Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
L’ASSASSINIO DI ABANOUB YOUSSEF E IL TEMA DEI GIOVANI STRANIERI DI SECONDA GENERAZIONE
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Chissà perché nessuno o quasi ricorda che pure la vittima Abanoub Youssef era figlio di stranieri, ma non aveva coltelli con sé. L’“emergenza maranza” è stata pianificata con attenzione e cura.
Annunciata dai palchi della politica, dagli editorialisti sui quotidiani, dai talk show di Retequattro e dintorni, dalle bestioline sui social e da sondaggi che certificano – bontà loro – una paura costruita ad arte. Mancava solamente l’episodio di cronaca, che puntualmente è arrivato a La Spezia, dove un giovane particolarmente problematico prima che marocchino -. “aveva l’abisso dentro”, ha raccontato una sua ex insegnante – è diventato l’archetipo del nuovo allarme sociale: il giovane di origine straniera – il maranza, per l’appunto – col coltello in mano che presto o tardi ucciderà i nostri figli, per soldi o per gelosia, se non facciamo qualcosa.
Sono sempre le stesse storie, sempre gli stessi pregiudizi: quelli che da piccolo, nella mia piccola città di provincia del nord, sentivo sui figli delle persone di origine meridionale, poi albenese, rumena, ora nord africana. Del resto, per dirla con le parole del sindaco di La Spezia Pierluigi Peracchini, “l’uso del coltello è solo di certe etnie”. Et voilà, ecco che un problema di ordine giovanile, o tutt’a più di ordine sociale, diventa un problema etnico. O, se preferite, razziale.
Nulla che non abbiamo già visto in altre epoche, con altri attori, dicevamo. Di nuovo, rispetto al passato, ci sono due cose.
La prima: che è un’idea che non si sussurra più a bassa voce, premessa dal sempiterno “non sono razzista, ma”. E un’idea che,
ora come ora, è puro senso comune per buona parte della popolazione italiana: gli stranieri delinquono di più perché sono stranieri. E vagli a spiegare che le persone di origine straniera che delinquono in Italia sono lo 0,4% di tutta la popolazione di origine straniera che risiede in Italia, 4 ogni mille. Ti diranno che ci sono 996 eccezioni che confermano la regola. La loro regola.
La seconda: questo non vuol dire che non abbiamo problemi di integrazione dei giovani stranieri, sia chiaro. Ma mi ricordate chi voleva far frequentare loro classi separate perché disturbavano le lezioni? Chi voleva escluderli dalle mense scolastiche e farli mangiare in classe chiedendo loro documenti di difficile reperimento per “dimostrare” che non fossero famiglie nullatenenti o quasi? Chi da sempre prova a sabotare ogni progetto di educazione all’affettività nelle classi e ora se la prende con un giovane che aveva idee distorte (e patriarcali) legala all’affettività? E chi è che fino a ieri spingeva per una legislazione sempre più lasca a proposito di possesso delle armi?
Dura pensarci, se sono loro stessi a urlare fortissimo per la repressione brutale di un’emergenza che – anche ammesso che sia tale – hanno contribuito in larga parte a creare.
Ancora di più se, ovviamente, incolpano la parte avversa, la non destra, con le solite desuete accuse di lassismo e buonismo, come se un buon processo di integrazione peggiori le cose rispetto a una cattiva (o mancata) integrazione.
Per dire: le proposte anti-maranza della Lega – basta ricongiungimenti familiari facili, taglio dei benefici
dell’accoglienza per i ragazzi che commettono reati, rimpatri più efficaci per i minori arrivati in Italia senza parenti – peggioreranno o miglioreranno la situazione, secondo voi? Aumenteranno o diminuiranno il disagio sociale dei giovani di origine straniera?
Acuiranno o mitigheranno in loro la sensazione di sentirsi cittadini di serie b? Sono un modo per prevenire i problemi o per moltiplicarli, per poi poter puntare il dito e urlare ancora più forte?
La realtà è che ciclicamente serve un capro espiatorio, un nemico – possibilmente non votante – su cui scatenare rabbia e ansia sociale che altrimenti, nelle condizioni economiche in cui ci ritroviamo finirebbero per piovere addosso al governo.
E i ragazzini di origine straniera sono il capro espiatorio perfetto per il 2026.
Riusciranno i nostri eroi a cascarci anche questa volta? Le scommesse sono aperte.
