Gennaio 27th, 2026 Riccardo Fucile
LE OPPOSIZIONI CONTRO AZIONE STUDENTESCA: C’È UNA LISTA DI PROSCRIZIONE DEI PROFESSORI
Polemiche delle opposizioni per l’iniziativa di Azione studentesca, movimento di studenti di destra, che ha avviato tempo fa la campagna «La nostra scuola». Sui muri e all’interno di alcuni istituti starebbero comparendo striscioni e manifesti che invitano gli studenti a rivelare «i professori che fanno propaganda».
L’obiettivo è la stesura di un report nazionale, come si legge su volantini diffusi da Azione studentesca, con un Qr code da scansionare per rispondere ad un questionario con poche domande.
Una chiede: «Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni?».
Insorgono le opposizioni: Pd, M5S e Avs parlano di liste di proscrizione, annunciano interrogazioni. Cecilia D’Elia, Pd, chiede al governo di «esprimere la propria condanna». «È una campagna nazionale per avere un quadro della situazione delle scuole in Italia», replica Azione studentesca.
(da agenzie)
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Gennaio 27th, 2026 Riccardo Fucile
ALL’ESTERO DOVE? I SINDACATI, LA CUI LIBERA ASSOCIAZIONE È PREVISTA NELLA COSTITUZIONE, HANNO PERSONALITÀ GIURIDICA, L’OPPOSTO DELL’ANARCHIA… COS’HANNO DELLA CULTURA DI DESTRA BRUGNARO, GIULI, COLABIANCHI, MAZZI, I SUPPORTER PIÙ O MENO ACCALORATI CHE VOGLIONO QUESTA DIRETTRICE A VENEZIA? LA COLPA MAGGIORE DEGLI SCAPPATI DI CASA CHE CI GOVERNANO: L’AVER DISTRUTTO LA CULTURA DI DESTRA PER SOSTITUIRLA CON SLOGAN, AMICHETTISMO, POLTRONISMO
L’ormai famosa intervista della direttrice Venezi a Repubblica si può, a mio avviso,
leggere in due modi: uno è come saggio di letteratura distopica, configurazione nell’insieme e nei dettagli di un mondo staccato dalla realtà e organizzato secondo criteri propri, imperscrutabili e sconcertanti. Il secondo è come empirica manifestazione di un pensiero, di alcuni intenti, di una fotografia d’autore della realtà.
Tuttavia i diversi piani si intersecano. Ad esempio, la musicista dice: “Sono talmente raccomandata in Italia che lavoro solo all’estero”. Perfettamente lecito che lo dica, ma perché ci sia un contatto con la realtà le affermazioni devono fondarsi su fatti documentabili. È dunque legittimo chiedersi dove, all’estero, questa direttrice lavori. Di solito, per vedere dove un direttore lavori (io ad esempio lo faccio per Herbert Blomstedt che cerco di seguire) si interroga un sito come Operabase o Bachtrack. Su Backtrack non si trova nulla (cosa che non fa onore al sito).
Su Operabase si trova un solo impegno all’estero: una Carmen di Bizet con due esecuzioni, il 7 e il 9 marzo 2026, presso l’Auditorio Adela Reta a Montevideo in Uruguay. Se ha altri impegni presso altre istituzioni, magari a Londra, Berlino, Vienna, Parigi, Zurigo, Dresda, è bene che la musicista chieda a questi siti di aggiornare l’elenco dei suoi impegni futuri rimediando al difetto d’informazione: ne ha tutto il diritto. Se invece dopo il 9 marzo, di fatto, non ci fosse da annunciare più niente all’estero, ciascuno faccia le sue considerazioni.
Un altro esempio di incrocio tra letteratura realistica e letteratura distopica è l’affermazione secondo la quale “all’estero si chiedono perché la Fenice è in mano a sindacati, in un contesto anarchico”. All’estero dove? A Montevideo? Poiché le parole “sindacato” e “anarchia” compongono un ossimoro.
