPOSTARLA PIÙ IN ALTO RISCHIA DI RISPINGERLO VERSO L’AREA PROGRESSISTA…I RISCHI CHE LA NUOVA LEGGE FINISCA SUBITO DAVANTI ALLA CONSULTA
Il confronto pubblico è sospeso. Congelato per scelta politica. Fino a dopo il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, la riforma della legge elettorale resta ufficialmente fuori dall’agenda. Ma dietro le quinte il lavoro non si è mai fermato. Almeno in maggioranza. I dignitari di FdI, Lega e FI continuano a vedersi, a misurare ogni virgola.
Perché le regole, prima ancora dei programmi, decidono i destini politici. Dei singoli eletti, ma pure dei partiti che ambiscono a farsi ago della bilancia. Specie quelli di chi, con il gran ritorno del proporzionale, pensa a correre con un proprio simbolo: Maurizio Lupi, Carlo Calenda e – chi può dirlo – Roberto Vannacci.
Lo sa bene il ministro Roberto Calderoli, attivissimo giovedì nei suoi faccia a faccia romani nel tentativo di arginare con garbo l’asso pigliatutto meloniano. Lo sanno
benissimo a via della Scrofa dove, mentre la maggioranza si arrocca, sfila da settimane una processione di giuristi e costituzionalisti. A giorni alterni al tavolo ci trovano Francesco Lollobrigida, Giovanbattista Fazzolari, Giovanni Donzelli e Alberto Balboni, tutti incaricati – assieme al sempre attivo Ignazio La Russa – di mettere nero su bianco un testo che non lasci spiragli: l’obiettivo, infatti, è evitare che la nuova legge finisca subito davanti alla Consulta.
Il disegno di fondo è chiaro: archiviare il Rosatellum, cancellare i collegi uninominali, introdurre un sistema proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che supera una soglia significativa. Una legge pensata per produrre un vincitore certo. Ma sono i dettagli a trasformarla in un campo minato. Perché ogni soglia, ogni correttivo, sembra parlare direttamente a qualcuno.
C’è il capitolo dello sbarramento. Portarlo dal 3 al 4 per cento è più di una scelta tecnica: è un messaggio politico. Serve, nelle intenzioni di una parte della maggioranza, a disinnescare sul nascere l’ipotesi di una corsa solitaria di Roberto Vannacci, che a destra inquieta più di quanto si ammetta in pubblico. Un partito guidato dal generale, anche piccolo, potrebbe sottrarre voti decisivi alla coalizione.
Ma alzare l’asticella ha un costo. Perché quella soglia al 3 per cento è stata pensata anche per consentire a Carlo Calenda di restare in pista da solo, fuori dal campo largo ma senza essere costretto a scegliere il centrodestra. Spostarla più in alto rischia di spingerlo indietro, verso un’area progressista che la maggioranza preferirebbe non ricompattare. Un gioco di equilibri sottili, dove ogni punto percentuale pesa come un macigno.
Poi c’è il tema dei piccoli alleati. Maurizio Lupi lo ripete da tempo: senza correttivi, i partiti minori rischiano di essere spazzati via. Da qui la richiesta di abbassare o eliminare le soglie per chi è disposto a correre in coalizione. Una proposta che i partiti maggiori guardano con sospetto, temendo l’effetto moltiplicatore di micro-sigle. La mediazione prende la forma di una norma chirurgica: il recupero del primo escluso sotto la soglia. Un paracadute che tiene in vita Noi Moderati, ma che potrebbe salvare anche altre formazioni borderline. Ammesso che il passaggio veda la luce nel testo finale che Giorgia Meloni è pronta a far passare anche da sola.
Sul tavolo resta poi il nodo più delicato: il Senato. Ai vertici di FdI si lavora per chiudere ogni ambiguità sull’articolo 57 della Costituzione. Premio nazionale o regionale? La risposta deve reggere politicamente e giuridicamente.
