Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL FENTANYL È UN GROSSO PROBLEMA NEGLI USA: L’OPPIOIDE È DIVENTATO LA PRINCIPALE CAUSA DI MORTE IN AMERICA PER LE PERSONE TRA I 18 E I 45 ANNI
Un video su TikTok sta facendo il giro del mondo mostrando alcuni abitanti della Groenlandia che prendono apertamente in giro gli Stati Uniti, imitando la postura tipica dei tossicodipendenti da fentanyl — il cosiddetto fentanyl fold — e definendola sarcasticamente «cultura americana».
Nel filmato, girato tra neve e paesaggi artici, due giovani si piegano in avanti in modo rigido, accompagnati dalla scritta “Bringing American culture to Greenland” e dalla canzone Fortunate Son dei Creedence Clearwater Revival.
Il video, come ricostruisce Reanna Smith per “The Mirror”, ha superato 7 milioni di visualizzazioni e ha attirato decine di migliaia di commenti, molti dei quali provenienti dagli stessi americani, divisi tra autoironia, vergogna e critica aperta al proprio Paese.
Il riferimento al fentanyl non è casuale: l’oppioide sintetico è diventato la principale causa di morte tra i 18 e i 45 anni in America, secondo la Drug Enforcement Administration.
La satira groenlandese arriva in un momento di forte tensione politica, mentre il presidente Donald Trump ha intensificato le sue dichiarazioni sull’eventuale annessione della Groenlandia, sostenendo che l’isola sia cruciale per la sicurezza nazionale
(da themirror.com)
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Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
CON IL PRESIDENTE AMERICANO INTERESSATO SOLO AL BUSINESS E AGLI AFFARI (CHI INCASSERÀ I 20 MILIARDI “DONATI” DAGLI STATI PER L’ONU PRIVATA CHIAMATA “BOARD OF PEACE”?), DA BARDELLA A FARAGE, FINO ALLA MELONI CON I SUOI SUSSURRI IMBARAZZATI, I MAL-DESTRI EUROPEI HANNO CAPITO DI ESSERE SOLO PREDE PRONTE PER ESSERE DIVORATE
Tutto era nato con la Rivoluzione francese e Napoleone.
Le insurrezioni popolari dell’Ottocento avevano dato vita alle nazioni, esito della Storia hegeliana e delle civiltà che la muovevano: basta sudditi, siamo cittadini e, progressivamente, tutti al voto. Inghilterra e Francia dominarono il mondo fino a quando cedettero alla decolonizzazione (al loro posto arrivarono Bokassa, Amin Dada e vari cruenti dittatori locali) e gli Stati Uniti, un Paese senza storia e con quella che c’è (genocidio dei nativi e razzismo) da cancellare, presero il posto delle due nazioni europee con la forza dell’industria e della democrazia.
Democrazia voleva dire politica, inizialmente massoneria contro classi popolari e anarchici; poi, nel Novecento, si impone la formula Destra vs Sinistra, sino all’arrivo della globalizzazione, dove il potere passa dalle idee ai soldi e alle multinazionali, dalle norme alla forza economica.
Poteva essere l’avvento di quella “Pace perpetua” indicata da Kant. Nella “Fine della Storia” del 1989, il politologo Francis Fukuyama sostenne che la diffusione delle democrazie liberali e del capitalismo avrebbero concluso lo sviluppo socioculturale dell’umanità: tutti uguali, con un governo del mondo.Anche la tarantella della politica italiana, una sorta di commedia dell’Arte, sarebbe finita… ma non per il ritorno alla clava.
No, questo non era stato previsto da nessuno, tantomeno da Colle Oppio o da Botteghe oscure, da Macron o da Le Pen.
Tantomeno dagli intellettuali organici o inorganici, figure sparite sin dai tempi di
Foucault (che inneggiava ai giovani rivoluzionari iraniani nel ’79, che oggi, invecchiati, uccidono altri giovani nelle stesse strade di Teheran).
La Russia, da sempre imperiale, invade ciò che vuole: prima l’Afghanistan, e gli va male, poi la Cecenia e gli va bene. Seguono l’Ossezia, la Georgia, la Crimea e l’Ucraina. La Cina ha preso il Tibet e aspetta di papparsi Taiwan. Per controllare Gaza devi pagare una fee dice Trump, che vorrebbe trasformare la Striscia in una Rimini misto Miami.