(da Fanpage)
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
“ANCHE A GENOVA C’E’ UNA EMERGENZA SPACCIO, DA TEMPO HO CHIESTO UN INCONTRO CON IL MINISTRO PIANTEDOSI, MAI RICEVUTA RISPOSTA”… “MELONI SBANDIERA 35.000 NUOVE ASSUNZIONI TRA LE FORZE DELL’ORDINE MA NON DICE CHE E’ NON COPRONO NEANCHE IL TURNOVER DI QUELLI ANDATI IN PENSIONE E IL SALDO E’ NEGATIVO”… “A QUALCUNO LA PICCOLA CRIMINALITA’ SERVE PER POTER ATTACCARE I SINDACI DELLE GRANDI CITTA’ CHE CASO STRANO SONO DI CENTROSINISTRA”
“Noi viviamo un dramma di sicurezza e un dramma socio-sanitario”. A parlare è la
sindaca di Genova Silvia Salis dopo aver visto i video di Fanpage.it che documentano lo spaccio di droga nei vicoli del centro storico e l’arrivo della droga dall’America Latina nel porto della città ligure. La sindaca (della coalizione di centro-sinistra) racconta la sua città
A Genova sindaca abbiamo visto girare un po’ di droga…
Purtroppo questi sono temi che in una città con un porto così grande e in una regione di confine non stupiscono e ovviamente risalta molto bene nel vostro reportage. Siamo orgogliosi del lavoro delle forze dell’ordine e anche delle nostre dogane, che hanno dei laboratori all’avanguardia e fanno un lavoro preziosissimo. Certo è che il totale disinvestimento a partire dalla finanziaria che sta facendo questo Paese sulla sicurezza e sulle forze dell’ordine, produce dei terribili effetti.
Il comune cosa può fare?
Mettere a disposizione la Polizia Locale che fa un lavoro molto prezioso e che non più tardi di qualche settimana fa ha fatto un paio di operazioni veramente importanti su quello che riguarda lo spaccio del centro storico. Però dobbiamo fare i conti con la difficoltà di un Paese che non espelle: molto spesso chi vende la droga (sono spesso stranieri) viene fermato, viene portato in Questura e poi non viene espulso. Quindi questa è un’ulteriore difficoltà che si aggiunge a quelle che già abbiamo. Infine c’è tutto un tema relativo alla sicurezza legato soprattutto
all’immigrazione irregolare: su questa si nutrono tutte le organizzazioni di spaccio internazionale, vanno ad appesantire la situazione della città e vanno ad aggravare profondamente quella che è ormai l’emergenza della tossicodipendenza. Noi viviamo un dramma di sicurezza e un dramma socio-sanitario: lo spaccio produce chiaramente tossicodipendenti che hanno tutta una serie di tematiche che poi ricadono sulla politica amministrativa
E non dimentichiamo una cosa: il disinvestimento totale mette la polizia locale, che fa un lavoro incredibile ma che avrebbero anche altre funzioni, in condizioni di lavorare male perché non hanno le risorse. Negli ultimi 13 anni in Italia sono scomparse 12.000 unità di Polizia Locale, mentre la Polizia di Stato vive un organico che è in carenza cronica con 11.000 unità sotto quella che è la dotazione di legge. Quindi è inutile che il governo si sgoli dicendo che hanno fatto 35.000 assunzioni, sono abbondantemente sotto il turnover.
Quindi il modo in cui sulla sicurezza vengono lasciati soli i Comuni è sconcertante. Ma se mi permette, bisogna chiedersi come i Comuni possono affrontare questa grande emergenza contando che lo spaccio internazionale impatta profondamente su una città fatta di vicoli e fatta di porto come Genova.
Che risposta si è data?
Io da tempo ho chiesto l’incontro col ministro Piantedosi. Ancora non l’ho incontrato. Si crea però in questo modo un crash comunicativo: l’80-90 per cento delle grandi città in Italia sono amministrate dal centrosinistra. La sicurezza è di competenza del governo. Ma se succede un fatto legato alla sicurezza in una grande città, il governo manda avanti la batteria di destra di tutti i deputati, di tutte le personalità, i comunicatori, i giornalisti che attaccano le amministrazioni di centro-sinistra dicendo che siamo noi che favoriamo questo tipo di fatti. Ricordandosi che sono da 3 anni al governo e i reati di strada sono aumentati.
Credo che ci voglia una presa di coscienza da parte dell’elettorato di destra: nelle pesanti campagne elettorali che hanno fatto per anni sulla sicurezza dicevano che quando sarebbero stati loro al governo le cose sarebbero cambiate drasticamente. Non solo non sono cambiate, ma sono peggiorate. E tutto cade sulla città.
Cosa si fa a Genova per i giovani o non giovani che sono dipendenti dalle sostanze stupefacenti?
Stiamo riorganizzando il sistema socio-sanitario con dei progetti di comunità che innanzitutto servono a intercettare i giovani e a dargli un’altra opportunità. In questo modo permettiamo ai giovani di essere inclusi in un gruppo e così facendo si tolgono dalla strada. Spesso questi ragazzi sono lì perché sentono di non avere un’alternativa. Poi, come detto prima, c’è tutto il problema
legato all’immigrazione clandestina e i minori non accompagnati.
Come arrivano a Genova i minori non accompagnati?