(da La Stampa)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
“IL CREMLINO NON PUO’ RAGGIUNGERE I SUOI OBIETTIVI”
In primavera saranno due milioni. Morti o feriti. E chissà perché non si contano mai
gli amputati. Un milione e duecentomila le perdite delle forze armate russe, le cui avanzate oggi sono di qualche decina di metri al giorno. Quando va bene. Meno della metà le perdite ucraine. Poi ci sono i civili. Il Cremlino smentisce, ma non dà le sue stime. Le cifre di questi quattro anni di guerra contenute nell’ultimo rapporto del think tank americano Center for Strategic and International Studies (CSIS) sono agghiaccianti. Unico conforto: se anche solo si avvicinano alla realtà, dipingono una situazione che può contribuire ad alimentare anche a Mosca l’urgenza di metter fine alla carneficina.
Numeri senza pietà
“Nessuna grande potenza ha subito un numero di vittime o morti anche lontanamente paragonabile a questo in qualsiasi guerra dalla Seconda Guerra Mondiale”, si legge nello studio del CSIS. “Non penso che tali rapporti possano o debbano essere considerati informazioni affidabili”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. “I soli dati affidabili sono quelli del Minoboromy”,
ovvero il ministero della Difesa russo. Peccato che gli ultimi li ha pubblicati nel settembre 2022: i soldati uccisi dall’inizio dell’invasione su vasta scala erano allora 5.937.
Il CSIS stima in 325.000 i soldati russi uccisi tra il 24 febbraio 2022 e il dicembre 2025. Circa 875.000 i feriti e i dispersi. La ricerca tiene in considerazione e elabora la lista verificata dei caduti, stilata dalla testata giornalistica Mediazona in collaborazione con la BBC: contava 163.606 morti a metà gennaio.
Per l’esercito ucraino, il think tank di Washington calcola perdite tra 100.000 e 140.000 soldati uccisi, con altri 460.000-500.000 feriti o dispersi. In altre parole, le forze russe hanno subito circa due vittime e mezzo per ogni soldato ucraino ucciso o ferito.
Le Nazioni Unite hanno verificato quasi 15.000 morti civili in Ucraina dal febbraio 2022. Il numero di civili russi uccisi è stimato nell’ordine delle centinaia.
Segnali da Mosca
La vita non vale molto, nel regime di Vladimir Putin. Le perdite immani sono comunque una ragione in più per allentare la rigidità dei “niet” sui punti chiave dei negoziati. Ce ne sono altre. Un segnale chiaro: la produzione militare frenerà bruscamente nel 2026 secondo previsioni del governo russo citate da Bloomberg. L’economia di guerra è insostenibile.
La Russia darà priorità alla stabilità economica e a un bilancio equilibrato. La crescita del settore difesa legata agli ordini statali passerà dal 30% degli ultimi anni al 4-5 per cento con la spesa bellica complessiva in calo dell’11 per cento. Più vincoli fiscali, meno pressione sulle riserve statali, aumento dei progetti civili nelle imprese della difesa.
Un altro segnale potrebbe essere il temporaneo “cessate il fuoco energetico” che Donald Trump dice di aver strappato a Putin. Una prima apertura? Di sicuro un sollievo per la popolazione di Kyiv e di “altre città”. Trump non ha precisato quali. I meteorologi dicono che dal primo febbraio le temperature scenderanno fino a meno trenta, in Ucraina.
Inverno ucraino
Nella capitale oltre seicento condomini sono senza riscaldamento, dopo i bombardamenti russi del 23 e 24 gennaio sulle infrastrutture energetiche. Lo ha reso
noto l’amministrazione comunale. Resta da vedere se davvero Putin metterà in pausa i raid contro gli obiettivi civili. Anche nel marzo 2025 ci fu “un cessate il fuoco energetico”. In teoria. Perché i barrage su infrastrutture e edifici residenziali ucraini continuarono. Così come gli attacchi di Kyiv sui depositi di carburante in Russia.