L’Arabia Saudita attacca lo Yemen e contrasta gli Emirati come parte del programma Saudi Vision
Tutti ce l’hanno con tutti: c’è chi ti taglia a fette in ambasciata, chi ti uccide con il polonio, qualcuno ammazza la moglie e la seppellisce nel giardino, qualcuno un ferroviere che sta lavorando, c’è chi fa il maranza sabato e domenica e chi va a scuola col coltello, perché sui social c’è una foto della fidanzatina manco maggiorenne…
In compenso, di sera, accendi la tv, e se schivi Garlasco vedi la Montaruli contro la Picierno, Hoara Borselli che discetta di geopolitica, poi entrano in scena i dioscuri di Avs, la Carfagna, ci colleghiamo con Massimo Cacciari e alla fine arriva Vespa con il plastico di Palazzo Chigi. E buonanotte.
Non è la prima volta che cambia un epistema… E’ la “Teoria delle catastrofi” di René Thom: vai avanti, vai avanti e non ti accorgi che la prossima goccia farà tracimare il vaso. Il puzzone è arrivato. E le conseguenze sono devastanti.
La fine delle categorie politiche di Destra e Sinistra sarebbe pure una cosa buona se ci fosse l’alba di una nuova democrazia plurale, attiva.
Invece la morte di quella banale politica che ci tranquillizzava (tipo Meloni contro Schlein a dibattere di facezie in uno studio tv) lascia campo alle invasioni barbariche: tu prendi l’Ucraina, io tolgo Maduro dal Venezuela, prendo la Groenlandia e un terzo continente a scelta, neanche fossimo sulla plancia di Risiko.
La Siria? Vediamo. Peggio per te, Europa, che non mi hai dato un Nobel. Un Nobel che, poi, non conta ormai nemmeno tanto: abbiamo visto che l’hanno assegnato a Montale perché l’anno prima l’avevano dato per amichettismo a degli amici svedesi.
Che poi in questo marasma di “disruption” politica, non solo Destra e Sinistra perdono di significato, ma anche le tradizionali convergenze tra nazionalismi sfumano.
Agli occhi della tecno-destra americana (il potere oligarchico dei Big-tech unito all’industria satellitar-elettrica di Musk e alle cyber-visioni di Peter Thiel), le destre europee sono come i dinosauri. Vecchie, lente, sull’orlo dell’estinzione.
Dinanzi alla velocità dirompente del nuovo mondo, in cui la democrazie cede il passo alla “Repubblica Tecnologica” di cui parla Alex Karp, ceo di Palantir, l’Europa sembra una casa di riposo per burocrati. Il “terremoto Trump”, con le sue mire espansionistiche, fa traballare anche quelle frange sovraniste che in lui avevano visto un condottiero.
Quando la Casa bianca ha esplicitato la pretesa di annettere la Groenlandia, in Francia il lepenista Bardella si è schierato contro Trump e al fianco del suo avversario Macron; in Gran Bretagna, il brexiter Farage ha fatto lo stesso con il laburista Starmer; e persino Giorgia Meloni, pur timidamente, ha dovuto ammettere che il tycoon stava sbagliando.
D’altronde con Trump non c’è possibilità di dialogo, solo sudditanza: o gli “baci il culo”, come ebbe a vantarsi con eleganza parlando dei leader che lo chiamavano per i dazi, o soccombi. Lo ha ben compreso il Segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, che non perde occasione di mostrare la sua piaggeria con il “paparino” Donald.
Se sei utile agli interessi della famiglia Trump, benvenuto. Altrimenti, “you’re fired”, sei licenziato (come amava dire ai tempi del reality “The Apprentice”).
(da Dagoreport)
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Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
DA TRUMP A MILEI DI CLIMATE CHANGE E’ VIETATO PARLARE
Mentre il mondo ha deciso di ignorare il cambiamento climatico, il mega ciclone Harry si è abbattuto per tre giorni, tra il 19 e il 21 gennaio, su Calabria, Sicilia e Sardegna, con venti fortissimi e onde alte fino a sedici metri.