Arrivano in tanti modi. Sono responsabilità diretta del sindaco e spesso sono dei ragazzini di 16-17 anni che non hanno voglia di stare in una comunità. Quindi è tutto veramente complesso. Noi aspettiamo ancora milioni, abbiamo dei buchi in bilancio che dobbiamo coprire. I soldi ci arrivano anni dopo a rate. Siamo in credito – così come tutti i comuni – con il governo.
A Genova le problematiche stanno nella zona centralissima della città, non quindi nelle periferie più abbandonate. Come la spieghiamo questa dinamica?
È una città che si è sviluppata intorno al suo porto. Il centro storico, storicamente, è uno dei più grandi e più antichi d’Europa: è nato vicino al porto perché è il cuore pulsante non solo dell’economia, ma anche degli scambi nazionali e internazionali della città. Quindi è una città che ha la sua parte più complessa in centro e anche questo è un grosso problema.Sto studiando una serie di piani per un’urbanistica diversa per far sì che il centro storico sia abitato, sia vissuto, sia ripopolato da gioventù. Così migliora anche il tema sicurezza. E comunque non c’è solo il centro storico, ci sono tante altre aree di Genova che sono in grande difficoltà. Sono aree periferiche, come Sanpierdarena e tutti i quartieri popolari. Abbiamo chiesto a Piantedosi di
vederci, ma ancora nulla.
Nei vicoli di Genova (oltre alla droga) ci sono commercianti, abitanti e turisti, come il Comune garantisce loro sicurezza?
Con la polizia locale, con l’illuminazione e creare le condizioni perché il turismo si diffonda uniformemente. Le politiche di sicurezza dello Stato non permette che questo lavoro venga fatto in modo efficiente. Avevano promesso il contrario di quello che sta succedendo. L’operazione più disonesta politicamente è far credere che l’effetto negativo sia frutto delle politiche dei sindaci (spesso di sinistra) che ogni mattina si svegliano e hanno la responsabilità penale. Quello che possiamo fare noi è fare delle politiche di ampio respiro, sociali e per il futuro. Come ripopolare le zone più disagiate del centro storico con studentati e con famiglie giovani.
(da Fanpage)
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA LETTERA DEL CRIMINALE PSICOPATICO RIVELATA DA SKY NEWS: “LA DANIMARCA NON HA UN DIRITTO DI PROPRIETA’ SULLA GROENLANDIA”
«La Danimarca non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un “diritto di proprietà”? Non ci sono documenti scritti».
Così Donald Trump torna all’attacco sulla Groenlandia e lo fa in una lettera scritta al primo ministro della Norvegia, Jonas Gahr Store. Nel documento – rivelato da Nick Schifrin della Pbs e confermato dal tabloid norvegese Aften Posten – il presidente americano ribadisce l’intenzione degli Stati Uniti di assumere il controllo dell’isola, anche a costo di mettersi contro gli alleati europei: «Sappiamo solo che una barca è approdata lì centinaia di anni fa, ma anche noi avevamo barche che approdavano lì. Ho fatto per la Nato più di chiunque altro fin dalla sua fondazione, e ora la Nato faccia qualcosa per gli Stati Uniti. Il mondo non sarà sicuro se non avremo il controllo totale e completo della Groenlandia. Grazie!».
«Non mi sento più in dovere di pensare alla pace»
Nella lettera indirizzata al primo ministro norvegese, Trump esprime anche tutto il proprio rammarico per non essere stato insignito del Nobel per la Pace 2025. «Considerando che il vostro Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 guerre in più», scrive il presidente americano, «non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace, anche se sarà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è buono e giusto per gli Stati Uniti d’America».
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA RICETTA OXFAM CONTRO LE DISEGUAGLIANZE
La disuguaglianza sta vincendo. Nel mondo dei record finanziari, il 2025 segna una
soglia che Oxfam definisce senza precedenti storici. Oltre 3.000 miliardari concentrano oggi una ricchezza netta aggregata pari a 18.300 miliardi di dollari, dopo un incremento annuale di 2.500 miliardi, una cifra quasi equivalente alla ricchezza complessiva detenuta dalla metà più povera dell’umanità, circa 4,1 miliardi di persone. È il quadro tracciato da “Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia”, il nuovo rapporto diffuso dall’organizzazione in apertura del World Economic Forum di Davos, che lega in modo diretto l’accelerazione della concentrazione della ricchezza al deterioramento delle condizioni sociali e alla fragilità crescente delle democrazie a livello globale.