Di un cessate il fuoco totale, come chiede Kyiv, poi non se ne parla proprio. Lo ha ribadito il ministero degli Esteri di Mosca. La versione ufficiale resta quella che la Russia sta vincendo la guerra e non ha alcun problema a portarla avanti quanto serve per arrivare alla disfatta totale dell’Ucraina.
Se poi si arrivasse a un accordo di pace che riconosce gli obiettivi massimalistici del Cremlino, tanto meglio, ripetono a Fanpage.it da Mosca persone vicine al Cremlino. Le due ipotesi finora vengono viste in parallelo, non come alternative. Qualcosa potrebbe cambiare.
Potenza in declino
“Le capacità nazionali russe sono in declino”, commenta a Fanpage.it Mick Ryan, generale australiano che dopo la carriera militare è diventato un analista strategico e collabora con il CSIS. “La guerra ha accelerato il declino demografico. L’economia è messa male. Riserve consumate. Sanzioni. Dipendenza dalla Cina”. Il generale Ryan è stato sui fronti ucraini recentemente. Il CSIS si è valso delle sue osservazioni e lo cita nel suo rapporto. Ritiene che la Russia in Ucraina sia protagonista di un “enorme fallimento strategico”.
Nell’offensiva di Pokrovsk, le forze armate di Mosca sono avanzate in media di circa 70 metri al giorno, un ritmo più lento persino delle offensive più sanguinose del secolo scorso, come la Battaglia della Somme nella Prima guerra mondiale. Dal 2024, la Russia ha conquistato meno dell’1,5 per cento del territorio ucraino. Dal febbraio 2022, circa il 20 per cento. Meno del 10, al netto delle due repubbliche del Donbass già sotto il suo controllo prima dell’invasione su larga scala.
Un esercito “brutale” nel blocco autoritario
I russi sono comunque all’attacco. Per tutto lo scorso anno hanno avuto l’iniziativa. Lo facciamo notare al generale. Perché il suo giudizio sull’esercito di Putin è così negativo
“Usano troppi effettivi per risultati minimi. Non è quello che fa un esercito moderno. L’investimento in uomini, droni, artiglieria, mezzi è enorme. Il ritorno, scarso. Tatticamente sono inefficienti. Più di qualsiasi forza occidentale. E spesso più degli ucraini. E poi, gli ufficiali trattano male i soldati. Si combatte per evitare punizioni, non per vincere. Questo soffoca iniziativa, creatività ed efficacia operativa”.
Fatto sta che la Russia ha una grande superiorità per forze impiegate e armamenti a disposizione. “Ma non è una riserva infinita. Vale per gli uomini e anche per le armi: si è dato fondo alle riserve dell’era sovietica”, dice il generale Ryan. Se ne costruiscono di nuove. I magazzini strategici però sono stati svuotati.
Chiediamo al generale tre aggettivi per definire l’organizzazione militare russa. “Viziata, altamente centralizzata, brutale. Solo parzialmente efficace”, risponde.
Proprio nulla di buono, dal punto di vista di un comandante sul campo? “Si nota una crescente capacità di apprendimento e innovazione. Le forze russe scambiano idee sulle soluzioni tattiche con gli alleati nordcoreani, iraniani e cinesi. Imparano e condividono lezioni quasi in tempo reale: dall’industria alla strategia, dall’elusione delle sanzioni fino alle tattiche sul campo di battaglia. È nato un blocco autoritario di apprendimento e adattamento”.
Vittoria illusoria e crisi reale: la pace diventa possibile
La Russia di Putin ha convinto il mondo che questa guerra la sta vincendo. La sua audience principale sono il presidente e il vicepresidente degli Stati Uniti. Ha ottenuto che Donald Trump e JD Vance siano più volte venuti “in soccorso” ai presunti vincitori.