Mentre Donald Trump ha detto che la produzione di gas e petrolio è tornata a essere ai massimi storici, i dati pluviometrici nelle tre regioni hanno fatto segnare picchi da record, che in alcuni luoghi hanno sfiorato i 600 millimetri di pioggia in tre giorni.
Mentre il presidente americano parlava di “grande truffa verde”, di pale eoliche da abbattere, le tre regioni facevano la conta di danni per miliardi di euroMentre il suo omologo argentino Javier Milei, sempre a Davos, ha parlato dell’ambientalismo, ma anche di femminismo, diversità, l’inclusività, l’uguaglianza, la migrazione, aborti, ambientalismo e ideologia di genere, come parti di un unico grande complotto, “teste dello stesso mostro”, l’Italia faceva i conti col suo primo evento climatico estremo del 2026, dopo i 376 del 2025, secondo anno più distruttivo di sempre nel 2023.
Mentre avveniva tutto questo, mentre la più grande minaccia del nostro tempo, o forse di tutti i tempi, ci regalava la sua ennesima manifestazione, noi guardavamo altrove. Rubricata a una fatalità senza cause, a un evento fatto di immagini “strane” come la nevicata in Kamchatka. E chissà che a vedere le onde che superano i fari avrà pensato a un falso generato dall’intelligenza artificiale.
E forse, quando gli effetti del cambiamento climatico faranno ancora più male, e faranno sembrare Harry una pioggerellina, in confronto, ripenseremo a questi giorni, a questi mesi, a questi anni, dove i potenti del mondo si trovavano in Svizzera a parlare di tutto, tranne che di cambiamento climatico.
Mentre avrebbero dovuto parlare solo, o quasi, di cambiamento climatico.
(da Fanpage)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IN FRANCIA IL LEPENISTA, JORDAN BARDELLA, È STATO NETTO: “LE MINACCE DI TRUMP ALLA SOVRANITÀ DI UNO STATO EUROPEO E IL RICATTO COMMERCIALE NON SONO TOLLERABILI” – PIERO IGNAZI: “SE SI CONFRONTANO QUESTE PAROLE CON I SUSSURRI IMBARAZZATI DI GIORGIA MELONI SI COMPRENDE QUANTO LA NOSTRA PREMIER SIA SUCCUBE AL PRESIDENTE AMERICANO, DEFINITO ‘UN AMICO CHE SBAGLIA’ (COME I CAMERATI DI UN TEMPO?). ANCORA UNA VOLTA IL GOVERNO SI TROVA AFFIANCATO DAL SOLO ORBÁN NEL FORMARE LA GUARDIA PRETORIANA DEL TYCOON IN EUROPA”
L’attacco alla Groenlandia e pioggia di dazi hanno scosso il mondo del populismo sovranista.
Per molti di loro si tratta di un brusco risveglio, dovendo scegliere tra la fedeltà ossequiosa a Trump e il tradizionale riferimento nazionalista.
Allineamento ideologico al trumpismo o difesa degli interessi nazionali? Questo il dilemma che attraversa l’ambiente della destra radicale. In alcuni casi risuona in maniera più chiara l’impulso nazionalista, tanto da portare, addirittura, a una difesa dell’Unione europea: a leggere le dichiarazioni del presidente del Rassemblement National, Jordan Bardella, c’è da rimanere sbalorditi.
Testualmente: «Le minacce di Donald Trump alla sovranità di uno stato, e soprattutto di uno europeo, sono inaccettabili. Allo stesso tempo, il ricatto commerciale non è tollerabile. Invitiamo l’Ue a sospendere l’accordo di luglio sui dazi che non offre garanzie ai nostri interessi».
Se si confrontano queste parole con i sussurri imbarazzati di Giorgia Meloni si comprende quanto la nostra premier sia succube al presidente americano, definito amorevolmente «un amico che sbaglia» (come i camerati di un tempo?).
Meloni non parla di posizioni «inaccettabili» come Bardella: le considera alla stregua di un semplice malinteso, facilmente rimediabile. Se poi aggiungiamo l’entusiasmo filoamericano di Matteo Salvini, la curvatura trumpiana del governo italiano si accentua ancora di più. Una curvatura non raddrizzata dai pigolii di Forza Italia e del ministro degli Esteri.