Secondo Oxfam, nel 2025 la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16% in termini reali, a un ritmo triplo rispetto alla media degli ultimi cinque anni, portando l’aumento complessivo rispetto al 2020 all’81%. Da soli, i dodici individui più ricchi del pianeta controllano patrimoni per 2.635 miliardi di dollari, più di quanto possieda la metà più povera della popolazione mondiale. Una concentrazione mai registrata prima, che si produce mentre una persona su quattro nel mondo soffre di insicurezza alimentare e quasi la metà della popolazione globale vive in condizioni di povertà. Il tasso di riduzione della povertà mondiale ristagna da sei anni e la povertà estrema è tornata a crescere in Africa, segnando un’inversione di tendenza rispetto ai progressi degli ultimi decenni. Anche in questo caso la sostenibilità di lungo periodo è considerata fondamentale per garantire un’espansione economica duratura anche per le maggiori economie globali.
Il rapporto sostiene che l’accumulazione di ricchezza estrema non si esaurisce nella sfera economica, ma si traduce in potere politico e capacità di influenza sistemica. Oxfam stima che oggi un miliardario abbia 4.000 volte più probabilità di ricoprire cariche politiche rispetto a un cittadino comune e rileva come sette delle dieci maggiori corporation mediatiche globali abbiano proprietari miliardari, consentendo a pochi attori di esercitare un’influenza sproporzionata sul discorso pubblico. «Siamo letteralmente di fronte alla legge del più ricco che sta portando al fallimento della democrazia: l’estremizzazione delle disuguaglianze corrode il patto di cittadinanza, disintegrando legami sociali, corresponsabilità e fiducia reciproca», afferma Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia.
Nel dossier, Oxfam lega l’ascesa dei grandi patrimoni agli sviluppi politici più recenti, indicando il 2025 come un anno emblematico in cui l’aumento della ricchezza dei miliardari ha coinciso con l’attuazione di politiche favorevoli a un’élitE ristretta. Negli Stati Uniti, sottolinea il rapporto, la riduzione della pressione fiscale sugli ultra-ricchi e l’indebolimento degli sforzi internazionali per una tassazione minima delle grandi multinazionali hanno rafforzato posizioni dominanti e potere monopolistico. Una dinamica che, secondo l’organizzazione, va ben oltre il contesto statunitense e riflette una tendenza globale, con governi che agiscono sempre più spesso in difesa di interessi oligarchici, comprimendo diritti e spazi di dissenso.
Le conseguenze sociali sono descritte in termini netti. Miliardi di persone continuano a fare i conti con povertà, fame e malattie del tutto prevenibili, mentre i tagli agli aiuti internazionali decisi nel 2024 potrebbero causare, nei Paesi più poveri, oltre 14 milioni di morti aggiuntive entro il 2030. La disuguaglianza economica, afferma Oxfam, gioca un ruolo chiave nell’erosione dei diritti civili e politici e crea un terreno favorevole all’autoritarismo. Il rischio di arretramento democratico risulta fino a sette volte più probabile nei Paesi con livelli di disuguaglianza più elevati. Tra il 2004 e il 2024, la quota della popolazione mondiale che vive in autocrazie è aumentata di quasi il 50%, mentre oggi solo tre persone su dieci vivono in sistemi democratici, contro una su due vent’anni fa.
Il rapporto evidenzia anche la scala del divario economico globale. La ricchezza aggregata dei miliardari sarebbe sufficiente
a sradicare la povertà estrema 26 volte e, per la prima volta, il patrimonio individuale di un singolo imprenditore ha superato per un breve periodo i 500 miliardi di dollari. Dati che, secondo Oxfam, mostrano la distanza crescente tra la capacità economica di una ristretta élite e i bisogni fondamentali della popolazione mondiale. «L’influenza sproporzionata che i super-ricchi esercitano sulla politica, sull’economia e sui media ha acuito le disuguaglianze e ci ha allontanato dalla lotta alla povertà», aggiunge Barbieri, avvertendo che nessuno Stato dovrebbe rimanere inerte di fronte a una concentrazione di potere che erode diritti e sicurezza dei cittadini.
Il documento si chiude con un richiamo alla responsabilità dei governi e delle istituzioni internazionali. Per Oxfam, la via d’uscita dal baratro della disuguaglianza esiste, ma richiede riforme fiscali più eque, una regolazione incisiva dei grandi gruppi economici e politiche capaci di ridare valore al lavoro e di rafforzare sistemi di welfare inclusivi. Senza un cambio di rotta, avverte l’organizzazione, l’estrema concentrazione di ricchezza continuerà a minare le basi della democrazia globale.
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO L’ELISEO, “LE MINACCE AMERICANE PONGONO LA QUESTIONE DELLA VALIDITÀ DELL’ACCORDO SULLE TARIFFE CONCLUSO L’ESTATE SCORSA”
Il presidente francese Emmanuel Macron chiederà l’attivazione dello strumento anticoercitivo dell’Ue in caso di nuovi dazi statunitensi. Lo riferiscono fonti informate vicine alla presidenza francese.
Emmanuel Macron è “mobilitato per coordinare la risposta europea alle minacce tariffarie inaccettabili formulate dal presidente Trump”, si apprende dall’entourage del presidente. Le stesse fonti precisano che Macron “sarà tutto il giorno in contatto con i suoi omologhi europei e chiederà, a nome della Francia, l’attivazione dello strumento anticoercitivo”.