I sindacati, la cui libera associazione è prevista nella Costituzione, hanno personalità giuridica (l’opposto dell’anarchia) e possono stipulare contratti collettivi di lavoro: il che vuol dire che svolgono una funzione normativa rispetto all’organizzazione del lavoro. L’anarchia è, per definizione, l’opposto.
Quanto poi alle affermazioni sulla spilletta Swarovski e sul non essersi accorta di niente, più che ai canoni della letteratura distopica la cosa pertiene al buon gusto, alla gentilezza, all’urbanità dei modi, al rispetto: cose che (in parte) sono soggettive e sulle quali, ancora una volta, ciascuno faccia le sue considerazioni.
Da parte mia, fermo restando che non voglio dare alcun giudizio musicale sulla direttrice per due motivi, uno è il non averla mai vista dirigere dal vivo, il secondo è la mia incapacità di decifrare, e dunque di valutare, quello che le si vede fare nei documenti video su Internet, farò solo due considerazioni.
Una è che il mondo, sostanzialmente non musicale, che si è mosso a sostegno dell’operazione Venezi alla Fenice, e che per principale argomento ha “la musica è in mano agli anarchici comunisti, mandiamoli a raccattare le monetine in fondo al Canal Grande”, non ha niente in comune con una cultura di destra. Criticare l’operazione non è un segno di appartenenza politica. Io, per citare un caso, sono tutto fuorché una persona di sinistra, eppure trovo l’operazione insostenibile nella forma e nella sostanza
Lo faccio perché sono un anarchico di sinistra? No, lo faccio perché valuto i curricula e le regole dell’ingaggio cercando di essere obiettivo. Ma cos’hanno della cultura di destra queste persone, Brugnaro, Giuli, Colabianchi, Mazzi, i supporter più o meno accalorati che vogliono questa direttrice a Venezia? Ha mai letto il signor Mazzi o il signor Brugnaro un libro di Oswald Spengler, di Cristina Campo, di Hans Sedlmayr, di Élemire Zolla, di Charles Maurras, di José Ortega y Gasset, di Knut Hamsun?
Perché la cultura di destra può piacere o non piacere, ma esiste ed è una cosa precisa, con la quale la cosiddetta destra oggi al potere in Italia non ha niente ma proprio niente in comune, oltre a non possedere le basi intellettuali per capire cosa sia. Ed è questa, a mio avviso, la colpa maggiore degli scappati di casa che ci governano: l’aver distrutto un’autentica, seria, strutturata cultura di destra quale è essenziale ad ogni democrazia, ed averla sostituita, senza nemmeno supporre cosa sia, con slogan, amichettismo, poltronismo. Chi li disprezzerebbe sconfinatamente non è solo Brecht, è soprattutto CéliLa seconda. Der Fall Venezi si sta trascinando all’infinito quando potrebbe chiudersi in un attimo.
C’è in Italia un anziano direttore di immenso prestigio cui basterebbe una semplice dichiarazione esplicita per farla finita con questa storia: davanti a una sua parola, per l’autorità che possiede, tutti si metterebbero in riga. Ma è molto più facile emettere a ripetizione platitude generiche sulla cultura, sulla dignità della musica, sulla moralità, sui massimi sistemi, non perdendo occasione di ripetere le stesse cose ad ogni passo, che non prendere l’iniziativa, schierarsi in modo chiaro e difendere in concreto la dignità della cultura musicale italiana.
Non è sua competenza? No, a mio parere È sua competenza, è sua competenza farlo in questo momento e far capire a tutti cosa sta accadendo, ed è quello che distingue i fatti dalle generiche concioni
Nessun altro potrebbe farlo con tanta efficacia. Chi lo stima e gli è vicino, e abbia cara la distinzione di Sciascia tra “gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà”, non può che augurarsi un’assunzione di responsabilità nella società civile italiana che a questo punto è inderogabile.