Ancora una volta il governo Meloni si trova affiancato dal solo Orbán nel formare la guardia pretoriana del tycoon in Europa. Nemmeno i tedeschi dell’Afd, né i populisti del N-VA, alleati di Meloni in Ue e oggi al governo del Belgio, hanno mostrato compiacenza nei confronti del presidente americano, pur con sfumature diverse tra loro.
Anche l’araldo della Brexit, Nigel Farage, che era corso da Trump per ricevere la sua benedizione, si è allineato, obtorto collo, con il suo primo ministro; salvo poi ricordare che ci sono altre questioni di dissenso, come lo statuto dell’isoletta Diego Garcia nell’oceano indiano.
Il momento è decisivo non solo per i 27 governi ma anche per le forze euroscettiche
e sovraniste di destra. Possono agire da quinte colonne del presidente americano per infragilire la compattezza dell’ Ue e provocare un situazione di crisi complessiva, interna e internazionale: un humus fertile per attori estremisti. In questo modo, però, perdono una delle loro ragion d’essere, ovvero la difesa su ogni piano della sovranità nazionale.
E, ancor peggio per loro, se difendono i rispettivi interessi nazionali, oggi si trovano ad allinearsi su posizioni europeiste, perché i due contesti sono strettamente legati; di conseguenza entrano in contraddizione con tutto il loro armamentario politico-ideologico. Certo, della coerenza non se ne sono mai curati: pensiamo alle mille piroette di Giorgia Meloni.
Tuttavia, l’elettorato della destra, antiestablishment e protestatario, naturalmente attratto dall’irritualità e dall’esibizione di forza di Trump, dovrebbe d’un colpo riposizionarsi su un versante più filo-europeo e, implicitamente, espressione dell’establishment. Un corto circuito che può provocare incrinature nel consenso di queste forze.
(da Domani)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
NON ERA IL DI PIETRO CHE MANDAVA IN GALERA I POTENTI PER FARLI CONFESSARE E COSTRINGEVA ALL’ESILIO BETTINO CRAXI? LA COERENZA NON È DI QUESTO MONDO SE NEL PROSSIMO REFERENDUM TONINO IL MANETTARO È SULLA STESSA SPONDA DEL “SÌ”, INSIEME ALLA FIGLIA STEFANIA DELL’EX SEGRETARIO DEL PSI BETTINO
Trentatré anni dopo, abbandonato il trattore nei campi per impegnarsi con il “Sì” nel referendum sulla giustizia l’ex Grande Inquisitore di Mani pulite, Antonio Di Pietro, è tornato col pensiero sulla scena del suicidio di Raul Gardini in piazza Belgioioso a Milano per svelare che fu lui, a spostare la pistola Walther Ppk calibro 7,65, ritrovata dalla Scientifica sul secrétaire della camera da letto del Corsaro di Ravenna. Uno “sgoob”, per dirla con le parole del suo conterraneo, il giornalista sportivo Aldo Biscardi.
La notizia, raccolta in tv da Aldo Cazzullo su la7, è stata rilanciata dai media come la fine del “Giallo Gardini” nonostante le stesse carte giudiziarie, e un’ampia pubblicistica, avessero sempre sconfessato presunti complotti mafiosi (o meno).
Invece, senza uno straccio di verifica, grazie alle amnesie di Tonino Di Pietro, il caso è riapparso alla ribalta. Ma, ahimè, avrà il suo triste e farsesco epilogo nel giro di poche ore.
La “pistola fumante”, la prova decisiva nei noir classici, non l’ha spostata lui, è costretto a confessare poi il Maigret di Montenero di Bisaccia dopo il papocchio offerto davanti alle telecamere. Bensì il solito maggiordomo. Che ha pure un nome, Franco Brunetti. È lui, quel venerdì mattina del 23 luglio, sollecitato dalla
segretaria di Gardini, Alessandra Bizzarri, a trovare il padrone dell’impero Ferruzzi disteso sul letto con la testa insanguinata.
E sarà sempre il buon Brunetti, nel tentativo di soccorrerlo, spiegherà agli agenti della scientifica, a spostare la rivoltella.