Questo è servito ad allungare le trattative e continuare la guerra. Per raggiungere tutti gli obiettivi. Quello principale, della sottomissione dell’Ucraina, non sembra molto più vicino di quanto lo fosse il 24 febbraio 2022.
Nel frattempo, la Russia ha perso troppi soldati e svuotato le riserve. A Mosca ci si sta rendendo conto che la guerra non è sostenibile. Se non riesce a vincerla subito, Putin potrebbe decidere di accettare qualche compromesso per farla finire.
(da Fanpage)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
CENTRODESTRA AL 47.7%, CAMPO LARGO 47.2%
È ancora presto per parlare di tendenza ma quel che emerge dai recenti sondaggi è una flessione dei consensi per il centrodestra. Uno scenario confermato anche dall’ultima Supemedia Youtrend/Agi che registra il calo della coalizione di governo al 47,7% mentre i partiti del campo largo escono rafforzati. Vediamo nel dettaglio quali partiti prendo più voti e chi li perde.
Come sono messi i partiti secondo i sondaggi
La rilevazione mostra variazioni interessanti rispetto all’andamento a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. Tutti i partiti del centrodestra infatti, sono in calo, incluso Fratelli d’Italia, che fino a poco fa era dato in costante crescita nei sondaggi. Il partito di Meloni mantiene comunque il suo primato. Nonostante un -0,3% rispetto a sette giorni fa, si attesta al 29,9%, a un passo dalla soglia psicologica del 30%.
Come detto, è azzardato parlare di trend. In questi tre anni, al netto di oscillazioni statistiche, FdI ha continuato a crescere mentre Lega e Forza Italia hanno mantenuto più o meno i livelli conquistati nel 2022. Non solo, i sondaggi hanno dimostrato come molte delle polemiche che hanno riguardato la maggioranza e che hanno generato malcontento nell’opinione pubblica non hanno finito per sottrarre granché voti al centrodestra.
Ad ogni modo il calo c’è e va riportato, seppur con cautela. Anche FI e Lega infatti, perdono lo 0,3% e si posizionano, rispettivamente, all’8,6% e all’8,1%.
Dall’altra parte, occorre segnalare il generale rafforzamento del campo largo. Il partito che guadagna di più è il Movimento 5 Stelle, che incassa lo 0,4% e sale al 12,4%. Resta comunque ampia la distanza con il Partito Democratico, che nonostante il lieve calo (-0,2%), si mantiene sopra il 20%, precisamente al 22,2%. Bene pure Alleanza Verdi-Sinistra, che raccoglie il 6,5%, in aumento dello 0,2%.
Veniamo ai partiti più piccoli. Il calo accusato da Azione fa perdere al partito di Carlo Calenda la posizione al di sopra della soglia di sbarramento. Ora è dato al 2,9%. Seguono Italia Viva, con il 2,3% (-0,2%) e +Europa, all’1,9% (+0,4%). Chiude Noi Moderati con l’1,2% (+0,1)
Come vanno le coalizioni
Passiamo infine, alla Supermedia Coalizioni. Complessivamente il centrodestra perde quasi un punto e scende al 47,7% (-0,9%). Il centrosinistra invece, raccoglie il 30,6% (+0,4%). Bisogna ricorda però, che Youtrend considera le coalizioni formatesi per le politiche del 2022. Restano fuori dunque, sia il M5S che gli ex partiti del Terzo Polo. Un ipotetico campo largo – che attualmente comprenderebbe Pd, M5s, Avs, +Europa e Iv – raggiungerebbe il 47,2%, posizionandosi vicinissimo alla maggioranza.