Dall’account facebook del musicologo Francesco Maria Colombo
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL 27% È ANCORA EURO-SCETTICO E DESIDERA UNA ITAL-EXIT, PER IL 4% LE ISTITUZIONI EUROPEE VANNO BENE COSÌ COME SONO
La maggioranza è netta: il 61% degli italiani vorrebbe un’UE federale, una sorta di “Stati Uniti d’Europa” con più poteri condivisi e meno compromessi infiniti. Tradotto: meno vertici notturni, meno veti incrociati, più capacità di decidere davvero su temi come difesa, politica estera ed economia. Per molti, l’Europa attuale è troppo lenta per un mondo che corre.
Dall’altra parte c’è un 27% che vorrebbe staccare la spina. Niente riforme, niente rilanci: meglio chiudere l’Unione. È una posizione che nasce dalla frustrazione, dalla sensazione che Bruxelles sia lontana e complicata, e che l’UE finisca spesso per essere il capro espiatorio perfetto di ogni problema nazionale.
E poi c’è il dato forse più eloquente di tutti: solo il 4% pensa che l’Unione Europea vada bene così com’è. In pratica, quasi nessuno è soddisfatto dell’attuale equilibrio a metà tra un’unione politica e un grande condominio litigioso.
Il messaggio è chiaro: per gli italiani l’Europa deve cambiare, e anche in fretta. O diventa più forte e più unita, oppure rischia di perdere pezzi. La vera domanda, ormai, non è più se l’UE debba trasformarsi, ma come — e quanto tempo le resta per farlo.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
“C’È UN EQUILIBRIO TRA POTERI DELLO STATO CHE È DOVERE PRESERVARE. AUTONOMIA E INDIPENDENZA SONO CONNOTATI ESSENZIALI”
“La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono
temi che, come Pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare. Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali – ha detto Zuppi introducendo i lavori del Consiglio episcopale – per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti”. “Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco”.
“In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione”, ha detto Zuppi ribadendo l’importanza di andare a votare. “Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro Paese. Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali”.
Per il presidente della Cei “l’augurio è che continui, anche dopo il referendum, l’attenzione sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre di molte difficoltà. Su questi temi, come su tutti gli altri che interessano la nostra convivenza, ci auguriamo che sia sempre vivo un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca del massimo consenso possibile attorno a soluzioni di bene”.
“Ci preoccupa lo sviluppo di fenomeni di antisemitismo che non ha giustificazione per i pur drammatici problemi della inaccettabile violenza a Gaza e in Cisgiordania. Alla vigilia della Giornata della Memoria, la Chiesa italiana condanna profondamente la recrudescenza di fatti ignobili, mentre ribadisce la propria
vicinanza a tutte le Comunità ebraiche del Paese e rinnova il proprio contributo per contrastare tali fenomeni”., ha detto ancora Zuppi.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
SI RIUNIRA’ IL DIRETTIVO DEL MONDO AL CONTRARIO
Negli ambienti vicini a Roberto Vannacci ne sono sicuri, il generale uscirà dalla Lega. Hanno cerchiato una data in rosso sul calendario: il 16 febbraio. Per quel lunedì, l’europarlamentare e vicesegretario del Carroccio ha convocato il direttivo dell’associazione Mondo al contrario ed è lì – dicono – che impartirà i suoi ordini per aprire la nuova fase. Nel frattempo, ha già smesso di usare il simbolo della Lega per i suoi eventi in giro per l’Italia.
Tutto, dunque, sembra pronto. Eppure, Matteo Salvini vuole fare un ultimo tentativo per ricucire lo strappo. «Lo vedrò in settimana», dice lasciando il palco di Rivisondoli, in Abruzzo, dove il leader chiude la tre giorni leghista organizzata sugli Appennini abruzzesi da Claudio Durigon, il maggiorente del partito nel Centro-Sud.