Benché sia risaputo che l’ex poliziotto prestato alla giustizia ai tempi di Tangentopoli spesso incespicava sulle regole grammaticali, nessuno immaginava che oltre alla sintassi vacillasse pure la sua memoria (corta).
Già, “che c’azzeccava” poi la presenza in studio, ospite di Cazzullo sullo scandalo d’antan della Banca romana, di un pubblico ministero che oggi si batte per il “Sì” sulla separazione delle carriere?
Non è lo stesso Pm che ai tempi di Mani pulite, aveva anticipato la riforma Nordio godendo della massima autonomia e libertà di manette al Tribunale di Milano?
Non era il Di Pietro che mandava in galera i potenti per farli confessare e costringeva all’esilio Bettino Craxi?
La coerenza non è di questo mondo se nel prossimo referendum Tonino il manettaro è sulla stessa sponda referendaria del “Sì” insieme alla figlia Stefania dell’ex segretario del Psi Bettino.
Del resto, sosteneva l’aforista Stanislaw Jerzy Lec: “Dì la verità – gridano sempre gli inquisitori. Pretendono poi l’attestato di combattenti per la verità” (altrui nel caso del Tonino “Che c’azzecca?”).
(da Dagoreport)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I DIPENDENTI DEL TEATRO VERDI INDOSSERANNO LE SPILLETTE GIALLE CON LA CHIAVE DI VIOLINO, IDEATE COME FORMA DI “PROTESTA SILENZIOSA” CONTRO LA DIRETTRICE D’ORCHESTRA MELONIANA
Spillette contro la direttrice. A più di quattro mesi dall’avvio della mobilitazione delle
maestranze del Teatro La Fenice, la protesta contro la nomina di Beatrice Venezi esce da Venezia e approda a Pisa, dove domani sera, venerdì 23 gennaio, la direttrice d’orchestra debutta al Teatro Verdi dopo il suo ritorno in Italia.
In occasione della prima rappresentazione di “Carmen” di Georges Bizet, la stragrande maggioranza dei dipendenti del Teatro pisano indosserà le spillette gialle con la chiave di violino, ideate dai lavoratori della Fenice come forma di “protesta silenziosa”.
Le stesse spillette erano comparse per la prima volta durante il Concerto di Capodanno a Venezia e sono diventate nel tempo il simbolo del dissenso contro una nomina giudicata non adeguata al prestigio del teatro lagunare.
Proprio contro le spillette ha ironizzato martedì scorso Beatrice Venezi durante la conferenza stampa al Teatro Verdi per presentare “Carmen”: “personalmente le avrei fatte un pò più stilizzate, magari anche con uno Swarovski”, ha detto.
Secondo la Slc Cgil di Pisa, “Beatrice Venezi ha rilasciato dichiarazioni gravi e inappropriate, denigrando pubblicamente il ruolo dei sindacati e il lavoro delle maestranze. Inaccettabile che sia avvenuto al Teatro Verdi, che da sempre ha visto la Cgil portare avanti in maniera costruttiva il proprio futuro, e che sia accolto in un clima che sembra legittimare una posizione di superiorità rispetto a chi lavora ogni giorno per il funzionamento del teatro”.
“La vicenda – spiega la Slc Cgil pisana in una nota – evidenzia la distanza tra chi gestisce un teatro e chi lo mantiene vivo, e mette in luce come l’assegnazione di incarichi prestigiosi possa dipendere più da logiche politiche che dal merito, con ripercussioni sulla dignità e le condizioni del personale. Il Verdi non è un palcoscenico per esternazioni ideologiche o battute fuori luogo: è un luogo di lavoro pubblico, dove operano professionalità che affrontano precarietà, carichi crescenti e continui tagli ai finanziamenti decisi dal governo Meloni. Ridicolizzare il sindacato e le rivendicazioni dei lavoratori non è solo offensivo, ma profondamente irresponsabile”.