Secondo i più stretti collaboratori del presidente, “l’approccio americano pone la questione della validità dell’accordo sulle tariffe concluso l’estate scorsa dall’Unione europea con gli Stati Uniti”.
Il presidente francese Emmanuel Macron chiederà all’Unione europea di valutare l’attivazione dello Strumento Anti-Coercizione, il meccanismo pensato per rispondere a pressioni economiche di Paesi terzi. È un passaggio che segna un cambio di tono nella gestione delle tensioni commerciali: lo strumento esiste dal 2023, ma non è mai stato utilizzato.
L’Anti-Coercizione, noto come Aci, nasce per difendere l’Unione europea da interferenze che colpiscono commercio o investimenti con l’obiettivo di condizionare decisioni politiche.
L’idea di fondo è la deterrenza: rendere credibile una risposta comune per evitare che la coercizione si verifichi. Per questo a Bruxelles viene spesso definito «l’opzione nucleare».
Il meccanismo prevede una procedura in più fasi. Prima, il Consiglio dell’Ue stabilisce se esiste un atto di coercizione, su proposta della Commissione. Poi si apre una fase di dialogo con il Paese coinvolto. Solo se il confronto fallisce, l’Unione può adottare contromisure economiche. Sono pensate come ultima risorsa e devono rispettare criteri di necessità e proporzionalità.
Le misure possibili sono ampie ma mirate. Vanno dalle restrizioni su importazioni ed esportazioni di beni e servizi ai limiti sugli investimenti diretti esteri e sui diritti di proprietà intellettuali.
Possono includere l’esclusione dagli appalti pubblici europei o il blocco dell’accesso al mercato per prodotti regolamentati. L’obiettivo dichiarato è contenere l’impatto sull’economia europea e rendere gli interventi temporanei.Dal punto di vista istituzionale, l’attuazione è affidata alla Commissione, assistita da un comitato degli Stati membri. In casi specifici si ricorre ad atti delegati che coinvolgono anche il Parlamento europeo.
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
NON POTRANNO ARRESTARE I CITTADINI CHE PROTESTANO PACIFICAMENTE CONTRO I FEDERALI, A MENO CHE NON SIANO SOSPETTATI DI ATTIVITÀ CRIMINALI. NÉ POTRANNO ESSERE FERMATI I CONDUCENTI DELLE AUTO CHE SEGUONO I VEICOLI DELL’AGENZIA PER VIGILARE SULLA CORRETTEZZA DELLA LORO AZIONE
Nuovi scontri ieri a Minneapolis hanno spinto il governatore del Minnesota Tim Walz
a mobilitare la Guardia Nazionale dopo che al sit in organizzato nei pressi Bishop Henry Whipple Federal Building dall’influencer di destra Jack Lang, graziato da Donald Trump per l’assalto al Congresso del 6 gennaio, c’erano stati scontri con i sostenitori della People’s Action Coalition Against Trump con lanci di uova, spray al peperoncino ma anche oggetti contundenti che avrebbero portato al ferimento dello stesso Lang.
Intanto prosegue lo scontro tra il North Star State e il governo americano. «Un promemoria per tutti coloro che vivono in Minnesota: nessuno è al di sopra della legge» ha scritto ieri su X Pam Bondi, la procuratrice generale degli Stati Uniti.
Poche ore dopo, però, la giudice federale Katherine Menendez impone restrizioni all’uso della forza da parte degli agenti dell’Ice a Minneapolis che non potranno arrestare i cittadini che protestano pacificamente contro i federali a meno che non siano sospettati di attività criminali o di impedire la loro operatività.
Inoltre viene vietato l’utilizzo di spray al peperoncino e altre armi irritanti contro i manifestanti pacifici, né potranno essere fermati o arrestati i conducenti delle auto che seguono i veicoli dell’agenzia per vigilare sulla correttezza della loro azione.
In sintesi non si potrà ripetere un caso come quello di Renee Good, la donna uccisa a sangue freddo il 7 gennaio che tra l’altro, secondo informazioni raccolte dal New York Times , era ancora viva all’arrivo dei soccorsi. Cosa sarebbe successo se il medico presente sulla scena avesse potuto soccorrere Good?