(da Fanpage)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
“C’È IL PENSIERO CHE SALVINI CON VANNACCI STIA GIOCANDO PER RIDIMENSIONARLA. PER MELONI VANNACCI È UN PROBLEMA COME LO E’ TRUMP”
Sono nazi, sono marci e chi li insegue si crede Don Sturzo. E’ il teatro La Scala degli
scimuniti, la parodia della tragedia nazifascista e della Resistenza. Un orrore. Urla, turpiloquio: “Che cazzo mi deve insegnare il coraggio. Ah, bello!”. Il leghista Furgiuele, in gessato e cravatta Saint Laurent, invita alla Camera tre strafatti di celtiche ed Evola.
Sono teste di nazo e gridano con la vena gonfia: “L’antifascismo è mafia, una malattia mentale”. Nicola Fratoianni canta “Bella Ciao” e “Fischia il vento”. Vannacci, dalla sua camera da letto, incita: “Sto con Furgiuele!”. E’ lui il direttore occulto. Ne esce a pezzi la Lega di Salvini, la Niscemi di governo, la frana di Meloni.
Ne esce a pezzi la Camera e il presidente Fontana che per regolamento non può vietare conferenze e che si salva al novantesimo minuto. E’ un orrore la parola remigrazione, è un orrore questa Sala stampa della Camera ridotta a pitale, una sala che da inizio legislatura ha ospitato 2.100 conferenze di ciabattoni, pornodive, rifattoni, cuochi, galleristi, poetastri, tassinari, odontoiatri, terroristi. Invitare cinque nazisti è meno peggio di accogliere un muezzin della morte come Hannoun, il predicatore che spediva bustoni di denaro ad Hamas?
La conferenza si chiama Remigrazione, un altro marchio di Vannacci (forse avrà depositato anche questo) e la sponsorizza Furgiuele, l’onorevole che colleziona abiti di sartoria e che rilancia: “Ho invitato nazisti condannati? Guagliò, come ha già detto al Foglio, che volete che sia una condanna di primo grado? Se sei condannato in primo grado per me sei un fratello e il magistrato è il mio rivale. Se sei condannato in secondo grado, sei ancora mio fratello e il magistrato mio rivale. In terzo grado non sei più mio fratello e il magistrato allora diventa amico mio”.
Alle 10 e mezza si presenta alla Camera ma si trova ad attenderlo Boldrini, con la stampella, Orfini, Bonelli, Fratoianni, Scotto, Ricciardi, Baldino, Stumpo, Sarracino, Richetti, Bonelli, Sensi, Cuperlo. Dalla Commissione corrono a fare resistenza Chiara Gribaudo e Andrea Casu. E’ la nuova brigata Giustizia e Libertà, solo che al posto della casa in collina c’è il caffè Giolitti a pochi metri.
E’ Vannacci il regista di tutta questa schiuma e lo conferma Furgiuele: “Vannacci mi ha chiamato e detto: vai avanti, sono con te”. Gli domandano: e Salvini, l’ha chiamata? E Furgiuele: “Salvini non mi ha chiamato”, poi: “Ma io ogni giorno mi sento con Salvini”. Si finisce in strada e si offre il microfono a questi svalvolati nazi, questo Sogari che straparla: “Noi siamo fatti di acciaio vivente. Potevamo portare centomila persone” e l’altro compare, tal Jacopo Massetti, continua con: “Ci vogliono con le ciabatte pachistane”. Ha il ghigno quando prosegue: “Questi pagliacci, che ci hanno impedito di entrare, ci hanno fatto un regalo”.
A quel punto si apre il secondo atto dell’opera Scimuniti a Montecitorio. Furgiuele si imbuca dall’ingresso laterale e prova a fare entrare le sue teste di nazo come ospiti. Corrono Fratoianni, Ricciardi a montare la guardia. Interviene la vicesegretaria della Camera che comunica: “Annullate tutte le visite”. E’ una farsa.
C’è una telefonata Fontana-Salvini: mediano la decisione del divieto, solo che Salvini negli stessi minuti spedisce la nota: “La sinistra non può limitare la libertà di parola”. Ci riproveranno. Furgiuele lo annuncia, subito, gli altri due vannacciani, Ziello e Sasso, fanno sapere che prenoteranno, ancora, la Sala, e già da lunedì potranno invitare tutta la Casa Pound che desiderano.