“Il rispetto per i lavoratori e le loro rappresentanze non è un’opzione, ma un dovere imprescindibile, soprattutto in un settore culturale sempre più fragile e sotto attacco e assecondare questa narrazione significa indebolire il ruolo critico e comunitario dei teatri italiani”, conclude la nota sindacale.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I DUE SONO SAMUEL SAMSON E CHRISTOPHER ANDERSON, CONSIGLIERI DEL DIPARTIMENTO DI STATO: L’INCONTRO DOVEVA ESSERE UNA CORTESIA ISTITUZIONALE, UNA DISCUSSIONE SUI DIRITTI UMANI. MA LA CONVERSAZIONE HA CAMBIATO TONO
Sospetti di ingerenze americane nel processo a Marine Le Pen. Il caso nasce dopo che la magistrata Magali Lafourcade ha svelato di essere stata contattata da due emissari del presidente Usa nel tentativo di raccogliere elementi in grado di dimostrare che Le Pen sia vittima di un processo politico.
La magistrata ha riferito di aver ricevuto nel maggio scorso due emissari dell’amministrazione Usa, su richiesta dell’ambasciata americana a Parigi. Si tratta di Samuel Samson e Christopher Anderson, consiglieri dell’ufficio per la democrazia, i diritti umani e il lavoro del Dipartimento di Stato.
Sulla scia del vicepresidente americano JD Vance, il consigliere Samson è noto per aver descritto il Vecchio continente come “un focolaio di censura digitale, migrazioni di massa, restrizioni alla libertà religiosa e numerose altre violazioni dell’autodeterminazione democratica”.
Nello stesso testo pubblicato sull’account Substack del Dipartimento di Stato e intitolato “La necessità di alleati civilizzazionali in Europa”, aveva criticato la condanna di Le Pen e la sua ineleggibilità.
L’incontro tra gli emissari dell’amministrazione Usa e la magistrata francese era previsto come una pura cortesia istituzionale. “Dovevamo avere una discussione sui diritti umani, come avviene regolarmente con i diplomatici dei Paesi alleati” ha ricordato Lafourcade.
“Molto rapidamente – ha aggiunto – la conversazione è girata intorno alla situazione penale di Le Pen”. Secondo la magistrata, i due diplomatici erano alla ricerca di
“elementi per avallare una teoria che avrebbe potuto servire da supporto a una disinformazione o a una manipolazione del dibattito pubblico francese” e “accreditare l’idea che si tratti di un processo puramente politico” per impedire una candidatura di Le Pen nella corsa all’Eliseo del 2027.
Alla fine dell’incontro la magistrata ha “allertato” il ministero degli Esteri della Francia, segnalando la visita dei due diplomatici e quelli che secondo lei sono chiari elementi di “ingerenza” nella vicenda giudiziaria intorno alla leader del Rassemblement National.
A inizio gennaio, prima dell’inizio del processo in appello di Le Pen, il presidente del tribunale di Parigi, Peimane Ghaleh-Marzban, aveva già messo in guardia da un’eventuale ingerenza degli Stati Uniti, dopo indiscrezioni pubblicate dal settimanale tedesco Der Spiegel, secondo cui diversi magistrati incaricati del dossier Rn potrebbero essere sottoposti a sanzioni da parte di Washington. In autunno Trump aveva criticato la condanna in primo grado di Le Pen, invocando la “liberazione” della dirigente dell’estrema destra, vittima a suo dire di una “caccia alle streghe”.
Le Pen è stata appena interrogata per due giorni nel processo in appello dopo la condanna in primo grado, con ineleggibilità. Durante le udienze è stata messa più volte in difficoltà dalle domande dei magistrati, non volendo cambiare strategia difensiva. “Non abbiamo commesso alcuna irregolarità” ha ripetuto davanti ai giudici
(da Repubblica)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I COLOSSI DELL’E-COMMERCE COME SHEIN E TEMU FANNO ATTERRARE LA MERCE IN ALTRI AEROPORTI DELL’UE E POI LA TRASPORTANO CON I CAMION NEL NOSTRO PAESE .. COSÌ GLI SCALI ITALIANI PERDONO PARTE DEL TRAFFICO DI MERCI: SOLO MALPENSA DA INIZIO ANNO HA REGISTRATO TRENTA VOLI CARGO IN MENO – UN BEL GUAIO PER IL TESORO, CHE NELLA MANOVRA HA PREVISTO DALLA TASSA UN MAGGIOR GETTITO PARI A 122 MILIONI NEL 2026
Doveva frenare il fast fashion e portare risorse alla manovra. Ma la tassa da due euro in vigore
dal primo gennaio sui piccoli pacchi extra Ue sotto i 150 euro di valore, voluta con forza dal governo Meloni e spuntata alla fine per coprire i saldi, rischia di trasformarsi in un boomerang. Traffici che si spostano in Paesi europei che non la applicano, merci sdoganate altrove che entrano in Italia evitando così il balzello e un gettito ora a rischio.