Salvini si è scritto con Vannacci in questi giorni, mentre le notizie di una scissione rimbalzavano da una parte all’altra della Lega. Sa che un addio del suo vice creerebbe un danno alla Lega, perché toglierebbe voti e, soprattutto, la nuova creatura del generale occuperebbe uno spazio politico a destra, proprio dove il leader stava traghettando il partito.
Anche ospitando gli estremisti xenofobi nel suo ministero, come quello avvenuto con l’esponente dell’ultradestra inglese Tommy Robinson, un criminale più volte passato dal carcere, che ha attirato le critiche di mezzo Parlamento, comprese quelle di Forza Italia. Ma Salvini difende l’allargamento del dialogo tra la Lega e i neofascisti europei: «Posso invitare chi voglio?» .
Vuole quindi fissare un incontro per mettere tutte le carte sul tavolo, senza però passare per quello che implora il generale di restare. «C’è chi pensa solo alla poltrona, ma la storia ci insegna che chi esce dalla Lega finisce nel nulla. Auguri, buon viaggio, senza rancore».
Non si rivolge direttamente a Vannacci, che ovviamente non avrebbe problemi a trovare una poltrona nella Lega, ma – indirettamente – ai vannacciani che – secondo i vertici del partito – stanno soffiando sulla scissione per meri calcoli personali.
Anche di questo, scommettono nella Lega, Salvini parlerà con il generale. Nel mirino del leader ci sono soprattutto i due deputati del Carroccio Edoardo Ziello e Rossano Sasso, che alle prossime elezioni «sono quasi sicuri di non essere rieletti», fanno notare i fedelissimi del segretario. Lui dal palco rincara la dose: «Qualcuno ritiene che sia più garantito il suo seggio da altre parti? Vai, sciocco».
Chi ha parlato con Vannacci negli ultimi tempi sostiene che il vicesegrerario si senta sempre più fuori posto nella Lega, in sofferenza per la poca libertà di muoversi. Come anticipato da questo giornale, i suoi fedelissimi considerano tradito il patto che il generale aveva con Salvini: i sostenitori dell’associazione Mondo al Contrario si sarebbero potuti iscrivere alla Lega diventando “militanti” con diritto di voto nel partito dopo soli 3 mesi, invece dei 2 anni previsti.
Vannacci contava di usarli per ottenere rapidamente potere, ma questa corsia preferenziale per i membri del Mac non si è mai vista. I vannacciani vorrebbero poi per il loro leader più incarichi di peso e un’agibilità politica vera dentro la Lega, ma l’unico banco di prova che Salvini gli ha offerto – dicono – è stato quello da responsabile della campagna elettorale in Toscana alle ultime Regionali: «È andata male ma sapevano che era impossibile fare un risultato migliore. A posteriori – sospettano – somiglia più a una trappola per mandarlo a sbattere e indebolirlo». Insomma, lo spiraglio per trovare la pace è minimo e Salvini già serra i ranghi per prepararli allo scossone: «Ci sono capitani, generali e marescialli, ma la forza della Lega è la truppa, è il popolo».
(da La Stampa)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
TAJANI CONVOCA L’AMBASCIATORE ISRAELIANO INVECE DI IMBARCARLO SUL PRIMO VOLO PER TEL AVIV
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani – rende noto la Farnesina – ha convocato
l’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, per chiedere chiarimenti e confermare la dura protesta sull’episodio che ha visto coinvolti due carabinieri in servizio presso il Consolato generale d’Italia a Gerusalemme.
I due militari sono stati bloccati in territorio palestinese, vicino Ramallah, probabilmente da un “colono” sotto la minaccia di un fucile mitragliatore e sono stati fatti inginocchiare. L’ambasciata d’Italia a Tel Aviv ha già rivolto una protesta formale al Governo israeliano rivolgendosi al ministero degli Affari Esteri, al Cogat, allo Stato maggiore delle Idf, alla polizia e allo Shin Bet.