Meloni tace perché “è un problema in casa d’altri”, della Lega, e Fontana, pensa FdI, “non poteva fare altro”. Lo hanno trovato. La sinistra ha trovato il federatore. E’ Vannacci che può incollarli e Meloni ha capito. E’ angosciata perché Salvini non governa casa sua, una Lega divisa in tribù e c’è il pensiero, brutto, che Salvini con Vannacci stia giocando per ridimensionare Meloni.
Se i tre vannacciani escono dalla Lega possono fare una componente nel gruppo Misto alla Camera ed esibire quell’ignobile logo Futuro nazionale. Se Vannacci resta, logorerà la destra, Meloni, farà male a FdI convinta: “Vannacci è un problema come lo è Trump”. Vannacci e Salvini sono i due Scilla e Cariddi di Meloni.
(da “Il Foglio”)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
RONCONE: “QUESTA OSCENITÀ POLITICA NON È PIÙ SOLO UN PROBLEMA PRIVATO DI SALVINI, MA UNA GRANA CON POTENZIALI RIFLESSI ELETTORALI PER TUTTA LA COALIZIONE DI GOVERNO”
Se si escludono i tremendi giorni del Papeete Beach, questa è certamente la stagione peggiore che Matteo Salvini deve affrontare da quando è alla guida della Lega. Il generale Roberto Vannacci, che con le sue 500 mila preferenze salvò il Carroccio alle ultime Europee, e che Salvini ha poi ricompensato con la carica di vicesegretario, rappresenta ormai un problema enorme, nero, pericoloso e quotidiano anche per l’immagine stessa del governo e della premier Giorgia Meloni.
La sensazione è precisa mentre lo sguardo scorre sul manipolo di fascisti che pretende di entrare a Montecitorio. Hanno appuntamento con il deputato del Carroccio Domenico Furgiuele, che gli ha prenotato la sala stampa dove dovrebbero presentare una proposta di legge sulla remigrazione (in alcuni punti, anche Greg Bovino la giudicherebbe un po’ troppo severa). Sono proprio fascisti. Orgogliosi di esserlo.
Nemmeno coraggioso. Però è nel manipolo arruolato dal generale Vannacci, che — nel solito miscuglio di razzismo, negazionismo e omofobia — dopo aver registrato il marchio Futuro nazionale, ora medita di andarsene e fondare un partito, o partitino (nessuno può prevederlo), tutto suo. Di estrema destra. Ma molto estrema. Il generale ha individuato un’area di consenso. E intende occuparla. Quando? Non si capisce bene se speri di essere cacciato. O se si accinga a sbattere la porta da solo. I suoi piani, ormai, non riesce a decifrarli più nemmeno Salvini. Che non sa cosa fare. È nell’angolo. E solo. Tutto l’establishment del Carroccio (da Zaia a Fedriga) detesta, da sempre, Vannacci.
Il presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana, ha chiesto al suo collega di partito Furgiuele di annullare il bivacco, invitandolo al «rispetto delle istituzioni». Ma quello ha attraversato il Transatlantico ed è andato diritto in sala stampa. Ad aspettare i camerati. Furgiuele prende ordini da Vannacci. Che, a sua volta, non li prende però da Salvini. Così i fascisti stavano per fare irruzione in Parlamento. Appena poche ore dopo la storica dichiarazione rilasciata da Giorgia Meloni nel Giorno della Memoria, in cui ha condannato «la complicità del regime fascista nelle persecuzioni, nelle deportazioni, nei rastrellamenti».
Un’oscenità politica. Che non è più solo un problema privato di Salvini, ma una grana — con potenziali riflessi elettorali — per tutta la coalizione di governo.
(da Corriere della Sera)
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