«La merce trova sempre la strada migliore», spiega Andrea Cappa, direttore generale di Confetra, la confederazione dei trasporti e della logistica che per prima ha lanciato l’allarme. Dall’inizio di gennaio l’aeroporto di Malpensa ha già perso «oltre trenta voli» cargo legati a questo tipo di spedizioni. I dirottamenti certi sono verso Liegi e Budapest, ma «non posso escludere gli aeroporti di Francoforte, Colonia e anche Parigi-Charles de Gaulle», aggiunge.
«Su un aereo con migliaia di pacchettini, due euro a spedizione diventano un costo enorme, anche fino a 20 mila euro. Un camion costa molto meno, sui 2.500 o 3mila euro a viaggio». E così i flussi si riorganizzano in poche ore: aereo su un hub Ue e poi camion verso l’Italia, sfruttando il mercato unico.
La relazione tecnica della manovra stima un maggior gettito della tassa pari a 122,45 milioni nel 2026 e 245 milioni a regime. Ma il punto, avverte Confetra, è che l’Italia – «insieme alla Romania» – è l’unico Paese ad aver anticipato una misura non coordinata. L’Unione europea invece si prepara ad adottare dal primo
luglio 2026 un dazio da 3 euro sui mini-pacchi: con regole comuni, il gioco delle triangolazioni sarà meno facile.
Nel frattempo colossi dell’e-commerce come Shein e Temu, capaci di muovere volumi enormi a margini minimi, si organizzano per aggirare la tassa. «In questo tipo di commercio anche due euro fanno la differenza», osserva Cappa. «I controlli doganali avvengono nel primo aeroporto di ingresso in Ue. Una volta sdoganata lì, la merce diventa comunitaria e arriva in Italia senza pagare più i due euro».
primi riscontri registrati dall’Agenzia delle Dogane confermerebbero l’elusione della norma, visto che nei primi quindici giorni dell’anno il traffico delle spedizioni sotto i 150 euro avrebbe registrato un calo attorno al 40% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Un aereo cargo dalla Cina, ad esempio, che continua ad atterrare a Malpensa, ma la cui merce viene caricata sui camion, trasferita in un hub tedesco per lo sdoganamento e poi riportata in Italia per la distribuzione. Lo smacco è triplo: «Non incassiamo il contributo, le merci entrano comunque, aumentano i camion e l’inquinamento, e perdiamo traffici, occupazione e fatturato», dice Cappa.
Confetra ha chiesto al governo un emendamento al Milleproroghe per rinviare l’entrata in vigore a luglio della tassa e costruire un coordinamento europeo. Alla richiesta si associa Assaeroporti.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
PER I GIUDICI IL PROVVEDIMENTO, CHE AVEVA RIDOTTO A QUATTRO ORE LA PROTESTA, “NON APPARE CONGRUAMENTE MOTIVATO ED È STATO ADOTTATO IN CARENZA DEL FONDAMENTALE PRESUPPOSTO CHE SOLTANTO LO PUÒ GIUSTIFICARE”
Il provvedimento con il quale il ministero dei Trasporti ha imposto la precettazione e la riduzione a quattro ore dello sciopero nazionale di tutti i servizi pubblici e privati indetto per il 17 novembre 2023, “non appare congruamente motivato ed è stato adottato, nella specie, in carenza del fondamentale presupposto che soltanto lo può giustificare”, ovvero “senza la previa segnalazione” da parte della Commissione di Garanzia Sciopero nei Servizi Pubblici Essenziali.
Così il Tar del Lazio in una sentenza con la quale ha accolto la domanda di accertamento dell’illegittimità proposta da Cgil e Uil.
(da agenzie)
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