(da agenzie)
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
IL VIAGGIO DI GIULIA: “TI FA RISCOPRIRE LENTEZZA E VOGLIA DI FERMARTI”
Quando pensi al cammino pensi al cammino di Santiago. Ce ne sono tantissimi altri, anche in Italia: la Francigena, la Via di Sant’Olav, il cammino di San Benedetto, il pellegrinaggio Kumano Kōdō. Ma per tutti, anche i meno avvezzi e chi non ne ha fatto nessuno, il cammino di Santiago è il primo che viene in mente. In questi giorni è prepotentemente alla ribalta, complice il film di Checco Zalone record di incassi Buen Camino. Sui blog dedicati c’è chi, raccontando la propria esperienza, dice di esserci tornato più e più volte, completamente rapito da un’esperienza descritta come unica. L’impegno fisico si combina al fattore spirituale, alla connessione che si crea con la parte di sé più intima ma anche con le persone che si incontrano nel percorso: questo mix diventa decisivo e infatti ha decretato il successo del cammino di Santiago. Ovviamente, c’è stata una grossa mano anche da parte dei locali, di chi ha incentivato molto la parte divulgativa e strettamente legata alla pubblicità, al marketing. Ormai il cammino non è più solo una questione prettamente religiosa, ma ciò non ne sminuisce affatto il valore e l’importanza. Basta vedere i dati, l’affluenza, le persone che attira
ogni anno. Una di queste è Giulia Meta, Content Creator & Solo Traveller, che ha fatto più volte il cammino di Santiago. A Fanpage.it ha raccontato la sua esperienza, soffermandosi su un dettaglio in particolare: l’importanza di considerare il cammino di Santiago come un viaggio fisico, ma anche dentro di sé. Bisogna goderselo chilometro dopo chilometro in ogni sua evoluzione e non di affrontarlo solo pensando alla meta finale, all’arrivo.
Perché si fa il cammino più e più volte?
Crea dipendenza! Diventi dipendente da quello che il cammino ti fa provare. Ci si sofferma a osservare il paesaggio, che oggi non abbiamo mai tempo per farlo. Ti fermi a sentire il rumore dei passi. Insomma, tutte quelle piccole cose a tratti banali, ma che oggi ci siamo tutti dimenticati. Tutto questo ti porta a rifarlo, ti porta di nuovo in cammino. Sei sicuro che ti porterai a casa nuovi amici, che avrai tempo per te, che ti guarderai attorno e ti emozionerai per quello che vedrai. Proverai anche una grande fatica, attenzione, perché poi è quello che scandisce le giornate! Tutte queste cose vanno proprio a creare un’esperienza intensa. Però una cosa ci tengo a dirla: non è Santiago la meta, ma è per il percorso, è l’esperienza a 360°. Quando mi dicono: “Ho solo 5 giorni, faccio gli ultimi 100 km” io dico no! Piuttosto se hai solo 5 giorni meglio fare un cammino breve come il cammino inglese, che lo finisci tutto. Oppure parti dall’inizio: fai i primi 5 giorni del cammino francese e in seguito farai le altre tappe. È importante: è lungo tutto il cammino che si distribuisce l’esperienza e paradossalmente più ti avvicini a Santiago e peggio è l’esperienza.
Come si fa il cammino di Santiago: quali sono le tratte più belle e quanto costa l’esperienza
In che senso è peggio?
Tante persone in pochi giorni vogliono arrivare direttamente a Santiago, molti si concentrano sugli ultimi chilometri. Si usa la parola “turigrini”, il pellegrino turista. Chi arriva lì con alle spalle 400-600 km, chi è partito dall’inizio, ha vissuto un’altra esperienza.
Cosa ha di speciale proprio Santiago?
Il cammino di Santiago nello specifico ha una magia a sé, che non vuole sminuire gli altri cammini, ma oggettivamente un po’ perché esiste da tantissimo, un po’ perché le persone locali hanno fatto in modo di mantenere quell’atmosfera, quella magia, quella spiritualità lungo quelle strade, quando ci vai è inevitabile sentire tutto questo. E così come lo percepisci tu in quanto pellegrino, lo percepiscono un po’ tutte le persone attorno a te. Noi la chiamiamo “la bolla del cammino” in cui tutti sono più gentili, tutti sono più cortesi, è come un mondo ideale, un mondo molto più umano, molto più lento, dove si dà valore alle persone, ai rapporti, alla natura. Lungo il tragitto tutti i villaggi, i paesi, le città sentono viva la cultura del cammino. C’è chi si sta anche abbastanza stufando, perché c’è troppo viavai di persone. I flussi stanno diventando in alcuni periodi eccessivi. Però d’altra parte c’è un un turismo enorme, anche di componente proprio fortemente religiosa. Incontri preti, sacerdoti, suore. Poi una cosa che ho notato confrontandomi con tanti altri pellegrini che hanno fatto altri cammini, è anche una questione di costi. Sul cammino di Santiago riesci ancora a trovare strutture dove dormi con 10
euro. Qui in Italia la Francigena, ha dei prezzi più o meno simili, ma su tutti gli altri cammini si sale ampiamente di prezzo.
A livello di budget quindi, quanto serve per il cammino di Santiago?
Considera sempre che stai fuori tanti giorni, mangi fuori tutti i giorni: ti devi impegnare se vuoi risparmiare. Ma i modi ci sono: compri al supermercato, ti fai una pasta in bianco col parmigiano la sera. Devi contare quei minimi 25-30 euro al giorno.