L’episodio
I due militari erano ieri in visita di sopralluogo per preparare una missione degli ambasciatori della Ue in un villaggio vicino Ramallah, in territorio della Autorità nazionale palestinese. I militari sono stati minacciati da un uomo armato in abiti civili, presumibilmente un colono israeliano, che ha puntato su di loro un fucile.
Fonti di governo riferiscono che i due militari italiani sono stati fatti inginocchiare sotto il tiro di un fucile mitragliatore.
I carabinieri (passaporti e tesserini diplomatici, auto con targa diplomatica) sono stati “interrogati” dal civile; seguendo le regole di ingaggio ricevute, hanno evitato di rispondere con violenza alle minacce iniziali.
L’uomo ha passato loro una persona al telefono, non identificatasi, che ha affermato che i due si trovavano all’interno di un’area militare e dovevano allontanarsi. Da verifica con il Cogat (comando militare israeliano per il Territori palestinesi occupati) è stato confermato che non esiste nessuna area militare in quel punto.
Il personale militare dei Carabinieri è rientrato incolume in consolato e ha riportato all’ambasciata e alla catena di comando dell’Arma i fatti avvenuti. Considerata la gravità dell’episodio, l’ambasciatore a Tel Aviv ha ricevuto istruzioni di presentare nota verbale di protesta al governo di Gerusalemme al massimo livello, coinvolgendo il Ministero degli affari esteri, il Cogat, lo Stato maggiore delle Idf, la polizia e lo Shin Bet (il servizio di sicurezza israeliano competente per i Territori palestinesi).
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
“NEI VENTI ANNI DI MISSIONE IN AFGHANISTAN, 2001-2021, ABBIAMO PAGATO UN PREZZO ALTISSIMO: 53 CADUTI E CIRCA 700 FERITI DI CUI MOLTI CONVIVONO CON PESANTI MENOMAZIONI. FUMMO CHIAMATI A CONTRASTARE E RESPINGERE MOLTI ATTACCHI, IMBOSCATE, ATTENTATI, COME QUELLO DEL 3 NOVEMBRE 2011 AL COMPOUND LOGISTICO DELLA HESCO. SEGNO EVIDENTE CHE NON SI TRATTAVA AFFATTO DI UN SETTORE “SICURO” O LONTANO DAGLI SCONTRI
Generale Luciano Portolano, che effetto le ha fatto leggere quelle parole di Donald Trump sui militari europei della Nato in Afghanistan «che non erano nelle prime linee»?
«Quando ho letto quelle dichiarazioni, non vi nascondo una reazione di sorpresa. I nostri militari hanno sempre partecipato a tutte le missioni internazionali nel pieno rispetto del mandato Nei venti anni di missione in Afghanistan, 2001-2021, abbiamo pagato un prezzo altissimo: 53 caduti e circa 700 feriti di cui molti convivono con pesanti menomazioni. Durante il mio mandato in Afghanistan (fine settembre 2011-aprile 2012) ho perso 9 militari, fu un grande dolore […]».
Lei oggi è il Capo di Stato Maggiore della Difesa e in Afghanistan nel 2011 guidò il Regional Command West (RC-WEST) della missione Isaf. Non eravate affatto nelle retrovie…
«Durante il mio mandato, la missione Isaf avviò un processo di transizione sviluppato nell’ambito del Joint Afghan Nato Inteqal Board (JANIB), presieduto per parte afghana dal dottor Ghani, che sarebbe a breve divenuto Presidente
dell’Afghanistan. Era un processo che mirava a rafforzare l’autorità dell’Afghanistan in un’area ad altissimo rischio, nella quale fummo chiamati a contrastare e respingere molti attacchi, imboscate, attentati, come quello del 3 novembre 2011 al compound logistico della Hesco. Segno evidente che non si trattava affatto di un settore “sicuro” o lontano dagli scontri. Ne sono testimoni i circa 14.000 militari dei diversi contingenti internazionali che formavano il Regional Command – West, di cui circa 4.500 italiani».