Qual è l’arricchimento più grande che tu ti porti dietro da questa esperienza?
Prima di tutto i rapporti umani: i legami che ho creato sul cammino me li porto dietro tutt’ora e non è una casualità perché si è uniti nella sfida, nella fatica, nella spiritualità. Io ancora mi sento con persone di altri Paesi. E poi sicuramente un apprezzamento diverso della vita: quella lentezza, quella connessione con se stessi, con la natura, quella voglia di di respirare, di fermarti. Tutte cose che non abbiamo più nella vita di tutti i giorni e lì le riscopri e ti prometti di portartele nella quotidianità. Non è facile, però devo dire che confrontandomi anche con altri pellegrini questo desiderio, questo tentativo c’è sempre.
Meglio farlo da soli o in compagnia?
Io per esperienza non partirei mai con qualcuno se non avessi la certezza che fosse quella persona con cui condividerei una cosa così profonda. Per esempio, con la mia migliore amica lo farei, ma penso con nessun altro, perché un cammino è una cosa veramente intensa. Devi avere i tuoi tempi, i tuoi spazi, non ti devi adattare ai ritmi altrui. Il cammino amplifica tutto, sia le
cose belle che le cose brutte. Io il primo cammino l’ho fatto da sola ed era la tipica cosa che dicevo che non avrei mai fatto nella mia vita, se non con qualcuno! Mia mamma era terrorizzata e io stessa ero piena di paure, di incertezze, ma lì ho imparato che qualunque cosa succeda posso affrontarla. Non saprai mai a fondo come reagire, come comportarti, però è parte del processo: oggi io non mi precluderei mai più un’esperienza come questa per paura. E comunque se vai solo, non sei mai solo: puoi sempre contare su sul supporto altrui. Si dice che il cammino ti dà quello di cui hai bisogno, magari non ti dà le risposte, ma ti dà le domande giuste o ti mette davanti la persona di cui avevi bisogno senza neanche saperlo.
Quali sono i rituali che si fanno durante il cammino? Leggevo della pietra che si deposita alla fine e delle conchiglie che si raccolgono nel percorso…
I rituali migliori sono quelli che ognuno crea per se stesso. C’è chi si porta qualcosa da casa e poi lo lascia andare o lo porta fino a Santiago, c’è chi brucia i vestiti.
Qual è il cammino per chi è alla sua prima esperienza, il più facile?
Ma in realtà i percorsi ormai sono tutti ben segnalati, quale più quale meno. Il francese è il più battuto, quindi il meglio organizzato, con più strutture. Anche il cammino portoghese. Io da marzo sarò sul cammino francese, negli ultimi chilometri, nella gestione di un ostello. Mi è capitata questa bella possibilità e mi piace l’idea di accogliere chi arriva dopo aver fatto tanti chilometri e ha tante storie da raccontare. Sarò lì in co-gestione al Albergue A Casa de Carmen. Il cammino inglese, invece, è
più corto e quindi è un’ottima soluzione per chi ha pochi giorni. Diciamo che dipende da quello che si cerca, sia in termini paesaggistici, che in base al tempo che uno ha. Come ti dicevo prima: chi ha poco tempo piuttosto che fare solo gli ultimi chilometri del francese, meglio fare la prima parte e completarlo in un secondo momento. Quando fai solo gli ultimi chilometri in pochi giorni pensi che quel cammino l’hai fatto, ma non è così: il bello è proprio iniziare, fare un primo pezzo e sapere da dove partirai la prossima volta.
Cosa mettere assolutamente nello zaino?
Deve essere il più leggero possibile, è la regola numero uno. Io sono arrivata quest’anno al mio record partendo per 5 giorni con uno zaino da 5 kg: ma se fossi partita per 2 o 3 settimane sarebbe stato lo stesso zaino con le stesse cose. Per il mio primo cammino fui già un’ottima minimalista: partii con 8 kg. Però in cammino scopri veramente di cosa hai bisogno e cosa è superfluo. Questa cosa veramente ti cambia l’approccio alla vita. Io ho scoperto di poter vivere un mese con tre magliette, due pantaloncini, un paio di scarpe, una giacca e tre mutande. La parola chiave è essenzialità. Il minimalismo non è solo togliere dalla tua vita gli oggetti, ma tutto ciò che occupa energie, tempo, spazio non solo materiale, ma proprio spazio dentro di te. Impari a lasciare andare e il cammino su questo ti aiuta, perché hai tempo per riflettere sui tuoi pesi della vita.