In un WhatsApp inviato al segretario della Nato Rutte, il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha esordito così: «Caro Mark scusa se ti scrivo ma non ho il numero di Trump…». Lei generale ce l’ha il numero di Trump? Se potesse parlargli al telefono, cosa gli direbbe?
«No, non ho il numero del presidente Trump e, anche se lo avessi, non sarebbe mio compito contattarlo. Il mio ruolo resta al livello strategico militare, con contatti continui con il mio omologo statunitense, il generale Dan Caine. Posso però ricordare che il valore e gli atti eroici dei nostri militari sono stati riconosciuti con grande chiarezza da autorevoli comandanti statunitensi di Isaf, come il generale dei Marines John Allen, il generale US Army Curtis Scaparrotti e il comandante del Regional Command South West Generale US Marines John A. Toolan, con i quali ho avuto l’onore di servire in Afghanistan e intrattengo tuttora ottime relazioni di amicizia».
Il ministro Crosetto invierà oggi due missive al segretario americano alla Difesa Hegseth e al segretario della Nato Rutte per «ristabilire la verità dei fatti» senza incrinare i rapporti diplomatici. Condivide la sua scelta?
«Condivido pienamente la decisione del ministro di ribadire, anche al livello politico, il valore e il contributo delle Forze Armate italiane nelle missioni internazionali, condotte spesso proprio su richiesta e secondo obiettivi strategici definiti dagli Stati Uniti d’America».
(da La Stampa)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
“DECINE E DECINE DI VOLTE HA PUNTATO IL DITO CONTRO ‘STRANIERI, ZINGARI, IMMIGRATI. NON HA RETTO IL PESO DI UN
FIGLIO FEMMINICIDA, BIANCO, ITALIANO, ANZI PAESANO’” … LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI FRANCESCA TOTOLO, ATTIVISTA DI ESTREMA DESTRA SUGLI IMMIGRATI CHE UCCIDONO LE DONNE…
Ma per capire qualcosa di più del peso che Pasquale Carlomagno e Maria Messenio
hanno dovuto affrontare in questa lunga settimana di odio e sospetti bisogna andare lontano dal villino, lontano anche dagli amici, dai conoscenti, nell’altra Anguillara Sabazia, quella che lontano da microfoni e telecamere ha raccontato una versione diversa.Secondo le statistiche ufficiali ad Anguillara Sabazia vivono 1.714 stranieri, circa il 9% della popolazione.
Non sono poi molti al confronto con altri comuni dell’area metropolitana di Roma, da Ladispoli a Campagnano a Fonte Nuova.
Però l’amministrazione di centrodestra, guidata da Angelo Pizzigallo della Lega, non amava né stranieri né migranti.
E Maria Messenio di Pizzigallo era l’assessora alla Sicurezza dopo una vita al lavoro come poliziotta a Roma. In molti ad Anguillara ricordano bene le polemiche nate a fine ottobre quando si decise di presentare un libro sui femminicidi scritto da Francesca Totolo, attivista di estrema destra, pubblicato da Altaforte, casa editrice legata a CasaPound, in cui si raccontano alcuni casi di femminicidio, quelli di «quando l’immigrazione uccide», come spiega il titolo.
«Decine e decine di volte, dall’alto del suo ruolo e parte politica ha puntato il dito contro «stranieri, zingari, immigrati. Non ha retto il peso di un figlio femminicida, bianco, italiano, anzi paesano», dice una donna di mezz’età che chiede di rimanere anonima.
È il tono di tante accuse arrivate sul profilo Facebook di Maria Messenio, accuse cariche di violenza che l’hanno portata a dimettersi dal suo incarico in Comune anche se con il figlio non aveva rapporti da quattro anni.
All’odio contro di lei si sono aggiunti i sospetti contro il marito Pasquale che gestisce con il figlio l’azienda di scavi e mezzi per movimento terra, sequestrata dai carabinieri, dove era stato trovato il cadavere di Federica Torzullo.
Le telecamere di sorveglianza avevano ripreso il suo furgone davanti alla villa dove vivevano il figlio Claudio e la nuora Federica proprio nelle ore a ridosso del delitto. E il figlio ne aveva approfittato per usarlo come alibi.
«Occorre rispetto e privacy sulle ragioni dietro a questo terribile gesto», spiegate in una lettera all’altro figlio della coppia. Lo chiede Andrea Miroli, avvocato di Claudio Carlomagno.
«Purtroppo ancora ieri però si leggevano sui social messaggi come “quella donna ha fatto bene ad ammazzarsi avendo partorito un mostro”» aggiunge. Troppa «pressione mediatica», insomma. Forse anche troppo odio.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
INVECE NIENTE, UN SILENZIO TOTALE CHE CREA IMBARAZZO A PALAZZO CHIGI E AGITA GLI OTOLITI DELLA STATISTA DELLA SGARBATELLA
Donald Trump, come da copione, parla al mondo a colpi di post, tutti rigorosamente siglati “DJT”, come fossero bollettini ufficiali di una presidenza permanente. Ieri ne ha pubblicati almeno cinque in poco più di un’ora, giusto il tempo di arrivare all’ora di pranzo sulla East Coast. Un bombardamento mediatico studiato, martellante.
In mezzo a tutto questo, però, c’è un silenzio che a Roma pesa più di qualsiasi dichiarazione: nessuna parola per Giorgia Meloni, nessun cenno ai militari italiani caduti o feriti in Afghanistan. Niente. Un’assenza che, al netto dei tentativi di ridimensionarla silenziosamente («Trump non può rispondere a tutti»), ha fatto salire di ora in ora la temperatura a Palazzo Chigi.
Perché qui non si tratta solo di orgoglio nazionale o di galateo diplomatico, ma di un riconoscimento politico atteso e mancato. Un segnale che non arriva dopo che la presidente del Consiglio aveva definito «inaccettabili» le parole pronunciate dal tycoon a Fox News, quando aveva liquidato il contributo degli alleati Nato in Afghanistan come una presenza marginale, «rimasta nelle retrovie».
Un affondo che, in Italia, ha toccato una ferita ancora aperta: 53 caduti, centinaia di feriti, vent’anni di missione. Ai vertici del governo c’era chi si aspettava un rapido passo indietro americano.
L’apprensione si srotola per tutto il giorno. Truth si riempie delle posizioni di Trump. Palazzo Chigi non conferma neanche contatti informali tra i leader. Almeno fino alla tarda sera italiana non ci sono segnali di una precisazione, una correzione. Un post riparatore che, arrivasse, sarebbe comunque tardivo.
Il copione peraltro sarebbe già visto. È successo con il premier britannico Keir Starmer: telefonata privata, presa di distanza pubblica, e dopo 48 ore e l’irritazione anche della corona, ecco il messaggio su Truth che celebrava i soldati di Sua Maestà come «tra i più grandi guerrieri al mondo». Per Londra è bastato attendere. Per Roma, invece, l’attesa continua. E il silenzio di Trump inizia a somigliare a una scelta.
Intanto l’opposizione torna all’attacco. Dopo la richiesta, rimasta senza risposta, di convocare l’ambasciatore Usa a Roma per ristabilire l’onore dei militari italiani, il fronte critico si allarga e incrocia un altro dossier esplosivo: l’operato dell’Ice, la polizia anti-immigrazione, finita sotto accusa per la morte dell’infermiere Alex Pretti a Minneapolis.
Il capogruppo Pd al Senato Francesco Boccia parla apertamente di «un altro assassinio autorizzato dall’amministrazione Trump» e incalza Meloni: «Tacere oggi significa scegliere. Ci dica se le affinità ideologiche portano l’Italia a condividere questi metodi».
(da agenzie)
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