(da Fanpage)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
“C’È UN REGOLAMENTO, CHE ANDAVA APPROVATO NEL 2021, IN CUI SI FISSAVA UN TETTO DI 100 EURO AL GIORNO PER IL VITTO E DI 190 EURO A NOTTE PER GLI HOTEL. ABBIAMO INVECE SCOPERTO CHE PER ANNI SONO STATI SPESI FINO A 690 EURO A NOTTE. QUEL REGOLAMENTO NON È STATO MAI APPROVATO”
Dopo il terremoto che ha scosso il Garante per la Privacy, con l’apertura di un’indagine per
peculato e corruzione da parte della procura di Roma a carico dei componenti del Collegio, e dopo le dimissioni di Guido Scorza, Report torna stasera sulla vicenda.
“Oltre a una ricostruzione degli ultimi eventi di cronaca – anticipa Sigfrido Ranucci – mostreremo un documento inedito in cui c’è la prova che i Garanti, nell’ambito dei rimborsi spese,
sapevano di essere in difetto. Peraltro c’è un regolamento che andava approvato già dal 2021, sollecitato anche all’ex segretario generale Mattei, in cui si fissava un tetto di 100 euro al giorno per il vitto e di 190 euro a notte per gli hotel, non superiori a quattro stelle.
Abbiamo invece scoperto che per anni sono stati spesi fino a 690 euro a notte, in alberghi anche a cinque stelle. Quel regolamento non è stato mai approvato dal Collegio per poter continuare a beneficiare di diversi agi alle spalle dei cittadini”.
“Parleremo anche – continua il conduttore del programma di Rai3 – di un secondo documento dei dipendenti che tornano a chiedere le dimissioni di tutti i componenti, non ritenendoli più credibili né equidistanti dalla politica. Abbiamo visto che si è dimesso Scorza, forse il componente meno legato ai partiti, sono rimasti invece quelli più legati alla politica.
Gli stessi partiti di governo non spingono per le dimissioni, con la scusa che gli attuali componenti sono stati nominati sotto il secondo governo Conte, ma quando si è trattato di applicare lo spoils system in altri versanti non hanno tenuto conto di questo ragionamento”.
Ranucci segnala anche un’altra anomalia: “Quando l’Europa ha istituito le Autorità, oltre a chiederne l’indipendenza, ha anche segnalato la necessità di prevedere per legge la decadenza di fronte a fatti gravi. L’Italia non si è mai dotata di una legge sulla decadenza: solo un rigurgito di coscienza potrebbe dunque spingerli alle dimissioni”.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
LA PRIMA VENDITA DI GREGGIO VENEZUELANA NEGLI STATI UNITI È STATA EFFETTUATA A FAVORE DI UNA SOCIETÀ DEL TRADER JOHN ADDISON. COINCIDENZA: ADDISON HA DONATO CIRCA 6 MILIONI DI DOLLARI PER LA RIELEZIONE DEL TYCOON, E ORA È STATO COINVOLTO NELL’ACCORDO PER SMERCIARE 250 MILIONI PER IL GREGGIO DI CARACAS
La prima vendita di greggio venezuelano negli Stati Uniti è stata effettuata a favore di una società il cui principale trader petrolifero ha donato alla campagna per la rielezione di Donald Trump e ha partecipato a un incontro alla Casa Bianca con il
presidente la scorsa settimana. Lo scrive il Financial Times.
John Addison, senior trader di Vitol che ha donato circa 6 milioni di dollari a comitati di azione politica a sostegno del ritorno alla Casa Bianca di Trump, è stato coinvolto negli sforzi della sua società per assicurarsi un accordo da 250 milioni di dollari per il greggio venezuelano. L’operazione ha dato il via al controverso piano del presidente degli Stati Uniti di vendere fino a 50 milioni di barili di petrolio venezuelano.
Secondo il database dei donatori di OpenSecrets, le donazioni di Addison alla campagna per la rielezione di Trump includono 5 milioni di dollari versati nell’ottobre 2024 a Maga Inc e oltre 1 milione di dollari a due altri Pac allineati a Trump. Addison ha partecipato insieme a Ben Marshall, capo della divisione statunitense di Vitol, a un incontro di alto profilo con i leader del settore alla Casa Bianca venerdì scorso. Vitol è stata l’unica azienda a essere rappresentata da due alti dirigenti.
Durante l’evento, Addison ha promesso a Trump che Vitol avrebbe ottenuto il miglior prezzo possibile per il petrolio venezuelano destinato agli Stati Uniti, affermando che “l’influenza che lei esercita sui venezuelani farà sì che ottenga ciò che desidera”. Vitol ha dichiarato che le donazioni di Addison — che lo hanno reso uno dei più generosi sostenitori di Trump a Houston — sono state effettuate a titolo personale.
Anche Trafigura, un’altra grande società globale di trading, ha acquistato 250 milioni di dollari di petrolio venezuelano, secondo due persone a conoscenza degli accordi. La società ha speso 525.000 dollari in attività di lobbying negli Stati Uniti nel 2024 e 2025, secondo OpenSecrets.
(da agenzie)
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